Nel ginepraio dell’opportunismo
Gli opportunisti e i traditori del movimento operaio, passati dal terreno di classe a quello della conciliazione fra le classi prima, e dell’asservimento diretto alla classe opposta poi, sono inesorabilmente costretti a riflettere, nelle loro posizioni “di battaglia”, le contraddizioni e le perplessità del meccanismo capitalistico. Esprimono anzi, meglio ancora dei rappresentanti espliciti della classe dominante, i contrasti interni del sistema.
Prendete per esempio l’atteggiamento degli stalinisti di fronte al Piano Schuman, da noi commentato in esaurienti articoli sulla siderurgia. Affittatisi alla difesa dell’industria nazionale, essi hanno dovuto, per logica conseguenza, far propria la causa della siderurgia e abbracciarne la classiche tesi autarchiche, protezionistiche e succhione: nella fattispecie, opporsi alla creazione di un mercato unico europeo, danneggiante gli interessi di una industria fondata sullo sfruttamento di un mercato interno irto di barriere doganali. Già qui la contraddittorietà della loro posizione appariva chiara: pretendevano, difendendo l’attuale impianto della siderurgia italiana, di difendere il lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori; nello stesso tempo, ne invocavano la razionalizzazione e si facevano banditori dell’aumento della produttività, con la conseguenza di restringere le possibilità di lavoro appunto degli operai siderurgici.
Ma che cosa succede adesso? Il Piano Schuman avrà – o vuole avere per riflesso – una riduzione dei prezzi dell’acciaio e del carbone, e ci vuol poco a capirlo: in Italia, la protezione a difesa di una industria arretrata significa la difesa di costi e quindi di prezzi superiori a quelli del mercato internazionale o anche soltanto europeo. Gli stalinisti si trovano ora in questo nuovo vicolo cieco: essi, che invocano la razionalizzazione e la discesa dei prezzi, con conseguente aumento dei consumi (e si sono fatti in quattro per insegnare agli industriali il modo di produrre automobili a buon mercato) e dilatazione del mercato interno, sono nello stesso tempo portati, lottando (se di lotta si può parlare) contro il Piano Schuman, a difendere un regime di prezzi alti, proprio in quel settore meccanico che a loro è tanto caro. E non è che una contraddizione minore del loro destino di affiliati agli interessi contraddittorii della classe.
Non li compiangeremo per queste loro ambasce: il posto, come disorientatori e corruttori della classe operaia, l’hanno comunque e in ogni occasione assicurato, ed è proprio in virtù del disorientamento delle loro contraddizioni che quella opera disgregatrice si compie. Non li compiangiamo: ci limitiamo a constatare il fatto a dimostrazione che in regime capitalista non esiste problema che si possa risolvere, e riforma che si possa tentare, senza che “soluzione” e “riforma” evochino il loro contrario e annullino in partenza la propria presunta efficacia.
I tornei elettorali dei Partiti di SM il Capitale
Il miglior commento alle prossime giostre elettorali – giacché i discorsi e gli articoli dei competitori sono ormai vecchi e logori, li sappiamo a memoria – è forse dato dal modo come i partiti dominanti hanno condito il recente Primo Maggio. Festa ormai generale, patriottica, di Stato: la Chiesa ha provveduto alla dispensa perché riuscisse una buona scampagnata per tutti e i partiti (monarchici compresi) sono andati a gara nel parteciparvi sotto insegne comuni, le insegne della produttività, della difesa dell’economia nazionale e della democrazia, del commovente accordo tra sfruttatori e sfruttati. Il Primo Maggio di destre e sinistre parlamentari è ormai la festa dei massacratori di Chicago e, a coronare la patetica scena, i tre sindacati presenziano alla distribuzione delle stelle al merito del lavoro, – che è, si voglia o no, una variante dei premi agli stakhanovisti, un’esca gettata alla fedeltà verso l’azienda-prigione e la patria-caserma. La celebrazione della forza internazionale del lavoro, organizzato contro il capitale è così divenuta, per concorde iniziativa di tutti gli «avversari elettorali», la celebrazione del lavoro inquadrato nel regime dello sfruttamento, nelle sue istituzioni sociali e politiche, nel meccanismo della sua conservazione. Valeva la pena, dopo questo, di concedere ai praticanti la dispensa dal digiuno: la festa era a celebrazione di una vittoria anche della Chiesa sul movimento operaio in lotta.
È questa impostazione che gli operai dovrebbero aver presente, oggi che li si chiama ancora una volta all’urna. La rosa di candidati che la scheda presenta loro è intercambiabile: nonostante la diversità dei simboli (o proprio per questa diversità puramente formale, per questo specchietto da allodole destinate a figurare sullo stesso spiedo), tutti i partiti si muovono su una piattaforma comune – la difesa degli istituti politici, delle premesse economiche, delle basi sociali del regime capitalista. Sono tutti riformisti, giacché non si concepisce difesa e conservazione del privilegio senza un opportuno adattamento ai tempi, senza una vernice di popolarismo «progressista»: sono tutti patriottici, produttivisti, legalitari, innamorati delle tavole giuridiche della democrazia, fedeli alla Patria, ansiosi delle sorti degli azionisti delle industrie nazionali, proni agli istituti di difesa dell’ordine costituito. Il loro piedestallo è, senza distinzione, il lavoro: il lavoro che premiano se ed in quanto ha abbracciato l’ideologia e la prassi della conciliazione, della pacifica emulazione, della subordinazione ai supremi interessi della madre comune, l’Italia. È il loro sgabello, e su di esso tutti sperano, premio di maggioranza o no, di assidersi per altri cinque anni di pingue lavoro sulle poltrone dei due parlamenti. Né si potrebbe giurare che, mentre si lanciano invettive – basate del resto sugli stessi argomenti dalle due parti (insufficiente cura degli interessi nazionali, tradimento della patria, lesa democrazia…) – stiano già maturando nel grembo della società internazionale borghese i motivi di un loro prossimo o prevedibile a non lunga scadenza abbraccio finale.
E tuttavia, non vale nasconderselo, la stragrande maggioranza dei proletari voterà per qualcuno di questi partiti dichiaratamente antiproletari; e solo un’esigua minoranza avrà capito così lucidamente il gioco immondo delle alternative elettorali, da non dare il voto a nessuno, da contrapporre al falso della conquista elettorale del potere per la classe operaia il rifiuto della scheda e l’uso dell’arma antilegalitaria e antidemocratica dell’azione di classe. Il baccano elettorale assorda tutti e ogni nuova «esperienza» schedaiola ribadisce un anello della catena che lega i lavoratori al regime del loro sfruttamento. Oggi: non certo domani.
La nostra assenza da questo pagliaccesco agone – dietro il quale non c’è neppure più la parvenza dell’antidittatura – non ha il carattere di un atto di forza maggiore, da deprecare e rimpiangere: è deliberata e precisa. Ha il significato di un vigoroso richiamo, per l’esigua schiera di proletari che la marea montante della controrivoluzione non ha ancora travolto, alla continuità delle battaglie di classe. Il nostro campo di battaglia è altrove: lasciamo che sull’arena elettorale e parlamentare tenzonino, affogando nella melma, i partiti di S.M. il capitale.
L’allegra distensione
Come la mettiamo, con questa faccenda della distensione? E’ vero che in Corea i negoziati sono in corso; è vero che le borse internazionali reagiscono con la caduta, sia pur cauta, dei prezzi ad un allentarsi della tensione fra i due blocchi; è vero che ogni giorno i sommi reggitori di Oriente e Occidente si tendono la mano. Ma l’acqua che bolle nel gran calderone dell’imperialismo, se non può sfuggire da una parte, si apre una via di sfogo dall’altra. C’è aria di smobilitazione in Corea; ma si combatte duramente nel Laos, Eisenhower ha, sembra, fretta di liquidare l’ormai tediosa vicenda del 380 parallelo; ma è altrettanto ansioso di riversare munizioni e, chissà, soldati in Indocina. E se, per i russi, gli americani hanno cessato di fare la guerra batteriologica lassù, non è detto che non stiano per riprenderla là sotto.
A guardar bene, per l’America questo spostamento di fronte è tutt’altro che privo di vantaggi. Laos è Francia; e dire Francia è dire Comunità Europea. A parte ogni altra considerazione, l’aggravarsi della situazione indocinese, e l’intervento in essa, offrono agli Stati Uniti un eccellente mezzo di ricatto e di pressione su Parigi: sono la moneta di scambio per l’accettazione del riarmo tedesco. Guerra e distensione: quando si possono godere nello stesso tempo i vantaggi dell’una e dell’altra, che cosa si può desiderare di meglio?
E’, per l’imperialismo, la condizione ideale.
La conferma dell'astensionismo
Quando difendiamo la posizione anti-partecipazionista, quando ribadiamo la posizione di rifiuto di accettare e sostenere candidature al Parlamento che fu caratteristica della Sinistra Comunista italiana fin dalle origini, è chiaro che non ci volgiamo a criticare l’operato dei partiti socialista e comunista. Benché costoro pretendano di ispirarsi al principio del disfattismo parlamentare, col quale Lenin giustificava la partecipazione dei comunisti ai parlamenti borghesi, tutta quanta la loro azione dimostra che essi tendono ad utilizzare il Parlamento in vista di instaurare una forma di Stato che parlamentare non è, ma nemmeno socialista. L’esempio del colpo di Stato di Praga che doveva liquidare la democrazia parlamentare e sostituirla con l’odierno Stato a regime totalitario, è quanto mai chiaro. Il partecipazionismo di tipo stalinista, perseguendo finalità antiparlamentari, ma non essendo un mezzo di lotta destinato a distruggere lo Stato borghese, ed instaurare il Governo rivoluzionario operaio, non obbedisce affatto ai criteri del partecipazionismo difesi da Lenin. Esso ha un precedente storico nella tattica del partito nazional-socialista tedesco che pervenne al potere in seguito a vittoria elettorale, ma come primo atto di governo passò al macero la Costituzione demo-parlamentare di Weimar, instaurando lo Stato autoritario, antiparlamentare, monopartitico.
Contingentemente, nella impossibilità di afferrare il controllo del Parlamento, i partiti stalinisti si affannano a procurarsi quanto più grandi pascoli parlamentari sia possibile. Ma ciò non contraddice alle tendenze antiparlamentari in senso conservatore dello stalinismo, in altre parole, noi non contestiamo affatto agli stalinisti la possibilità di prendere il potere con metodi elettorali, appunto perché sappiamo che solo ai partiti borghesi è possibile utilizzare il Parlamento, sia per mantenerlo in efficienza, sia per liquidarlo più o meno ignominiosamente. Anche se in Italia e, in genere nell’Occidente, il parlamentarismo gioca in favore dei partiti anti-stalinisti, in linea di principio non si può escludere che in una situazione internazionale diversa, caratterizzata dalla prevalenza delle innegabili tendenze in seno alla borghesia europea a trovare un’intesa con la Russia, i partiti stalinisti non ripetano l’esperienza del partito nazista del 1933 e del colpo di Stato cecoslovacco del 1948.
Discutere sulla possibilità di utilizzare la partecipazione al Parlamento è possibile, dunque, solo in campo rivoluzionario, cioè nel campo delle correnti politiche che sostengono un programma che va oltre, sia la democrazia parlamentare, sia il regime totalitario. Per il campo borghese, l’abbiamo provato, l’elezionismo favorisce indiscutibilmente l’azione sia dei partiti democratici, sia di quelli di tendenze totalitarie e antiparlamentari. Ne consegue che per trarre un insegnamento proficuo per i rivoluzionari, bisogna giudicare non in base a quanto fanno e potrebbero fare in Parlamento i rappresentanti dei partiti pseudo-proletari, ma cercando di raffigurarsi con realismo quale dovrebbe essere il comportamento e le conseguenze del comportamento, di un deputato rivoluzionario, cioè antidemocratico e antitotalitario ad un tempo, nel gioco parlamentare.
