International Communist Party

Il Partito Comunista 12

Nel naufragio della economia soccorre il pacifismo sindacale

Alla recente riunione di Ariccia della Federazione sindacale tricolore è stata enunciata a chiare lettere la posizione che i sindacati terranno di fronte alle scadenze contrattuali di autunno, interessanti circa quattro milioni di lavoratori, tra cui metalmeccanici, tessili, edili, chimici.

Successivamente i metalmeccanici hanno impostato, nella loro Conferenza nazionale di Bologna, le linee principali del loro contratto di categoria, di cui il lettore troverà in altra parte del giornale un adeguato commento specifico.

Le questioni dei rinnovi contrattuali riflettono il superiore problema della politica delle Centrali sindacali nella presente congiuntura, che la riunione di Ariccia ha affrontato e su cui si sarebbero « scontrate » tesi diverse. In sostanza non si è fatto altro da parte dei superbonzi che riconfermare, adeguatamente all’attuale stato di depressione economica, la tradizionale politica nazionalista che risponde alla formula « richiedere ciò che è possibile ottenere senza compromettere il regime ».

Il consesso bonzesco si sarebbe diviso in due tronconi, uno fautore di una linea cosiddetta « dura », in cui prevarrebbe la rivendicazione primaria di « sostanziali » aumenti salariali su quella della richiesta di maggiori investimenti, con cui si dovrebbe bloccare o contenere la disoccupazione. L’altro troncone, fautore di una sedicente linea « morbida », sarebbe propenso a dare precedenza agli investimenti sugli aumenti salariali.

Non crediamo ai tronconi sindacali, ma soprattutto non crediamo che uno di questi enunci clamorosamente posizioni velleitarie, quando sino ad ora hanno marciato tutti la mano nella mano col preciso intento di imbrogliare gli operai. Infatti la conferenza di Bologna si è chiusa su una posizione unica, quella dell’« intreccio » delle rivendicazioni salariali con gli investimenti, come era logico che fosse quando il motivo di fondo di copertura pseudo teorica è quello di propugnare un « nuovo modello di sviluppo per l’economia italiana ».

È talmente feroce ed incallito l’odio per la rivoluzione comunista, che questi giannizzeri, personalmente non stupidi, sono costretti a sfoggiare la più crassa ignoranza, loro, dottori in economia e commercio! L’operaio più umile, ancora fermo saggiamente alla basilare ed ancora incorrotta tavola pitagorica, sa e comprende benissimo che lo « sviluppo economico », l’incremento della produzione, è possibile quando gli scambi sono in grado di svilupparsi. Oggi l’economia mondiale, e non solo e non tanto quella italiana, è entrata in una fase di riduzione degli scambi, e quindi di riduzione della produzione, della repulsa ad investirsi del capitale. È questo un fenomeno generale, internazionale, di regime appunto, di un modo specifico di produrre e di scambiare la ricchezza, del modo di produzione capitalistico che ha il suo fondamento vitale nel lavoro salariato, senza il quale il capitalismo cesserebbe di esistere. Investire di più! Ecco la panacea dei mercanti. Quanto più si investe, tanto più si produce, tanto più l’operaio è sfruttato. Quanto meno si investe, tanto meno si produce tanto meno l’operaio è sfruttato, ma viene espulso dalla produzione come un utensile in quel momento inservibile in attesa di essere nuovamente utilizzato a dovere al momento della ripresa produttiva. In ambedue i casi non c’è salvezza per il salariato. Il capitale non si investe là dove fa comodo ai demagoghi, ma dove trae profitto e trae profitto quando il prezzo di costo delle merci è inferiore al prezzo di vendita. Per questo il capitale si sposta in ricerca continua di collocarsi con profitto. Abbandona i settori che non gli assicurano sia l’utile che la conservazione. Si concentra in punti dove il tasso di profitto è maggiore, e si ritrae da quelli in cui è minore. La giostra continua sinché v’è possibilità di profitto e sinché esistono tassi differenziati. Quando i tassi di profitto si livellano su buone percentuali, e meglio se alte, sembra di essere nell’eterno paradiso, per i borghesi s’intende, e gli inni alla società del « benessere » si sprecano. Ma intanto la massa di capitale cresce in proporzione maggiore dei salari e preme su questo idilliaco assestamento. La concorrenza cresce, la lotta per i mercati s’intensifica. In alcuni punti la concorrenza è tale che i capitali vengono espulsi e assorbiti in una concentrazione più potente. Ma il movimento di eliminazione e di concentrazione dei capitali è ineluttabile. Alcune pause nella impietosa e feroce lotta, senza esclusione di colpi, che nel linguaggio dei politicanti, prendono il nome di « riconversioni » produttive, come gli « autobus » di Lama al posto delle « auto » di Agnelli; ma il rivoluzionamento dell’economia che sembrava aver raggiunto nuovi equilibri opera di nuovo, con potenza ed estensioni maggiori. Alcuni capitali che non riescono più a trarre profitto, si ritirano dalla mischia del mercato mondiale. Chiudono le prime fabbriche. Appaiono i primi disoccupati, oltre la porzione abituale. È il preludio dell’infrenabile crisi. Qualche sussulto nel corso dell’inesorabile caduta ed infine il ristagno completo dell’attività produttiva, poi la regressione a rotta di collo. Questa volta è il grosso delle aziende che chiude i battenti. Milioni, decine di milioni di salariati ne vengono espulsi. Questi signori, prezzolati dal nemico, conoscono molto bene tali passaggi e ricordano ancora meglio il punto di approdo: crisi 1929, decine e decine di milioni di senza-lavoro, migliaia di fabbriche ferme.

Stando così le cose, la politica dell’« intreccio » sarebbe utopia se non costituisse un preciso piano per svirilizzare l’azione operaia. I duci sindacali sanno meglio di noi che non vi potranno essere investimenti determinanti la ripresa produttiva, che un numero crescente di imprese cesserà la produzione e la massa di operai a sottosalario e disoccupati aumenterà vertiginosamente; e soprattutto perché non è una questione di investimenti locali, in Italia, ma alla scala mondiale, ammesso e non concesso che siano possibili.

Dal punto di vista dell’« intreccio » il presupposto della ripresa produttiva è ancora più utopistico perché considera gli interessi anche contingenti della classe operaia non in contraddizione con gli interessi delle altre classi, nascosti nel linguaggio infame della politica ufficiale sotto il nome di « popolo », di « Paese ». Ora – e qui sta il principio e la fine del capitalismo, il suo crollo catastrofico – il regime capitalista vive sulla base dello scambio tra salario e forza-lavoro. Senza questo scambio non resta in piedi, perché non può sfruttare i lavoratori, lucrare sul loro lavoro. Appena uno dei due termini della equazione dello scambio, il salario o la forza-lavoro viene meno, il sistema crolla, o comunque, se il fenomeno non è generalizzato, s’inceppa. Ne consegue che impostare la difesa delle condizioni vitali della classe operaia, negando noi che in effetti la politica sindacale ufficiale si ponga come obiettivo questa difesa, sulla stimolazione della produzione, mantenendo intatte le condizioni capitalistiche della produzione, che, ripetiamo per i sordi o le carogne, si sintetizzano nell’esistenza del lavoro, salariato, quale che sia l’etichetta esteriore del regime politico, significa non difendere nessuna condizione operaia, né il pane né il lavoro, né la casa né la salute dei lavoratori. Ad un regime che ha fatto bancarotta, non si può chiedere altro che di scomparire! E siccome le classi possidenti non si convincono, come madre storia insegna, con le parole e il « buon senso », di cui si vantano i supremi duci sindacali e politici, ma con la forza, la difesa degli interessi immediati proletari coincide con la lotta aperta contro, il regime del capitale, per sfociare nella guerra civile.

Appare evidente sempre più quel che per noi è scontato da sempre, che è impossibile una convivenza, pacifica o meno, tra capitale e lavoro, tra padroni grandi e piccoli, e salariati. La « coesistenza democratica », secondo cui classi opposte potrebbero « liberamente » far valere i loro, interessi senza mettere in discussione le loro rispettive esistenze, ha sempre consistito, a conti fatti, nello scaricare sulle spalle dei lavoratori il peso di questa abnorme « coesistenza », nel subordinare i loro interessi a quelli delle altre classi. Per cui la « libertà » di far valere i propri interessi l’ha sempre avuta la classe capitalista, la libertà, di sfruttare fino all’osso i proletari in fabbrica e di spremerli fuori, l’hanno avuta le classi possidenti. Agli operai non è mai capitato di avere un solo attimo di libertà per sfruttare i … capitalisti!

È venuto il momento, cioè la condizione offerta dalla palese incapacità borghese di uscire dalla crisi, che la classe operaia deve prendere la « libertà » non di sfruttare i capitalisti, inutili, persino come bestie da soma alla pari dei burocrati e dei tecnocrati del moderno capitalismo statale, ma di mettere la loro classe, e quindi il loro Stato, con le spalle al muro.

Il capitalismo licenzia gli operai per mantenere in vita il suo spreggevole regime? Ebbene, gli operai si apprestino a licenziare il capitalismo!

* * *

La politica sindacale sinora seguita, coerente con quella più generale della primaria difesa degli interessi nazionali, non poteva che svolgersi nel senso, da noi anticipato, di un continuo sforzo per mantenere l’equilibrio tra opposti interessi di classe, politica che è andata vieppiù scoprendo questa infame vocazione di sottomettere il lavoro e la vita dei proletari al mantenimento del regime del profitto. Sotto l’incalzare della catastrofe economica imminente, questa politica poggia, come abbiamo visto, su due posizioni contrastanti, quella degli aumenti salariali e quella degli investimenti. Dimostrata, l’impossibilità di investimenti determinanti, non resta che quella degli aumenti salariali. Ma come sarà possibile la rivalutazione dei salari adeguata alla svalutazione reale che si aggira attorno al 50%, di fronte all’ineluttabile smobilitazione dell’apparato produttivo, all’aumento continuo, e massiccio dei disoccupati, che, per non crepare di fame saranno costretti a vendere le loro braccia al di sotto dei salari correnti, mettendosi involontariamente in concorrenza con i lavoratori occupati?

È chiaro che questa politica non solo non produrrà maggiori investimenti, o investimenti tali da rimettere in marcia la produzione caduta sotto il 18%, e se anche fosse sarebbero un fenomeno episodico e momentaneo senza una ripresa economica mondiale, ma non riuscirà neppure a difendere le elementari esigenze dei lavoratori.

Nel « rispetto » delle leggi di mercato, del « pluralismo non solo politico ma anche economico », come Lama ha sostenuto alla Conferenza di Ravenna tra sindacalisti e piccoli capitalisti, nel rispetto, cioè, dei diversi e irriducibili interessi delle classi, non esiste, non è mai esistito e non esisterà una politica adatta, se non quella del « tallone di ferro », del dispotismo totalitario dello Stato, in breve del fascismo.

Esiste, invece, collaudata storicamente, sebbene tradita mille volte dall’opportunismo dei falsi partiti operai e dei sindacati di regime, una autentica politica di classe, che impone la difesa soltanto degli interessi operai contro gli interessi delle altre classi e del loro Stato politico, con tutti i mezzi, nessuno escluso, che nega la convivenza dei lavoratori e dei padroni, nella galera aziendale dell’esercito dei forzati proletari. Da questo presupposto che ovviamente si disinteressa di investimenti, ristrutturazioni, riforme, prende avvio la difesa delle condizioni generali della classe proletaria. Ma oggi, più di sempre, difendere il salario, il pane, il lavoro, vuol dire arrovesciare la politica sindacale ufficiale. Propugnare questa linea d’azione classista nel campo economico, significa scontrarsi con la struttura sindacale vigente e con i partiti opportunisti che la sostengono; significa porsi contro il regime politico esistente. È necessario per non prolungare lo stato di soggezione dei lavoratori alla schiavitù salariale.

Per Lama e banditi affini rivendicare soltanto il pane e il lavoro è oggi « impossibile ». Per questa razza di venduti è sempre « impossibile » ciò che serve alla classe operaia per emanciparsi dal capitalismo. Noi diciamo ai proletari lottate senza tregua perché l’« impossibile » sia reso possibile!

Fascismo valido sostegno della repubblica antifascista

La messa fuori della legge del M.S.I. è un ottimo motivo per un prossimo «referendum» magari nel colmo della crisi, e quando le squadracce nere scorrazzeranno in lungo e in largo più indisturbate di oggi.

La borghesia ha più volte sospeso le garanzie costituzionali, ma sempre a mezzo di una dittatura aperta e per colpire la classe proletaria. Non ricordiamo che lo Stato capitalista abbia consentito il democratico scioglimento di una formazione politica borghese, peraltro numericamente e politicamente forte. Abbiamo assistito, invece, allo scioglimento militare, armato e violento, anche di partiti borghesi da parte di governi borghesi. Mussolini e Hitler, per ricordare periodi passati, Castro, Pinochet, i colonnelli greci, il Portogallo odierno, ecc.

Ammettiamo per un momento che il partito neofascista venga cancellato dai ruoli di Montecitorio, con grande soddisfazione e relativo vantaggio economico per le infinite schiere dei concorrenti; che ne vengano arrestati i dirigenti e gli on.li parlamentari, chiuse le sedi, proibite le manifestazioni. Questo partito, allora, sarebbe sciolto? NO! Sarebbe un’ennesima beffa che si ritorcerebbe contro la classe operaia.

I partiti non si costituiscono né si sciolgono per decreto. I partiti, in quanto espressioni delle classi, nascono e muoiono con le classi. Il M.S.I. è non solo un partito borghese, ma più precisamente il più moderno, organizzato ed efficiente partito del regime capitalistico. Ha stretti legami con tutti gli strati della borghesia, con le alte sfere della finanza, della industria, del commercio, dell’agricoltura, ed in particolare ha saldi collegamenti con l’organizzazione statale, segnatamente con gli alti e medi gradi della casta militare. Da questi numerosi canali trae ispirazione e mezzi; dalla brodaglia piccolo-borghese e sottoproletaria, uomini e squadracce.

L’imbecillità credulona del democratume e la subdola intelligenza della sgangherata classe politica borghese, furbastra e crudele quanto mai nella manovra antiproletaria, vorrebbe farlo sparire, questo partito, con un incantesimo formale. Basterebbe il voto del Parlamento, secondo costoro, per recidere le radici di questo partito che affondano nella struttura sociale. Se di tanta potenza dispone, non capiamo allora come mai il Parlamento della Repubblica è congenitamente impotente di fronte ai terribili problemi economici e sociali che ogni giorno lo tormentano.

La verità è che un processone democratico anti-MSI, intentato da pagliacci a pagliacci, distoglierebbe l’attenzione dei lavoratori dalla disoccupazione, dalla fame, dalla miseria e ridarebbe fiato ai tromboni democratici, per guadagnare la fiducia delle masse, per ottenere il loro oceanico consenso a privarle delle «garanzie» economiche e sociali accumulate col loro stesso sudore. È elementare, allora, che non solo il MSI, ma qualsiasi partito che non sia un fenomeno folcloristico ed estemporaneo, non potrà che essere distrutto dalla forza delle armi. Il MSI, partito borghese per eccellenza della reazione bianca, potrà essere distrutto soltanto con la distruzione del potere capitalista, che lo ha allevato e nutrito. Questo compito eminentemente rivoluzionario può adempierlo una sola classe, il proletariato, espressa da un solo partito, il Partito comunista rivoluzionario.

L’argomento offre spunti interessanti, che qui ci limitiamo solo ad accennare.

Partendo dalla premessa, fondata e arciprovata, che il fascismo non è un capriccio infernale della storia, ma il metodo politico di governo più moderno e avanzato del capitalismo, è connaturato al sistema capitalista, per cui non poteva che essere ereditato dall’antifascismo resistenziale e democratico, uscito dalla seconda guerra, in quanto il regime democratico non si poneva né si poteva porre il compito di distruggere il capitalismo; dato questo assioma, essendo indifferenti le etichette dei partiti alla soluzione del problema, il M.S.I. potrebbe essere liquidato, in assenza del pugno proletario, soltanto da una nuova edizione del M.S.I.

Come partito fascista il MSI fa abbastanza schifo. Tutti i suoi furori si risolvono in un pietoso osanna alla democrazia, al parlamentarismo. Ma gli va dato atto che la «fede» democratica è strumentale, sebbene non si capisca perché non dovrebbe profittare della copertura parlamentare opportunamente offertagli dall’«odiata» democrazia. D’altronde, la finzione democratica è soltanto esteriore, dato per scontato che qualsiasi partito borghese deve sforzarsi di rappresentare gli interessi di tutte le classi superiori a tenere a bada la classe operaia.

Ora, questa funzione è rivendicata anche dal PCI, che lo spaccia come «modello», senza chiamare in causa altri attori-partiti, come D.C. o PSI. Qualunque partito può liquidare politicamente il MSI a condizione che ne faccia propri i mezzi e gli scopi. Che la liquidazione politica venga ufficialmente celebrata con rito giudiziario è solo scenografia. La sostanza non cambia. Questi trasformismi sono possibili in relazione alla tradizione, provenienza e sviluppo di ciascun partito. Ma in potenza la funzione fascista può essere svolta più o meno bene da qualsiasi partito che ad essa si disponga. D’altra parte, il partito russo della controrivoluzione staliniana svolge oggi gli stessi compiti reazionari del fascismo e con gli stessi mezzi; come li svolgono le due bande di gangsters americani, il partito democratico e quello repubblicano, tanto per fare due esempi illustri.

