Al regime che licenzia e affama gli operai, protetto da sindacati e partiti traditori, opporre la generalizzazione delle lotte per salario e lavoro contro padroni e stato
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
La crisi economica del capitalismo, già in atto, miete le proprie vittime: i lavoratori edili, di alcune aziende metalmeccaniche, ed ora della «grande» FIAT, Lancia ed altre imprese minori. Domani investirà la grande parte dei lavoratori anche quelli delle altre nazioni.
Il nostro partito lo aveva già preannunciato da anni, cercando di mettervi in guardia dall’inganno, alimentato da partiti traditori e sindacati tricolori, che la democrazia avesse instaurato un regime di latte e miele, in cui, con qualche trattativa col padronato e con lo Stato, con qualche periodica astensione dal lavoro, fosse possibile ottenere per l’eternità ogni «diritto», un salario «giusto», un posto di lavoro. Vi dicemmo in mille modi che il capitalismo dà con una mano dopo avervi derubato con due, che ogni cosiddetta «conquista» è effimera e transitoria, che sarebbe arrivato il giorno in cui il regime borghese vi avrebbe privato di tutto quello che pensavate di aver ottenuto per sempre.
Questo giorno è già spuntato.
Prezzi in continua ascesa sviliscono progressivamente il vostro salario; gli scambi commerciali tra gli Stati diventano sempre più difficili e la produzione diminuisce ovunque, con conseguente riduzione dell’occupazione operaia.
Riduzione del salario e disoccupazione: ecco la conclusione cui perviene il capitalismo per proteggere i suoi interessi. Su di voi si fa gravare il dissesto dell’economia mondiale.
Questa conclusione va respinta, da chiunque vi venga proposta, con qualsiasi pretesto vi sia consigliata.
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
IL SALARIO NON SI TOCCA!
Se il capitalismo non ha altre soluzioni – e non le ha – ragione di più perché si abbandoni per sempre ogni illusione di «riformarlo», di renderlo meno aggressivo, di sottometterlo ad un fantastico potere di «nuova democrazia», di contenerlo in un «nuovo modello di sviluppo».
Il capitalismo conosce un solo «modello di sviluppo»: realizzare profitto, cioè lavoro non pagato, e quando non è in grado di ottenerlo, chiude le fabbriche, mette alla fame i lavoratori. Miliardi di uomini sono privi del minimo necessario, e il capitalismo rallenta e poi cessa la produzione, facendo precipitare nella miseria e nella fame gli stessi milioni di operai che avrebbero realizzato la cosiddetta «economia del benessere». Beffarda contraddizione di un sistema economico che periodicamente è costretto a distruggere ricchezza e crea miseria.
IL CAPITALISMO HA FATTO IL SUO TEMPO!
Esso non ha alternativa: Non può mantenere i suoi schiavi e perciò suscita esso stesso le condizioni per cui i lavoratori passeranno sul suo cadavere.
SALARIO INTEGRALE E RIVALUTATO PER TUTTI, OCCUPATI E DISOCCUPATI!
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Non si tratta ormai di mettere qualche toppa, di arrangiare le cose con un ennesimo concordato tra sindacati-padroni-Stato. Sono questi dei palliativi, che servono solo a rinviare il crollo, e, peggio, alimentano l’illusione che il crollo potrà essere evitato se voi starete fermi, cogliendovi impreparati nel momento supremo, e dando allo Stato-padrone tempo e opportunità di predisporre nuove e più agguerrite difese. Dietro questa cortina fumogena, infatti, la borghesia arruola le sue guardie bianche, rafforza la sua politica fascista, per una soluzione di forza, i cui recenti attentati e eccidi sono premonitorie esercitazioni tendenti a terrorizzare la classe operaia.
A questo risultato disastroso ha condotto la politica dei falsi partiti operai e dei sindacati ufficiali, perché da sempre legata agli interessi dello Stato capitalista, fondata sul disarmo politico, e fisico dei lavoratori. A maggior ragione questo risultato si realizzerebbe se le cosiddette «sinistre» dovessero entrare nel Governo, che avrebbe l’unica funzione di scoraggiare o reprimere qualsiasi tentativo di spontanea azione difensiva dei lavoratori, come dal 1945 al 1948 i governi a partecipazione comunsocialista svolsero l’infame compito di farvi pagare la ricostruzione economica e la ripresa produttiva, con l’illusione che la repubblica «fondata sul lavoro» avrebbe felicemente instaurato l’eterna pace tra le classi. Un governo di chiara natura padronale non potrebbe ottenere questo scopo essenziale. Solo un governo di partiti, che si spaccino come vostri rappresentanti, potrebbe chiedervi nuovi e più pesanti sacrifici.
In tal modo i sindacalisti ufficiali rifiutano una generale mobilitazione delle masse lavoratrici in difesa del salario e del posto di lavoro, rifiutano di sviluppare ed estendere incisive azioni spontanee come quelle di non pagare gli aumenti di prezzo dei trasporti e dell’energia elettrica da parte dei lavoratori; impediscono l’armamento organizzato del proletariato persino a difesa delle sedi sindacali, degli scioperi e della vita dei lavoratori. Di concerto con P.C.I. e soci, temono che la presente società precipiti nel caos, dimenticano che questa società vive nell’anarchia produttiva e nel dissesto sociale in permanenza, da cui si esce solo con la vittoria completa del proletariato rivoluzionario.
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Non crediate che queste siano questioni che interessano solo una parte di lavoratori. Non difendere oggi, con ogni mezzo, il salario e il lavoro dei compagni colpiti per primi, equivale a non difendere il proprio salario e il proprio lavoro di domani. Non prepararsi sin da ora a ribattere colpo su colpo la pretesa dello Stato di disporre della vostra vita secondo i suoi infami interessi, significherebbe abdicare alla vostra emancipazione sociale.
Respingete gli astuti richiami alla calma, al compromesso, all’accordo ruffiano. La solidarietà dei lavoratori non può esprimersi che con una risposta totalitaria delle masse lavoratrici:
ESTENSIONE ED UNIFICAZIONE DELLE LOTTE DI TUTTI I LAVORATORI SINO ALLO SCIOPERO GENERALE
PER L’AUMENTO GENERALE DEI SALARI
PER IL PIENO SALARIO AI DISOCCUPATI E AI PENSIONATI
CONTRO IL PADRONATO E LO STATO CAPITALISTICO
SUPERANDO DI SLANCIO TUTTE LE DIRETTIVE SINDACALI E POLITICHE CHE TENDONO AD ADDOMESTICARE IL VOSTRO SACROSANTO DIRITTO AL PANE E AL LAVORO!
IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (Il Partito Comunista)
I veri sabotatori della ripresa di classe
La ripresa delle lotte operaie non è certo stata decisa dalle centrali sindacali. Da oltre un anno le condizioni economiche dei salariati si stanno aggravando a causa della crescente svalutazione dei salari, determinata dal galoppante aumento dei prezzi, e dal prelievo fiscale sui salari stessi. Lo spettro di una disoccupazione di massa si profila. È un fenomeno internazionale che colpisce più o meno acutamente, per ora, tutti i paesi. Era inevitabile, quindi, che i lavoratori, sebbene allenati alla sopportazione da un cinquantennio di signoria riformista e pacifista, si scuotessero, premendo sui loro dirigenti, manifestando una progressiva intolleranza verso sindacati e partiti, solerti soltanto nel ricucire la logora e stretta veste della collaborazione tra le forze sociali, vale a dire preoccupati di non infrangere la dipendenza politica del movimento operaio dallo Stato capitalista.
Lo sciopero del 17 ottobre, come ogni manifestazione operaia, va inquadrato in questa politica di dosaggio opportunista delle spinte operaie dal basso. I sindacati tendono ad utilizzare, come nel passato, le lotte operaie come valvole di sfogo della pressione delle masse.
La classe non può sollevarsi dalla soggezione, in cui è tenuta da partiti traditori e sindacati tricolori in combutta con lo Stato, con espedienti. L’opportunismo non può essere svergognato e battuto con manovre da corridoio, con tentativi di blocchi o fronti tra gruppi marginali, sconclusionati e senza seguito tra gli operai. La classe operaia può imboccare la strada della sua liberazione dal soffocamento dei partiti traditori, soltanto spezzando in furibonde lotte economiche i limiti legalitari in cui è costretta a difendere salario e lavoro. Non esistono altre strade, come la storia dimostra e conferma.
Questo è il «sindacato di classe», a scorno dei «pratici»: modi e obiettivi di lotta, per incanalare le battaglie quotidiane per interessi economici immediati verso la superiore lotta per il comunismo. Significa incoraggiamento, estensione e unificazione di ogni lotta che spezzi la infame consegna del «confronto civile» tra operai, padroni, Stato, come hanno tentato i Consigli di fabbrica di alcuni stabilimenti lombardi e piemontesi, quando hanno disposto che gli operai non dovessero pagare gli aumenti di prezzo dei trasporti e dell’energia elettrica; come si sono sforzati di fare i ferrovieri romani organizzati nei C.U.B.