L’unico argomento che i fautori della partecipazione alle elezioni, e quindi al Parlamento, possono sventolare consiste nel decantare il vantaggio che le singolari tenzoni oratorie di un deputato rivoluzionario in Parlamento arrecherebbero alla propaganda delle posizioni rivoluzionarie. Perfino i giornali avversari sarebbero costretti a parlare del deputato rivoluzionario, a pubblicare resoconti (immaginate con quale obiettività) dei suoi interventi, delle sue dichiarazioni di voto, ecc .La radio dovrebbe fare lo stesso, e magari anche il cine-giornale, la televisione, ecc. La tesi degli astensionisti, cioè la nostra, che continua la tradizione della Frazione Comunista Astensionista da cui il comunismo trasse origine in Italia, non si nasconde affatto che sì, inevitabilmente, si farebbe del clamore attorno al partito ma solo del clamore, solo chiasso confuso e diseducante. Ciò perché il deputato o gruppo di deputati rivoluzionari sarebbe con la stessa inevitabilità attratto nel gioco dello schieramento borghese che si presenta in Parlamento nelle forme di maggioranza e minoranza. Ne risulterebbe non una chiarificazione delle posizioni classiste rivoluzionarie, ma una tremenda confusione, per cui non si vede in qual modo la propaganda del partito ne risulterebbe avvantaggiata.
Osserviamo rapidamente quanto è successo recentemente in Parlamento.
E’ noto che due alternative si presentavano ai membri del Parlamento in materia di legge elettorale. Se non fosse stata approvata la legge Scelba, che faceva passare in prescrizione la proporzionale, il 7 giugno si voterebbe con lo stesso sistema di assegnazione dei seggi seguito il 18 aprile 1948. In pratica, basandosi sui risultati delle recenti elezioni amministrative, che videro un sensibile regresso delle liste democristiane a vantaggio dei monarco-missini, si può concludere con certezza quasi assoluta che alla futura Camera si sarebbero venuti a creare tre blocchi politici di forze pressoché equivalenti: democrazia cristiana, monarchico-missini, social-comunisti. Per il loro peso specifico, nessuno dei tre avrebbe potuto governare da solo, ma avrebbe dovuto chiedere i voti dei deputati degli altri schieramenti. Ne sarebbe conseguita molto verosimilmente un’alleanza parlamentare, e forse governativa, tra democristiani e monarchici. In altre parole, la prevalenza della proporzionale avrebbe consentito sì ai social-comunisti di avere in parlamento un numero di seggi proporzionali ai voti raccolti, conservando i seggi detenuti nella camera testé sciolta, ma avrebbe anche aperto la via del governo ai monarchici. Non a caso, costoro hanno osteggiato violentemente la legge proposta da Scelba.
Il sistema maggioritario, o della proporzionale corretta col premio di maggioranza, permette invece alla D.C., imparentata con i partiti alleati (P.L.I., P.R.I., P.S.D.I.) di rimediare alla perdita di voti, ad essa strappati dalle destre monarchica e missina. Infatti, la legge prevede che lo schieramento di liste collegate che riesca a raccogliere la metà più uno dei voti validi. si aggiudichi 380 seggi parlamentari. Sopravanzeranno appena 210 seggi da dividere proporzionalmente alle minoranze. L’enorme baccano fatto alla Camera e al Senato dalle opposizioni social-comunista da un lato, e monarco-fascista dall’altro, sta a dimostrare che né gli uni né gli altri sperano di raggiungere la sospirata quota della metà più uno dei voti validi raccolti da tutte le liste in lizza. Succederà, in altre parole, che il blocco social-comunista, ad esempio, anche se riuscirà a conservare il monte voti racimolato il 18 aprile 1948, si vedrà assegnare molto meno seggi on Parlamento. Lo stesso dicasi per l’opposizione monarco-fascista.
In Conclusione, davanti ai napoleoni della Direzione del PCI si è posto brutalmente il dilemma: o perdere seggi in Parlamento o aprire la via del governo ai monarco-fascisti. Non è da escludere che il brusco concludersi della discussione al Senato e l’improvvisa votazione della legge Scelba siano stati giudicati dalla Direzione del PCI sotto la specie del male minore. Immaginate ora che avessimo avuto anche noi un rappresentante in Parlamento. E’ un’ipotesi del tutto gratuita, ma interessante. Egli si sarebbe trovato nella identica situazione dei social-comunisti. Avrebbe sostenuto la proporzionale? In tale caso avrebbe lavorato per gli interessi dei monarchici. Avrebbe appoggiato la maggioritaria? Così facendo, avrebbe secondato il gioco del blocco governativo. In ambo i casi avrebbe svolto un ruolo di agente sia pure passivo, sia pure involontario, in una contesa tra partiti borghesi. Avrebbe funzionato non come forza sovvertitrice del Parlamento, ma come non secondario ingranaggio del meccanismo parlamentare, costruito e sfruttato dal capitalismo per i propri fini, per l’avvicendamento del suo personale di governo. Non sarebbe inevitabilmente successo che, andato in parlamento per sfruttare la famosa «tribuna di propaganda» che tanto seduce gli sgonfioni, miseramente si sarebbe dovuto lasciare afferrare nel meccanismo della lotta tra maggioranza e minoranza? E votare con i social-stalinisti non sarebbe valso a distruggere i non durevoli effetti delle sue dimostrazioni verbali di eguale avversione al governo e alla opposizione pseudo-proletaria?
L’accusa che gli elezionisti muovono di solito agli astensionisti è di non saper giustificare il rifiuto di presentare ed accettare candidature ai seggi in Parlamento. Nella situazione in cui si trova il movimento rivoluzionario la discussione non può uscire dal terreno puramente critico. Ma se fosse possibile disporre dei mezzi organizzativi e materiali che le accese lotte schedaiole richiedono, non avremmo argomenti di fatto a sostegno del rifiuto di imbrancare il movimento dietro le bandiere della corruzione elettorale e del personalismo politicante desideroso di fare, o ripetere, la ingloriosa esperienza parlamentare? Si provi allora a contestarci quanto abbiamo detto.
Utilità pubblica
Lavori pubblici! Opere di utilità pubblica! Piani statali per la costruzione di case e scuole! – altrettanti capitoli del ritornello di tutti i partiti interessati a presentare l’intervento dello Stato nell’economia come un passaggio verso forme di economia non capitalistica. In frequenti scritti, e soprattutto in un «Filo del tempo» del titolo suindicato, abbiamo ribadito per contro che le opere di «pubblica utilità» intraprese dallo Stato «al di sopra delle classi» siano proprio quelle che esaltano lo sfruttamento del lavoro ed il profitto di ristrette cerchie private di imprenditori – magari senza capitale! -, e in questo stesso numero ci diffondiamo su uno degli esempi clamorosi dell’asservimento reale dello Stato (e perciò delle sue iniziative economico-sociali) ad interessi privati. Ma quanti casi non potremmo citare!
I giornali triestini hanno riferito, quest’inverno, l’odissea delle case costruite secondo il piano Aldisio. Opere pubbliche, finalità sociali… È bastato un soffio un po’ più energico del normale della carsica bora perché i «beneficiati» dell’opera pubblica si vedessero scoperchiare la casa e portare via il mobilio, e tornassero alla condizione di sinistrati. Questi sono danni tangibili, ma nessuno potrà mai toccar con mano gli utili che le ditte appaltatrici hanno ricavato costruendo, in nome della pubblica utilità e col denaro dello Stato, case di cartapesta per una zona battuta – come sanno anche i ragazzini – dai più terribili venti del Mediterraneo.
I giornali liguri e non soltanto liguri hanno parlato del crollo avvenuto a Voltri, con la morte di due operai, del ponte ancora in costruzione della camionale Genova-Savona. È crollato allegramente un ponte che avrebbe dovuto fra non molto sopportare ogni giorno il peso di un’arteria interportuale destinata a smistare un carico enorme di merci. È crollato, e lo ricostruiranno secondo precise norme tecniche; ma il crollo è appena un sintomo delle gigantesche mangerie e speculazioni che si svolgono al coperto dei «lavori pubblici» e delle «imparziali» organizzazioni di controllo dello Stato. E ci si può consolare al pensiero che meglio un crollo oggi che la strada non funziona ancora, piuttosto che un crollo domani…
Intanto la ruota dell’affarismo gira – mai tanto spregiudicata come quando può vantare credenziali statali.
Epopee elettorali
Corbineide
Grande scandalo, in piccionaia, per il passaggio di Corbino ad una formazione «di sinistra». In verità, qualcuno si è «sorpreso» che uno dei più puri campioni dell’economia classica, mercantile e concorrenziale, uno dei rappresentanti della cultura economica ufficiale, si sia accodato – con finanziamenti di cavalieri d’industria – allo stalinismo.
La sorpresa è solo per gli sciocchi. Rilevammo nel «Dialogato con Stalin» che Corbino ha avuto, fra gli economisti borghesi, il merito esclusivo di riconoscere che l’economia russa è capitalista, e di «scoprirlo» sulla traccia del sommo e defunto teorico di tale economia, Giuseppe Stalin. Il suo accodamento è dunque perfettamente naturale, e lo è altrettanto quello di grandi industriali in cerca di sbocchi per le loro merci. Una parte almeno della borghesia italiana ha capito: non smetterà per questo di lavorare per l’America, ma non ha ragione di non lavorare per la Russia. In definitiva, gli unici, sopravvissuti campioni della concorrenza pacifica e dell’emulazione sono gli stalinisti: Corbino ha scelto logicamente il suo campo.
La carica degli ottomila
Per quanto dicano, non è probabile che i partiti torneanti sulla scena elettorale abbiano seri dubbi sui risultati finali della giostra. Ma che dire dei patemi d’animo degli ottomila candidati in lizza per spartirsi ottocento posti? Ve li immaginate, prima e dopo la cura – raggianti di speme ora, pallidi e smunti dopo – i settemiladuecento candidati alla bocciatura? Chianciano deve aver già predisposto un adeguato servizio per riceverli, e non è escluso che, dopo il 7 giugno, sorga, in commovente unione fra i perdenti, un partito unico, il partito dei candidati in pensione. Settemiladuecento speranze fallite, settemiladuecento fegati e polmoni in dissesto, settemiladuecento falliti per ottocento laureati: che strazio!
Gonelleide
Pare che il segretario della D.C. abbia trovato qualche difficoltà a mettere insieme le membra sparse del suo Partito in vista della campagna elettorale: fatto sta che i suoi diversi organi di stampa hanno tradito divergenze e stonature, sebbene sia certo che, fra destra e sinistra, il pendolo democristiano finirà per gravitare al centro.
Non ha trovato invece difficoltà, Gonella, nel mettere insieme i candidati e nel presentare all’elettore un menù buono per tutti i gusti. Amate l’opera? Potrete votare per un illustre cantante. Amate il gioco del calcio? Potrete votare per il sommo reggitore del foot-ball nazionale. Amate il ciclismo? Voterete per Binda. Amate il teatro? Voterete per Titina De Filippo. E via discorrendo.
Avremo così un parlamento canoro, muscoloso, teatrale, sistemista; e sarà finalmente realizzato il sogno di un Toto-Montecitorio con distribuzione di milionari e ventate di puri diletti artistici nella sorda e grigia aula del Parlamento (e, ma diciamolo piano, la speranza di un solido e «ben angolato» calcio nel sedere).
Misteri del capitalismo di Stato
Il cavallo di battaglia dello stalinismo, e non solo dello stalinismo dato che ad intorcarlo non si rifiutano né trotzkisti né altri esponenti dell’angoscia esistenzialistica applicata al comunismo, è costituito – chi non lo sa?! – dalla noiosa quanto idiota rappresentazione di una Russia priva di una classe borghese statisticamente rilevabile. Solo i funzionari del catasto, per i quali la proprietà che non risulti registrata nelle sacre scartoffie non esiste, o i notai, dovrebbero soddisfarsi delle rifriggiture di rancide teoriuzze, che Marx doveva liquidare coprendo di ridicolo chi – un secolo fa – battezzava per «socialismo» le gestioni statali del Re di Prussia! Purtroppo, a ritenersi arcisoddisfatti sono molti che si reputano marxisti. Sono per lo più teoricastri che fanno scoperte del genere: «In Russia non esiste mercantilismo, poiché non esiste compravendita del salario, dato che la mano d’opera non è “libera”». Quasi che in America o in Italia, ove esistono campi di lavoro forzato o l’istituzione del soggiorno obbligato, i salariati potrebbero scegliere tra il vendere la propria forza di lavoro al capitalista e, poniamo, ritornare all’economia naturale in qualche isola inesplorata del Pacifico.