Bombe «H» e «Armi segrete» deterrente contro il proletariato

In questa fase storica di crisi della borghesia mondiale e di timida ripresa della lotta di classe, Stati imperialisti e opportunismo becero e corruttore si ingegnano a presentare la loro violenza e capacità distruttiva come un flagello «naturale» ed inevitabile.

Il marxismo rivoluzionario ha sempre respinto questa tesi e questa minaccia mistificatrice e subdola.

La violenza, nella moderna lotta delle classi sociali antagoniste, è violenza di classe, come la ricerca di strumenti di distruzione e lo studio della strategia e tattica del loro impiego è il frutto che matura in condizioni materiali, economiche e sociali la cui spiegazione va ricercata in questo terreno storico e reale. Non avendo né tempo né cattivo gusto di ricostruire la storia di questo aspetto della lotta di classe dall’uomo selvaggio all’era atomica, come amano fare gli adoratori «dell’umana natura corrotta» e simili favole, cercheremo, attraverso la chiave marxistica che considera la violenza come «levatrice di storia» e non oracolo ed imperscrutabile demiurgo, di puntualizzare alcuni recenti sviluppi della teoria della violenza che i «poligoni di tiro» degli Stati imperialistici, dal famigerato «Pentagono» al più contorto e merlato Cremlino, stanno mettendo a punto, digrignando i denti tra l’ambiguità del sorriso diplomatico e la ferocia di lupi da guardia del Capitale.

Gli opposti imperialismi, grazie all’oppio soporifero sparso a piene mani dall’opportunismo social-pacifista durante il primo massacro mondiale, e dall’ancor più bieco stalinismo durante e dopo il secondo, si sono premurati di convocare Conferenze di «pace» mentre i mezzi distruttivi più micidiali venivano impiegati sul campo di battaglia per il macello di proletari, gli uni contro gli altri armati per la difesa della «patria» e dell’onore nazionale.

La Società delle Nazioni prima, la Conferenza di Ginevra (mai chiusa) e l’ONU poi, poterono presentarsi come l’areopago internazionale dove i soloni compulsavano i loro cervelli per affrontare un piano di pace «stabile e duratura».

Nel frattempo, nell’ambito della divisione dei compiti e delle funzioni tipica del sistema capitalistico, l’intellettualità più acuta era impegnata a teorizzare sull’«arma assoluta», per una sete mistica di definitiva quiete del corpo e dell’anima, non importa se a carico della «distensione» (non quella di cui si parla tanto) dei corpi proletari disseminati sui campi di battaglia periferici o metropolitani.

L’arma assoluta, come è noto, sarebbe stata finalmente trovata alla fine degli anni ’40 per mezzo della fissione nucleare e della reazione a catena, in una parola con la scoperta della bomba atomica.

Il pacifismo mondiale, belando in processioni sempre più ambigue ha preteso di individuare nell’arma lo strumento dell’Apocalisse, la sua cavalcatura più drastica e definitiva. Solo il marxismo rivoluzionario, rimossi da tempo tutti gli «assoluti», «teologici» o laici, non importa, ha opposto a tale forma di «catastrofismo» fatalistico ed interessato, il suo sano «catastrofismo» storico e rivoluzionario.

Gli argomenti sono stati e sono ancora quelli con i quali il lucidissimo Federico Engels, «il generale» come veniva scherzosamente e affettuosamente soprannominato dal «moro» (C. Marx), aveva sbaragliato e coperto di ridicolo agli occhi dei rivoluzionari del suo tempo e di tutti i tempi, il Sig. Dühring (Antidühring – Teoria della violenza – IIIª parte) che si muoveva (e peggio si muovono i suoi ancora più ridicoli epigoni) «nell’ambito delle puerilità pura e semplice». Anche il Sig. Dühring, con metodo «assiomatico» e metafisico, aveva pensato di far colpo parlando di onnipotente «violenza» delle classi dominanti nella storia, e ne aveva fornito una sua teoria. In ogni epoca, la classe dominante si sforza di presentarsi come insostituibile e investita di una autorità e forza invincibili e perciò «sacra». Non è sfuggita a questa norma, pur senza poterla giustificare con la collera divina in quanto nota rivoluzionaria e dissacratrice, la borghesia capitalistica; per questo si è coperta ancor più di ridicolo agli occhi dei rivoluzionari conseguenti. «Ebbene – afferma Engels – consideriamo un po’ più da vicino questa onnipotente «violenza» del Sig. Dühring: «La spada in pugno», Robinson asservisce Venerdì. Da dove ha preso la spada? Neanche nelle isole fantastiche delle imprese robinsoniane le spade sinora crescono sugli alberi, e il sig. Dühring resta debitore di una risposta qualsiasi a questa domanda. A Robinson era tanto possibile procurarsi una spada quanto è possibile a noi il supporre che un bel giorno Venerdì gli possa apparire con un revolver carico in mano, nel qual caso tutto il rapporto di «violenza» si rovescia: Venerdì comanda e Robinson deve sgobbare. Chiediamo scusa al lettore se ritorniamo con tanta insistenza alla storia di Robinson e Venerdì, che propriamente è più al suo posto in un giardino d’infanzia anziché nella scienza, ma che possiamo farci?

Noi siamo in obbligo di applicare coscienziosamente il metodo carismatico del sig. Dühring e non è colpa nostra se così ci muoviamo nell’ambito della puerilità pura e semplice. Dunque il revolver ha la meglio sulla spada e questo fatto farà comprendere, malgrado tutto, anche al più puerile assertore di assiomi che la forza non è un semplice atto di volontà, ma che esige per manifestarsi condizioni preliminari molto reali, soprattutto «strumenti» di cui il più perfetto ha la meglio sul meno perfetto; che questi strumenti devono essere inoltre prodotti, il che dice ad un tempo che il produttore di più perfetti strumenti della forza, vulgo, armi, vince il produttore di strumenti meno perfetti e che, in una parola, la vittoria della forza poggia sulla produzione di armi, e questa poggia a sua volta sulla produzione in generale, quindi … nella «potenza economica», «nell’ordine economico», sui mezzi materiali che stanno a disposizione della forza».

La forza, al tempo di Engels, come prosegue nel passo al quale rimandiamo i lettori (tanto è semplice, chiaro e comprensibile, eccetto che per i sigg. Dühring, più duri … di lui), era rappresentata dall’esercito e dalla marina da guerra; noi – salvo aggiornamenti -, dalle bombe atomiche, dai missili ad ogiva multipla e via di seguito con questi ordigni. Ma la sostanza teorica rimane quella: non esiste arma «assoluta», esistono le armi che storicamente vengono prodotte. Ma la bomba atomica ci distruggerebbe tutti, vinti e vincitori, hanno belato all’unisono i Krusciov e i Kennedy, i Giovanni XXIII e il gregge al seguito. Con questo ritornello, macabro e ricattatorio, i signori borghesi ed opportunisti hanno tenuto a bada, e si sono tenuti a bada, per ben 30 anni, quando il capitale dal diavolo in corpo, riesploso più potente e gonfio di prima sta impedendo anche ai più sottili strateghi una completa revisione della teoria di una eventuale IV° guerra mondiale da combattersi con i sassi. I colossi imperialistici si confondono nell’estenuante e plateale negoziato SALT. Si fanno balenare ogni tanto accordi fantastici, pace millenaria; ma per poco, perché al momento opportuno cala la doccia «calda» di nuove strategie di offesa, di armi segrete, dal raggio della morte, alla battaglia meteorologica (con gravi preoccupazioni per il «nazionale» Bernacca).

La spada in pugno è stata brandita in questi ultimi giorni dal Robinson di turno, il bambolone Schlesinger, marine dallo sguardo ingenuo, con la sua teoria della «guerra atomica limitata» contro la tesi della «risposta graduata convenzionale», elaborata nell’era d’oro della coesistenza pacifica dalla «testa … d’uovo» McNamara, che a sua volta aveva rovesciato la teoria della «rappresaglia massiccia» del cavaliere dell’Apocalisse Foster Dulles.

Non ci meravigliamo di queste conversioni, che non sono affatto il frutto del genio strategico di simili «carpe», ma le conseguenze che le condizioni materiali della produzione generale capitalistica inducono nell’ambito della strategia e della tattica militare, che in ultima istanza significa del controllo da parte dei ladroni imperialistici del loro dominio sulle rispettive zone di influenza, sempre più precarie, sempre meno eterne.

Siamo di fronte ad un assaggio non puramente psicologico: i mostri imperialistici si stanno rendendo conto che la crisi economica potrà comportare un confronto militare non più localizzato o localizzabile, e devono cominciare a vedere che effetto fa la proposta di qualche fungo (atomico) avvelenato, magari nel cuore dell’Europa, culla del capitalismo.

Gli U.S.A., preoccupati di evitare che le bombe possono cadere nel proprio «invitto» territorio nazionale, sanno che effetto potrebbero produrre sulla propria classe operaia, disarmata sul piano ideologico, ma imprevedibile per quel che riguarda le sue reazioni.

Dunque un altro mito sta cadendo, ma la mistificazione continua: i destinatari reali di queste minacce sono i proletari, che si troveranno ancora una volta di fronte al dilemma tragico di sempre: o assecondare la guerra tra gli Stati, o aprire le ostilità contro gli affamatori, dando inizio alla guerra civile.

Sono terminate le sfilate per il disarmo e la pace: «sudano i fuochi a preparar metalli»; il proletariato, la classe operaia faccia la sua parte se non vuol perire per mano delle armi che ha affilato con le sue stesse mani. O capitalismo o comunismo, non c’è altra via!

In India l’accumulazione capitalistica schiaccia proletariato e contadini Pt.1

L’Asia è ancora una volta al centro dell’attenzione di un’umanità sempre più attonita e sbalordita, incapace di riconoscere le vere cause dei mali che l’affliggono. Questa volta è il turno dell’India, la più grande democrazia del mondo, il grande Stato forte di 580 milioni di bocche da sfamare, che anni fa si annunciava con clamore come nuova nazione guida del Terzo mondo, che avrebbe sconfitta la povertà sulla scorta di una industrializzazione super accelerata e avrebbe oscurato i già luminosi esempi della Russia e della Cina. Pii desideri che sono rimasti tali perché così era scritto nelle vicende che hanno caratterizzato la conquista dell’indipendenza nazionale degli indiani dal giogo dell’imperialismo inglese, il quale ebbe dalla storia il gigantesco compito di frantumare l’immobilismo del modo di produzione asiatico che regnava nella ricchissima penisola. Tale modo di produzione, l’asiatico, era fondato sulle comunità di villaggio, fondamentalmente autosufficienti, vere e proprie indipendenti unità produttive cementate nella simbiosi fra agricoltura e artigianato ed in una rigida ed invariante divisione del lavoro, alle quali era completamente disconosciuta la proprietà privata del suolo.

Al di sopra di questa rete pulviscolare di unità produttive stava lo Stato centrale, che si occupava, oltre che della distribuzione del ferro e del sale, della regolamentazione delle risorse idriche che, causa le caratteristiche climatiche della zona, era di primaria importanza sia dal punto di vista produttivo che da quello economico. Lo stato assolveva anche ai compiti militari di difesa del territorio dall’invasione di altre popolazioni e faceva fronte a tutte queste esigenze della comunità incamerando dal villaggio contadino una rendita fondiaria in natura.

È il modo di produzione asiatico nella sua forma «pura»: così scrive Marx nel I libro del Capitale: «l’organismo produttivo semplice di queste comunità autosufficienti riproducentisi sempre nella stessa forma e, se mai vengono accidentalmente distrutte, rinascono sullo stesso luogo e con lo stesso nome, fornisce la chiave del mistero dell'”immutabilità” delle società asiatiche, immutabilità con la quale contrastano in modo così impressionante il continuo dissolversi e ricostituirsi degli Stati asiatici e il mutamento incessante delle dinastie: la struttura degli elementi economici fondamentali non è qui toccata dalle bufere che si scatenano nell’atmosfera politica».

Toccò a S. M. il Capitale infrangere quelle barriere millenarie che imprigionavano lo sviluppo delle forze produttive. Quelle dovevano essere spezzate e lo furono: la proprietà privata, l’imposta in denaro – anziché in natura – furono fra le armi micidiali che spezzarono un modo di produzione sopravvissuto a se stesso. L’usura, le carestie, le macchine, agirono come un gigantesco rullo compressore che stritolò le arcaiche strutture della comunità indiana. Fu una tremenda e folle corsa all’accumulazione di capitale che fece conoscere all’India le gioie della civiltà borghese: l’abbandono della regolamentazione del regime idrico del suolo tolse ai contadini indiani la possibilità di fronteggiare i periodi di siccità con le riserve idriche accumulate nei periodi di alte precipitazioni, di irrigare le zone più aride con l’eccedente acqua delle zone vicine, causando una serie spaventosa di carestie ed epidemie ed altri flagelli cosiddetti naturali; un vampiresco sistema di imposte uccise l’appena nata proprietà privata (senza proprietà privata niente imposta in denaro) della terra dei contadini, i quali per sopravvivere si legavano sempre più ad un’usura insaziabile che rapidamente li spogliò dei mezzi di produzione e della terra. I contadini sul lastrico produssero e producono tutt’oggi un inurbamento delle principali città che non ha uguali; le merci inglesi distrussero la nascente industria domestica e presto la fame, dopo le campagne, colpì pure le città. L’antica India era finita: la nuova nasceva avendo per balia l’ingordigia della Compagnia delle Indie sotto lo sguardo vigile del leone britannico.

All’ombra della dominazione inglese si sviluppava intanto la nascente classe dominante indigena: da un lato i proprietari fondiari, dall’altro i mercanti prima, gli imprenditori capitalistici poi. Sono i primi passi della borghesia indiana che non poteva non essere legata alla dominazione inglese e disposta a ogni compromesso nella questione dell’indipendenza nazionale come nella questione agraria. Moderazione innanzi tutto insomma, ed è all’insegna della moderazione, della non violenza, dei digiuni, del paternalismo di Gandhi – vero e proprio pompiere – che l’India si stacca dalla sua protettrice, l’Inghilterra.

Fu una rivoluzione nazionale dall’alto che non poteva minimamente risolvere i problemi dei contadini poveri e del giovane proletariato indiano prima perché incapace di spezzare i rapporti di classe esistenti nelle campagne, poi perché non poteva gettare nella mischia gli operai di Calcutta, di Nuova Delhi, di Bombay. Moderazione e «non violenza» che significarono carestie e miserie future per i contadini e il proletariato indiano. Niente infatti fu risolto. Né la questione agraria (la costituzione indiana del ’47 abolisce le caste che tuttavia non sono state sradicate, come vedremo in seguito) tanto che l’agricoltura indiana, nonostante i suoi progressi, batte la fiacca; come per la questione nazionale tanto che lo Stato centrale indiano non riesce neppure a dominare le autonomie amministrative delle diverse nazionalità.

Salta qui subito agli occhi la differenza con la «rossa» Cina devastata da rivoluzioni e guerre, con la sua democrazia popolare fondata sì su una collaborazione di classe, ma che non ha avuto paura nell’incendiare le campagne, e, se facciamo un altro passo indietro, la mente torna alla bolscevica Russia che magistralmente camminò nell’insegnamento di Marx per le rivoluzioni doppie, che devono assolvere in economia compiti borghesi.

Gli inglesi se ne andarono, certo, ma non prima di aver disegnato sulla carta del mondo una delle tante mostruosità che caratterizzarono lo smembramento degli immensi imperi coloniali franco-inglesi: la divisione India-Pakistan, che sta alla pari con la spartizione della Germania nazista ed opera delle democrazie. Rivoluzione dall’alto, che permette comunque al neo-Stato indiano di spiccare il salto nel folle girone dell’industrializzazione. Certo nelle campagne i milioni di contadini senza terra, abbrutiti dalle privazioni, dalla fame e dalle carestie, non scompaiono; non si riesce a rimettere in piedi il vecchio sistema di regolamentazione idrica. Ma non importa. Vorrà dire che i contadini espropriati con violenza dalle loro terre dall’accumulazione capitalistica costituiranno nelle città manodopera a basso prezzo, con poche pretese e con nessuna tradizione di lotta, imboniti come sono dalla vecchia saggezza indù e dalla gandhiana teoria della non violenza.

La non violenza di Gandhi, che aveva guidato la lotta per l’indipendenza nazionale, lascia adesso il passo alla programmazione e all’interventismo statale del «socialismo» di Nehru che brucia la tappa liberistica. Pur tuttavia non si può parlare di una borghesia indiana in gioventù «compradora»: questa mai fu classe dedita completamente ai commerci e, legata a doppio filo col capitale inglese, priva di basi sociali in un paese visto unicamente come «terra di rapina». Si configurava piuttosto come uno strato sociale dalla crescita relativamente autonoma rispetto al capitale straniero, composto da produttori più che da mercanti. Il fatto è che non esisteva alternativa: la semplice impresa privata, date le magre risorse finanziarie e tecniche a sua disposizione avrebbe potuto produrre merci solo con l’aiuto del capitalismo internazionale e il colonialismo sarebbe rientrato dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. Infatti un eccessivo afflusso di capitali stranieri, con i condizionamenti politici ed economici che ne sarebbero derivati e con il conseguente flusso di profitto dall’India a favore dei paesi industrializzati ed investitori, avrebbe messo in discussione la possibilità di uno sviluppo borghese della S.p.A. India. L’unica strada aperta era pertanto il capitalismo di Stato, lontano mille miglia dal socialismo, ma capace però di uno sviluppo moderno del paese. L’intervento statale doveva agire là dove l’iniziativa privata non era in grado di fare da sola.