Chi ha represso questi tentativi? Le centrali sindacali. Nel primo caso trasferendo la questione degli aumenti dei prezzi dal terreno della lotta e della mobilitazione operaia a quello dell’ennesima ruffianata con gli enti regionali, provinciali e comunali, organi dello Stato; nel secondo caso, sconfessando lo sciopero dei ferrovieri, organizzando il crumiraggio.
Sindacato di classe è lotta senza quartiere, fuori dagli schemi legalitari, contro chiunque si opponga alla difesa reale delle condizioni economiche della classe operaia.
IL BLOCCO LEGALITARIO
Ma quegli operai, lombardi, piemontesi e romani, non pensavano lontanamente al rispetto della legalità, o più precisamente se esistesse una legalità all’infuori della difesa istintiva dei propri interessi economici. Sono state le centrali sindacali e politiche ad ammonirli che i loro interessi sono difendibili solo nel quadro della legalità costituita, che è quella borghese, chiarendo, per converso, che non tuteleranno gli interessi economici degli operai che dovessero implicare l’uso di mezzi non legali.
Non è forse questa una esplicita dichiarazione di rifiuto a difendere gli operai, sotto il pretesto della legalità democratica e repubblicana? Non è già questa un’affermazione esplicita che i sindacati si opporranno a che gli operai brandiscano armi nei picchetti e nelle lotte a salvaguardia della loro vita e del movimento di lotta? Non vuol forse dire questo che i sindacati si ritengono parte integrante del regime, osservanti scrupolosi della legalità, e considerano gli operai fuori della legalità e per questo si schiereranno dalla parte della legge, cioè dello Stato, cioè della repressione antiproletaria?
Di contro ciò implica il sostegno dello Stato e di tutto il fronte controrivoluzionario ai sindacati nel caso in cui venissero superati dalla marea montante delle lotte operaie.
È per queste ragioni, quindi, che i bonzi reprimono ogni lotta che sfugga al loro controllo, che sconfini dallo schema democratico, che scacciano dalla organizzazione qualsiasi operaio che si opponga alle loro direttive legalitarie, che inciti la massa alla lotta diretta.
Le centrali sindacali, inoltre, hanno dovuto chiedere l’intervento dei partiti costituzionali, cioè borghesi e opportunisti, in appoggio alla loro azione per strappare di mano ai C.d.f. la direzione della lotta e metterla sotto tutela degli organi costituzionali per farla abortire. Così hanno dovuto chiedere l’appoggio dell’azienda ferroviaria statale per reprimere e scoraggiare i ferrovieri in sciopero non «autorizzato» da loro signori.
Dov’è, allora, questa millantata contrapposizione tra «sinistra» e «destra», tra «progressisti» e «conservatori», tra sindacati e monopoli? Quando si tratta di minacciare, anche senza intenzione e localmente, l’ordine costituito, «sinistra» e «destra» si uniscono in un’unica presa soffocatrice, tutte le forze democratiche si schierano sullo stesso fronte, dal P.C.I. ai liberali, dalle centrali sindacali alla Confindustria, dagli «antifascisti» ai fascisti.
Allora, la commedia delle trattative sindacali, la voce grossa dei bonzi verso i padroni, la tracotanza puramente verbale dei falsi partiti operai verso il Governo e i suoi partiti, non ha altro senso che quello di confondere e stordire i lavoratori.
Ciò vuol dire che l’estendersi, il moltiplicarsi, il potenziarsi di queste lotte, nel mentre cozza contro il fronte costituzionale, costringe le dirigenze sindacali e i partiti opportunisti a spostarsi sempre più a fianco e a protezione dello Stato, a gettare la maschera di «luogotenenti della borghesia nelle file operaie».
Si è ormai consolidato contro la classe operaia il blocco costituzionale-controrivoluzionario dei partiti opportunisti, centrali sindacali tricolori, Stato, partiti borghesi.
LA LOTTA DI CLASSE È ANTILEGALITARIA
Il blocco costituzionale-controrivoluzionario, sentinella democratica della dittatura del capitale sul lavoro, ha definitivamente messo in luce il tema tattico generale della rivoluzione comunista: per spezzare l’influenza traditrice dei falsi partiti opportunisti e del sindacalismo tricolore sulle masse, senza cui è impensabile la ripresa del moto di classe, il proletariato deve scontrarsi con lo Stato.
Ogni lotta, quindi, che esca dai limiti del sindacalismo ufficiale e dell’opportunismo dei falsi partiti operai, non può che infrangere la legalità, la legge, la tutela dello Stato, e della democrazia che ne è la forma.
Non è un caso che si assista da ogni parte al moltiplicarsi di «proposte» di estensione della democrazia, quale il voto ai diciottenni, una serie di referendum sulle questioni più impensabili. Esse servono ad invischiare sempre più il proletariato in pratiche legalitarie, a distoglierlo dalla crisi, a non uscire dall’ambito del controllo statale. Ciò non significa che tutti i mezzi legali siano controproducenti e che si debba invitare il proletariato a respingerli. Significa, invece, che, se alcuni di questi mezzi sono da scartarsi in anticipo, altri, come per esempio lo sciopero economico, addirittura riconosciuto nella legge delle leggi, la Costituzione della Repubblica democratica, devono e possono essere usati in senso anticapitalista, anche se in questo caso lo Stato democratico si affretterà a sospendere le garanzie costituzionali, ritenendo decaduto il «diritto» di sciopero, per evidenti ragioni di «sicurezza nazionale».
Poiché siamo arrivati al punto che lo Stato capitalista ha fatto proprio, per regolamentarlo, cioè spezzarne l’efficacia classista, il tipico strumento della lotta elementare degli operai, solo degli operai, lo sciopero, e in cambio ha «donato» al proletariato la sua «arma» spuntata, che da un pezzo ha ripudiato e gettato nei ferrivecchi, la democrazia, con tutte le sue pratiche di consultazione maggioritaria, voto, ecc. Quando il proletariato viene chiamato alle urne, in regime borghese, è perché lo si vuol asservire al regime. Il vero Partito Comunista lo deve sempre gridare forte, anche quando la posta in gioco sembra assumere le forme di una o più o meno evanescente «conquista», indicando agli operai che mai consultazione democratica gioverà ai fini della loro preparazione rivoluzionaria, se non è sostenuta da una mobilitazione generale di classe tendente a superare i limiti stessi della consultazione, ammesso che possa darsi questa possibilità. Il contrario, se ieri era cretinismo parlamentare e democratico, oggi è tradimento.
In regime borghese il Partito non riconosce nessuna legalità, non si vincola a nessuna pratica legalitaria, nemmeno all’interno dei sindacati. Infatti, il Partito è l’unico che abbia chiamato gli operai ad infrangere la disciplina sindacale, invitandoli a rifiutare la famigerata «delega», mezzo con cui i sindacati si sono legati ancor più strettamente al regime esistente.
Di conseguenza il Partito addita come esempi caratteristici e peculiari per una ripresa di classe gli episodi di Roma e Milano, l’estendersi e l’organizzarsi dei quali altro non è che lo svilupparsi del sindacato rosso, proletario, di classe.
Per questo vero sindacato operaio, autonomo dallo Stato, libero dalle influenze di partiti traditori, non può esservi che una direzione, quella del Partito Comunista rivoluzionario.
Soltanto con questi strumenti, Sindacato di Classe e Partito di classe, potrà esserci difesa del salario e del posto di lavoro.
Contratto sociale e compromesso storico per allontanare la ripresa di classe
Noi preferiamo, derivando dal loro contenuto, dare un’unica formula: tradimento storico-sociale, dei due slogans pubblicitari del «Contratto sociale» tra il Labour Party inglese e il T.U.C. (sindacati inglesi) e il «Compromesso storico» tra il P.C. Italiano e «tutte le forze popolari». Siccome i due ennesimi pateracchi hanno di mira un solo obbiettivo, e cioè di salvataggio degli «interessi nazionali», che stanno andando in malora, la classe operaia viene considerata soltanto come oggetto. A scanso di equivoci, non si tratta di contrattare migliori condizioni economiche e sociali per il proletariato, ma soltanto la sua permanenza in stato di soggezione al capitalismo, in una fase di crisi dell’economia mondiale, in cui le masse dei diseredati potrebbero ritrovare nelle lotte di sopravvivenza il legame col partito rivoluzionario comunista. La posta in gioco è la sopravvivenza o la fine del regime del profitto.
Il proletariato italiano, urbano e rurale, è praticamente monopolizzato dalla politica del P.C.I., P.S.I. e della «sinistra» della D.C., i quali, in unione con P.S.D.I. e P.R.I., influenzano la gran parte del ceto contadino, della piccola borghesia delle città e delle campagne. A questi partiti fanno capo, grosso modo, le tre centrali sindacali della C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L.
