Sdegno per eccidi, beffardi aumenti e "garanzie" salariali, riforme demagogiche, coprono crisi, licenziamenti, potenziamento della polizia e delle bande fasciste, la preparazione di un nuovo massacro mondiale
L’economia capitalistica mondiale è avviata verso il baratro di una crisi generale inarrestabile. Lo sanno tutti. Tutti sanno che non esistono soluzioni per impedire la catastrofe. Ciò non toglie che si facciano «piani», che si propongano formule, che addirittura gli stessi ideologi del capitalismo ammettano la necessità di «nuovi modelli di sviluppo». Questi ultimi propongono persino – propongono soltanto, s’intende – di «smercantilizzare» alcuni prodotti come il petrolio, il frumento ed anche la terra.
«Piani», dunque, come quello, in realtà assai imbecille, di «esportare di più e importare di meno», che vale «vendere più di quanto si acquista»; oppure «investire socialmente» e non privatamente e consumare di meno individualmente. Questi «piani», o meglio formule, definiscono l’incapacità del capitalismo a conoscere le sue stesse leggi economiche. La crisi verso cui si sta marciando non è dovuta a cattiva amministrazione del capitale, che per definizione è una forza sociale e non personale, anche se si personalizza in Agnelli, Ford ed altri burattini del genere, a scarsa trasformazione del prodotto netto o meglio del profitto in capitale, ma è dovuta esattamente al fenomeno opposto: a troppo capitale, alla trasformazione di una quota sempre maggiore di prodotto netto in capitale. È una inflazione di capitale. Il mondo «civile» affoga nel capitale. I capitalisti e i loro preti non lo potranno mai ammettere. Ma non importa. Per capire la spiegazione marxista del problema basta riferirsi alla considerazione che oggi mediamente le aziende producono ad un tasso di profitto che si aggira attorno all’1,1/2-2%, contro l’8-10% di alcuni anni fa. Ciò significa che per ottenere la stessa massa, volume, di profitto si deve sfornare una quantità di merci di quattro-cinque volte maggiore, investire capitale nelle stesse maggiori proporzioni. I mercati si saturano. L’incertezza di realizzare il profitto contenuto nelle merci prodotte aumenta. Di converso la produzione capitalistica deve ridurre il costo di produzione, che è possibile comprimere soltanto premendo sulle due parti costitutive variabili di cui è composta, e cioè i salari operai e il profitto d’impresa. I salari dei proletari sono già sottoposti ad una pressione crescente che tende ad aumentare ed aumenterà. Ma sorge il problema di chi consuma, se il monte salari si riduce progressivamente alla scala mondiale, cioè aumenta in maniera meno veloce del profitto o addirittura diminuisce assolutamente. Perché gli operai oltre ad essere gli unici produttori di merci assieme ai contadini, sono anche la massa più importante di consumatori di merci. Il profitto è l’altra parte variabile, modificabile. Quanto al tasso di profitto, a percentuale, il capitalista è costretto dalla concorrenza dei singoli capitalisti a ridurlo, ma a condizione di ottenere una massa maggiore, un volume più grande. Per ottenere questo risultato, appunto, il capitalismo deve, come abbiamo detto, aumentare indiscriminatamente la produzione. E qui si ritorna al punto di partenza: chi consumerà, se i salari si riducono? Il dilemma è irrisolvibile da un punto di vista capitalistico. È irrisolvibile con mezzi puramente economici.
Intanto la concorrenza agisce anche nel campo dei possessori di capitali, riducendone il numero, eliminandone i più deboli: concentrazione del capitale, fase tipica della crisi. Parte della media e piccola borghesia, ed anche alcuni grossi monopoli vengono spazzati via. Le aristocrazie del lavoro si assottigliano. Resta per questo «libera», disponibile una massa di braccia, di nuovi salariati per il capitale, che non potendoli impiegare li utilizza come esercito di pressione sul salario stesso, per ridurlo. La concorrenza investe anche la classe operaia.
L’unica proposta «seria», da un punto di vista capitalistico, che è anche la più spudorata, è quella dei «signori del mondo» degli USA. Chiaramente dicono agli Stati di essere i più forti e di avere il «diritto» di decidere per tutti. È ovvio che è la guerra. Il petrolio è il rituale pretesto, facilmente trasformabile in «crociata» per la immarcescibile «libertà».
È una proposta «seria», perché il capitalismo durante la sua pace prepara una nuova tragedia che a sua volta premette la sua pace, e così via. È un problema che va studiato nei confronti della classe operaia e della rivoluzione comunista. Perché è lampante che la soluzione, irrisolvibile per il mondo del capitale, è risolvibile per il mondo del lavoro. Una nuova guerra mondiale potrebbe creare una emorragia tale tra le file proletarie da non avere questi la forza di rialzarsi e di lanciare la sfida a questa società omicida.
Ma vi è anche un’altra proposta, anch’essa «seria», nel senso che in definitiva approda allo stesso risultato ultimo, la guerra, ma non pervenendo dai «signori del mondo» non può assumere le forme della prepotenza, della tracotanza, dell’arroganza, ed è costretta a travestirsi da riformista, da possibilista, da pacifista, da legalitaria. È la vile e infame proposta delle riforme. Un mondo che tutti sanno è in putrefazione, si pretende che gradualmente si modifichi, che la cancrena che lo invade da capo a piedi regredisca con somministrazione di sangue nuovo e fresco che invece si confonderebbe subito con le carni putrefatte. L’inganno, la mistificazione è sempre il nemico peggiore per il proletariato. Il nemico dichiarato non inganna. È il nemico mascherato da amico che tradisce.
Abbiamo detto che tutti sanno. Ma ci sono alcuni che fingono di non sapere. Assistiamo da alcuni mesi ad una gara di generosità verso la classe operaia. Lo Stato francese «concede» il «salario garantito» agli operai, a condizioni tanto salate che in effetti di garantito non esiste nulla. E come potrebbe? Lo Stato italiano ha fatto altrettanto proprio in questi giorni, a maggior gloria dei Sindacati tricolori. I governi americano, inglese e tedesco hanno annunciato l’aumento dei sussidi di disoccupazione. Tutti sono impegnati ad aumenti salariali «ragionevoli». Sembra proprio che questa crisi sia una invenzione dei comunisti rivoluzionari, che in verità l’attendono da anni.
Da un punto di vista economico, per esempio, l’attuale rivalutazione dei salari in Italia raggiunge appena l’8-10% del salario attuale, contro un tasso d’inflazione nel solo 1974 del 25%. Quindi, contro una perdita secca per l’anno passato del 15%, un’altra perdita secca del 12-15% per l’anno in corso. Inoltre sulla «garanzia» di un assegno dell’80% del salario per i disoccupati, a «certe condizioni» ritorneremo in dettaglio in un prossimo articolo. Per i disoccupati, ammesso e non concesso che ricevano l’assegno tutti e per tutto il periodo è una ulteriore perdita poiché l’80% è su un salario già svalutato teoricamente del 12-15%. Ma la demagogia e la viltà stanno da un’altra parte. Come pensare di aumentare l’assegno di disoccupazione, quando i fondi sono ridotti all’osso per stessa ammissione dei governanti, e si sono già svalutati nella stessa misura teorica del 25%, cioè di un quarto? Con quali fondi si affronterà la disoccupazione che ogni giorno cresce?
La risposta vile e infame è appunto quella della «riforma». Con essa si nasconde alla classe operaia il reale stato fallimentare non solo dell’economia italiana, ma mondiale, la si mobilita per appoggiare un mero cambiamento di governo, se ci sarà, la si illude che il potere effettivo, che non risiede nei quattro fantocci al governo, ma nella forza reale dello Stato, nella sua violenza organizzata, verrà messo bellamente, con semplice volontà maggioritaria, nelle mani dei suoi partiti e sindacati ufficiali. Il capitalismo, la organizzazione più sanguinaria e violenta della storia, che pacificamente, persuaso della sua inettitudine, cede il passo alla classe operaia: una turlupinatura colossale. Se i partiti «operai» andranno al governo della Repubblica, ciò vorrà dire che si sono dimostrati innocui, non pericolosi, meritevoli della fiducia del capitalismo, delle forze dello Stato.
Intanto, dietro questa regia da preti, lo Stato rafforza le sue difese, legali ed extralegali. Aumenta i contingenti di polizia, vara leggi antisciopero, addestra reparti speciali per la repressione civile. Piange e tuona sugli eccidi il governo dei capitalisti, ma non fa nulla, e non può farlo, contro il moltiplicarsi dei mazzieri di S.M. il Capitale.
Quella della «riforma», è, allora, una «proposta» seria? Sì, lo è per il capitalismo, per la sua conservazione, perché non impedirà la crisi generale, né impedirà che il capitalismo sferri il suo attacco frontale contro la classe operaia, né impedirà il terzo conflitto mondiale. Perché esiste una sola forza al mondo che possa superare il capitalismo, non con «proposte», ma con una sfida globale, di classe contro classe: è il comunismo rivoluzionario.
PCI ala sinistra della borghesia
Il P.C.I. rivendica di fronte agli operai la sua continuità con il 1921. Con il crescere, come succede anche agli individui, sarebbe semplicemente divenuto più maturo, più riflessivo, più pratico. La contrapposizione sarebbe fra la giovinezza, l’entusiasmo un po’ incosciente, barricadiero e sognatore che caratterizza i giovani e la posatezza, maturità, senno di chi ha vissuto grandi esperienze e sa di avere grandi responsabilità. Ma c’è un’altra versione del P.C.I., altrettanto falsa, che circola negli ambienti cosiddetti extraparlamentari, «rivoluzionari»: il P.C.I. sarebbe il partito riformista, l’esponente delle tendenze riformiste in mezzo alla classe operaia; grande partito che arruola gli operai, partito «operaio» di pieno diritto, avrebbe il torto di indirizzare il proletariato sulla via del gradualismo riformista. Come nei primi anni del 1900, si contrapporrebbero, all’interno del movimento operaio, due tendenze riguardo alla via che il proletariato deve percorrere per la sua emancipazione di classe: la via riformista e la via rivoluzionaria. Inutile dire che questa seconda valutazione ha riflessi pratici importantissimi: tutte le forze politiche che la condividono non possono non adottare nei riguardi del P.C.I. che una politica frontista, bloccarda, di «dialogo» e di «confronto» e convergere con lui in tutti i casi decisivi, per esempio, di fronte al delinearsi del famoso «pericolo di destra». Posizioni del genere contraddistinguono tutti i «gruppetti» dal Manifesto a Lotta Continua e vengono costantemente prese anche dai residui del movimento trotskista che pure era nato come opposizione frontale allo stalinismo.
La posizione del partito è opposta: non solo il P.C.I. ha rotto ogni continuità con la linea rivoluzionaria marxista su cui nacque nel 1921; non è neanche un partito operaio riformista, la linea riformista in seno al movimento operaio; è un partito borghese, controrivoluzionario, esprime la sottomissione della classe operaia agli interessi, alle idealità, alla politica della borghesia. Conseguenza di ordine pratico: la demolizione dell’influenza del P.C.I. sulla classe operaia, è la condizione sine qua non della ripresa della lotta di classe rivoluzionaria; ripresa rivoluzionaria e potenza del partito controrivoluzionario stanno in proporzione inversa.
RICHIAMI STORICI
Tutti coloro che parlano del P.C.I. come di un partito operaio riformista, cioè come di una forza che, nonostante tutto, sta all’interno del movimento operaio, dimenticano i fatti storici. Il riformismo, alla Turati, alla Kautsky ecc. fu una «tendenza legittima» del movimento operaio fino alla prima guerra mondiale. Questa tendenza esprimeva il fatto materiale che l’epoca «pacifica» dello sviluppo capitalistico (1880-1914) aveva creato in seno al proletariato degli strati notevoli di «aristocrazia operaia» pronti ad acquisire la mentalità e le ideologie riformiste e democratoidi della piccola borghesia «progressista». Essendo la situazione quella del diffondersi a scala mondiale delle strutture capitalistiche, delle forme capitalistiche di produzione e di scambio, questa ideologia aveva un suo terreno reale, non era ancora reazionaria e retrograda. Tanto è vero che le stesse ali rivoluzionarie coerenti non rinnegavano affatto la lotta per le «riforme», cioè per ottenere all’interno della stessa società borghese, dei miglioramenti e dei «diritti» per le classi oppresse.
La contrapposizione e lo scontro consisteva nel fatto che, mentre le tendenze rivoluzionarie facevano della lotta per le riforme nient’altro che un mezzo per preparare il proletariato all’inevitabile scontro rivoluzionario, i riformisti vedevano in questa lotta e nelle «conquiste» su questo terreno la via che avrebbe portato, senza bisogno di rivoluzione violenta e di dittatura, al completo emanciparsi della classe operaia. Fino al 1914, infatti, ala riformista ed ala rivoluzionaria coesistevano, in continuo combattimento, all’interno dello stesso partito proletario: P.S.I., la grande Socialdemocrazia tedesca, il partito operaio socialdemocratico russo ecc.
LA SVOLTA CRUCIALE DELLA GUERRA
La prima guerra mondiale è un nodo storico da tutti i punti di vista: economico, sociale, politico. Il modo di produzione capitalistico è entrato nella sua fase imperialistica, nella sua fase «putrescente». La guerra è il segnale che esso non ha più nulla da dire, non ha più nulla da sviluppare, può sopravvivere soltanto grazie ad alterne e periodiche catastrofi distruttive delle forze produttive che esso stesso ha creato. Mentre nel campo economico si afferma il totalitarismo dei monopoli, dei trust, delle banche ed il dominio indiscusso su tutta la produzione del capitale finanziario, nel campo politico vanno decadendo e perdendo di importanza le istituzioni democratiche borghesi, le quali da effettivo organo di governo della macchina statale ad opera delle varie frazioni borghesi (perciò sempre rivolte contro il proletariato e contro le sue lotte) divengono sempre più degli apparati veramente formali, coreografici, dei «mulini di chiacchiere», mentre il vero esercizio del potere statale si sposta nel connubio sempre più stretto fra «oligarchia finanziaria» e apparato esecutivo dello Stato (Lenin).