L’iniziativa privata insomma (Italia, Italia!) doveva essere diretta e regolata dallo Stato indiano che, poverino, non poteva non assumersi il ruolo più ingrato, quello cioè di investire capitali 1) là dove per lunghi anni il profitto sarebbe stato poco o nullo e 2) nei settori chiave dell’economia capitalistica quali l’industria pesante e le comunicazioni senza lo sviluppo dei quali non si può dar vita ad un processo di industrializzazione.

L’industria venne così divisa, siamo nel ’51, inizio del primo piano quinquennale, in tre settori. Un gruppo comprendente la produzione di munizioni, energia atomica, ferro e acciaio, macchinari ed impianti elettrici pesanti, carbone, petrolio, ferrovie, miniere, aeronautica, cantieri navali, telecomunicazioni, elettricità, sotto l’esclusivo controllo dello Stato, che sarebbe stato responsabile della gestione e dello sviluppo. Un secondo gruppo, in cui all’interno il capitale privato si sarebbe affiancato a quello statale, includeva la produzione di alluminio, strumenti meccanici, ferro-leghe, chimica, fertilizzanti, gomma sintetica, trasporti stradali e marini. Il terzo settore costituito dai restanti rami industriali, cioè l’industria leggera – tecnologia inferiore, minori capitali di partenza, periodo di ammortamento relativamente breve – veniva lasciato alla «iniziativa e intraprendenza» dei privati ai quali era così offerta la possibilità su un piatto d’argento di aumentare in breve tempo la loro disponibilità di capitali.

Dal 1956, inizio del secondo piano quinquennale, infatti il capitale privato, dopo la costruzione di tutta una serie di infrastrutture da parte dello Stato centrale, incominciava a penetrare nel settore in origine riservato al capitale statale e precisamente: produzione di armi e macchinari pesanti, lavorazione del piombo e dello zinco, produzione e distribuzione dell’elettricità, estrazione del carbone, produzione di cavi telefonici e di equipaggiamento telegrafico; nei rami cioè più retributivi fra quelli oggi definiti ad alta tecnologia.

Nello stesso tempo lo Stato assumeva sempre più una funzione di sostegno dei settori più sviluppati del capitalismo indiano sia attraverso le commissioni governative nonché con la «politica del credito».

Era pertanto necessaria una pioggia di capitali e di investimenti stranieri, sempre però guardati con sospetto perché minaccianti i sogni neutralisti e di non allineamento di Nehru, altre strade essendo comunque precluse alla borghesia indiana.

Gli «aiuti internazionali» si riversarono sull’India (vedi tabella) e fra i più solleciti a rispondere all’appello furono i russi la cui borsa si è andata man mano allargando tanto da determinare la svolta filosovietica di Indira Gandhi con il relativo patto di amicizia, di non aggressione, di aiuto reciproco, e chi più ne ha più ne metta, del 1971.

Il sogno utopistico del non allineamento svaniva ma in compenso si è avuto un certo progresso nella produzione industriale, pur tenendo conto del basso livello produttivo di partenza; vero è che neppure l’India sfugge alla tendenza dell’economia borghese di una progressiva diminuzione degli incrementi nella produzione industriale: +8% l’anno di media tra gli anni 1956-’64, 6,4% nel ’69, 4,8% nel ’70, 2,9% nel ’71, 2% scarso nel ’72, stagnazione negli anni 1973-74.

Il reddito nazionale, delizia dell’economia borghese, conosce un incessante aumento: rispetto al 1947 è oggi raddoppiato con un incremento annuo medio del 3,6%. Il reddito pro-capite è aumentato del 1,5% annuo. Insomma vorrebbero far credere che il paradiso terrestre non sia un’invenzione della religione, ma un fatto reale, riservato beninteso a chi predichi e pratichi la non violenza!

Ma eccoci al rovescio della medaglia: la crescita della miseria ha frantumato ogni record e studi e commissioni hanno calcolato che l’India è afflitta dai «200 ai 300 milioni (su un totale di 580 milioni di popolazione) di individui che non soddisfano se non in minima parte le mere necessità alimentari», e che nell’ultimo quinquennio il consumo dei prodotti essenziali come gli alimentari di base, i grassi e il cotone sarebbero diminuiti.

Per ricapitolare, aumenta sia il PNL sia la povertà e lo schiacciamento fisico e sociale del proletariato e del contadiname.

Non può non essere che così; compra merci chi ha denaro a sua disposizione e in India, paese ancora sottosviluppato che si barcamena su un livello di sopravvivenza, la domanda effettiva proviene essenzialmente dai ceti ricchi e il settore industriale non può non soddisfarla.

Quindi capitalisticamente la produzione dei beni di consumo può anche relativamente diminuire se aumenta, in misura maggiore, la produzione dei mezzi di produzione e dei beni di lusso: il PNL aumenta come l’intervallo fra un pasto e l’altro del proletario delle metropoli indiane.

Altro caso, aumenta anche la produzione di sussistenza ma aumenta in misura maggiore il numero dei proletari: se i rapporti di classe non mutano la situazione del proletariato peggiora anche in questo caso che pur prevede un grande aumento del famigerato PNL.

E potremmo continuare ancora un bel po’ con le varie combinazioni dal triste risultato: aumenta con la ricchezza sociale lo schiacciamento del proletariato.

Ma nel caso dell’India non c’è bisogno di scervellarsi poi tanto per individuare le cause della fame che in quell’immenso paese regna sovrana.

È l’agricoltura il punto dolens; l’abolizione soltanto giuridica delle caste non poteva essere la salvezza per il contadino paria indiano, specialmente quando la stessa legge concede la libertà di praticare qualsiasi religione riducendo così al minimo il confine tra l’ammettere la casta, dal punto di vista della libertà di professare la religione indù, e il condannarla secondo il principio dell’uguaglianza fra gli uomini. Si è in definitiva lasciato le cose così come erano sotto gli inglesi e in più liberando giuridicamente il contadino dall’edificio castale, si è demandato a una lenta accumulazione di capitale nelle campagne da parte dei grandi proprietari terrieri, sulle spalle dei contadini poveri, il compito di creare nel modo più indolore possibile, da un punto di vista sociale, un’agricoltura moderna. Tanta moderazione non poteva che fare un clamoroso fiasco e ancora oggi in molte regioni dell’India l’istituto castale resiste; milioni di contadini o sono senza terra o sono costretti a spremerne un fazzoletto e le grandi proprietà terriere sono nella maggior parte condotte con metodi di produzione arcaici.

La tanto decantata «rivoluzione verde», gli aiuti internazionali che avrebbero dovuto servire a migliorare complessivamente l’agricoltura indiana, non ha potuto mantenere le sue promesse; gli unici vantaggi e capitali se li sono beccati le poche aziende agricole moderne in grado di investire in macchine, in fertilizzanti, in sementi selezionate, in opere e apparecchiature per l’irrigazione, in impianti di conservazione ecc. In questo senso la rivoluzione verde se ha consentito progressi impressionanti – da 50-60 milioni di tonnellate di cereali al momento dell’indipendenza e il compimento del primo piano, quello iniziato nel 1950-’51 ai 108 milioni del 1971 – ha accentuato i divari tra un’agricoltura che produce per il mercato (grande azienda agricola) e quella di sussistenza (piccola proprietà parcellare condotta familiarmente), nonché tra le regioni dove l’irrigazione è facile e le altre che dipendono dal monsone. Quindi se le pochissime aziende agricole moderne hanno fatto passi da gigante le condizioni dei milioni di contadini poveri sono ulteriormente peggiorate anche perché la terra, aumentata di valore, è divenuta ancor più inaccessibile a chi manchi di capitali.

Il monsone in definitiva è ancora l’arbitro della sorte degli indiani ed è bastato che si mettesse a fare i capricci perché la produzione di cereali diminuisse: 108 milioni di tonnellate nel 1971, 104 nel ’72, 100 nel ’73 e nel ’74.

Farsa tragica se si pensa che i conflitti esistenti tra i vari Stati dell’Unione Indiana non permettono di convogliare gli eccessi di acqua del Gange e del Bramaputra nelle regioni semiaride, né di sfruttare minimamente quelle del Narmada come di altri fiumi minori.

La non violenza, arma e bandiera della borghesia indiana come un boomerang si è ritorta contro lo sviluppo futuro delle fragili strutture di quella società che soffre, come diceva Marx a proposito della Germania della seconda metà del secolo scorso, «tanto dello sviluppo della produzione capitalistica, quanto della mancanza di tale sviluppo».

Non poteva essere altrimenti.

È stata poi la crisi del petrolio che ha accelerato questo processo di attrazione ad un polo di ricchezze all’altro di fame. L’India, per fronteggiare il crescente bisogno di carburante del suo apparato produttivo in espansione, ha rapidamente ingigantito il suo debito con l’estero perché le sue esportazioni non aumentavano nella stessa misura.

L’inflazione ha raggiunto la rata del 30% nel ’74, gli investimenti nell’agricoltura sono passati da 650 miliardi di lire a 500 e il reddito pro capite, prima volta dopo l’indipendenza, è diminuito scendendo da 87 dollari a 84 annui. Era il crollo delle ambiziose aspirazioni della borghesia indiana, niente delle sue illusioni è rimasto in piedi: abolire la povertà, salire nel rango delle potenze, diventare lo Stato guida del Terzo Mondo non allineato; tutto s’è sciolto come neve al sole.

Il ciclo economico russo segue le sorti del capitalismo mondiale Pt.1

Nel 1956, a seguito delle affermazioni del 20º Congresso del Partito Comunista Russo con le quali si cancellarono anche le ultime tracce di politica classista dal partito e dallo Stato sovietici, il nostro movimento pubblicò il «Dialogato coi Morti». Coi morti, appunto, dato che al partito proletario e rivoluzionario nessun terreno esisteva ormai più, nemmeno di polemica, con la dirigenza cremlinesca. Definitivamente svanita fu anche l’illusione di una Russia pronta a scontrarsi militarmente con l’America, gendarme numero uno della conservazione mondiale.

La rivoluzione borghese russa «is over, è un fatto compiuto», scrivemmo nel 1953. L’industria russa, pienamente capitalistica, non si contrappone più alla rivale d’oltre Atlantico, bensì affermò voler pacificamente emulare gli squallidi successi del maggior brigante imperialistico. Affermò, contro tutte le previsioni del marxismo, possibile la dominazione, in pace, sul mondo intero, «super-imperialistica» alla Kautsky, delle due potenze, l’una campione del capitalismo, l’altra del socialismo, congressualmente giostranti a suon di statistiche: tonnellate di acciaio contro kilowattora di energia, megatoni H contro phantom «convenzionali».

Non solo, ma il sistema ipoteticamente socialista russo avrebbe, entro il 1975 si disse, dimostrata la sua superiorità sul capitalismo e lo avrebbe raggiunto, ma sul suo stesso terreno, quello della folle produzione di merci, dell’accumulazione di capitale, dello sfruttamento dei salariati.

Contro questa ingannevole contrapposizione, per la quale i proletari del mondo intero furono spinti a macellarsi in difesa di Stati falsamente «operai» e «socialisti», noi opponemmo sempre la denuncia della pretesa natura post capitalistica dell’economia in Russia, anzi dimostrammo in essa la presenza degli elementi caratteristici di ogni produzione di capitale: merci, salariato, lavoro associato, e solo nella sua parte più moderna ed industriale mentre permanevano nella struttura produttiva agricola retaggi ancora preborghesi e addirittura comunitari (kolkoz).

Dimostrammo altresì presuntuosa ed impossibile la prospettiva che vedeva la Russia rapidamente raggiungere il volume produttivo statunitense data la differenza nelle condizioni di partenza e il prevedibile rallentamento nella corsa russa. Mostrammo però che il confronto era possibile e misurabile proprio perché trattavasi di regimi sociali basati sulle medesime leggi economiche.

Dinanzi al fuoco d’artificio delle statistiche calcolate ad effetto sparate dalle due sponde, alle quali oggi si aggiunge l’ancora più disgustosa stretta di mano «in orbita» fra ladroni imperialistici, messaggeri, nell’anno di crisi 1975, non di una impossibile pace universale a cui nessuno crede più, ma della consumata spartizione della sottostante terra, sulle spalle di milioni di ingannati proletari e attoniti contadini terzomondisti, il nostro partito iniziò un meticoloso lavoro di riordinamento ed elaborazione, con metodo scientifico e non meramente propagandistico, delle misurazioni, ripetute su lunghi archi di tempo, delle grandezze caratterizzanti il divenire delle economie nei diversi paesi.

Il quadro del Dialogato

Fra i primi risultati del lavoro di ricerca fu la presentazione sintetica, nel 1956, del «QUADRO DEGLI INCREMENTI TOTALI E MEDI ANNUI DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE NEI PAESI E PERIODI TIPICI DELLO SVILUPPO STORICO DEL CAPITALISMO».

In senso immediato con questo si intesero verificare due importanti leggi del modo capitalistico di produzione, derivate entrambe dalla più generale legge della caduta tendenziale del saggio del profitto così come enunciata e dimostrata teoricamente da Marx nel Capitale: 1) «in fase normale il ritmo di incremento dell’accumulazione di ogni paese decresce col tempo»; 2) «il capitalismo più giovane ha incremento medio più rapido» (Dialogato). Queste leggi, verificate nell’industria russa, ne confermano la classificazione nella specie capitalistica. Ma, più in generale, scrivevamo: «Le chiavi per decifrare il quadro, eloquente di per sé nel suo significato di piattaforma del corso futuro, sono tre: Crisi, Guerra, Rivoluzione». Oltre a confermare, cioè, la tendenziale storica diminuzione di produttività del capitale, sua condanna a morte, indaghiamo il futuro susseguirsi dei «periodi» e attendiamo quello che non sarà termine ed inizio di nuovi cicli economici, ma che segnerà la rivoluzionaria chiusura di ogni contabilità borghese, quando si programmerà lo smantellamento di interi rami industriali ed il rallentamento dello sviluppo produttivo.

Dall’ultima ondata di rivoluzione internazionale coincidente nel quadro con la «prima guerra», sono seguiti i periodi: Ricostruzione, Crisi, Ripresa, Seconda guerra, Ricostruzione.

Allo specchio qui ripubblicato abbiamo aggiunto un «periodo»: all’ultimo, «1946-1955, anni 9, Ricostruzione», e l’elevato valore dei tassi di incremento medi annui ne misurava lo slancio, qui segue il «periodo» «1955-1974 anni 19», e lo chiamiamo «Imperialismo», come già era il periodo 1900-1913, anni 13.

Il momento attuale non potrebbe essere più opportuno per «chiudere» anche con questo periodo; il 1974, del quale ora disponiamo gli indici della produzione industriale, è per quasi tutti i paesi l’anno di massimo nello sviluppo economico, l’inizio di una «tendenza involutiva» dell’economia capitalistica, la fine del «benessere», il «ritorno agli anni ’30» come scrivono gli stessi economisti borghesi.

Del resto, già in calce al quadro del Dialogato scrivevamo: «Per le conclusioni più vaste non oseremo una profezia, solo un auspicio. Il decennio postbellico di avanzata della produzione capitalistica mondiale continui ancora alcuni anni. Poi la crisi di interguerra, analoga a quella che scoppiò in America nel 1929. Macello sociale delle classi medie e dei lavoratori imborghesiti. Ripresa di un movimento della classe operaia mondiale, reietto ogni alleato. Nuovissima vittoria teorica delle sue vecchie tesi. Partito comunista unico per tutti gli Stati del mondo. Verso il termine del ventennio, l’alternativa del difficile secolo: terza guerra dei mostri imperiali – o rivoluzione internazionale comunista. Solo se la guerra non passa, gli emulatori morranno!».

Gli «alcuni anni verso il termine del ventennio» ci hanno portato al 1974.

Il periodo qui concluso, dell’altro di pace imperialistica descritto nel quadro, 1900-1913, presenta la non breve durata: 19 anni contro 13 ed una certa somiglianza nelle velocità di crescita. Già sapevamo che i cicli del capitale tendono ad allungarsi. Con l’altro periodo di pace, giustamente detto di «Ricostruzione», il 1920-1929, l’analogia è minore appunto per la perturbazione recata dalla recente guerra.

Per le precedenti colonne il quadro è lo stesso già pubblicato dal partito così come appare nel Dialogato. Solo abbiamo sostituito agli incrementi percentuali totali nel periodo, allora segnati in tondo, direttamente i numeri indici della produzione industriale base 1913, relativi agli anni di separazione dei periodi. Per gli anni dal 1880 al 1913, verificati i conteggi, abbiamo soltanto corretto alcuni tassi di incremento, sensibilmente solo il Regno Unito nel secondo periodo. Immutate le fonti dei dati ricordando che «il presente quadro è elaborato solo su dati di fonte russa (Varga, Stalin, Kruscev). Gli indici dei primi due periodi sono tratti dalle cifre relative alle industrie base, date da Varga».

Per i periodi invece dal 1913, vista la notevole concordanza dei dati, abbiamo ricalcolato tutti gli indici in base alle più recenti tabelle pubblicate dall’ONU: nessuno scostamento significativo.