In Inghilterra il quadro è assai semplificato. Due partiti principalmente rappresentano gli interessi fondamentali delle classi: il Labour Party e il Partito conservatore. Il primo trae la sua consistenza dai lavoratori. Tutti si contendono le adesioni delle mezze classi.
Il L.P. non ha alcuna tradizione marxista, proletaria. È sempre stato un «partito di governo», cioè abilitato alla pari con gli altri partiti a condividere la direzione dello Stato. Il P.C.I., al contrario, nella pretesa di derivare da Livorno 1921 e di solidarizzare con l’Ottobre e con la Russia, deve faticare non poco per buttare all’ortiche quel manto rosso che alla borghesia ha fatto sinora tanto comodo sia per impedire agli operai di prendere la giusta direzione rivoluzionaria, sia per relegarli ai margini della concorrenza governativa. Come lo attesta la partecipazione del P.C.I. ai governi nazionali del secondo dopoguerra, la borghesia non teme che questo partito possa trasformarsi, una volta al governo, in partito rivoluzionario, di mangia-capitalisti, ma che non sia in grado, una volta al «potere», di tenere a freno le masse lavoratrici.
La storia italiana dimostra che nei momenti di crisi, i partiti opportunisti hanno reso maggiori servigi all’opposizione costituzionale, piuttosto che al governo. Dal 1918 al 1921 il P.S.I., in Parlamento più forte dell’attuale P.C.I., fornisce un esempio di come si possa consegnare il proletariato legato mani e piedi alla reazione fascista, malgrado che esistesse ed operasse egregiamente un sano e compatto partito comunista rivoluzionario. È chiaro che il capitalismo italiano (meglio sarebbe dire: il capitalismo in Italia) oscilla tra la soluzione socialdemocratica per il controllo sugli operai e quella fascista. Se i partiti «popolari» dovessero accogliere il «compromesso storico», significherebbe che non avrebbero ancora ritenuto giunto il momento per far passare il manganello dalle molteplici mani democratiche all’unica mano fascista. Ma non è qui il caso di esaminare la strategia della controrivoluzione. Per il momento ci riproponiamo soltanto di mettere in luce la semplice constatazione che i «patti» inglese e italiano sono della stessa natura, sebbene apparentemente vengano «stipulati» da diversi contraenti.
In Inghilterra la funzione di tenere a bada la classe operaia l’hanno svolta egregiamente le Trade Unions con o senza «contratto» ufficiale col Labour Party. In Italia, oggi, i sindacati unificati e le «sinistre popolari» (chiamiamoli così i partiti dell’area del «compromesso storico») hanno viaggiato in reciproco appoggio.
POLITICA BORGHESE
Il compromesso sembrerebbe un’eccezione, una condizione di necessità. In realtà è il leit motiv della politica borghese, la ricerca perenne di un punto di incontro tra i diversi interessi delle classi del regime capitalistico. Anche il partito comunista rivoluzionario usa il compromesso come mezzo tattico, ma non ne fa una «politica». Quando un partito che si richiama alla classe operaia fa del compromesso un metodo di azione, significa che si considera un partito borghese tra i partiti borghesi. Giustamente il L.P. parla di «contratto», cioè di stipulazione di accordi tra rappresentanti di interessi conciliabili, quali quelli non anarchici degli operai. In questo senso il L.P. si riconosce partito borghese, e non lo nasconde. Il P.C.I., invece, parlando di «compromesso» farebbe intendere di transigere dalle sue basi di classe, quando, al contrario, il P.C.I. è campato sinora su una politica di permanente compromesso, come si conviene ad un autentico partito borghese. E «l’autonomia sindacale» è invocata sinceramente da tutti, compresi i picisti, per avere una maggiore «libertà» di azione, una condizione in più per bloccare gli operai. Se non riuscissero i governanti picisti a contenere la collera operaia, potrebbero provarci i sindacati, «autonomi» dal P.C.I.
IL PROGRAMMA
Meglio ancora delle considerazioni politiche, valgano i programmi del L.P. e del P.C.I., obbiettivo dei rispettivi «contratti» e «compromessi».
Sebbene più volte rappresentanti delle Trade Unions abbiano partecipato a governi laburisti, nel «contratto» si enuncia la «cogestione dell’economia nazionale» tra TUC (centrale sindacale inglese delle Trade Unions) e L.P.; mentre nel «compromesso» si parla di «collaborazione tra tutte le forze popolari» in un «governo di svolta democratica». In Inghilterra le uniche «forze popolari» organizzate sono appunto il TUC e il L.P.: il «contratto» assicura quindi la «collaborazione». In Italia, come abbiamo brevemente accennato sopra, sono ripartite tra diversi partiti e frazioni di partiti e sindacato: la «collaborazione», quindi, garantisce il «contratto».
Nel campo economico e sociale, i due programmi, tenuto conto del diverso grado di sviluppo economico e sociale dei due paesi, si possono dire identici.
Il P.C.I. promette: controllo pubblico dei prezzi principali, piano degli investimenti secondo una scala di priorità, loro massima stimolazione, intervento nel Mezzogiorno, riforma del credito, lotta alle spese improduttive, controlli fiscali contro le evasioni, ecc.
Il L.P. propone nuove nazionalizzazioni, controllo sulle società multinazionali, maggiori tasse sui ricchi, riduzione dei prezzi di largo consumo, nuovi investimenti, rapido sviluppo tecnologico, ecc.
In ambedue si ritrova l’affermazione che «non si può chiedere sacrifici soltanto ai lavoratori», il che significa la disponibilità dei sindacati, laburisti e picisti, a «convincere» gli operai ad accettare riduzioni salariali di fatto, alla condizione che riprenda lo sviluppo produttivo, ecc. quando tutto il mondo sa, anche gli scemi, che in clima di crisi per sovrapproduzione relativa la produzione prima tende a stagnare e poi crolla. È certo che il capitalismo, in tali frangenti storici, ha più probabilità di ottenere «sacrifici soltanto dai lavoratori» se glieli chiedono i loro sindacati e partiti, piuttosto che i partiti conservatori, dei padroni. D’altronde, questa vecchia politica ha già superato, felicemente per il capitalismo, prove quasi secolari.
VERIFICA STORICA
Alcune date del passato per stabilire che ogni volta i partiti opportunisti hanno creato un blocco «popolare», è suonato a morto per la classe operaia, ha significato crudele sottomissione dei proletari allo Stato capitalista, ha segnato una recrudescenza della dominazione capitalistica sul mondo, l’opposto, cioè, di quello che si era dato ad intendere ai lavoratori.
Il L.P., dopo aver avversato a parole la prima guerra imperialistica, entra nel governo di «unione nazionale» con i «nemici» conservatori. I Sindacati si mobilitano per sostenere la guerra: niente scioperi ed agitazioni; tutto per la difesa della patria e dell’economia nazionale contro la «barbarie tedesca».
Nel 1923 il primo governo laburista, di brevissima durata, in una fase di ripresa delle lotte operaie. 1928, secondo governo laburista, dopo il terribile inganno del patto anglo-russo con cui viene spezzato il formidabile sciopero dei minatori del 1926, in combutta con le Trade Unions, e il conseguente Trade Disputes Act, la legge antisciopero varata nel 1927.
Maggio 1940: governo di coalizione laburisti-conservatori. È la seconda guerra mondiale. Le Trade Unions bloccano col governo nazionale di guerra.
Quattro date, quattro tappe di miseria e di fame per la classe operaia, di tradimento di partiti e sindacati sedicenti operai, in virtù di un permanente «contratto» tra sindacati, padroni e opportunisti.
Sul fronte italiano. PSI e CGL non aderiscono alla guerra del 1914, nemmeno la avversano, timorosi dell’intransigenza di una solida sinistra socialista. Ma si rifanno nel ’19, deviando la poderosa spinta operaia dalla mobilitazione rivoluzionaria all’ubriachezza elettorale. In Italia tra PSI e CGL vige un patto di collaborazione costituzionale, addirittura. Il Patto, dopo la famigerata «pacificazione» tra fascisti e socialisti, permette la vittoria fascista e logicamente continua la sua ignobile esistenza nelle corporazioni, patto di collaborazione per eccellenza tra il partito unico fascista, lo Stato, i sindacati e i capitalisti. Bisogna arrivare alla fine della seconda guerra capitalistica per veder coronate da successo le non represse aspirazioni del «socialismo italiano». Tutti nella barca governativa. La CGIL a puntello della baracca per proseguire la guerra sul fronte «alleato» e per dar corso al contenimento delle immancabili lotte operaie per il pane e il lavoro, e ricostruire, senza violente scosse, la macchina stritolatrice della produzione capitalistica e quella repressiva del suo Stato totalitario.