Altra cretinata. Recentemente, la stampa stalinista si inebriava della dimostrazione della assenza nell’economia russa delle forme aziendali proprie delle anonime, o società per azioni, traendo la solita conclusione: niente azionisti, niente capitalismo. Altra gente, non meno fessa, sostiene la stessa cosa, giungendo però alla conclusione esilarante che siamo in Russia alla presenza di una «nuova formazione» del capitalismo. Già, perché gli azionisti, i consigli di Amministrazione, i bilanci pubblicati sulla stampa, forse che li troviamo in Russia? Infatti non se ne trovano tracce. Potremmo obiettare, senza tema di smentita, che il capitalismo senza società per azioni era conosciuto molto bene dal solito Marx, il solito secolo fa, dato che le anonime si svilupparono proprio sotto i suoi occhi, come sa chiunque abbia dato una scorsa non dico al «Capitale», ma al più pedestre manuale di storia della economia politica. Potremmo mostrare che Marx già prima che sorgessero le società per azioni aveva scoperto le leggi di movimento del capitalismo. Se l’assenza di forme giuridiche di proprietà in Russia (dove peraltro il credito si vale di titoli di Stato e di moneta fiduciaria) mettono nell’imbarazzo i cattivi lettori di Marx, affare loro. Noi ci vediamo chiaramente, benché non sia possibile scorgere le persone degli affaristi sfruttatori.
Non occorre andare a sfidare la polizia segreta di Russia per raccogliere campioni di affaristi e di speculatori della più pura acqua borghese, i quali operano essendo privi della proprietà del capitale che maneggiano, non proprietari, non iscritti al catasto. Essi esistono ed agiscono segretamente – fino a quando qualche scandalo non li tiri fuori dall’ombra – nella nostra Italia, la terra ove tanti imbecilli negano l’esistenza del capitalismo di Stato.
* * *
È dei giorni scorsi lo scandalo finanziario che ha avuto come protagonista una intraprendente signora, al secolo Ebe Roisecco. Costei è riuscita ad arraffare decine e decine di milioni, si dice addirittura un miliardo, con l’ausilio di operazioni finanziarie quanto mai semplici, veramente alla portata di un ragazzetto, se i ragazzetti avessero libero ingresso nelle banche e nei ministeri. Di che si tratta? Bisogna sapere che esiste in Italia, come in Russia o in America, una importante istituzione riguardante il commercio con l’estero, e cioè il regime dei contingentamenti delle merci da esportare o da importare e delle licenze. Nei trattati commerciali internazionali i Governi fissano i limiti del volume delle esportazioni-importazioni, per cui i traffici da e per l’estero sono soggetti alle licenze ministeriali. Le licenze sono di per sé una merce, e attorno ad esse fiorisce già un vasto affarismo, cui sono interessati procaccianti, speculatori, spedizionieri, ecc. Ma le grosse operazioni generatrici di profitti fantastici, si avvalgono di altro meccanismo. Ad esempio, della licenza in temporanea.
Si sa che lo Stato impone dazi protettivi sulle merci provenienti dall’estero. Chi però possiede la licenza in temporanea per la importazione di una qualsiasi merce straniera viene esonerato dall’obbligo di fare fronte ai dazi e agli altri gravami fiscali. Ciò perché la merce straniera è considerata temporaneamente importata, e cioè solo per il tempo necessario a trasformarla o ad usarla nella fabbricazione di una altra merce, destinata all’esportazione. Esempio: un importatore di zucchero che opera sotto la protezione della licenza in temporanea può fare entrare in Italia una partita di zucchero versando all’Ufficio Cambi solo il controvalore in lire dell’importo dello zucchero al prezzo praticato sul mercato d’origine, poniamo a L. 100. Se costui, venendo meno all’obbligo di riesportare lo zucchero sotto forma di ingrediente, poniamo, della marmellata o del cioccolato o del latte in polvere, riesce a rivenderlo sul mercato nazionale ove per i dazi e gli altri aggravi fiscali il prezzo dello zucchero raggiunge le 250 lire, egli avrà realizzato un utile gigantesco. Se si considera che le partite di zucchero importate raggiungono il volume di migliaia di tonnellate, si comprende come gli utili debbano arrivare alle stelle, sulla scala di miliardi di lire. Altro che dividendo pagato su pacchetti azionari!…
Si dirà che non a tutti è concesso di poter finanziare la importazione di 3.000 oppure 4.500 tonnellate di zucchero o di farina. Anche ottenendo l’esonero da dazi, a siffatte operazioni occorrono finanziamenti di centinaia di milioni. Orbene, la dinamica signora di cui ci stiamo occupando, i milioni non li possedeva affatto. Pare che, per le operazioni del genere che abbiamo illustrato, ella si servisse di crediti ingenti ottenuti da terze persone o da Aziende di credito, cui corrispondeva interessi altissimi rilasciando effetti cambiari.
I dati sono tratti da l’Unità cioè proprio dal giornale che dovrebbe guardarsi come dalla peste dal pubblicare cose simili. Perché da esse emerge chiaramente come sia possibile nell’ambito dell’economia capitalistica funzionare da sfruttatore senza possedere alcun titolo di proprietà sul capitale gestito, che può appartenere benissimo, come succede in Italia, allo Stato, tramite il controllo che esso esercita sulle banche. Ed essendo provato che si svolge una inequivocabile economia di sfruttamento e di speculazione affaristica senza che siano statisticamente esistenti le personificazioni dello sfruttamento, le persone fisiche e i nomi degli sfruttatori, non si dimostra con ciò che non basta addurre la mancanza (che poi è non-visibilità) di una classe proprietaria o di azionisti in Russia per dimostrare che entro i confini di questa esiste il «socialismo» o una forma «nuova» di capitalismo? In Russia esistono tutte le condizioni dell’affarismo speculatore, tipico del capitalismo, e cioè il danaro, il commercio, il regime delle licenze. Se domandate ad uno stalinista perché mai, date le condizioni e le premesse di ordine economico e tecnico, in Russia non allignerebbe l’affarismo, egli vi risponderà parlandovi dell’«Uomo nuovo sovietico», cioè di una nuova forma della zoologia naturalmente refrattaria alle tentazioni della speculazione, dell’affarismo, del peculato, sensibile solo al comandamento innato del «giusto» guadagno! La credenza dello stalinista non è meno ingenua della tronfia disquisizione del teorico da baraccone che verrà a parlarvi della famosa burocrazia statale russa come di una «nuova» forma della classe borghese. Ma l’origine è la stessa: l’idealismo, cioè la tendenza a spiegare la società partendo dalla Volontà e dalla Coscienza. Chi indaga materialisticamente i fatti sociali e spiega la sovrastruttura sociale, politica, culturale, ecc. con le determinanti della base produttiva, non si lascia far fesso dalle serenate dell’opportunismo, non si ferma al dilemma capitalismo privato-capitalismo di Stato, ma va al fondo delle cose. Riduce il capitalismo alla sua essenza: il salariato; e con esso è in grado di spiegare la lotta di classe, lo sfruttamento, l’affarismo, la corruzione, la prostituzione, la delinquenza, tutte le contraddizioni e le infamie del capitalismo. Dove esiste salariato, cioè compravendita della forza di lavoro, ivi esiste il capitalismo, cui nulla toglie o aggiunge la gestione statale della produzione.
Per chi non è accecato da pregiudizi volontaristici, i misteri del capitalismo russo si svelano, non già viaggiando in Russia, e nemmeno in Italia, ma stando sdraiati sulla poltrona di casa a leggere banali quotidiani. Ma andatelo a dire ai geni incompresi costruttori di teorie (prefabbricate)!…
Credito… socialista
Il vice Primo Ministro di Polonia Gede, nel corso delle cerimonie ufficiali tenute a celebrazione dell’VIII anniversario della firma del Trattato di amicizia con la U.R.S.S., ha pronunciato un discorso nel corso del quale ha creduto suo dovere gettare le fondamenta della teoria sulle differenze (sentite un po’) tra il credito praticato dal capitalismo e il credito… socialista. Il credito, il commercio del denaro, detto pure con termine scortese strozzinaggio, è dunque una categoria eterna, immutabile, indistruttibile della produzione di beni economici, sia che essa si svolga nei rapporti schiavistici oppure capitalistici oppure socialistici? Neppure il proletariato organizzato in classe dominante potrà dunque cancellare la figura sociale del creditore (che può essere benissimo impersonato da un Ente statale, come ci insegnano i vari E.R.P., M.S.A., ecc.) dalla compagine sociale? A stare a sentire il vice Primo Ministro polacco Gede e l’Unità (30-4-1953) che orgogliosamente ne pubblica il detto, neppure il socialismo potrà liberarci dal pagamento di interessi, dalle cambiali, dalle tratte, dagli assegni bancari!…
Il discorso del vice Primo Ministro è un esempio non raro di esaltazione del nazionalismo economico. Col cuore gonfio di sacro orgoglio patriottico Gede annunciava che, grazie agli aiuti sovietici (vedremo poi fino a che punto disinteressati) la Polonia per la prima volta nella sua esistenza statale possiede una industria automobilistica. Il Salone automobilistico di Torino non avrà certamente tremato nelle fondamenta al solenne annunzio, ma il fatto rimane: anche la Polonia avrà la sua industria nazionale delle automobili. Non diversamente si costruisce l’indipendenza nazionale. Non basta. La Polonia si sta incamminando verso il riscatto della soggezione all’estero per quanto riguarda l’industria pesante. Tra breve il complesso siderurgico di Nowa Huta, la nuova città che sorge presso Cracovia, produrrà le prime centomila tonnellate di acciaio. Le aziende che esportano prodotti siderurgici in Polonia sono avvisate; proseguendo il piano sessennale di sviluppo dell’industria polacca, i loro mercati di sbocco sono in pericolo, non importa se poi i partiti comunisti locali sputeranno fiamme e fuoco per ottenere l’allargamento delle esportazioni. Non manca, nel programma produttivo del governo polacco, una iniziativa di chiaro carattere affaristico, voluto evidentemente dalle bande di speculatori che si arricchiscono, sotto tutte le latitudini, sulle costruzioni di «pubblica utilità». Si tratta della Metropolitana di Varsavia. Il tunnel sotterraneo, come tutte le «opere del regime» destinate a nutrire insaziabili schiere di profittatori colpendo contemporaneamente l’ingenua meraviglia delle masse, avrà il suo lato sensazionale; passerà sotto la Vistola. Preparatevi a vedere le fotografie su l’Unità della Metropolitana-subfluviale.
Abbiamo detto: un programma economico nazionalista. Potremmo dilungarci su tale argomento, facendo risaltare che il vantato internazionalismo che impronterebbe i rapporti tra i cosiddetti paesi di nuova democrazia e l’U.R.S.S., si addimostrа, sul piano economico-produttivo, una mera lustra propagandistica, dato che, lungi dall’inserirsi in un piano di produzione supernazionale, che è la premessa indispensabile della produzione socialista, i singoli Stati satelliti della Russia lavorano affannosamente a creare aziende nazionali: la «propria» industria automobilistica, la «propria» industria siderurgica, la propria industria idroelettrica e via dicendo. È chiaro che l’industrializzazione delle zone orientali dell’Europa non solo acutizza la lotta per i mercati accumulando le cause del conflitto mondiale, ma crea le premesse degli stessi conflitti intestini nel blocco russo, siccome il caso della Jugoslavia insegna. Poiché non si può ammettere che il Governo di Mosca non scorga i pericoli connessi agli inevitabili scontri dei nazionalismi economici dei satelliti (che già negli anni scorsi hanno portato ai processi e alle esecuzioni capitali di Rajk in Ungheria, di Kostov in Bulgaria, di Slansky e compagni in Cecoslovacchia) si deve concludere che la Russia stessa sia materialmente interessata nei piani produttivi dei suoi satelliti. Né si tratta di una mera illazione fondata su un ragionamento che, avendo le leggi economiche capitalistiche uguale applicazione dappertutto, non sarebbe arbitrario. Esistono le prove di fatto.