Tutto il rigo russo, dal 1913, è invece nuovo. Infatti la Direzione Centrale di Statistica dell’URSS nel 1973 ha creduto opportuno buttare al macero tutti i precedenti rapporti, peraltro scarni e sibillini, sull’andamento dell’economia e sulla realizzazione dei piani quinquennali (destalinizzazione statistica!): pubblicando una edizione speciale dell’Annuario ci fornisce nuove e più complete serie. Qui aggiorniamo gli indici della produzione industriale. Quali informazioni saranno più vicine alla realtà? Presumibilmente questi ultimi, visto che descrivono uno sviluppo più lento dell’industrialismo russo mentre l’adozione delle vecchie serie porterebbe oggi a masse di produzione spropositate tali da non convincere nemmeno il più sciovinista kolkhoziano siberiano. Le correzioni apportate al quadro giocano a favore di un rafforzamento nella dimostrazione delle nostre leggi in quanto più veloce è la diminuzione dei saggi di accumulazione nel tempo e meno diverso il ritmo sovietico da quello dei paesi occidentali.

Iniziamo quindi ad osservare i dati del periodo aggiunto: perfettamente verificate le «orizzontali»: generale rallentamento rispetto al periodo precedente per i sei paesi. Ma vogliamo confrontare i tassi di incremento con l’altro periodo di «Imperialismo» 1900-1913; maggiore somiglianza di condizioni esterne, maggiore concordanza di fase (il periodo lungo di Marx): per tutti verificata la diminuzione, Gran Bretagna da 2,6% a 2,5%, Francia da 6,0% a 5,8%, Germania da 7,3% a 5,4%, Stati Uniti da 7,3% a 3,8%, Russia da 10,0% a 8,8%. Anomalia per il Giappone: da 10,1% a 12,8%; una spiegazione è nelle terribili distruzioni subite durante la guerra in quel paese, tali da produrre per la sua macchina produttiva come una seconda nascita (questo non gli ha impedito già nel dicembre 1974 di crollare, come gli altri, con la produzione del 14,5% dell’anno prima).

Leggiamo ora il quadro verticalmente. Qui gioca «l’anzianità» del capitalismo nei diversi paesi. Tornano tutti «in riga», ad eccezione di un piccolo rallentamento tedesco; le economie hanno tutte riacquistato il loro andamento necessario dopo le distruzioni belliche di differenti entità ed il successivo periodo di ripresa; per esempio la Germania Occidentale si ridimensiona dal 22,1% annuo del dopoguerra al prevedibile 5,4%. Il basso ritmo dell’industria statunitense si spiega con l’ingolfamento abnorme di merci prodotte da una economia che, unica, non fermò nemmeno in tempo di guerra (+ 4,5% nel periodo) e non subì alcuna distruzione sul suolo nazionale: tutto pronto per la crisi di sovrapproduzione. Anche nella lettura «verticale» si evidenzia il «miracolo giapponese».

E veniamo alla Russia. Tasso di incremento medio annuo in questo «Secondo Imperialismo»: 8,8%. Valore adeguato ad un capitalismo già abbastanza maturo, paragonabile al 7,3% della Germania nel 1900-1913 per esempio, un tasso «da imperialismo» insomma, appunto come già era la Germania di allora nell’opuscolo di Lenin. Dando uno sguardo a tutto il rigo della Russia si verifica come sia definitivamente trascorso il periodo della accumulazione originaria con le velocità del 13,0%, 10,0%, 34,1%, 19,3%, 17,0%, 17,2%. La legge della caduta tendenziale del saggio del profitto vige, perfetta, anche per la Russia, anzi proprio perché nel suo sviluppo già protetta con cortine di ferro dalle alterne vicende del capitalismo mondiale, più docilmente lo sviluppo della sua economia si adagia, con le sue due nascite, sulla teorica curva asintotica del saggio del profitto.

Il prodotto delle vicende sociali di sessanta anni dalla rivoluzione d’Ottobre in Russia ci mostra un paese a regime sociale pienamente capitalistico, anzi possiamo affermare che, quello che già fu la debolezza della rivoluzione antizarista, la mancanza di una classe di borghesi, motivo del suo ritardo e causa del successo della rivoluzione proletaria che produsse il potente e autonomo apparato del potere statale, al ripiegamento di questa ha consentito alla stalinista costruzione del capitalismo russo, facendo a meno degli individui borghesi, di accorciare il cammino da un lato al capitalismo monopolistico di Stato, dall’altro al regime di governo autoritario e centralizzato, privo anche di quella imbelle opposizione piccolo-borghese liberale strepitante nei paesi di vecchia democrazia.

Noi quindi attendiamo la nostra crisi, internazionale, di capitalismo marcio, crisi rivoluzionaria in Occidente come in Russia, contro lo stesso mostruoso potere sociale e suoi preti, siano essi terragnoli o spediti in orbita, medesima è la «missione»: il salvataggio ovunque del regime borghese.

Borghesia lusitana

I militari portoghesi sembra che siano intenzionati a ribadire la loro dittatura «socialista» legittimata dall’appoggio dei falsi partiti operai. Dopo aver licenziato i ministri «socialisti» e quelli socialdemocratici, si apprestano a «fondare», per decreto statale, una bieca parodia di Consigli operai, ovviamente disarmati.

Nel precedente governo fascista Salazar-Caetano, i generali stavano in caserma, dietro il portone fino ai denti armati. Nell’attuale governo «rivoluzionario», i generali stanno fuori della caserma, ma sempre fino ai denti armati. Fondano partiti, dettano la Costituzione, scelgono, rimpastano, sciolgono, riscelgono uomini e governi. I partiti si accodano, ubbidiscono, fanno la riverenza ai reali rappresentanti del potere statale, per non «pregiudicare la rivoluzione socialista», dicono. Questa «rivoluzione» sulla punta delle baionette non va troppo a genio ai partitacci nostrani. Sono le forme che non vanno bene, non certo le baionette. Che i generali «proteggano» la «rivoluzione portoghese», va bene; che inviino truppe nelle colonie per mettere «pace» tra le opposte frazioni della borghesia indigena, anche; che vietino scioperi e impongano restrizioni, pure; ma che si sostituiscano ai partiti, rubino loro il mestiere questo non va bene. Il gioco, se continua, diventa troppo scoperto. I generali «rossi» compromettono la credibilità del regime. La decantata «rivoluzione» verrebbe ad assomigliare troppo alla vecchia reazione perché gli operai possano obbedirle ciecamente. Un regime siffatto assume sempre più le forme di un regime da «stato d’assedio», da «colonnelli» greci o sud-americani. Queste preoccupazioni sono sagge. Ma il potere statale, roccaforte della classe borghese, per affinare le sue armi non può compromettere la sua saldezza. È grezzo e prepotente. Diventerà sofisticato e diplomatico alla scuola dei partiti che intendono seguirlo, se non romperanno le glorie. E i partiti, in particolare quelli sedicenti operai, ci fanno una figura da cani. Se si oppongono al Movimento delle forze armate rischiano la guerra civile. Se lo assecondano rischiano di dimostrare apertamente di essere gli strumenti della violenza di classe. In ogni caso né l’uno né gli altri potranno impedire il collasso economico e il conseguente contraccolpo sociale.

Se, secondo la tesi opportunista e borghese, la violenza è sinonimo di fascismo come la mettiamo con il regime militare portoghese che si permette di esprimere la sua dittatura persino sugli stessi partiti che lo acclamano salvatore della patria dall’odiato fascismo? Giriamo la domanda ai proletari perché riflettano.

Il sabotaggio della lotta dei ferrovieri

Nei giorni 17 aprile e 22 maggio due scioperi dei ferrovieri di 24 ore sono stati indetti ed immediatamente revocati dalle direzioni sindacali tricolori, senza che in generale i lavoratori avessero ottenuto qualcosa che perlomeno giustificasse la rinuncia alla lotta (…aleggiavano voci della loro sospensione addirittura alcuni giorni prima che ciò avvenisse, quasi fosse tutto previsto…).

I due scioperi avevano due motivi diversi: il primo «verteva» principalmente su scala mobile, assegni familiari e pensioni, sospeso dopo un accordo sbandierato ai quattro venti come positivo, ma che in realtà, come già abbiamo scritto nei numeri precedenti (n° 10/6/75), non garantiva che la perdita da parte degli statali di ben 94.200 lire in un anno, oltre ad essere anche molto misero nel modo di valutazione del punto di contingenza: 948 lire nel 1978, mentre l’inflazione internazionale galoppa con ben altro passo.

L’accordo non ha entusiasmato molto i lavoratori e, mentre a Roma si sono avuti addirittura due giorni di sciopero spontaneo, magnifiche manifestazioni di lotta che rimangono però isolate per l’aperto sabotaggio da parte dei sindacati confederali, in altri luoghi si sono avute lettere di gruppi che protestavano, regolarmente cestinate dai vari bonzetti anziché essere esposte, e, infine, in tutte le assemblee si sono avute dichiarazioni favorevoli a continuare la lotta e a non accettare l’accordo. Ma queste assemblee che statutariamente dovrebbero servire per avere l’opinione definitiva dei lavoratori (…sono fatte quando meno personale è disponibile, dati i turni, con la presenza di circa il 10% degli interessati), non sono e non saranno che un pro-forma finché non ci si deciderà a far volare dalla finestra i vari bonzetti inviati e pagati per far da pompieri in ogni momento, i quali quando non hanno l’approvazione, con molta disinvoltura rispondono che oramai «l’accordo è già stato firmato» (questo le direzioni sindacali lo potranno fare finché il movimento resterà così blando, ci penseranno, comunque, le condizioni economiche che peggiorano sempre ad acutizzare lo scontro di classe).

Lo sciopero del 22 maggio aveva come scopo principale l’aumento degli organici; sospeso perché si dice si era giunti ad una «ipotesi di accordo»; fattostà che ora, giunti al periodo estivo, i ferrovieri si trovano a pagare le proprie ferie con un superlavoro, perché, pur mancando personale, i treni continuano a viaggiare, anzi sono aumentati di numero; così si ha: i manovratori che a costo della loro stessa incolumità fisica devono correre da un binario all’altro portando carrozze; il personale dei treni che si trova ad avere in consegna un numero di vetture impossibile da accudire dal punto di vista della sicurezza stessa… E allora?… si è sospeso lo sciopero proprio dicendo che si avrebbe avuto più personale. Cosicché a questo attacco del padrone-Stato alla stessa incolumità dei ferrovieri essi sono costretti a rispondere lottando reparto per reparto mentre i bonzetti fanno di tutto per ostacolare le lotte lasciando i lavoratori isolati com’è accaduto per esempio per il personale di stazione di Firenze S.M.N. che si è trovato solo mentre gli altri ferrovieri sapevano poco o niente. I casi come questi sono molti e non tutti conosciuti ma ne bastano alcuni esempi per mostrare quanto siano fetenti le direzioni sindacali filostatali. Eccone due: Sciopero dei macchinisti, l’azienda al loro posto usa personale militare del genio ferrovieri, il sindacato non mobilita l’intera categoria, lascia fare facendo così fallire in gran parte lo sciopero. Sciopero dei verificatori, l’azienda fa eseguire la prova del freno ai capotreni i quali protestano, lo stesso accade in caso di sciopero delle biglietterie: l’azienda fa rilasciare i biglietti ai conduttori in treno; il sindacato guardandosi bene di estendere la lotta, dice che non bisogna aumentare il disagio dei «viaggiatori» e dietro lo schermo del non andare contro «l’opinione pubblica» ostacola ogni possibile rivendicazione salariale; ma ad un sindacato di classe l’unica opinione pubblica che dovrebbe interessare è quella degli operai, e appunto è ad ottenere la solidarietà operaia che dovrebbe tendere una organizzazione sindacale che serva gli interessi del proletariato.

Per contentino al malumore generale dei ferrovieri che vedono sempre più svalutati i propri salari si fanno scioperi-manifestazione di 15 minuti che in generale sono assorbiti dai ritardi che già i treni hanno o che sono recuperabili lungo la corsa. Così sempre con in bocca l’opinione pubblica, che essi stessi spesso scatenano contro la classe operaia con la scusa delle «lotte corporative in un momento difficile…», i sindacati impediscono che si facciano lotte salariali globali e fanno vertere ogni possibile rivendicazione verso l’aumento delle competenze (cioè sul cottimo) dicendo impossibile un elevamento dei salari base che sono veramente di fame (salario base circa 75-80.000 lire più varie voci accessorie che lo portano a 140-150 mila lire) perché altrimenti «con tutti i disoccupati che ci ritroviamo sarebbe una vergogna», e così, chi lavora deve stringere la cinghia mentre i disoccupati aumentano lo stesso. Ma a questo punto si pongono a proposito le nostre rivendicazioni di aumenti salariali inversamente proporzionali per i peggio pagati e di salario integrale per i disoccupati; e a chi ci risponde che con questo metodo si livellerebbe una categoria di lavoratori con responsabilità molto diversificate, l’ambiente ferroviario è proprio di esempio, infatti in esso vengono pagati meno quelli che hanno più responsabilità diretta o che fanno i lavori più rischiosi, quelli cioè che in caso di incidente subiscono l’immediato arresto preventivo, mentre l’azienda se ne lava le mani (non paga nemmeno l’avvocato), e sempre in un lavoro come questo dove, con una qualifica inferiore si può svolgere le funzioni di quella superiore senza però usufruirne interamente dei benefici e senza alcuna sicurezza, visto che quando non ne ha più bisogno, l’azienda ti ributta da dove sei venuto. E le direzioni sindacali che fanno?… Non fanno che dire che la posizione dei ferrovieri è di privilegio, «senza nessun padrone», e lo Stato borghese che cos’è?… cambia il nome ma il succo è lo stesso! e con 200.000 lire al mese e turni che possono anche raggiungere le 11 ore di lavoro continuato non si può certo vivere tranquilli.

Non riusciremo ad ottenere niente finché non ci sbarazzeremo di chi frena le nostre rivendicazioni e non ricostruiremo un sindacato rosso che lotti veramente per i nostri interessi di classe contro gli interessi dell’economia nazionale, dello Stato borghese.

"Opinione pubblica" orchestrata contro i lavoratori della scuola

L’azione congiunta del padrone Stato e dei sindacati tricolore contro i lavoratori della scuola si è manifestata non solo nella firma del famigerato accordo di cui parlavamo nel numero scorso, ma anche nell’accettazione di fatto da parte dei sindacati di un prolungamento del lavoro estivo del personale insegnante che verrà impegnato in «corsi di recupero» ed altre attività scolastiche o parascolastiche. Stranamente, non certo per noi comunisti, ma per la maggioranza dei lavoratori, i bonzi sindacali stessi si sono fatti garanti dell’applicazione della norma giuridica, finora mai osservata, secondo la quale il personale insegnante ha diritto ad un solo mese di ferie, invece di difendere la condizione di fatto per cui, fino ad oggi, i mesi di ferie erano almeno due, in qualche caso tre.

Questa spudorata azione di tradimento degli interessi più elementari di una categoria di lavoratori, questa supina acquiescenza, anzi difesa delle esigenze dello Stato che intende nella scuola, come in tutte le altre sue aziende, «risparmiare sui costi di lavoro» viene svolta all’insegna di un presunto «egualitarismo alla rovescia» che consiste nel sostenere che i lavoratori della scuola lavorano di meno di altre categorie operaie e perciò, in nome dell’«uguaglianza», devono accettare di lavorare di più.

Naturalmente, mentre si dice questo ai lavoratori della scuola, la stessa cosa viene detta alle altre categorie operaie: ad Ariccia ed a Bologna si è detto alle categorie dell’industria, che certo non possono essere accusate di lavorare poco, che prima di pensare ad aumenti salariali ed a riduzione dell’orario di lavoro per gli occupati, bisogna pensare ai disoccupati e perciò rivendicare non «più salario», ma «più investimenti»; unico modo, secondo i bonzi, di ‘pensare ai disoccupati’ perché, si sa, nella loro visuale di lacchè del padronato, sono «i padroni che danno da mangiare agli operai» e se i padroni non investono, «non fanno lavorare», la classe operaia è perduta. In nome di questo egualitarismo alla rovescia che predica a presunte categorie «privilegiate» di lavoratori di «guardare chi sta peggio di loro», i bonzi sindacali non hanno esitato a montare ed a propagandare essi stessi i presunti privilegi dei lavoratori della scuola fra gli altri operai. E quando, in alcune località, gli insegnanti hanno rifiutato l’aumento del carico di lavoro estivo, si sono fatti essi stessi promotori di pubbliche assemblee ‘popolari’ per stigmatizzare e condannare il comportamento di questi lavoratori ‘privilegiati’.

È ciò che è avvenuto a Calenzano (comune industriale della zona di Prato) in un’assemblea alla quale hanno partecipato anche alcuni nostri compagni e durante la quale i bonzi si sono fatti in prima persona portatori del «biasimo» proveniente dalle categorie di operai dell’industria «che lavorano otto ore al giorno e che vanno in ferie solo per un mese» rivolto alla mancanza di «spirito di collaborazione» dei privilegiati maestri ed insegnanti medi che avevano rifiutato di tenere un corso di recupero a settembre.