La breve storia potrebbe estendersi, senza variazioni sostanziali, ad altri paesi, tra cui Germania, Francia, per non parlare di Russia. Il risultato sarebbe lo stesso: quando si propone un blocco, un patto, un compromesso tra partiti, sindacati, governo, Stato, più gravi lutti per le sorti della classe operaia si devono attendere.
È da questa sanguinosa e dolorosa esperienza storica della classe che la Sinistra Comunista ha tratto la lezione della sua intransigenza anche nel campo tattico, respingendo blocchi e fronti tra partiti e ali di partiti, esigendo la subordinazione dei sindacati alla direttiva comunista (cinghia di trasmissione): e non il frutto di un idiota dottrinarismo o di un fariseo moralismo.
PREPARARSI ALLO SCONTRO
Come si vede tutto questo non è nuovo. Non è una «svolta».
Vent’anni fa lo Scià di Persia dichiarò che nel suo paese se non ci fosse stato un partito socialista si sarebbe dovuto inventarlo. È una considerazione materialista. Lenin sosteneva che la verità era più facile sentirsela dire dai nemici che dagli opportunisti.
Nei paesi capitalistici il «programma» delle «sinistre» è una frode e si contrappone solo formalmente a quello delle «destre», per meglio ingannare le masse proletarie. Era questo il pensiero della Sinistra Comunista nel 1921. Lo è a più forte ragione oggi.
I patteggiamenti sono il pane quotidiano dei partiti «popolari», riformisti, opportunisti, da sempre e non una scoperta odierna. Sono il mezzo con cui si sono legate allo Stato le sorti della classe operaia. Questi piani di collaborazione tra le classi sono una volgare scimmiottatura di quelli fascisti di collaborazione tra «capitale e lavoro», peraltro contenuto della democrazia liberale.
Quando la classe operaia spezzerà questa solidarietà sottraendosi alla tutela di «contratti sociali» e di «compromessi storici», oppure sarà la borghesia stessa a spezzarla, ritenendola inadeguata e insufficiente per la conservazione del suo regime, allora, gettata la maschera dell’uguaglianza tra «contraenti», tra «collaboratori», il capitalismo sarà costretto a scoprirsi e si avventerà sulle masse proletarie. La Sinistra Comunista ricorda ai proletari che, dovendo crollare ogni compromesso, lo scontro violento con le forze regolari e irregolari dello Stato sarà ineluttabile e indifferibile. Arrivare allo scontro invischiati e disarmati dall’opportunismo traditore e dall’inganno democratico, significa perdere in anticipo la partita.
Le braccia della provvidenza
La provvidenza sindacale ha larghe braccia: nei sindacati tricolori accanto a preti progressisti e commercianti onesti, possono trovare posto anche i poliziotti.
Non a caso Lama, Storti e Vanni, in una lettera inviata al Presidente del Consiglio Rumor, hanno comunicato la propria intenzione di farsi portavoce delle rivendicazioni di questi «umili servitori dello Stato, perché molto spesso il Governo considera questi lavoratori come strumenti di parte»: essi chiedono di «assumere concrete e sollecite iniziative a tutela dei principi di socialità che permeano l’istituto di polizia e, nello stesso tempo, a tutela degli interessi e dei diritti di una benemerita categoria di lavoratori».
Dopo aver rilevato che i principi legislativi e regolamentari su cui si regge l’istituto di polizia non sono «coerenti nella sostanza con le intenzioni e lo spirito della Costituzione repubblicana», i tre segretari illustrano le richieste e le iniziative che il movimento sindacale intende assumere in questo settore, cioè il diritto ai rappresentanti sindacali della polizia di far parte delle commissioni relative allo stato ed all’avanzamento del personale e di contribuire alle riforme dell’istituto, «tenendo presente che occorrerà affidare le direzioni generali della Pubblica Sicurezza a funzionari responsabili e capaci». I bonzi sindacali sono favorevoli anche a rivendicazioni di carattere economico e normativo e al riconoscimento di «adeguate indennità in corrispettivo delle prestazioni di carattere straordinario».
«La federazione CGIL-CISL-UIL – conclude la lettera – si propone fin da ora di avviare un dibattito su tale argomento, con la partecipazione diretta dei dipendenti della polizia».
Avanti, dunque, proletari, aiutateli ad ottenere un… premio di produzione: magari perdonandoli quando dovranno andare contro di voi che siete «i loro fratelli»; le braccia della «provvidenza» sono infinite, ma non stupiamoci se domani, alla prima sparatoria, avremo la gioia di sentire come fischiano le pallottole della «polizia democratica»!
Supplementary Theses on the Historical Task, Action, and Structure, of the World Communist Party ("Milan Theses")
1. The Theses of Naples vindicate the continuity of the positions which, since more than half a century ago, are the Communist Left’s heritage. Both their understanding and their natural and spontaneous application will never come from consultations of codes’ articles or regulations; and they won’t even be secured – according to the praxis we had as a goal and which we finally adopted – by numerical referendums of assemblies, or, even worse, by colleges or judging courts dissipating all doubts of less enlightened individuals. The work we are carrying on, in order to achieve such difficult aims, cannot be successful if we don’t utilize the abundant historical material arising out of the lively experience, made by the revolutionary movement is long historical cycles; which we actually prepared and made known, through an assiduous, common work, before and after the theses’ publication.
2. The existing small movement perfectly realizes that the dreary historical phase it has traversed makes it very difficult, at such a great historical distance, to utilize the experiences of the great struggles of the past, and not just those of resounding victories but also those arising from bloody defeats and inglorious retreats. The forging of the revolutionary programme, shaped by the correct and un-deformed outlook of our current, isn’t confined to doctrinal rigour and deep historical criticism; it also needs, as its vital life-blood, to connect with the rebellious masses at those times when, pushed to the limits, they are forced to fight. Such a dialectical connection is particularly unlikely today, with the thrust of masses dampened and assuaged, due both to the flacidity of senile capitalism’s crisis, and the increasing ignominy of the opportunist currents. Even accepting the party’s restricted dimensions, we must realize that we are preparing the true party, sound and efficient at the same time, for the momentous period in which the infamies of the contemporary social fabric will compel the insurgent masses to return to the vanguard of history; a resurgence that could once again fail if there is no party; a party that is compact and powerful, rather than inflated in numbers, the indispensable organ of the revolution.
Painful as the contradictions of this period are, they can be overcome by drawing the dialectical lessons from the bitter disappointments of times past, and by courageously signalling the dangers that the Left warned about, and denounced as they appeared, along with all the insidious forms in which the ominous opportunist infection reveals itself time and time again.
3. With this objective we will further develop our work of critical presentation of the past battles of the revolutionary and Marxist Left and their ongoing responses to the historical waves of deviation and disorientation which have blocked the path of proletarian revolution for more than a century. By referring to the phases in which the conditions for a really bitter class struggle were present, but in which the factor of revolutionary theory and strategy was lacking, and above all by referring to the historic events which nullified the Third International (just when it seemed that the crucial tipping point had finally been reached) and the critical positions that the Left assumed in order to ward off the towering danger, and the disaster which unfortunately followed, we will be able to consecrate lessons that are not, nor claim to be, recipes for success, but rather serve as stern admonitions to help us protect ourselves against those dangers and weaknesses, and the pitfalls and traps they gave rise to, from a time when history often caused the downfall of forces which seemed devoted to the cause of the revolutionary advance.
4. The brief, exemplified points that follow are not to be seen as directly referring to errors or difficulties that may menace the present day work; they only want to be another contribution to the handing over of past generations’ experience, built up in a period when already there existed a very good restoration of the right doctrine (proletarian dictatorship in Russia; work of Lenin and of his followers in the theoretical field; foundation of the Third International in the practical field) and the revolutionary battle of communist parties, with a wide participation of the masses, was in the whole world like in Italy in its full course. Those results play today with a strong “phase shift” in the historical and chronological sense, but their correct utilization still remains a vital condition, both today and in the certain and more fertile tomorrow.
5. A fundamental feature of the phenomenon that Lenin named, branding it with a red-hot iron, with a term that is also in Marx and Engels, opportunism, is a preference for a shorter, more comfortable and less arduous way, to the longer, uncomfortable one fraught with difficulties; on which alone the matching of the assertion of our principles and programmes, i.e. of our supreme purposes, with the development of the immediate and direct practical action, in the real current situation, may take place. Lenin was right when he said that the tactical proposal of renouncing from that moment (end of the first war) electoral and parliamentary action, should not be supported by the argument that communist and revolutionary action in parliament was tremendously difficult, as much more difficult were both armed insurrection and the following long-lasting control of the complex economic transformation of the social world, violently torn away from capitalism. We maintained being all too evident that the preference for using the democratic method method derived from the tendency to choose the comfortable rites of legalitarian action, rather than the tragic harshness of illegal action; and that such a praxis would not have failed in leading the whole movement back into the fatal social-democratic error, of which by heroic efforts we had just come out. We knew like Lenin that opportunism is not of a moral or ethical nature, but instead indicates the prevailing among workers (as Marx and Engels noticed in 19th century England) of positions proper to petty-bourgeois middle strata, and more or less consciously inspired by the mother-ideas, i.e. social interests, of the ruling class. Lenin’s powerful and generous position on parliamentary action, in order to support the violent destruction of the bourgeois system, and of the democratic framework itself, by substituting to it the class dictatorship, instead gave rise, under our very eyes, to the subjection of proletarian MPs to the worst influences of petty-bourgeois weaknesses, resulting in repudiation of communism and even in venal betrayal, in the service of the enemy.
