Le crisi del capitalismo: un’analisi e una cronaca
Nel terzo libro de “Il Capitale” si legge come il credito appare il tentativo di superare i limiti del capitale. Marx qui parla del credito «come leva principale in funzione della sovrapproduzione e della speculazione esasperata nel commercio, che forza fino all’estremo limite il processo di riproduzione».
In questo processo gioca un ruolo essenziale il cosiddetto capitale produttivo di interesse, cioè capitale che viene dato in prestito dal proprietario al capitalista industriale. «Con lo sviluppo del capitale produttivo di interesse e del sistema produttivo ogni capitale sembra raddoppiarsi ed in alcuni casi triplicarsi a causa dei diversi modi in cui lo stesso capitale o anche lo stesso titolo di credito appare in forme diverse in mani diverse. La maggior parte di questo capitale monetario è puramente fittizio».
Il capitale ha necessità di una continua ed inarrestabile valorizzazione, ma questa è fondata sul carattere antagonistico della produzione capitalistica e quindi sullo sviluppo effettivo delle forze produttive che devono, in regime capitalistico, garantirne la crescita costante; crescita che è d’altronde un limite a questo stesso sviluppo, che è però sostenuto ed accelerato dal sistema creditizio; «ma al tempo stesso il sistema creditizio accelera le crisi, le violente eruzioni di questa contraddizione e quindi gli elementi della dissoluzione del vecchio modo di produzione». (citato dal III Libro, capitolo 30).
Una difficoltà, questa, una criticità nel processo di riproduzione che lo ostacola in modo grave, quando si verifica per qualunque motivo (ivi compresa qualunque crisi strettamente finanziaria) una mancanza di credito, «è la massa non del capitale inattivo (cioè temporaneamente fuori dal processo di riproduzione) in cerca di investimento, ma del capitale ostacolato nel suo processo di riproduzione, che raggiunge il suo culmine proprio quando anche la mancanza di credito raggiunge il suo culmine».
Qui è descritto il processo inarrestabile della crisi capitalistica, la sua natura che è essenzialmente intrinseca al processo di produzione stesso. Sullo sfondo si mostrano le crisi strettamente finanziarie che prosperano «fino al più puro e colossale sistema di imbroglio e di gioco d’azzardo, nonché lo sfruttamento della ricchezza sociale da parte di pochi». (ibidem).
Per Marx il credito è uno dei principali strumenti con cui il capitale tenta di superare i propri limiti.
Per quanto attiene al processo di riproduzione, mediante il credito, tutto il capitale disponibile e potenziale, quello cioè detenuto non dai capitalisti ma da altri soggetti, spinge la produzione oltre i suoi limiti. E quando il credito si contrae, e la sua disponibilità cala, qualunque sia la ragione, allora la crisi appare come crisi creditizia e monetaria.
In breve, la nostra dottrina correla strettamente crisi del credito e crisi capitalistica, ma evidenzia essenzialmente questa seconda come innesco della prima, che però ne accresce le dimensioni e la gravità. La nostra dottrina sgombra il campo in modo definitivo da giustificazioni di mancanza di moralità, dal richiamo all’individuale brama di guadagno, dagli “errori” causati dalla maledetta “fame d’oro”, dalla scarsa lungimiranza di banchieri e finanzieri che non hanno visto in tempo l’approssimarsi della crisi, ma riporta appunto “la crisi” alla dinamica del capitalismo.
Ai tempi in cui fu concepito e scritto “Il Capitale” le sue crisi scoppiavano ad intervalli abbastanza costanti, ma non tanto gravi e generalizzate. Nel secolo scorso invece le crisi si sono manifestate a intervalli più lunghi, ma con effetti ben più dirompenti. Il concetto che però è sempre stato espresso tanto dalle autorità economiche degli Stati che dai teorici borghesi di ogni scuola, è che dalla finanza il contagio si è diffuso all’economia “reale”.
Marx denuncia duramente questa teoria, che si fonda sulla convinzione che il capitalismo sia di per sé un sistema neutro, che sviluppa al meglio le potenzialità del lavoro e della tecnica, e trovi la sintesi del suo imparziale funzionamento nel “mercato”, in cui si armonizzano tutti i contrasti tra produttori e utilizzatori. Crisi dovuta “all’eccesso di speculazione e all’abuso del credito”
È la tesi che rovescia completamente il rapporto causa-effetto che fu espressa nel 1858 in relazione alla ricerca delle cause da parte della Commissione inglese incaricata di redigere un rapporto sulla grave crisi di quel periodo, ed è il principio teorico di ogni analisi borghese.
Come per la crisi immobiliare del 2007 negli USA, la caduta degli investimenti delle imprese dovuta principalmente ad un eccesso di capacità produttiva, cioè la sovrapproduzione, precede lo scoppio della bolla creditizia che prima la maschera, e poi, quando esplode, sembra, ma a torto, di esserne la causa.
E parimenti le ricette teoriche e pratiche messe in atto perché “questa volta” il disastro non si verifichi più sono le più disparate e fantasiose; salvo casi particolari che hanno consentito al più potente imperialismo di operare oltre i limiti del proprio debito statale.
Il ciclo del credito che si sviluppa oltre le necessità della produzione e viene impiegato in gran copia anche per la speculazione finanziaria è comunque un fenomeno già noto ai tempi di Marx, ben conosciuto fino dai tempi de “Il Capitale”: l’attività speculativa viene messa in atto per ottenere livelli di profitto non altrimenti raggiungibili. Marx già evidenziava che «tutte le nazioni a conduzione capitalistica vengono colte da una vertigine nella quale vogliono far denaro senza la mediazione del processo di produzione». Questo mondo iridescente, senza sostanza materiale, senza che la produzione di merci e il meccanismo di valorizzazione del capitale abbia luogo, nella sostanza non è qualcosa che presenti caratteristiche diverse rispetto alle grandi crisi finanziarie del ‘900 e a quelle del nuovo millennio.
Un dato comune ad ogni crisi del credito, sia questo rivolto alla produzione, o alla pura speculazione finanziaria, è la cosiddetta (definizione di lord Keynes) trappola della liquidità: condizione per cui, anche con tassi di interesse molto bassi, non viene fatto ricorso al credito, il denaro non viene speso né investito a fini produttivi, ma tesaurizzato.
In tutte le crisi del credito si verifica questo comportamento da parte dei detentori di capitale monetario. Leggiamo da “Accumulazione di capitale monetario”, III libro de “Il Capitale”, cap. 26: «Per quanto attiene la tesaurizzazione delle banche durante la crisi del 1847 […] Poiché la Banca era costretta ad aumentare sempre di più il suo saggio di interesse, le apprensioni divennero generali; le banche di provincia accrebbero le riserve di denaro in loro possesso e parimenti le loro riserve di banconote […]. La conseguenza fu così una tesaurizzazione generale […]».
Ma la caduta di capitale fittizio, cioè Titoli di Stato, azioni, ed in generale ogni altro tipo di investimento speculativo-finanziario non comporta distruzione reale di capitale, ma semplicemente “un trasferimento della ricchezza da una mano ad un’altra”, il che significa che i crolli nel comparto della finanza non sono distruzioni di capitale, che possono far ripartire il ciclo di accumulazione del capitale, ed in sostanza, l’economia reale.
La soluzione messa ogni volta in atto per rimediare o almeno tener sotto controllo il processo della crisi è sempre quello di trasformare il debito privato (il “debito” è l’altra faccia del “credito”; dove c’è l’uno, c’è evidentemente anche l’altro) in debito pubblico, o, come si dice “sovrano”. Lo Stato impegna risorse di cui dispone, o che non ha, e che reperisce nei modi abituali, imposizioni fiscali più dure, emissione di titoli di debito, e così via, aumentando le condizioni per una crisi ulteriore.
Questo in generale, ma nel secondo dopoguerra una condizione tutt’affatto particolare dello schieramento imperialistico mondiale ha reso possibile ad uno Stato dilatare oltre misura il limite della possibilità della crisi finanziaria ed ha permesso di mettere in atto misure di contenimento che in altre condizioni avrebbero provocato una crisi non altrimenti controllabile, sul tipo di quella del 1929.
È evidente che in questa situazione, per gli Stati Uniti il predominio del dollaro come divisa generale di conto è essenziale, ed essenziale è mantenere in ogni modo le condizioni politiche (che significano anche militari) che questo privilegio da primo imperialismo mondiale consentono. Quanto ancora possano durare, non è dato, per ora, quantificare. Ma il processo di erosione non si arresta, e parimenti si irrigidisce l’atteggiamento bellico americano.
Il futuro è quindi necessariamente “guerra”, quando, insieme alle condizioni di crisi generale ed irreversibile del capitalismo, crollerà del pari il predominio finanziario USA.
Il nostro lavoro rivoluzionario esamina con regolarità la situazione produttiva e commerciale del capitalismo, secondo i vari Stati e le loro economie. Qui vogliamo dare un cenno all’altra componente della crisi, quella legata in modo particolare alla finanza; e se vogliamo trattare delle crisi capitalistiche di questo secondo dopoguerra, si deve partire dalla fine degli anni ’60. L’epicentro, come nel ’29, è sempre lo Stato del primo imperialismo mondiale, per una anche sommaria descrizione di queste turbolenze, il punto di partenza sono le vicende finanziarie degli USA.
È in quel periodo che si chiude la fase di crescita economica postbellica e l’economia americana torna a sviluppare la propensione al debito. L’impiego del “capitale produttivo di interesse” segna una crescita sempre più imponente, e in parallelo con la crescita della leva del credito, cresce l’instabilità finanziaria; nel periodo da 1945 al 1975 negli USA non si erano verificate mai crisi bancarie, che invece si riaffacciano nel decennio seguente. Con l’abbandono del Gold Standard nel 1971 il processo di finanziarizzazione procede senza freni, ed il dollaro diventa la moneta fiduciaria, inondando il mondo. Il suo ruolo si consolida nel 1973 con la crisi petrolifera, e divenuto moneta mondiale al posto dell’oro, assume anche il ruolo di moneta-rifugio in tutte le tempeste finanziarie che scuotono gli altri Stati. Parimenti viene liquidato il sistema di leggi e disposizioni che era stato costruito per evitare un nuovo ’29, togliendo i limiti posti all’attività speculativa bancaria.
E cominciarono i fallimenti delle casse di risparmio americane, con il solito sistema di “recupero”, l’intervento statale che gonfia il debito pubblico. Nel resto del mondo le crisi continuano ad esplodere. Negli anni ’90 lo scoppio della bolla finanziaria del Giappone che entra in una stagnazione di oltre un decennio; nel ’97 entrano in crisi i paesi del sud-est asiatico, detta la crisi delle “Tigri Asiatiche”, crisi borsistica provocata da una speculazione senza freni, e l’anno dopo anche la Russia è colpita con violenza. Grandi capitali che fuggono dalle borse asiatiche ed europee e si “rifugiano” a Wall Street, dando esca nel 2000 alla bolla delle “dot com”, la “new economy” con speculazioni vertiginose sulle tecnologie emergenti.
È un parossistico ciclo del credito che ha ridotto drasticamente, per necessità oggettiva di profitto, il sostrato della produzione, ciclo che non consente più, in generale, i profitti che un sistema in decomposizione abbisogna per continuare a vivere.
Il crack borsistico della “new economy” viene riassorbito in tempi brevi, dopo il solito gigantesco passaggio di denaro da “sciocchi” a “furbi”, e la recessione americana del 2001 ha termine dopo il solito sistema di grandi masse di liquidità messe a disposizione dalle finanze statali. Questa politica monetaria è stata resa possibile, in questa fase, da due condizioni particolari: bassi livelli di inflazione, e quindi tassi di interesse ai minimi valori del periodo, e ruolo di valuta di riserva internazionale del dollaro.
Il saldo commerciale degli Stati Uniti è in passivo dal 1976, e qualunque sistema economico in queste condizioni di espansione del credito avrebbe pagato con una profonda crisi del debito, evitata appunto dal ruolo che la divisa statunitense gioca nel mondo. Così gli Stati Uniti d’America si sono potuti permettere di emettere moneta (attualmente in forma smaterializzata, digitale, ma questo non cambia assolutamente la sostanza del processo) senza vincoli di bilancio.
Nei primi anni 2000 i bassi tassi di interesse, legati alla enorme disponibilità di denaro alimentano tanto il credito che la bolla immobiliare, comparto sul quale si sono stipulati mutui in quantità enormi.
Quando, a cominciare dal 2006, i prezzi degli immobili hanno iniziato fisiologicamente a calare, è scoppiata la crisi dovuta all’impossibilità di onorare i mutui contratti. Prima sulle finanziarie che avevano aperto quelle posizioni e poi le banche esposte che sono prima entrate “in sofferenza” poi sono crollate; il fallimento della Lehman Brothers ne è un esempio lampante.
Questa la crisi dei mutui “subprimes”, cioè mutui, ovvero concessione di fondi, senza titoli certi a garanzia; anno 2008. Ancora una volta il ricorso ad un sofisticato sistema di salvataggio sempre a carico dello Stato ha consentito di riassorbire la crisi, durata oltre un anno. Crisi che però si propagò negli anni seguenti in Europa, quando “i debiti sovrani crebbero, con l’ampliamento dei differenziali di rendimento dei titoli (i famosi “spread) e l’assicurazione di rischio sui credit default swap, tra questi paesi e gli altri membri UE, per lo più la Germania”; in altre parole, quando gli Stati col debito più alto (rapportato al PIL) iniziarono a pagare cifre insostenibili per onorare i termini fiscali del meccanismo finanziario di “assicurazione” contro “il default”, in parole povere, il “fallimento”.
La storia di questa crisi secondaria finisce con la solita soluzione, l’accordo nel 2011 incrementando di oltre 1000 miliardi di euro il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (EFSF) istituito nel 2010 con una dotazione di 750 miliardi di euro. La divisa “Euro” rimase così stabile nei confronti delle monete dei principali partner commerciali della UE.
Questa vicenda, dal 2008 al 2011 evidenzia bene come l’esplodere della crisi nel campo dell’economia produca a cascata crisi ancora più violente in quello della finanza, che si propagano poi anche fuori dai confini nazionali dell’area in cui per prima si è prodotta.
Accenniamo qui solo di sfuggita alla crisi produttiva e finanziaria indotta dalla pandemia di Covid formalmente riconosciuta a dicembre del 2019 e deflagrata nel 2020, con la sospensione di gran parte delle attività economiche, con effetti violenti sui mercati delle materie prime e con tutta una serie di effetti che, a due anni dalla dichiarazione di uscita dall’emergenza e quindi di ripresa delle attività capitalistiche, ancora nel 2025 non è stata del tutto superata, ed anzi ha condotto all’aumento delle disponibilità degli Stati con l’incremento dei fondi per controllare ed uscire dall’emergenza.
Anche il comparto edilizio in Cina, nelle stesse condizioni della crisi “subprimes”, ha portato al fallimento del colosso immobiliare cinese Evergrande che è stato il simbolo della crescita economica del paese, crollato a fronte di un indebitamento di oltre 300 miliardi di dollari in seguito alla crisi del settore immobiliare. Le analogie con i fallimenti di Freddie Mac e Fannie Mae, i due colossi finanziari erogatori dei famigerati mutui senza titoli di garanzia, sono evidenti.
Evergrande non ha potuto onorare la sua esposizione nel 2021, la sua liquidazione è stata decretata nel gennaio del 2024, ed è stata eliminata dai listini borsistici nell’agosto 2025. A catena, altri colossi dell’immobiliare, come Country Garden e Sunac sono stati travolti dal crack, lasciando milioni di acquirenti con mutui da pagare ed appartamenti non consegnati.
Dal 2021, dopo quattro anni gli effetti non sono stati ancora del tutto riassorbiti. E molte amministrazioni provinciali si trovano ancora in una sorta di trappola finanziaria, incapaci di pagare i debiti accumulati in anni di boom edilizio.
È un meccanismo classico delle crisi capitalistiche. “I governi non investono, le imprese non costruiscono, le famiglie non comprano”, come sentenziano i soloni dell’economia, credendo di aver scoperto chissà cosa.
Certo lo Stato cinese ha altre potenti risorse, ma ne traiamo la riconferma della crisi finanziaria a seguito di quella della produzione. Esattamente come previsto dalla nostra scienza economica.
Le contraddizioni nel campo della finanza e nel processo di produzione non si sono certo attenuate, anzi emergono con sempre maggior virulenza. Il debito degli Stati cresce in modo sempre più accelerato, e gli interventi nel campo della finanza continuano ad aumentarlo, senza che si inverta la tendenza. Guerre e scontri testimoniano la gravità irreversibile della crisi ormai ventennale.
Non siamo facili profeti di sventura, né abbiamo la presunzione di fornire “date precise” al crollo economico di questo mondo fondato sul profitto ad ogni costo. Ma non possiamo non vedere quanto si stia avvicinando il redde rationem, quanto le continue guerre e scontri, effetti “politici” in senso lato, in questa fase terminale distruggono tutte le certezze politiche ed economiche del mondo ed aprono di nuovo le condizioni per la ripresa del moto di classe.
Ciò che ancora manca è il partito della rivoluzione, il Partito Comunista; senza il quale ogni movimento della classe dei senza riserve, per quanto violento e coraggioso sia, non ha speranza di poter sconfiggere il mostro della guerra mondiale.
Finché c’è guerra c’è business garantito
Da numerosi anni osserviamo con attenzione l’attuale prolungato periodo di generale crisi capitalista durante i quali le maggiori economie avvertono pesantemente la crisi di sovrapproduzione delle merci, sovrapproduzione che rallenta e inceppa il ciclo della riproduzione del capitale investito. Un’enorme massa di merci prodotte non trova un altrettanto enorme mercato solvibile, cioè con il denaro sufficiente per l’acquisto; le crisi si manifestano nella loro criticità quando i magazzini strabordano di merci invendute.
Dalla nostra analisi marxista sappiamo che il capitale per uscire da questa situazione licenzia le migliaia di operai ritenuti in esubero e chiude centinaia di fabbriche. Se questo non fosse sufficiente al capitale destinato alla produzione di merci rimangono due possibilità: una generale riduzione dei salari reali oppure in ultima istanza una guerra mondiale che possa distruggere merci e popolazione in esubero dove la maggior quota di essa sono proletari.
Ne è un esempio tipico la seconda guerra mondiale che, terminata nel 1945 ha permesso una veloce ripresa del ciclo capitalistico, ricordata come il boom economico. Questo intenso riavvio è durato fino al 1973 dopo di che si sono succedute crisi di varia intensità seguite da sempre più deboli riprese sino a giungere alla situazione attuale di generale crisi con sempre più fabbriche chiuse ed un esercito di proletari licenziati.