Solita la solfa fascista: «Se non ci sacrifichiamo un po’ tutti (gli operai s’intende!) come potremo far uscire il Paese (cioè i capitalisti) dalla crisi?». A questa canagliesca posizione i maestri, per bocca anche di un nostro compagno, hanno risposto che essi non avrebbero accettato nessun aumento dell’orario di lavoro proprio nel momento in cui centinaia di migliaia di disoccupati cercano invano un posto di lavoro e che, se lo Stato vuol tenere le scuole aperte per 12 mesi, cosa che può anche costituire una giusta esigenza per gli operai, lo deve fare assumendo il personale necessario e creando le necessarie strutture, non peggiorando le condizioni dei lavoratori occupati. È stato messo in rilievo come i bonzi si mettano direttamente dalla parte dello Stato come se si trattasse non dello Stato della classe borghese, ma dello Stato proletario. Quando lo Stato dei proletari chiederà ai lavoratori di aumentare il loro orario di lavoro tutti dovranno aderire con entusiasmo, ma finché questa richiesta viene dallo Stato che ha come compito la difesa dei privilegi (questi sì reali!) di coloro che vivono sfruttando il lavoro di tutti gli operai «privilegiati» o no questi hanno il dovere di rispondere che le loro condizioni di vita e di lavoro non si toccano. Schifosa più di quella dei bonzi ufficiali la posizione assunta, nella stessa assemblea, dai falsi sinistri, fortunatamente dissociatisi da noi, che l’aumento del tempo di lavoro e l’abolizione dei «privilegi» poteva andar bene se questo tempo in più fosse stato dedicato «all’aggiornamento», alla «migliore preparazione», all’acquisizione da parte degli insegnanti di «nuovi contenuti culturali più aderenti alla realtà ed ai bisogni della classe operaia» e balle di questo genere.

Si tratta logicamente di piccoli episodi marginali, ma che vanno messi in rilievo dal partito per il loro significato generale. In essi infatti si vedono schierate le forze che si batteranno più in grande domani a cominciare dalle lotte contrattuali dell’autunno.

Da una parte in un unico fronte lo Stato e la classe borghese che tendono a schiacciare le condizioni di vita di tutte le categorie operaie, i falsi partiti operai ed i sindacati tricolore che di questa esigenza capitalistica si fanno difensori in seno alla classe operaia, i falsi sinistri che sostengono le stesse cose dei bonzi adornandole, ad uso degli operai malcontenti, di una fraseologia «innovativa». Dall’altra i lavoratori coscienti della necessità di difendere il loro pane quotidiano, il loro salario, le loro condizioni di lavoro e che, mentre sono tacciati di «corporativi» dai bonzi e dai loro reggicoda «di sinistra», sono difesi dal solo ed unico indirizzo di classe: quello del partito comunista rivoluzionario.

La politica antioperaia del governo Laburista

Il 1º Agosto i provvedimenti contro l’inflazione ordinati dal primo ministro inglese Harold Wilson entreranno in vigore. Secondo queste disposizioni i salari potranno essere aumentati di solo sei sterline alla settimana e non di più, mentre coloro che guadagnano più di 8.500 sterline all’anno non avranno diritto a nessun aumento. Il limite di sei sterline è un massimo, quindi gli aumenti salariali dovranno essere comunque negoziati. Questi provvedimenti dovrebbero ridurre l’inflazione dall’attuale 25% al 10% entro un anno. Wilson dice che « questa politica è fondata sull’accordo, ma se ci sarà qualcuno che vorrà trasgredirla useremo tutti i mezzi legali in nostro possesso ». In parole povere, ciò significa che se un padrone è costretto a concedere aumenti superiori alle sei sterline per evitare scioperi, non potrà ottenere i finanziamenti che lo Stato concede e non avrà il permesso di aumentare in nessun modo i prezzi dei suoi prodotti.

I prezzi dei più importanti generi di consumo saranno « strettamente controllati », ma non ci sarà nessun blocco o congelamento, il che significa che i prezzi aumenteranno almeno della stessa percentuale dei salari.

Significativa è la reazione dei conservatori, i quali hanno espresso una sola riserva e cioè: « funzionerà? ».

La maggioranza delle Trade Unions si è dichiarata perfettamente d’accordo con le misure governative. Len Murray, il segretario generale del TUC, ha dichiarato: « sono sicuro che questa politica su salari, prezzi ed occupazione avrà un grande successo e che le Trade Unions faranno del loro meglio affinché questa nuova strategia vada avanti nella maniera giusta. La grande massa dei lavoratori iscritti ai sindacati lo vuole. Tutti dobbiamo combattere contro l’inflazione. È la strada giusta per risollevare la Gran Bretagna. È così che si difende l’occupazione ».

Da questo programma sarebbero fuori i parlamentari. Infatti essi si aspettavano di ricevere un aumento di 3.500 sterline l’anno, da aggiungere alle 4.500 che prendono attualmente. Ma, siccome c’è la crisi, essi sono pronti a sacrificarsi, accettando « solo » 1.750 sterline annue. Per ricompensarli di questo « sacrificio » il governo dovrà concedere loro tre « extra »:

  1. 1.500 sterline come indennità per la segretaria;
  2. Un aumento di 700 sterline per coloro che lavorano di notte (non si sa ancora bene cosa fanno durante il giorno). Attualmente ne ricevevano già 1050. Un deputato che proviene da una circoscrizione fuori dell’area di Londra può chiedere un aumento per rimborso spese quando sta fuori casa.
  3. Un aumento da 7,7 penny a 10 penny al miglio per le spese di viaggio.

È chiaro che, mentre potranno vantare di ricevere un salario non esagerato, questi mantenuti della borghesia potranno tranquillamente raddoppiarlo rubacchiando e falsificando conti spese nei mille modi per i quali sono ormai tristemente famosi in tutto il Regno Unito.

Forse queste denunce, stringate ma franche, faranno accendere una piccola scintilla nelle menti dei lavoratori più avanzati, dal ferroviere che guida il treno sul quale il sig. Murray viaggia nel suo scompartimento di prima classe per recarsi alle conferenze nelle quali chiederà agli operai di sacrificarsi per il bene supremo della patria, ai minatori grazie ai quali rimangono accesi i fuochi nei saloni di Westminster, agli spazzini che portano via tutte le porcherie che si accumulano al nº 10 di Downing Street, dove vengono decise le sorti della classe operaia.

Forse questa scintilla diventerà un incendio quando essi capiranno che tutto ciò è soltanto un nuovo modo per dire no agli operai. Naturalmente Wilson non poteva minacciare una azione diretta contro gli operai, perché deve mantenere la tradizione, che i laburisti sono il partito degli operai, tradizione che ha loro consentito di tradirli tutte le volte che ne hanno avuta l’occasione; così, molto semplicemente, dice ai padroni che non devono concedere troppo agli operai, o guai a loro. Eccolo qui, il buon vecchio amico della classe operaia.

Il presunto colpo dato alle categorie meglio pagate, che non sono poi operaie, e cioè il divieto di aumenti per chi già riceve più di 8.500 sterline l’anno (Più di 12 milioni di lire), non è nemmeno più demagogia, è una presa in giro. Chi riceve tale cifra non ha certo bisogno delle leggi di Wilson ma, nella sua posizione dirigenziale, può ottenere sottobanco tutto quello che vuole, basta che faccia sgobbare gli operai al massimo.

Wilson dice ancora che « la nostra politica è basata sul consenso e la cooperazione volontaria all’interno della nostra democrazia ». Un operaio è un volontario per forza; deve mantenersi il lavoro perché è l’unico modo per portare avanti la sua miserabile esistenza. Questi discorsi ipocriti che tendono a usare la fiducia che gli operai hanno verso le organizzazioni che li dirigono, a fini di conservazione del capitalismo, rendono questi traditori peggiori di coloro che massacrarono i compagni della Comune di Parigi.

La strada giusta per la borghesia britannica e per tutte le società capitalistiche sepolte nelle sabbie mobili dell’inflazione è quella di mantenere l’aumento dei profitti, e quindi di mantenere il massimo sfruttamento possibile; questo mentre gli operai non possono contare su sindacati e partiti opportunisti, che danno il loro caloroso sostegno a questo sistema e si adoperano affinché esso viva in eterno.

La strada giusta per il proletariato britannico sarà quella giusta per tutto il mondo operaio, sarà quella che esso si costruirà, la strada verso il socialismo, e si scrollerà di dosso una volta per sempre questi discorsi putridi da commedianti, e per la prima volta vivrà.

Lotte operaie nel mondo

FRANCIA

Dopo i durissimi scontri del mese scorso, che avevano coinvolto tutta la Bretagna, sede di importantissime fabbriche siderurgiche, i proletari francesi in barba alle direttive sindacali miranti al ristabilimento della pace sociale (fumisterie bonzesche, ché la crisi fa sì che il proletariato non conosca pace sociale), continuano a resistere alla controffensiva padronale da un lato, e al tradimento perpetrato ogni giorno più spudoratamente dai loro dirigenti sindacali dall’altro. È il caso della fabbrica Chausson di Gennevilliers, nella regione parigina, dove ormai gli operai occupano la fabbrica dal 15 maggio scorso e dove quotidianamente si hanno dure azioni di picchettaggio. La fabbrica è in permanenza circondata dai poliziotti della gendarmeria, che, naturalmente, tendono in ogni maniera a frustrare l’azione coraggiosa ed incisiva degli operai. Situazione analoga in un’altra fabbrica Chausson (la Chausson è un satellite della Renault e lavora in stretta collaborazione con questa), nella cittadina di Asnières, in cui gli operai che chiedevano la parificazione degli aumenti salariali a quelli ottenuti dai proletari della Renault, sono stati fatti sgomberare dopo duri scontri, da «miliziani» padronali armati di tutto punto.

D’altro canto i dirigenti sindacali tentano di ingabbiare la spontaneità e la forza delle lotte sociali riproponendo la parola d’ordine del «non generalizzare, ma democratizzare le lotte». La politica dei bonzi non cambia, anzi diventa sempre più lurida e disperatamente tende ad ostacolare l’avanzata del gigante proletario tentando di spezzare e dividere quei nuclei di operai che si pongono sul giusto terreno della lotta di classe, al fine di impedire, finché gli sarà possibile, la rinascita dell’unico organo che può difendere gli interessi operai: il sindacato rosso propagandante non i fumi delle riforme democratiche a beneficio padronale, ma la lotta di classe contro capitale e bonzerie sindacali, unico mezzo per la emancipazione del proletariato.

Giscard, emblema della «libera e riformatrice» Francia, pensiamo dovrà revocare sempre più spesso i suoi impegni sportivi se, come ci auspichiamo, le preoccupazioni (sue, non certo nostre) aumenteranno di questo passo.

ARGENTINA

Sotto la spinta massiccia di migliaia di operai che da una decina di giorni avevano paralizzato tutta l’Argentina con una serie di scioperi selvaggi, la CGT (Confederación General del Trabajo) è stata costretta a proclamare uno sciopero generale nazionale di 48 ore svoltosi il 6 e il 7 luglio. La situazione dei proletari argentini diventa ogni giorno più difficile: il costo della vita era salito a giugno in un anno del 110,5%. Già a fine giugno migliaia di operai avevano dimostrato davanti alle sedi del sindacato peronista chiedendo che i dirigenti rompessero le trattative con il governo. A Córdoba, Rosario, Villa Constitución l’astensione dal lavoro è completa già dai primi del mese e mentre i sindacati tradiscono gli interessi di classe degli operai appellandosi all’ordine e alla calma, si formano un po’ dovunque, in particolare a Córdoba, organismi denominati «Coordinamento delle commissioni interne e dei sindacati in lotta» che si prefiggono lo scopo di spingere i dirigenti sindacali a non accettare compromessi con il governo.

Lo sciopero generale con cui si richiedevano aumenti salariali del 100-150%, ha costretto Isabelita ad accogliere le richieste dei lavoratori nella misura del 130% che copre appena l’aumento del costo della vita, e ad accettare che si dimettesse il primo ministro López Rega, capro espiatorio a livello governativo della situazione. Ma già il giorno dopo, giovedì 10 luglio, gli operai scendevano ancora in sciopero in tutta l’Argentina contro la lurida mossa del ministro del lavoro Cafiero che aveva ratificato i contratti collettivi, ma che non aveva ancora revocato il precedente decreto che li annullava. «Non c’è trucco e non c’è inganno» e il giochetto ha dato il pretesto ai padroni per non pagare quanto stabilito. Tutt’oggi gli operai sono in movimento contro l’inganno statale e si registrano scioperi in tutte le maggiori città del paese.

U.S.A.

La malattia da surplus di merci degli USA avanza velocemente: i disoccupati ammontano ormai a quasi 9 milioni e al «gigante imperiale» comincia a pesare la corona d’alloro, su cui si posa, oltre allo smog delle megalopoli statunitensi, un sempre maggior numero di grattacapi. Un esempio marginale ma molto significativo, è il licenziamento da parte dell’Amministrazione municipale di New York di 20 mila dipendenti (saranno 40 mila secondo il piano del sindaco Abraham Beame). I netturbini sono stati i primi a mettersi in movimento con uno sciopero di 2 giorni, seguiti dai dipendenti pubblici della Pennsylvania che chiedono aumenti pari al 10% contro il 3,5% proposto dal governo. È da notare, in tema di decisione operaia, che nei fascistissimi e democratici Stati Uniti (chi si meravigliasse dell’accostamento non sta nel nostro campo ma in quello dei «civili confronti», cioè della dittatura borghese) lo sciopero dei dipendenti del pubblico impiego è severamente proibito, cosa che d’altronde non ha certamente impedito ai netturbini «di mettersi contro la legge», ché giustamente la legge di un disoccupato è soltanto quella del proprio stomaco.

Lo sciopero, definito anche dagli stessi funzionari municipali «lo sciopero selvaggio meglio organizzato che si sia mai visto», oltre a dare un’importante significazione della forza proletaria, dà la chiara visione dell’unico mezzo con cui il proletariato può pensare di emanciparsi. L’unico mezzo per difendersi dalla offensiva del capitale è quello di opporgli la forza operaia senza mezzi termini.

SPAGNA

La Spagna delle decorazioni militari e delle cariatidi modello Franco, comincia a scricchiolare sotto l’urto delle lotte operaie. A Burgos seicento operai della Firestone-Hispania sono scesi in sciopero ed hanno occupato la fabbrica formulando rivendicazioni salariali al pari dei loro compagni di Basauri in Biscaglia; manifestazioni si sono avute anche a Madrid il 3, 4, 5 giugno (140 mila i proletari scesi in piazza), nei cantieri navali di El Ferrol in Galizia e un po’ dovunque in tutto il paese, facendo innalzare vertiginosamente il numero delle ore di sciopero, che nel ’74 erano salite a 19 milioni. La repressione continua a ritmo serrato, ma sempre più in ogni città spagnola gli operai sono nelle strade e nelle piazze per respingere l’attacco alle loro condizioni di vita e di lavoro portatogli dallo Stato. Tutta una serie di organizzazioni sindacali più o meno clandestine sono sorte e stanno sorgendo per condurre una lotta sempre più dura contro le forze padronali che sfruttano l’apparato repressivo franchista.

Una nota interessante: in seguito all’arresto dei nazionalisti baschi Garmendia e Otaegui la FULAT italiana (Federazione unitaria lavoratori dei trasporti aerei), ha deciso di boicottare fino a lunedì 14 luglio tutti gli aerei della compagnia di bandiera spagnola Iberia. Il crumiraggio per Franco e reucci che ne vorrebbero fare le veci, non viene certo dai proletari italiani.

BELGIO

Anche nei paesi «dalle strade pulite» ed in cui le manifestazioni sarebbero più che pacifiche, gli operai cominciano a corrugare la fronte e a stringere i pugni dinanzi all’incalzare dell’aumento del costo della vita ed all’aumento della disoccupazione.

Il numero dei disoccupati in Belgio è salito alla fine di giugno a 162 mila unità (dati del Ministero del Lavoro) ed oltrepassa dell’80,8% il livello del giugno 1974. I dati, fra l’altro, sono puramente indicativi, dato un ampio margine di immigrati non segnati presso la Previdenza Sociale.

Anche sui candidi grattacieli di Bruxelles la crisi, e sia la benvenuta se sarà il segno della riscossa operaia, ha fatto il nido.

PORTOGALLO

Mentre i socialisti stramazzando e battendo i piedi escono dal governo, si rafforza, almeno apparentemente, il potere dei «generali rossi» attraverso l’istituzionalizzazione di organi che dovrebbero rappresentare il tramite tra operai e governo militare, una sorta di «democrazia operaia» che vorrebbe coprire in maniera pseudo-legale la repressione cui sono soggetti gli operai in lotta in tutto il paese. Astensioni dal lavoro e scioperi bianchi continuano nelle maggiori città; a Lisbona, ad esempio, lo sciopero bianco dei lavoratori della società telefonica «Telefones Lisboa Porto», ha praticamente paralizzato le comunicazioni cittadine.

La sempre maggiore radicalizzazione operaia è stata sinora controllata dal PC portoghese; ma il tiro alla fune tra PC e militari da una parte e operai dall’altra non può certo essere mantenuto costantemente in equilibrio. Specialmente quando i proletari portoghesi cominceranno ad «annusare» aria di tradimento da parte dei loro dirigenti, la corda, ne siamo certi, subirà uno scossone tale da far ruzzolare a gambe levate anche equilibristi del calibro di Cunhal.