Such an historical examination, carried on in the space of an immense historical scale (though it may seem that such a broad generalization is not contained in Lenin’s teaching, as he was like ourselves a pupil of history), warns the party to avoid any decision or choice, when suggested by the will to obtain good results with less work or sacrifice. Such a feeling may seem innocent, but it well represents the slack nature of the petty-bourgeoisie, and obeys the fundamental capitalist norm of obtaining maximum profits with the slightest cost.
6. Another constant and recurring aspect of the opportunist phenomenon as it rose within the Second International and as it triumphs today after the even worse ruin of the Third, is that of showing at the same time, both the worst deviation from party principles, and a pretended admiration for the classical texts, for the words and work of big masters and chiefs. A constant character of petty-bourgeois hypocrisy is the servile praise of the power of the victorious leader, of the greatness of famous authors’ texts, of the eloquent speaker’s fluency; while in practice the most despicable and contradictory degenerations are displayed. A body of theses is therefore worthless, if those who welcome it with a literary-type enthusiasm are not able afterwards, in practical action, to understand its spirit and to respect it; and try to disguise their deviation from it, through an emphasized but platonic adherence to the theoretical text.
7. Another lesson we can draw from events in the life of the Third International (in our writings these are repeatedly recalled in contemporary denunciations by the Left), is that of the vanity of “ideological terror”, a horrible method in which it was attempted to substitute the natural process of diffusing our doctrine’s via contact with harsh reality in a social setting, with forced indoctrination of recalcitrant and confused elements, either for reasons more powerful than party and men or due to a faulty evolution of the party itself, by humiliating them and mortifying them in public congresses open even to the enemy, even if they had been leaders and exponents of party action during important political and historical episodes. It became customary to compel such members (mostly with the threat of demotion to less important positions in the organization’s apparatus) to publicly confess their errors, thus imitating the fideistic and pietistic methods of penance and mea culpa. By such totally philistine means as these, smacking of bourgeois morality, not a single party member ever improved, nor was a cure found for the party’s impending decadence.
Within the revolutionary party, as it moves inexorably towards victory, obeying orders is spontaneous and complete but not blind or compulsory. In fact, centralised discipline, as illustrated in our theses and associated supporting documentation, is equivalent to a perfect harmony of the duties and actions of the rank-and-file with those of the centre, and the bureaucratic practices of an anti-Marxist voluntarism are no substitute for this.
The importance of this lesson in the correct outlook of organic centralism, is pointed out by the tremendous memory of the confessions, in which great revolutionary leaders were compelled, before being killed in Stalin’s purges; and of the useless “self-criticisms” to which they were forced by the blackmail of being expelled by the party and dishonoured as sold to the enemy; such infamies and absurdities never being repaired by the not less sanctimonious and bourgeois method of “rehabilitations”. The growing abuse of such methods just marks the disastrous triumphal path of the latest wave of opportunism.
8. Due to the requirements of its own organic action, and to ensure a collective function that goes beyond and leaves behind all personalism and individualism, the party must distribute its members among the various functions and activities that constitute its life. The rotation of comrades in such functions is a natural fact, which cannot be regulated by rules analogous to those concerning the careers within bourgeois bureaucracies. In the party there are no competitive examinations in which its members compete for ever more prestigious positions and a higher public profile; rather we aim to achieve our goals organically. This is nothing to do with aping the bourgeois division of labour, but rather a case of the complex and articulated party organ naturally adapting itself to its function.
We know well that historical dialectics leads all fighting organisms to improve their offensive means, by utilizing the enemy’s techniques. In the phase of armed struggle, communists will therefore have a military organization, with precise hierarchical schemes, which will assure the best result to the common action. Such a truth will not be uselessly aped in every party’s activity, with reference also to the non-military ones. The transmission of directions must be unambiguous, but this lesson of the bourgeois bureaucracy cannot make us forget how it can be corrupted and degenerated, even when adopted within workers’ organisms. The party’s organicity does not at all require that every comrade must see in another comrade, specifically appointed to pass on instructions coming from above, the personification of the party form. Such a transmission among the molecules composing the party has always at the same time a double direction; and the dynamics of each single unit is integrated in the historical dynamics of the whole. Abuse of organizational formalisms without a vital reason has been and will always be a defect and a suspicious and stupid danger.
9. Capitalism, the present historical form of production, with its myth of private property as a right of men, that mystifies and disguises the monopoly of a minority-class, needed to mark the knots of its structures and the stages of its evolution – and today’s involution – with big names of growing notoriety. In the long epoch of the bourgeoisie, the inauspicious history of which lies heavy like a yoke on our shoulders of rebels, at the beginning the most valiant and strongest man used to win great fame and to aspire to the maximum powers; today, in this predominant petty-bourgeois philistinism, those who become important are perhaps the most cowardly and weak ones, thanks to the dirty publicity method.
Amongst the many tasks within the party’s difficult brief is its current effort to free itself, once and for all, from the treacherous impulse that seems to emanate from well-known people, and from the despicable function of manufacturing, in order to attain its aims and victories, a stupid fame and publicity through other big names. The party in every one of its various twists and turns must never waver in its decision to fight courageously and decisively for such an outcome, considering it to be the true anticipation of the society of the future.
Considerations on the Organic Activity of the Party when the General Situation is Historically Unfavourable
1. The so-called question of the party’s internal organisation has always been a subject in the positions of traditional Marxists and of the present Communist Left, born as opposition to the errors of the Moscow International. Naturally, such a topic is not to be isolated in a watertight compartment, but it is instead inseparable from the general framework of our positions.
2. What is part of the doctrine, of the party’s general theory, can be found in the classical texts; it is also exhaustively summarised in more recent works, in Italian texts such as the Rome and Lyon theses, and in many others with which the Left made known its prediction on the Third International’s ruin; as the phenomena the latter showed, were not smaller in gravity in respect to those of the Second. Such literature is partly being used still now, in the study on organisation (meant in its narrow sense as party organisation and not in the broad sense of proletarian organisation, in its varying historical and social forms) and we are not trying to summarise it here, referring the reader to the above mentioned texts and to the vast work in progress of the Storia della Sinistra, of which the second volume is being prepared.
3. Anything concerning the party’s ideology and nature, being common to us all and beyond dispute, is left to the pure theory; and the same is for the relations between the party and its own proletarian class, that can be condensed in the obvious inference that only with the party and with the party action the proletariat becomes class for itself and for the revolution.
4. We are used to call questions of tactics – though we repeat that autonomous chapters or sections do not exist – those historically arising and going on in the relations between proletariat and other classes; between proletarian party and other proletarian organisations; and between the party and other bourgeois and non-proletarian parties.
5. The relation that exists between tactical solutions, such as not to be condemned by doctrinal and theoretical principles, and the multi-faceted development of objective situations, which are, in a certain sense, external to the party, is undoubtedly very mutable; but the Left has asserted that the party must master and anticipate such relations in advance, as developed in the Rome Theses on tactics, which was intended as a proposal for tactics at the international level.
There are, synthesizing to the extreme, periods of objective favourable conditions, together with unfavourable conditions of the party as subject; there may be the opposite case; and there have been rare but suggestive examples of a well prepared party and of a social situation with the masses thrown towards the revolution; and towards the party which foresaw and described it in advance, as Lenin vindicated for Russia’s Bolsheviks.
6. By avoiding pedantic distinctions, we may wonder in which objective situation is today’s society. Certainly the answer is that it is the worst possible situation, and that a large part of proletariat is controlled by parties – hired by bourgeoisie – that prevent the proletariat itself from any class revolutionary movement; which is even worse than the crushing directly operated by bourgeoisie. It is not therefore possible to foresee how long it will take before – in this dead and shapeless situation – what we already termed as “polarisation” or “ionisation” of social molecules, takes place, preceding the outburst of the great class antagonism.
7. What are, in this unfavourable period, the consequences on the party’s internal organic dynamics? We always said, in all above mentioned texts, that the party cannot avoid being influenced by the characters of the real situation surrounding it. Therefore the big existing proletarian parties are – necessarily and avowedly – opportunist.