Noi marxisti ben sappiamo che non è possibile trasformarlo in un “capitalismo dal volto umano”, ovvero tale che sappia autoregolarsi e dunque razionalmente organizzare la produzione allo scopo di mitigare le nefaste conseguenze delle sue crisi. Il Capitalismo non è riformabile per le sue specifiche caratteristiche tra cui quella basata sulla spietata concorrenza tra i vari capitalismi che non possono rinunciare ad alcuna guerra commerciale pur di sconfiggere altri capitalismi. Sappiamo altresì dalla nostra dolorosa esperienza storica che i vari capitalismi si alleano immediatamente solo per combattere il proletariato qualora questo si organizzi per abbatterne uno con la lotta estrema. Nel capitalismo la guerra è una necessità e non un’insana decisione di un capo di stato impazzito; tutto è calcolato, e incerto è solo il risultato finale. Il proletariato è in ogni caso sempre la vittima sacrificale di queste manovre.
Dalla guerra commerciale alla guerra guerreggiata il passo è breve. La guerra guerreggiata va accuratamente preparata nei tempi e nei modi , e vanno trovati eventuali alleati; la sua estensione rispecchia la profondità della crisi capitalistica. Il “casus belli” lo si trova o si inventa al momento opportuno.
Da tempo si prepara a questo scenario la cosiddetta “opinione pubblica” parlando di una terza guerra mondiale a pezzi considerando la quantità e crudezza dei conflitti in atto.
Ma quante e quali tipi di guerre sono attualmente in atto e a che tipo di conflitto si sta preparando?
Partiamo da quelle in essere. Attualmente si calcolano 56 o 59 guerre attive, secondo autorevoli centri studi del settore. Secondo una terza istituzione internazionale i conflitti in atto invece sono oltre 100.
Secondo le loro statistiche, praticamente una contabilità di morte, gli istituti borghesi hanno così classificato i conflitti: Conflitti interstatali: rari ma estremamente devastanti come il caso di quello tra Russia ed Ucraina; Conflitti intra-statali ossia guerre civili che contrappongono gruppi armati al governo come in Siria, Sudan, Yemen. Segue la categoria della cosiddetta Violenza non statale caratterizzata da scontri tra gruppi armati non ufficiali, come i cartelli in America Latina, in Messico e Colombia. Per ultima è indicata la Violenza unilaterale entro cui vi sono intensi e ripetuti attacchi deliberati contro i civili, particolarmente frequenti in Medio Oriente e nell’Africa sub-sahariana.
Considerandone l’intensità sono catalogate in Estrema, Alta, Turbolenta e Bassa o Inattiva indicate con differenti colori nelle loro cartine e atlanti dedicati.
Ovviamente sono presenti tabelle con dati e statistiche varie e loro osservazioni in merito che dovrebbero fornire elementi per delineare un prossimo scenario soprattutto per quanto riguarda gli importanti conflitti interstatali che dovrebbero segnare una nuova distribuzione delle aree di influenza e dominio economico tra le attuali grandi potenze capitalistiche con eventuali alleanze e aggregazioni.
Usa, Cina, Russia, India e Turchia sono gli attori principali di queste considerazioni cui seguiranno come gregari altre economie di livello inferiore.
Nel precedente periodo dell’espansione di un ancor giovane capitalismo nel mondo, a Berlino nel 1884 in una Conferenza per l’Africa, 14 potenze europee, più gli Stati Uniti, si erano spartite le zone di influenza in quel continente allo scopo di evitare guerre tra Paesi europei per la spartizione coloniale dell’Africa.
Ora un capitalismo senescente aggiorna le precedenti teorizzazioni geostrategiche in cui il soggetto principale sono gli Stati Uniti con la dottrina Monroe stilata nel 1823. Questa ben due secoli fa opponendosi all’ingerenza delle potenze europee voleva impedire la formazione di nuove colonie europee in tutto il continente americano ritenuto sua primaria area di influenza.
Nel tempo questa dottrina è stata modificata e ora è confermata ed ampliata dall’attuale presidente Trump, efficiente paladino dell’imperialismo americano, con la sua pretesa di influenza oltre che sul Canada anche sulla Groenlandia al fine di controllare future strategiche vie marittime nei mari artici che si vengono ad aprire grazie allo scioglimento dei ghiacci, causato dal cambiamento climatico. Occorre precisare che a questa “corsa all’Artico” partecipano anche Cina, Russia ed Unione Europea.
Ulteriori passi per la realizzazione di questo progetto statunitense riguardano i paesi del Centro-America con la rivendicazione su Panama e il suo strategico canale e la pressione militare sul Venezuela con la fasulla e pretestuosa scusa della lotta ai narcotrafficanti che cela invece interessi americani sulle enormi e varie materie prime colà ancora non sfruttate, anche se il termine più idonee sarebbe depredate.
Il vecchio motto: l’America agli Americani si è trasformato da una strategia difensiva nazionale ad una di espansione geopolitica.
Nello scorso settembre sono circolate voci secondo le quali sarebbero iniziati alcuni contatti tra il governo afgano e l’amministrazione americana che pare interessata a riprendere la base aerea di Bagram, a poca distanza da Kabul, riconsegnata ai talebani subito dopo il ritiro americano nel 2021. Secondo il biondo presidente Trump questa sarebbe prossima a un sito in Cina dove si costruiscono armi nucleari. Ovvia la smentita degli altri interessati che mal sopporterebbero una base aerea a stelle e strisce nel loro giardino di casa.
Nel 2005 la società americana di consulenze strategiche Booz Allen Hamilton ha denominato “Filo di perle” la strategia marittima cinese nell’Oceano indiano messa in atto con lo scopo di assicurarsi una valida sequenza di porti a doppio utilizzo, civile e militare necessario a sviluppare e proteggere le vie commerciali marittime assolutamente indispensabili ad invadere di merci tutto il pianeta. Complementare a questa strategia è stato il lancio nel 2015 del CPEC ovvero il corridoio economico Cina Pakistan per collegare la Cina al porto pakistano di Gwadar sul Mar Arabico, reso possibile finanziando e costruendo una serie di infrastrutture terrestri, linee ferroviarie e stradali, realizzato allo scopo di creare una linea di comunicazione commerciale ed energetica in alternativa alle rotte marittime attraverso il Mar Cinese e all’eventuale blocco navale americano messo a “protezione” dell’indipendenza di Taiwan. Questo è parte di un ben più esteso progetto cinese detto BRI ovvero Belt and Road Initiative con finalità geografiche molto più estese arrivando a toccare il continente africano e quello europeo. Torneremo in un lavoro apposito sull’argomento geostrategico cinese.
Mentre la Russia è intenta a risolvere la sua situazione in Ucraina, gli altri imperialismi stanno nel frattempo intessendo le loro alleanze economiche e militari non potendo per le loro minori dimensioni svolgere un ruolo primario nel prossimo scenario di guerra.
Sarà lo sviluppo della crisi di sovrapproduzione a dettare i tempi e i modi, ora ancora imprevedibili, del corso degli eventi che comunque sia si risolveranno in una brutale distruzione di merci e di proletari; questi ultimi potranno però cambiare questo destino, ma solo con la rivoluzione proletaria.
Solo attraverso questa via il proletariato mondiale sotto la guida del Partito Comunista si può ribellare al giogo dell’ormai agonizzante sistema capitalista, disfarsi di miseria e guerra e giungere all’unico “luogo” possibile per la realizzazione della sua reale libertà: il Comunismo, esclusivo mondo possibile alla esistenza umana come gioiosa e fruttuosa coesistenza con gli altri esseri viventi, e come godimento dei frutti della natura preservata al futuro della Specie umana.
Contro l'attacco padronale e contro il sindacato di regime che divide le lotte, fronte unico di classe!
In occasione degli scioperi generali nazionali indetti, in date diverse, dai sindacati di base e dalla CGIL, il partito ha diffuso tra i partecipanti alle relative dimostrazioni il seguente volantino, che ribadisce lo storico atteggiamento di partito in merito.
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Nella prospettiva del riarmo generalizzato proclamato dai maggiori stati del panorama imperialistico, premessa del dilagare del conflitto sempre più esteso alla scala mondiale, anche la classe dominante in Italia, e per essa il suo Stato, sta raccogliendo e indirizzando le risorse economiche verso la mobilitazione bellica (altro che ospedali e scuole!). Ma, se da un lato si prepara a premere ulteriormente sulle condizioni del proletariato, punta anche a blandire i ceti medi e le aristocrazie operaie per assicurarsene il supporto. È così che la recente Legge di Bilancio, sconta vantaggi fiscali più consistenti per i redditi più elevati, praticamente irrisori per la maggioranza dei proletari.
Contro questa finanziaria è stato indetto lo sciopero generale per il 28 Novembre da parte del sindacalismo di base. Sciopero che viene poi disarticolato da parte della CGIL che proclama invece la mobilitazione per il 12 Dicembre.
Questo comportamento, che vorrebbero giustificato da diverse “piattaforme” messe in campo, è inaccettabile perché divide i lavoratori e indebolisce il fronte di lotta!
Aumenti salariali inversamente proporzionali (maggiori per i peggio pagati)!
Salario integrale per i disoccupati!
Queste le rivendicazioni di base di un’unica piattaforma che deve essere avanzata da un unico fronte sindacale!
Risulta evidente come, di fronte alle prospettive di un’economia di guerra, dove le condizioni della classe lavoratrice verranno duramente attaccate, è indispensabile che essa si raccolga in un’unica organizzazione: un sindacato di classe che, contro i sacrifici richiesti in nome dell’economia nazionale e della mobilitazione bellica, persegua una politica rivolta alla difesa intransigente delle condizioni di vita dei lavoratori!
Ponendosi su questa strada la classe proletaria tornerà ad incontrare il suo Partito in grado di condurla sull’unica via percorribile per la sua emancipazione che non passa per la democrazia parlamentare, ma muove verso la rivoluzione comunista!
Firenze, 28 novembre e 12 dicembre 2025
Riunione Generale internazionale del partito di settembre, come sempre punto di riferimento del lavoro di partito Pt. 2
Continua in questo numero la pubblicazione dei riassunti dei rapporti presentati.
L’asservimento sindacale agli interessi dell’imperialismo
Scopo di questo rapporto è stato quello di dimostrare come il regime borghese, raggiunta la sua fase imperialista, ha necessità di assoggettare il movimento sindacale ai propri interessi di classe e lo fa in modo pressoché identico in tutti i paesi di avanzato sviluppo capitalistico. “Vie nazionali” qualora esistano si limitano a dettagli di forma più che di sostanza.
La borghesia non può più proporsi la distruzione fisica delle organizzazioni del proletariato ed è costretta a riconoscerne l’esistenza. Essa però oltre a creare propri sindacati bianchi e gialli tenta anche di influenzare le organizzazioni operaie “rosse” dall’interno attraverso le direzioni riformiste sempre pronte alla collaborazione con la classe nemica. Queste direzioni collaborazioniste, in mancanza di un forte partito rivoluzionario ed una spinta veramente classista del proletariato, si svilupparono progressivamente fino a divenire, alla vigilia della prima guerra mondiale, dominanti sia a livello politico, nei partiti della II Internazionale, che a quello sindacale.
Dunque dopo avere presentato, attraverso una serie di citazioni dai nostri testi classici, la posizione del marxismo rivoluzionario e del partito riguardo alla questione sindacale, si è passati ad analizzare il contegno della CGdL (Confederazione Generale del Lavoro) durante tutto l’arco temporale della guerra.
Attraverso una accurata documentazione è stato dimostrato come i vertici sindacali della CGdL, fin dal periodo della neutralità dell’Italia, si fossero dichiarati pronti a scendere in guerra a fianco della coalizione delle nazioni “democratiche”, consegnando il proletariato al nemico di classe spingendolo nella carneficina mondiale. Nel corso della guerra poi questa “sacra unione” divenne sempre più stretta. Ma la medesima cosa si verificava in tutti gli altri paesi belligeranti.
Fu proprio durante il periodo bellico che si cominciò a teorizzare la comunanza di interessi tra le due classi antagoniste (borghesia e proletariato) sotto l’arbitrato “imparziale” dello Stato. Come vedremo nel corso dei prossimi rapporti il fascismo si impossessò di questo concetto per la teorizzazione dello Stato corporativo.
Siamo passati poi al successivo capitolo sui destini del proletariato nei piani dell’imperialismo.
La guerra aveva segnato definitivamente uno spartiacque storico irreversibile, la socialdemocrazia era ormai un elemento portante della conservazione borghese a tutti i livelli ed altrettanto reazionaria sarebbe stata la politica sindacale diretta dai bonzi socialdemocratici.
Al contempo in Russia era da poco scoppiata quella rivoluzione che minacciava di dilagare nell’Europa intera e far crollare tutti i piani del nuovo ordine imperialista scaturito dalla guerra.
Perciò gli Stati imperialisti vincitori, al fine di prevenire il riaccendersi a scala nazionale ed internazionale di un movimento veramente sindacale di classe, diedero vita ad una loro Organizzazione Internazionale del Lavoro, come articolazione del sistema della Società delle Nazioni, alla quale i sindacati collaborazionisti prontamente aderirono.
Nel novembre 1919 governo degli Stati Uniti, in virtù dell’art. 424 del Trattato di Versailles, apriva a Washington la prima sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro, dove si stabilì che alla guida dell’Ufficio Internazionale fosse nominato un Consiglio composto da 24 membri: 12 rappresentanti dei governi borghesi, 6 rappresentanti degli industriali, e 6 sindacalisti del peggiore opportunismo. Altra anticipazione a livello internazionale del sistema corporativo.
Nel frattempo ad Amsterdam era stata restaurata l’Internazionale sindacale gialla, che non mancò di dichiararsi favorevole all’Ufficio Internazionale del lavoro, aderendo così, con legame indissolubile, alle necessità dell’imperialismo mondiale.
Il ciclo si chiude con il completo aggiogamento delle centrali sindacali al carro delle rispettive borghesie nazionali, con la loro utilizzazione per la mobilitazione patriottica dei lavoratori. E anche questo è un traguardo che la borghesia raggiunse a livello internazionale.
Marcia su Mosca, seconda fase
Denikin, considerata conclusa positivamente la prima fase dell’operazione per colpire Mosca e il cuore della rivoluzione bolscevica, passò ad organizzare la fase centrale della complessa manovra. Gli era necessaria la conquista della città di Kursk, ritenuta un valido punto per il successivo assalto su Mosca. Vi destinò quindi buona parte delle sue truppe, cui si contrapponevano quelle dell’Armata rossa, in un evidente squilibrio: netta superiorità dell’artiglieria rossa, il doppio di quella bianca anche se con scarso munizionamento, ma spaventosa supremazia della cavalleria bianca in rapporto di 7 a 1 su quella rossa. La cavalleria cosacca fu determinante in quelle sterminate steppe.
Kursk fu conquistata dai bianchi il 19 settembre, creando un vistoso varco nelle linee rosse che Denikin cercò di estendere in direzione di Voronez utilizzando la cavalleria dei Lupi di Škuro. Nel frattempo continuava la devastante incursione del cosacco Mamontov nelle retrovie rosse al punto che, stracarichi di bottino dovuto alle loro razzie, i cosacchi decisero di abbandonare il fronte loro assegnato per rientrare nei loro territori d’origine. Škuro conquistò Voronez e per l’Armata rossa emerse l’assoluta necessità di dotarsi di adeguata cavalleria. Abbiamo letto alcune pagine dagli “Scritti militari” di Trotzki in merito all’analisi della situazione militare e delle superabili difficoltà a dotarsi di forze di cavalleria, soprattutto ora che Denikin minacciava la conquista di Tula, sede dello storico arsenale militare e a soli 195 km da Mosca. Da “L’acciaio di Tula” di Trotzki abbiamo letto la sua analisi in merito.
In seguito ai nuovi sviluppi militari i due fronti impiegarono ben tre settimane per riallineare le loro unità. In seguito ad un accordo di non belligeranza con i bolscevichi, si era riorganizzato l’Esercito insurrezionale di Machno per un’Ucraina anarchica e indipendente che costituiva un grave problema per Denikin, che nel frattempo controllava tutta l’Ucraina. Per contrastare questo pericolo, perché Machno era arrivato fino a Mariupol sul Mar nero e puntava su Taganrog, sede del Quartier generale delle forze bianche, Denikin dovette distogliere truppe, comprese quelle della riserva, per bloccarlo.
Intanto sulla linea del fronte centrale iniziò l’attacco bianco su Kursk e successivamente su Orel, aprendo la strada su Tula. Il comando sovietico ordinò di rallentare l’avanzata bianca per dare il tempo alle forze a difesa di Orel di organizzare una valida difesa. La battaglia iniziata il 13 ottobre si sviluppò con estrema intensità su tutto il teatro di guerra. La svolta si ebbe quando parte della XIII Armata rossa a difesa di Orel disertò provocando il collasso delle difese sovietiche.
Le truppe bianche avanzarono con grande cautela in direzione di Tula, grazie al contrasto rosso, mentre nel settore di Orel la situazione era molto fluida e incerta. Nel settore orientale lungo il Volga, la IX Armata rossa aveva preso il controllo della strategica linea ferroviaria Povorino-Caricyn, fondamentale per tutti i rifornimenti bianchi. Denikin ordinò un immediato e potente contrattacco che necessitò di oltre tre giorni di aspri combattimenti per risolversi a suo favore. Alla metà di ottobre i controrivoluzionari controllavano un esteso territorio da Caricyn, Kiev fino a Odessa, con oltre 50 milioni di abitanti.
Fu un momento di estrema crisi, perché sul settore nord-occidentale Pietrogrado era sotto attacco e a Mosca si stava preparando l’evacuazione del governo sovietico.
Per la storia del sindacato in Francia
Nel precedente rapporto sul movimento sindacale in Francia, presentato nel corso dellla riunione generale del maggio 2025, abbiamo affrontato i due aspetti delle organizzazioni economiche emergenti nel XIX secolo, ovvero le organizzazioni di mutuo soccorso per i lavoratori e le organizzazioni di lotta sindacale specifiche dei lavoratori. Abbiamo poi riassunto la situazione economica e sociale dei principali paesi europei (Gran Bretagna, Germania, Francia) alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX secolo con la comparsa di quattro tipi di sindacalismo operaio (il sindacalismo britannico collaborazionista, il sindacalismo francese anarchico, il sindacalismo tedesco nato marxista ma in evoluzione verso il riformismo, il sindacalismo comunista dell’Internazionale comunista). In questo secondo rapporto abbiamo descritto le caratteristiche del movimento operaio francese analizzate dai marxisti, prima di affrontare in un prossimo rapporto le forme sindacali che nasceranno dopo la Comune del 1871. Gli aspetti principali trattati sono stati l’alleanza rivoluzionaria tra la borghesia e il proletariato francese fino al febbraio 1848, l’importanza della piccola borghesia, terreno dell’anarchismo, il capitalismo finanziario parassitario, e infine l’imperialismo francese e la conquista delle colonie come fonte di corruzione di una parte del proletariato.