Il vice Primo Ministro Gede teneva a rilevare nel corso del suo discorso, che il fabbisogno di materie prime dell’industria polacca (minerali di ferro e metalli non ferrosi, leghe di ferro, materie prime chimiche, prodotti petroliferi) viene coperto, anche per le conseguenze del blocco economico decretato dagli Stati Uniti, dalle esportazioni russe. Ad una successiva precisazione il carattere di «aiuto» delle merci russe appariva inequivocabilmente. La parola «aiuto» nella lingua capitalista ha più di un significato dato che l’obolo concesso ad un mendicante e la partita di merci assegnate ad un’azienda si definiscono con lo stesso termine. Il Ministro Gede traduceva in termini di moneta gli «aiuti» russi alla Polonia: 2 miliardi e 200 milioni di rubli rimborsabili sotto forma di merci. «Il tasso dei crediti è minimo – si scusava Gede – e le condizioni di pagamento sono fissate sotto forma di convenienti forniture di merci facenti parte dell’assortimento commerciale normale». In altri termini, il Governo «socialista» di Mosca, tramite normali giri di banche, concede un prestito di 2200 milioni di rubli al Governo polacco aggiudicandosi un interesse che secondo Gede, sarebbe minimo. Non è detto però a quanto si cifra il tasso di interesse. Resta assodato che il Governo russo esporta dei capitali e che si trova nella posizione di creditore nei confronti del «popolo fratello» di Polonia. L’industrializzazione che tanto inorgoglisce il partito e il governo comunista polacco, altro che atto di solidarietà, è un affare, un volgare affare capitalistico, un’operazione finanziaria della Russia «Paese del socialismo». Il fatto che gli interessi, oltre le quote di ammortamento, saranno corrisposti alla Russia sotto forma di merci, non cambia nulla, essendo l’interscambio delle merci un fatto di ordinaria amministrazione nel commercio estero dei paesi capitalistici.
È chiara dunque la ragione dell’impossibilità di un piano di produzione che sia pure lontanamente rassomigli al socialismo. La Polonia deve avere la sua industria nazionale perché ciò è imposto dal bisogno dell’economia russa di espandersi, di conquistare mercati di sbocco, di collocare capitali. D’altra parte, il Governo satellite di Varsavia si adegua alle esigenze russe non solo per puro spirito di servilismo (benché le armate russe siano un efficace argomento contro le loro eventuali resistenze) essendo anche esso interessato alle gigantesche operazioni finanziarie. Per meglio dire vi sono interessate le anonime bande di sfruttatori di cui esso è espressione e strumento. A giustificazione, l’ineffabile Gede sfornava le sue «scoperte» tra le differenze «dell’aiuto economico all’interno dei due sistemi capitalista e socialista». La sua ardimentosa critica non andava oltre la distinzione che «mentre i creditori capitalisti impongono ai loro debitori, nello spirito dei propri interessi egoistici merci spesso inutili, a condizioni economiche e politiche umilianti, il credito sovietico ha per scopo un aiuto fraterno destinato ad assicurare ai paesi debitori un pieno sviluppo economico».
La differenza tra capitalismo e socialismo sarebbe dunque la stessa che passa tra uno strozzino che presta al 70 per cento e l’«onesto» risparmiatore che vi concede in prestito il «frutto dei sudati risparmi» solo al 20 per cento! Dal che si vede che il «socialismo» dei partiti stalinisti è solo un capitalismo «onesto», cioè una coglionatura.
La macchina che abolisce il lavoro manuale
La macchina che abolisce il lavoro manuale
I marxisti si sono sempre divertiti alle spalle di coloro che credevano con assoluta certezza di sfotterli facendo grasse risate sulle previsioni attorno al socialismo. Quante volte non ci capita di essere accolti con risolini ironici quando affermiamo che il socialismo consisterà nell’abolizione del lavoro manuale e quindi nella scomparsa, sul piano sociale, della stessa classe operaia. In verità, facile cosa è sfottere, ma solo ai marxisti è concesso di… sfottere gli sfottitori, dato che ad altri non è dato di scoprire come le premesse del socialismo fermentano già nel putrido mondo capitalista e che sono gli stessi borghesi a lavorare a smentire se stessi.
La stampa d’informazione ha portato dall’America una davvero interessante notizia. Si tratta dell’invenzione di una macchina capace di riprodursi, cioè di costruirsi una esatta copia di se stessa, appunto come avviene per la riproduzione degli esseri viventi, eccetto, s’intende, il romanzo del corteggiamento e della luna di miele. Ogni invenzione ha in sé qualcosa di comico. Pure la macchina che si riproduce se stessa dà a prima vista una sensazione di comicità, ma, a rifletterci su, non rappresenta un fatto di enorme importanza?
Questa macchina, miracolo della tecnica fino a venti anni fa, necessario risultato del progresso operato dalla scienza nel campo dell’elettricità, produce e quindi monta i pezzi di un’altra macchina del tutto simile. Ciò avviene senza l’intervento del lavoro manuale, ma grazie ad un cervello elettronico. Che s’intende per «cervello elettronico»? Un cervello artificiale capace di svolgere talune funzioni riflesse proprie del cervello umano. Ad esempio, la calcolatrice elettrica, che contiene circa 10.000 valvole elettroniche, è in grado non solo di fare le quattro operazioni, di estrarre la radice quadrata dei numeri, ecc., ma addirittura di risolvere i più ardui problemi matematici. Un tale ritrovato segna un importante trionfo del materialismo, in quanto sta a dimostrare che alla base dell’attività cerebrale dell’uomo agisce non già quella indefinibile sostanza astratta al corpo che gli idealisti chiamano lo «spirito» ma complicati processi elettrici, anche se la scienza non è ancora in grado di spiegarne tutte le leggi.
Tornando all’invenzione in parola, si deduce dalle scarse notizie della stampa che la macchina «madre» agisce su «istruzioni» dettate dal cervello elettronico durante i vari passaggi della produzione. Appena terminata, la macchina «figlia» si mette al lavoro per produrne una terza e così di seguito. Altro non si sa, anche perché probabilmente la società produttrice, la «Bell», intende mantenere segreto il processo di lavorazione. Solo si sa che la macchina «riproduttrice di se stessa» non ha ancora iniziato a «partorire».
Quando i marxisti affermano che il capitalismo produce i suoi stessi becchini, intendono alludere non solo al fatto che l’espandersi della produzione borghese suscita necessariamente, nel campo sociale, le forze sovvertitrici del proletariato industriale che sarà la guida della rivoluzione anticapitalista. La società capitalista si scava giorno per giorno la fossa con le proprie mani soprattutto perché procede inevitabilmente sulla strada della concentrazione tecnica della produzione, da cui il potere rivoluzionario del proletariato, organizzato in classe dominante, prenderà le mosse per operare il sovvertimento dell’economia borghese e il riordinamento radicale della massa in impianti produttivi ereditati, meglio dire strappati, al capitalismo. Una rivendicazione capitale del socialismo rimane appunto l’abolizione del lavoro manuale, la soppressione delle differenze e dei contrasti tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Gli avversari dichiarati del marxismo, e coloro che di esso smerciano traduzioni sofisticate ne sorridono come di utopie bambinesche. Ma intanto sono le stesse esigenze di inesauribile perfezionamento tecnico che premono sul capitalismo, a determinare invenzioni del genere della macchina autogenerantesi. Forse il progetto della compagnia telefonica «Bell» non abolisce di già il lavoro manuale? Dall’applicazione dell’importante invenzione le imprese capitalistiche si serviranno per abbassare i costi di produzione, cioè per risparmiare sulle spese di capitale costante e sui salari, il che varrà solamente ad acutizzare la concorrenza commerciale locale ed internazionale, e quindi ad aumentare le cause molteplici dei conflitti bellici. Il socialismo se ne servirà per riscattare i produttori dalla condanna, non divina, ma storica, del lavoro manuale, del sudore della fronte.
A proposito dei capitalismi nati statali
In un articolo di questo titolo (n. 7) abbiamo illustrato alcuni aspetti del piano quinquennale indiano. Aggiungiamo, a complemento di quanto esposto, che un’analisi degli investimenti previsti dimostra come l’intervento statale, mascherato dietro finalità di miglioramento del tenore di vita della popolazione, si risolva in realtà in un’operazione a tutto vantaggio delle classiche bande affaristiche della nascente borghesia indigena e non soltanto indigena.
Il piano si propone soprattutto lo sviluppo della produzione agricola e quindi il miglioramento del reddito contadino. Ma, a parte qualche raccomandazione nel senso della limitazione del latifondo e della stabilizzazione del regime degli affitti, non prevede alcuna trasformazione nei rapporti di proprietà, nemmeno nel senso dell’introduzione di cooperative agricole: prevede invece grandi opere di irrigazione e di sfruttamento delle energie idriche che, date in appalto, si risolveranno in giganteschi affari per imprenditori capitalistici indigeni e all’allargamento della rete dei trasporti, specialmente ferroviari, che avrà lo stesso risultato finale.
Nel settore industriale, lo Stato incoraggerà le aziende private già esistenti e limiterà il suo intervento (che è poi un intervento a favore di gruppi privati) alla creazione di un grande complesso siderurgico e di officine ferroviarie e chimiche. Scriveva Relazioni Internazionali: « per lungo tempo ancora l’industria resterà sotto il dominio dei grandi gruppi (Tata, Birla, ecc.) e vi è chi prevede per l’India il pericolo di una concentrazione monopolistico-finanziaria simile a quella verificatasi coll’occidentalizzazione del Giappone alcuni decenni fa » (santo candore, si scambia una realtà con un pericolo).
Il finanziamento del piano prevede il ricorso a prestiti interni ed esteri (di nuovo sono di scena reti affaristiche e bancarie private, indigene e internazionali) e qualche inasprimento fiscale. Il piano di irrigazione e produzione di energia elettrica assorbirà il 27,2 % degli investimenti, quello di potenziamento della rete dei trasporti il 24, quello di incremento dell’industria 1’8,4.
E piangono
Si legge che nel 1952 le società anonime hanno emesso nuove azioni per un totale di 91 miliardi e proceduto ad aumenti di capitale anche mediante distribuzione di un corrispondente volume di azioni gratuite. E poi piangono che le cose vanno male.
Carlylean Phantoms
Geniuses, leaders and heroes fade away
It is really astonishing that quite a few of Marxism’s avowed militants, whose ’militant lives’ have been of no sort duration (maybe sound Marxism and long militant lives are inherently incompatible) haven’t understood that the historic thesis about the radical dethronement of the exceptional individual, of ‘the elect’, is not a side issue, but rather a central and fundamental plank of our doctrine, and one that is entirely incompatible with any lingering faith in the role of the great person.
A still greater blunder is made when distinctions are made between the various fields of human activity, and the assumption is made that whilst the role of the great innovator, the man of genius, can easily be eliminated from fields such as economy, politics and social history, it cannot be from others such as Poetry, Music and the Arts in general, where the need for such a personal mission remains intact. Allow such an amateurish distinction free-play for even one minute, and the theory of historical materialism collapses, and the theory which entrusts human destiny to the ’advent of geniuses’, or even to ’God’s chosen ones’ dispatched to earth, becomes respectable.