It is a fundamental thesis of the Left, that our party must not abstain from resisting in such a situation; it must instead survive and hand down the flame, along the historical thread of time. It will be a small party, not owing to our will or choice, but to ineluctable necessity. While thinking of the structure of this party, even in the Third International’s epoch of decadence, and in countless polemics, we rejected – with arguments that is now unnecessary recalling – several accusations. We don’t want a secret sect or élite party, refusing any contact with the outside, owing to a purity mania. We reject any formula of workerist or labour party excluding all non-proletarians; as it is a formula belonging to all historical opportunists. We don’t want to reduce the party to an organisation of a cultural, intellectual and scholastic type, as from polemics more than half a century old; neither do we believe, as certain anarchists and blanquists do, being imaginable a party involved in conspirative armed action and in hatching plots.
8. Given that the degenerating social complex is focused on falsifying and destroying theory and sound doctrine, clearly the predominant task of today’s small party is the restoration of principles with doctrinal value, although unfortunately the favourable setting in which Lenin worked after the disaster of the First World War is lacking. But this does not mean we should erect a barrier between theory and practical action; beyond a certain limit that would destroy us along with our basic principles. We thus lay claim to all forms of activity peculiar to the favourable periods insofar as the real balance of forces render them possible.
9. We should go into all this in a lot more depth, but we can still reach a conclusion about the party’s organizational structure during such a difficult transition. It would be a fatal error to consider the party as divisible into two groups, one dedicated to study and the other to action, because such a distinction is deadly not only for the party as a whole, but for the individual militant too. The underlying meaning of unitarism and of organic centralism is that the party develops within itself the organs suited to its various functions, called by us propaganda, proselytism, proletarian organization, union work, etc., until, in the future, there is the need for the armed organization; but nothing can be inferred from the number of comrades assigned to each function, since no comrade, as a matter of principle, should be uninvolved with any of them.
The fact that in the current phase the amount of comrades devoted to theory and the movement’s history may seem too many, and those ready for action too few, is historically fortuitous. It would be totally pointless to investigate how many are dedicated to each of these manifestations of energy. As we all know, when the situation becomes radicalized huge numbers of people, acting instinctively and unencumbered by the need to ape academia and get qualifications, will immediately take our side.
10. We know very well that the opportunist danger, ever since Marx fought against Bakunin, Proudhon, Lassalle, and during all the further phases of the opportunist disease, has always been tied to the influence on the proletariat of petty-bourgeois false allies.
Our infinite diffidence towards the contribution of these social strata cannot, and must not, prevent us from utilising – according to history’s mighty lessons – exceptional elements coming from them; the party will destine such elements to the work of setting the theory to order; the lack of such a work would only mean death, while in the future its plan of propagation will have to identify it with the immense extension of revolutionary masses.
11. The violent sparks flashing between the rheophores of our dialectics have taught us that a revolutionary and militant communist comrade is one who has managed to forget, to renounce, to wrench from his heart and his mind the classification under which he has been inscribed in the registry of this putrefying society; one who can see and immerse himself in the entire millenary trajectory linking the ancestral tribal man, struggling with wild beasts, to the member of the future community, fraternal in the joyous harmony of the social man.
12. Historical party and formal party. This distinction is in Marx and Engels and they had the right to deduce from it that, being with their work on the line of the historical party, they disdained to be members of any formal party. But no one of today’s militants can infer from it he has the right to a choice: that is of being in the clear with the “historical party”, and to care nothing about the formal party. Thus it is, owing to the sound intelligence of that proposition of Marx and Engels, which has a dialectical and historical sense – and not because they were supermen of a very special type of race.
Marx says: party in its historical meaning, in the historical sense, and formal, or ephemeral, party. In the first concept lies the continuity, and from it we derived our characteristic thesis of the invariance of doctrine since its formulation made by Marx; not as invention of a genius, but as discovery of a result of human evolution. But the two concepts are not metaphysically opposite, and it would be silly to express them by the poor doctrine: I turn my back on the formal party, as I go towards the historical one.
When we infer from the invariant doctrine that the revolutionary victory of the working class can be achieved only by the class party and its dictatorship, and then go on to affirm, supported by Marx’s writings, that the pre revolutionary and communist party proletariat may be a class as far as bourgeois science is concerned, but isn’t by Marx or ourselves, then the conclusion to be deduced is that for victory to be achieved it will be necessary to have a party worthy of being described both as the historical and as the formal party, i.e., a party which has resolved within active historical reality the apparent contradiction – cause of so many problems in the past – between the historical party, and therefore as regards content (historical, invariant programme), and the contingent party, concerning its form, which acts as the force and physical praxis of a decisive part of the proletariat in struggle.
This synthetic clarification of the doctrinal question must also be quickly related to the historical transitions lying behind us.
13. The first transition from a body of small groups and leagues – through which the workers’ struggle came out – to the International party foreseen by doctrine, takes place when the First International is founded in 1864. There is no point now in reconstructing the process leading to the crisis of such organisation, that under Marx’s direction was defended to the last from infiltration of petty-bourgeois programmes such as those of libertarians.
In 1889 the Second International is built, after Marx’s death, but under Engels’s control, though his directions are not followed. For a moment there is the tendency to have again in the formal party the continuation of the historical one, but all that is broken up in the following years by the federalist and non-centralist type of party; by the influences of parliamentary practice and by the cult of democracy; by the nationalist outlook on individual sections, no longer conceived as armies at war against their own state, as wanted by the 1848 Manifesto; rises the open revisionism disparaging the historical end and exalting the contingent and formal movement.
The rising of Third International, after the 1914 disastrous failure of almost all sections into pure democratism and nationalism, was seen by us – in the first years after 1919 – as the complete reconnection of historical party and formal party. The new International rose declaredly centralist and anti-democratic, but the historical praxis of the entrance into it of the sections federate to the failed International was particularly difficult, and made too hurried by the expectation that the transition, from the seizure of power in Russia to that in other European countries, would be immediate.
If the section arisen in Italy from the ruins of the old party of the Second International was particularly prone, not by virtue of particular persons certainly, but for historical reasons, to feeling the necessity of welding the historical movement to its present form, this was due to the hard struggles it had waged against degenerated forms and its consequent refusal to tolerate infiltrations; which were attempted not only by forces dominated by nationalist, parliamentary and democratic type positions, but also by those (in Italy, maximalism) influenced by anarcho-syndicalist, petty-bourgeois revolutionism. This left-wing current fought in particular to establish more rigid membership conditions (construction of the new formal structure), and it applied them fully in Italy; and when they gave imperfect results in France, Germany etc., it was the first to sense the danger to the International as a whole.
The historical situation, in which the proletarian State had only been formed in one country, whilst the conquest of power had not been achieved in any of the others, rendered the clear organic solution, that of leaving the helm of the world organisation in the hands of the Russian section, highly problematic.
The Left was the first to notice that whenever there were deviations in the conduct of the Russian State, both in relation to domestic economy and international relations, a discrepancy would arise between the policies of the historical party, i.e. of all revolutionary communists throughout the world, and those of the formal party, which was defending the interests of the contingent Russian State.
14. Since then the abyss has deepened to the extent that the “apparent” sections, which are dependent on the Russian leader-party, are now involved, in the ephemeral sense, in a vulgar policy of collaboration with the bourgeoisie that is no better than the traditional collaboration of the corrupted parties of the Second International.
This has produced a situation in which the groups derived from the struggle of the Italian Left against Moscow’s degeneration have been given the chance (we don’t say the right) to better understand the road which the real, active (and therefore formal) party must follow in order to remain faithful to those features which distinguish the revolutionary, historical party; a party which has existed, at least in a potential sense, since 1847, whilst from a practical point of view it has established itself in key historical events as a participant in the tragic series of revolutionary defeats.
The transmission of this un-deformed tradition into efforts to form a new international party organisation without any historic breaks, may not, in an organisational sense, be based on men chosen because they would be best at it or most knowledgeable about the historical doctrine, and yet, in an organic sense, such a transmission nevertheless has to remain totally faithful to the line connecting the actions of the group which first gave expression to it forty years ago to the line as is exists today. The new movement should expect neither supermen nor messiahs, but must be based on a rekindling of as much as it has been possible to preserve over the long intervening period, and the preservation cannot be restricted to just theses and documents but must also include the living instruments who constitute the old guard, entrusted with the task of handing on the uncorrupted and powerful party tradition to the young guard. The latter rushes off towards new revolutions, that might have to wait not more than a decade from now the action on the foreground of historical scene; the party and the revolution having no concern at all for the names of the former and the latter.
The correct transmission of that tradition beyond generations – and also for this beyond names of dead or living men – cannot be restricted to that of critical texts, nor only to the method of utilising the communist party’s doctrine by being close and faithful to classical texts; it must be related to the class battle that the Marxist Left – we don’t want to limit the revival only to the Italian region – set out and carried out in the most inflamed real struggle during the years after 1919, and that was broken, more than by the force relations with respect to the enemy class, by the dependence on the centre, degenerating from centre of the historical world party to that of an ephemeral party, destroyed by opportunist pathology, until such dependence was, historically and de facto, broken.