La FAO festeggia i suoi 80 anni. Mai la Merce sfamerà l’uomo. Le risorse della natura come limite del Capitale
“La produzione capitalistica sviluppa quindi la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio” (Marx, Il capitale, Libro I Cap. 13 Grande industria e agricoltura)
I dati forniti dal Rapporto SOFI, che monitora lo stato della sicurezza alimentare e nutrizionale nel mondo e pubblicato annualmente dalla FAO, affermano che nel 2024 circa ottocento milioni di persone (o poco meno), ossia circa un settimo dell’intera famiglia umana, soffrono la fame, con una stima di undici milioni di morti all’anno per fame, malnutrizione o cause correlate: praticamente le cifre di quella che può essere considerata la più sanguinosa delle guerre non guerreggiate dell’umanità.
Nei primi anni cinquanta il Partito dedicò una serie di articoli alla questione agraria, come riesposizione della teoria della rendita marxiana, incentrata sulla Sesta Sezione del Terzo Libro del Capitale a conferma che è “proprio sul terreno della questione agraria e dei suoi presupposti teorici“, il motivo centrale della critica marxista del modo di produzione capitalistico, ossia nella sua incapacità di sviluppare “la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale” senza “minare al tempo stesso le fonti primigenie di ogni ricchezza: la terra e il lavoratore” (cfr. Marx, Il capitale, Libro I Cap. 13 “Grande industria e agricoltura”)
Scrive Marx, nel terzo libro de Il Capitale:
“La grande industria e la grande agricoltura gestite industrialmente operano in comune. Se esse originariamente si dividono per il fatto che la prima dilapida e rovina prevalentemente la forza-lavoro, e quindi la forza naturale dell’uomo, e la seconda più direttamente la forza naturale della terra, più tardi invece esse si danno la mano, in quanto il sistema industriale nella campagna succhia l’energia anche degli operai, e l’industria e il commercio, dal canto loro, procurano all’agricoltura i mezzi per depauperare la terra“.
E “d’altra parte la grande proprietà fondiaria riduce la popolazione agricola ad un minimo continuamente decrescente e le contrappone una popolazione industriale continuamente crescente e concentrata nelle grandi città; essa genera così le condizioni che provocano una incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale prescritto dalle leggi naturali della vita, in seguito alla quale la forza della terra viene sperperata e questo sperpero viene esportato mediante il commercio molto al di là dei confini del proprio paese“.
Pubblicati tra il 1953 e il 1954, su Il programma comunista ( e poi raccolti poi nel volume “Mai la merce sfamerà l’uomo – la questione agraria e la teoria della rendita fondiaria secondo Marx”) è in questi articoli che ritroviamo, sulla base della solida scienza marxista, la più aspra critica al capitalismo come forma di produzione ben lontana dall’idea ricardiana di sviluppo lineare e di progresso continuo e che, invece, esaurisce le risorse del suolo e rende irrisolvibile il problema dell’alimentazione della popolazione terrena tutta intera.
“Più il capitalismo dissoda ed incivilisce, più costruisce la fame“,
“Il capitalismo non porta che fame” (Mai la merce sfamerà l’uomo)
A distanza di più di cinquanta anni da quando il Partito riespose i capisaldi teorici della questione agraria, essenza e limite dell’attuale modo di produzione, la stessa scienza borghese è oggi costretta a fare il bilancio di due secoli di “sviluppo” capitalistico sorretto dal consumo di combustibili fossili come risorsa energetica dominante, ammettendo suo malgrado, e a posteriori, la insostenibilità del sistema capitalistico.
La constatazione delle gravi contraddizioni in seno al modo di produzione capitalistico vengono però risolte dal regime borghese nell’ambito del capitalismo stesso attraverso l’attuazione di improbabili riforme, piani e progetti che inevitabilmente falliscono perché non arrivano a identificare la reale causa che, in un sistema che produce oltre l’inverosimile, affama milioni di persone.
La teoria della rendita di Marx, che considera sia la rendita differenziale che quella assoluta “vale a stabilire in modo irrevocabile la limitatezza storica della maniera capitalistica di sciogliere il rapporto tra produzione e consumo delle collettività umane: le necessità alimentari di queste non saranno mai risolte dal processo dell’accumulazione del capitale, per quanto possa procedere la tecnica, la composizione organica del capitale, la massa di prodotti ottenibili dallo stesso tempo di lavoro. Necessariamente al moderno antagonismo di classi sociali corrisponde la formazione di sopraprofitti, il nascere di rendite assolute, l’anarchia e lo sperpero nella produzione sociale. La equazione capitalismo uguale fame è irrevocabilmente stabilita. […] Per quanto la sfera della produzione degli alimenti sia fondamentale nella dinamica di ogni società, la teoria marxiana della rendita è parte centrale della descrizione del modo di produzione capitalista: diremo che ne è dal punto di vista rivoluzionario e antipossibilista la parte decisiva“. (da “Mai la merce sfamerà l’uomo”).
La teoria della rendita dimostra, quindi, senza dubbi di sorta che nel caotico e insensato modo di produzione capitalistico, basato su un indefinito numero di atti mercantili individuali, che comportano sperpero di una grande parte del prodotto sociale, è impossibile la soddisfazione dei bisogni secondo una utilità sociale. Il capitalismo è l’epoca della soddisfazione dei bisogni artificiali, e dell’insoddisfazione di quelli primari.
“La fondazione e lo svolgimento della moderna produzione capitalistica industriale, col mobilitare nuove immense forze produttive, hanno anche apportato fra gli uomini innumeri tipi di nuovi bisogni e di nuovi consumi. Ma tutto ciò non toglie che base fondamentale della soddisfazione delle necessità vitali nella società sia il prodotto naturale della terra agricola.
La vicenda dei rapporti tra produzione agraria e produzione industriale offre una delle più evidenti dimostrazioni della insensatezza e della assurdità che stanno alla base del sistema capitalistico e dell’epoca borghese“. (Terra acqua e sangue, «Battaglia Comunista», n. 22, 1950)
La teoria della rendita, nello stabilire la formazione del prezzo di mercato del grano, cioè della «pianta fondamentale» e dunque delle sussistenze alimentari in generale, dimostra che, nonostante il «grandeggiare della produzione capitalista non si arriva ad alimentare la specie umana, per alto che divenga il livello delle forze produttive».
L’ingranaggio del sistema capitalistico, nel quale la grandezza del plusvalore dipende dalla composizione organica e tecnica del capitale, sospinge incessantemente ed inesorabilmente capitale e lavoro verso l’industria in cui, nonostante la generale discesa storica del saggio di profitto, determinata da un grado tecnologico sempre migliore, la massa sociale del profitto può crescere enormemente col crescere del capitale globale. I prezzi dei manufatti industriali si abbassano rendendo possibile l’accesso ai beni accessori che nell’epoca dell’artigiano erano proibitivi alla maggioranza degli esseri umani.
Questo processo è, invece, bloccato nell’agricoltura non solo dal monopolio privato della terra ma anche e principalmente dalla livellazione mercantile che determina i prezzi in base ai costi del terreno più sterile e dalla relazione sfavorevole popolazione-terra ossia dal fatto che la terra è una risorsa finita e non riproducibile. Il prezzo di mercato regolatore dei prodotti agrari, viene “inchiodato” sul prezzo di produzione nelle condizioni più svantaggiose (cioè dipende dal prezzo di produzione sul peggior terreno) più ancora un altro margine di aumento che costituisce la rendita assoluta. Sfamarsi o accedere a generi alimentari di qualità per i più diviene un lusso.
La teoria della rendita deve applicarsi, però, non alla sola agricoltura, ma a tutte le forze naturali.
La stessa regola che vale per il terreno meno fertile vale infatti anche per “il minerale più spregevole e quindi la meno fertile miniera, regola il mercato generale“, e cioè “regolano bene il prezzo internazionale“, che “ci farà pagare profumatamente” “il rentier della coltivazione” di combustibili e minerali più pregiati, “nido caldo del sopraprofitto capitalista sulle materie prime della morte civile e militare” (da “Nel dramma della terra parti di fianco”, da Il programma Comunista, 14-28 maggio 1954)
Come su accennato i rigorosi teoremi marxisti sulla rendita riescono, dunque, a rendere conto anche dei recenti (dal partito anzitempo annunciati) fenomeni, tipici del capitalismo nella sua fase del monopolio e dell’imperialismo, perché furono sin dalla loro enunciazione applicati non alla sola agricoltura, ma a tutte le forze naturali: valgono, quindi, anche per la economia della macchina a carbone o benzina; di quella idroelettrica e della motrice nucleare, tutte basi di sovraprofitti e monopoli e di parassitismi redditieri, che esacerbano lo squilibrio e la disarmonia intrinseche alla forma sociale capitalistica.
Già in “Vulcano della produzione o palude del mercato?” pubblicato su Il Programma Comunista, al n. 13, 9-23 luglio 1954 e n. 19, 15-29 ott.1954, scrivevamo:
“è bene precisare che il sopraprofitto in agricoltura non è il solo tipo di sopraprofitto che appare nella società capitalistica tipica, e si trasforma in rendita goduta dalla classe dei proprietari fondiari, una delle tre classi base nel nostro modello.
Sopraprofitto e rendite analoghe si hanno per coloro che dispongono, con lo stesso titolo di proprietà della terra agraria, di cadute naturali d’acqua, di miniere, di giacimenti di ogni genere, e di suoli edificatori nonché di fabbricati e manufatti diversi necessari agli imprenditori industriali.
In tutti questi casi l’organizzazione della società borghese, fondata sulla sicurezza del patrimonio privato, forma e garantisce una serie di monopoli, che sono insiti alla sua natura. Non è quindi la concorrenza libera il carattere di base dell’economia borghese ma il sistema dei monopoli, che permette di vendere tutta una gamma di prodotti, tra cui quelli preminenti della terra agraria e dell’industria estrattiva, a prezzi superiori al valore ossia alla somma di sforzo sociale che essi costano“.
La questione agraria nei reali termini marxisti non significa dunque solo terra, contadini e proprietari, ma significa teoria della rendita, ovvero ripartizione del plusvalore, nelle forme del moderno capitalismo monopolistico e parassitario. Vengono dunque individuati, anticipando con la forza della teoria gli ineluttabili scenari storici odierni, i beni oltre a quelli agrari non riproducibili capitalisticamente, come lo sono risorse naturali quale ad esempio il petrolio.
Dunque nel sistema di produzione capitalistico come il prezzo dei prodotti agrari è determinato oltre che dal valore della rendita assoluta anche dalla legge del “terreno peggiore” (cioè i benefici dati dal progresso tecnologico e dall’aumento di produttività, sono bloccati in questo settore dalla barriera della rendita, che impedisce ogni compensazione tra i prezzi industriali ed agrari) anche per le risorse energetiche, che sono di differente qualità e potenza energetica e che sono ripartite in aree geologiche diversamente accessibili e hanno dunque costi di estrazione e commercializzazione estremamente differenziati, si determina una enorme rendita differenziale.
Con il suo sviluppo nel Capitalismo aumenta, quindi, sempre più il dominio della rendita e di pari passo il tributo che la classe proletaria versa sotto forma di sovrapprofitti alla classe proprietaria.
Il Partito, anticipava di decenni il problema “ecologico, ossia il dissidio tra Capitale e natura a cui tanto ipocritamente tiene l’odierno borghese, prevedendo l’impossibilità di un mantenimento, in regime capitalistico, dell’equilibrio tra la specie umana e il resto del mondo:
“Si tratta di vedere se il ciclo degli scambi tra l’ambiente naturale con le sue riserve di materia-energia e la specie vivente tende a raggiungere un’armonia di equilibrio dinamico (teoricamente indefinita), o tende a cadere in un progressivo sbilancio e quindi a divenire insostenibile, in tempo storico, determinando regressione e fine della specie” (da Mai la merce sfamerà l’uomo).
La fase del capitalismo studiata dal Partito più di cinquant’anni fa (mentre anche il Partitaccio perseguiva politiche produttivistiche e di occupazione a costo di deterioramento dell’ambiente e della salute umana e animale), era già la fase dei disastri ecologici e ambientali, dello sfruttamento, del depauperamento erosivo e del saccheggio delle risorse naturali.
Il Capitale “freddo mostro del lavoro materializzato“, ha covato in seno la sua maledizione che lega indissolubilmente la scienza e il progresso tecnologico all’aggiogamento dell’uomo anzichè alla sua reale liberazione e allo sfruttamento indiscriminato della natura e degli animali anziché ad una loro pacifica cooperazione con la specie umana. Nel Capitalismo “il trattamento consapevole e razionale della terra come eterna proprietà comune, come condizione inalienabile di esistenza e di riproduzione della catena delle generazioni umane che si avvicendano, viene rimpiazzato dallo sfruttamento, dallo sperpero delle energie della terra” (Libro terzo de Il Capitale).
Scrivevamo in “Definizione da Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione teorica del marxismo” pubblicato su Il Programma Comunista n.19 del 1957:
“Negando ai controrivoluzionari contemporanei di Ricardo, che amoreggiavano col Medioevo feudale, e a quelli contemporanei nostri, che amoreggiano colla vetusta ormai società del Capitale, ogni diritto a dare vita al lavoro oggettivato, all’Automa meccanico, noi lo disonoriamo per il motivo che lo disonorava Ricardo; ma la grandezza dialettica della nostra costruzione è che una volta chiuso, in un nuovo cataclisma rivoluzionario, il ciclo che Ricardo vedeva eterno, il freddo mostro del lavoro materializzato muta il suo volto, il suo compito ed il suo destino; riprende (se così osiamo dire in presenza di una stupenda formulazione di cui Marx credette dopo spegnere alcune luci abbaglianti) un’anima nuova ed umana, risuscita dal pianto e dal lutto delle generazioni schiacciate dai sistemi di classe, rompe la maledizione che legava Scienza e oppressione sociale, e lascia stringere il legame tra il sapere della specie, conquistato in una inenarrabile serie di lotte, e il benessere sicuro dell’uomo sociale, dell’uomo-specie, libero dalle miserie, dalle infamie individualiste, privatiste, soggettiviste. Forse anche al romanticismo doveva Carlo Marx pagare per noi un tributo se del lavoro vivo fece un morto oggetto, e lo riscattò poi con linguaggio da profeta a dono di felicità e di vita. Ma non fu quella una civetteria hegeliana come egli scrisse più tardi senza pentirsene, bensì potente scienza sperimentale, se oggi con le sue pagine rispondiamo alle mancanze e ai vaneggiamenti di una forma sociale che è giunta alla putrefazione. Ed esse vibrano di verità, e benché secolari, mandano una luce attuale ignota alle elucubrazioni di questo tempo.
Resti a noi e a chi legge inteso che capitale fisso, macchina, sistema automatizzato di macchinario, impianto produttivo, strumento di produzione in forma capitalistica, lavoro oggettivizzato o morto sono, nel corso della trattazione, termini equivalenti“.
Non esistono interventi taumaturgici per tamponare la fame, sotto il giogo del Capitale; mai la merce sfamerà l’uomo. Solo l’economia comunista, liberatasi dai vincoli mercantili, pianificata come progetto di liberazione dell’uomo assicurerà il compimento dei suoi bisogni e di coesistenza fruttuosa con la natura e tutte le sue risorse.
E’ la prospettiva del Partito, visibile agli «esploratori del domani», l’unica possibile per la realizzazione della reale salvezza: il Comunismo inteso come piano sociale unitario misurato da quantità fisiche non dei singoli individui, non di una classe, e neanche di un’intera società, ma della specie, “definita da una vita senza morte, che coltiva, gestisce e trasmette a se stessa la natura organizzata, l’attrezzata scorza del pianeta, senza soluzioni di tempo“.”Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo“. “Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive“. (Marx, Il Capitale, Libro III)
Australia: l'arbitrato e la Fair Work Commission sono il risultato della collaborazione di classe e uno strumento di repressione contro i lavoratori da parte della borghesia! (pt. 2)
La necessità della Commissione Unificata
A partire dall’Industrial Relations Act del 1988, i due decenni successivi furono un periodo necessariamente prolungato di ripetuti e sostanziali cambiamenti alla legislazione industriale. Di fatto la classe operaia era diventata sempre più passiva: l’adesione ai sindacati era in calo dal picco del 60% raggiunto negli anni ’60, al 20% dei primi anni 2000.
Già con il WorkChoices Act (2005) vi fu un primo tentativo di attacco contro i lavoratori.
Fu dichiarato “la più fondamentale riforma del sistema delle relazioni industriali in oltre 100 anni”. Howard, l’allora primo ministro liberale, disse che si trattava di “un sistema di relazioni sul posto di lavoro più flessibile, più semplice e più equo per l’Australia”. In parole povere, il nuovo organismo era incentrato sul “rafforzamento dell’economia australiana” attraverso l’introduzione di un “sistema più decentralizzato di relazioni sul posto di lavoro “
Ha spostato l’equilibrio dei sindacati verso unità negoziali consolidate per sostenere la contrattazione aziendale, aumentando al contempo la forza dell’apparato statale.
Le organizzazioni dei datori di lavoro, l’ACCI e il Business Council (BCA), dettero il loro pieno sostegno a queste misure e sollecitarono la loro evoluzione verso la deregolamentazione dei diritti dei lavoratori.
Ma dopo la sconfitta dei liberali e a seguito di una significativa mobilitazione contro la nuova legge, il governo laburista eletto di Rudd è propose l’introduzione di un’“alternativa”.
E così, nel 2008, con lo slogan di massa a sostegno della legge sul lavoro “I tuoi diritti sul lavoro meritano di essere votati” (che è stato modificato dallo slogan originale dei lavoratori “… meritano di essere affermati con la lotta”) contro la legge sul lavoro, il governo laburista varò una commissione unificata con un controllo più stretto sulle relazioni industriali.
Centralizzando l’autorità, lo Stato garantiva che le controversie fossero incanalate in un unico canale istituzionale, limitando il rischio che la mobilitazione sfociasse in una lotta aperta. Per le imprese, un unico arbitro nazionale avrebbe ridotto l’incertezza nelle trattative e nelle controversie.
“Questo disegno di legge fornisce un sistema semplice e nazionale di relazioni sul posto di lavoro per tutti gli australiani… un sistema che pone fine all’incertezza, alla confusione e alla divisione del passato e crea la stabilità e la fiducia di cui abbiamo bisogno per il futuro” (Julia Gillard, allora primo ministro, discorso per l’introduzione del Fair Work Bill alla Camera dei Rappresentanti, 2008).
Fondamentale il rafforzamento del ruolo dei sindacati come agenti per l’applicazione delle norme stabilite a livello statale. La nuova legge istituiva il coinvolgimento dello Stato nelle relazioni sempre più atomizzate tra lavoratori e datori di lavoro.
Questa è oggi la legge sul lavoro che copre tutti i lavoratori in Australia.
Essa definisce i seguenti ruoli degli organismi (la FWC e il Fair Work Ombudsman), standard minimi nazionali di occupazione (retribuzione, orario di lavoro, condizioni di lavoro, ecc.), procedure di contrattazione aziendale, procedure di sciopero e il ruolo dell’Ombudsman (difensore civico) nell’applicazione delle sanzioni pecuniarie, oltre ai mezzi per rivolgersi ai tribunali federali per un intervento punitivo.