JUGOSLAVIA

Gli operai dei paesi che vivono alla luce della stella Stalin non andrebbero incontro a problemucci del tipo disoccupazione, sarebbero felici del loro lavoro e guarderebbero con una punta di pietà i poveri lavoratori dell’occidente che vivono schiavi del «capitalismo». O meglio questo è quello che affermano gli epigoni di «baffone», ché a giudicare dai dati la situazione è totalmente diversa.

L’assenteismo dal lavoro, ad esempio, che rappresenta il primo rifiuto embrionale al modo di produzione alienante della fabbrica in epoca capitalistica, non è soltanto prerogativa di quei paesi che si professano apertamente borghesi, ma anche di quelli, è il caso della Jugoslavia, che cercano di mascherare il loro modo di produzione capitalistico all’ombra di una bandiera rossa. Il quotidiano Politika è costretto ad ammettere che il problema dell’assenteismo è molto grave e determina forti squilibri nella produzione. La constatazione si basa sul fatto che l’anno scorso sono state perse per questo motivo più di 60 milioni 700 mila giornate lavorative; grosso modo 6 milioni per l’industria metallurgica, 5 per l’industria tessile, 3 per quella del legno, etc.

Anche i dati riguardanti la disoccupazione non confortano certo la pretesa realtà di una «piena occupazione» delle masse jugoslave: 381 mila disoccupati nel 1973, 429 mila all’inizio del ’74 e 473 mila alla fine dell’anno.

Niente di nuovo dunque, ma ennesima dimostrazione che non possono esistere paesi – si dicano essi «comunisti» o socialisti – producenti merci attraverso lo sfruttamento di salariati, che si possano sottrarre alla fenomenologia tipica della crisi di sovrapproduzione.

GERMANIA

Il numero dei disoccupati nella Repubblica Federale si è mantenuto dalla fine dell’anno ’74, costantemente al di sopra del milione (1.154.000 a gennaio ’75, 1.184.000 a febbraio) e tende a crescere costantemente; per l’esportazione, d’altra parte, si prevede un ulteriore calo del 10% nei prossimi sei mesi. Il capitale tedesco va incontro alla crisi tentando di ricavarne i maggiori utili possibili e scaricandone ancora una volta i costi sulle spalle dei lavoratori. È il caso della Volkswagen, che lavora al 60% delle sue capacità e che ha avuto lo scorso anno una perdita di 807 milioni di marchi, e nella quale il numero dei dipendenti è sceso di quasi 15.000 unità (su 93 mila, pari al 16%). Due i binari su cui corre l’offensiva padronale: il primo, denominato «piano S», che prevede l’applicazione di «misure di razionalizzazione» che porteranno entro la fine del 1976 alla soppressione di oltre 25 mila posti di lavoro, dei quali 4.600 allo stabilimento di Wolfsburg, 4.300 ad Hannover, 2.300 a Kassel, etc., mentre a Neckarsulm (stabilimento AUDI, 98,9% capitale VW) i lavoratori stranieri già licenziati sono circa 2.300. Parallelamente si investe all’estero (stabilimento Chrysler in Pennsylvania, Brasile, Sud Africa), dove i profitti sono più alti per il costo minore della manodopera. È di Leiding, ex manager del gruppo VW, la dichiarazione: «Occorrono 5 ore nella Germania Federale per ottenere lo stesso profitto che si ottiene in un’ora in Brasile».

La VW è una vera e propria polveriera, che potrebbe esplodere di rabbia proletaria da un momento all’altro, ed è anche per questo che si tenta di spostare la produzione altrove o si fa sì che gli operai si «autolicenzino» spontaneamente in cambio di misere contropartite in denaro. La porta alla riscossa operaia è aperta e le migliaia di disoccupati cominciano, anche se lentamente, a muoversi.

ITALIA

Le cifre parlano chiaro: la disoccupazione italiana, come conferma l’ISTAT e come ammette il Ministro del Lavoro, aumenta di giorno in giorno; alla fine di maggio i dati della CEE segnavano 1 milione 100 mila disoccupati. Diamo alcune brevi note significative della situazione: 5 mila in cassa integrazione alla Innocenti, 17.500 all’Alfa Romeo, migliaia di piccole e medie industrie che chiudono i battenti. I sindacati, nel frattempo, da bravi difensori della patria in pericolo, si riuniscono e decidono (seminario ad Ariccia, per esempio) di proporre una «linea morbida», in una sorta di «tutti uniti per la salvezza di tutti». Ma di tutti chi? Ma dello Stato naturalmente, cioè dei buoni borghesi preoccupati dal calo della produzione italiana. Si propongono «nuove scelte produttive», ma il capitale investe solo «là» dove c’è il profitto, cari signori; e allora è inutile proporre di investire «qua» e di cercare inesistenti «nuovi modelli di sviluppo»; tutto questo non rappresenta che il tentativo di sviare le lotte operaie verso la difesa della democrazia, attraverso la condanna delle rivendicazioni salariali che sarebbero, secondo questi signori, corporative se non agganciate alla lotta per le riforme e altre simili castronerie. Si tenta in ogni maniera di bloccare, frenare i bisogni della classe operaia, e si arriverà, il fatto non ci stupisce, a tacciare di tradimento e corporativismo l’operaio milanese o torinese che entrasse in sciopero perché potrebbe danneggiare «il processo di ristrutturazione del sud». Operaio contro operaio, dunque, in buon stile bonzesco.

L’Unità del 12 luglio, riporta un’«importante vittoria» alla Fiat che sarebbe segnata dal passaggio di categoria di 1000 operai, che svolgerebbero così non più una sola operazione alla catena di montaggio, ma sarebbero messi in grado di collaudare il pezzo costruito. Meno alienazione o più lavoro? Si tenta così di nascondere l’aumento del carico di lavoro che cade sulle spalle degli occupati mentre migliaia di operai vengono licenziati o messi in «cassa». Come se non bastasse il consiglio di fabbrica ha avuto il permesso di svolgere un controllo sugli «organici», cioè sui proletari supersfruttati, considerato che il grado di assenteismo medio potrebbe divenire pericoloso per l’azienda. Il commento sarebbe superfluo se queste manovre sempre più accentuate di «polizia» e tradimento da parte dei sindacati non sortissero l’effetto di smorzare lo slancio operaio.

Una risposta «ad hoc» al continuo inganno perpetrato dalle Confederazioni a danno di tutti i proletari, ci viene da Napoli dove i netturbini, che chiedevano aumenti salariali, fregandosene altamente del comando di rientro al lavoro dato da CGIL, CISL, UIL, hanno continuato per tre giorni lo sciopero sino a che l’Amministrazione comunale è stata costretta a cedere e si è accorta di poter disporre della cifra occorrente (strani casi di una società borghese!). È da notare che il Prefetto aveva intimato ai netturbini di rientrare al lavoro pena le conseguenze di legge, in considerazione del fatto che la situazione sanitaria non permetteva la prosecuzione dello sciopero. In nome dello Stato al lavoro dunque! La patria non può permettersi che il proletariato disubbidisca quando c’è di mezzo la comune salvezza, e che sia perché il Municipio è ricoperto di immondizie o perché la patria deve difendersi militarmente, non importa, i proletari dovrebbero scattare sugli attenti ed obbedire. E no, cari signori, bonzi e bonzetti! No da parte degli spazzini che hanno proseguito giustamente lo sciopero e no da parte di tutti i proletari se domani voleste condurli ad un nuovo macello mondiale.

Alle imposizioni dei padroni e del loro Stato si risponde con lo sciopero e con l’organizzazione di tutti gli operai sotto la bandiera rossa del comunismo.

Alla FIAT nuovi metodi per lo sfruttamento di sempre

L’accordo che, dopo trenta ore di trattative, ha posto fine alle lotte degli operai del complesso Fiat, merita un esame approfondito in quanto è significativo del modo in cui la politica sindacale tricolore riesce ancora ad ingannare, a deviare, ad annullare le spinte operaie alla difesa delle condizioni di vita e di lavoro.

L’opportunismo sindacale, infatti, grida alla vittoria per questo accordo, anzi, grida al miracolo, perché « per la prima volta in Europa » sarebbe stata modificata l’organizzazione del lavoro nella fabbrica. In realtà i bonzi e i padroni hanno vinto: quelli che non hanno vinto sono gli operai che vedono la loro lotta spegnersi in un mare di cavilli demagogici il cui significato cercheremo di chiarire.

Il primo punto dell’accordo stabilisce che « oltre ventimila operai di tutte le fabbriche Fiat potranno conseguire nell’arco di diciotto mesi il passaggio alla categoria professionale superiore, grazie ad una estesa applicazione dell’inquadramento unico e ad una radicale modifica dell’organizzazione del lavoro sulle linee di montaggio, dove gli operai non resteranno più legati allo stesso posto di lavoro, ma ruoteranno in diverse mansioni » (Unità 5/7/75).

Si tratta dunque di mettere gli operai delle linee in grado di svolgere più mansioni e di permettere il loro spostamento nei vari punti della catena di montaggio. Se questo comporta per i lavoratori, per una parte dei lavoratori, un apparente miglioramento (passaggio di qualifica in 18 mesi), comporta una vittoria netta dell’azienda la quale ha così la possibilità di reagire all’assenteismo e di spostare gli operai nei punti dove lo richiede l’andamento della produzione. Altro che « nuova organizzazione del lavoro »! Si tratta volgarmente di garantire l’andamento regolare della produzione aziendale creando un certo numero di operai capaci di svolgere mansioni diverse.

In questo modo è il sindacato stesso che si fa portavoce degli interessi dell’azienda, mascherando le sue esigenze di più razionale e maggiore sfruttamento della forza lavoro, sotto il manto di un miglioramento economico per alcuni operai legato alla « acquisizione di una qualificazione professionale adeguata ».

Altrettanto canagliesco è il secondo punto dell’accordo che prevede un controllo ed una consultazione con i sindacati e con i consigli di fabbrica per quanto riguarda i trasferimenti del personale da fabbrica a fabbrica. Le bonzerie sindacali ammettono tranquillamente il principio che l’azienda trasferisca gli operai, perché questo serve a garantire il migliore andamento della produzione. Quello che pretendono è soltanto di partecipare alle decisioni in merito, di essere consultati. Così l’accordo Fiat realizza davvero una ‘nuova organizzazione del lavoro’.

Realizza la ‘nuova organizzazione’ di cui il padronato ha bisogno in questo periodo di crisi: la massima mobilità della forza lavoro, cioè il massimo sfruttamento di essa. E gli operai che subiscono questa intensificazione del loro sfruttamento sono impossibilitati a reagire proprio per l’opera di disfattismo e di sabotaggio che viene costantemente attuata dai loro pretesi dirigenti in nome dell’economia nazionale, della produzione, della ripresa economica, della Nazione. Legare gli interessi degli operai a quelli della propria azienda, della propria nazione, della propria borghesia. Questo è sempre stato il compito dell’opportunismo nelle file operaie. Questo compito viene cinicamente svolto tutti i giorni dai bonzi tricolori. L’accordo Fiat ne è un esempio lampante.

Partito e organismi proletari di classe nella tradizione del comunismo rivoluzionario Pt.1

LOTTA ECONOMICA E LOTTA POLITICA

Continuando a delucidare la questione del fronte unico, ritorniamo alle basi della nostra concezione marxista. La classe operaia è costretta alla lotta contro il regime capitalistico dalla necessità di difendere le sue condizioni di esistenza, il suo salario, il suo lavoro, la sua stessa vita. Questa lotta che si svolge sul terreno delle condizioni economiche degli operai, si trasforma in determinati momenti critici in lotta politica, in lotta per la conquista del potere politico, perché in tali momenti la stessa difesa delle condizioni di vita degli operai non può farsi che strappando il potere politico dalle mani della borghesia, stabilendo il potere dittatoriale della classe proletaria, sulla cui sola base è possibile la distruzione del modo di produzione capitalistico e la riorganizzazione in senso comunistico dell’economia e della società. La conduzione della lotta politica non può essere demandata che ad un organismo di combattimento sorto ed adatto a questo scopo, a questa finalità: il partito politico di classe.

ORGANISMI PROLETARI E PARTITO POLITICO

La prima conseguenza che discende da questa impostazione marxista del problema è che risulta verificata da tutta la storia del movimento proletario, è la necessità oggettiva, perché non dipendente dalla volontà di nessuno, del manifestarsi dell’azione e dell’organizzazione proletaria sul terreno della lotta economica. Questa azione difensiva della classe operaia è comune a tutti gli operai indipendentemente dalla loro ideologia, dalle loro convinzioni politiche. La sua radice non sta in un fatto di idee o di volontà, ma nella situazione materiale reale in cui gli operai si trovano a vivere. Questa azione si esprime in una forma organizzativa adeguata: l’organizzazione economica, sindacale che riunisce gli operai in quanto salariati, in quanto sottoposti alla pressione materiale del modo di produzione capitalistico. L’organizzazione degli operai per la conduzione della lotta economica, non riunisce dunque gli operai sulla base dell’adesione ad una finalità, ad un programma politico, ma li riunisce in quanto operai, in quanto salariati che si trovano in una medesima situazione materiale, che sentono di avere gli stessi interessi immediati da difendere.

La finalità, il riconoscimento che la stessa lotta economica è insufficiente e deve perciò trapassare in lotta generale politica di tutta la classe per la conquista del potere, l’approntamento dei mezzi materiali ed ideali per questa lotta è patrimonio e compito del partito politico. Il partito dunque, non è definito dalla sua composizione sociale, né dall’ambito di reclutamento dei suoi aderenti, né da una struttura organizzativa aderente alla superficie della classe operaia per categoria o per posto di lavoro; è definito, al contrario, proprio dalla sua tendenza ad un fine e perciò dal suo programma politico rivoluzionario. Vi si aderisce solo in quanto se ne accettano la teoria, il programma, i principi, le finalità e si può essere operai o non operai. Si è, nella formula di Lenin, «rivoluzionari di professione». Esiste dunque una netta distinzione fra organismi che si qualificano per essere operai, cioè per il riunire tutti i salariati di una determinata azienda, categoria produttiva, settore industriale in vista della difesa di interessi contingenti a tutti comuni e l’organizzazione politica del proletariato contraddistinta dalle sue posizioni e dalle sue finalità. Distinzione netta che non significa affatto assenza di rapporti e di reciproci legami, ma svolgimento di funzioni di classe che non possono coincidere organizzativamente, come nel corpo umano il cervello non coincide con lo stomaco sebbene vi sia fra l’uno e l’altro organo strettissimo e indispensabile collegamento ed influenza reciproca. Il fatto è che la coscienza politica della classe operaia, delle sue finalità generali, superanti aziende e categorie, e storiche, che superano quindi lo stesso succedersi delle generazioni operaie, si materializza in un organo determinato, il partito politico di classe, il quale riunisce soltanto una minoranza della classe stessa sulla base dell’adesione ad un fine, ad un programma, a posizioni politiche determinate. Questo organo politico ‘importa’ (la formula è di Lenin) la coscienza politica negli strati operai che la situazione mette in movimento, ma questa importazione non avviene nel senso di un dissolversi del partito politico nelle organizzazioni operaie, né si risolve in un’opera ‘educativa’ che dovrebbe far crescere la coscienza delle masse proletarie fino al momento in cui non ci sarà più bisogno dell’organo speciale partito o questo si ridurrà ad un semplice elemento tecnico di conduzione della lotta. Avviene, al contrario, attraverso un’azione che tende ad influenzare le organizzazioni operaie, a stabilire i più stretti legami fra queste e l’organo partito, a potenziare questo stesso organo tramite il passaggio ad esso di quei proletari che acquisiscono nel corso della lotta stessa la coscienza delle finalità del partito e che ne accettano integralmente ed in blocco le posizioni.

La classe proletaria manifesta la sua esistenza storicamente e materialmente nella famosa forma piramidale che esprime la complessità della sua lotta e della sua organizzazione di classe: partito – soviet – sindacati. Nessuno di questi organi di classe può essere ritenuto inutile o «superato»: è nella esistenza di tutti questi e nell’intersecarsi dei loro rapporti e delle loro vicissitudini che si manifesta la classe in lotta per la sua completa emancipazione. Nel nostro testo del 1951Partito rivoluzionario ed azione economica‘ abbiamo così definito i fattori del processo rivoluzionario: 1) La presenza di un proletariato esteso di puri salariati. 2) La presenza di una rete estesa di organismi economici aperti ai soli operai indipendentemente dalle loro convinzioni ideologiche e politiche. 3) La presenza dell’organo specifico partito di classe e l’influenza di esso sugli organismi economici della classe stessa attraverso la sua rete organizzata di gruppi comunisti nelle organizzazioni economiche. Sullo stesso terreno e nello stesso senso si pone la nostra classica affermazione: solo il partito politico rappresenta la finalità rivoluzionaria della classe. Le altre organizzazioni di classe, che lo sono in quanto riuniscono gli operai, possono essere influenzate ed asservite ad indirizzi e prospettive non rivoluzionarie, borghesi, di conservazione sociale, controrivoluzionarie addirittura. E questo avviene non solo perché la borghesia tende ad influenzare con tutti i suoi potenti mezzi materiali e spirituali la classe operaia ed a corromperla in mille forme di cui la più deleteria è stata ed è quella dell’opportunismo, ma anche perché, almeno a livello immediato e parziale gli interessi di singoli gruppi e strati operai non sono affatto incompatibili con la permanenza del modo di produzione capitalistico, con il dominio borghese, anche se a livello generale e storico contraddicono agli interessi della classe nel suo insieme. Solo in determinati momenti critici della storia gli interessi anche immediati e parziali dei gruppi operai entrano in aperta contraddizione con il modo di produzione capitalistico ed è in questi momenti che l’unico organo che ha una visione storica e mondiale degli interessi di classe può utilmente conquistare alla sua influenza gli organismi operai immediati. La cosa vale non solo per le organizzazioni sindacali, economiche, ma anche per organismi, come i Soviet, che esprimono la tendenza operaia alla lotta rivoluzionaria. Tutti gli organismi operai devono perciò essere conquistati alla prospettiva rivoluzionaria dall’azione nel loro seno dell’organismo rivoluzionario, il partito politico. Altrimenti sono impotenti dal punto di vista rivoluzionario pur rimanendo organismi operai. C’è qui una linea fondamentale e costante dell’impostazione marxista. Gli operai in quanto tali possono arrivare al massimo alla coscienza della necessità di difendere le loro condizioni di vita e ad organizzarsi per questa difesa. Il trapasso da questa coscienza elementare, tradeunionista alla coscienza politica, socialista si attua soltanto attraverso l’intervento e l’influenza del partito politico. Altrimenti la lotta economica e le organizzazioni economiche possono soggiacere a prospettive ed indirizzi non rivoluzionari, possono essere indirizzati da una politica borghese. Il tradeunionismo, dice Lenin, è la politica borghese della classe operaia.