YESTERDAY
One, no-one, and one hundred thousand
Of course, our thesis mustn’t be confused with the idea that all individuals have the same mental capacity, or that historically they have tended to have the same mental capacity. In economics as well we have long since dispelled the stupid opinion that Marxism is to do with equitable economic contribution and retribution, even as a demand for the future. Under communism not only will the relation between effort and consumption always be unequal, but whether it is or not will be a matter of complete indifference.
Our battle against individualism must be seen both in a historical and social sense, and in all fields we have plucked the feathers of both the general individual and the special individual, of both the plodding chickens and the high-flying eagles.
As far as society is concerned, we deny that it is driven by ideas or discoveries that arise in particular ultra-powerful and enlightened minds; ideas which, since they are so powerful, are later transmitted to other minds and thence become accepted opinions and operational will. But such a denial isn’t enough to set us apart from flat bourgeois egalitarianism of the juridical-democratic stamp. The original Marxist element lies in having rejected the notion (also as regards individuals considered en masse) that opinions and conscious will precede the determination of those actions which are defined as of a social and political nature and which shape the course of History. The connexion which exists between general conditions – which along with the underlying form of production include the entire collective endowment of ideas and knowledge understood in the broadest sense, and all the collective institutions, as per quotations which won’t have been forgotten by those who, whilst not geniuses, have read them thoroughly – the historical course, and the alternation of classes and of class powers, doesn’t pre-exist in the mind of everybody, nor in the mind of some historical condottiere, but in a more or less obscure way both accompanies and arises after the event. Hitherto even the ruling classes and their agents have only expressed their historical task in a confused way. The first class to express it clearly is the modern proletariat; but not the entire proletariat, not some particular person who guides and leads them, but rather a minority collective: the class party. The long past and the long future of humanity (and even the brief stretches of it containable within the span of one generation) do not exist in the minds of everybody nor even in the mind of that person who first makes the connection; they lie instead in a collective organism, whose birth in its turn depends on the general conditions of historical development.
Therefore we see the future shaped neither by everybody’s (or the notorious majority’s) will, nor by the will of one person, and it is in this sense we deny the function of the individual. Neither the general ‘ego’ nor the particular ‘ego’ are the motors of historical events: these are understood as the operators. A similar distinction exists between different types of machines; between the motors that provide mechanical energy, and the machine tools that work the material to be transformed. The ‘ego’ isn’t a prime motor, but a final tool. Now then: how can we hope to uphold our anti-democratic and anti-educationist theory in support of the ego-everybody, if we are so foolish as to incautiously give in to the arrogance of the lone ego-person? We did not hesitate to get rid of humanity-consciousness, are we then to genuflect before Battilocchio-consciousness?
Once the ‘people/actors’, and the ‘person/actor’ too, have been correctly assigned their rightful place within the social dynamic, a historical distinction can be drawn. The function of the actor is a passive one; our ancient ancestors, the early human species, proceed passively among the uncontrollable and unknowable forces. As the mode of production becomes increasing complex, people, unconscious actors, become increasingly aware of external conditions, and in the end come to dominate them to a certain extent. Collective man, the species, will increasingly sacrifice less to blind necessity; only in this non-individual sense, and in a classless society, will it achieve liberation.
As this process unfolds, the individual actor, the star who sets himself apart from the common people in the rudimentary types of production, becomes increasingly superfluous; and over the course of history he has become increasingly unimportant in all the innumerable fields of human endeavour.
This schema is bound to attacked by anti-Marxism, which portrays a future humanity still dependent on the leadership of higher Unities, only with the difference that if once they came from God, then from the progeny of a particular bloodline, they will eventually be installed by universal suffrage: the same old illusion peddled in a more plausible way…
But how can a Marxist abandon one side of this social form that excludes ego and egos, and forecast that until such time as one EGO emerges we will continue to live under a social form in which it is surrounded by Servites?
Culture or sentiment
Back in 1912, a congress of young socialists in Bologna gave rise to an important battle between the ‘culturalists’ and the ‘anti-culturalists’. The former thought the youth organisation should merely be a school of Marxism; that it shouldn’t have any political activity of its own nor offer suggestions to the “adult” party regarding the movement’s tactical questions. The young pupils would be emancipated, after suitable preparation, when they came of age as… voters. The most that can be said about such a formula nowadays is that maybe there is a case for a ‘senior federation’, as a place to stick the extremely elderly when they start getting a bit wobbly.
The anti-culturalists protested vigorously that historically culture and education have been traditionalist and anti-revolutionary factors, and that amongst the young the direct determinism of the revolutionary clash with the old forms has always had more impact. The acquisition of theoretical consciousness – which the Left nevertheless staunchly defended as common patrimony of the party and of the youth movement – mustn’t be used as a condition to paralyse all those who are moved to fight simply under the impulse of the socialist sentiments and enthusiasm which social conditions provoke in the natural course of things. Those who were incapable of understanding such a dialectical position and who even perceived it – as far as the driving forces acting within in a young soul are concerned – as putting faith and ‘fanaticism’ before science and philosophy would talk a load of absolute rubbish, and speak of it as a revival of the cult of the hero, and… of an abandonment of Marx in preference for Carlyle!
Evidently there are two interpretations of heroism. The fighter for the masses, anonymous and forgotten by History, who sides with the aims of his class in the civil war under the impulse of a collective egoism, that is, by the need to improve in a utilitarian way his economic condition, and who ends up – without getting a degree in Philosophy or being baptised in the faith – by going beyond the instinct for self-preservation and risking his life; not as a soldier, but as an unknown volunteer of the revolution. This wielder of pikestaff or gun is swept up in the common action well before he knows anything about rulings on the care of war orphans, or the commemorative medals he will be entitled to: first he forgets himself then, as a person, he will be forgotten by everybody.
Then there is the Hero, with a capital ‘H’ with all his papers in order, who leads the battle and not only gets all the war damage compensation for himself, along with eulogies by the poets, but expects History’s public to be at its post having thoroughly studied all the posters naming the main actors; and who, having once got the living idiots to present arms to the dead, then retires behind closed doors to gloat over his booty. And it was just such a hero who was the object of Carlyle’s worship: Carlyle, who we had never bothered to read anyway and who was the juvenile object of our Marxist loathing.
Production, Science and Art
Why is only our species of animal defined sapiens? certainly not because we have triumphed in the ‘creation lottery’ over the donkey and the parrot (respectable and redoubtable competitors, we sometimes think). Mankind is the only living species that has science, because it has labour. However, Art does not occupy a sphere that is higher than Science or Labour. It is situated between the two. The classic contraposition between the two energies that govern us is Nature and Art. Animal species are sustained by Nature alone, whilst the human species more and more produces what it requires to live. Production and Art.
If the first animal to work had been an immortal, sterile Robinson, who didn’t need to pass on to workmates and successors the rules about cutting down certain trees in order to make a palisade around his hut, there would have been no Art, inasmuch as the harmony of the organised belt around him would only exist in relation to the surrounding bush and the jackal hidden within.
Why are Arte and Arto the same word? It is because the immeasurable richness of human constructions comes not from the brain or from the ‘absolute spirit’, but from the hand that first modifies the branch and the stone in search of food. The last to arrive is the spirit, exalted parasite of the millenary efforts of the nameless multitude, rapturous intoxication of the differentiated life set on the altar of billions of victims immolated in those simple, humble acts which made possible each successive step, each rudimentary conquest; spirit, warmed and illuminated by peaks of enthusiasm which it claims, obscenely, to have generated itself; spirit, oblivious of the cost of that first physical spark which shot out from the freezing savannah, despite the Gods, and how difficult it was, with limbs numb with cold, to reach ignition temperature using only the friction generated by rubbing two sticks together at unbelievable speed. How long was it, how many millennia went by before we knew it required 427 Kilogram-metres per calorie? When was the most gigantic conquest of all? And does it have a daft name?
Clearly such inferences about the ultimate significance of art, and most of the greatest examples aren’t necessarily the latest, will be met with the ruthless censure of our class and party enemies, whose conceptions are designed for a diametrically opposed purpose. And just as clearly their desperate, inveterate opposition is linked strictly to the defence of the theory of the Genius towering over the amorphous masses, since that is the only ammunition they have with which to attack our research into the laws of history, which, far from awaiting the appearance of the Chosen One, announces the collapse of the present class powers and the inevitability of revolution.
To steer this ship of ours when its compass isn’t working, we establish True North by turning to Croce. Not that the latter would be so banal as to deny what we have shown about the influence of natural and social conditions, and historical events, on artistic creation; the only trouble is that this collection of relative elements revolves around an absolute datum, without which these elements would remain for him lifeless, and thus it appears explicable how such a quid might somehow be contained within and shine forth mysteriously from that unique cranium. But we won’t play the game of formulating counter-theses with terms that might quite justifiably be repudiated.
Aesthetica in nuce
For Croce aesthetics is the kernel, for us, the shell.
«Aesthetics, by demonstrating that aesthetic activity or art is a form of spirituality, a value, a category, or whatever you want to call it, and not (as theoreticians of various schools believe) an empirical concept related to certain orders of utilitarian or hybrid facts, has, by establishing the autonomy of aesthetic value, likewise demonstrated that it is predicated with powers of special judgement, aesthetic judgement, and that it is a subject of history, of a special history, the history of poetry and the arts, artistic-literary historiography».
The antithesis is posed, it seems to us, clearly and insuperably. You can’t consider yourself a Marxist unless you treat Art in the same way as Technology and Economy, and therefore as a part of political history. Incidentally the Greeks use the word teknè to mean Art and they knew a thing or two about it.
We reject the autonomy of the concept of beauty, which after Kant discovered it is irrevocable according to Croce, just as we reject the autonomy and universality of the concept of justice, in respect to individual interest and even with respect to reason. And down the same path we conduct the concepts of beauty and justice, from the absolute to the relative, from the universal to the contingent, from an autonomous existence to one strictly dependent on material conditions and particular interests. To render this service to law and not to art is neither Marxism nor Kantianism, but just total autonomous rubbish.
This question is totally bound up with the question of geniuses and exceptional individuals.
In a brief passage in the previous Filo del tempo article we showed that the leader’s function in the social community is related to the practical necessity of transmitting knowledge, derived from hard-won and constantly broadening experience, from one generation to another; from the grown-up adult members of the community to children and adolescents. We recalled that the most immediate form of leadership was the matriarchy, and that at a later stage, when hunting and war came to predominate, it would be the strongest men and those most skilled in the use of weapons who would lead. As rules and labour ‘secrets’ came to assume importance, the power of the brain would begin to predominate over muscle power. Tradition can be transmitted by memory and by memory alone; the wizard, the priest and the wise man take centre stage. Gradually the sum of common capacities required for production becomes more and more complex and the task of transmitting it becomes much more difficult: soon it becomes so difficult that it is beyond the capacity of one set of arms, or one brain. We also noted how language, the articulated word, had formed the first means of passing on information, traditionally one of the resources which clearly separates the ‘sapient’ species from the purely animal, by commencing at the same time to make this ‘handing over’ more collective. Other significant methods of transmission soon occur, allowing what could no longer be contained in one head to be preserved and passed on. Writing is the most important of these, and thus the colossal effort involved in memorising would be reduced to a minimum. Many other expedients would follow, all with a levelling effect, all of them undermining the need for ‘exceptional individuals’ in the resolution of the problems of communal life. Already we have machines that think and reason better than the average man.
At this point it is worth going back a bit, to just before writing and just after language; back to music, which although seemingly a realm of transcendence and absolutes is in fact born as a practical and utilitarian expedient, born not as an isolated flight of fancy from a particular brain but from the practice of collective mnemonics.