L’organismo stabilisce innanzitutto in modo esplicito come devono procedere gli accordi industriali (gli accordi di settore/industriali sono stati sospesi e ora sono consentiti solo gli accordi aziendali). Una Commissione supervisiona il ruolo dei sindacati come agenti di contrattazione, che negoziano per conto dei dipendenti con i datori di lavoro i dettagli dell’accordo industriale. Essi devono quindi essere “indipendenti” dai datori di lavoro. Gli accordi industriali possono avere inizio solo dopo la notifica formale e il consenso esplicito del datore di lavoro o attraverso il sostegno della maggioranza (50%+1) dei dipendenti, amministrati e convalidati dalla burocrazia sindacale sotto la supervisione dello Stato. Tale supervisione è condotta dalla Commissione Elettorale (AEC), che gestisce anche le elezioni parlamentari federali e statali. Il rapporto di contrattazione viene quindi consegnato alla FWC, che lo regola e lo supervisiona, per poi effettuare la valutazione finale e ufficializzare l’accordo. Lo Stato funge quindi da garante dei sindacati e da esecutore di tutti gli accordi.
La contrattazione deve inoltre essere condotta in “buona fede” da entrambe le parti e quindi impone che l’azione sindacale sia “equa”. Cosa significa “equa”? Esplicitamente, i dipendenti possono scioperare solo per due motivi: 1) a sostegno delle rivendicazioni contrattuali e 2) in risposta a un’azione del datore di lavoro contro la contrattazione industriale.
Ciò significa che gli scioperi possono avvenire solo se consentiti e rigorosamente solo in relazione alla contrattazione industriale.
La legge vieta quindi, ad esempio: contrattazione collettiva, scioperi di solidarietà, scioperi “politici”, blocchi e scioperi selvaggi. La legge specifica che gli scioperi legali non possono avere luogo se “mettono in pericolo la vita, la sicurezza personale o la salute, o il benessere della popolazione o di parte di essa; o causano danni significativi all’economia australiana o a una parte importante di essa”.
Se ritenuti illegali, la Commissione può emettere ordini di rientro al lavoro nei confronti dei lavoratori in sciopero e il difensore civico può infliggere multe ai leader sindacali o coinvolgere le forze dell’ordine statali. Tuttavia, tali provvedimenti possono essere applicati solo tramite i tribunali federali mediante un’ordinanza ingiuntiva. Una volta ricevuta tale ordinanza, la questione sarà perseguita separatamente come reato penale .
Ai datori di lavoro viene concesso il diritto di licenziare i propri dipendenti previa notifica quando il sindacato ha avviato per la prima volta un’azione sindacale, indipendentemente da quanto sproporzionata possa essere.
Una disposizione relativa alla “data di scadenza nominale” prevede la revisione degli accordi ogni quattro anni (o a intervalli concordati). Una volta approvato, i lavoratori non possono organizzare o intraprendere azioni sindacali relative a qualsiasi questione coperta da tale accordo durante questo intervallo di tempo, salvo autorizzazione della Commissione. Una volta scaduto l’accordo, ne deve essere negoziato uno nuovo che sostituirà quello precedente. In pratica, ciò congela i salari e le condizioni (salvo quanto previsto nell’accordo, che di solito prevede aumenti percentuali annuali) per un massimo di quattro anni, garantendo la “pace industriale” per tutta la durata dell’accordo, e sblocca il diritto di sciopero solo una volta trascorsa la data di scadenza nominale e concordato l’avvio della contrattazione industriale. Ciò rimane valido, a meno che, ancora una volta, non sia consentito dalla Commissione.
Se la contrattazione industriale non può essere approvata, entrambe le parti possono richiedere l’arbitrato in tribunale. Una commissione indipendente, estranea al luogo di lavoro, si riunisce per ascoltare le argomentazioni di entrambe le parti. Una volta avviato questo processo di arbitrato formale, al sindacato è legalmente vietato intraprendere ulteriori azioni sindacali, inclusi scioperi, interruzioni del lavoro o divieti di lavoro straordinario o rallentamenti. La Commissione emette quindi una decisione vincolante, risolvendo effettivamente la controversia e imponendo i termini dell’accordo, che tutte le parti devono rispettare per tutta la durata dell’accordo.
Il tribunale come strumento di repressione della borghesia
Questo è lo stato attuale delle relazioni sindacali in Australia. I lavoratori possono lavorare solo quando i datori di lavoro lo consentono e possono scioperare solo quando la commissione lo consente.
Come abbiamo osservato nel nostro recente (TIC#5):
“La legge [Fair Work] ha imposto severe restrizioni alle trattative salariali e ha drasticamente limitato le azioni sindacali, criminalizzando di fatto la maggior parte delle strategie di sciopero e amplificando i vantaggi dei datori di lavoro… il peggioramento del tenore di vita del proletariato australiano non è il risultato di una cattiva gestione da parte di pochi, né è un fallimento del governo. È invece il sottoprodotto delle contraddizioni assolutamente inevitabili all’interno del sistema capitalista, in cui l’ordine borghese si oppone direttamente agli obiettivi immediati e storici del proletariato“.
Solo di recente sono state intraprese azioni più serie contro la commissione. Prendiamo un caso del 2024 per mostrare la strada da seguire ai lavoratori.
Il 21 novembre 2024, 1800 lavoratori di Woolworths e Lineage hanno dato il via a scioperi a tempo indeterminato in cinque centri di distribuzione e unità di refrigerazione. La strategia era quella di allineare le trattative contrattuali aziendali tra i cinque centri durante le festività natalizie per chiedere: un aumento salariale del 25% indicizzato all’inflazione e modifiche alla produttività AI. Questo sistema valuta i lavoratori in base a un parametro di velocità, in base al quale i capi possono punire e licenziare coloro che non raggiungono gli obiettivi.
Woolworths (insieme a Coles) detiene il 37% del mercato alimentare del Paese. I lavoratori in sciopero sono riusciti a bloccare il 75% della produzione di Woolworths. In particolare, il magazzino di Dandenong South ha visto 200 lavoratori in sciopero. Esso è responsabile del 40% della produzione di Woolworths. È interessante notare che Woolworths ha trasferito questo magazzino da Hume,dove era fortemente sindacalizzato, eliminando 700 posti di lavoro ”, con un tasso di occupazione ora dimezzato nella nuova sede. Il magazzino di Dandenong ha visto l’85% della forza lavoro iscriversi all’United Workers Union (UWU) sin dalla sua apertura. Solo 10 lavoratori erano iscritti alla Shop, Distributive, and Allied Employees Association (SDA), un sindacato notoriamente giallo.
Nonostante la preponderanza dell’UWU, solo un piccolo gruppo di lavoratori militanti non collegati (non iscritti all’UWU o alla SDA) si è impegnato nel picchettaggio. Il sindacato ha infatti ritirato abbastanza rapidamente il suo sostegno ufficiale (consigliando ai picchettatori di evitare “atti illegali”) e ha avviato intense trattative con il datore di lavoro.
Le tattiche antisciopero di Woolworths sono degne di nota. Hanno chiuso fuori i lavoratori, eretto dissuasori sul vialetto principale e installato guardie di sicurezza che riferivano i movimenti dei lavoratori e dei sostenitori alla direzione, la quale poteva avvisare un’agenzia di lavoro interinale (Programmed) di trasportare i crumiri quando la sicurezza avesse segnalato una possibilità di varchi nel picchetto.
Inoltre, per tutta la durata dell’azione, i lavoratori e i sostenitori erano segnalati e sorvegliati dalla polizia,
La FWC si è pronunciata contro i lavoratori, sostenendo che l’UWU non stava negoziando in “buona fede” con Woolworths e che i picchetti erano “ostacolanti” e compromettevano il processo di negoziazione. La sentenza ha ritenuto illegale il picchetto.
Gli scioperanti, , hanno comunque condotto azioni “illegali”, senza il sostegno del sindacato, respingendo i camion dei rifornimenti e i crumiri che volevano entrare al lavoro
Woolworths, a sostegno della Commissione, il cui ordine di “ritorno al lavoro” non era stato rispettato dai lavoratori in sciopero aveva chiesto l’esecuzione alla Corte Federale. Notificando agli scioperanti un’ingiunzione federale, ciò avrebbe consentito alla polizia di allontanare gli scioperanti con la forza.
La maggior parte dei lavoratori dell’UWU coinvolti in questa vicenda sono stati spinti dal sindacato a stare lontani dal picchetto. Anche se l’ingiunzione era ancora in sospeso, per molti sembrava già essere stata notificata, in attesa di essere eseguita dalla polizia.
Prevedendo che la polizia avrebbe disperso il picchetto, alcuni scioperanti hanno deciso di rimanere, rischiando arresti e multe. Ma all’ultimo minuto è stato raggiunto un accordo tra l’UWU e Woolworths (e il suo sindacato aziendale, SDA).
I lavoratori hanno alfine votato per accettare un accordo che prevedeva un aumento salariale dell’11% circa in tre anni, insieme ad alcuni pagamenti in contanti e buoni regalo ai lavoratori.
I lavoratori, se vogliono imparare da questo evento, devono abbandonare ogni fiducia nel potere della Commissione. Inoltre, deve essere eliminata la conformità feticistica imposta al sindacato affinché mantenga negoziati “in buona fede” con gli sfruttatori. Questi traditori e agenti del capitale che si conformano allo Stato quando i padroni lo richiedono devono essere eliminati dai sindacati e sostituiti con una base forte che comprenda intrinsecamente il deterioramento delle condizioni di vita e la necessità della lotta politica.
Continuiamo a vedere scenari simili. In tutti i settori, anche le piccole controversie continuano a mettere in luce il ruolo della Commissione. I minatori nella controversia di Longford hanno organizzato picchetti quando la commissione ha ordinato loro di non farlo e, quando lo hanno fatto (per oltre 700 giorni), hanno ricevuto multe per oltre un milione di dollari nei confronti del sindacato e dei leader sindacali stessi per pratiche “sleali” come i blocchi,.
Un altro caso è quello dei lavoratori portuali Hutchison sindacalizzati dalla MUA, ai quali è stato detto di non picchettare dopo essere stati licenziati tramite un messaggio di testo. Hanno picchettato, lasciando le navi piene nella baia, rifiutando il movimento dei camion, e hanno scioperato per 5 giorni prima che la Commissione tornasse e costringesse l’azienda a riassumere i lavoratori. Anche in questo caso, ai lavoratori ferroviari iscritti al sindacato RTBU Sydney 2018 e nel 2024 è stato detto di non scioperare perché avrebbe causato danni significativi all’economia di Sydney, con il sindacato che ha acconsentito per paura delle multe e ha avviato negoziati con il governo.
Con questo in mente, vediamo alcuni primi passi verso un rafforzamento del tribunale.
Quest’ultima mossa è stata una scusa contro il Sindacato dei Lavoratori dell’Edilizia, della Silvicoltura e del Settore Marittimo (CFMEU). Nel 2024, un’indagine “indipendente” ha scoperto che il sindacato era stato coinvolto in attività illegali di gang e agitazioni sul posto di lavoro contro i lavoratori non sindacalizzati e la direzione. Il governo ha introdotto il Fair Work Bill (2024), per porre fine alle presunte accuse di corruzione e “gioco sleale”.
È interessante notare che il disegno di legge era in fase di elaborazione presumibilmente prima dell’inizio dell’indagine…
Il disegno di legge ha modificato la legge del 2008 per dare alla commissione la possibilità di rovesciare il sindacato e sostituirne la leadership. Si tratta di una delle azioni più severe intraprese dal governo australiano contro un sindacato negli ultimi decenni. Ora che questo disegno di legge è stato approvato, costituisce un precedente per futuri attacchi ancora più violenti.
Perché il CFMEU? Data l’inevitabile intensificazione delle contraddizioni di classe, i lavoratori si militarizzeranno progressivamente e si agiteranno man mano che le loro condizioni di vita peggioreranno, assumendo una lotta politica. I membri del CFMEU sono i più evidenti in questo processo. Al contrario, l’UWU si è rapidamente schierato con la FWC nel caso Woolworths. I membri più militanti del CFMEU, consapevoli degli interessi opposti della sua leadership opportunistica, potrebbero averli alla fine estromessi per una rappresentanza adeguata delle loro rivendicazioni di classe.
Per la base sindacale, i crescenti interessi contrapposti dei suoi leader e la ricerca di capri espiatori nei poveri accordi aziendali contro il governo cominciarono a diventare sempre più intollerabili. Invece di denunciare lo Stato, il sindacato agì come garante della pace sociale, chiedendo una migliore amministrazione da parte del governo. In questo modo, legò i suoi membri al destino dell’economia nazionale e all’illusione riformista che il sistema potesse essere corretto. Pertanto, con l’aumento delle rivendicazioni economiche dei propri membri, la difesa disperata del loro tenore di vita avrebbe rivelato il contenuto sovversivo della loro leadership e la necessità di prendere le armi politiche. Nella sua fase più avanzata, il capitalismo-imperialismo acuisce inevitabilmente la coscienza politica, poiché il suo stesso sviluppo si scontra direttamente con le fondamenta dell’ordine borghese.
Cercando necessariamente una scusa per espandere i propri poteri e frenare il processo militante del sindacato, il tribunale ha rimosso i leader. Ha limitato la possibilità di portare i lavoratori sul terreno politico reale, poiché ora cercano invece di ripristinare la loro leadership “rubata” attraverso i tribunali.
Il tribunale ha limitato una possibile minaccia, ma allo stesso tempo si è rafforzato per casi simili in futuro.
Saranno i prossimi anni di aggravamento della crisi economica a dissipare queste illusioni dello Stato in generale e a costringere ancora una volta le masse proletarie ad affrontare la dura realtà della società capitalista: la diminuzione del potere d’acquisto dei salari, la perdita di posti di lavoro, l’insicurezza, la povertà.
La fase di crescita continua dei profitti capitalistici si è esaurita. In Australia assistiamo a un calo persistente della produzione. Ciò, tra inevitabili alti e bassi, segna il calo costante e progressivo del tasso di profitto. Pertanto, poiché lo Stato sostiene sempre più il debito privato e taglia necessariamente i programmi sociali, una forza acuta della borghesia comprimerà le condizioni di vita dei lavoratori.
Volontariato: un'altra scappatoia per i capitalisti per sfruttare il lavoro non retribuito (pt. 1)
Marx ha svelato la natura dell’economia capitalista, dimostrando che l’obiettivo della produzione capitalistica non è né il soddisfacimento diretto dei bisogni della società, né l’atto di vendere o acquistare, né tantomeno il “denaro” inteso come merce universale, ma la produzione di plusvalore da utilizzare, da un lato, per il consumo privato del capitalista e, cosa ancora più importante, poiché i capitalisti sono semplicemente il capitale personificato, per il reinvestimento come capitale aggiuntivo in cicli perpetui e sempre più grandi di riproduzione e accumulazione. Il denaro e le merci sono semplicemente forme che il Capitale abbraccia temporaneamente, mentre la forza lavoro (una merce in sé) è l’unica fonte di plusvalore. La capacità unica della forza lavoro di produrre plusvalore deriva dal fatto che il capitalista ne ricava un valore d’uso maggiore di quello che deve pagare per il suo valore di scambio. Vale a dire che il valore dei beni (o servizi) prodotti dal lavoratore in, diciamo, un mese, è maggiore del valore dei beni di cui ha bisogno per la sussistenza nello stesso mese. Come regola generale, il salario è composto solo dall’equivalente delle merci di cui il lavoratore ha bisogno per la sua sussistenza (che è determinata storicamente e socialmente), mai dall’equivalente dell’intero lavoro svolto da detto lavoratore in quel lasso di tempo. Il capitalismo ha bisogno di lavoro in eccedenza – lavoro per il quale non è stato pagato alcun equivalente – per sopravvivere.
Per aumentare i profitti, il capitalista deve costantemente sbilanciare il rapporto a favore delle ore non retribuite rispetto a quelle retribuite. Ci sono molti metodi che può impiegare: aumentare la produttività, prolungare la giornata lavorativa, ridurre i salari al di sotto del limite di sussistenza e così via. Uno di questi metodi è quello che analizzeremo in questo articolo: l’uso del lavoro volontario. Si tratta, in sostanza, di lavoro svolto senza retribuzione (ad eccezione di alcuni “benefici” puramente simbolici). Cosa potrebbe essere questo se non musica per le orecchie dei capitalisti? Il tasso di sfruttamento del lavoro volontario non è del 100%, come potrebbe sembrare a prima vista. Un tasso del 100% è quello di una giornata lavorativa di 8 ore in cui 4 ore sono retribuite e 4 non lo sono, il che è comunque un rapporto piuttosto debole rispetto a quello che è in realtà nel contesto dell’alta produttività dell’industria moderna. Il tasso di sfruttamento del lavoro volontario è infatti incalcolabile, poiché non ci sono ore retribuite; questa è forse l’equazione più meravigliosa per il capitalista e i suoi obbedienti contabili, in cui culmina l’intera aritmetica dell’economia politica borghese!
Naturalmente, questo non significa che il volontariato possa mai diventare la forma generale di produzione capitalistica: il lavoro salariato rimarrà sempre l’unica forma sociale dominante di produzione nel capitalismo. Il volontariato è sostenibile solo per alcuni strati sociali, come i giovani che vivono ancora con la famiglia, che quindi hanno la sussistenza assicurata, o le persone che hanno un lavoro e fanno volontariato nel loro poco tempo libero. Pertanto, rimarrà sempre una nicchia nel grande schema della produzione sociale. Ciò si riflette anche nei dati disponibili, poiché solo il 12,3% della popolazione adulta dell’UE era impegnata in attività di volontariato formale nel 2022. Tuttavia, è importante sottolineare il grado di sfruttamento in questo tipo di lavoro, nonostante sia un’eccezione.
Poco dopo la comparsa della borghesia sulla scena storica, fece la sua comparsa anche il suo ramo “filantropico”, la borghesia pia, quella dichiaratamente interessata all’elevazione morale e spirituale della società umana. Naturalmente, cosa c’è di più nobile che guidare con l’esempio e incoraggiare le masse senza proprietà a raggiungere anch’esse questo elevato stato morale di altruismo, di “filantropia operaia” – filantropia senza capitale? Questa è la natura del discorso sul volontariato: la mancanza di retribuzione nobilita il lavoro, è un segno di onore. Dopo tutto, l’apprezzamento e la stima della comunità valgono più di qualsiasi somma di denaro! Non pagare questi lavoratori volontari è un favore da parte del capitalista che li impiega, che permette loro di vedere oltre la meschina avidità caratteristica dei membri meno nobili della società.
Il lavoro volontario è, in realtà, solo un’altra forma di sfruttamento capitalista. All’interno del sistema capitalista, non è in alcun modo più nobile, ma, al contrario, più miserabile. Possiamo comprendere ancora meglio questo fenomeno se osserviamo più da vicino i tipi di lavoro solitamente presenti nei programmi di volontariato.