The Left actually tried, without breaking from the principle of globally centralised discipline, to wage a revolutionary defensive war by keeping the vanguard proletariat immunised against the collusion of the middle classes, their parties and their doomed-to-defeat ideologies. Since this historic chance of saving if not the revolution at least the core of its historical party was also missed, today it has started again in a situation which is objectively torpid and indifferent, in the midst of a proletariat riddled with petty-bourgeois democratism; but the nascent organisation, using its entire doctrinal tradition and praxis, verified historically by its timely predictions, also applies it in its everyday activity too, through its efforts to re-establish ever wider contact with the exploited masses; and it also eliminates from its own structure one of the parting errors of the Moscow International, by getting rid of the thesis of democratic centralism and the application of any voting mechanism, just as it has eliminated from the thought processes of every last one of its members any concession to democratic, pacifist, autonomist or libertarian tendencies.
It is in this sense that we attempt to take further steps, by using the many long years of bitter experience to head off further attacks on the historical party’s political line, by obliterating all the misery and pettiness we have seen in the comings and goings of the many, unfortunate, formal parties. By doing so, we are also heeding the warnings of the first, great masters about the difficulties of combating those influences emanating from the bourgeois commercial environment, such as personal adulation, and a vulgar chasing after supremacy and a dunce’s popularity, which so often bring to mind those who, with serene indignation, Marx and Engels budged aside to stop them fouling their path.
Crisi: attacco a salari e occupazione
Sul fronte capitale-lavoro vediamo da una parte la diminuzione del salario effettivo (aumento dei prezzi, aumento dell’intensità del lavoro), dall’altra l’aumento costante della disoccupazione in seguito alla smobilitazione parziale delle grandi industrie e al crollo delle piccole per la non competitività sul mercato internazionale.
Nella Repubblica Federale il numero dei disoccupati è aumentato nel solo mese di settembre da 527 mila a 557.000 unità, venendo a rappresentare i disoccupati sulla popolazione attiva il 2,4% per i lavoratori tedeschi e il 2,6% per gli immigrati che ne vengono a sopportare le maggiori spese. Il governo prevede per la fine dell’anno un raddoppiamento della disoccupazione. Sempre da agosto a settembre i «disoccupati parziali» (parziale anche il salario!) sono raddoppiati, da 105 a 265 mila.
Indicativo che i 43.000 operai della Volkswagen e i 18.000 dell’AUDI-NSU hanno cominciato da oggi turni di lavoro ad orario ridotto.
Da ottimi difensori del regime del capitale, i sindacati (DGB), insieme a padroni e dirigenti della banca centrale e governo, hanno sottoscritto il «patto sociale» e approvato la linea governativa che vede nell’aumento dei salari la causa dell’inflazione e della disoccupazione.
Quindi, logica conclusione, nessuna rivendicazione, nessun aumento dei salari, sennò, ahimè, disoccupazione. Per i 200 mila metallurgici della Renania-Vestfalia il sindacato è riuscito a imporre agli operai, che ne richiedevano il 20%, l’aumento del solo 14%, come base per le trattative.
Fino a quando ancora il regime capitalistico, grazie al tradimento dei «rappresentanti operai», riuscirà a scaricare le sue inevitabili crisi sul sangue proletario?
Senza questa domanda i ministri, socialdemocratici o no, industriali, banchieri, «rappresentanti degli operai», dormirebbero anche nelle «crisi» i loro sonni tranquilli.
In Francia il ritmo di aumento dei prezzi al dettaglio è stato negli ultimi tre mesi del 13,4%; considerando nel 1970 base 100 il prezzo dei prodotti alimentari ha raggiunto, nell’agosto 1974, quota 142; 135,8 quello dei prodotti manifatturieri e 138,5 quello dei servizi.
La situazione si fa via via più tesa, licenziamenti e chiusure delle fabbriche si susseguono: 841 operai licenziati nella Titan Coder di Mauberger, altri a Samer, a Cannes, a Marsiglia, nelle miniere di carbone della Mosella. Gli operai occupano le fabbriche, proclamano lo sciopero per difendere il posto di lavoro. Purtroppo queste manifestazioni di difesa operaia rimangono isolate, disperse, fiaccate in partenza dalle centrali sindacali che non collegano gli scioperi e cercano invece di fiaccare con sterili manifestazioni cittadine la combattività operaia.
Accanto a queste manifestazioni di strenua e impotente difesa per salvare i posti di lavoro, troviamo tutta una serie di scioperi per aumenti salariali, come quello dei 7000 operai del ferro del bacino della Lorena.
I 1500 operai del centro di smistamento Paris-Brune hanno scioperato senza preavviso contro «i miglioramenti delle condizioni di lavoro» che aumentavano invece lo sfruttamento operaio senza rispondere alle rivendicazioni degli operai di un aumento degli effettivi. Da notare che questi «miglioramenti» erano stati decisi fra i rappresentanti operai e la direzione.
I sussulti di classe non risparmiano nemmeno la Spagna «fascista» e il «socialista» Egitto. In Spagna sciopero alle officine Fasa-Renault dove gli operai rivendicavano 44 ore lavorative settimanali. La manifestazione ha provocato parecchi feriti in scontri con la polizia e 8 arresti. In Egitto scioperi per aumenti salariali a Heluan (i salari degli operai privilegiati rispetto al resto della popolazione, non raggiungono le 50 mila lire mensili). Giustamente preoccupato il governo dall’incitamento alla lotta che questa manifestazione poteva costituire per tutti gli altri salariati, ha subito concesso un «anticipo» di L. 50 mila per il mese di Ramadan a tutti i salariati del paese.
Per concludere negli Stati Uniti la disoccupazione ha raggiunto il 5,8% in seguito a numerosi licenziamenti nell’industria, nelle costruzioni, nel commercio. Si prevede per la fine d’anno più del 6%. In Inghilterra 674.000 disoccupati per la fine del ’74, 900 mila per l’anno prossimo mentre l’aumento dei prezzi dal 16,7% per il ’74 passerà nel ’75 al 17,6%.
La paura dei bonzi
Da qualche tempo il sentimento più diffuso fra i sindacalisti sembra essere la paura. Paura di quello che succederà nell’autunno, paura di non dominare la situazione, paura di lasciarsi sfuggire il controllo delle masse.
Infatti, il cigiellino Benvenuto intervistato dal settimanale «Espresso» del primo settembre a proposito degli «errori» commessi dai sindacati negli ultimi tempi così ha risposto: «Nel 1974, per la prima volta dal ’69 in poi, il sindacato s’è fatto condizionare dal quadro politico, ha temuto che un’azione troppo energica avrebbe provocato la caduta del governo Rumor e per evitarla ha adottato un atteggiamento incoerente. Chiedevamo molto, tutto, la nuova “Città del sole”, ma non ottenevamo niente e facevamo poco per ottenerlo. In queste nostre incertezze ha pesato molto l’operazione Fanfani-Scalia: la minaccia di una scissione nella CISL ha prodotto effetti estremamente negativi su tutto il movimento, le Confederazioni si sono sfiancate in un’opera di mediazione al vertice e gran parte della dialettica sindacale si è ridotta ai dialoghi tra Lama e Storti. In queste condizioni non si può dirigere con efficacia un movimento di massa. Infatti le conseguenze si sono viste presto: la credibilità del sindacato è diminuita, ci sono stati fenomeni di distacco e di sbandamento».
Non ne dubitiamo affatto, egregio pompiere confederale. La paura è l’ingrediente fondamentale della psicologia del bonzo: non «paura di sbagliare le scelte strategiche e tattiche» (quelle resteranno sempre le stesse: non sono «scelte», sono «subite» per la difesa degli interessi del capitale), ma paura del sano istinto di classe proletario! Buon segno: indizio che il «controllo» non funziona più così bene per gli illustrissimi mandarini delle «riforme di struttura» e del «sindacalismo responsabile».
Etiopia: La borghesia salva il Re ma spara su operai e contadini
Una delle più tragiche conseguenze del crollo della III Internazionale, e della degenerazione dei partiti legati a Mosca è costituita dal fatto che il proletariato delle aree sottosviluppate è stato praticamente abbandonato a se stesso, ed ha dovuto sottostare alle esigenze delle varie borghesie nazionali. Una riprova di questo fatto la troviamo nell’esame di tutte le lotte di liberazione nazionale che si sono svolte dal 1945 ad oggi. In Cina, in Algeria, in Egitto, in Congo; in ogni paese, il proletariato è stato soggiogato dalla propria borghesia, la quale, dopo aver realizzato la propria indipendenza nazionale (e in molti casi prima ancora), ha ferocemente represso ogni sussulto di classe dei proletari, dei semiproletari, e dei contadini poveri.