IL RUOLO DEL PARTITO NELLE TESI DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA

Queste nozioni elementari che abbiamo ricordate sono il risultato della esperienza di tutta la lotta proletaria mondiale di un secolo. Esse furono alla base dell’opera gigantesca svolta dall’Internazionale Comunista. Riprendiamo dalle «Tesi sul ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria-1920»:

«Finché il potere statale non sarà conquistato dal proletariato e questo non avrà per sempre consolidato il suo dominio salvaguardandolo da una restaurazione borghese, il partito comunista non comprenderà nelle sue file organizzate che una minoranza degli operai. Fino alla conquista del potere e nel periodo di transizione, il partito comunista può, in circostanze favorevoli, esercitare un’influenza morale e politica incontrastata su tutti gli strati proletari e semiproletari della popolazione, ma non può riunirli organizzativamente nelle proprie file …. Le nozioni di partito e classe devono essere tenute distinte col massimo rigore. I membri dei sindacati ‘cristiani’ e liberali di Germania, Inghilterra ed altri paesi, appartengono indubbiamente alla classe operaia. I circoli operai più o meno considerevoli che ancora seguono Scheidemann, Gompers e consorti, fanno indubbiamente parte della classe operaia. In date circostanze storiche è anzi possibilissimo che in seno alla classe operaia sussistano numerosi gruppi e strati reazionari. Il compito del comunismo non sta nell’adattarsi a questi elementi arretrati della classe operaia, ma nell’elevare l’intera classe al livello della sua avanguardia comunista. Lo scambio fra questi due concetti – partito e classe – può indurre ai più gravi errori e alla peggiore confusione. Per esempio, è chiaro che malgrado gli errori e i pregiudizi di una parte della classe operaia durante la guerra imperialistica, il partito operaio aveva il dovere di reagire ad ogni costo a questi umori e pregiudizi difendendo gli interessi storici del proletariato che imponevano al partito proletario di dichiarare guerra alla guerra … La nascita dei Soviet come forma storica fondamentale della dittatura del proletariato non sminuisce in alcun modo il ruolo dirigente del partito comunista nella rivoluzione proletaria.

Quando i comunisti tedeschi ‘di sinistra’ dichiarano che ‘anche il partito si adatta sempre più all’idea dei consigli e assume un carattere proletario’ essi esprimono confusamente l’idea che il partito comunista debba dissolversi nei Soviet, che i Soviet possano sostituire il partito comunista. Questa idea è radicalmente falsa e reazionaria. Nella storia della rivoluzione russa, abbiamo attraversato un’intera fase in cui i soviet marciavano contro il partito proletario e appoggiavano la politica degli agenti della borghesia. La stessa cosa si è potuta osservare in Germania.

La stessa cosa è possibile anche in altri paesi. Perché i soviet possano assolvere i loro compiti storici, è invece necessaria l’esistenza di un forte partito comunista che non si ‘adatti’ semplicemente ai soviet, ma sia in grado di spingerli a ripudiare ogni ‘adattamento’ alla borghesia e alla guardia bianca socialdemocratica e, attraverso le frazioni comuniste nei soviet, possa prendere i soviet stessi a rimorchio del partito comunista … ».

Abbiamo riportato questa lunga citazione per metterla a confronto con le Tesi «Sui sindacati e sui consigli di fabbrica» in quanto dalla ammissione che solo il partito è l’organo rivoluzionario della classe i comunisti non hanno mai fatto discendere una svalutazione dell’importanza degli organismi immediati della classe stessa, ma anzi la loro esatta caratterizzazione: organismi, sia i sindacati che i soviet, la cui funzione non deriva dalla loro natura più o meno rivoluzionaria, ma dalla loro caratteristica di organismi operai i quali diventano organi della rivoluzione solo in quanto si subordinano all’indirizzo politico del partito.

PARTITO CHIUSO – ORGANISMI OPERAI APERTI

Siamo su due strade globalmente opposte e divergenti noi e tutti i ‘sinistri’ di allora e di oggi. Siamo dalla parte, con l’Internazionale e con Lenin, della ‘più precisa e netta distinzione fra le nozioni di partito e di classe’. Il partito, organo politico della classe, è l’unico depositario della coscienza di classe in quanto possiede, come organo collettivo, una teoria interpretativa che gli permette di leggere i fatti della storia, possiede un insieme di principi e di finalità che poggiano su questa teoria, un programma che descrive l’intero ciclo della rivoluzione proletaria, un insieme di linee tattiche che sono in correlazione ai principi alle finalità, al programma e secondo le quali l’organo combattente si orienta nelle varie situazioni contingenti. Questo patrimonio storico che non è altro che la condensazione degli insegnamenti della lotta pratica del proletariato alla scala mondiale e nell’arco di più di un secolo, non può appartenere a nessuna generazione operaia, a nessun gruppo operaio spinto alla lotta da sollecitazioni contingenti. Può appartenere solo ad un organismo storico che non ha mai cessato la battaglia mantenendo una continuità di pensiero, di azione e di organizzazione nelle alterne vicende della lotta fra le classi e che in questo modo ha potuto trarre le lezioni di tutte le lotte passate e forgiare su questa base un indirizzo chiaro ed inflessibile per la conduzione delle lotte future. Rappresentando la conservazione, la difesa e l’utilizzo nella pratica lotta di questo monolitico blocco di posizioni il partito non può che essere chiuso e strettamente delimitato nella sua organizzazione. L’indirizzo politico del partito è indispensabile per guidare la lotta proletaria nel senso rivoluzionario, ma esso è un risultato dello svolgimento storico e mondiale di questa lotta, non è cosa che possa essere messa in discussione o democraticamente sottoposta all’approvazione di ciascun gruppo o categoria di operai che la situazione spinge alla lotta. Lo si accetta, anche senza comprenderlo individualmente riconoscendovi l’arma insostituibile della lotta rivoluzionaria di classe. E solo chi lo accetta interamente e globalmente entra nell’organizzazione del partito. Il partito è dunque un organismo chiuso a tutti coloro, anche proletari, anche combattivi che non ne accettano in blocco le posizioni. Gli organismi operai, sia economici che politici del tipo soviet hanno una funzione utile nella lotta di classe in quanto sono aperti, cioè sono costituiti in modo da comprendere il maggior numero possibile di operai di un’azienda, di una categoria, di una località. Per le stesse funzioni che si propongono hanno bisogno di riunire tutti gli operai che si trovano nelle stesse condizioni economiche o su uno stesso territorio. Una organizzazione operaia per condurre la lotta economica contro il padronato che non fosse adatta ad accogliere in principio tutti gli operai della categoria a cui si rivolge annullerebbe con ciò stesso la sua funzione. La stessa cosa può dirsi dei soviet che, essendo organismi territoriali degli operai per esercitare il potere, devono necessariamente essere aperti a tutti gli operai di una determinata località. Non solo, ma essendo questi organismi aperti a tutti gli operai, con esclusione solo degli appartenenti ad altre classi sociali, essi devono essere aperti necessariamente anche a tutte le ideologie politiche che hanno seguito nel proletariato, alla influenza di tutti i partiti proletari. Non possono discriminare gli operai né su base politica né su base religiosa. Solo in questo modo può svolgersi la funzione per la quale essi sono nati e vivono nelle vicende della lotta di classe. I comunisti, sostenitori della massima chiusura dell’organo politico di classe, sono sempre stati coloro che non solo hanno saputo sempre comprendere la natura e la necessità degli organismi operai immediati ma sono anche sempre stati coloro che ne hanno difeso costantemente il carattere operaio, cioè aperto, contro tutte le deviazioni non solo opportunistiche, ma anche ‘di sinistra’. Naturalmente come c’è una delimitazione di classe nel senso fisico per cui si organizzano solo gli appartenenti ad una determinata classe, quella degli operai salariati, così esiste una delimitazione dagli organi dello Stato borghese, dalla influenza dei partiti apertamente borghesi che negano in principio agli operai il diritto reale di difendere le loro condizioni di vita e di lavoro tramite la lotta di classe e l’organizzazione autonoma di classe. Cioè che negano la funzione stessa per cui gli organismi immediati sorgono. Ma questa è l’unica delimitazione organizzativa di questi organismi.

IL COMUNISMO «DI SINISTRA» NEL 1920 ED OGGI

Lungi da noi l’idea di fare un parallelo fra il ‘sinistrismo’ che potremmo definire serio dei tedeschi fustigati nel 1920 da Lenin e che in buona misura rappresentavano, come il precedente anarco sindacalismo italiano o francese, una reazione di folti gruppi e strati di operai combattivi contro il tradimento della socialdemocrazia, e il ‘sinistrismo’ degli attuali gruppuscoli più o meno numerosi i quali altro non rappresentano che un rigurgito piccolo borghese che con il movimento di classe degli operai non ha nulla a che fare. L’unico compito che ha potuto svolgere questo ‘neosinistrismo da operetta’ è stato quello di dirottare su posizioni false ed impotenti quel piccolo numero di operai che sentivano la necessità di opporsi all’opportunismo sbracato dei vari P.C.I. Il parallelo lo facciamo soltanto per dimostrare il globale e completo divergere dell’impostazione del partito comunista marxista da quella di questi pretesi «vicini» dimostrando che la divergenza irrimediabile e totale data non da oggi ma da cinquanta anni fa e ferme restando le proporzioni e la serietà della cosa. Il ‘sinistrismo’ dei comunisti tedeschi nel 1920 partiva, come quello dei ‘sinistri’ di oggi da un polo opposto al nostro marxista: dalla più completa ‘confusione dei concetti di partito e di classe’. Questa confusione, che equivale ad essere fuori e per sempre dal filone marxista, portava il K.A.P.D. tedesco, come gli ordinovisti italiani, a non comprendere da una parte la funzione primaria del partito e la necessità della sua esistenza come organo centralizzato e disciplinato di direzione della lotta rivoluzionaria, dall’altra e di conseguenza alla negazione della funzione degli organismi operai immediati. Sostenitori accaniti del partito ‘che si dissolve nei soviet’ della ‘democrazia operaia’, del partito e della dittatura ‘non dei capi, ma delle masse’ essi sostenevano al tempo stesso la tesi della ‘distruzione dei sindacati’ in quanto forme superate di organizzazione proletaria ed erano per la formazione di organizzazioni operaie fondate su basi ideologiche. Il partito proletario doveva ‘aprirsi’, le organizzazioni operaie immediate dovevano ‘chiudersi’. Lo stesso tratto, ecco la validità del parallelo storico, contraddistingue tutti i ‘sinistri’ di oggi. Mentre lottano con accanimento contro il dogmatismo ed il settarismo del partito sono incapaci di comprendere la necessità delle organizzazioni economiche immediate dei proletari ed inventano varie forme di ‘comitati’, ‘collettivi’, ‘leghe’ operaie le quali non sono altro che il doppione sindacale della loro organizzazione politica.

SINDACATI E SOVIET

Quando parliamo di organismi operai immediati della classe operaia ci troviamo di fronte ad un’altra domanda dei soliti ‘ricercatori’ di forme.

Questi organismi immediati hanno da essere i soviet o i sindacati? Organismi economici od organismi politici? L’apparire della forma sovietica infatti fece, fin dal 1917, molta impressione sui piccolo borghesi che vedono la lotta di classe come una rappresentazione teatrale. Fu detto allora che questa era la nuova forma finalmente scoperta dell’organizzazione proletaria e che questa forma avrebbe reso inutili sia il partito politico sia il sindacato. Per il piccolo borghese è duro pensare che la lotta fra le classi nasce dallo stomaco, cioè dai bisogni immediati, quotidiani delle masse e non dalle idee e fa molta fatica a convincersi che gli operai arrivano all’atto ‘eroico’ di sferrare l’attacco al potere borghese e di fondare una nuova società per il fatto volgare di non voler morire di fame. Di conseguenza l’organizzazione sindacale è sempre stata malvista dal piccolo borghese che in cuor suo si studia di ‘superarla’ per passare direttamente a forme «superiori» di lotta. La miriade di dimostrazioni sul ‘superamento delle lotte rivendicative’, della ‘forma sindacale stessa’ ecc. con conseguente corollario che solo una adeguata ‘educazione’ può portare gli operai alla rivoluzione, la risparmiamo al lettore. Egli ne ha, purtroppo, forse, più conoscenza di noi.

In ogni modo la questione si è posta e si pone così: «I soviet o Consigli operai e contadini (e soldati) sono gli organi con i quali la classe lavoratrice esercita il potere politico dopo avere abbattuto con la rivoluzione il potere dello stato borghese e soppressi gli organi rappresentativi di questo (parlamento, consigli comunali ecc.). Essi sono gli ‘organi di Stato’ del proletariato. I soviet sono eletti esclusivamente dai lavoratori, con la esclusione dal diritto elettorale di tutti coloro che si avvalgono di manodopera salariata e comunque sfruttano i proletari. In ciò consiste la loro sostanziale caratteristica, tutte le altre modalità della loro costituzione essendo affatto secondarie … I consigli operai sorgono nel momento della insurrezione proletaria, ma possono anche sorgere in un momento storico in cui il potere della borghesia attraversi una grave crisi e sia diffusa nel proletariato la coscienza storica e la tendenza all’assunzione del potere. Il problema rivoluzionario non consiste nella creazione formale dei Consigli, bensì nel passaggio del potere politico nelle loro mani. Lo strumento della lotta politica di classe del proletariato è il partito di classe, il partito comunista … ». (Tesi sulla costituzione dei Consigli operai proposte dal C.C. della Frazione Comunista Astensionista del P.S.I. – 1920). «I fatti sopracitati mostrano che per la creazione dei Soviet sono necessarie determinate premesse. Si possono e si devono organizzare dei Soviet di operai, e trasformarli in Soviet dei deputati operai e soldati solo alle tre condizioni seguenti: a) Una spinta rivoluzionaria di massa nella più vasta cerchia di operai ed operaie, soldati e popolazione lavoratrice; b) Un acuirsi della crisi economica e politica tale, che il potere cominci a sfuggire dalle mani dei governi costituiti; c) La maturazione nelle file di strati notevoli di operai e soprattutto del partito comunista della ferma decisione di impegnare una lotta decisa, sistematica e pianificata per il potere … I tentativi di singoli gruppi comunisti in Francia, Italia, America e Inghilterra di creare Soviet che tuttavia non abbracciano grandi masse di lavoratori e che perciò non possono sferrare la lotta diretta per il potere, non fanno che danneggiare il vero lavoro di preparazione della rivoluzione sovietica … Senza rivoluzione i Soviet sono impossibili. I Soviet senza rivoluzione proletaria si trasformano inevitabilmente in una parodia dei Soviet. Veri e propri Soviet di massa appaiono come forma storicamente data della dittatura del proletariato … ». (Tesi della III Internazionale sulle condizioni di costituzione dei Consigli operai – 1920). I Soviet sono dunque gli organismi che la classe operaia si forgia in vista della conquista del potere e dell’esercizio della dittatura conquista ed esercizio che è, tuttavia, possibile solo in quanto questi organismi operai che ne esprimono l’esigenza e la necessità sono permeati ed influenzati dal partito politico, il solo organismo che può conquistare realmente il potere ed esercitare la dittatura.

Anche i Soviet, dunque, non si caratterizzano per il loro indirizzo o per una loro natura intrinsecamente rivoluzionaria, ma per la loro struttura operaia che li rende adatti, una volta conquistati all’influenza del partito, di assumere ed esercitare il potere politico. Ma soprattutto, ed è questo che vogliamo sottolineare, essi non costituiscono una forma sostitutiva degli organismi operai a carattere economico, difensivo, sindacale.

Rappresentano una funzione diversa della classe che in mille modi si può combinare con la funzione difensiva, economica, ma che non la annulla o la rende inutile. Uscendo dal meccanicismo delle ‘forme di organizzazione’ e mirando alla sostanza diremo che gli operai hanno bisogno, per condurre la loro lotta quotidiana contro gli effetti dell’oppressione capitalistica e perciò sul terreno economico di organismi economici di classe (mille le forme, le combinazioni possibili; una ed insostituibile la funzione: essere organismi costituzionalmente accessibili ai soli operai, servire alla difesa del salario, del posto di lavoro, del pane quotidiano). Mentre nei periodi in cui la lotta sociale è prossima a trasformarsi in lotta per il potere gli operai hanno bisogno, e perciò sorgono, organismi operai adatti ad esercitare le funzioni statali della dittatura proletaria.