Lotte in Romania nel Giugno-Luglio. La prospettiva è la rinascita del sindacato di classe
Il contesto politico ed economico
Nel contesto del pacchetto di austerità presentato dal nuovo governo Bolojan (la fazione del capitale vittoriosa dopo le elezioni di quest’anno), le principali organizzazioni sindacali rispondono con il proprio “pacchetto” di riforme. Gli obiettivi principali hanno riguardato la riduzione del deficit di bilancio pari al 9,3% del PIL, uno dei più alti dell’UE. Il principale bersaglio dei colpi dell’austerità sono i lavoratori del settore pubblico, ai quali saranno significativamente ridotti i bonus salariali, saranno congelati gli stipendi per 2 anni e, in alcuni casi, subiranno un aumento dell’orario di lavoro. È naturale che un tale progetto sia accompagnato dai discorsi della classe capitalista, in cui ci viene presentata la situazione come se la nazione fosse in pericolo e tutti i cittadini dovessero fare uno sforzo collettivo per salvarla dalla rovina. Innanzitutto, va notato che questo debito è stato coperto negli anni in gran parte dai prestiti concessi dai capitalisti a interessi considerevoli: anche il buco di bilancio può essere un affare redditizio!
Se nel 2021 lo Stato rumeno si trovava in una posizione di bilancio relativamente favorevole rispetto alla situazione di oggi, con un debito pubblico di 142,5 miliardi di euro e una crescita economica annuale del 5,7%, condizioni che gli permettevano d’ottenere prestiti con tassi d’interesse del 2-3% (per una spesa totale di 3,4 miliardi di euro, che rappresentava l’1,5% del PIL e il 3,9% della spesa statale); la situazione del 2025 differisce significativamente. Solo nei primi 4 mesi del 2025, la Romania ha speso più di 4 miliardi di euro per debiti, 600 milioni in più rispetto a tutto il 2021! Percentualmente parlando, queste spese hanno rappresentato circa l’8% della spesa totale dello Stato in questo periodo (1,1% del PIL). Il tasso di crescita economica della Romania nel 2025 è anche significativamente più basso rispetto a tre anni fa, stimato tra l’1,6% e l’1,8% dalla Commissione Europea.
Il passaggio a una situazione di bilancio precaria è dovuto in gran parte alla crisi economica mondiale, a cui la Romania non può sottrarsi. Il caso rumeno ha però condizioni specifiche che meritano attenzione. La posizione della Romania come Stato collocato sul fronte orientale della NATO e dell’UE e la dipendenza del capitale rumeno da quello europeo fanno sì che qualsiasi instabilità politica o tentativo di avvicinamento al capitale orientale (rappresentato da Russia e Cina) peggiori la crisi già esistente. Per questo motivo, sia durante il circo elettorale dell’anno scorso, sia di quest’anno, quando le elezioni sono state ripetute, la borsa rumena ha subito fluttuazioni in base alla fazione che sembrava destinata a vincere (ribassi, se i “sovranisti” sembravano vincere, rialzi se una vittoria dei pro-europei sembrava probabile, cosa che alla fine è avvenuta). Già dopo il primo turno delle elezioni presidenziali, lo Stato non riusciva a trovare creditori sul mercato, anche se era disposto a pagare interessi superiori al 7,5%. I tassi a lungo termine raggiungevano il 7,8%. Tuttavia, le ragioni della crisi non sono tanto determinate dalla cosiddetta “crisi politica” dell’ultimo anno, come sostengono alcuni attivisti pro-europei o sovranisti. La tendenza verso un più alto debito pubblico era iniziata in Romania ancor prima della “crisi politica”.
La Romania è entrata nella procedura per deficit eccessivo dell’UE già dal 2020, ma non è riuscita a raggiungere gli obiettivi concordati con Bruxelles se non nel 2021. Nel 2024 il deficit della Romania era il più alto dell’UE, pari al 9,3% (l’obiettivo era 2,9%). Il tasso medio di interesse annuo in quegli anni è stato superiore al 6%. La previsione UE del deficit rumeno per quest’anno è dell’8,6% (l’obiettivo è del 7%). Nel marzo 2025, il debito pubblico supera il 55% del PIL, la Romania paga gli interessi più alti dell’UE (7,8%, leggermente diminuiti dopo la vittoria presidenziale della fazione “pro-UE”) e ha anche il più alto livello di inflazione dell’Unione. La stampa borghese dà la colpa alla cosiddetta “classe politica”, che avrebbe interesse a spendere i fondi pubblici in aiuti sociali per mantenere fedele il proprio elettorato. Allo stesso modo gli economisti sostengono che la “ricetta” del successo sia la riduzione della spesa statale. Una motivazione simile (incolpare la classe politica) la troviamo anche tra i leader sindacali. La differenza è che questi ultimi non predicano l’austerità, ma vi si oppongono in modo superficiale e demagogico. Tutte queste fazioni hanno una cosa in comune: difendono il sistema che schiavizza i lavoratori, il capitalismo. La differenza sta nella tattica, non nei contenuti.
Ma chi è, dunque, responsabile di questo deficit? Se diamo credito ai media, il buco si sarebbe formato a causa del numero troppo elevato di funzionari pubblici, così come dalla corruzione dei politici. Alcuni giornalisti borghesi più onesti menzionano l’evasione fiscale, stimata al 10% del PIL. Ma a chi serve il mancato pagamento delle tasse? Chi corrompe i politici? Sicuramente non i lavoratori del settore pubblico! Si tratta di membri della classe capitalista, che vogliono spartire meno plusvalore con lo Stato, arrivando ad assumere lavoratori senza contratto, a creare società fantasma e ad evitare qualsiasi controllo da parte dello Stato. Ad esempio, l’ANAF (Agenzia Nazionale di Amministrazione Fiscale) ha scoperto che decine di migliaia di aziende rumene sono registrate allo stesso indirizzo!
Poiché una eventuale opera “moralizzatrice” dello Stato potrà colpire anche qualche borghese ci viene continuamente ripetuto che “siamo tutti sulla stessa barca”. Tutti gli economisti borghesi con un briciolo di sincerità riconoscono che l’aumento dell’IVA su tutti i beni, così come l’imposta sul fatturato delle banche, si tradurranno nello spostamento delle spese aggiuntive sulle spalle dei lavoratori tramite l’aumento dei prezzi. L’aumento del prezzo delle abitazioni (che già ha raggiunto un livello inaccessibile) insieme all’aumento dell’IVA (dal 9 al 21% per le abitazioni sotto i 130.000 euro e dal 19 al 21% per le altre) e l’aumento dei tassi sui prestiti, peggioreranno ulteriormente il problema abitativo. La liberalizzazione del mercato energetico, eliminando i sussidi statali per il consumo di elettricità, porterà addirittura al raddoppio delle bollette energetiche per alcuni consumatori!
Tutte queste misure di austerità si applicano in un contesto già precario per molti rumeni, così che, – secondo il sindacato BNS – nel 2024:
«- un rumeno su 5 era colpito dalla povertà,
– un rumeno su 6 non aveva accesso ai beni ed ai servizi essenziali,
– 382 euro al mese è la soglia di povertà, 3 milioni e mezzo di persone si trovavano al di sotto di questa soglia,
– il 14,5% delle famiglie aveva accumulato ritardi nel pagamento delle bollette, contro il 6,9 della media UE,
– il prezzo dell’energia era il quinto più alto dell’Unione Europea, a parità di potere d’acquisto».
Le reazioni alle riforme di austerità sono arrivate da parte dei sindacati più influenti, come Cartel ALFA, CNSLR-Frăția, SANITAS, e quelli dell’istruzione (ALMA MATER e SPIRU HARET).
Nonostante la presunta unanime opposizione all’austerità, le misure adottate dai sindacati rumeni per contrastare il pacchetto fiscale imposto dal governo non sembrano andare oltre il carattere di piccoli scioperi che durano solamente alcune ore. Tali proteste, tuttavia, hanno portato migliaia di lavoratori in strada, ed hanno coinvolto lavoratori appartenenti a settori come l’igiene ambientale, l’istruzione, il settore finanziario, la sanità, e minacce di ulteriori proteste arrivano anche da parte della Società dei Trasporti di Bucarest. La maggior parte delle proteste aveva un’unica rivendicazione: mantenere i bonus, come quelli concessi ai lavoratori che operano in condizioni usuranti. Si sono sentite voci che chiedevano “di tassare il capitale e le grandi proprietà, non i lavoratori”.
Una protesta che merita attenzione speciale è quella dei lavoratori dell’Istruzione, che, pur rappresentando fino ad oggi un settore pubblico sottofinanziato, è stato uno dei più colpiti dal nuovo pacchetto di misure.
Le proteste dei lavoratori dell’istruzione
La Federazione dei Sindacati Liberi dell’Istruzione, la Federazione dei Sindacati dell’Istruzione “SPIRU HARET” e la Federazione Nazionale Sindacale “ALMA MATER” hanno dichiarato la loro opposizione alle misure economiche dello Stato, ma con quale strumento? Proteste destinate a sollecitare un dialogo sociale, non veri scioperi. Così, il 18 giugno 2025, nelle scuole preuniversitarie, negli istituti di istruzione superiore, nelle biblioteche centrali universitarie e negli istituti di ricerca, i membri del sindacato hanno protestato durante le attività svolte sul luogo di lavoro, indossando un segno distintivo (fascia, badge ecc.). I sindacati dell’istruzione si dichiarano contrari all’aumento non retribuito di due ore a settimana del lavoro di docenza (che attualmente è di 20 ore per gli insegnanti e di 16 per gli educatori), all’eliminazione delle indennità per i docenti con dottorato (aumento del 50% del salario minimo nazionale) e alla riduzione del personale negli istituti nazionali di ricerca e sviluppo, misure che fanno parte dell’intero pacchetto di austerità del nuovo governo.
La protesta del 18 giugno si è trasformata in uno “sciopero bianco”, senza interruzione dell’attività dei lavoratori. Tale forma è spesso applaudita dai giornali borghesi perché non interrompe il normale funzionamento delle imprese. Ma proprio per questo motivo, uno sciopero del genere non avrà alcun effetto. Finché la riproduzione del capitale non è intaccata, la classe capitalista non si sentirà minacciata in alcun modo.
Questi sono gli stessi sindacati che due anni fa hanno bloccato lo sciopero generale dell’istruzione, senza che nessuna delle rivendicazioni dei docenti venisse effettivamente ottenuta. La strategia usata da questi sindacati e non solo è quella di demoralizzare il proletariato mandandolo a scioperi, proteste e manifestazioni preordinati in modo da garantirne il fallimento, cercando così di far passare l’idea che non sia abbastanza forte e che le sue rivendicazioni non debbano superare lo stadio delle negoziazioni con i datori di lavoro.
Un fatto significativo legato a questo evento è che, dopo l’annullamento dello sciopero, si sono sentite voci tra i lavoratori che chiedevano la creazione di nuovi sindacati “liberi”, cosa che mostra che una parte della classe lavoratrice rumena comprende il ruolo che i sindacati attuali hanno nel mantenere il proletariato nella schiavitù salariale. Tuttavia, al momento della stesura di questo testo, non sappiamo se siano state intraprese misure in tal senso per rilanciare le organizzazioni di lotta economica della classe lavoratrice da parte di gruppi indipendenti di proletari.
Le proteste dei docenti continuano, coinvolgendo migliaia di lavoratori che minacciano un nuovo sciopero generale all’inizio dell’anno scolastico autunnale.
Cartel ALFA, BNS. E la “equità fiscale”
Il 12 giugno 2025 la Confederazione Nazionale Sindacale Cartel ALFA ha organizzato una protesta al Palazzo Cotroceni, sede della Presidenza della Repubblica, per richiamare l’attenzione sul fatto che lo Stato rumeno intende mettere pressione finanziaria sulla classe lavoratrice per cercare di salvarsi dalla crisi economica in cui il paese scivola lentamente. Naturalmente, la crisi economica stessa non può essere prevenuta dall’intervento statale a causa della natura del sistema capitalistico, ma lo Stato ha chiaramente interesse a uscire dalla crisi con un bilancio finanziario quanto più gestibile possibile.
Alcune delle rivendicazioni della Confederazione – tratte dal comunicato apparso sul proprio sito internet – sono le seguenti (grassetto non nostro):
«- Una riforma fiscale equa, in cui il carico sia distribuito correttamente tra capitale e lavoro;
– L’immediata sospensione delle misure di austerità;
– Un dialogo sociale reale e inclusivo, con la partecipazione di tutti gli attori – sindacati, imprenditori e società civile;
– Una Presidenza attiva, che medi i conflitti sociali e garantisca la giustizia sociale».
La risposta della confederazione sindacale Cartel ALFA all’inevitabilità della crisi (presentata non come logica conseguenza del ciclo infernale di sovrapproduzione capitalista, ma come cattiva gestione di un apparato amministrativo arretrato) allo scopo di «migliorare e modernizzare il dialogo sociale a tutti i livelli» è, in fondo, un richiamo a migliorare il metodo di gestione delle risorse statali. In altre parole, i leader del sindacato non parlano per il proletariato, ma per la borghesia; Cartel ALFA rappresenta un altro braccio della società capitalista, ma tanto più insidioso, considerando il ruolo che i leader di questo sindacato devono giocare al momento, cioè quello di rappresentanti dei lavoratori.
Abbiamo quindi a che fare con le stesse illusioni democratiche in cui cade vittima il proletariato in assenza di una direzione rivoluzionaria comunista. Non si tratterebbe di classi con interessi completamente opposti, ma di più gruppi che dovrebbero sedere allo stesso tavolo di discussione, con l’arbitro che sarebbe il Presidente eletto “in modo democratico”.
Inoltre, la confederazione ci informa che «la risposta delle autorità consiste in misure di austerità, nonostante le prove chiare che il problema del deficit è essenzialmente determinato dall’incapacità di riscossione e da un sistema fiscale retrogrado che non assicura entrate sufficienti per sostenere adeguatamente l’infrastruttura pubblica e le spese necessarie al funzionamento dell’apparato statale».
Si afferma anche che i servizi pubblici sono sottofinanziati e che l’apparato statale, lontano dall’essere troppo gonfio, è sottodimensionato rispetto alla media dell’Unione Europea. Problemi di sottofinanziamento nei settori come istruzione, sanità e ferrovie sono indiscutibili. Ad esempio, i finanziamenti di bilancio per le ferrovie, pur essendo minimi fino ad ora (infrastruttura e convogli vecchi di decenni), sono stati inferiori nel 2025 rispetto all’anno precedente, mettendo la società a rischio di fallimento. In risposta, la società ferroviaria statale CFR ha introdotto la settimana lavorativa di 4 giorni, con una riduzione salariale di 262 euro per 1.431 dipendenti delle sezioni con traffico ridotto.
Il sistema fiscale è inoltre in uno stato deplorevole, così che ci vorrebbero almeno due anni per implementare una tassazione progressiva, contro la quale ora si scagliano le federazioni imprenditoriali. Vari studi, finanziati dai capitalisti, mostrano che la flat tax è stata molto benefica per la Romania! Questi studi dimenticano però di menzionare che la Romania è tra i quattro paesi UE senza un sistema di imposizione progressiva. La flat tax, insieme a una legislazione che impedisce l’organizzazione dei lavoratori e lo scatenamento di scioperi, ha aiutato a trasformare la Romania in un terreno fertile per investimenti di capitale. Un grande aiuto ai capitalisti è stato anche il basso costo del lavoro di cui possono godere in Romania, dato che, nel 2025, i salari dei lavoratori rumeni (comprensivi dei contributi sociali) erano il 37% della media UE.
L’appello di un’altra confederazione sindacale, il Blocco Nazionale Sindacale, propone un confronto più dettagliato tra le tasse dei paesi europei e porta anche un pacchetto di proposte più concrete, ma che non superano i limiti dell’orizzonte borghese. Questa, nello spirito dei “valori civili europei”, giustifica la sua opposizione alle misure di austerità (non siamo ancora in una crisi abbastanza grave da indurre i leader sindacali a sostenere l’austerità, al contrario fingono di mostrare un sostegno al proletariato non organizzato politicamente attraverso richieste economiche) con slogan legati ad una riforma dello Stato, con l’obiettivo del “progresso”, della “modernizzazione” e dell'”efficienza”. Così, oltre alla richiesta di mantenere l’IVA al livello attuale, il BNS propone controlli più rigorosi contro il lavoro nero (700.000 rumeni lavorano oggi senza contratti regolari e senza alcuna assicurazione sociale), la riduzione delle indennità elevate dei membri dei consigli di amministrazione, la tassazione delle multinazionali sui profitti (così come il divieto di esternalizzazione dei profitti alle società madri).
Naturalmente, una maggiore tassazione del capitale e l’efficientamento dell’apparato statale non saranno mai la nostra rivendicazione! I “compromessi da entrambe le parti” spesso significano compromessi solo per i lavoratori. Non sogniamo un’armonia fittizia tra capitale e lavoro, ma l’abolizione delle relazioni di produzione capitaliste. Tuttavia, ciò non significa che rivendicazioni volte a migliorare le condizioni di vita e di lavoro del proletariato e le lotte economiche per attuarle non siano importanti. Al contrario, riconosciamo la loro necessità per unire il proletariato nella difesa del salario e dei propri diritti. Sicuramente il ruolo storico dei sindacati non è esaurito, né lo sarà a seguito di una rivoluzione socialista.
In era imperialista, le lotte economiche si trasformano – molto più rapidamente che in passato – in lotte politiche, poiché il loro sviluppo e generalizzazione entra in conflitto diretto con le fondamenta del regime capitalista. Di conseguenza, qualsiasi organizzazione sindacale si confronta subito con la questione del suo atteggiamento verso lo Stato capitalista. Deve o accettare di limitare la lotta proletaria entro i limiti della legalità – restringendola e soffocandola così per conservare l’ordine esistente – oppure superare i limiti della legalità borghese ed entrare nel campo rivoluzionario. Ciò implica l’estensione, l’intensificazione e la generalizzazione della lotta dei lavoratori per difendere le loro condizioni di vita.
Affermammo, nella nostra Piattaforma del 1945, che la funzione sindacale è completa solo quando il partito politico di classe guida le organizzazioni sindacali.
Il proletariato rumeno si trova in una situazione critica. In assenza di un proprio organo, il Partito politico di classe, è costretto a inginocchiarsi e a capitolare di fronte alla continuazione del suo sfruttamento in modi ancora più crudeli. Ma questa spirale di deterioramento delle proprie condizioni continuerà finché il proletariato non sarà costretto dalla fame e da altre privazioni a reimpossessarsi delle classiste organizzazioni di lotta economica, nel futuro guidate dal Partito Comunista.