I fatti di Etiopia, non sono che una nuova conferma di questo svolgimento. La borghesia etiopica rappresentata da ufficiali dell’esercito (come in molti altri paesi, vedi ad esempio Egitto e Algeria), sta procedendo allo smantellamento delle vecchie strutture feudali di un impero millenario, ma lo fa solo dopo aver schiacciato i proletari.
Ecco i fatti: Tra il 26 e il 29 febbraio all’Asmara, a Massaua e nella base aerea di Debre Zeit, le truppe, guidate da giovani ufficiali, si ammutinano. I militari ribelli reclamano la riforma della costituzione e la realizzazione di riforme sociali.
L’imperatore in difficoltà, cerca di temporeggiare con un cambiamento di governo e con la promessa di rivedere la costituzione e di realizzare la riforma agraria. Ma il «comitato di coordinamento militare» alla fine di marzo depone il nuovo governo e inizia ad arrestare i personaggi più in vista del vecchio regime accusandoli di «corruzione». Il 12 settembre i militari depongono lo stesso Haile Selassie e chiedono ad uno dei suoi innumerevoli figli, il principe Asfa Wossen (residente in Svizzera) di divenire re costituzionale. Il principe dieci giorni dopo, graziosamente dichiara di accettare.
La borghesia etiope (molto più «pratica» della borghesia francese del ’89) non taglia la testa al vecchio re. In compenso cerca però di tagliargli la borsa. Pare infatti che il «leone dominatore della tribù di Giuda», «eletto da Dio» fosse interessato non solo alle sue prerogative divine ma si sia compiaciuto nel corso del suo lungo regno, di accumulare un certo numero di miliardi prudentemente depositati in banche svizzere. Ma l’ex-imperatore, che non ha opposto resistenza quando gli hanno tolto la corona, è molto più ostinato quando tentano di soffiargli i quattrini e si è energicamente rifiutato di cedere i suoi «risparmi».
Il 26 settembre il comitato militare abolisce le prerogative «divine» dell’imperatore, stabilendo che esso non sarà più «eletto da Dio», ma «eletto dal popolo».
Così la borghesia ha proceduto allo smantellamento del regime feudale. I giornali borghesi occidentali, commentando questi avvenimenti, si compiacciono del fatto che «senza spargimento di sangue» si sia pervenuti all’abbattimento di un regime arcaico, fondato su una spietata oppressione e su privilegi di casta. In effetti, nei confronti dei rappresentanti del vecchio regime, la borghesia etiope ha proceduto con molta cautela. Poche decine di personaggi più in vista sono stati arrestati (molti si sono presentati spontaneamente) nessuno è stato fucilato. I borghesi occidentali che osservano con apprensione gli avvenimenti, possono respirare di sollievo, non vedremo le teste dei nobili rotolare dalla ghigliottina.
Con molta maggiore decisione, con grande ferocia, la borghesia etiope si è comportata nei confronti dei proletari e dei contadini poveri. Di fronte all’agitarsi minaccioso delle masse proletarie e semiproletarie, si è verificato quello che tante volte abbiamo osservato nella storia. La borghesia non esita ad allearsi con gli oppressori di ieri, con gli arnesi del vecchio regime feudale.
Su questo fronte i morti ci sono stati e a centinaia:
25 febbraio: sciopero ad Addis Abeba; la polizia spara: 3 morti e 20 feriti;
28 marzo: l’esercito spara sui contadini che protestavano contro lo sfruttamento dei grandi proprietari fondiari;
1 aprile: nuovi scontri fra polizia e contadini poveri;
17 aprile: la polizia spara sui ferrovieri in sciopero e studenti a Dire Doua;
24 aprile: la polizia spara contro gli scioperanti ad Addis Abeba;
3 maggio: l’esercito stronca uno sciopero delle poste e arresta i capi sindacali;
12 settembre: il comitato militare sopprime il diritto di sciopero;
20 settembre: i sindacati reclamano l’aumento dei salari; il diritto di sciopero e di associazione minacciando lo sciopero generale;
23 settembre: i militari arrestano i capi della CELU (Confederation Ethiopian Labour Unions) la confederazione proclama lo sciopero generale, ma gli operai sono ormai terrorizzati e impossibilitati a difendersi. Lo sciopero generale fallisce e viene revocato il 25/9.
È una nuova sanguinosa sconfitta del proletariato, ma è anche una nuova conferma delle lezioni che noi abbiamo tratto dagli avvenimenti degli ultimi 50 anni. I proletari etiopi non sono stati in grado di difendere nemmeno le proprie condizioni di vita, e non certo per mancanza di coraggio o di combattività. Abbandonati a se stessi, privi della guida del partito comunista rivoluzionario, sono passati dalla oppressione feudale alla oppressione borghese, subendo gli avvenimenti, senza poterli volgere a loro favore.
L’epilogo non poteva né potrà mai essere diverso, finché non risorgerà di nuovo il Partito Comunista Internazionale, che dichiarerà guerra ad ogni forma di oppressione, unificando le lotte del proletariato occidentale e delle masse sfruttate dell’Asia e dell’Africa.
Il turpe mito della resistenza
A trent’anni di distanza vogliamo commemorare anche noi la «Resistenza», nel modo che si confà al vero Partito Comunista: gloria ai compagni Atti ed Acquaviva, uccisi proditoriamente dai partigiani, sicari dei partiti traditori. Essi caddero in nome della guerra alla guerra, della trasformazione leninista della guerra tra gli stati in guerra tra le classi, come Rosa e Carlo, come infinite schiere di proletari di tutto il mondo.
A Firenze si è celebrato il trentennale della «Liberazione», ovvero del salto della quaglia della ciabattona borghesia italiana dal fronte nippo-tedesco, ormai agonizzante, a quello del dollaro all’atomo e al cacao; auspice quel tal Palmiro che di salti sommo maestro fu: dal fronte di Beppe il calzolaio, collezionatore di teste rivoluzionarie, a quello di Nikita, affossatore di staliniani. Per cui il proletariato fu «liberato» dal padrone tedesco per cadere sotto il tallone del più spregiudicato padrone americano. Viva la «Liberazione»!
Le cronache hanno riferito di una brillante parata «popolare». E popolare è stata. A plotoni affiancati sono sfilati in obbrobrioso gomito a gomito i reparti della repressione statale, polizia, carabinieri, truppe speciali, reparti dell’esercito, ex-partigiani, rappresentanze sindacali, politiche, dei partiti, delle associazioni patriottiche, ecc. ecc. Su tutti vegliava l’anima del «grande assente», che dall’alto della sua quadrata mandibola cristianamente perdonava coloro che non si sapevano quello che facevano quel giorno sulla strada di Dongo. Ma in quella variopinta rassegna non poteva mancare il «sinistro» alla moda, il «cinese», a contestare, lui medaglia al valore partigiano, la tradita Resistenza, la incompiuta democrazia. Lui è ancora lì a far credere che in fondo i cannoni potrebbero sparare marmellata.
Rinverdire la «Resistenza»! Motivo democratico per rinsaldare la pace tra operaio e padrone, tra oppressi e Stato oppressore, tra proletari ingannati e filibustieri di professione, in vista del potente terremoto, i cui sordi brontolii preannunciano una marcia funebre per l’ingorda borghesia e i suoi ruffiani. «Resista» la borghesia, il suo Stato, i suoi corifei, se potranno, all’assalto dell’unitaria armata internazionale del proletariato. La Resistenza è del capitalismo. L’offensiva è della classe operaia mondiale.
Contro le acrobazie della manovra politica
dalle tesi di Lione I e II
Vi sono situazioni oggettivamente sfavorevoli alla rivoluzione, e lontane da essa come rapporti delle forze (pur potendo esserne meno lontane di altre nel tempo, perché l’evoluzione storica presenta – è marxismo – diversissime velocità) in cui il voler essere a tutti i costi partiti di masse e di maggioranza, il voler avere a tutti i costi preminente influenza politica, non si può raggiungere che rinunciando ai principi ed ai metodi comunisti e facendo una politica socialdemocratica e piccolo borghese. Si deve altamente dire che, in certe situazioni passate, presenti e avvenire, il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, di inerzia e di collaborazione col nemico a seconda dei casi; e che in tanto, malgrado tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il partito comunista, senza mai rinunziare a tutte le possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto di appoggio indispensabile della sua ripresa. Su tale terreno dialettico e marxista, non mai sul terreno estetista e sentimentale, va respinta la bestiale espressione opportunista che un partito comunista è libero di adottare tutti i mezzi e tutti i metodi. Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista, sano cioè nei principi e nella organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma questa asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico, e dinanzi alle forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe «manovre», ma secondo gli effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando soprattutto l’esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi alle false strade con norme di azione precise e rispettate, il partito si garantirà contro le degenerazioni, e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative.