Finché c’è guerra c’è business garantito
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Da numerosi anni osserviamo con attenzione l’attuale prolungato periodo di generale crisi capitalista durante i quali le maggiori economie avvertono pesantemente la crisi di sovrapproduzione delle merci, sovrapproduzione che rallenta e inceppa il ciclo della riproduzione del capitale investito. Un’enorme massa di merci prodotte non trova un altrettanto enorme mercato solvibile, cioè con il denaro sufficiente per l’acquisto; le crisi si manifestano nella loro criticità quando i magazzini strabordano di merci invendute.
Dalla nostra analisi marxista sappiamo che il capitale per uscire da questa situazione licenzia le migliaia di operai ritenuti in esubero e chiude centinaia di fabbriche. Se questo non fosse sufficiente al capitale destinato alla produzione di merci rimangono due possibilità: una generale riduzione dei salari reali oppure in ultima istanza una guerra mondiale che possa distruggere merci e popolazione in esubero dove la maggior quota di essa sono proletari.
Ne è un esempio tipico la seconda guerra mondiale che, terminata nel 1945 ha permesso una veloce ripresa del ciclo capitalistico, ricordata come il boom economico. Questo intenso riavvio è durato fino al 1973 dopo di che si sono succedute crisi di varia intensità seguite da sempre più deboli riprese sino a giungere alla situazione attuale di generale crisi con sempre più fabbriche chiuse ed un esercito di proletari licenziati.
Noi marxisti ben sappiamo che non è possibile trasformarlo in un “capitalismo dal volto umano”, ovvero tale che sappia autoregolarsi e dunque razionalmente organizzare la produzione allo scopo di mitigare le nefaste conseguenze delle sue crisi. Il Capitalismo non è riformabile per le sue specifiche caratteristiche tra cui quella basata sulla spietata concorrenza tra i vari capitalismi che non possono rinunciare ad alcuna guerra commerciale pur di sconfiggere altri capitalismi. Sappiamo altresì dalla nostra dolorosa esperienza storica che i vari capitalismi si alleano immediatamente solo per combattere il proletariato qualora questo si organizzi per abbatterne uno con la lotta estrema. Nel capitalismo la guerra è una necessità e non un’insana decisione di un capo di stato impazzito; tutto è calcolato, e incerto è solo il risultato finale. Il proletariato è in ogni caso sempre la vittima sacrificale di queste manovre.
Dalla guerra commerciale alla guerra guerreggiata il passo è breve. La guerra guerreggiata va accuratamente preparata nei tempi e nei modi , e vanno trovati eventuali alleati; la sua estensione rispecchia la profondità della crisi capitalistica. Il “casus belli” lo si trova o si inventa al momento opportuno.
Da tempo si prepara a questo scenario la cosiddetta “opinione pubblica” parlando di una terza guerra mondiale a pezzi considerando la quantità e crudezza dei conflitti in atto.
Ma quante e quali tipi di guerre sono attualmente in atto e a che tipo di conflitto si sta preparando?
Partiamo da quelle in essere. Attualmente si calcolano 56 o 59 guerre attive, secondo autorevoli centri studi del settore. Secondo una terza istituzione internazionale i conflitti in atto invece sono oltre 100.
Secondo le loro statistiche, praticamente una contabilità di morte, gli istituti borghesi hanno così classificato i conflitti: Conflitti interstatali: rari ma estremamente devastanti come il caso di quello tra Russia ed Ucraina; Conflitti intra-statali ossia guerre civili che contrappongono gruppi armati al governo come in Siria, Sudan, Yemen. Segue la categoria della cosiddetta Violenza non statale caratterizzata da scontri tra gruppi armati non ufficiali, come i cartelli in America Latina, in Messico e Colombia. Per ultima è indicata la Violenza unilaterale entro cui vi sono intensi e ripetuti attacchi deliberati contro i civili, particolarmente frequenti in Medio Oriente e nell’Africa sub-sahariana.
Considerandone l’intensità sono catalogate in Estrema, Alta, Turbolenta e Bassa o Inattiva indicate con differenti colori nelle loro cartine e atlanti dedicati.
Ovviamente sono presenti tabelle con dati e statistiche varie e loro osservazioni in merito che dovrebbero fornire elementi per delineare un prossimo scenario soprattutto per quanto riguarda gli importanti conflitti interstatali che dovrebbero segnare una nuova distribuzione delle aree di influenza e dominio economico tra le attuali grandi potenze capitalistiche con eventuali alleanze e aggregazioni.
Usa, Cina, Russia, India e Turchia sono gli attori principali di queste considerazioni cui seguiranno come gregari altre economie di livello inferiore.
Nel precedente periodo dell’espansione di un ancor giovane capitalismo nel mondo, a Berlino nel 1884 in una Conferenza per l’Africa, 14 potenze europee, più gli Stati Uniti, si erano spartite le zone di influenza in quel continente allo scopo di evitare guerre tra Paesi europei per la spartizione coloniale dell’Africa.
Ora un capitalismo senescente aggiorna le precedenti teorizzazioni geostrategiche in cui il soggetto principale sono gli Stati Uniti con la dottrina Monroe stilata nel 1823. Questa ben due secoli fa opponendosi all’ingerenza delle potenze europee voleva impedire la formazione di nuove colonie europee in tutto il continente americano ritenuto sua primaria area di influenza.
Nel tempo questa dottrina è stata modificata e ora è confermata ed ampliata dall’attuale presidente Trump, efficiente paladino dell’imperialismo americano, con la sua pretesa di influenza oltre che sul Canada anche sulla Groenlandia al fine di controllare future strategiche vie marittime nei mari artici che si vengono ad aprire grazie allo scioglimento dei ghiacci, causato dal cambiamento climatico. Occorre precisare che a questa “corsa all’Artico” partecipano anche Cina, Russia ed Unione Europea.
Ulteriori passi per la realizzazione di questo progetto statunitense riguardano i paesi del Centro-America con la rivendicazione su Panama e il suo strategico canale e la pressione militare sul Venezuela con la fasulla e pretestuosa scusa della lotta ai narcotrafficanti che cela invece interessi americani sulle enormi e varie materie prime colà ancora non sfruttate, anche se il termine più idonee sarebbe depredate.
Il vecchio motto: l’America agli Americani si è trasformato da una strategia difensiva nazionale ad una di espansione geopolitica.
Nello scorso settembre sono circolate voci secondo le quali sarebbero iniziati alcuni contatti tra il governo afgano e l’amministrazione americana che pare interessata a riprendere la base aerea di Bagram, a poca distanza da Kabul, riconsegnata ai talebani subito dopo il ritiro americano nel 2021. Secondo il biondo presidente Trump questa sarebbe prossima a un sito in Cina dove si costruiscono armi nucleari. Ovvia la smentita degli altri interessati che mal sopporterebbero una base aerea a stelle e strisce nel loro giardino di casa.
Nel 2005 la società americana di consulenze strategiche Booz Allen Hamilton ha denominato “Filo di perle” la strategia marittima cinese nell’Oceano indiano messa in atto con lo scopo di assicurarsi una valida sequenza di porti a doppio utilizzo, civile e militare necessario a sviluppare e proteggere le vie commerciali marittime assolutamente indispensabili ad invadere di merci tutto il pianeta. Complementare a questa strategia è stato il lancio nel 2015 del CPEC ovvero il corridoio economico Cina Pakistan per collegare la Cina al porto pakistano di Gwadar sul Mar Arabico, reso possibile finanziando e costruendo una serie di infrastrutture terrestri, linee ferroviarie e stradali, realizzato allo scopo di creare una linea di comunicazione commerciale ed energetica in alternativa alle rotte marittime attraverso il Mar Cinese e all’eventuale blocco navale americano messo a “protezione” dell’indipendenza di Taiwan. Questo è parte di un ben più esteso progetto cinese detto BRI ovvero Belt and Road Initiative con finalità geografiche molto più estese arrivando a toccare il continente africano e quello europeo. Torneremo in un lavoro apposito sull’argomento geostrategico cinese.
Mentre la Russia è intenta a risolvere la sua situazione in Ucraina, gli altri imperialismi stanno nel frattempo intessendo le loro alleanze economiche e militari non potendo per le loro minori dimensioni svolgere un ruolo primario nel prossimo scenario di guerra.
Sarà lo sviluppo della crisi di sovrapproduzione a dettare i tempi e i modi, ora ancora imprevedibili, del corso degli eventi che comunque sia si risolveranno in una brutale distruzione di merci e di proletari; questi ultimi potranno però cambiare questo destino, ma solo con la rivoluzione proletaria.
Solo attraverso questa via il proletariato mondiale sotto la guida del Partito Comunista si può ribellare al giogo dell’ormai agonizzante sistema capitalista, disfarsi di miseria e guerra e giungere all’unico “luogo” possibile per la realizzazione della sua reale libertà: il Comunismo, esclusivo mondo possibile alla esistenza umana come gioiosa e fruttuosa coesistenza con gli altri esseri viventi, e come godimento dei frutti della natura preservata al futuro della Specie umana.