Perché? In era imperialista, ed a causa della debolezza del movimento comunista, lo Stato riesce a contenere i settori più combattivi del movimento operaio ed a sussumere la forma sindacale, così da rivolgerla contro il proletariato. Se l’atteggiamento, nell’infanzia del capitalismo, era combattere qualsiasi tentativo di organizzazione proletaria, questo è cambiato, dopo le vittorie ottenute dai lavoratori sul piano economico, in una tolleranza verso i sindacati e infine nella loro integrazione organica nelle strutture statali. Così, il sindacato viene trasformato da arma del proletariato in suo guinzaglio, uno dei molteplici legami che lo legano allo Stato borghese.
Cosa fare? Il partito di classe, il Partito Comunista Internazionale, come cervello sociale della propria classe, ha il dovere di facilitare il processo di rinascita dei sindacati di classe.
In Romania, dopo il crollo del regime di Ceaușescu, lo Stato ha sostituito i sindacati statali con sindacati formalmente indipendenti. Per questo motivo, la possibilità che una frazione di lavoratori militanti cresca numericamente all’interno di un sindacato per poi assumere il controllo dell’organizzazione (con la forza) è bassa, ma non nulla. Comunque, che il sindacato di classe rinasca o dalla riconquista di quelli esistenti, oppure ex novo, il Partito organizzerà al suo interno frazioni comuniste in prospettiva di assumerne la direzione.
In effetti, la massa dei lavoratori rumeni vede ancora nelle federazioni sindacali attuali armi per difendere le proprie condizioni di lavoro; il ruolo dei comunisti è di essere presenti nei sindacati attuali, opponendosi con forza a qualsiasi decisione della burocrazia sindacale contraria agli interessi della classe lavoratrice.
Dagli Stati Uniti d’America. La Graduate Employees Organization e le lotte dei lavoratori laureati americani
Nell’epoca capitalistica, l’istruzione superiore non esiste solo per il perseguimento della conoscenza e del progresso scientifico. Le università, sia private che pubbliche, sono prima di tutto delle imprese. Le merci che offrono al mercato sono l’istruzione e la ricerca. Le università esistono per produrre lavoratori specializzati per il mercato del lavoro, producendo al contempo ricerca e nuove tecnologie che servono gli interessi di enti statali e privati. I laureati, in quanto lavoratori in formazione, vedono il proprio lavoro utilizzato dall’università nella produzione di ricerca o come operatori del processo educativo.
Il complesso della ricerca industriale è un affare piuttosto redditizio. All’inizio di quest’anno, l’Università del Michigan ha riferito di aver ricevuto nell’ultimo anno fiscale quasi 2,04 miliardi di dollari per la ricerca, inclusi 1,17 miliardi di dollari dal governo federale. Il successo finanziario dell’università avvantaggia direttamente anche le aziende che collaborano con essa e ne garantiscono il funzionamento. Le aziende del Michigan hanno ricevuto 97,7 milioni di dollari dall’università per i loro beni e servizi, quelle della contea di Washtenaw – dove si trova l’Università del Michigan – da sole ne hanno ricevuti 66,7.
Gli interessi dell’amministrazione universitaria e quelli dei laureati entrano frequentemente in conflitto. L’università ha interesse a mantenere ed espandere il suo tasso di profitto, che deriva da sovvenzioni e finanziamenti sia da fonti private che statali. Gli studenti laureati, che lavorano sovvenzionati con borse di studio, sono dei veri e propri lavoratori dell’università, e rappresentano figure economiche che lottano per il miglioramento delle loro condizioni materiali immediate.
La Graduate Employees Organization
La Graduate Employees Organization (GEO) è un sindacato che rappresenta più di 3300 dipendenti laureati e studenti laureati presso l’Università del Michigan, coadiuvanti l’insegnamento e la ricerca. È un’affiliata dell’American Federation of Teachers (AFT-Michigan) e dell’AFL-CIO.
Il processo di formazione del GEO iniziò nel 1970, quando l’University Teaching Fellows’ Union raccolse abbastanza firme per presentare una petizione per le elezioni alla Michigan Employment Relations Commission (MERC). Tuttavia, nel 1971, la MERC respinse la loro petizione, sostenendo che i Teaching Fellows “non costituivano un’unità contrattuale collettiva appropriata”, che anche se avessero potuto essere considerati dipendenti universitari, avrebbero dovuto far parte di un’unità che includeva Research e Staff Assistants. Gli sforzi di organizzazione furono temporaneamente abbandonati fino al 1973, quando l’Organization of Teaching Fellows (OTF) fu organizzata per protestare contro un aumento spropositato del 24% delle tasse universitarie. Sebbene l’amministrazione universitaria scongiurò uno sciopero dell’OTF concedendo aumenti di stipendio ai Teaching Fellows, l’OTF si unì ai Research e Staff Assistants dell’università per formare la Graduate Employees Organization, che fu riconosciuta il 15 aprile 1974.
Nel corso della sua storia più che cinquantennale, il GEO è stato coinvolto in numerose lotte contro l’amministrazione universitaria, inclusa la lotta per il suo primo contratto nel 1975, la battaglia per affiliarsi all’American Federation of Teachers dal 1976 al 1981, nonché vari miglioramenti contrattuali e tutele per i lavoratori.
In particolare:
– Dal 1983 al 1993, ha lottato per i contratti degli studenti, laureati includendo azioni contro le discriminazioni, per periodi estesi di copertura dentistica e aumenti significativi degli stipendi, oltre a esenzioni dalle tasse universitarie.
– Dal 1993 al 1996, il GEO ha lottato contro i piani dell’amministrazione per “GradCare”, che avrebbe eliminato una serie di benefici sanitari per gli assistenti alla didattica e li avrebbe costretti a un piano sanitario significativamente peggiore che violava simultaneamente la distinzione tra dipendente e studente lavoratore, minacciando così la continuità dell’esistenza e il riconoscimento legale del GEO. Sotto la minaccia di uno sciopero, l’amministrazione fece marcia indietro, e le concessioni fatte al GEO inclusero un aumento salariale (3% all’anno per 3 anni) e un tetto di 80 dollari alla tassa di iscrizione.
– Nel contratto del 1996, il sindacato ha negoziato con successo ulteriori aumenti di stipendio, un trattamento equo e una formazione per gli Insegnanti Laureati (GSI) internazionali e opportunità di lavoro eque per studenti senza distinzione di sesso e colore.
– Nel 1999, a seguito di un’astensione di due giorni e della minaccia di uno sciopero prolungato con la solidarietà dei Teamsters e dei sindacati edili, il GEO ha ottenuto un nuovo contratto che includeva un aumento salariale garantito del 10,5% in 3 anni, e ha spostato 500 iscritti meno pagati a livelli di qualifica più alti, facendo quindi ottenere loro un aumento di stipendio del 25%.
– Dal 2000 al 2012, il GEO ha ottenuto ulteriori conquiste come sussidi per l’infanzia (2002), diritti sanitari inclusivi per le persone trans (2006), un aumento del 13,2% dei salari in 3 anni insieme a un’estensione della copertura sanitaria (2008) e un ufficio specifico per i problemi dei disabili (2011).
– Nel 2017, dopo aver minacciato astensioni e un possibile sciopero, il GEO ha ottenuto una serie di posizioni DEI (Diversità, Equità e Inclusione), aumenti annuali del 3,35%, un tetto di 700 dollari per i co-pagamenti per la salute mentale, due settimane aggiuntive di congedo parentale retribuito e un tetto orario per i GSI internazionali con restrizioni sui visti.
– Lo Sciopero per il “Campus Sicuro” nel 2020 durò 2 settimane e ottenne concessioni sulle misure di sicurezza per combattere l’infezione da Covid-19, con gli scioperanti del GEO che violarono la “clausola di non sciopero” e il divieto dello Stato del Michigan sugli scioperi del settore pubblico.
– Dopo uno sciopero di 5 mesi nel 2023, l’azione più lunga nella storia del GEO, durante la quale l’università tentò di costringere il sindacato alla sottomissione attraverso mezzi legali ed extralegali come trattenere la retribuzione e falsificare votazioni, fu ratificato l’attuale contratto, risultando in aumenti record, un programma di finanziamento transitorio per gli studenti laureati e concessioni per genitori, lavoratori transgender, lavoratori disabili e studenti internazionali.
Le varie funzioni del GEO sono suddivise in una serie di comitati. Questi comitati sono responsabili dello svolgimento dei compiti loro delegati.
Con il contratto attuale in scadenza il prossimo anno, e con il governo federale che diventa sempre più aggressivo riguardo ai diritti dei lavoratori e ai diritti degli studenti immigrati, il Comitato Contrattuale del GEO si sta già riunendo e gli obiettivi per il prossimo contratto vengono avanzati dai vari caucus. Oltre a garantire la sicurezza lavorativa dei suoi membri, il GEO sta prestando ulteriore attenzione al suo nascente Caucus dei Master, e sta lavorando con il suo Caucus dei Lavoratori Laureati Internazionali per garantire le posizioni degli studenti internazionali minacciati dalla repressione sull’immigrazione dell’amministrazione Trump.
Ancora più importante, per le negoziazioni contrattuali del 2026, il GEO ha ripreso la lotta per organizzare formalmente gli assistenti di ricerca laureati ed i borsisti di ricerca nel sindacato come unità contrattuale distinta. Sebbene gli assistenti siano stati in grado di unirsi al sindacato in quanto studenti laureati, e abbiano formato il proprio caucus all’interno del GEO per sostenere i propri interessi, lo Stato ha ripetutamente impedito loro di essere un’unità contrattuale distinta all’interno del sindacato. Ciò significa che, sebbene beneficino di alcune disposizioni contrattuali del sindacato, non sono coperti da alcuni aspetti del contratto che si applicano agli insegnanti e agli assistenti di ruolo, come le politiche sulle ferie, i rimborsi delle tasse per i visti e l’accesso ai fondi di emergenza.
La distinzione studente-lavoratore: gli studenti laureati sono lavoratori?
Quando ci si riferisce a sindacati di studenti laureati come il GEO, è importante studiare il dibattito in corso sullo status legale degli studenti laureati come lavoratori. Secondo l’Institute for Social Research dell’Università del Michigan, gli studenti laureati costituiscono circa il 44% della forza lavoro della ricerca, presso sia la National Science Foundation che nei National Institutes of Health, che svolgono un ruolo chiave sia nel finanziare gli studenti laureati che nel loro impiego.
In base al National Labor Relations Act del 1935, il National Labor Relations Board classifica gli studenti laureati come dipendenti del settore pubblico. Questo perché gli studenti laureati, se non compensati con salari o stipendi, sono spesso compensati per il loro lavoro con borse di studio che, a differenza delle sovvenzioni, prevedono come requisito prestazioni lavorative, in cui gli studenti sono tenuti a lavorare un numero determinato di ore per ricevere finanziamenti o stipendi dall’università o dal governo. Pertanto, gli studenti laureati attualmente non impiegati dall’università come Graduate Student Instructors o Graduate Student Staff Assistants possono aderire al GEO perché sono considerati dalla legge federale sia dipendenti del settore pubblico che studenti.
Modelli che si ripetono
Dai tentativi delle università di privare gli studenti laureati del loro status legale di lavoratori, possiamo vedere ripetersi la stessa lotta di classe tra borghesia e proletariato che avviene ovunque. Le università, come qualsiasi padrone, cercano sempre di trovare mezzi per privare i propri dipendenti della retribuzione e dei benefit; questo viene fatto per ridurre i costi di produzione, che in questo caso significa ridurre i costi dell’istruzione degli studenti e della produzione di ricerca. Se gli studenti laureati perdessero le loro tutele legali come lavoratori, allora l’università avrebbe carta bianca per tagliare stipendi e d su tutta la linea, continuando allo stesso tempo a sfruttare il loro lavoro per ottenere miliardi di dollari di profitto.
Isolare gli studenti laureati avvantaggerebbe ulteriormente l’università (e la borghesia nel suo insieme) dividendo e isolando una sezione del proletariato dal resto della classe e distruggendo la sua capacità di costituire i propri organi economici, impedendole così di lottare per i propri interessi materiali immediati e la propria sopravvivenza.
Tuttavia, organizzare semplicemente gli studenti laureati nel loro sindacato di categoria non basta. Se non assumono una dimensione politica, le loro lotte saranno limitate esclusivamente alle loro rivendicazioni economiche immediate, senza affrontare le cause profonde del loro sfruttamento all’interno del sistema capitalista, condannate per sempre a perseguire miglioramenti che si riveleranno ben presto effimeri perché facilmente cancellati dalla borghesia.
Gli studenti laureati, come ogni sezione del proletariato, devono essere resi consapevoli della lotta di classe contro la borghesia e del loro ruolo al suo interno. L’unico modo per farlo è ricostruire un forte sindacato di classe quale organismo che colleghi la classe al suo organo politico, il Partito Comunista Internazionale. Le lotte economiche per le rivendicazioni materiali immediate condotte dai sindacati devono essere guidate ed elevate con la teoria, la dottrina e il programma, forniti dal Partito, forgiati nel crogiolo delle passate lotte proletarie.
La spiegazione di un perché
A volte anche i simpatizzanti e i lettori della nostra stampa, gli operai a noi più vicini nella quotidiana battaglia contro l’opportunismo e per la difesa del programma rivoluzionario, si lasciano prendere dalle ansie della situazione contingente, e si chiedono perché non volgiamo la nostra attività anche alla soluzione di quelli che si chiamano correntemente i “problemi aziendali”.
Il disgusto per le correnti politiche dominanti e le loro filiazioni sindacali ha raggiunto, in molti operai, un grado che è a volte di violenza, ben giustificato da anni di lotte inconcludenti e di amare sconfitte. Ma quello che riesce loro difficile comprendere è che la situazione di oggi si ricollega ad una catena inesorabile di fatti passati, e che i problemi del proletario non si circoscrivono all’azienda, alla fabbrica, alla città, ma abbracciano l’insieme dei rapporti fra le classi, le vicende generali della lotta fra classe operaia e classe capitalistica, e il grado di maturazione di questa lotta. Ora è appunto questa visione complessiva che, fra i compiti della minoranza rivoluzionaria, mette in primo piano la critica senza quartiere dell’opportunismo, l’individuazione del nemico annidato nelle file della stessa classe operaia, lo smascheramento delle forze e delle ideologie che hanno corrotto prima e sfasciato poi il movimento proletario. Se, come tutti i movimenti in fregola di contingentismo e di epilessia volontaristica, facessimo derivare la nostra sia pur limitata attività nei vari campi dell’organizzazione sociale e politica dalla filistea preoccupazione dell’“oggi”, considerando la rivoluzione come l’accumularsi di una serie di episodi frammentari e locali, ciascuno con un suo significato progressivo nel tempo e nella qualità, realizzeremmo quanto di più lontano esista dalla storica lotta fra le classi, e tanto più vicino saremmo alla fine politica dell’organizzazione; se creassimo nei proletari, nei lavoratori delusi e costretti per necessità a lottare comunque, l’illusione che, come dicono gli innumerevoli saltimbanchi della politica spicciola, abbiamo nella manica, pronta per esser tirata fuori al momento buono, una ricetta di “attualità”, da applicarsi indipendentemente da un capovolgimento di rotta generale del moto proletario, noi non faremmo nulla di diverso dai traditori del movimento operaio, prepareremmo alla classe lavoratrice nuove delusioni e nuove sconfitte.
La verità è che la situazione è inesorabilmente fissata in termini che non consentono dubbi: subiamo le conseguenze estreme e necessarie della sconfitta su tutto il fronte internazionale della rivoluzione. Il prezzo sanguinoso di un’inversione ormai del moto proletario è la situazione di oggi: è perciò che le organizzazioni proletarie sono infeudate all’opportunismo e corrose dal tradimento; è perciò che, tanto per rifarci a un caso “aziendale”, la commissione interna è, per statuto e di fatto, un organo di collaborazione con la direzione, anzi una longa manus della direzione in seno alla classe operaia; ed è per ciò che, oggi, non presentiamo liste in occasione delle elezioni; è per ciò che la classe proletaria geme sotto il peso integrale dell’oppressione capitalistica e non riesce a trovare la strada del suo rovesciamento. È ancora questa situazione che limita le possibilità d’intervento delle pattuglie rivoluzionarie nelle lotte rivendicative. Quando è malato il cervello del moto proletario, la preoccupazione delle disfunzioni organiche periferiche passa in secondo piano di fronte al problema preliminare di guarirne il centro motore; non è partendo dai limiti dell’azienda, ma al contrario muovendo dall’attacco ai rapporti generali fra le classi per investire l’insieme delle articolazioni della società borghese, che si pongono le condizioni della ripresa proletaria. Gridino pure gli opportunisti che non ci interessiamo delle tristi condizioni di vita dei lavoratori, dei bassi salari, della disoccupazione; resta il fatto che nessuno di questi problemi si risolve, oggi soprattutto, se non risolvendo il problema della direzione del moto proletario, del suo orientamento, e perciò dell’eliminazione – non in punti singoli e periferici, ma centralmente – della lebbra della conciliazione di classe. Resistere alla bufera dell’opportunismo e del tradimento dei principii è difendere, col domani ultimo della classe, anche il suo presente; è preparare la soluzione del problema complessivo dei rapporti fra capitale e lavoro, e, insieme, dei problemi del “posto di lavoro”.
Perciò, finché la ripresa non si sarà avverata, e in attiva preparazione di essa, il primo compito rimane quello di rifar funzionare il motore della rivoluzione proletaria dopo averlo “ripassato” in tutti i suoi delicati meccanismi. L’arma della critica, dello smascheramento delle forze e delle ideologie avversarie, e della riaffermazione del programma comunista è la premessa dialettica della critica delle armi. Non c’è questa se non si sarà esercitata quella.
Il ricordo delle grandi lotte del passato indica al proletariato cinese la strada per il prossimo assalto rivoluzionario
Gli scioperi di oggi
Nel 2023, dai dati che circolavano sugli scioperi in Cina, era possibile individuare una tendenza alla crescita delle lotte operaie, con quell’anno che si chiudeva con almeno 1794 “incidenti”, scioperi o proteste dei lavoratori, in aumento rispetto sia al periodo pandemico che a quello pre-pandemico, con le 1389 lotte del 2019.
Nel 2024, invece, veniva registrato un lieve calo rispetto all’anno precedente, con 1509 scioperi registrati, che risultava comunque superiore ai livelli pre-pandemici.
Il 2025 sembra confermare il livello del 2024, con almeno 540 tra scioperi e proteste registrati nei primi quattro mesi dell’anno, determinati principalmente da ritardi nei salari, chiusure di fabbriche e licenziamenti, che si inseriscono in un contesto di peggioramento della situazione economica caratterizzata dalla guerra commerciale con gli Stati Uniti.
Questi dati, piuttosto scarni, che potrebbero essere incompleti nel numero, non forniscono informazioni sul numero degli scioperanti, la durata delle lotte ecc. Pertanto non risulta possibile individuare nell’attuale movimento degli scioperi in Cina che poche indicazioni, che non vanno oltre la ovvia conferma dell’inevitabile lotta del proletariato e una sua crescita negli ultimi anni.
In tale contesto particolarmente significativi sono stati gli scioperi alla BYD, colosso automobilistico tra i produttori di veicoli elettrici più grandi del mondo, che hanno coinvolto migliaia di lavoratori. Le proteste sono scaturite da forti riduzioni salariali e dal mancato rispetto degli accordi stipulati nel 2023, al momento dell’acquisizione da parte di BYD delle attività della multinazionale Jabil. Migliaia di lavoratori nelle fabbriche di Wuxi, una città vicino a Shanghai, e Chengdu hanno scioperato tra fine marzo e inizio aprile 2025.
Questi scioperi alla BYD, per l’importanza del gruppo, il numero dei lavoratori coinvolti e il fatto che lo sciopero si sia sviluppato in due diversi stabilimenti, possono costituire un esempio per le altre centinaia di migliaia di operai cinesi colpiti dalla crisi del capitalismo.
In particolare, la guerra commerciale con gli Stati Uniti sta facendo diffondere in tutta la Cina proteste per chiedere i salari arretrati o contro i licenziamenti in quelle fabbriche che vengono chiuse a causa dei dazi. Secondo le stime degli analisti della Goldman Sachs fino a 16 milioni di lavoratori sono a rischio di licenziamento a causa del crollo delle esportazioni in seguito all’aumento dei dazi commerciali da parte americana.
Ogni aggravamento della situazione economica del paese sarà inevitabilmente scaricato dalla borghesia cinese sulle spalle della propria classe operaia, spingendo sul terreno della lotta di classe centinaia di migliaia di lavoratori per difendere le condizioni di lavoro e di vita. Una ripresa dello scontro di classe su vasta scala porrà al proletariato cinese la necessità di dotarsi di quegli strumenti classisti come già avvenuto nella storia di quel comparto della classe operaia mondiale.
Volgere lo sguardo alle grandi lotte del 1925-27
Esattamente un secolo fa, un impetuoso movimento rivoluzionario iniziò a scuotere la vecchia Cina. Il 30 maggio del 1925, a Shanghai, si ebbe l’uccisione da parte di soldati schierati a difesa della concessione internazionale di alcuni operai e studenti durante una manifestazione. Fu l’episodio che innescò un movimento di scioperi che da Shanghai coinvolse i principali centri cinesi. A Canton, il 23 giugno, le truppe inglesi spararono su un corteo di operai e studenti facendo decine di morti. La reazione proletaria fu immediata, con uno sciopero generale a Canton e Hong Kong. Almeno 100 mila operai abbandonano in massa la colonia inglese di Hong Kong, trasferendosi a Canton, dove circa 250 mila operai erano in sciopero e avevano praticamente il controllo della città. Siamo nel giugno del 1925, ma sarà nel 1927 che, con le insurrezioni proletarie di Shanghai e Canton, il movimento raggiungerà il suo apice.
Tali episodi delle lotte di classe in Cina sono stati più volte ricordati negli scritti di Partito, non certo per celebrare vuoti anniversari, ma perchè costituiscono un’esperienza fondamentale per il proletariato rivoluzionario, non solo cinese, che volgendo lo sguardo a quel periodo di dirompente ascesa di lotta e organizzazione può trovare esempi da seguire ancora oggi.
Volgere lo sguardo a quel periodo di ascesa rivoluzionaria significa però individuare le profonde differenze con i mutamenti economici e sociali di oggi, e quindi i diversi compiti che si ponevano ieri e oggi.
In quella Cina arretrata, con una classe operaia poco numerosa rispetto allo sconfinato mondo contadino, dove all’ordine del giorno vi era una rivoluzione nazionale anticoloniale, la Terza Internazionale aveva stabilito chiaramente nelle sue Tesi sulla questione nazionale e coloniale che il vero movimento rivoluzionario era rappresentato “dai contadini poveri e arretrati e dagli operai che lottano per la propria liberazione da ogni specie di sfruttamento”, non quello nazionalista democratico borghese, incapace di realizzare i suoi stessi obiettivi politici e nazionali borghesi. Pertanto, anche nei paesi arretrati come le colonie, era il proletariato che doveva porsi alla testa del movimento rivoluzionario, costituito principalmente dalle vaste masse contadine, diffidando di una borghesia cinese che per il suo ruolo economico, essendosi sviluppata principalmente come borghesia compradora, era strettamente legata all’imperialismo, incapace quindi di condurre fino in fondo una vera lotta per l’indipendenza nazionale. Condizione fondamentale affinché il proletariato cinese potesse condurre la sua lotta alla testa della rivoluzione in Cina e in stretta connessione con la lotta puramente proletaria nei paesi a capitalismo avanzato era la direzione del suo Partito Comunista, forte della sua indipendenza politica e organizzativa. Lo stalinismo sabotò tale prospettiva marxista, imponendo la classica tattica menscevica, lasciando alla borghesia la guida della rivoluzione nazionale e facendo sottomettere il giovane Partito Comunista alla direzione borghese del Kuomintang, attraverso l’ingresso dei comunisti nel partito nazionalista, disarmando in tal modo le generose lotte del proletariato.
Oggi che in Cina non si pone più all’ordine del giorno una rivoluzione nazionale nella quale il proletariato avrebbe da rapportarsi con altre forze potenzialmente rivoluzionarie, è proprio l’esperienza delle sue lotte e della sua organizzazione negli anni Venti del secolo scorso che deve essere recuperata dal proletariato odierno, sì molto più numeroso rispetto al passato, ma schiacciato dalla forza materiale di uno Stato borghese che ideologicamente si tinge ingannevolmente di rosso.
Il poco numeroso proletariato, nel volgere di pochi anni, si era organizzato in sindacati classisti che al primo congresso dei sindacati cinesi nel maggio del 1922 poteva contare su almeno 200 mila aderenti, mentre tre anni dopo, nel maggio del 1925, al secondo congresso, il numero degli iscritti era circa 570 mila. Tale organizzazione classista era cresciuta con il diffondersi degli scioperi nelle aree industriali del paese, che presero avvio all’indomani della fine della prima guerra mondiale, ma che montarono di forza e intensità proprio a partire dal 1925.
Rispetto alle condizioni di un secolo fa, l’attuale contesto economico e sociale vede ribaltate le proporzioni tra il mondo urbano e quello rurale, con la formazione di un numeroso proletariato concentrato in immense metropoli, che continua la sua crescita con il perdurare dello spostamento dei contadini dalle campagne alle città. Ma soprattutto sono mutati i compiti che deve assolvere questo proletariato, che non ha più da caricarsi sulle spalle le incombenze di una rivoluzione doppia, ponendosi alle testa delle sterminate masse contadine, ma ha da condurre la propria rivoluzione monoclassista.
Per assolvere tale compito non ci sono novità dell’ultimo momento da apprendere e applicare, ma è necessario riprendere la strada tracciata da quei primi proletari cinesi che un secolo fa osarono combattere la propria guerra di classe, avendo come obiettivo presa del potere.
Sotto il Capitalismo non può esserci reale liberazione della donna dalla sua millenaria oppressione
Un volantino sulla donna e le rivoluzione comunista distribuito dal partito
La doppia oppressione a cui il regime della proprietà privata condanna le donne è una realtà comune a tutti i paesi, siano essi i più “arretrati” o formalmente i più “democratici” e moderni; dagli Stati Uniti all’Europa, dall’Iran all’Afghanistan, dall’Africa all’America Latina, le donne lavoratrici pagano un duplice prezzo: alla millenaria oppressione nella società di classe della donna in quanto donna, per la proletaria si sommano, infatti, quelle del lavoro salariato e delle contraddizioni di questa società dominata dai rapporti di produzione capitalistici.
Se in alcune parti del mondo le donne vedono ancora negati diritti elementari quali il diritto all’istruzione e all’aborto, in tutti i paesi, ivi compresi quelli che si autodefiniscono come la culla della civiltà moderna, i salari delle lavoratrici sono mediamente più bassi di quelli dei lavoratori maschi a parità di mansioni, e il mondo femminile è vittima di una sistematica violenza che la morale borghese definisce di “genere” e la sua giurisdizione non riesce in alcun modo a tamponare.
Ma è proprio nella violenta esacerbazione dello sfruttamento femminile sotto il dominio del capitale che è altresì dialetticamente posta la premessa per la reale liberazione delle donne. La trasformazione capitalistica dell’economia ha covato nel suo seno la sua stessa rovina offrendo anche alle donne i mezzi sociali e politici attraverso cui ambire alla propria emancipazione: la lotta rivoluzionaria della classe proletaria, unico strumento di liberazione dal giogo del capitale, in direzione del comunismo.
Donne, lavoratrici, compagne!
In questo mondo, ove secondo la ipocrita illusione borghese il capitalismo avrebbe assicurato il benessere universale e, invece, è sempre più dilaniato dalla miseria, dalle guerre, dall’esodo di masse disperate in fuga dai conflitti e dalle carestie, entro cui il proletariato consuma le proprie giornate in un lavoro estenuante e alienante, la condizione della donna non può che inevitabilmente divenire sempre più difficile.
A nulla sono valse e valgono le “democratiche” riforme volte alla sua tutela entro e fuori la famiglia ormai allo sfascio: alla donna a cui, ancora in prevalenza, vengono affidati i lavori domestici, a cui si continua a chiedere quasi in esclusiva di badare ai figli senza alcun reale supporto sociale, la cui maternità è solo formalmente tutelata, viene anche chiesto di lavorare per lunghe ore nelle fabbriche e negli uffici, ove spesso svolge lavori pesanti per salari da fame.
Donne, lavoratrici, compagne
Questo mondo ormai interamente devastato dall’economia capitalista che spesso non riesce a garantirvi neanche un alloggio dignitoso, spedisce senza riguardi per la vita i vostri uomini a combattere in guerre infami necessarie ad arricchire la borghesia criminale, specula sulla sofferenza dei rifugiati per ottenere manodopera a basso costo, non allevia in alcun modo il peso delle vostre vite divise tra il pesante lavoro fuori casa e la cura dei figli e della famiglia.
Questa società non può offrire alcun reale miglioramento delle vostre condizioni di vita e di lavoro.
Il vile regime del capitale vi priva delle gioie e delle soddisfazioni che tutti gli esseri umani potrebbero altresì provare. Non può offrirvi altro che una parodia della vostra emancipazione, che suona come una beffa per il proletariato.
Dunque, non lasciatevi ingannare dall’illusione del femminismo borghese: senza la distruzione degli attuali rapporti di proprietà, non è possibile una vera liberazione delle donne. Finché esisterà il dominio del capitale, della proprietà privata e del lavoro salariato, la vera e piena emancipazione delle donne non sarà mai possibile.
L’oppressione delle donne potrà cessare solo entro la futura società senza classi e senza Stato, ossia nel comunismo. Qualsiasi riforma nell’ambito della società borghese non può portare ad una vostra reale liberazione né come donne, né come lavoratrici, né come esseri umani.
I fragili diritti strappati allo Stato borghese, quale il voto, il divorzio e l’aborto, nel quadro del regime capitalistico sono costantemente messi in discussione e non eliminano le cause profonde della sottomissione delle donne nella famiglia e nella società. Essi realizzano solo un’uguaglianza formale e giuridica, non un’uguaglianza reale e organica. Al contrario, proprio nella sbandierata e fallace “uguaglianza civile” risulta evidente la sottomissione sociale del genere femminile.
La liberazione delle donne non passa, come sostiene il femminismo, dalla contrapposizione del “popolo femminile” al “popolo maschile”, preservando la conservazione della società attuale. Le rivendicazioni delle donne lavoratrici devono congiungersi, andandosi a sommare, a quelle della propria classe, la classe salariata, convergendo in una lotta di classe comune contro l’intera società borghese. Solo sotto questa bandiera può essere fruttuosamente collocata la questione femminile e divenire finalmente vittoriose le specifiche rivendicazioni delle donne lavoratrici.
Donne, lavoratrici, compagne: è indispensabile scagliare le rivendicazioni femminili contro lo Stato borghese!
La liberazione del genere femminile è irrealizzabile senza l’annullamento di ogni forma di proprietà privata sui mezzi di produzione e di ripartizione, senza la partecipazione cosciente e volontaria delle donne all’organizzazione e all’attuazione della vita collettiva, ossia senza il comunismo.
L’esaltazione della reale essenza della donna come donna, così come quella dell’uomo in quanto tale, è incompatibile con la forma di merce (forza lavoro), a cui la società capitalista ha ridotto entrambi.
Lavoratori e lavoratrici devono avanzare di pari passo e insieme mobilitarsi: inizialmente in difesa delle proprie condizioni di vita e contro lo sfruttamento capitalista, con rivendicazioni immediate volte a ridurre le sofferenze contingenti, per poi sferrare domani l’attacco definitivo volto a rovesciare lo Stato borghese, bastione dell’oppressione della classe dei lavoratori. Solo in questo quadro di distruzione dell’apparato del capitale le donne lavoratrici potranno rivendicare i propri diritti in quanto donne e guadagnarli alla propria nuova vera vita, a differenza che entro il regime di classe che, con le sue vacue riforme, la sua fallace legislatura, la sua inconcludente giurisdizione e il suo ipocrita moralismo, non le libera ma altresì le condanna alla doppia oppressione!
Donne, lavoratrici, compagne!
In questo momento storico di grave e persistente crisi del Capitale
– in cui l’attacco dello Stato borghese agli effimeri diritti conquistati dai lavoratori con dure lotte si è inevitabilmente esacerbato;
– in cui le “pacifiche” borghesie nazionali, consce della potenzialità proletaria, cercano di soffocare il seppur ancora flebile sussulto di lotta di classe sospinto dal continuo peggioramento delle condizioni dei lavoratori;
– in cui la miseria e le guerre costringono masse sempre più ingenti a fuggire da una parte all’altra del mondo, il cui carattere “globale” è realmente tale solo per gli affari dei vari imperialisti;
– in cui, ancora una volta, il capitalismo fa precipitare la classe operaia nella sua guerra per preservare la propria esistenza,
la lotta di classe avrà bisogno più che mai del contributo delle donne, le quali potranno offrire quella parte di loro stesse che arricchisce e completa il fronte di battaglia e la sua determinazione!
La vostra presenza è indispensabile, sia nella prima fase di lotta difensiva che nella successiva e definitiva lotta per la presa del potere e la instaurazione della dittatura del proletariato, per la transizione economica al socialismo ed infine per il passaggio alla società del futuro ove l’umanità potrà riappropriarsi della propria vita e vitalità, il comunismo.
Come già affermato da Lenin, senza la partecipazione delle donne, il proletariato difficilmente riuscirà a realizzare la sua rivoluzione vittoriosa!
Senza la mobilitazione delle donne alla lotta di classe per il Comunismo, lo scontro con il capitalismo è più difficile da affrontare e impossibile da vincere, così come senza la completa liberazione sociale ed individuale della donna non può esistere alcun passo reale verso il comunismo.
Il mondo proletario si aspetta che le donne lavoratrici lottino per risollevare le loro vite umiliate e degradate alla loro nuova esistenza entro l’unico sistema sociale in grado di restituire e garantire dignità e prosperità agli sfruttati di oggi.
La specie umana ha bisogno che le donne proletarie si impegnino con orgoglio e coraggio nella lotta che le condurrà verso un futuro diverso, in cui potranno realizzarsi pienamente e con gioia come esseri viventi liberi dall’alienazione della doppia oppressione.
Donne, lavoratrici, compagne!
È questo il grido di guerra contro l’oppressione che soltanto il partito di classe può diffondere. È l’indirizzo antidemocratico ed anticapitalista che si sprigiona dall’invariante programma della Sinistra Comunista, complessiva visione del trapasso generale alla futura società di specie.
Partito Comunista Internazionale
Un nemico che è sempre lo stesso
I nostri compagni in Croazia hanno diffuso questo volantino tra gli operai in lotta
Il 2025 sta lentamente volgendo al termine. È stato un anno difficile per i lavoratori in Croazia, specialmente per quelli di origine straniera. Gli scioperi nel settore alimentare e delle bevande – nelle aziende Zvijezda e PIK Vrbovec – sono durati settimane e hanno portato alla vittoria dei lavoratori in lotta e alla firma di nuovi contratti collettivi.
Alcuni lavoratori stranieri si sono uniti a questi scioperi, ma sono stati presto spaventati dalla passività della dirigenza. Non c’è bisogno di avere paura! I padroni sono impotenti di fronte ai lavoratori uniti. Non credete alle bugie dei padroni: avete il diritto di scioperare e di organizzarvi sul posto di lavoro! E anche se lo Stato capitalista si schiera a favore dei padroni, l’azione collettiva dei lavoratori difficilmente può fallire se rimane unita. Secoli di lotta di classe in tutti i continenti testimoniano questo fatto fondamentale.
Dovremmo tutti guardare con ammirazione ai lavoratori delle consegne di Wolt. Di fronte al deterioramento delle condizioni di lavoro e alla diminuzione dei salari reali, si sono organizzati da soli, coordinandosi tramite gruppi Whatsapp, e hanno indetto uno sciopero a luglio. La direzione di Wolt è stata costretta a sedersi al tavolo delle trattative e ad avviare le discussioni. Il movimento dei lavoratori delle consegne è stato veramente internazionalista, coinvolgendo lavoratori provenienti dalla Croazia e dall’Asia. Tali movimenti – basati sugli interessi di classe e non divisi per nazionalità, razza o status di immigrati – sono l’unico modo in cui i lavoratori di ogni provenienza possono ottenere migliori condizioni di lavoro, migliori salari e una vita migliore!
Non cadete nella trappola del nazionalismo e della divisione razziale! Non rimanete isolati dai vostri fratelli e sorelle di classe! Le politiche anti-immigrati, che mettono i lavoratori croati contro i lavoratori stranieri, non sono altro che propaganda dei padroni, volta a distruggere la nostra unità di classe.
Lavoratori delle consegne: organizzate i vostri colleghi e mettetevi in contatto con il movimento esistente! Contattate le organizzazioni sindacali di base per chiedere aiuto. Lavoratori delle fabbriche, dell’edilizia e dei servizi: prendete nota e organizzatevi secondo linee internazionaliste!
Il Partito Comunista Internazionale
Trump e la mobilitazione degli Stati Uniti per la guerra imperialista
Il 30 settembre, centinaia di generali e ammiragli statunitensi, ovvero l’intero vertice dell’esercito americano, si sono riuniti a Washington DC per un incontro improvvisato e “insolito” con il presidente Trump e il segretario alla Difesa Pete Hegseth. Lo scopo dell’incontro è stato rivelato quando Hegseth ha tenuto un appassionato sermone agli ufficiali, denunciando la degenerazione del Dipartimento della Guerra.
Com’era prevedibile, i propagandisti “liberal” insieme a tutte le altre rubriche di gossip borghesi che spacciano “notizie politiche” – fingono indignazione nei confronti di Hegseth per il suo presunto consenso ai “crimini di guerra”, dichiarando la sua totale “incompetenza” e attribuendola esclusivamente alla sua presunta “follia fascista/di destra”. Al contrario, noi comunisti sottolineiamo che i commenti minacciosi di Hegseth hanno perfettamente senso alla luce dell’imminente guerra mondiale imperialista e anticipano correttamente tutte le atrocità “in stile nazista” che il capitale americano richiederà per difendere la sua egemonia militare e spingere il peso della distruzione del capitale sul blocco cinese.
Ma c’è anche un altro interessante concetto in questo incontro: Trump ha apertamente affermato la necessità di una “forza di reazione rapida che possa aiutare a sedare i disordini civili”. Ha persino detto a Hegseth che “dovremmo usare alcune di queste città pericolose come campi di addestramento per i nostri militari”, in riferimento alle recenti proteste in queste città. Trump aggiunge che “questa sarà una cosa importante per le persone in questa stanza [cioè i militari], perché si tratta del nemico interno e dobbiamo gestirlo prima che sfugga al controllo. Non sfuggirà al controllo”. Cosa potrebbe essere questo “nemico interno”, se non il proletariato?
Lo Stato borghese conosce bene i pericoli che gli porrebbe il proletariato insorto; indipendentemente dal fatto che questa mobilitazione aggressiva sia davvero “ottimale” per le esigenze immediate del regime oggi, Trump e Hegseth hanno comunque perfettamente ragione nel riconoscere “il nemico interno”. Che una tale risposta sia adeguata o meno alla situazione “odierna”, sarà sicuramente la risposta dello Stato borghese domani; e potremmo anche dire che i riferimenti brucianti di Trump alla “Terza Guerra Mondiale” sono insolitamente “onesti” per un capo di Stato.
Sarebbe molto ingenuo da parte nostra credere che di fronte a una mobilitazione così apparentemente sproporzionata e aggressiva delle forze repressive dello Stato, ci sia una reale debolezza della democrazia americana. La mobilitazione da parte dell’amministrazione Trump di 4100 uomini armati contro appena 1000 manifestanti disarmati, contribuendo a rafforzare l’immagine di un governo “fascista”, mistifica la natura dello Stato e inganna i lavoratori: da un lato, dà loro la falsa impressione che il potere esecutivo dello Stato sia invincibile, in grado di aggirare e schiacciare ogni singola rivolta. E in secondo luogo, l’intensificarsi dell’oppressione visibile li spinge a rifugiarsi tra le braccia dei politici borghesi di sinistra, che pretendono di ripristinare la democrazia in mezzo a questa follia.
La macchina politica democratica ama presentarsi come vittima di un colpo di Stato da parte dell’oligarchia di Trump con le recenti epurazioni di funzionari statali; ma in realtà non c’è stato alcun colpo di Stato: quello dell’attuale Presidente è un programma assolutamente congruente con gli interessi del Capitale americano, anche se apparentemente avrebbe violato una inesistente democrazia. Quindi questo presunto colpo di Stato trumpiano del 2025, se vogliamo, è stato una buffonata carnevalesca ancora più della “Marcia su Roma” di mussoliniana memoria, perché in quel risvolto storico si era in presenza di un proletariato combattivo e schierato sul fronte di classe, mentre nel caso americano il proletariato era del tutto assente, non c’era nessuna esigenza di reprimere nulla, ma si trattava soltanto di uno scontro tutto interno alla varie frazioni della borghesia per contendersi il controllo della macchina statale.
Naturalmente, la macchina politica della cosiddetta opposizione democratica vorrebbe far credere ai lavoratori americani che è solo la “follia” di Trump a spingere gli Stati Uniti sull’orlo di una guerra mondiale, ma la verità è che i politici non hanno alcun potere reale di decidere questa inevitabilità, almeno non decidono nulla se non piccole fluttuazioni statistiche.
La terza guerra mondiale imperialista è resa inevitabile dalle leggi economiche del capitalismo, in cui nessun “capo di Stato” ha alcun potere indipendente di “decidere” gli interessi economici del proprio Paese e può solo adeguarsi, in modo più o meno efficace. Marx ha descritto le basi economiche di una tale guerra nel Capitale, vol. 3, come la crisi capitalista (in particolare nel capitolo 15): l’inevitabile produzione di un certo eccesso di capitale che richiede la distruzione di tale massa di capitale, crea così una situazione in cui ogni impresa deve impegnarsi in una lotta competitiva per salvare il proprio valore di capitale da questo onere, spingendo per la distruzione di questo surplus di capitale delle imprese più deboli. A un livello geopolitico più alto, ciò si manifesta in una situazione in cui “le guerre di invasione si verificano inevitabilmente [tra Stati e ‘blocchi’ di Stati], con saccheggi e brigantaggio da entrambe le parti, per la divisione dei mercati e la suddivisione e la nuova distribuzione della sfera di influenza del capitale finanziario” (Tesi classiche e valutazioni del partito sulle guerre imperialiste, 1989) .
Questo è infatti ciò che è accaduto nelle guerre imperialiste mondiali del XX secolo. Sintetizzando molto: tutte le colonie europee e persino la stessa Europa occidentale sono state soggette all’imperialismo americano nel periodo 1914-1945, trasformandosi completamente da “grandi potenze” a semplici vassalli. L’egemonia finanziaria e militare americana assorbe così l’80% dei territori mondiali, cacciando completamente i vecchi imperi coloniali europei (anche se alcuni residui resistono ostinatamente) e la stragrande maggioranza delle coste mondiali diventa soggetta alla tirannia incombente delle portaerei americane.
Il blocco “socialista” dell’imperialismo russo, naturalmente, aveva tentato di preparare un attacco contro il più forte imperialismo statunitense per più di 40 anni, ma è stato sconfitto alla fine degli anni ’80, dando luogo a un nuovo momento temporaneo di supremazia “unipolare” degli Stati Uniti.
Questa fase storica è marcata dall’ascesa del capitalismo e dell’imperialismo cinese, e all’alleanza che sembra formarsi rapidamente tra Cina e Russia (che include anche l’Iran e altri Stati dipendenti), come “scudo” dell’Asia contro l’invasione degli Stati Uniti.
Non c’è alcun modo in cui l’ascesa della Cina, economica e militare, possa mai essere compatibile con la prosperità già esistente del potente imperialismo americano che è economicamente costretto a difendere la propria capacità di stabilire le regole dell’accumulazione di capitale globale a proprio favore, ovvero il grande premio che ha conquistato nella seconda guerra imperialista mondiale. E deve difendere il proprio potere militare sulla terra e sul mare, il proprio controllo sulla finanza globale, sulle regole del commercio internazionale: in generale, la propria capacità di dettare i termini commerciali alla Cina e alle nazioni periferiche, piuttosto che lasciare che sia la Repubblica Popolare Cinese a dettare questi stessi termini commerciali agli Stati Uniti e alle stesse nazioni periferiche.
Pertanto è del tutto inutile ipotizzare che i governi degli Stati Uniti o della Repubblica Popolare Cinese vogliano o meno una guerra, e che ci si possa impegnare per una qualsiasi politica “antiguerra”. Anche se quei politici borghesi non ‘vogliono’ entrare in guerra secondo la loro “volontà personale”, le loro mani sono completamente legate dalle leggi economiche del capitalismo che portano inesorabilmente alla guerra. Sottolineiamo inoltre che ciò vale anche per la Repubblica Popolare Cinese, nonostante tutta la sua disgustosa demagogia pacifista.
Tutti i governi degli Stati sanno bene che la “pace” è impensabile (nonostante la loro propaganda), che la competizione tra i colossi capitalisti è la regola dell’epoca dell’imperialismo. Sanno che per loro le uniche “opzioni” sono un mondo dominato dalla Cina o dall’America. In una situazione del genere, chiaramente l’unica scelta per i cinesi è quella di lavorare per una situazione favorevole alla Cina “uber alles”, mirando a distruggere non solo la potenza militare degli Stati Uniti, ma anche degli “alleati” russi di ieri, se l’equilibrio delle forze lo consentisse in qualche modo, ovviamente sottoponendo il più possibile il globo al dominio del capitale finanziario cinese utilizzando le stesse “tecniche” brutali impiegate dagli Stati Uniti.
La compulsione del capitale cinese per l’espansione senza freni della sua industria, dei suoi mercati, delle sue sfere di influenza geopolitica e finanziaria è qualitativamente uguale a quella americana, anche se non ancora quantitativamente. E così la loro “ostinazione”, il loro rifiuto di distruggere il proprio capitale sarà ugualmente corresponsabile dell’imperialismo americano per la prossima guerra mondiale. Non si può escludere che l’imperialismo cinese sferrerà addirittura il primo attacco – un “attacco preventivo” – poiché è convinto che se non agirà in modo deciso, saranno gli Stati Uniti a sferrare il primo colpo e a spostare lo ‘slancio’ della guerra dalla loro parte. In ogni caso, qualsiasi discorso sui presunti “aggressori” sarà solo un ostacolo alla preparazione del disfattismo rivoluzionario tra il proletariato.
È una tesi classica del partito che il capitalismo alterni costantemente modalità di governo “democratiche” e ‘fasciste’ in base alle esigenze di repressione del proletariato. Ma in particolare nel caso dell’attuale amministrazione degli Stati Uniti, affermiamo che l’apparente “ascesa del fascismo” non ha quasi nessuna sostanza reale e serve solo a disorientare politicamente il proletariato. Anche se alcune delle azioni particolarmente “estreme” della seconda amministrazione Trump potrebbero essere utili per mobilitare la nazione e la classe operaia per i futuri compiti della guerra imperialista, non c’è alcuna garanzia che la borghesia manterrà Trump come capofila di questa operazione per sempre. Infatti, come accennato in precedenza, ci sono buoni motivi per credere che lo stile di leadership dell’attuale amministrazione sia addirittura inadatto per alcuni compiti tecnici in tale preparazione, e che la funzione più positiva delle buffonate teatrali di Trump sarebbe quella di rafforzare l’antifascismo americano che oggi si aggrappa ai politici borghesi per ottenere sostegno.
In ogni caso, non c’è motivo per cui il capitalismo statunitense non dovrebbe scaricare Trump quando arriverà il momento giusto, sostituendolo all’ultimo minuto con una figura di Stato più gradevole, tecnocratica e “unificante” per guidare finalmente la nazione americana nella guerra imperialista. È probabile che questo sia il risultato nel lungo periodo di questa situazione confusa, dato che la repubblica americana si è sempre vantata della presunta rettitudine della sua leadership “democratica”, usandola come mandato per l’imperialismo mondiale. Oggi possiamo persino vedere i politici americani prepararsi a questa eventualità ricordando ai lavoratori che il vecchio Roosvelt – predatore imperialista e fascista per eccellenza alla Mussolini – era in realtà il miglior esponente della gloriosa tradizione americana di antifascismo. Nel lungo periodo, queste affermazioni sono solo parte dei preparativi del capitalismo statunitense per lanciare finalmente la guerra imperialista mondiale, una guerra che sarà sicuramente giustificata come una sacra crociata antifascista.
Nell’attuale fase storica il culmine di questo processo di imbonimento è ciò che prepara i lavoratori degli Stati occidentali, a massacrare senza rimorsi molti milioni di proletari della fazione “fascista” avversaria. È a questo fine che sia il regime americano che quello russo, ai quali ora si è aggiunto quello cinese, hanno lavorato per oltre 70 anni, proprio denunciando costantemente i loro rivali come fascisti e sostenendo sé stessi come democratici. Soprattutto nel caso dei lavoratori americani – che saranno sicuramente arruolati nel conflitto globale per servire ancora una volta come “guardia bianca”, occupando i territori nemici e impedendo la ribellione della classe operaia al loro interno – le uniche opzioni disponibili per loro sono diventare la guardia rossa della futura rivoluzione o la guardia bianca che impedisce e distrugge questa rivoluzione.
Di fronte a un tale casus belli, tutta l’estenuante agitazione dei lavoratori americani per l’antifascismo, concentrata interamente sulla sostituzione di Trump o del Partito Repubblicano con leader più “competenti” e democratici della nazione, non avrà portato ad altro che a inquadrare i lavoratori nella “guardia bianca” della futura guerra imperialista mondiale. Che sia un “trumpista” o un “anti-trumpista” – o qualche altra futura abominazione politica – a guidare l’avanguardia nella prima battaglia, non ha davvero alcuna importanza. Entrambi i partiti sono totalmente uniti nel loro obiettivo di mantenere il proletariato americano subordinato al fronte nazionale.
Oggi è comune nella politica americana parlare con nostalgia di un ritorno agli anni ’50, la presunta prosperità del periodo post-seconda guerra mondiale, e questo è incoraggiato dall’establishment politico proprio perché rappresenta l’opposto di ciò che la classe operaia dovrebbe credere. La cosiddetta prosperità degli anni ’50 era il risultato della corruzione opportunistica del movimento operaio, della fusione dei “partiti dei lavoratori” e delle dirigenze sindacali con lo Stato imperialista in guerra.
La retorica antifascista su Trump serve solo a peggiorare il miasma della nostalgia per questo orientamento imperialista-opportunista, e non possiamo escludere la reale possibilità che l’eventuale leader del primo attacco nel prossimo conflitto globale sarà modellato sul modello “Roosevelt” che oggi viene tanto lodato. La recente vittoria del “socialista democratico” Zohran Mamdani è un buon esempio di tale preparazione socialdemocratica prefigurata in anticipo, in cui i Democratici si stanno chiaramente preparando a mettere in scena un ritorno, se fosse necessario guidare la guerra imperialista sotto la loro direzione: il proletariato sarà condannato se si fiderà di loro. La classe operaia americana e mondiale non ha alcuna possibilità di fermare una guerra del genere (o anche solo di attenuarne l’impatto) attraverso la misera politica borghese del “lavorare all’interno del sistema”, perché l’imperialismo è spinto alla guerra indipendentemente da chi sia nominalmente al comando. Pertanto, la sua sovrastruttura politica serve solo a disinnescare e reindirizzare le energie proletarie, rafforzando alla fine lo sforzo bellico.
La borghesia ha una flessibilità più che sufficiente per sostituire la propria “maschera” politica quando sarà il momento di chiamare alle armi, ma per ora il grottesco carnevale dell’amministrazione repubblicana e degli aspiranti “Matteotti” che lo combattono sono ancora molto utili al suo scopo.Finché la classe operaia non si libererà da questo controllo, l’appello alla classe operaia di “difendere la democrazia” internamente si trasformerà senza soluzione di continuità nell’appello a “difendere la democrazia” all’estero, per distruggere la minaccia cinese al potere imperialista americano. L’unica cosa che alla fine verrà distrutta non è il “fascismo imperiale”, che oggi è una piaga veramente universale da Washington a Pechino, ma piuttosto la massa di capitale in eccesso che attualmente sta soffocando i pori del capitalismo globale; l’intero sistema si prolungherà così per almeno un altro mezzo secolo, infuso con il fresco sacrificio di sangue di centinaia di milioni di proletari. L’unico modo per evitare questa catastrofe è che la classe operaia si affidi esclusivamente alle proprie forze, si liberi dalle tentazioni a breve termine e dai pericoli a lungo termine dell’opportunismo in campo politico ed economico e abbandoni i fronti nazionali.
Arranca a fatica la locomotiva tedesca
Nei passati decenni tutti gli economisti, gli analisti e i pennivendoli asserviti al carrozzone della borghesia rassicuravano l’opinione pubblica esaltando il sostenuto sviluppo del sistema industriale e dell’economia tedesca paragonandola ad una poderosa locomotiva lanciata verso un futuro di progresso.
Si raccontava questa essere in grado di trascinare nella sua impetuosa corsa verso nuovi traguardi di piena occupazione e benessere tutti i vagoni a lei attaccati, compreso quello italiano.
Gli indici economici di quel sistema produttivo sono stati presi come metro di paragone quasi a esaltarne e invocarne un virtuoso inseguimento in particolare da parte dell’Italia.
I dati relativi all’economia tedesca pubblicati in questi giorni raccontano che quella apparentemente inarrestabile corsa sta ora subendo una brusca frenata confidando nel superamento della crisi e in una debole ripresa prevista nel 2026.
Crisi che noi sosteniamo essere di sovrapproduzione: la montagna di merci invendute e invendibili intasano i binari e rischiano di far deragliare la locomotiva.
I dati forniti dagli analisti borghesi indicano che dopo due anni di recessione, nel 2023 e 2024, non c’è stata la tanto agognata ripresa, anzi nell’agosto di quest’anno hanno dovuto registrare un calo della produzione industriale, energetica e nelle costruzioni del 4,3% rispetto al mese precedente, causato principalmente da una forte contrazione del (-18,5%) del comparto dell’automotive. Va ricordato che tutto l’insieme dell’industria dell’automobile rappresenta il settore di maggior importanza e peso nella produzione industriale.
Non potendo e volendo ammettere che si tratta di una generale crisi di sovrapproduzione, ampiamente già descritta dall’analisi marxista, presentano una diversa narrazione che racconta di una crescita continua, se pur con qualche “intoppo”.
Tutto parte dalla grave crisi finanziaria del 2008 seguita da una modesta ripresa a sua volta interrotta dalla pandemia del 2020. Lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, iniziata in questa fase nel febbraio 2022, ha prodotto la perdita del significativo mercato russo e il vertiginoso aumento dei costi energetici dovuti principalmente al sabotaggio dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel settembre 2022: questi dalla Russia trasportavano gas a basso prezzo alla Germania.
Il Financial Times, elaborando e depurando tutti i dati delle precedenti crisi, afferma che la produzione tedesca nell’agosto 2025 è scesa al livello del 2005.
Gli organi federali interessati e gli industriali tedeschi sono intenti a studiare investimenti e programmi per rimettere in moto la “locomotiva” tenendo conto anche delle necessarie trasformazioni riguardanti la produzione di veicoli elettrici. A questo riguardo, sempre nell’intento di ridurre i costi e massimizzare il profitto, le industrie automobilistiche Volkswagen e Mercedes, seguendo l’esempio della francese Renault, hanno avviato un progetto per costruire veicoli elettrici direttamente in Cina, fruendo della sua esperienza in quel settore.
È ovvio che questa brusca frenata si ripercuoterà in particolare nel settore dell’automotive italiano poiché l’industria tedesca assorbiva il 20% delle esportazioni di componenti per auto dall’Italia, quota che difficilmente sarà mantenuta.
Di conseguenza la crisi del settore automotive italiano si prospetta molto pesante in un prossimo futuro perché a quella tedesca si somma di fatto la forte riduzione del 42,8% della produzione di auto in Italia da parte di Stellantis (ex Fiat) in cui, tra l’altro, molte piccole aziende di sub-forniture lavorano in regime di unico fornitore della casa automobilistica. Saranno quindi queste piccole aziende le prime a subire i tagli e i massicci licenziamenti a causa delle loro ridotte dimensioni e della dispersione sul territorio; e i rispettivi lavoratori saranno più facilmente sacrificati sull’altare del profitto capitalista.
Soltanto avvalendosi di organizzati e validi sindacati di classe, i lavoratori potranno opporsi al loro sacrificio ed ottenere adeguata difesa e ristoro economico tra cui il principale sarà il salario integrale ai lavoratori licenziati.