Word and Song
The German writer Thomas Mann, today a champion of democratic conformism, is correctly remembered as a forerunner, in the time of Wilhelm II, of the Hitlerian doctrines of the national mission of the people and of the German Reich. His pronouncement made forty years ago, about Germany needing a world history such as Spain, France and England had had, wouldn’t have seemed so crazy if not for its lateness with respect to the era in which Marx and Engels castigated the German bourgeoisie for its ignominious absence from the historical scene and the tortuous path it had taken to achieve its national State a century ago. But what interests us is the counter-posing in Mann’s thought of the values, as Croce would say, of the German and Western spirits. Then Mann was lashing out against the “Zivilisation” that he today admires in the pro-American camp, and contrasting it with German kultur. For him the latter was not only anti-western and anti-democratic, but anti-authoritarian and anti-literary too. Germany was a land that was unliterarisches, wortlos, nicht vortliebend – enemy of the word and prose. German profundity sought expression not in the banalities of chatter, but in metaphysics, poetry and above all in music, the art that speaks to man without words.
If it is true that music has an ultra-national expression, it is no less true that it came into being as a vehicle for words, and words in their turn came into being as vehicles for the rules connected with work, with technology. Therefore art isn’t the mode of expression, of communication, but the actual content of the communication, of the expression.
Thus the natural and historical road was: uniform rules governing life and work, music, song, poetry; much, much later came words and prose. Mann, as the barbaric apologist for the illiterate Arminius (Hermann) who crushed the legions of the refined Varus in the forest of Teutoburg, was much nearer the mark than today’s chooser of liberty against the excesses which in 1914 he called ‘revolutionary’, such as the tearing up of treaties; texts which would certainly be difficult to set to music.
Since the first constitutions couldn’t be written down or inscribed in monumental stonework they were transmitted word for word by memory. Mnemonic requirements meant they would be drawn up in verse form; only in legend does one person write them when in fact they distil common wisdom and practice.
The Poet, who today writes and publishes, used to just sing. Then the Poet was not one individual but rather the community, and whoever was unable to chant the verses had no other way of preserving the data of his or her life; civilizing prose has led to bank-accounts, achievable by any cynical boor. But back then we sowed, and reaped, and were married, and were born, to the chanting of given rhythms which everyone knew, because the collective memory preserved the words and the musical motif. The idea of committing the non-rhyming word to memory is something that comes after writing.
Fecundity of the Numerus
Music sticks in the mind for mechanical and physical reasons. Rhythm is number, the exact measure of time. Tonality and harmony arise from rigid mathematical proportions existing between the number of vibrations hitting the ear. The ear is the first measuring instrument used by man: the eye, qualitatively so much richer, is quantitatively subject to glaring errors.
The practical fact is, thanks to the musical nature of choral chanting it first became possible to transmit and teach rules to a collectivity, and so consolidate the victory of the latter with respect to the life of brutes: productive art. Humanity sang in order to live, not for enjoyment, nor to discover an absolute and “useless” pleasure such as Kant claimed to have discovered. It was the one means that responded to this utilitarian aim: of keeping the species but the collective memory alive and developing its potential when no other archive existed.
Is this just some lucubration, some novelty, dreamt up by ourselves? In fact it’s an idea that has been around for three thousand years. In Greek mythology, the nine muses are the children of Mnemosine, the goddess of memory.
That the nightingale also has a sense of musical timing and pitch just goes to prove that Music is closer to natural and material functions than the distant reaches of pure spirit.
It is a very stale objection that, having once discovered the technical method of writing of music, a long time after written language, only eight note symbols suffice to denote even the most sublime of musical scores.
It was a huge advance in human knowledge to establish two elements as equal. Primitive man knew via his senses only concrete objects none of which were the same: two stones, two leaves, four birds, to begin with stopping at five, the number of fingers on one hand.
Pythagoras in ancient times is famous for having assimilated in his school music and mathematics: both were numerus. The fact that in the same “step” one went from one to two, and then from two to three, seems today not only simple and straightforward, but obvious and banal, even for an infant in primary school. But it was an astonishing achievement then. The “Principle of recurrence” which allows for the handling of the infinite series of numbers using this method isn’t obvious; it isn’t axiomatic; it cannot be demonstrated by logical deduction, and so isn’t to be found in the realm of the spiritual, and just picked up. It is a result achieved empirically through the collaboration of innumerable beings in the life of the species which talks, sings, and counts.
Well then, in the same way the principle of recurrence covers the most difficult theorems of pure arithmetic and all mathematics, including the equations of Einstein’s theory of relativity – which are understood by one in a million people – and his still mysterious unified theory too, so also is the Ninth Symphony contained within Guido D’Arezzo’s seven notes. Complexity and greatness depend on the length and richness of the long journey.
That the Ninth Symphony was written at all is extraordinary, but no less extraordinary is that anybody can perform it; and that it can move people despite the lack of a common language. Its universal value wasn’t therefore given from the start, but only at the end of a long journey; a journey, moreover, in which millions have taken part.
Art and Class Struggle
Let us then shimmy up the rungs of this ladder, so much longer than Abraham ever saw. Marxism has always linked its critique of the great golden ages of Art to the great transitional events between one mode of production and the other. If ever there was an Art that was truly collective and naturalistic it was Greek Art, some of whose masterpieces, according to some, are still unsurpassed. Why did the flourishing of such an Art spread from Attica to the Asiatic shores of the Aegean Sea colonised by the Greeks, following in the footsteps of the first industrial and commercial economy, and then vanish from those colonies when their free citizens were defeated by the Persians? As ever striding forth in seven league boots, Engels comments: «If the decline of former classes such as the knighthood could offer material for great tragic works of art, philistinism [of the German petty bourgeoisie] can achieve nothing but impotent expressions of fanatical malignity…».
The time has come, as so often happens, to refer to Engels. We need to prove that we aren’t just plucking new theories out of thin air, as usually happens after a bottle of wine has been opened, but are sticking to the line; following the great red thread.
We are dealing with the relationship between capitalism and Art, which will lead us on to an examination of the relationship between capitalism and heroes.
The approach and first outbreak of the bourgeois revolution, dating back to different times in various nations ranging from the 15th to the 19th centuries, led to a great flowering of literature and in all the arts. The sequence in a general geographical sense is: Italy, Netherlands, France, England, Germany, Russia. But as soon as the mode of capitalist production emerges from its revolutionary incubation, as soon as it spreads it reveals itself as crassly anti-aesthetic. In the artistic balance sheet of this half of the nineteenth century, what is there to put on the plus side?
Something similar happened as regards the balance sheet of ‘heroism’.
Here we have to hand a magnificent article by Engels, written in 1850, about our alleged fellow traveller Thomas Carlyle. It is, in fact, one of those theoretical roastings in which one rather regrets that too much space has been devoted to the mounds of rubbish reviewed whilst our own elaboration of the theme has been restricted to critical asides.
Carlyle may be numbered amongst the many enemies and critics of the sordidness of emergent capitalist society; amongst those various economists, sociologists, politicians and writers who captured, sometimes in very incisive ways, its contemptible aspects and who were able to strip away its sumptuous covering of progress and civilization. But they weren’t of sufficient stature to understand the indispensable benefits of capitalism, and although containing flashes of subversion and revolution they relapsed into nostalgia for the old regime.
They were unable to understand the immense productive potential of associated labour which capitalism had introduced, albeit as exploitation and class monopoly, bringing into play forces which would overshadow the personal exploits of legendary heroes once and for all. The government of Nations had fallen into the hands of usurers, shopkeepers and cynical and uncouth slave-drivers but they couldn’t be toppled by resurrecting the knights and princes. The serious lack of style with which today’s sharks and parvenus use the proceeds from flogging salami to buy Rembrandts, probably fake, at inflated prices, brings to mind the Roman consul, who, delivering a statue from the Parthenon to the slaves who would be crewing the ship, threatened that if they broke it they would have to make another one; in any case, it doesn’t change the fact that the modern market and the ancient warrior both moved the wheel of history forward.
Carlyle’s Wrath
The Scottish writer hurls fire and brimstone against the baseness of his times. He inveighs against the vulgarity of the bourgeoisie, and even against the subjection of proletarians, the poor, brutalised by their exploitation and all and sundry are menaced with rhetorical extermination.
He praises the revolution as an unfolding drama, or as Engels puts it «Where he recognises the revolution, or indeed apotheosises it, in his eyes it becomes concentrated in a single individual, a Cromwell or a Danton».
Alas! How many people became communists and Marxists not because of Lenin’s long struggle, not because of the immensely hard work he put in and the brilliant ideological reconstruction he accomplished, but because of his dazzling successes and the fact his name became associated with a historical drama. How many just wanted to quench their desire for hero-worship and nothing more? It would cost the revolutionary party dear and even corrupt the work of Lenin himself.
Carlyle thought in whatever field the Genius chose to work, he would always be right. He used to admire the style of certain German writers who are virtually forgotten today, but as for the much more significant Hegel, he wasn’t even aware of him. Such is the destiny of cultists of personal value. As Engels would point out, «In the cult of genius, which Carlyle shares with Strauss, the genius has got lost in the present pamphlets. The cult remains».
Indeed, this morbid need to admire ‘towering geniuses’ inevitably has its down side: passivity. Prostrate adulation becomes an end in itself, and when it cannot be focussed on a person, it flags, only to re-emerge when the latest colourful, although intrinsically shallow ‘personality’ comes along, unaware he is destined for total obscurity.
The tempestuous events that inflamed Europe in 1848 were bound to have an impact on a man like Carlyle. But just as he had no wish to laud the arrival of the commercial and industrial form of economy, so also – and he was right – he felt no need to defend liberalism and democracy. The story about a ship caught in the gales off Cape Horn is his. Having been blown off course, the crew choose their course by putting the compass points to the vote, and adopt the decision of the majority. And yet the historical message is completely lost. Why? Because he goes off in search of a protagonist of heroic stature! And where does he find him? In Pope Pius IX! And where does he see the main clash of forces taking place? Is it between feudalism and capitalism, between an authoritarian and a constitutional system? No, absolutely not! It’s a struggle of Truth against Lies, Falsehoods and “Shams” (fantasmi) and, according to him, it is against just such nasty things that the popular masses rose up in Paris, Vienna, Messina and Lisbon.
And when it is a question of establishing who it is precisely who can identify Truth and Greatness, the author relies on the Wise, the Elect and The Noble since they alone are up to the task. He then proceeds to reduce the historical struggle, about which he has understood precisely nothing, to a frantic hunt for the great Leader, the exalted figure, to whom the destiny of poor old humanity can be entrusted. And although pouring scorn on the vulgar egoism of the bourgeoisie, which is incapable of aspiring to such giddy heights, he ends up by unwittingly relapsing into undiluted praise for the captains of industry… And to arrive at this point he has explained away the 1848 uprisings with the motto which supposedly inflamed the crowds: Begone, ye imbecile hypocrites, away with non-heroic histrions! We need heroes!
Based on just such falsifications as these the ridiculous craving for heroes has survived for more than a century, unwittingly affecting current Marxist analysis of the events of 1848 and of all the other great historical eruptions from Europe’s underground!
Engels’ cold shower
We can only recapitulate Engel’s ruthless demolition job: «We can see the “noble” Carlyle proceed from a thoroughly pantheistic mode of thinking. The whole process of history is determined not by the development of the living mass itself, naturally dependent on specific historically created changing conditions, themselves determined (…) All would depend on the knowledge of an eternal law of nature, accessible to the wise and the noble, not the fools and the rogues. The struggle between classes is replaced by an antithesis which is resolved by bowing to nobles and wise men: hence by the cult of genius».
But how, Engels continues, are we to find these wise and noble souls? It inevitably leads to a sanctioning of the rule of the privileged classes, who monopolise education along with everything else; and to bowing one’s head to the vulgar rule of the bourgeoisie, who in words Carlyle claims to despise. Carlyle’s «sole grumble and complaint, is that the bourgeoisie does not assign a position at the top of society to its unrecognised geniuses». And here it is that Carlyle discerns “a new class of commanders of men having arisen in England, a new aristocracy”!
And that is where the ‘cult of genius’ ends up, in abject prostration before its enemy! There are plenty of shallow people who would be drawn to the proletarian party if it put its ‘unknown geniuses’ on display. But once they’d seen some bigger and better genius elsewhere, they’d soon move on elsewhere. When talking about this or that party or movement, we are sick to death of hearing political philistines ask, with a self-important air “but but who is in it?”.