Nel campo dei rapporti interstatali si va verso il periodico scontro armato fra i grandi mostri imperialistici armati fino ai denti. I periodi di pace «relativa» non sono che «intervalli fra due guerre» (Lenin). Aumenta la subordinazione ai grandi apparati statali ed al capitale finanziario, internazionale delle nazioni piccole e deboli le quali, è storia di oggi, anche quando riescono a liberarsi dal dominio politico e militare delle grandi potenze, non riescono però, se non con percorsi contraddittori e tragici ed eccezionalmente, a liberarsi del loro cronico «sottosviluppo» cioè della sottomissione economica e finanziaria alle esigenze dei grandi centri imperialistici. In questa situazione, gli strati piccolo borghesi, all’interno di ciascun Stato, vengono sempre più strettamente subordinati al monopolio del capitale finanziario, viene tolto loro il terreno materiale di qualsiasi movimento progressista. La prima guerra mondiale, proclamò l’Internazionale Comunista al suo primo congresso nel 1919, ha aperto l’era della rivoluzione proletaria mondiale. E questa proclamazione non era intesa per l’immediato, ma per tutto l’arco storico che si era aperto ed in cui viviamo oggi: la fase imperialistica del capitalismo chiude per sempre la possibilità di «alternative» all’interno del sistema capitalistico stesso; l’alternativa unica rimane: o dittatura borghese o dittatura proletaria, o guerra periodica fra gli Stati o rivoluzione proletaria, o dominio totalitario dei grandi monopoli e dei grandi centri finanziari sull’economia e sulla vita sociale, o dominio dittatoriale del proletariato. Con la prima guerra mondiale l’ipotesi gradualista, riformista, pacifica e democratica cessa di essere reale, muore. Non per nulla abbiamo sempre detto e dimostrato che le istanze riformiste furono ereditate dal fascismo. Il riformismo cessa di essere una tendenza interna al movimento operaio, l’ala destra di questo movimento; passa definitivamente nel campo borghese e ne costituisce l’ala sinistra. Questa la tesi non solo nostra, ma di Lenin e della III Internazionale. Il capitalismo, giunto al termine della sua fase espansiva ed entrato nella fase imperialistica, non può più essere «riformato», né in senso economico, né in senso sociale, né in senso politico: l’unica «riforma» che può sopportare è la sua distruzione ad opera della rivoluzione proletaria e della dittatura del proletariato. Che gli strati piccolo borghesi, schiacciati dal peso crescente del grande capitale, continuino a sognare, a propagandare, a progettare impossibili riforme, sta nella loro natura; ma le loro proposizioni non sono più, come agli inizi del secolo, progressive e perciò suscettibili di interessare il proletariato e la sua causa, per quanto subordinate alla futura rivoluzione, sono reazionarie e si svolgono costantemente contro gli interessi della classe operaia.
LA SANZIONE DEI FATTI STORICI
La rottura definitiva del riformismo con il movimento proletario, il suo passaggio nel campo della borghesia, nel campo della controrivoluzione armata contro la classe operaia è inscritto, non nelle nostre idee, ma nei fatti. 1914: la borghesia tedesca, francese, inglese, italiana si rivolge nelle aule parlamentari e nelle strade ai rappresentanti politici del proletariato in questi termini: «Nei 30 anni passati, voi operai avete ottenuto dei “diritti”, delle “libertà”, delle posizioni nell’apparato amministrativo ecc. Ora, per difendere e mantenere questi “diritti”, queste “libertà” è necessario il sacrificio delle vostre condizioni di vita e delle vostre stesse vite a milioni e milioni. Il regime, all’interno del quale voi godete di questi “diritti” e di queste “libertà” ha bisogno, per sopravvivere, di una guerra mondiale. Se vi pronunciate contro la guerra, contro il regime di emergenza che è necessario instaurare, contro il massacro dei vostri figli, vi pronunciate contro il regime e contro i vostri stessi “diritti” e “libertà”. Se volete che questi “diritti” siano salvati, preparatevi agli inevitabili sacrifici». Ecco il significato profondo dell’atto di votare i crediti di guerra da parte dei capi della II Internazionale: sottomissione del movimento proletario alle esigenze del capitalismo, subordinazione di ogni anche minima rivendicazione di classe alle esigenze della Nazione, della Patria, cioè del Capitale finanziario. Riconoscimento, perfino formale, che se gli operai vogliono, nelle epoche di slancio produttivo ed economico, usufruire di un minimo di «libertà» all’interno del sistema borghese, devono, in media ogni 30 anni essere disposti a rinunziare non solo ai loro «diritti» e alle loro «libertà», ma alla loro stessa vita in nome della sopravvivenza del sistema stesso. Il tratto di strada in comune fra riforme e rivoluzione era materialmente finito: o la guerra mondiale «per difendere le riforme» o la rivoluzione: ecco l’alternativa. La piccola borghesia che vede il sistema capitalistico, come l’unico dei mondi possibile, anche se maledettamente imperfetto e da perfezionarsi, l’aristocrazia operaia che vive all’ombra dei sovrapprofitti delle epoche di boom, accettarono loro malgrado e bofonchiando fra i denti (ecco il falso pacifismo degli Ungaretti o dei Trilussa) l’ennesimo sacrificio. Era un tributo necessario perché potesse domani continuare la loro sopravvivenza. La classe operaia, nella misura in cui credeva nella possibilità dell’avvento di una società nuova cioè nella misura in cui era rivoluzionaria, si oppose alla guerra.
La sua parola d’ordine fu «Guerra alla guerra!», «Contro la guerra fra gli Stati per la guerra civile fra le classi». Il «patto» fra ala riformista ed ala rivoluzionaria del movimento operaio fu da allora denunciato.
Durante la guerra e dopo la guerra i partiti della seconda Internazionale si spezzano e nascono i partiti comunisti rivoluzionari, nasce la III Internazionale che pone a suoi principi cardine la rivoluzione violenta, la dittatura ed il terrore proletari, come preventivi ad ogni possibile reale «riforma» della società e della economia. I riformisti, rimasti soli, fanno una politica di puro e semplice accodamento degli operai alle esigenze borghesi; il loro più grande nemico è divenuto il partito rivoluzionario del proletariato contro il quale non esiteranno ad impugnare le armi. È la Germania che dà il segnale di questa prassi: nel gennaio 1919 il governo di Weimar diretto dai socialdemocratici massacra gli Spartachisti insorti a Berlino, nello stesso tempo in Ungheria i socialdemocratici aprono la strada al massacro della repubblica sovietica; in Russia i menscevichi si schierano apertamente dalla parte delle guardie bianche; in Inghilterra il governo laburista invia truppe contro la Russia. In Italia ed in Germania i socialdemocratici appoggiano apertamente non solo lo Stato, ma anche il fascismo e il nazismo, nella repressione dei comunisti. È utile ricordare agli immemori che le famose «violenze» naziste prima del 1933 avvennero all’ombra e sotto la protezione del governo socialdemocratico, mentre in Italia il 1921 vide la firma dei famosi «patti di pacificazione» fra socialisti e fascisti. Tutte le frazioni, i partiti, le tendenze della borghesia erano schierate su di un unico fronte contro lo spettro della rivoluzione proletaria. E su quest’unico fronte stavano in prima fila i socialdemocratici, i riformisti, i pacifisti, i popolari ecc. Il riformismo, ala del movimento operaio, divenne la controrivoluzione, ala sinistra della borghesia, espressione di istanze reazionarie dei ceti intermedi, pronto a rinunziare anche a queste istanze per genuflettersi ai piedi del grande capitale e delle sue esigenze, mascherate da esigenze nazionali. Il P.C.I. non è un partito operaio riformista; è un partito borghese controrivoluzionario che arruola i suoi membri fra gli operai.
Dopo il 1926, furono gli stessi partiti della III Internazionale a riprendere la strada dei socialdemocratici, cioè a farsi portatori, in nome delle «riforme», della «democrazia», di un «capitalismo migliore» delle rivendicazioni reazionarie delle classi piccole borghesi interessate al mantenimento ad ogni costo dell’ambiente economico e sociale capitalistico che permette loro, pur schiacciandole e massacrandole periodicamente, di sopravvivere. In Francia fu il partito «comunista» che, avendo represso ogni velleità rivoluzionaria del proletariato, rese possibile il «fronte popolare»; le istituzioni democratiche furono mantenute e il fascismo non venne a patto che il proletariato rinunciasse alla lotta contro il regime borghese. E garante del patto fu il partito stalinista. In Spagna dal 1936 al 1939 è lo stalinismo che agisce a mano armata contro ogni tentativo anche incoerente degli operai spagnoli di andare oltre la democrazia borghese e di instaurare un potere proletario. La guerra del 1939-1945 vide i partiti stalinisti schierare il proletariato sul fronte della difesa della «democrazia» e combattere accanitamente anche i minimi accenni di nuclei proletari a trasformare la guerra imperialistica fra gli Stati in guerra rivoluzionaria fra le classi. La resistenza antifascista fece spargere il sangue della classe operaia in nome della riconquista della «libertà» e della «democrazia», cioè in nome del regime borghese e della sua conservazione. In Italia ed in Francia sono, dal 1945 al 1948, i partiti stalinisti che si fanno promotori della «ricostruzione nazionale» soffocando anche le più piccole spinte del proletariato a difendere perfino le sue immediate condizioni di vita. «Prima ricostruire e poi rivendicare!» è l’infame formula con cui il P.C.F. ed il P.C.I. reprimono anche le minime rivendicazioni proletarie. È questa la tradizione del «riformismo» dopo il 1914. E questa tradizione mostra che le velleità riformiste sono divenute, nell’epoca del capitale imperialista, pura e semplice politica di conservazione sociale del regime esistente e di conseguenza, pura e semplice azione di soffocamento delle spinte rivoluzionarie del proletariato, svolta finché è possibile sotto la prospettazione di un patrimonio di «libertà», «diritti», «riforme» che il proletariato dovrebbe difendere e, nel caso, riconquistare; quando non è più possibile e il proletariato tende a schierarsi sul fronte della distruzione rivoluzionaria del potere borghese e del regime che lo affama e lo opprime, svolta anche con la forza delle armi da governi «di sinistra».
Angola: La borghesia nazionale rinuncia alla rivoluzione
L’epilogo della lotta di liberazione nazionale in Angola assomiglia tragicamente a quello del Mozambico. I capi dei movimenti di liberazione nazionale (espressione della nascente borghesia indigena), nonostante militarmente tenessero il sopravvento sui portoghesi, hanno anche qui fatto marcia indietro scegliendo la strada del compromesso. In Angola operano tre movimenti di liberazione nazionale:
il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA) di tendenze radicali, il cui principale esponente è Agostinho Neto, e il Fronte Nazionale per la Liberazione dell’Angola (FLNA), sostenuto dallo Zaire, e pare, dalla Cina (secondo “Le Monde” dell’11 giugno 1974, l’FLNA si avvarrebbe di istruttori cinesi). Il FLNA sostiene che la lotta armata è solo una delle vie per giungere alla indipendenza e non la più importante. Infine, UNITA, di tendenze apertamente collaborazioniste, appoggiato dai portoghesi.
Fallito qualche mese fa un tentativo di unificazione tra MPLA e FLNA, i tre movimenti hanno concordato ai primi di gennaio una piattaforma politica comune con la quale iniziare i negoziati con il governo portoghese per la formazione di un “governo di transizione”. Il 15 gennaio un esponente di UNITA ha annunciato che entro la fine del mese verrà formato un “governo collegiale” composto da ministri designati dai tre movimenti e dal governo portoghese. Prima della dichiarazione di indipendenza un’assemblea nazionale designerà il presidente della repubblica.
Il governo provvisorio di transizione sarà presieduto da un consiglio presidenziale, formato da un rappresentante per ciascuno dei tre movimenti, ognuno di questi tre rappresentanti, presiederà a turno il consiglio dei ministri. Le delibere del governo provvisorio, saranno firmate e promulgate dall’alto commissario portoghese.
I dodici ministeri, saranno così ripartiti: Informazione, Giustizia, Pianificazione e Finanze al MPLA. Interni, Agricoltura, Sanità e affari sociali al FLNA. Lavoro e sicurezza sociale, Educazione e cultura, Risorse naturali a UNITA. Economia, Trasporti, Lavori pubblici e urbanesimo a ministri portoghesi.
L’esercito, la polizia e la politica estera, saranno dirette insieme dal consiglio presidenziale e dall’alto commissario portoghese.
Le forze armate saranno composte da 8.000 uomini per ognuno dei tre movimenti, e da 24.000 soldati portoghesi.
Questo compromesso con il quale i movimenti di liberazione angolani rinunciano a portare fino in fondo la lotta di liberazione nazionale è la copia fedele dell’accordo di Lusaka del settembre scorso, accordo con il quale i dirigenti del Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico) e i governanti portoghesi si sono alleati contro le masse sfruttate del Mozambico. Anche a Lusaka infatti venne stabilita la formazione di un governo di transizione composto per due terzi da membri del Frelimo e per un terzo da portoghesi; anche a Lusaka venne stabilito che le forze armate dovevano passare sotto il controllo di una commissione militare mista, e che le truppe portoghesi sarebbero rimaste.
Qual’è il significato di questo accordo che cade in un momento in cui lo Stato portoghese si è trovato in gravi difficoltà interne, in un momento in cui le truppe coloniali stanche di combattere hanno subìto una batosta dopo l’altra?
Per i proletari, semiproletari, e contadini poveri angolani, indipendenza vorrebbe dire fine dello sfruttamento, espropriazione dei ricchi, vendetta contro una oppressione secolare.
In seguito ai rovesci delle truppe portoghesi le masse nere che si raccolgono nelle “bidonvilles” attorno alle città, si sono fatte turbolente e minacciose. Per la giovane borghesia angolana, questo è stato un segno premonitore, un campanello di allarme. Prima ancora di raggiungere l’indipendenza, che era lì a portata di mano, essa ha cominciato a pensare al “dopo”.
Spingere fino in fondo la lotta di liberazione avrebbe significato suscitare delle forze sociali che poi sarebbero andate “troppo oltre”; non si sarebbero fermate una volta cacciati i portoghesi, ma avrebbero preteso la fine di tutti i privilegi.
Ecco perché la borghesia angolana, anziché chiamare alla lotta le masse sfruttate, anziché armarle per cacciare fino all’ultimo soldato portoghese, ha preferito concludere un compromesso con i colonialisti: è divenuta reazionaria prima ancora di affermare la propria indipendenza!
Si è ripetuto cioè il fenomeno che i marxisti hanno tante volte osservato nella storia: di fronte ai propri interessi di classe, la borghesia dimentica le sue aspirazioni nazionali; di fronte al movimento delle masse sfruttate, tutti i governi borghesi dimenticano le loro rivalità e si uniscono in nome della difesa dell’ordine.
Nella scorsa primavera, quando un “cambio della guardia” salutato da tutti come una “rivoluzione” portò al governo portoghese i capi dei partiti opportunisti, la fine della dominazione coloniale del Portogallo sembrava imminente. Le dichiarazioni degli esponenti dei falsi partiti comunisti e socialisti promettevano indipendenza a piene mani. Il “socialista” Soares si permetteva addirittura il lusso di citare Marx: “un popolo che ne opprime un altro non può essere libero”. Ma quando si è trattato di passare dalle parole ai fatti, tutti i buoni principi sono saltati di fronte all’interesse nazionale. L’Angola è un boccone troppo grosso per lasciarselo sfuggire. D’altra parte la continuazione della guerra non era più possibile per le note ragioni economiche e sociali. Spettava ai nuovi governanti “di sinistra” trovare una scappatoia, ed essi l’hanno fatto dimostrando così il loro patriottismo.
L’Angola è una regione ricchissima di risorse minerarie sfruttate solo in piccola parte. Sono perciò in gioco interessi enormi, ed è naturale che le grandi compagnie minerarie si siano subito occupate dell’“avvenire politico” della zona. Nella primavera scorsa, subito dopo la caduta del governo Caetano, un gruppo di uomini d’affari americani residenti a Kinshasa rilasciò la seguente dichiarazione: «Qualora la situazione politico-militare dovesse improvvisamente deteriorarsi in Angola, le compagnie minerarie straniere (…) sarebbero disposte a trattare con un eventuale governo nazionalista» (da “Politica internazionale” aprile 1974).
Secondo il “Business Week Magazine”: «Lisbona controlla la zona di esplorazione petrolifera più estesa dell’Oceano Atlantico». La Gulf Oil Corporation estrae già 150.000 barili al giorno al largo di Cabinda. La produzione della Texaco, insieme alle portoghesi Angol e Petrangol ha raggiunto i 24 mila barili al giorno. Un funzionario della Gulf ha parlato di un “vero e proprio Kuwait africano”. Ma il petrolio non è che una parte delle immense risorse dell’Angola: nel distretto di Huambo sono disponibili 70 milioni di tonnellate di minerali di ferro con tenore in ferro del 63%. A Cassinga, oltre 120 milioni di tonnellate di ematite con tenore in ferro del 62-72%. Il settore è quasi tutto nelle mani della Krupp tedesca. Per le miniere di Cassinga (le cui riserve non sono ancora del tutto note) è stato operato un finanziamento plurinazionale di cui fanno parte banche tedesche (per 420 milioni di escudos) e inglesi, svizzere e italiane (140 milioni).
Inoltre il governo portoghese ha firmato un accordo con un gruppo di 6 acciaierie giapponesi per fornire in 5 anni 14 milioni di tonnellate di minerale puro. Un altro accordo è stato firmato con una acciaieria francese per la fornitura di 20 milioni di tonnellate. Nel settore diamanti domina l’Anglo-American Corporation of South Africa (il più gigantesco Trust sudafricano). Vi sono inoltre ricchi giacimenti di rame e di fosfato.
I grandi monopoli internazionali si gettano come avvoltoi sulle immense risorse dell’Angola. La giovane borghesia indigena di fronte alla allettante prospettiva di una sua partecipazione alla messa in valore di queste risorse ha abbandonato le armi per scegliere la strada del compromesso. Dopo le minacciose impennate del proletariato e del contadiname povero, essa non ha esitato ad allearsi con i colonialisti. L’ordine prima di tutto! Se non c’è “ordine” le macchine e i tecnici non verranno, se la proprietà non è garantita, se le masse proletarie sono turbolenti, le Compagnie non investiranno i loro capitali. È così che ragiona la giovane borghesia indigena, ansiosa di dimostrare ai grandi imperi finanziari di essere all’altezza della situazione.
È una tragica lezione per tutti quei proletari e contadini angolani che generosamente hanno combattuto contro l’oppressione coloniale, ed è una nuova conferma del fatto che le masse sfruttate dell’Asia e dell’Africa troveranno un alleato solo nel proletariato occidentale, quando questo, liberatosi dalla cappa di piombo del pacifismo, del democratismo, del legalitarismo, sarà di nuovo guidato dal suo Partito Comunista Mondiale che, come nel 1920 a Bakù, proclamerà la «guerra santa» contro l’imperialismo.
Le necessità del capitalismo: blocco produttivo - Licenziamenti
In Italia la situazione economica si va facendo sempre più pesante, mentre il costo della vita aumenta rapidamente (in Novembre più 26,2 per cento rispetto all’anno precedente), i salari rimangono inchiodati (a parte l’aumento dovuto alla contingenza che risulta sempre marginale rispetto al salario base e non può essere certo considerato un adeguamento dei salari al costo della vita). Inoltre la disoccupazione aumenta, mentre migliaia di emigrati che hanno perso il lavoro tornano in patria (circa 20 mila dalla Svizzera e 25 mila dalla Germania). In certi settori come l’edilizia (700 mila disoccupati) o quello dell’industria automobilistica, la situazione sta diventando addirittura disastrosa. Inoltre sappiamo come, durante il periodo natalizio, la maggior parte delle aziende di tutti i settori abbiano sospeso l’attività e lasciato gli operai a casa, e dopo questo periodo già molte industrie grandi e piccole annuncino nuove riduzioni di orario (come per i 6 mila operai alla Lancia, e i 65 mila della Fiat).
I sindacati ingoiano, o meglio fanno ingoiare ai lavoratori, tutto questo; vedi ad esempio alla Fiat dove, dopo un accordo in cui avevano già accettato sospensioni nel periodo di Natale e di Pasqua, hanno ora sottoscritto senza fiatare le nuove sospensioni mentre la contropartita consisterebbe nell’impegno dell’azienda a sostenere l’industria collaterale in crisi, a convertire la produzione da mezzi di trasporto privati, in quelli pubblici, ad incrementare gli investimenti nel sud.
Sembra così che la crisi attuale sia dovuta all’ottusità dei dirigenti, i quali ancora non avrebbero capito che è meglio per tutti che si producano autobus piuttosto che automobili, che si investa nel Mezzogiorno piuttosto che a Nord pretendendo di «umanizzare» quella produzione capitalistica che trae la forza motrice dalla realizzazione del prodotto come valore di scambio, cioè dal mercato, anziché dai bisogni sociali.
Fino ad ora il mercato dell’automobile ha assicurato alla Fiat il suo tasso di profitto, adesso il mercato è saturo, 350 mila automobili rimangono ad arrugginire sui piazzali della Mirafiori. È certo che se la grande Fiat vorrà sopravvivere, dovrà convertire la sua produzione, cercare nuovi investimenti, ma lo potrà fare e lo farà solo nei settori dove il mercato potrà assicurare la ricettività ai suoi prodotti e non è affatto escluso che uno di questi settori possa essere, invece che quello dei trasporti pubblici, quello della produzione bellica.
Nel capitalismo si investe e si produce quando e dove si realizza profitto.
Superare questa situazione significa superare la forma mercantile dello scambio dei prodotti e quindi il modo capitalistico di produzione che vede solo nell’accrescersi del capitale tramite il profitto, e non nelle necessità della specie umana, la molla della produzione.
E per fare questo ci vuole ben altro che andare a chiedere ai dirigenti della Fiat di convertire la produzione e di indirizzare gli investimenti a seconda dei bisogni della «popolazione»! Sarebbe lo stesso che andare a chiedere al capitale di smettere di essere capitale.
A meno che non si pensi di difendere, anziché i bisogni della società, gli interessi dell’azienda. Ma non sta certo agli operai fare questo, divenire consulenti industriali suggerendo ai padroni l’investimento nel settore più redditizio e arrivando magari alla conclusione che di settori redditizi oggi non ve ne sono e che, tutto sommato, c’è poco da convertire o da indirizzare, ma solo da ridurre la produzione e licenziare gli operai.
Fare credere il contrario, cioè che la classe lavoratrice abbia da difendere l’economia nazionale e, scendendo nei particolari, gli interessi di ogni azienda in crisi, significa tradire non solo gli scopi finali del movimento operaio, che sono di distruggere il capitalismo e non di salvarlo dalla crisi, ma anche quelli immediati che sono la difesa delle condizioni di vita dei lavoratori.
È così che i bonzi sindacali difendono veramente l’economia nazionale deviando su una falsa strada le rivendicazioni degli operai, rifiutandosi di condurli alla lotta per obiettivi concreti come gli aumenti di salario, il rifiuto dei licenziamenti e delle sospensioni. In realtà essi non sono e non si trasformeranno mai in esperti per il buon andamento delle aziende e dell’economia nazionale; il capitalismo non si serve di loro per questo scopo, non ha bisogno di consulenti economici, ma di agenti traditori che tengano lontana la classe operaia dalla via della ripresa della lotta.
Introduzione a "Nota elementare sugli studenti ed il marxismo autentico di sinistra"
L’inganno sui Decreti Delegati e sui «nuovi organi» di «gestione della scuola», secondo i quali le «componenti sociali» interessate alla scuola, dovrebbero partecipare al suo «governo», ci spinge ancora una volta a ribadire la corretta visione del marxismo rivoluzionario su ciò che rappresentano questi falsi gruppi sociali (studenti, genitori, ecc.) che la borghesia ha interesse a buttare tra i piedi degli operai, nella speranza di cancellare i confini che delimitano le vere classi della società. La classe operaia non solo non ha alcun interesse comune con le altre classi, ma i suoi interessi immediati e finali sono in aperto e irriducibile contrasto con quelli delle altre classi. L’articolo che ripubblichiamo e che fu scritto nel 1968, durante l’ubriacatura del «maggio francese» che fece affondare maggiormente tutti i partiti e movimenti che si richiamano al proletariato, fa giustizia sommaria di tutte queste pagliacciate e della pretesa dello studentame a configurarsi come classe sociale, la quale, secondo le informi teorie marcusiane, avrebbe dovuto sostituire nella funzione rivoluzionaria la classe operaia. È una sbrodolatura della arciconosciuta teoria del carattere rivoluzionario delle classi medie, fatta propria dall’ordinovismo, e combattuta senza misericordia dalla Sinistra. Il testo ricorda il corso «storico» (si fa per dire) di queste pseudo-classi che si sintetizza nell’accodarsi sempre al più forte per abbandonarlo quando la fortuna gli volge le spalle e noi vogliamo aggiungere che è lo stesso studentame che veniva arruolato dal fascismo nelle adunate oceaniche assieme ai suoi insegnanti per plaudire allo storico balcone. Lo dicemmo nel 1919, quando alla base del nostro astensionismo stava l’oggettiva necessità della mobilitazione rivoluzionaria delle masse lavoratrici, nella quale e soltanto nella quale le mezze classi si sarebbero piegate, volenti o nolenti, al terrore rosso, alla forza e alla violenza del proletariato armato. È l’unico mezzo di convinzione.
Indulgere in questa situazione a comportamenti «comprensivi» o ricercare atteggiamenti «pratici», significa aprirsi alle oscillazioni, subire le suggestioni del «realismo» controrivoluzionario che fa leva su tutti i movimenti estemporanei suscitati dall’anarchia capitalistica per coprire l’attacco immancabile che lo Stato sta predisponendo alla classe operaia, nel campo economico e sociale. Lo studente, l’intellettuale non sono né semiproletari né proletari. Gli elementi d’«eccezione» che potranno pervenire al partito non si mobilitano come classe ma come comunisti che individualmente hanno aderito alla milizia. Quando pretendono di venire al partito come studenti e come intellettuali sono da respingere inesorabilmente, senza pietà. Come sono false classi sociali, così sono falsi i cosiddetti loro movimenti, le loro «rivendicazioni», le loro «pretese», che sono quelli di strati che nei bailamme di questa sgonfia ed esosa società, si ingegnano ad arraffare privilegi e prebende («assegno agli studenti», premi e onorificenze agli intellettuali, ecc.), per poi mettersi al servizio incondizionato dell’economia nazionale, della patria, dello Stato.
Nota elementare sugli studenti ed il marxismo autentico di sinistra
I movimenti degli studenti non possono presentare una storia o una tradizione storica.
Nell’epoca delle rivoluzioni borghesi liberali, repubblicane o soltanto costituzionali che fossero, i moti o gli organismi studenteschi non ebbero azioni o compiti autonomi. I gruppi di studenti del tempo si aggiogarono ai rivoluzionari borghesi, patrioti o carbonari, e talvolta, come per l’Italia a Curtatone e Montanara, combatterono nelle formazioni indipendentiste. In Francia, è certo che studenti dell’epoca figurarono tra gli assalitori della Bastiglia e tra i Sanculotti, nonché tra i soldati delle armate rivoluzionarie al comando dall’ex studente di scuola militare Napoleone Bonaparte. In questi casi e in altri simili, la sola classe autonoma, dirigente delle rivoluzioni ed aspirante al nuovo potere, era la grossa borghesia finanziaria e imprenditrice.
Propugnare in questo putrescente 1968 l’autonomia di un movimento studentesco non è che una prova ulteriore di quanto affondi nelle sabbie mobili del tradimento e della bestemmia il falso comunismo dei successori di Stalin, i quali, piombati ormai nei bassifondi del peggiore revisionismo socialdemocratico, adescati dalla prospettiva di una oscena manovra elettorale, si spingono ad enunciare la tesi sgangherata che gli studenti formino una classe sociale, e perfino considerano una sinistra estremista di questi moti incoerenti quella che si richiama alla Cina di Mao, ed assume, come formula teorica relativa allo stato, quella di « potere operaio» .
Poiché i falsi comunisti di oggi, eredi di Stalin qui come a Budapest, Varsavia o Praga, millantano di rappresentare la classe operaia ed anche il centro di una balorda e repugnante unità organizzativa e parlamentare, noi, che siamo i soli rimasti fedeli alla dottrina originaria ed invariante del marxismo, abbiamo bene il diritto di considerare come degne del loro volto corneo e del corrispondente stomaco di struzzo l’impassibile deglutizione e digestione della tesi superbestiale che le bande di studenti, più o meno accese dagli ideali di saltare le lezioni, impiccare i professori e barare nei voti di esame, formino una classe sociale cui viene rivolta questa apostrofe ignominiosa: “Avanti ragazzi! Oggi tocca a voi, vi offriamo in vendita a prezzo vile, quotato in sterline o dollari ultrasvalutati, la primogenitura sempre da noi rivendicata del proletariato rosso, classe egemone della rivoluzione mondiale “.
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Il mercato o baratto è truffaldino proprio perché non sono una vera classe gli studenti universitari ed altri, né tutti gli strati che si affollano dietro di loro: intellettuali, come scrittori, artisti, istrioni di diversi tipi in cui si cristallizza la degenerazione di questa società borghese: imbrattacarte, imbrattatele, intona-rumori e urlatori arrochiti; mentre è una vera classe quella operaia che oggi una banda di lenoni denuda per prostituirla offrendola in mercato.
Secondo Marx, il proletariato è una classe non solo perché senza la sua opera lavorativa non è possibile la produzione di qualunque delle merci, la cui accolta forma l’enorme ricchezza della società capitalista, si tratti di beni di consumo o di beni strumentali, ma perché il proletariato oltre a produrre tutto, riproduce anche sé stesso, ossia realizza la produzione dei produttori. È in questo senso che Marx volle introdurre nella sua moderna dottrina, dopo quasi venti secoli, il termine classico con cui i romani antichi designavano i membri della plebe lavoratrice dei loro tempi: proletari.
A questo punto, volendo sviluppare il nostro confronto tra il fecondo proletariato che oggi si dovrebbe dimettere dalla storia e gli odierni studenti che tumultuano per prenderne il posto, si sarebbe spinti a fare una facile ironia, leggendo le notizie di stampa sulle collettività studentesche come i colleges americani o i campus francesi, ove il principale postulato rivoluzionario sembra essere la libertà sessuale.
Gli operai di ambo i sessi, possono, accoppiandosi, generare nuovi operai per le armate di lavoro dei secoli futuri, mentre finora non è automatico che gli studenti abbiano a generare studenti, anche presso quei popoli in cui ai nati degli operai e dei contadini è stata concessa la magnanima libertà di studiare.
Nulla le classi sterili possono chiedere alla storia; e la più solida Bastiglia contro cui sembrano essersi dovuti scagliare i giovani francesi sembra essere stato il muro di cinta che il ministero dell’istruzione aveva fatto erigere per tutelare il quartiere delle studentesse (vero moderno gineceo) dalle incursioni dei colleghi maschi, non certo sospinti dal dovere di dar vita a future generazioni studentesche, né convinti che il potere genetico fosse una parte della conquista del potere politico. Ma, se anche vogliamo prendere in considerazione le classi storiche che hanno preceduto la esosa borghesia capitalista, è facile vedere che, per la loro dinamica storica, il fattore genetico va sempre portato nel conto.
Nella società feudale, come è vero che le masse dei servi della gleba forniscono i progenitori dei servi della gleba dei tempi successivi, anche il privilegio dei loro sfruttatori, formanti l’aristocrazia feudale, si trasmette di padre in figlio.
Al vertice di quella società, anche per il monarca autocrate, vale nella sua massima espressione il principio ereditario. La storia ci ricorda che il signore feudale cerca, con il leggendario Jus primae noctis, diritto della prima notte, di disporre per i suoi piaceri personali anche delle figlie vergini dei suoi disgraziati servi.
Quando appare la moderna borghesia, Marx, oltre ad analizzarne la dinamica economica e sociale, ne stigmatizza il costume, già flagellato dalla sconfitta nobiltà feudale. I nuovi borghesi, pure ipocritamente seguitando a idealizzare la famiglia feudale e cattolica, non solo concupiscono le loro operaie e le figlie dei loro operai, ma, come testualmente dice il Manifesto, trovano il massimo gusto nel sedursi scambievolmente le loro stesse mogli.
Oggi, in questa società umana sempre più in dissolvenza, e soprattutto nella imbelle coscienza che ha di sé stessa, non vediamo solo teorie che erigono gli studenti a classe sociale, ma sentiamo perfino parlare di una lotta di generazioni, presentando la società come divisa in due schiere: gli adulti e i giovani. Applicando il nostro criterio genetico, possiamo ridere della folle immagine di una collettività in cui i vecchi si riproducono in vecchi, e i giovani in giovani, con sovvertimento totale di ogni criterio biologico, secondo cui, ovviamente, chi nasce prima genera prima e chi si avvia verso la finedella sua vita non è più capace di generare.
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Dalla fine della prima guerra, noi marxisti fautori della prima dottrina classista, ogni tanto dobbiamo insorgere perché ci vediamo fabbricare da qualcuno una classe artificiale che tende a collegarsi con le forme del potere. La modernissima America, gonfia dell’aver saputo fin dalla prima guerra mondiale sfruttare la ormai esangue Europa, in cui era storicamente venuto alla luce il potere dei capitalisti industriali, ci esibì il mito della tecnocrazia, in cui al vertice non erano più i ricchi o i padroni delle grandi officine, ma gli scienziati e i tecnici o capitecnici di ogni grado, che fino allora formavano solo uno strato di funzionari se non di bassi manutengoli dei primi.
Percorriamo di un balzo tutto l’intervallo storico tra la prima guerra e la prima rivoluzione operaia, e quello geografico tra l’estremo occidente e la grande Russia. In questa, era chiaro che una duplice rivoluzione di classe aveva lasciato ai piedi del proletariato trionfante così l’assolutismo zarista feudale come il capitalismo, che anche laggiù aveva tentato di prenderne il posto. Tuttavia, anche nel campo dei teorici marxisti – e alludiamo, come si capisce, al grandissimo Trotsky – sorsero dubbi sul manifestarsi del potere nella forma proletaria, e si descrisse un nuovo potere che potesse cadere nelle mani di una classe che non era né la borghesia né il proletariato, ma, ad una opposizione operaia e marxista russa, sembrava essere la burocrazia costituitasi all’ombra del nuovo stato.
La sinistra marxista, che non ci fermiamo a designare come italiana, pur fiancheggiando la generosa opposizione trotskista ad una effettiva malattia della dittatura comunista, che fu poco dopo lo stalinismo, negò recisamente che la burocrazia fosse una classe sociale e che potesse divenire soggetto di potere, e considerò artificiosa questa previsione che usciva dalla catena storica ortodossa e classica preconizzata da Marx. Nello scontro tra il potere di Stalin e la opposizione generosa di Trotsky e di tanti altri eroici nostri compagni, furono, purtroppo, questi a soccombere ad una forza preponderante, e da questo sinistro travaglio nacque il fallimento della grandiosa rivoluzione. Non è quindi un fatto nuovo che si debbano discutere, per negare loro i caratteri di classe, pretese nuove forme che vantano di aver allignato nel poderoso utero della storia, e che sono pseudo-classi; ieri la tecnocrazia o la burocrazia, oggi gli studenti o gli intellettuali, e quella che potremmo chiamare, forse ricordando Molotov, la deretanocrazia,tutte forme indistinte e annebbiate e che non costituiscono, come le vere classi, l’apparizione anticipata di un destino nuovo delle tormentate collettività umane.
* * *
Ritornando per un momento al metodo cronologico, per sviluppare ancora, almeno per l’Italia, l’andamento dei rapporti tra gioventù studentesca e proletariato socialista, possiamo tornare ai ricordi del primo socialismo della fine Ottocento, in cui il partito italiano raccolse l’adesione del famoso scrittore Edmondo De Amicis, di cui il partito si dette a consegnare ai giovani il ben poco marxista e rivoluzionario scritto sulle ” lotte civili “. De Amicis era un pacifista, aborriva dalla violenza non meno del morto ancora caldo Luther King e, alla sua mentalità piagnona e rugiadosa, corrispondevano in Inghilterra i Fabiani e in Francia i seguaci di Malon, cui Marx non risparmiò certo i suoi feroci strali. De Amicis, per giustificare il suo annacquatissimo socialismo, tentò anche in un capitolo di spiegare come poteva ai giovani l’economia marxista, ma non seppe che rinviare quelli di loro che ne avevano la fortuna a certi corsi delle università del tempo, affermando che vi avrebbero potuto trovare più ampi insegnamenti che nelle sue pagine di timido volgarizzatore.
In quel torno, la sola facoltà di legge comprendeva un corso di economia politica che, naturalmente, era svolto secondo direttive che Marx avrebbe chiamato di economia volgare e si fregiava dei nomi di Pantaleoni, Loria e poi Einaudi, con taluni dei quali lo stesso Engels ebbe a polemizzare. Evidentemente, per il buon De Amicis, socialista all’acqua di rose, rispetto al quale gli stessi Bissolati e Turati erano dei sovversivi pericolosi, già i pallidi corsi di economia universitaria contenevano troppa dottrina, ed egli non avrebbe saputo ricorrere a fonti più autorevoli.
Nel 1911, in Italia, fu celebrato il cinquantenario dell’unità nazionale attuata sotto la bandiera della monarchia sabauda. Il partito socialista, benché diretto in quel tempo da elementi di tutta destra, ebbe tuttavia il merito di invitare il proletariato a non considerare come proprie quelle manifestazioni che inneggiavano alla patria borghese, e in generale non vi inviò i propri rappresentanti.
Gli studenti italiani, invece, più o meno inquadrati dai loro stessi maestri e professori, furono in prima fila in quelle manifestazioni tricolori. Del resto, essi negli anni precedenti e fino al tragico 1898, avevano plaudito alle deformi imprese coloniali, contro cui invece il proletariato socialista seppe insorgere con moti coraggiosi anche di piazza. Nulla di comune ma solo termini di antitesi si pongono, a cavallo dei due secoli, fra studenti italiani e lavoratori italiani.
Il lettore che, beato lui, appartenga alla giovane generazione, non deve credere che, al principio di questo secolo già decrepito, non si facessero scioperi universitari. Le questioni sull’indirizzo della scuola vi erano anche allora, ed anzi erano più accese per la recente tradizione della lotta del nuovo stato laico contro l’antica dominatrice di tutta l’organizzazione scolastica, ossia la Chiesa. Mentre i lavoratori erano apertamente contro la Chiesa, pur non idealizzando la funzione di cultura del moderno Stato di classe, gli studenti andavano volgendo le spalle sempre più agli ambienti e agli istituti clericali e si orientavano verso gli atteggiamenti bloccardi e massonici di quella che allora si chiamava la sinistra popolare. In tutta Europa, per ogni buon borghese radicale di sinistra, era sacra una retorica frase del poeta Victor Hugo: “In ogni villaggio vi è una face accesa: il maestro, ed uno spegnitoio, il prete! “. Noi dobbiamo rimandare a pedate tra le braccia della borghesia maestri e preti.
In ogni agitazione studentesca, spesso si poteva vedere un giovane più o meno eloquente oratore sbracciarsi a gridare: “Abbasso i preti!” e così apostrofare i suoi ascoltatori: “Se siete monarchici, dovete odiare i preti che ancora sognano di togliervi Roma; se siete repubblicani, lo stesso; se siete radicali, anche dovete essere anticlericali. Ma siete forse socialisti? Ed anche voi dovete passare nella grande famiglia dei nemici dei preti “. Più tardi, verso il principio del secolo attuale, in Francia si svolse una grande lotta (ministero Combes) per espellere preti, frati e monache dalle ultime loro posizioni nelle scuole.
Al livello – come oggi si direbbe – della politica adulta, prevalse ben presto questo indirizzo laicizzante e massonico e di blocco delle sinistre popolari, che l’ala marxista e rivoluzionaria dei partiti proletari prese a combattere come gravissimo pericolo. Ci sembra chiara questa corrispondenza tra le irrequietezze delle studentesche e la ben nota metodologia massonica. La massoneria raggiungeva il suo fine di svirilizzare il movimento operaio col classico mezzo di promettere ai suoi affiliati, specie se molto giovani, una facile, luminosa e remunerativa carriera futura. I giovani sono stati sempre i primi a rispondere a un simile appello, e il fenomeno fu e resta di notevole portata.
Mezzo secolo fa, puzzava ancora la bocca di latte a quelli che si esaltavano nel sentire: “che carriera farai, quando sarai grande!” Oggi, anche i bebé conoscono il neologismo “sfondare”.
* * *
Contro le esitazioni colpevoli e deplorevoli della destra socialista che tendeva ad accettare gli inviti al blocco nel parlamento nazionale e nei corpi locali, si levò ben presto la sinistra marxista, che dichiarò incompatibile una politica di transazione fra partiti che si richiamavano a classi poste. Questo contrasto fu più netto in Italia che in altri paesi, e permise meglio che altrove la difesa del proletariato contro influenze ideologiche del radicalismo democratico borghese, che come tutti sanno, fu la causa prima del disastro internazionale dell’agosto 1914. In Italia, nella storica contesa tra neutralisti interventisti, gli studenti offrirono un ambiente favorevole al manovre dei fautori della guerra capitanati spesso dai loro stessi docenti che riecheggiavano le parole del famoso vate che aveva tuonato allo Scoglio di Quarto nel ” maggio radioso “. In questi venti possiamo trovare le radici prime del tanto poi diffamato successivo ventennio fascista del nuovo bloccardismo che non prende più come testa di turco la nera sottana del prete ma la camicia nera dello squadrista. L’inganno non muta nel corso del storia e il pericolo è sempre stesso: rompere i confini tra le classi effettivamente antagoniste che sono sempre e dovunque la borghesia padronale ed il proletariato lavoratore.
In questo conflitto ormai quasi secolare, abbiamo sempre trovato portatrici della più sinistra insidia le classi fantasma, le false classi che si offrono, come oggi gli intellettuali, a fare da ruffiane e mezzane per eludere la linea inesorabile della storia che sarà risolta con la vittoria mondiale del proletariato giunto ovunque alla propria dittatura rivoluzionaria.
Codicillo del 1975
Riscriviamo, per chi ha dimenticato e per chi non sa, quattro tesi ne di partito del maggio 1949:
« 1 – Il movimento proletario socialista non è in nessun modo un movimento di cultura e di educazione. Le possibilità di sviluppo del pensiero sono derivazioni e conseguenza del migliore sviluppo di vita fisica e quindi verranno dopo la eliminazione dello sfruttamento economico. Gli appartenenti alle classi a basso tenore di vita per lottare non hanno bisogno di sapere, basta che si rivoltino all’affamamento. Capiranno dopo.
2 – Il partito rivoluzionario di classe non rifiuta di accogliere nelle sue file come compagni e militanti qualificati individui delle classi economicamente superiori e di servirsi del loro migliore sviluppo intellettivo nella propria lotta quando sono dei veri disertori del campo sociale avversario. In tutte le lotte di classe vittoriose, questa è stata una delle prime rotture del fronte controrivoluzionario, pur presentando inconvenienti crisi e ritorni nei singoli casi.
3 – La classe proletaria, come ha bisogno per la sua vittoria della formazione del partito politico, ha necessità di chiarezza continuità e coerenza teoretica e dà alla difesa della dottrina di classe (non confondiamo con il termine coscienza, insidiosamente soggettivo e non collettivo da regalare a posizioni conformiste e tradizionaliste con tanto altro ciarpame lessicale) un posto di primissimo ordine.
4 – Il movimento comunista rivoluzionario annovera tra i suoi nemici peggiori, con i borghesi i capitalisti i padroni, e con i funzionari e giannizzeri delle varie gerarchie, i “pensatori” e gli “intellettuali” indiscriminati, esponenti della “scienza” e della “cultura”, della “letteratura” o dell'”arte”, accampate come movimenti e processi generali al di fuori e al di sopra delle determinazioni sociali e della lotta storica delle classi.
Qualunque sviamento da tali punti per evidenti ragioni viene in contrasto insanabile con le basi del marxismo e conduce alla degenerazione opportunista e alla disfatta della rivoluzione. »
Dicemmo anche che « optiamo per gli ignoranti » e che:
« Sul terreno scuola, stampa, propaganda, chiesa, ecc. finché la classe lavoratrice sarà sfruttata, la diffusione della ideologia borghese avrà sempre un immenso vantaggio sulla diffusione del socialismo scientifico. La partita sarà perduta per la rivoluzione fino a che non si fa assegnamento su forti masse che lottano, senza presupporre nemmeno per sogno che siano uscite dalla influenza culturale ed economica borghese, ma per la ineluttabile spinta del contrasto delle forze produttive materiali non ancora divenuto coscienza dei combattenti e tanto meno poi scientifica cultura! ».
Giusta Lenin, i comunisti vanno in « tutte le classi della popolazione », per significare che il partito rende noto a tutti il suo programma, la sua dottrina, ed anche la sua azione e che « tutti » possono aderire alla milizia rivoluzionaria, alla condizione che si subordinino al programma, è che lavorino per la sua realizzazione nella disciplinata organizzazione del partito. Questo lo possono non solo gli operai, ma in generale « tutti ».
I giovani, da qualunque parte provengano, potranno aderire alla milizia di partito, la cui azione non si propone di mobilitare i « giovani », ma di organizzare la « gioventù proletaria », cioè la parte più entusiasta, più disinteressata del proletariato; come i comunisti “adulti” non si propongono di organizzare gli “adulti”, ma il “proletariato” che in questo parallelo possiamo chiamare “adulto”.
Quindi non ha alcun senso parlare di “studenti comunisti”, come non lo ha quello di parlare di “bottegai comunisti” e al limite di… “capitalisti” comunisti. Lenin batte il pugno sul tavolo, e nella parafrasi della Sinistra dice: « Il partito è un’organizzazione di rivoluzionari professionali. Ad essi non si chiede: siete operaio? In quale professione? Meccanico, stagnaio, legnaiuolo? Essi possono essere così bene operai di fabbrica come studenti o magari figli di nobili; risponderanno: rivoluzionario, ecco la mia professione. Solo il cretinismo stalinista poteva dare a tale frase il senso di rivoluzionario di mestiere, di stipendiato dal partito ».
Il partito sviluppa la sua rete di organi nella organizzazione di classe, i « gruppi sindacali e di fabbrica », non in altri movimenti che non siano economici della classe, ad eccezione dei Soviet, organismi politici ma sempre della classe. Nella Russia del 1903 ed anche del 1917 nelle scuole superiori e nelle università vi erano anche i figli della borghesia, storicamente rivoluzionaria, per cui è facilmente comprensibile che vi fossero « studenti rivoluzionari », e che costituissero un movimento politico, ma di segno democratico-borghese, verso cui il partito proletario non poteva essere indifferente come non fu verso la rivoluzione democratica. Fu conseguente, quindi, che il partito bolscevico, dopo febbraio, ed in clima di « rivoluzione doppia », ed in presenza di un forte partito comunista, proponesse riforme strutturali, come poi la N.E.P., e sovrastrutturali, come quella della scuola, che non andavano al di là del più accentuato radicalismo borghese. Rivendicarle oggi, 1975, in un paese industrializzato, incatenato e interessato dall’imperialismo, sarebbe fuori luogo, come fuori luogo è la rivendicazione della « democrazia » contro l’« assolutismo ». Sarebbe se non ridicolo almeno demagogico rivendicare oggi la « libertà di stampa », la « libertà d’insegnamento », la « elezione e la revoca democratica degli insegnanti ».
Non solo, ma elezione e revoca non saranno nemmeno possibili nella fase post capitalista, per il semplice fatto che la professione dell’insegnante è diventata, sotto il capitalismo sviluppato, un mestiere, una funzione di salariati dello Stato. L’insegnante salariato che non dovesse ubbidire alle disposizioni dello Stato dittatoriale del proletariato, sarebbe colpito alla stessa stregua dell’operaio che ne sabotasse l’economia e la produzione, ma non per volontà democratica, ma per disposto statale.
DIFESA DEI LAVORATORI DELLA SCUOLA
L’insegnante è, dunque, un salariato dello Stato e nella gran parte remunerato come un operaio specializzato, non di più. Come tale, come lavoratore, lo Stato è il suo padrone da cui deve difendersi quanto a stipendio, quanto a durata ed intensità del lavoro, quanto alle pressioni disciplinari, ecc. Questa è la sua condizione reale, anche se mistificata sia dalla democrazia che lo vorrebbe in una funzione particolare di « pedagogo », sia dall’antica posizione che aveva come « intellettuale », « maestro ». Queste incrostazioni ancora permangono in molti, sebbene il rullo compressore del livellamento capitalistico proceda inesorabilmente.
Anche per essi, la rivendicazione della libertà d’insegnamento è demagogia o stupidaggine pura. Questa libertà non l’avrà nessuno, tanto meno in regime proletario. Nemmeno ha senso rivendicare « una funzione professionale ». Dovrebbero rivendicarla anche gli operai di fabbrica? Ma è questa una tipica « rivendicazione » opportunista, una forcaiola pretesa del sindacalismo tricolore: la « professionalità » in virtù della quale si contribuisce a far perdere ai lavoratori la intuizione di essere una classe almeno economicamente e socialmente diversa dalle altre classi, anziché provare l’orgoglio di essere diversi e contrapposti ai borghesi, ai bottegai. « L’uguaglianza » delle classi, « fraternità e libertà », è la bandiera della borghesia. E che significa questa funzione « adeguata alle esigenze dell’odierno sviluppo scientifico-culturale? ». Lo « sviluppo scientifico-culturale odierno », cioè della società capitalistica di oggi, è merda. Oppure si crede che la « scienza » e la « cultura » siano al di sopra delle classi, e non siano più scienza e cultura borghesi, da respingere dal proletariato? I lavoratori della scuola dovrebbero, allora, adeguare la loro « funzione professionale » alla… merda! È una bella rivendicazione, una prospettiva invidiabile!
Gratta il « pratico » il « non indifferente » e ci trovi la fogna, nella quale sguazzano le « forze disponibili » degli studenti, dei genitori, dei sindacalisti, dei politicanti, dei pizzicagnoli, ecc., ecc., cioè della borghesia, e delle mille volte più spregevole piccola-borghesia e aristocrazia operaia, semiclassi bare e puzzolenti.
I lavoratori della scuola, se ne hanno la forza, hanno da dire NO! in blocco al riformistume parafascista e soprattutto NO! all’orgia elettoralesca, con cui lo Stato tenta di coprire il potenziarsi e l’estendersi del suo totalitarismo mettendo a disposizione di nuovi e crescenti strati di vanagloriosi e succhioni una infinità di microscopici parlamentini. Lo Stato, dall’alto del suo potere dittatoriale ed assoluto, sembra dire: parlate, discutete il più possibile, proponete quello che vi pare; ma io solo deciderò con la forza del poliziotto, del magistrato, del funzionario.
È con queste posizioni programmatiche e d’azione, di scontro e di battaglia, di separazione netta degli interessi di classe, che Lenin ci ha insegnato ad « andare fra tutte le classi della popolazione », e non a cercare alleanze, confluenze, blocchi o pateracchi.
Un inedito vecchio quanto… Confucio
A ognuno la sua condanna: mentre Mao, come è risaputo, è condannato a pensare per il bene del « popolo », la stampa occidentale, specie se tinta di « sinistra », è condannata a « scoprire » meravigliose novità anche nelle più vecchie e logore litanie.
È il turno di « Paese Sera » che nel numero di domenica 28 luglio pubblica « i pensieri segreti di Mao », stampati a Taiwan in due volumi di articoli e discorsi destinati alla « circolazione riservata e qualificata ». La redazione del giornale avverte che « il leader comunista spazia, nel testo presentato, dalla politica alla scienza naturale, dal passato al futuro, sino alle soglie dell’utopia, dove non ha paura di avventurarsi ».
Prendiamo in considerazione il « prezioso » testo senza l’intenzione di trattare nei particolari la nostra ormai lunga e circostanziata critica alla cosiddetta filosofia di Mao Tse Tung: rimandiamo a questo proposito agli articoli di giornale che il Partito Comunista Internazionale ha dedicato alla questione cinese e al presunto marxismo del pensiero del Presidente: avremo comunque l’occasione di ribadire e mettere in rilievo come Mao, in linea con tutti i più o meno recenti « innovatori » del marxismo, altro non può che approdare ai lidi del più consunto idealismo soggettivo anche quando « civetta » col marxismo dei classici, in questo caso di Engels, o quando infioretta il discorso di polemiche solo apparentemente anti-idealistiche e sostanzialmente imbevute di empirismo e di pragmatismo.
L’inedito, in uno stile definito colloquiale e incisivo, e che noi al contrario definiamo ostentatamente oracolare, proprio dei « profeti » convinti di annunciare la buona novella anche quando, proprio in quanto ispirati, non fanno altro che porgere ai miseri mortali il verbo fattosi carne, esordisce con un’affermazione lapidaria e impegnativa: « la filosofia ci può essere soltanto quando c’è lotta di classe. È pura perdita di tempo discutere l’epistemologia separata dalla pratica », e di seguito, tutto d’un fiato, l’inevitabile morale della parabola: « i compagni che studiano filosofia dovrebbero andare quest’inverno o la prossima primavera nelle campagne per partecipare alla lotta di classe. Dovrebbero andarci anche quelli che non godono di buona salute, non moriranno mica. Al massimo si prenderanno un raffreddore, e il male si ripara coprendosi un po’ di più ».
E così, con l’ambiguità tipica del linguaggio apparentemente ortodosso, Mao spezza un’altra lancia contro la filosofia libresca che contempla e non trasforma, e deve sembrare, oltre che sembrare maledettamente rivoluzionario ai piccolo-borghesi in perpetua agitazione e in vena di « fare », qualunque cosa, purché « fare ». Sposando un’ipostasi generica e piatta Mao finge di non essere tenuto a precisare, non in termini di puro pensiero, ma attenendosi ai dati materiali e storici, perché, quando e come « la filosofia ci può essere soltanto quando c’è lotta di classe ». Il marxismo dice al contrario che la « filosofia », altro non essendo che il rispecchiamento nella mente delle forze sociali della loro concreta pratica storica, esiste e si configura in modo diverso quando c’è lotta di classe e quando lotta di classe non c’è. Il dire che quando non c’è lotta di classe non c’è filosofia equivale a cadere in una sorta di eraclitismo di buon effetto, forse, alla Lassalle per intenderci; ma tutto questo con il materialismo storico ha ben poco a che fare. Le società comunistiche primitive, dove non c’è lotta di classe, tanto che costituiscono la prova storica della dialettica sociale, e cioè che le società umane e la loro forma di organizzazione non sono eterne, ma transitorie e mutevoli, hanno una loro « filosofia », come pure le società a noi più vicine, e più note, dall’antica « democrazia » greca ai modi di produzione e di società a noi più vicini, da quello feudale a quello capitalistico. A che vale sostenere che la filosofia ci può essere soltanto quando c’è la lotta di classe, se non a proporre la lotta di classe stessa come una specie di « sacro fuoco » eraclitico che garantirebbe la vita nello scontro eterno degli opposti?
Siamo di fronte alla volgarizzazione, in forma colloquiale, e sia!, non certo del materialismo dialettico, ma del più corposo scritto di Mao « Sulla Prassi » (del lontano luglio 1937, contenuto in Scritti filosofici. Ed. Oriente, Milano 1964, pagg. 7-8), dove vengono esposte le tesi maoiste circa le forme della coscienza ideologica degli « uomini », la loro origine, fonte, evoluzione, l’ambiente sociale, della loro genesi, gli ostacoli che si frappongono al loro svolgimento. È il caso di dire che nell’inedito in questione il Verbo si spiega e si porge in pane quotidiano per i palati meno solidi, marxisticamente parlando. Il Verbo, all’inizio misterioso a se stesso, si spiega e si autorivela, come avviene nella abusata triade hegeliana, o se vogliamo nella mitologia religiosa.
L’invito di Mao ai compagni che studiano filosofia nei libri, in fin dei conti molto cortese e pedagogico, ad andare in campagna ad imparare la lotta di classe, partecipandovi, è la traduzione « colloquiale » del principio maoista secondo il quale la « prassi sociale » sarebbe fondamento della conoscenza degli « uomini ». Vediamo come si esprime nello scritto « Sulla Prassi » del 1937: « i marxisti ritengono, innanzi tutto, che l’attività produttiva degli uomini sia l’attività pratica fondamentale, ed è ciò che determina ogni altra forma di attività. Nel processo della conoscenza, l’uomo, basandosi principalmente sull’attività di produzione dei beni materiali, comprende progressivamente i fenomeni della natura; inoltre attraverso l’attività produttiva, e anche a gradi differenti e in modo progressivo conosce determinati rapporti reciproci tra uomo e uomo. Tutte queste conoscenze non possono essere acquisite al di fuori dell’attività produttiva. Nella società senza classi, ogni uomo, come membro della società, collabora con gli altri uomini membri della società, entra con essi in determinati rapporti di produzione, s’impegna nell’attività produttiva, per risolvere i problemi della vita materiale degli uomini. Nelle differenti società di classi, i membri di queste società che appartengono alle diverse classi, entrano ugualmente, in varie forme, in determinati rapporti di produzione, si impegnano nell’attività produttiva per risolvere i problemi della vita materiale degli uomini. Questa è l’origine fondamentale dello sviluppo della conoscenza umana.
« La prassi sociale degli uomini non si limita alla sola attività produttiva, ma ha anche molte altre forme: lotta di classe, vita politica, attività scientifica e artistica; in breve, l’uomo sociale partecipa a tutti i campi della vita pratica della società. Per questo l’uomo, nel processo della conoscenza, apprende, a diversi gradi, i vari rapporti che esistono tra gli uomini, non solo nella vita materiale, ma anche nella vita politica e culturale (che è strettamente legata alla vita materiale). Fra questi rapporti, le diverse forme della lotta di classe esercitano, particolarmente, una profonda influenza sullo sviluppo della conoscenza umana. Nella società divisa in classi, ogni uomo vive in una determinata posizione di classe e non esiste alcuna ideologia che non porti un’impronta di classe.
« I marxisti ritengono che l’attività produttiva della società umana si sviluppi passo a passo, dai gradi inferiori ai gradi superiori, e, per questa ragione, le conoscenze degli uomini, sia nel campo della natura che in quello della società si sviluppano anche passo a passo, dai gradi inferiori ai superiori, cioè dal semplice al complesso, dall’unilaterale al multilaterale. Per un periodo storico molto lungo gli uomini poterono comprendere solo unilateralmente la storia della società: ciò era dovuto da una parte al modo di vedere tendenzioso delle classi sfruttatrici che deformavano costantemente la storia della società e dall’altra alla scala ridotta della produzione che limitava la percezione degli uomini ».
Come abbiamo detto in altre occasioni, in questa concezione non vi è nulla di diverso dal più classico e convenzionale razionalismo, mentre evidente è l’abisso col materialismo dialettico.
L’asserzione secondo la quale gli uomini conoscono soltanto attraverso la prassi è giusta, ma troppo schematica e insufficiente. Per il materialismo dialettico, la « prassi » sta all’origine della conoscenza nella misura in cui gli uomini entrano in determinati rapporti tra loro e con la natura: la conoscenza è intesa come riflesso di questi rapporti nel cervello umano. Quindi tutte le teorie che postulano una « autonomia » della coscienza rispetto ai rapporti economici e sociali hanno contenuto antimaterialistico e antimarxistico. Per questo dire che la filosofia ci può essere soltanto quando c’è la lotta di classe è un modo volutamente semplicistico per pretendere che « la lotta di classe » e le sue « varie forme » esercitino direttamente un influsso particolarmente determinante sullo sviluppo delle conoscenze umane. Per il marxismo, la base della lotta di classe è data dallo sviluppo delle forze produttive e della loro organizzazione in dati modi di produzione e rapporti sociali. Ma si cercherebbe invano nel contesto delle operette « teoriche » di Mao il più fugace richiamo al modo di produzione, concetto essenziale alla comprensione del materialismo storico: e ciò, ovviamente, gli impedisce d’intendere il reale processo della conoscenza umana che ne è solo la forma intellettuale secondaria, derivata.
Se non altro, comunque, dal momento che Mao ammette che l’attività produttiva determina ogni altra forma di attività, dovrebbe anche ammettere che nelle società in cui non c’è lotta di classe esiste un diverso rapporto tra l’attività produttiva e le altre attività, compresa la conoscenza del mondo naturale e storico, e non che non esiste. Come si vede, è proprio vero che il Verbo, mano a mano che si allontana dalla sua origine misteriosa si disperde nell’auto-divulgazione fino al punto di non riconoscersi più, o meglio, a sciogliersi nella mistica del semplicismo e nella capziosa ingenuità.
Secondo Marx, l’attività produttiva si svolge in determinati modi di produzione, secondo il grado di sviluppo delle forze produttive, e queste non evolvono affatto con processo « graduale », bensì attraverso una sequela di profondi sconvolgimenti della società e del suo modo d’organizzazione. Nella società comunistica primitiva, il grado di sviluppo delle forze produttive determina certi rapporti di produzione, e necessariamente un certo grado di coscienza, di conoscenza del mondo naturale e sociale. È noto inoltre che Marx precisa nella lettera a Weydemeyer che soltanto ad un certo grado di sviluppo delle forze produttive la storia si presenta come storia della lotta delle classi, senza con questo negare che prima che la storia si presentasse come storia della lotta di classe la società avesse un suo corrispondente sviluppo della conoscenza. È anche noto che Marx individua solo nel moderno sviluppo delle forze produttive la comparsa delle classi sociali, e non si avventura certo a pretendere che la società schiavistica e le sue contraddizioni, oppure la società feudale con le sue, sia la stessa cosa della moderna società borghese. Ed allora è antimaterialistico dire che dove non c’è lotta di classe non c’è conoscenza: è corretto dire che dove non c’è lotta di classe c’è una diversa forma di conoscenza.
Dice Engels nella prima prefazione all’Antidühring sulla dialettica: « il pensiero teorico di ogni epoca, e quindi anche della nostra, è un prodotto storico, che assume in differenti tempi forme assai differenti e con ciò un contenuto assai differente. La scienza del pensiero è perciò, come tutte le altre, una scienza storica, la scienza dello sviluppo storico del pensiero umano. E ciò è importante anche per l’applicazione pratica del pensiero ai campi empirici. Poiché, in primo luogo, la teoria delle leggi del pensiero non è una verità ” eterna”, fatta una volta per tutte, come il senno dei filistei immagina quando si pronuncia la parola ” logica “. La stessa logica formale ha continuato ad essere, da Aristotele ai giorni nostri, il terreno dei più vivaci dibattiti. E la dialettica, invero, è stata indagata profondamente soltanto da due pensatori, da Aristotele e da Hegel. Proprio la dialettica, però, è per la scienza naturale odierna la forma di pensiero più importante, perché essa sola offre le analogie, e con ciò i metodi per comprendere i processi di sviluppo che hanno luogo nella natura, i nessi generali, i passaggi da un campo di ricerche ad un altro. In secondo luogo, però, la conoscenza del processo di sviluppo storico del pensiero umano, delle concezioni dei nessi generali del mondo esterno che sono state espresse nei diversi tempi, è un’esigenza necessaria per la scienza teorica della natura, perché tale conoscenza offre un criterio che la scienza stessa deve costruire ». Come si vede, per chi sa leggere, tutt’altra cosa dello sviluppo « passo a passo, dai gradi inferiori ai gradi superiori delle conoscenze degli uomini » di cui parla Mao, in tutto degno dei peggiori idealisti evoluzionisti che hanno ammorbato e continuano ad ammorbare il mondo. L’allegra elencazione che Mao fa delle « esperienze » umane dista mille miglia dalla dialettica materialistica. Che senso ha l’affermazione secondo la quale « la prassi sociale degli uomini non si limita alla sola attività produttiva ma ha anche altre forme: lotta di classe, vita politica, attività scientifica e artistica »; e, in breve, che « l’uomo sociale partecipa a tutti i campi della vita pratica della società »? Siamo di fronte ad un idillico romanzo dello sviluppo sociale, nel quale la lotta di classe assume la funzione di un incidente nel lavoro, tra le tante altre « attività » dell’uomo. Secondo Marx, al contrario, l’attività produttiva si svolge in determinati modi di produzione, in rapporto al grado di sviluppo delle forze produttive, e queste non evolvono affatto con un processo « graduale », ma attraverso una sequela di profondi sconvolgimenti della società e del suo modo d’organizzazione. La storia umana, nella concezione materialistico-dialettica, ben lungi dal presentare un decorso continuo e lineare, è un contesto di fasi di stagnazione delle forze produttive e di fasi in cui esse erompono in un’esplosione politica, per la quale possono proseguire la loro espansione. Mao sembra ignorare che le forze produttive capitalistiche hanno languito per secoli nell’ambito ristretto dei rapporti di produzione feudali, e che il loro immenso sviluppo è stato reso possibile da quella totale e violenta dissoluzione di tali rapporti che ha costituito la rivoluzione borghese. Allo stesso modo, questo processo non graduale delle forze produttive determina il corso della conoscenza umana, che non ha mai proceduto « passo a passo », ma a salti.
Per Mao invece la lotta di classe, come la sua teoria, è un processo talmente graduale che si può apprendere purché si abbia buona volontà di imparare e il coraggio di affrontare il pericolo di qualche raffreddore. In fondo la lotta di classe, un’« esperienza » tra le tante altre, assume nell’inedito in questione un sapore squisitamente « ecologico », si riduce ad una boccata d’aria pura della campagna; basta sentire l’invocazione agli intellettuali: « voi intellettuali ve ne state seduti tutti i giorni nei vostri uffici governativi, mangiate bene, vi vestite bene e non fate nemmeno qualche camminata. È per questo che vi ammalate… Perché non fate una prova?
Se i vostri mali si aggravano seriamente, tornate in città, ma la linea di demarcazione la dovete fissare al punto di morte. Quando siete tanto malati sul punto di morire, allora potete tornare… ». Sì, sì, abbiamo capito che sotto l’amabilità « colloquiale » c’è l’ironia e il piglio che conoscevamo, ma nonostante tutto, tra bastone e carota, spunta inequivocabile « il metodo democratico », la collaborazione di classe, l’abile, ma pur sempre idealistica « dialettica dei distinti » maoista. Le vecchie idee non spariscono in grazia della ricerca intellettuale corretta, o sorretta, magari, dalla partecipazione fisica alla lotta di classe, in una parola, insomma, per via « ideale »; questa fantasia va lasciata agli epigoni della Sacra Famiglia degli ideologhi tedeschi, o, più generalmente, al filisteo progressista, all’intellettuale avanzato che rimastica le scorie dell’illuminismo o peggio del positivismo.
Scrive Marx nella prefazione (estate 1846) alla Ideologia tedesca: « finora gli uomini si sono sempre fatti idee false intorno a se stessi, intorno a ciò che essi sono o devono essere. In base alle loro idee di Dio, dell’uomo normale, ecc. essi hanno regolato i loro rapporti. I parti della loro testa sono diventati più forti di loro. Essi, i creatori, si sono inchinati di fronte alle loro creature. Liberiamoli dalle chimere, dalle idee, dai dogmi, dagli esseri prodotti dall’immaginazione, sotto il cui giogo essi languiscono. Ribelliamoci contro questa dominazione dei pensieri (compresi quelli di Mao, come è naturale, ci permettiamo di osservare). Insegniamo loro a sostituire queste immaginazioni con pensieri che corrispondano all’essenza dell’uomo, dice uno; a comportarsi criticamente verso di esse, dice un altro; a togliersele dalla testa, dice un terzo, e la realtà ora esistente andrà in pezzi. Queste fantasie innocenti e puerili formano il nucleo della moderna filosofia giovane-hegeliana… Una volta un valentuomo immaginò che gli uomini annegassero nell’acqua soltanto perché ossessionati dal « pensiero della gravità ». Se si fossero tolti di mente quest’idea, dimostrando per esempio che era un’idea superstiziosa, un’idea religiosa, si sarebbero liberati dal pericolo di annegare. Per tutta la vita costui combatté l’illusione della gravità, delle cui dannose conseguenze ogni statistica gli offriva nuove e abbondanti prove. Questo valentuomo era il tipo del nuovo filosofo rivoluzionario tedesco ».
Inutile osservare che è anche il tipo dei marxisti « creativi » alla Mao ed affini, che nel loro « lungo viaggio attraverso le sovrastrutture » si ritrovano a braccetto con pre e post-hegeliani che hanno mal digerito la dialettica materialistica.
Per intanto, augurando agli intellettuali sedentari cinesi un forte raffreddore, ribadiamo che i marxisti rivoluzionari non si sono mai sognati di poter mescolare a loro piacimento pratica sociale e conoscenza di essa, e per questo si attengono ad un tipo di pratica critica e storica che si condensa in una teoria non modificabile per un moto di pensiero, o peggio per un’« esperienza personale » della lotta di classe, ma valida per tutta la fase imperialistica, fino al crollo del regime borghese, e bussola per la fase di transizione fino al comunismo.
La prassi sociale di Mao « creativa ed originale » approda alla democrazia e alla collaborazione di classe, la nostra, « vecchia e schematica », alla dittatura proletaria e alla società senza classi.
Le Questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della sinistra Pt.2
* * *
Con la ripubblicazione, del numero precedente, de «Il valore dell’isolamento», ci si riprometteva di apprestarci soltanto ad affrontare la complessa e delicata questione della tattica, con la promessa che saremmo entrati nel vivo successivamente. Anche noi abbiamo voluto civettare con la «moda» attuale, quella di indagare tra i «rivoluzionari» che stanno fuori del partito, per vedere se è possibile stabilire un’«alleanza» tattica. La nostra risposta è stata negativa, come negativa lo fu nel primo dopo-guerra, in condizioni incomparabilmente diverse dalle odierne; perché le «alleanze» la Sinistra le ha sempre concepite non come «fronte unico» di partiti e ali di partiti, o gruppi politici, per affini o vicini che si proclamano, né come «blocchi» o concordati pratici d’azione, ma come unificazione dei proletari di qualunque partito, fede politica e religiosa, razza e nazione, nella loro naturale organizzazione di classe, il sindacato economico o organismo equipollente»: come unificazione degli operai comunisti con gli operai anarchici, sindacalisti, socialisti e senza partito, ecc. in un’azione nella quale, per la superiore preparazione del partito comunista rivoluzionario, i suoi militanti provano alla massa proletaria che l’unica strada per la vittoria è quella dettata dal partito.
Questa concezione la ritroveremo nel corso dell’esposizione e delle citazioni dai testi tradizionali, come un leit motiv che accompagna tutto il disegno tattico. Citiamo tra altri mille un passo, tratto dalla 3a parte dello studio «La tattica dell’Internazionale Comunista», pubblicata nell’«Ordine Nuovo» del 19 gennaio 1921.
«La vecchia unità formale e federalista della tradizionale socialdemocrazia che mal nascondeva sotto una vuota retorica la divisione in gruppi d’interesse e movimenti non amalgamati, la divisione stessa in partiti nazionali proletari, va cedendo in questo periodo risolutivo della evoluzione capitalistica il posto alla vera unità di movimento della classe operaia, la quale irresistibilmente conduce verso quella armonica centralizzazione del movimento proletario mondiale a cui la Internazionale Comunista ha già dato lo scheletro della organizzazione unitaria e l’anima della coscienza teorica della rivoluzione. Vi è ancora una divisione di idee, di opinioni politiche, nel proletariato, ma vi sarà un’unità d’azione. Pretenderemo noi che la unità di dottrina e di fede politica debba per chi sa quale condizione astratta precedere quella dell’azione? No, perché capovolgeremmo il metodo marxista di cui siamo assertori, che ci dice come, dalla unità effettiva di movimento creata dalla dissoluzione del capitalismo, non potrà che uscire una unità anche di coscienza e dottrina politica.
Avremo per tale via realistica della unione di tutti i lavoratori nell’azione concreta, anche la loro unione nella professione di fede politica, sulla fede politica comunista, e non già su un guazzabuglio informe delle tendenze politiche attuali. Ossia avremo l’unità della azione successiva per i postulati rivoluzionari del comunismo».
Tesi tattiche: Roma 1922
Quanto esposto nel testo citato è il preludio alle Tesi, che sono del marzo 1922, in occasione del II congresso del PCdI a Roma, e su cui dovremo ritornare perché già in quello si dichiara espressamente che la Sinistra si sente di trarre «nei dettagli di applicazione deduzioni diverse» da quelle dell’Internazionale. I «dettagli di applicazione» diverranno ben presto questioni di fondo. Le Tesi furono proposte come un contributo della sezione italiana alla elaborazione della tattica internazionale del partito. Oggi questo contributo costituisce, assieme a tutto il lavoro posteriore della Sinistra in difesa del programma e della dottrina, l’unico corpo di regole tattiche valide per tutto il periodo che ci separa dalla vittoria rivoluzionaria comunista. Per tale motivo il risorgente partito politico proletario non può prescindere da questo “codice d’azione”, e nemmeno ritenerlo superato nei suoi fondamenti, se non vuole sparire dalla scena della rivoluzione ancora prima di nascere. Tanto è vero che in tutti i testi successivi al 1922 ed in particolare a quelli dopo la seconda guerra imperialistica, si ritroveranno confermate e solennemente rivendicate le lezioni contenute nelle Tesi, le cui strutture portanti trovano ulteriore elaborazione e sistemazione nelle tesi del 1965-66. Questi ultimi testi della Sinistra, sintesi quanto mai opportuna del «compito storico l’azione e la struttura del partito comunista mondiale», contengono anche, in un intreccio dialettico di lezioni storiche di tutto il movimento, la sistemazione delle questioni di organizzazione in regole vincolanti per tutti, che assieme a quelle sulla tattica era necessario finalmente enunciare, colmando la insufficienza palesata dalla Internazionale Comunista, peraltro ben salda all’atto della sua costituzione quanto a programma e principi, al cui ristabilimento il bolscevismo aveva dato la sua infaticabile opera.
Non sembri superfluo questo lavoro di rilettura che ci permette di mettere in luce tesi più volte dimenticate o storpiate, e non capite, ritenute superate da quanti amano concludere, con un sorrisetto di compassione, che “non è più il tempo di dottrina, ormai posseduta, ma di azione”.
Natura organica del Partito Comunista
È il titolo della prima parte delle Tesi, per indicare che senza partito non può esservi tattica, in quanto il partito è l’organo dirigente dell’azione rivoluzionaria della classe. Basta questo a caratterizzare la differenza incolmabile tra il partito comunista e gli altri partiti. Infatti, prima di affrontare nella loro peculiarità le questioni della tattica, le Tesi trattano, della «natura» e del «processo di sviluppo» del partito, poi dei rapporti tra il partito e la classe e dei rapporti tra il partito e gli «altri movimenti politici proletari», dove il partito si rivela l’organo storico, insostituibile, della classe operaia, che si distingue, giusta Marx del Manifesto:
«Dagli altri partiti proletari solamente per il fatto che da un lato, nelle varie lotte nazionali dei proletari, essi mettono in rilievo e fanno valere quegli interessi comuni dell’intero proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità; d’altro lato per il fatto che, nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo. In pratica, dunque, i comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, quella che sempre spinge avanti; dal punto di vista della teoria, essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato pel fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario.»
È naturale, allora, che l’esordio e il prosieguo delle Tesi prenda le mosse e si sviluppi lungo la concezione marxista. Punto 1:
«Il partito comunista, partito politico della classe proletaria, si presenta nella sua azione come una collettività operante con indirizzo unitario. I moventi iniziali per i quali gli elementi e i gruppi di questa collettività sono condotti ad inquadrarsi in un organismo ad azione unitaria sono gli interessi immediati di gruppi della classe lavoratrice suscitati dalle loro condizioni economiche. Carattere essenziale della funzione del partito comunista è l’impiego delle energie così inquadrate per il conseguimento di obbiettivi che, per essere comuni a tutta la classe lavoratrice e situati al termine di tutta la serie delle sue lotte, superano attraverso la integrazione di essi gli interessi dei singoli gruppi e i postulati immediati e contingenti che la classe lavoratrice si può porre».
Questa prima tesi è la corretta “traduzione” italiana dal tedesco dal Manifesto, a conferma che la sinistra non aveva e non ha nulla di nuovo da dire e da proporre e che i dati di arrivo sono perfettamente contenuti nei dati di partenza della dottrina. Si deve rilevare che la collettività-partito «operante» sulla base di una teoria e programmi unitari («indirizzo unitario»), è composta non da uomini speciali, figli di madri particolari, ma da «elementi» e da «gruppi» che sono pervenuti «ad inquadrarsi» nel partito spinti da «moventi iniziali», che «sono gli interessi immediati di gruppi della classe lavoratrice suscitati dalle loro condizioni economiche». Questo è determinismo economico e storico, non dottrinarismo, astrazione, metafisica.
Di conseguenza il Punto 2:
«La integrazione di tutte le spinte elementari in una azione unitaria si manifesta attraverso due principali fattori: uno di coscienza critica, dal quale il partito trae il suo programma, l’altro di volontà che si esprime nello strumento con cui il partito agisce, la sua disciplinata e centralizzata organizzazione. Questi due fattori di coscienza e di volontà sarebbe erroneo considerarli come facoltà che si possano ottenere o si debbano pretendere dai singoli poiché si realizzano solo per la integrazione dell’attività di molti individui in un organismo collettivo unitario».
Un siffatto partito, integratore «di tutte le spinte elementari in un’azione unitaria», non può agire che in forza di queste «spinte elementari», ma sulla base di un «programma» in funzione del quale redigere un piano tattico, non lasciato al caso, da realizzarsi con una «disciplinata e centralizzata organizzazione», non improvvisata. «Coscienza critica e volontà» che non si pretendono dai singoli militanti ma che «si realizzano» nel partito.
Dottrinetta, cose risapute si dirà. L’Internazionale, però, non l’apprese appieno. Nemmeno il grande partito bolscevico russo, che aveva, unico, salvato dottrina e programma, poté pervenire alla formazione di un corpo di regole di azione tattica che guidassero l’intero partito mondiale, tale che non fosse il portato di genii, di brillanti applicazioni razionali.
Per mettere avanti questa primaria necessità, per uscire dalla condizione di «subire le situazioni», ma, al contrario, per «dominarle», si doveva insistentemente mettere in relazione tra loro, tattica, partito, principi, fini, e mostrare come sia «una buona tattica che dà un buon partito», cioè le conseguenze della tattica sul partito stesso. È una correlazione, questa, che il partito deve sempre avere presente a sé stesso, per stabilire in anticipo se dall’attuazione del suo piano tattico e dal suo svolgimento il partito si rafforzerà o meno, se si allontanerà o meno dai principi e dagli scopi.
Questioni, queste, da affidare esclusivamente al «socialismo scientifico» e non alla stupida conta delle teste, né alla «onnipotenza della centrale», risorsa questa meno stupida della pratica maggioritaria. Stava già facendosi strada, infatti, in quel tempo – 1922 – l’opinione che il partito, in quanto comunista rivoluzionario, può escogitare qualsiasi soluzione tattica, una specie di Re Mida che trasforma in comunista tutto quello che tocca, una forma di “boria” di partito, vera traduzione della infingardaggine piccolo-borghese. Fu agevole costruire e manovrare maggioranze “fedeli” o succubi della centrale, anziché affidarsi allo «studio», alla «considerazione razionale e oggettiva» dei problemi che si ergevano sempre più complessi e potenti dinnanzi alla rivoluzione. Fu tentazione irrefrenabile, ogni volta che la Sinistra si permetteva di richiamare le supreme dirigenze del partito ad una corretta formulazione dell’indirizzo pratico, argomentare con «la centrale ha sempre ragione, perché la maggioranza ha sempre ragione», dove i due termini, apparentemente antitetici, di burocratismo e democrazia si congiungono in una sintesi di metodi opportunisti, come Lenin aveva vent’anni prima insegnato.
Nel Punto 3 viene sancita questa precisa esigenza del partito di impostare la sua azione tattica, la sua “politica” per mezzo di una «coscienza teorico-critica» che gli deriva dalla originale natura della classe proletaria, rispetto alle altre classi fondamentali della società, di cui è organo. Tattica, “politica”, originali, dunque, che nulla hanno a che vedere con il politicantismo borghese dell’opportunismo:
«Alla precisa definizione teorico-critica del movimento comunista, contenuta nelle dichiarazioni programmatiche dei partiti e della Internazionale Comunista, come all’organizzarsi degli uni e dell’altra, si è pervenuti e si perviene attraverso l’esame e lo studio della storia della società umana e della sua struttura nella presente epoca capitalistica, svolti coi dati, colle esperienze e nella attiva partecipazione alla reale lotta proletaria».
Ci sia consentito, una volta tanto, di vibrare questo passo a mo’ di ceffone sul grugno di quanti argomentano che oramai il lavoro teorico è bell’e compiuto, la sua nuova sistemazione anche, e che non resta che dedicarsi all’azione, perché il proletariato non ha bisogno di “discorsi” ma di “fatti”. Vecchie scempiaggini ben conosciute da Marx e da Lenin.
Il Punto 4 è un’ennesima formulazione del «centralismo organico», proposto dalla Sinistra, per intendere che è il «processo reale che accumula gli elementi di esperienza e realizza la preparazione e la selezione dei dirigenti dando forma al contenuto programmatico e alla costituzione gerarchica del partito», e non un fatto costituzionale o formale: organisation d’abord!, uguale a politique d’abord!
Processo di sviluppo del Partito Comunista
Stabilita la «natura organica» del partito, in questa seconda parte si descrive il processo del suo sviluppo, che è altrettanto organico, cioè proprio di un organo, la cui nascita e crescita sono in diretta e dialettica connessione con la lotta di classe del proletariato e della lotta di classe in generale. Il partito quanto ad organizzazione
«si forma e si sviluppa nella misura in cui esiste, per la maturità di evoluzione della situazione sociale, la possibilità di una coscienza e di un’azione collettiva unitaria nel senso dell’interesse generale e ultimo della classe operaia» (Punto 5).
Cioè l’organizzazione di partito «si forma» a condizione che esista «una coscienza», la teoria appunto, e «un’azione collettiva unitaria nel senso dell’interesse generale e ultimo della classe operaia», cioè una comunità di militanti per il comunismo. In altri termini il partito esiste quando esistono «un programma e un metodo di azione»; ovvero (Tesi di Lione, 1926) il partito è una «scuola di pensiero e un metodo d’azione». Teoria ed azione sono indissolubili, inscindibili. Una organizzazione che poggiasse tutto sull’azione e trascurasse la teoria, o viceversa, non meriterebbe la consacrazione di partito politico di classe, anche se la sua azione coinvolgesse milioni di proletari, o la sua teoria fosse di purezza cristallina, fermo restando che una organizzazione zoppa dell’una o dell’altra gamba sbanderebbe, per cui fasulle sarebbe teoria ed azione.
È mai possibile uno sbandamento? Certo! Ed è esattamente quando il partito dovesse frammentare la sua azione
«nel dedicarsi alla soddisfazione di interessi di limitati gruppi operai o nel conseguimento di risultati contingenti (riforme) a costo di adottare metodi che compromettevano il lavoro per le finalità rivoluzionarie, e la preparazione ad esse del proletariato» (Punto 6)
Quando ciò avviene, quando il partito cessa di essere organo di integrazione e sintesi degli interessi generali e particolari (economici) della classe operaia, perde la conoscenza delle finalità rivoluzionarie, si apre ad un processo di degenerazione, nel quale si revisiona e si deforma anche la dottrina, il programma e l’organizzazione, la quale viene così consegnata «nelle mani di agenti solerti della borghesia». Le vie per cui il partito si subordina agli «interessi limitati» e ai «risultati contingenti» (riforme) sono infinite e si riassumono in «il movimento è tutto, il fine nulla», formula che accomuna tutti i movimenti politici che si definiscono sindacalisti, laburisti, anarchici, socialdemocratici, includendo in questo ultimo movimento l’odierno “comunismo” nazionale dei partiti ispirati a Mosca o a Pechino o ad altre centrali alla moda, come Cuba, Hanoi ecc.
Come reagire in questo processo degenerativo? Nel Punto 7 si risponde:
«Da una situazione di tal genere il ritorno, sotto l’influsso di nuove situazioni e sollecitazioni ad agire esercitate dagli avvenimenti sulla massa operaia, alla organizzazione di un vero partito di classe, si effettua nella forma di una separazione di una parte del partito che, attraverso i dibattiti sul programma, la critica delle esperienze sfavorevoli della lotta, e la formazione in seno al partito di una scuola e di una organizzazione colla sua gerarchia (frazione), ricostituisce quella continuità di vita di un organismo unitario fondata sul possesso di una coscienza e di una disciplina, da cui sorge il nuovo partito. È questo processo che in generale ha condotto dal fallimento dei partiti della Seconda Internazionale al sorgere della Terza Internazionale comunista».
Questo processo è definito «normale». È, invece, definito «affatto anormale» «quello della aggregazione al partito di altri partiti o parti staccate di partiti». Il partito comunista non sorge né tanto meno risorge, dopo una crisi opportunistica, dalla confluenza di gruppi eterogenei, i quali possono concordare momentaneamente su un dato comune, ma non posseggono la «scuola di pensiero», la teoria del marxismo rivoluzionario, e il «metodo d’azione», l’insieme dei mezzi tattici sperimentati lungo l’arco delle lotte internazionali del proletariato. Neppure si rafforza il partito per mezzo di tali confluenze o aggiunte, dato per fermo che il partito non è l’esercito di classe, ma semmai lo stato maggiore, l’organo di direzione della classe, la cui efficacia consiste nel saper mobilitare le masse lavoratrici con la «giusta tattica», la «giusta politica rivoluzionaria» (Lenin). Ogni gruppo apporterebbe il proprio pensiero, la propria teoria, la propria esperienza pratica, un metodo d’azione diverso, inquinandosi reciprocamente le singole parti in un miscuglio informe e indefinibile, piuttosto che fondersi in un amalgama omogeneo ed efficiente.
Tale questione fu sentita particolarmente in Italia dove, il PCdI era sorto dalla scissione del vecchio PSI, nel cui seno si era andata formando un’ala favorevole, a parole, come sempre avviene, all’Internazionale Comunista e che andava protestando che voleva congiungersi con il Partito Comunista, dopo essere stata incapace di confluirvi a Livorno, nelle persone di coloro che erano poste al «centro» degli schieramenti e che avevano determinato un profondo stato confusionale nelle masse. L’I.C. spinse alla «unificazione» di questa frazione socialista con il PCdI, soprattutto quando inaugurò la tattica di «fronte unico», e quelle successive di «governo operaio» e di «governo operaio e contadino», su cui la Sinistra dissentì sempre più apertamente, anticipando la tragica fine sia di quelle tattiche e sia della Internazionale stessa.
Oggi, a distanza di mezzo secolo, queste Tesi appaiono anche ai più sprovveduti non una esercitazione della “scienza sociologica borghese”, come furono definite dall’Esecutivo di Mosca, ma un importante pilastro dell’edificio del marxismo rivoluzionario, per cui ogni attentato alla sua integrità è un attentato alla rivoluzione comunista mondiale.
Questa tentazione, tuttavia, di irrobustire il partito o peggio di formarlo con la confluenza di altri gruppi “rivoluzionari”, è sempre presente. Allora ci si giustificava sostenendo la necessità di inquadrare il maggior numero possibile di forze per alimentare l’attacco al potere borghese, pronti, ad operazione conclusa, a virare di nuovo “a sinistra”, a “chiudere” e serrare le file sbarazzandosi degli alleati occasionali. Oggi la giustificazione consisterebbe nel constatare l’estrema debolezza delle forze del partito dinanzi al giganteggiare del capitalismo e dell’opportunismo e alla tragica l’eventualità che, riaprendosi una fase critica del mondo borghese, verrebbe a mancare un forte partito comunista; per cui sarebbe indispensabile penetrare nel campo dei “rivoluzionari generici” col setaccio del programma e col vaglio dell’organizzazione a garanzia di scelte sicure. È questo uno dei tanti pretesti tipici dell’impazienza piccolo-borghese che crede di surrogare le deficienze storiche con il raziocinio e la volontà, di muovere lo stato amorfo attuale dei rapporti di classe incidendo sulla coscienza e sulla persuasione. Abbiamo sempre assistito al risultato opposto che, cioè, parafrasando il proverbio popolare, si è andati per setacciare e si è rimasti setacciati.
È profonda lezione della Sinistra che l’esercito proletario si guadagna alla rivoluzione, e non i partiti, le ali di partiti, i gruppi ecc., sottraendolo all’influenza nefasta di qualsiasi partito in cui è inquadrato, sia questo partito più o meno vicino, più o meno “simile” al nostro, con un indirizzo di azione di classe che, facendo leva sugli interessi immediati, quelli economici, comuni a tutti i proletari, quale che sia la loro formazione politica, religiosa, razza e nazionalità, li sollecita ad unificare le loro forze nella naturale organizzazione di classe, il sindacato economico od organo equivalente, per il cui mezzo si mostra da un lato la superiore capacità di lotta e di guida del partito e dall’altro la insufficienza o l’inettitudine se non il rifiuto delle altre formazioni politiche a difendere perfino questi interessi contingenti. È lo sviluppo di questa azione di classe che opera «lo spostamento dell’azione di un sempre maggior numero di lavoratori dal terreno degli interessi parziali ed immediati a quello organico ed unitario della lotta per la rivoluzione comunista», per «vincere le esitanti diffidenze del proletariato verso il partito» e «incanalare e inquadrare» queste «nuove energie» in una «unità di movimento decisiva per l’azione rivoluzionaria».
Per tali ragioni, in considerazione, cioè, che il partito non si identifica con la classe, ma ne è l’organo storico, e che per conquistare il potere politico deve trasportare l’azione dal campo degli interessi immediati a quello dell’azione rivoluzionaria comunista, le Tesi affrontano, prima ancora di passare alle questioni specifiche della tattica, nella parte III i «Rapporti tra il partito comunista e la classe proletaria», e nella parte IV, poiché il proletariato è inquadrato o al seguito di altri partiti, i «Rapporti del partito comunista con altri movimenti politici proletari», dove le premesse sin qui svolte trovano il necessario svolgimento nell’attività pratica e nell’organizzazione del partito.
Risorgano i sindacati di classe - Punti fermi della Sinistra Comunista Pt.2
Il no. 2 dell’ottobre 1974 di questo giornale, sotto il titolo «Risorgano i Sindacati di classe – punti fermi della Sinistra Comunista», conteneva cinque punti che scarnamente ribadivano le posizioni di sempre del comunismo rivoluzionario di fronte al sindacato operaio. A sostegno del breve testo furono pubblicati brani significativi di testi di partito dal 1945 al 1965, limitati nel numero soltanto per economia di spazio tipografico, anch’essa mezzo significativo della dittatura oggettiva della situazione controrivoluzionaria.
Da quando si è aperta l’era della rivoluzione comunista, le riforme, vero ed unico mezzo di esistenza di movimenti politici socialdemocratici, servono come strumento per tenere lontane le masse operaie dalla via della rivoluzione, sino al punto che lo stesso Stato borghese ha fatto propria una politica riformista, prima col regime fascista e poi con il suo naturale prolungamento meramente temporale, l’antifascismo. Una politica riformista esige l’abbandono della lotta diretta, ostacola la mobilitazione di classe, sposta le masse dalla lotta di classe alla collaborazione di classe, si pone il problema del potere non come lo scontro violento del proletariato contro lo Stato, ma come inserimento nello Stato sino a divenirne una forma di governo. Questa situazione è uguale in ogni paese del mondo.
Non a caso si è mobilitato il movimento sindacale operaio per subordinare le stesse ragioni d’esistenza del sindacato, che sono di difesa economica immediata della classe lavoratrice, alla politica di riforma sotto mille aspetti di riforma della casa, della scuola, ed infine dello Stato. Un Sindacato che opera in tal modo si svolge nel senso del suo inserimento nello Stato, per non difendere nemmeno le condizioni di lavoro e di vita degli operai, per cessare di essere un sindacato operaio e trasformarsi in un organo dello Stato.
Fatta questa constatazione, peraltro puntualmente esaminata e descritta ne Il corso storico del movimento di classe del proletariato del 1947 e nelle Scissioni sindacali in Italia del 1949, il partito non è pervenuto alla conclusione che il Sindacato è superato, non serve più, deve essere sostituito da altro organismo di tipo politico, ma ha solennemente ribadito sulla scorta della tradizione comunista da Marx a Lenin che «in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a carattere economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza dei lavoratori, ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese…» (Partito rivoluzionario e azione economica – aprile 1951). Ciò corrisponde alla «piramide» di classe descritta nelle tesi del II congresso dell’Internazionale Comunista del 1920, e cioè «Partito, sindacati, classe», in ordine d’importanza, che si precisa alla vigilia della presa del potere in «Partito, Soviet, Sindacati, classe»; traduce il concetto di Marx essere i sindacati «una scuola di guerra» e una «leva della rivoluzione» e quella di Lenin, essere i sindacati «la cinghia di trasmissione del partito».
Il partito deve lavorare nei sindacati, anche «reazionari», «tricolori», di «destra», ricordando che sono pur sempre sindacati operai, di soli salariati, a direzione reazionaria, tricolore, di destra. È la lezione di Lenin nell’Estremismo, e la lezione della Sinistra ribadita nelle Tesi sul compito storico ecc. del 1965:
«È antica tesi del marxismo di sinistra che si deve accettare di lavorare nei sindacati di destra ove gli operai sono presenti, ed il partito aborre dalle posizioni individualistiche di chi mostri di sdegnare di mettere piede in quegli ambienti giungendo perfino a teorizzare la rottura dei pochi e flebili scioperi a cui i sindacati odierni si spingono.»
Per «lavorare nei sindacati» il partito deve partecipare alle lotte economiche degli operai, alle agitazioni e agli scioperi per scarsi e «flebili» che siano. Questa partecipazione consiste non solo nella fisica presenza dei militanti di partito tra gli operai in lotta, ma anche, unitamente all’esaltazione della lotta stessa, nella critica spietata verso la politica sindacale delle centrali, mostrandone la subordinazione alla conservazione del regime presente, proponendo il ritorno all’uso dei mezzi della lotta diretta e rivendicazioni economiche comuni a tutta la classe lavoratrice.
DETERMINISMO ECONOMICO
Le Tesi sulla tattica formulate dalla Sinistra nel Congresso del PCd’I del 1922, mettono in evidenza, come viene svolto in altra pagina di questo numero del giornale, la base realistica e materialistica sia della esistenza stessa del partito e della sua azione. I bisogni economici che suscita la pressione dell’economia capitalistica sul lavoro salariato, inducono, obbligano gli operai ad organizzare un’adeguata difesa, li spingono in dati svolti storici, in cui appare insostenibile per il proletariato l’esistenza del regime capitalistico, ad abbracciare le posizioni e l’indirizzo del partito. L’organizzazione sindacale, l’associazione economica degli operai è dunque il prodotto di queste necessità, anzi «Il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma la unione sempre più estesa degli operai» – scrive Marx nel Manifesto – «Essa è agevolata dai crescenti mezzi di comunicazione che sono creati dalla grande industria e che collegano tra loro operai di località diverse. Basta questo semplice collegamento per concentrare le molte lotte locali, aventi dappertutto eguale carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica.»
Finché esisterà capitalismo e quindi salariati, vi saranno lotte e l’«unione» degli operai per cui gli operai entreranno in lotta contro i padroni e le loro organizzazioni, da cui la lotta politica.
In Salario, prezzo e profitto, Marx, poi, ammonisce la classe a non esagerare a se stessa i successi di queste lotte perché essa «lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica dei palliativi, ma non cura la malattia». E quindi Marx traccia l’indirizzo programmatico: «Perciò essa non deve lasciarsi esclusivamente assorbire da questa inevitabile guerriglia che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale e dai mutamenti di mercato». E quando ciò si verifica si ha il fenomeno deviazionista del sindacalismo, dell’operaismo, che restano bloccati e vincolati agli effetti. Marx, quindi conclude: «Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice “un equo salario per una equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “soppressione del sistema del lavoro salariato”, cioè soppressione del sistema capitalistico».
Non negazione delle lotte contro gli «effetti», ma, lottando contro gli «effetti» del sistema borghese, «comprendere» che bisogna attaccare le cause, l’esistenza stessa del regime presente. Le lotte economiche, la lotta di classe è degli operai, l’organizzazione è degli operai, la comprensione del valore limitato di queste lotte e il loro superamento è del partito.
Negli Statuti generali dell’Internazionale, del 1872, questo concetto viene sancito: «Nella sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti, il proletariato può agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi dominanti. Questa organizzazione del proletariato in partito politico è necessaria allo scopo di assicurare la vittoria della rivoluzione socialista e il raggiungimento del suo fine ultimo; la soppressione delle classi. L’unione delle forze della classe operaia, che essa ha già raggiunta grazie alle lotte economiche, deve anche servirle di leva nella lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori… la conquista del potere politico è diventata il grande dovere del proletariato».
Marx, sempre nel 1871 in una lettera a Bolte, ribadisce da par suo il nesso stretto tra base economica-materiale e azione politica:
«Dai singoli movimenti economici degli operai, sorge e si sviluppa dovunque il movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi in forma generale, in una forma che abbia forza coercitiva socialmente generale. Se è vero che questi movimenti presuppongono una certa organizzazione preventiva, essi sono da parte loro altrettanti mezzi per lo sviluppo di questa organizzazione.»
Lenin, nelle pagine altrettanto lucide e taglienti del Che fare?, lottando contro lo spontaneismo, il sindacalismo, ma non negando spontaneità e sindacato, conclude: «il nostro compito consiste nell’attirare il movimento operaio sotto l’ala della socialdemocrazia rivoluzionaria». E precisa:
«Le organizzazioni operaie per la lotta economica devono essere organizzazioni trade-unioniste. Ogni operaio socialdemocratico deve, per quanto gli è possibile, sostenerle e lavorarvi attivamente. È vero. Ma non è nel nostro interesse esigere che solo i socialdemocratici possano appartenere alle associazioni “corporative” (sindacali – Ndr), perché ciò restringerebbe la nostra influenza sulla massa. Lasciamo partecipare all’associazione corporativa qualunque operaio il quale comprenda la necessità di unirsi per lottare contro i padroni e contro il governo. Le associazioni corporative non raggiungerebbero il loro scopo se non raggrupprassero tutti coloro che comprendono almeno tale necessità elementare, se non fossero molto “larghe”. E tanto più larghe saranno, tanto più la nostra influenza su di esse si estenderà non solo grazie allo sviluppo “spontaneo” della lotta economica, ma anche grazie all’azione cosciente e diretta degli aderenti socialisti sui loro compagni»
Gli stessi concetti Lenin li ribadiràr nell’Estremismo contro gli operaisti tedeschi (K.A.P.D.) e verso tutti coloro che non vorrebbero lavorare nei sindacati «reazionari». Lenin spinge la sua argomentazione sino a stabilire che l’organizzazione sindacale è
«un apparato formalmente non comunista, flessibile e relativamente ampio, molto potente, proletario, mediante il quale il partito è strettamente collegato alla “classe” e alle “masse” e attraverso il quale, sotto la direzione del partito, si realizza la “dittatura della classe”.»
Il partito, quindi, lavora nei sindacati, li penetra, tende alla loro direzione prima durante e dopo la rivoluzione. L’Internazionale Comunista lo pone come una condizione di ammissione. Il nono dei famosi «21 punti di Mosca» suona esattamente così:
«Ogni partito deve sistematicamente e tenacemente svolgere una attività comunista entro i sindacati, consigli… e organizzare cellule comuniste che guadagnino i sindacati alla causa del comunismo.»
I SINDACATI SONO INSOSTITUIBILI
Le associazioni economiche degli operai cesseranno di esistere quando il comunismo avrà trionfato nel mondo, perché, come abbiamo visto, costituiscono l’organizzazione, «la vera organizzazione di classe del proletariato, in cui esso combatte le sue lotte quotidiane contro il capitale, in cui si addestra», come scrive Engels a Bebel nel 1875. Sono talmente insostituibili che i sindacati rappresentano il naturale terreno di scontro tra il partito comunista rivoluzionario e gli altri partiti, perché sono il campo di arruolamento dell’armata di classe sotto la direzione del partito.
I testi sin qui compulsati nell’arco di oltre un secolo, che cristallizzano l’esperienza storica della classe nelle varie fasi di trapasso dell’organizzazione sindacale, non rivelano altri organismi capaci di inquadrare il proletariato nella sua azione elementare e basilare di difesa economica. Forse i Soviet? Nemmeno i Soviet possono sostituire la funzione dei sindacati, perché i Soviet, od organi equivalenti, sono organi politici per la conquista del potere, sorgono nella fase cruciale dell’azione rivoluzionaria che, come abbiamo visto, non può prescindere dall’azione elementare nel campo economico, e cioè il sorgere dei Soviet ha come premessa l’esistenza, l’efficienza dei Sindacati, o in altri termini della classe operaia organizzata sul terreno economico. Ciò è stato vero nella Russia assolutista, nella Germania industriale, nell’Italia «civile», sarà vero domani in qualsiasi punto della terra in cui il proletariato si disporrà sul fronte della rivoluzione se il marxismo non è acqua sporca.
Forse i Consigli di fabbrica? Nemmeno, per la loro limitatezza alla sola azienda al massimo possono funzionare come base aziendale del Sindacato economico. Le vecchie Camere del Lavoro, per esempio, costituivano una rete formidabile perché riunivano in una centrale locale unitaria operai di diverse professioni e di diverse aziende, per cui era possibile, soprattutto con l’adeguata penetrazione del partito di classe, avere una visione d’insieme dell’azione di classe locale. A più forte ragione questa caratteristica positiva risiede nella Centrale sindacale nazionale, e domani internazionale.
Il ricostituirsi di una rete siffatta a direzione classista è facilmente intuibile quanto possa essere decisiva alla mobilitazione rivoluzionaria. Irrinunciabile deve essere, quindi, il lavoro di partito in questo senso, nei limiti delle condizioni materiali.
UN CERTO CARATTERE REAZIONARIO
È Lenin che nell’Estremismo martella le posizioni infantili dei «sinistri» tedeschi e giunge persino a dire che «un certo carattere reazionario dei sindacati… è inevitabile durante la dittatura del proletariato». Figuriamoci se non è possibile questo «carattere reazionario» nei sindacati non controllati dai comunisti.
«Nei paesi più avanzati della Russia – sostiene Lenin – un certo reazionarismo dei sindacati si è manifestato, e doveva senza dubbio manifestarsi, molto più fortemente che da noi… In Occidente, i menscevichi di colà si sono “annidati” molto più solidamente nei sindacati; là si è formato uno strato, molto più forte che da noi, di “aristocrazia operaia”, corporativistica, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo borghese, di mentalità imperialista, asservita e corrotta dall’imperialismo». «Ciò è incontestabile», commenta Lenin. Ciò è incontestabile, signori «rivoluzionari» del «setaccio»….. sfondato. «La lotta… nell’Europa occidentale è incomparabilmente più difficile della lotta contro i nostri menscevichi». «Questa lotta deve essere condotta senza pietà… fino a disonorare completamente e a scacciare dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del socialsciovinismo…»
«Ciò è incontestabile»! Ed è «incontestabile» che si deve condurre questa «lotta contro l'”aristocrazia operaia”, rappresentata dalla politica “gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo borghese, di mentalità imperialista, asservita e corrotta dall’imperialismo”», «in nome della massa operaia e per attrarre questa massa dalla nostra parte»; «…contro i capi opportunisti e socialsciovinisti per attrarre dalla nostra parte la classe operaia.»
«Sarebbe stolto» «dimenticare questa verità elementarissima ed evidentissima». «Sarebbe stolto» trarre «la conclusione» che «dal carattere reazionario e controrivoluzionario delle alte sfere dei sindacati», «bisogna uscire dai sindacati». «Sarebbe stolto», «non lavorare in seno ai sindacati reazionari», «abbandonare le masse operaie arretrate e non abbastanza sviluppate all’influenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia…».
Ce n’è abbastanza per ribadire che i comunisti non arretrano dal lavoro e dalla battaglia nei sindacati per il fatto che sono diretti da reazionari, da controrivoluzionari, da propugnatori di una politica «tricolore», «sciovinista». Ma gli «stolti» abbondano, e in nome della «politica rivoluzionaria», vorrebbero che il marxismo rivoluzionario si convertisse al riconoscimento di una patente addirittura comunista ai «pratici», a coloro che «fanno la rivoluzione», nei «referendum», nelle molteplici «gestioni sociali» degli organi statali (la scuola, «sinistri» pendolari, è un organo dello Stato politico della borghesia non una organizzazione «neutra» né tanto più proletaria; non si conquista, si abbatte!), nei pateracchi nel movimento «rivoluzionario generico».
Magnifici slanci di combattività operaia
Riportiamo alcuni episodi di lotte di classe, indicativi di un modo e di una predisposizione che gli operai dei paesi «progrediti» e «democratici» sembrano aver dimenticato.
Il primo è quello della Spagna. Fin dai primi di dicembre 50 mila operai di numerose città spagnole erano scesi in lotta contro le sospensioni e i licenziamenti dei compagni più combattivi e per un aumento dei salari. La repressione è stata energica: attacchi della polizia ai cortei operai, decine e decine di arresti.
La scintilla non si è però spenta qui. Il 9 dicembre 30 mila operai della Seat di Barcellona, da tempo in lotta per il rinnovo del contratto e per il diritto di scegliere genuini rappresentanti sindacali, subiscono la serrata della fabbrica. Ne segue una manifestazione per le strade di Barcellona che viene duramente attaccata dalle forze di polizia, vi sono feriti da entrambe le parti e l’agitazione prosegue. Lo stesso giorno a Pamplona la Guardia Civile fa uso delle armi per disperdere un corteo di operai delle miniere di fosfati, sospesi senza salario fino al 2 marzo per aver scioperato richiedendo aumenti salariali; due giorni dopo tutta la zona industriale della Navarra entra in sciopero: circa 12.500 sono gli operai che incrociano le braccia per solidarietà con i minatori.
È significativo che proprio là dove gli operai non possono godere delle «delizie» della democrazia, finalmente si riprendano ad utilizzare con decisione gli strumenti propri della lotta di classe come lo sciopero a oltranza e senza preavviso, mentre là dove vige la democrazia, questi vengono considerati arnesi vecchi e da buttar via. Ciò riconferma quello che abbiamo sempre sostenuto, cioè che è molto più nefasta per la classe operaia la mistificazione democratica, che il manifestarsi aperto e diretto della dittatura dello stato capitalista.
Altro episodio di lotta da ricordare è quello degli operai del centro industriale di Heluan in Egitto. Confluiti in massa, il 1° gennaio al Cairo, a manifestare contro il carovita, essi hanno presto raccolto i consensi degli operai locali che si sono accodati al corteo che si è svolto in un clima di grande tensione. Sono poi seguiti 60 arresti e dichiarazioni allarmate e minacciose da parte delle autorità. Certo è che, come anche Israele, l’Egitto ha che fare con una situazione interna tutt’altro che serena.
Infine rammentiamo i fatti del Sud Africa, dove nella più grande miniera del mondo, quella di Vaal Reefs, in seguito a uno sciopero la polizia ha sparato sugli operai uccidendone 8 e ferendone circa una trentina, nonostante tutto lo sciopero è proseguito.