The Marxist party should always say: we have nobody to put on show. To the enemy class and their party we declare, we intend to cast down all geniuses and all idiots; and that’s that.
TODAY
The Noble and the Abject
The history of the various opportunisms and betrayals inside the three Internationals can be entirely reduced to a frenzy of active and passive personalization.
Engels concludes his ridiculing of Carlyle by rejecting his theory of the Noble and the Abject which becomes exasperating in its mania for finding extremes, the peaks of the one and the other. The Noble will eliminate the ignoble, the Noblest of the Noble will hang the most villainous of the villains, and so on until only Carlyle remains who has to hang himself.
A dialectical joke, and certainly an apt response to Carlyle’s idiotic doctrine of the historical Criminal.
Mussolini for example would never have gained such prominence, nor his self-exaltation become so established amongst his followers, if the other side hadn’t inflated his importance to the level of the Carlylean supreme villain, the historical cause of all evil, as had been the case with Kaiser Bill and Franz Joseph, and, later on, Hitler.
The anti-fascists used to go around banging on about ‘him’, telling us ‘he’ had done this, that or the other, and we would remind them of the little grammatical rule about using the pronoun to refer to someone previously mentioned.
Nowadays we are approaching the stage of functioning without any ‘hims’. Just as in economics, if Marxism isn’t a complete load of rubbish, so also in politics, science and in the Arts.
To learn this we didn’t have to wait until we’d seen a bourgeois regime without a bourgeoisie in Russia; until we’d seen Malenkov and Stalin turning the creative inspiration of writers and artists, painters and musicians, on and off like a tap. It was quite enough to have read the crucial chapter by Engels in the Anti-Dühring dealing with phase D of the capitalist cycle, which idiots ‘discovered’ in 1950.
«D). Partial recognition of the social character of the productive forces forced upon the capitalists themselves. Taking over of the great institutions for production and communication, first by joint-stock companies, later on by trusts, then by the state. The bourgeoisie demonstrated to be a superfluous class. All of its social functions are now performed by salaried employees».
After this demonstration, Engels moves on to the ‘Proletarian Revolution’.
But let us return to the genius, to the leader. If capitalism ends up without personalities, communism starts out that way. The terrible decline in revolutionary strength over the last thirty years stands in direct relation to the continual exaltation of individuals, the miserable fabrication of undiscovered geniuses, who, like challenges from a new Carlyle, we have been stupid enough to put on pedestals. And the worst of it is, whilst a certain species of spectacularly awful idiot has been elevated to the rank of commodity-genius, many who are far less idiotic have been labelled scoundrels and fools much more than they deserve.
No-one will come
The process of turning the working class into a flock of sheep is virtually complete. For tens of years it has been stupidly waiting, not for the hour to come when it could fight for its own goals and for its own programme, but for ‘him’ to go; and after the various hims had actually gone, it was left more enslaved than ever.
Then they sat and waited hopefully for ‘Big Moustache to arrive’. But ‘Big Moustache’ died without ever undertaking the journey. And yet workers are still told that, rather than acting under their own volition, they should instead wait for somebody else to come along.
Yet the Messiah has been counterproductive in all revolutions. Even the Christian myth declares it so. When Christ announced his imminent departure to the apostles and the other minor disciples, they were left sad and bereft. What can we do, what will the multitude do without your guidance?
But Christ replied, I have to return to my Lord and Father. It is easy for you to see me here in human form, made flesh, as one you think endowed with ultimate power, whilst physically I will fall under the blows of the enemy. Only after my departure will the Holy Spirit come amongst you and the masses of the world in an invisible and impalpable form. And the humble millions invested by him will conquer the forces of the enemy without a physical leader.
The myth, in fact, represents the social, subterranean power of an immense revolution everywhere undermining the ancient world.
It was easy to proceed when the Master caused all to tremble and fall silent, performing miracles, healing the sick, raising the dead and striking the sword from the hand of the aggressor.
The workers will triumph when they understand that no-one is coming. Waiting for the messiah and the cult of genius, explicable in Peter’s and Carlyle’s case, is for a Marxist in 1953 nothing less than a miserable cover for impotence.
The Revolution will rise again, and will be terrible, but anonymous.
[RG-8] Riuscitissima riunione a Genova dell’organizzazione del nostro Partito
Non certamente inferiore nel successo alle precedenti riunioni inter-regionali (preferiamo non chiamarle nazionali, anche per la partecipazione di elementi esteri) e alle due recenti e plenarie di Milano e Forlì, è stata quella tenuta a Genova nei giorni 25 e 26 aprile, organizzata dalla sezione e dalla federazione locale con impegno, attività e risultati ottimi.
Le delegazioni locali presenti con indicazione del numero dei delegati erano le seguenti: Genova 6, Ventimiglia 3, Oneglia 2, Arenzano 1, Riva Trigoso 1, Pieve 1, Torino 6, Asti 4, Casale 1, Milano 6, Treviso 1, Palmanova 1, Trieste 4, Ravenna 1, Cervia 2, Forlì 2, Firenze 6, Piombino 1 (rappr. anche Portoferraio), Roma 3, Napoli 5, Torre Annunziata 3, Gravina 1, Cosenza 1, Messina 1, Carrara 2. Per impossibilità di venire avevano aderito Parma e Bologna. Degli esteri presenti: Marsiglia 2, aderenti Winterthur, Bruxelles.
Presenziavano altri compagni di Genova e dei centri vicini oltre le delegazioni, e alcuni provati simpatizzanti e lettori della nostra stampa, in quanto sicuri antipatizzanti di qualunque altra corrente.
Le due giornate si svolsero secondo la formula originale già stabilita con partecipazione unanime fatta di compostezza e profondità di lavoro e di serio entusiasmo. Il superamento di ogni solita formula ipocrita sugli ingredienti di base e direzione, nella inscindibile organicità impersonale del partito, lascia dietro di sé ormai dimenticato il funerale di terza classe fatto a tutti i delusi azzeccagarbugli che in innumeri edizioni infestano il movimento rivoluzionario, e che non hanno più l’ambito borghese onore di essere attaccati, dato che ben altri e laboriosi compiti ci chiamano.
Nella riunione della sera del sabato 25 il centro esecutivo svolse la normale relazione sull’organizzazione, le sue condizioni e il suo lavoro rilevando i sicuri e notevoli sviluppi del chiaro orientamento dei gruppi, il graduale e serio proselitismo, l’interessamento sempre più marcato di autentici proletari e di giovani, l’assoluta assenza di screzi e dissensi di qualsiasi natura, il successo ormai pieno del riordinamento selettivo eseguito oltre un anno addietro col solo fine di rafforzare e migliorare il partito al di sopra di ogni scoria.
Dopo aver fornito chiarimenti a molti compagni su detto tema il relatore si occupò della stampa di partito rilevando il successo della edizione «Dialogato con Stalin» di cui si farà presto una ristampa, e si diffuse sull’aspetto finanziario del nostro lavoro nei vari campi. Seguirono varie richieste e proposte e si convenne tra l’altro di far al più presto uscire un fascicolo della rivista del partito con le modalità del caso atte a premunirci da apocrifi, e da confusione con pubblicazioni intrinsecamente deteriori.
Per l’ordine degli argomenti facciamo cenno di altra riunione della serata del 26 in cui, dopo breve rapporto di un compagno francese, si esaminò la situazione dei nostri rapporti coi gruppi di Francia e si tracciò al riguardo un piano di comune lavoro.
Il rapporto sul tema: Economia e crisi dell’occidente
Il compagno relatore premise che questa riunione avrebbe impostato una fase dedicata ai problemi dell’America e dei paesi capitalisti occidentali in genere dopo che un lavoro notevole precedente ha cristallizzato in linee sufficienti a una definizione generale il nostro modo di considerare la Russia e la sua economia sociale, e posto in evidenza il concetto marxista delle doppie rivoluzioni innestate l’una sull’altra, o rivoluzioni impure, (dando al termine una portata non morale ma solo storica). Il Dialogato ed altri testi hanno abbastanza sistemata tale parte, dobbiamo ora studiare una rivoluzione pura ossia soltanto anticapitalista e proletaria, di cui la storia ha forse un esempio solo: la Comune di Parigi, tanto grande quanto sconfitta. Dichiarare dunque perché affermiamo possibile ed inevitabile la rivoluzione anticapitalista negli Stati Uniti e nei paesi oggi a questi connessi.
In un’introduzione fu ricordata la sistematica delle riunioni precedenti. Non essendo la nostra scuola o accademia, ma fucina rivoluzionaria, gli argomenti non vennero toccati in un prestabilito ordine di stampo ideologico. Ma, come sarà meglio ripetuto in pubblicazioni di testi estesi, sono nelle varie occasioni stati elaborati i punti: Teoria generale sociale e storica – Economia capitalista – Integrale programma socialista – Cicli della rivoluzione proletaria – Storia del movimento comunista – Odierna economia russa – Economia di occidente – Condizioni per la ripresa rivoluzionaria – Misure immediate postrivoluzionarie in occidente – Compiti attuali diretti del movimento.
Nella prima parte, svolta nella mattinata della domenica, fu ricapitolata in un vasto giro la teoria delle rivoluzioni plurime che numerose presenta la storia. La posizione marxista non può essere intesa se non si stabilisce una distinzione scolpita a grandi tratti tra le varie «aree» e i vari «periodi» della rivoluzione del proletariato, in cui sono diversi i tipi e gli aspetti della grande antitesi: proletariato contro borghesia. Diversi ma ben definiti e non suscettibili di sorgere a piacere di critici e politici equivoci; diversi ma ben stabiliti sulla linea dei principii originali e invarianti del comunismo, a partire dal Manifesto.
La critica e la battaglia cominciano ad avere per obiettivo l’area inglese. In essa è del secolo XVII la scomparsa di ogni potere ed economia feudale con la rivoluzione di Cromwell e restano due soli attori: proprietari e industriali da un lato, e operai dall’altro. Qui con valore universale si imposta la scoperta delle leggi della produzione capitalista che preparano non una evoluzione ma una serie di crisi e una catastrofe finale, e permettono di fondere in un solo getto il programma comunista, e per sempre. Tale dato esiste fin dal 1840, data in cui si attua la sostituzione del comunismo scientifico ai primi utopici socialismi.
La seconda area da considerare è quella Europea occidentale, con la serie di abbattimenti del feudalesimo precapitalista, che si apre in Francia nel 1789, ma per comprendere Germania, Italia, e minori paesi, continua fino al 1871. Con tale data e in tale area si pone fine alle lotte in cui il proletariato sostenne la borghesia – e ben doveva sostenerla, anche in quanto ve lo conduceva un partito marxista – e si completava la sistemazione degli stati nazionali e l’avvento di piene forme di proprietà e di produzione capitaliste. Ogni volta in tale fase il proletariato tenta di spingere la lotta oltre in un abbattimento della borghesia, che si getta a sterminare spietatamente l’alleato di prima. Per un momento vince la Comune, poi soccombe alla alleanza di borghesia francese e tedesca; si apre la grande era della autonoma lotta della classe operaia.
Una terza area, quella nordamericana, non ha un’origine da vittoria contro regime feudale, ma parte dallo svolto della guerra civile del 1866, con la quale si afferma il modo di produzione industriale europeo contro un tentativo di economia da «terre libere» con forme rurali e schiaviste di lavoro. Tale area si salda con quella di Europa, come questa si è saldata con quella inglese, e forma la grande area che possiamo dire euramericana in cui la posizione ininterrotta della nostra scuola dei marxisti radicali (soli marxisti) stabilisce che è controrivoluzionario chiunque, in guerra, in pace, in qualunque forma di politica borghese, attua collaborazione della classe proletaria, con lo Stato nazionale o con gruppi e opposizioni non classiste.
Non può applicarsi ugual norma e dottrina nell’area dell’Europa est, ossia Russia e alcuni paesi limitrofi e balcanici. In Russia e nel sud-est di Europa sussistono le forme sociali e politiche feudali fin dopo il 1871. Ma da tale data vi sono in questi paesi con vario sviluppo anche partiti operai e gruppi marxisti. Il tema di doppia rivoluzione, che non può più porsi nell’area ad occidente (che tuttavia prima del 1871 lo aveva ben conosciuto e soprattutto nel classico esempio Germania 1848, risolto con la formula rivoluzione permanente dalla teoria marxista, finito per allora con doppia sconfitta, in guerra civile) si impone storicamente e si risolve senza esitare con la dichiarazione di aiuto e perfino di gestione proletaria di una rivoluzione capitalista.
Al 1917 questa area dà una doppia vittoria in guerra civile, e questa ripiega in una mezza vittoria-mezza sconfitta nel campo sociale. Le forze proletarie sono giustamente state date, e giustamente si è tentato di andare in fondo: ma la rivoluzione diveniva permanente solo se dilagava nell’area occidentale. La colpa se non fosse assurdo parlare di colpe, è di noi soltanto, comunisti di occidente. Oggi non resta che la sola rivoluzione capitalista, la cui fase positiva storicamente e socialmente sta, nella Russia vera e propria e nei paesi europei limitrofi, per chiudersi.
Alla grande area euramericana che merita e attende una pura rivoluzione comunista, si contrappone oggi una grande area eurasiatica che svolge due rivoluzioni in un processo colossale, ma a cui il marxismo non nega il compito grandioso e rivoluzionariamente positivo di sostituire a regimi feudali e patriarcali un mercantilismo internazionale con le forme industriali di produzione, pur sapendo che si appoggia così un vivo trapasso inseparabile dall’avvento di forme nazionali, borghesi, piccolo borghesi, romantiche: tutti valichi e premesse per il socialismo proletario mondiale.
Il marxismo rivoluzionario deve a questi moti piena solidarietà, ed in loco il proletariato deve ad essi appoggio e alleanza, anche in quanto essi contrastano la pressione imperialista con moti di indipendenza di razza e xenofobi, poiché sono forze che rompono la cerchia della supercentrale capitalista, e se la crisi non azzanna questa alla gola e la forza proletaria di occidente non le colpisce al cuore, la vittoria mondiale non è possibile. Ma certa è la sconfitta se postulati che scimmiottano questi si trapiantano nella società e nella politica di occidente, come turpemente i partiti stalinisti consumano. Se in Russia e in Asia un tale movimento è l’agente di una rivoluzione sola e non di due, in zona nostra esso è il vile agente di una sola controrivoluzione, due non essendo più possibili.
In tutto questo sviluppo il relatore ebbe a toccare temi diversi trattati più volte dalla nostra stampa, e tra l’altro a ricollegarsi, sottolineandolo, al tema di Forlì. Le misure immediate che una rivoluzione operaia attuerebbe in occidente non sono socialismo, ma in campo economico «riforme». Trotsky rinfacciò a Kautsky l’antitesi: voi opportunisti volete riforme prima e rivoluzione dopo, e salvate il capitalismo. Noi vogliamo rivoluzione politica prima, conquista totale del potere; solo dopo riforme sociali, in quanto non si passa in un giorno al socialismo. I doppi opportunisti di oggi non solo vogliono le loro riforme di struttura e non la rivoluzione, ma le loro riforme sono «tecnicamente» opposte a quelle che faremo noi dopo preso il potere. Tendono assolutamente e relativamente a fare i soli interessi del capitale.
Nella seconda parte – nel pomeriggio – il relatore, usando statistiche sia pure di tipo popolare ma provenienti dai nostri avversari, col proposito di una apologia della attuale società americana, e della sua pretesa possibilità di evolversi senza saltare, procurò di allineare i dati e le leggi di questa piena economia capitalista, in tutto paralleli a quelli in base ai quali il marxismo, studiando il capitalismo della prima zona britannica, eresse la dottrina delle crisi, dell’inesorabile disquilibrio, della sopravveniente catastrofe. Non ne furono dati né anticipati i tempi, ma dato ed anticipato il decorso, e se questo si segnerà a cinquantine anziché a decine di anni, ciò varrà tanto meglio a farne compito della specie e della classe rinnovantesi in generazioni, non di pensatori, di profeti e di genii, e tantomeno di decorati e pomposi capi.
Se non fu possibile al relatore dare totale sviluppo ad un simile tema, che comportò la ripetuta definizione caratteristica di tutte le categorie e le «grandezze» basi dell’economia marxista, anche per il limite di tempo e della fatica che costa a chi espone e a chi ascolta una trattazione che non si arrotola nella banalità della parola senza contenuto e della solleticazione retorica, meno ancora è possibile dare in breve sintesi il costrutto.
Le pretese che in America non tenda ad esservi più che una classe media con esclusi gli estremi della gran ricchezza e gran miseria, l’aumentato tenore di vita del lavoratore, la distribuzione di parte dei frutti dell’azienda oltre che ai sottoscrittori di azioni anche ai salariati, furono dimostrate – anche con suggestive citazioni del testo di Marx specie nel II e III tomo del Capitale – del tutto impotenti a sfuggire alla tenaglia delle deduzioni rivoluzionarie.
I salti più impressionanti dei dati statistici di epoche critiche: 1848, 1914, 1929, 1932, 1952, riguardano l’erompere della «produttività del lavoro». Con lo stesso tempo di lavoro si trasformano masse sempre più immense di materie. Dunque poco capitale variabile (salari) molto capitale costante, alta composizione organica del capitale; non altro a noi occorre.
La grossolanità degli errori teorici di Stalin dimostrata nel Dialogato stette nell’abbandonare la certezza della discesa del tasso di profitto, su cui si incardina la dimostrazione della inevitabilità delle crisi di sovraproduzione e poi di sottoproduzione, della insostenibilità finale del modo di produzione mercantile ed aziendale capitalista. La produttività aumenta, ossia aumenta il dominio del lavoro vivo sul lavoro cristallizzato morto, in potenza, ma in effetti il capitale, o lavoro morto, in virtù delle forme giuridiche e statali soffoca quello vivo nei limiti disumani del salariato e del mercato. E tutto avviene nel 1953 e di là dell’Atlantico come vide la nostra teoria rivoluzionaria di qua di esso e più di un secolo prima.
Il saggio del salario ed il tenore della vita o massa di consumo permessa al lavoratore sono in aumento. Ma è il ritmo del loro aumento che non segue che molto distante quello dell’aumento di produttività. Quale la retrograda distanza delle forze del capitale, non personali e non umane? Aumenti con gli effetti della scienza, della tecnica e soprattutto della vastità delle aziende concentrate la potenza produttiva del lavoro. Resti lo stesso il tempo del lavoro, aumenti il salario sia pure al punto che l’aumento in cifra monetaria resista allo svalutarsi del denaro e consenta maggiori acquisti di merci. Ma non diminuisca il tempo del lavoro, che da sessant’anni è fermo su otto ore, piuttosto aumenti a dismisura la massa dei prodotti, che il capitale e lo Stato tengono fermi in pugno, avendo tutti privati di diritto al prodotto, e tutti ridotti alla miseria che vale, non poco consumo, ma nessuna disposizione di prodotto e di riserva. Miseria vale marxisticamente pauperismo nel senso di non possesso di mezzi di produzione e di scorte di merci, non nel senso di bassa possibilità di consumi.
Con la vendita di merci a rate ai salariati li avete spinti sotto lo zero della miseria in quanto sono debitori di consumi già fatti. Se tutto il vostro sistema come noi dimostriamo salta, la massa di operai ad alto tenore di vita piomba di colpo allo zero economico e di consumo, alla vera inedia. Altri gruppi di pretese classi medie della vostra prosperity truffaldina, come nel venerdì nero del 1929, scendono a far parte dell’esercito e dei senza riserva.
Quale l’istanza socialista o comunista? Forse: aumentate il salario, diminuite il profitto e il sopralavoro (che ha funzione sociale da quando il capitalismo ha socializzato mercato e lavoro!), fateci accedere a più vasti consumi, e a più vasto assorbimento dei vostri prodotti di divertimento e di coltura, al tossico che propina scuola, arte, radio, televisione, pubblicità? Giammai. L’istanza è: liberate il lavoro vivo dal peso sinistro di quello morto, mettete il tempo di lavoro in rapporto alla sua potenza produttiva, date la libertà del materiale tempo, la sola che abbia un senso, nel rispetto (come in una splendida citazione finale di Marx) nella necessità inevitabile che lega la umana specie in una lotta incessante, anche futura, contro le condizioni naturali avverse.
Non riforma ma istanza rivoluzionaria formidabile è la fredda richiesta: diminuite il giornaliero tempo di lavoro!
Poiché l’analisi delle cifre dimostra che tale tempo sarebbe oggi calcolabile a pochissime ore giornaliere, ne segue che l’impalcatura sociale americana, tipo oggi classico del capitalismo di sempre, si fonda non su una libertà di corpi e di spiriti, ma su un doppio dispotismo, e dittatura del capitale: il dispotismo aziendale che riduce il lavoratore ad uno schiavo automa ed anche con finte misure di favore gli estorce tempi ulteriori di impegno, il dispotismo sul consumatore, che idiotizza l’operaio a chiedere quei consumi e esaltare quei bisogni che lo rendono una cattiva copia del suo sfruttatore e lo legano al carro sinistro del capitale.
Se davvero una libbra di pane in dieci anni è scesa a rappresentare 6 minuti di lavoro al posto di 12 – se anche è esagerato che negli altri paesi succubi occorre 4 volte più di un tale tempo, e in Russia è ancora nove volte di più, ciò mostra solo l’urgenza che la rivoluzione sociale uccida il capitalismo di America, che di una triplicata potenza lascia un decimo solo ad un distorto e schiavizzante aumento di tenore di vita.
Perché, dopo molti altri raffronti anche con l’industria in Italia, si chiese il relatore, non corrisponde a questo vulcanico sottofondo di crisi un potente movimento di classe, di partito, che di tale istanza integrale faccia la sua bandiera? La colpa totale va al movimento della terza ondata opportunista che tra le due guerre barattò e sabotò tutte le nostre armi teoriche e tecniche. Va nella sporca surrogazione con richieste di un capitalismo addomesticato, tollerabile, popolare! La colpa dunque è di quei russi, stalinisti, cominformisti, che della crisi sociale americana parlano a vanvera.
Come una diversione economica è il tiranneggiare i mercati mondiali e lo sfruttare i paesi satelliti nel gioco dell’imperialismo, che a New York ha la massima centrale, così un ostacolo è il premere di resistenze, di conflitti dei popoli colorati, sono le pretese della neo impalcatura capitalista Russa – fino ad oggi imperialismo improprio in quanto non influisce su veri mercati di oltremare e oltreoceani – di assidersi al banchetto dello sfruttamento sul lavoro universale degli uomini.
Il polipo russo, pauroso agente controrivoluzionario e conservatore nella politica interna di tutti i paesi capitalistici, disfattista della guerra civile proletaria; suo malgrado, e fino a che non lo comprino – operazione possibile e dilatoria, non risolvente e definitiva – a dollari contanti, nel campo internazionale con cannoni, aeroplani e bombe, sabotando le valvole di sicurezza del sinistro mondo occidentale, senza volerlo lavora per la rivoluzione.
Prima o insieme alla terza guerra mondiale, la crisi del sistema di produzione e di consumo americano verrà, e la guerra potrà venire tra America e Russia, come su un altro, alla Stalin, fronte imperialista di rottura. Ma noi vediamo quella crisi sia come inevitabile che come indispensabile per una grande ondata storica della rivoluzione comunista, e colla unità di misura del decennio calcoliamo il tempo di attesa.
La complessa esposizione fu seguita con attenzione e partecipazione massima degli astanti e si chiuse con la certezza unanime che su tale, non brillante, non facile, non rapida via, noi e noi soli seguiamo il filo, talvolta evanescente ed inafferrabile, che conduce verso l’incendio della rivoluzione e la grandiosità del comunismo.