Dal punto di vista delle forme possono essere perfino gli stessi organismi operai per la difesa economica che, radicalizzandosi la lotta e sotto l’influenza del partito, possono assumere la funzione dell’assalto politico al potere borghese e della distruzione dello Stato borghese. Quando parliamo di organismi immediati della classe operaia intendiamo perciò parlare, al di là delle forme specifiche e contingenti, degli organismi che la classe è costretta a darsi, spinta dai suoi bisogni imprescindibili. Parliamo di funzioni e di necessità più che di forme. E sostenere che la classe operaia può fare a meno di organismi economici immediati significa né più né meno sostenere che essa può fare a meno della lotta rivendicativa. Significa negare l’assunto fondamentale di tutto il marxismo secondo cui la lotta politica non è che il precipitare critico in determinati momenti e sotto l’influenza del partito, della lotta stessa che gli operai conducono per difendere le loro condizioni di vita.

LOTTE ED ORGANISMI ECONOMICI E PARTITO POLITICO

Sotto un altro aspetto la nostra visione marxista combatte il meccanicismo dei ‘cercatori di forme’. Se i soviet senza rivoluzione divengono una parodia e sono condannati a morire, se la loro tendenza alla conquista del potere politico può trovare il suo sbocco, la sua realizzazione soltanto sotto l’influenza dell’indirizzo rivoluzionario del partito di classe, degenerando altrimenti a vuote forme impotenti a realizzarsi, la stessa cosa, a maggior ragione, vale per gli organismi operai di difesa economica e per la stessa lotta economica. Le lotte e le organizzazioni degli operai sono rese nulle ed inefficaci, si chiudono nella difesa di ristretti interessi corporativi, nella difesa di un gruppo di operai a scapito di un altro, divengono impotenti alla funzione stessa per cui sono sorte quando sono influenzate e dirette da una politica borghese, conservatrice, antirivoluzionaria. La loro stessa funzione di difesa economica ‘si completa e si integra’ solo quando alla loro testa sta il partito politico di classe come i risultati immediati che gli operai strappano con le loro lotte quotidiane divengono stabili e reali conquiste solo attraverso la conquista del potere da parte del proletariato. Gli organismi economici immediati possono svolgere appieno la loro funzione soltanto subordinandosi all’indirizzo rivoluzionario, vanno soggetti a divenire impotenti a svolgere questa stessa funzione elementare subordinati ad un indirizzo borghese o opportunista. Ma questa realtà non è districabile in termini formali ipotizzando organismi operai di per sé capaci di non essere influenzati dall’avversario di classe, costituzionalmente o fisiologicamente adatti a non tradire mai gli interessi anche immediati della classe. La contraddizione si risolve nel vivo della dinamica storica della lotta di classe che spinge gli operai a forgiarsi le armi per la difesa del loro pane quotidiano e vede all’interno di questi organismi di classe la lotta a morte fra gli indirizzi politici del loro assoggettamento alle esigenze della conservazione sociale, allo Stato borghese, fino al loro divenire un ingranaggio dell’apparato statale, e l’indirizzo che tende a portarli nel campo della rivoluzione e perciò anche a potenziarne, estenderne, approfondirne l’azione.

Se i sindacati tricolore attuali sono il risultato della sottomissione degli organismi operai a cinquanta anni di politica borghese reazionaria, i sindacati rossi del 1921-26 erano anch’essi il risultato della conquista degli organismi operai immediati all’indirizzo rivoluzionario. Storicamente gli organismi economici della classe operaia hanno di fronte a sé l’alternativa: o soggiacere alla politica borghese e divenire così, a lungo andare, inefficienti ai fini stessi della difesa di classe sul terreno economico, o soggiacere all’indirizzo rivoluzionario e condurre la lotta economica fino al suo punto storicamente culminante e definitivo: la conquista del potere politico, l’instaurazione della dittatura proletaria.

Ma se questo può fare schifo a chi vede la storia in maniera meccanicistica e formalistica, ciò non toglie che nella realtà le lotte economiche e le organizzazioni economiche degli operai costituiscano la base concreta, reale, materiale, della azione rivoluzionaria. Storicamente la borghesia ha sempre tentato di sottomettere ai suoi interessi il movimento e l’organizzazione economica degli operai ben sapendo che su questo terreno, terreno ineliminabile perché scaturisce dalle viscere stesse della società capitalistica, poteva innestarsi la lotta politica rivoluzionaria del proletariato. Storicamente il partito comunista ha controbattuto passo per passo questo processo ben sapendo che senza la conquista all’influenza del partito della rete delle organizzazioni economiche immediate è impossibile intraprendere la conquista del potere politico. Storicamente la rivoluzione ha perduto la sua battaglia alla scala mondiale e la conseguenza ne è stata, e non poteva non esserlo, l’infeudamento allo Stato borghese degli organismi operai. Ma il partito sa che la ruota del processo rivoluzionario si rimetterà in moto nella misura in cui la classe operaia sarà capace di esprimere di nuovo i suoi organismi di lotta economica riproponendo così il terreno reale sul quale si giocherà un’altra volta lo scontro fra rivoluzione e controrivoluzione.

L’INTERNAZIONALE COMUNISTA E I SINDACATI

Ecco in quale maniera le tesi del II congresso dell’Internazionale ‘Sui sindacati e sui consigli di fabbrica’ riproponevano la visione marxista del rapporto fra partito ed organismi economici. Il compito dei comunisti non era allora come non è oggi quello di inventare delle ‘forme nuove’ di organizzazione e di lotta, ma quello di lavorare ad estendere la loro influenza in tutti gli organismi immediati del proletariato ben sapendo che solo questa azione del partito potrà trasformarli in organi della lotta rivoluzionaria. E poiché gli operai si organizzavano e lottavano nei sindacati reazionari, diretti dai peggiori opportunisti, il compito dei comunisti era di rimanere in questi organismi e di conquistarli all’influenza del partito: «Per ottenere vittoria nella lotta economica, le grandi masse operaie che finora rimanevano estranee ai sindacati affluiscono nelle loro file. In tutti i paesi capitalistici si nota un forte potenziamento dei sindacati, che oggi sono un’organizzazione non più della sola parte avanzata del proletariato, ma delle sue grandi masse. Affluendo nei sindacati, queste cercano di farne la loro arma di combattimento. I contrasti di classe sempre più aspri costringono i sindacati a prendere la direzione degli scioperi che sommergono in poderose ondate l’intero mondo capitalistico e interrompono costantemente il processo di produzione e di scambio. Elevando le proprie rivendicazioni parallelamente al rincaro dei prezzi e alla loro crescente miseria, le masse operaie sconvolgono le basi di ogni calcolo capitalistico, questo presupposto elementare di ogni economia ordinata. I sindacati che, durante la guerra, erano divenuti organi di influenzamento delle masse operaie nell’interesse della borghesia diventano organi di distruzione del capitalismo … In considerazione dell’affluire nei sindacati di poderose masse operaie, in considerazione del carattere oggettivamente rivoluzionario della lotta economica che queste masse conducono in antitesi alla burocrazia sindacale i comunisti devono in tutti i paesi entrare nei sindacati per farne degli organi di lotta per l’abbattimento del capitalismo, per il comunismo. Essi devono prendere l’iniziativa della costituzione di sindacati là dove questi non esistono. Ogni volontario estraniarsi dal movimento sindacale, ogni tentativo artificiale di creare particolari sindacati senza esservi costretti da eccezionali atti di violenza della burocrazia sindacale (scioglimento di gruppi locali rivoluzionari nei sindacati ad opera delle centrali opportunistiche) o dalla sua politica angustamente aristocratica, che vieta alle grandi masse di operai poco qualificati l’accesso alle organizzazioni, rappresenta un grave pericolo per il movimento comunista. Esso minaccia di consegnare ai capi opportunisti che lavorano al servizio della borghesia gli operai più progrediti, più dotati di coscienza di classe. La debolezza delle masse operaie, la loro indecisione, la loro accessibilità ai fittizi argomenti dei capi opportunisti, possono essere unicamente superate, via via che la lotta si inasprisce, nella misura in cui i più vasti strati della classe operaia imparano, attraverso la loro stessa esperienza, attraverso le loro vittorie e sconfitte, che sulla base del sistema economico capitalistico non si possono più conseguire condizioni di vita umane; nella misura in cui gli operai comunisti di avanguardia imparano ad essere, nella lotta economica, non solo i propagandisti delle idee del comunismo, ma anche i più decisi dirigenti della lotta economica e dei sindacati … Poiché i comunisti danno più importanza agli scopi e alla natura della organizzazione sindacale che alla sua forma, non devono arretrare di fronte ad una scissione delle organizzazioni sindacali, se la rinuncia alla scissione dovesse equivalere alla rinuncia al lavoro rivoluzionario nei sindacati, alla rinuncia al tentativo di farne uno strumento della lotta rivoluzionaria, alla rinuncia alla organizzazione dei settori più sfruttati del proletariato. Ma anche se tale scissione si dimostra necessaria, vi si deve procedere soltanto se i comunisti riescono, con una lotta incessante contro i capi opportunistici e la loro tattica e con la più attiva partecipazione alle lotte economiche, a convincere le grandi masse lavoratrici che la scissione viene intrapresa non per obiettivi rivoluzionari remoti e ad esse ancora incomprensibili, bensì per l’interesse concreto e più immediato della classe operaia nello sviluppo delle sue lotte rivendicative. I comunisti, qualora una scissione si renda necessaria, devono valutare con la massima cura se essa non porti ad un loro isolamento dalle masse lavoratrici … La tendenza a creare consigli di fabbrica, da cui sono animati ogni giorno di più gli operai di diversi paesi trae origine dalle cause più svariate (lotta contro la burocrazia controrivoluzionaria, demoralizzazione dopo le sconfitte nella lotta puramente rivendicativa, sforzo di creare organizzazioni che abbraccino tutti gli operai) ma sfocia sempre e dovunque nella lotta per il controllo dell’industria compito storico specifico dei consigli di fabbrica.

È quindi un errore voler organizzare consigli di fabbrica con i soli operai che si muovono già sul terreno della dittatura del proletariato. Al contrario, compito del partito comunista è di approfittare della rovina economica per organizzare tutti gli operai ed armarli in vista della lotta per la dittatura del proletariato, allargando ed approfondendo l’agitazione, a tutti ormai comprensibile, per il controllo della produzione … Gli operai di ogni azienda, di ogni ramo d’industria, indipendentemente dalla loro categoria professionale, soffrono del sabotaggio della produzione ad opera dei capitalisti … La difesa contro il sabotaggio della produzione ad opera dei capitalisti affascina gli operai a prescindere dalle loro convinzioni politiche; i consigli di fabbrica, eletti da tutti i lavoratori di un’azienda, sono quindi le più vaste organizzazioni di massa del proletariato … ».

Da quanto scritto nelle Tesi riconfermiamo una conclusione che si ritrova anche in tutti i nostri testi del II dopoguerra. Non è la linea politica del sindacato, per quanto fetida possa essere, che determina l’uscita da esso dei comunisti. I comunisti devono militare nelle organizzazioni economiche, anche se dirette da una politica controrivoluzionaria e lavorare a conquistarle in base ad altre condizioni: 1) Che sia permesso loro di svolgere la loro opera di influenzamento rivoluzionario del sindacato (in altre parole che il sindacato ammetta di fatto l’espressione nel suo seno delle correnti politiche). 2) Che non siano poste preclusioni all’organizzazione di tutti gli operai di una determinata categoria o ramo d’industria. Date queste condizioni i comunisti non perseguono la scissione dei sindacati esistenti, ma lavorano al loro interno per intraprenderne la conquista, magari a legnate.

Qualora queste condizioni non si diano più in un dato organismo sindacale (cosa che di fatto significa che esso sta perdendo la sua stessa natura di sindacato) i comunisti non preconizzano l’organizzazione dei soli operai che seguono la politica del partito o che aderiscono a determinate posizioni bensì la rinascita di organismi economici aperti a tutti gli operai ed all’interno dei quali essi possano svolgere la loro opera rivoluzionaria.

L’INTERNAZIONALE SINDACALE ROSSA

L’Internazionale sindacale rossa, coerentemente a quanto abbiamo detto, non si proponeva di riunire solo quegli operai che accettassero i principi della rivoluzione e del comunismo, ma quei sindacati ed organismi economici di tutti gli operai (di fabbrica, di mestiere, di industria) che venivano conquistati e si sottomettevano all’indirizzo rivoluzionario.

Il suo statuto enuncia al punto 4: «Può diventare membro dell’Internazionale dei sindacati rossi ogni organizzazione economica di carattere rivoluzionario di classe che accetti le seguenti condizioni: 1) riconoscimento dei principi della lotta rivoluzionaria di classe; 2) Attuazione di tali principi nella lotta giornaliera contro il capitale e lo Stato borghese; 3) riconoscimento della necessità di abbattere il capitalismo mediante la rivoluzione sociale, e d’instaurare, nel periodo di transizione, la dittatura del proletariato … 7) Unità d’azione con tutte le organizzazioni rivoluzionarie e col partito comunista del proprio paese, in tutte le azioni difensive ed offensive contro la borghesia». Gli organismi sindacali che aderivano all’Internazionale rossa rimanevano organismi operai aperti a tutti i lavoratori di qualunque opinione o ideologia fossero. Erano questi stessi organismi economici di tutti gli operai che riconoscevano l’influenza e la direzione dell’indirizzo comunista senza per questo perdere la loro caratteristica di organismi sindacali. Cosa del tutto opposta alla pretesa dei «sinistri» di allora, come di oggi, di creare organismi che riunissero solo quegli operai che condividevano i principi rivoluzionari. Le stesse Tesi dell’Internazionale Rossa (votate al suo I Congresso del 1921) si scagliano contro questa posizione antimarxista.

«La raccolta delle forze rivoluzionarie nel movimento sindacale deve farsi per il tramite dei Consigli di fabbrica e di azienda. Questi Consigli devono essere eletti da tutti gli operai di una data impresa, indipendentemente dalle loro opinioni politiche e religiose. Il tentativo di creare i consigli di fabbrica e di azienda in conventicole di compagni di una stessa tendenza, come avviene nella Confederazione Generale del Lavoro di Germania, costituisce di per sé una caricatura dei Consigli di fabbrica e di azienda e discredita fra le masse l’idea stessa di tale organizzazione.

In realtà, sotto lo pseudonimo di Consigli di fabbrica, l’Unione generale del lavoro non fa che costituire i suoi nuclei di frazione, diritto incontestabile per ogni organizzazione: ma è inutile in tal caso appiccicare a questi nuclei etichette così pompose … L’atteggiamento antirivoluzionario assunto attualmente dalla burocrazia sindacale, l’aiuto da essa dato alla repressione del movimento rivoluzionario degli operai ha spinto una parte dei proletari rivoluzionari di tutto il mondo a rompere con i Sindacati e a creare nuove organizzazioni proprie, puramente rivoluzionarie, donde scaturiscono le parole d’ordine ‘distruzione dei sindacati’ ‘via dai sindacati’ che trovano una certa simpatia fra gli elementi rivoluzionari più disperati, resi pessimisti dall’inerzia delle masse. Tale tattica di fuoriuscita degli elementi rivoluzionari, e di abbandono dei sindacati, di milioni di proletari, all’incontrastato influsso dei traditori della classe operaia, fa il gioco della burocrazia sindacale e deve essere perciò decisamente e categoricamente respinta. Non distruzione, ma conquista dei sindacati, cioè delle masse organizzate nei vecchi sindacati: ecco la parola d’ordine intorno a cui deve organizzarsi e svilupparsi la lotta rivoluzionaria … I fautori dell’Internazionale Rossa commetterebbero però un errore gravissimo … se abbandonassero i sindacati per rinchiudersi nei piccoli aggruppamenti sindacali rivoluzionari. Gli operai espulsi dai sindacati non devono disperdersi, ma devono rimanere organizzati nello stesso quadro cui appartenevano prima dell’esclusione, agendo continuamente, come regolare e legittimo membro del sindacato che li ha espulsi … Il compito degli elementi rivoluzionari del movimento sindacale consiste quindi, non nello staccare dai sindacati i migliori e più coscienti operai e formarne delle piccole organizzazioni ma nell’infondere spirito rivoluzionario ai sindacati restando in seno ad essi, rivendicandovi giorno per giorno le aspirazioni rivoluzionarie della classe operaia e cercando così di trasformarli in strumenti della rivoluzione sociale. Tutta l’opera organizzatrice nei vecchi sindacati deve essere volta a combattere la passività e il tradimento della burocrazia sindacale, nel corso della lotta per gli interessi quotidiani degli operai. Conquistare i sindacati significa conquistare la massa operaia, che può essere conquistata solamente con un’opera sistematica ed ostinata, col far continuamente risaltare il contrasto fra la tendenza del compromesso e della collaborazione di classe e la nostra tendenza strettamente rivoluzionaria. Il motto “via dai sindacati” ci impedisce di conquistare le masse e quindi ci allontana dalla rivoluzione sociale … ».

Un altro colpo ai ‘cultori delle forme’, questa volta ai cultori della ‘forma sindacale’ numerosi ancor oggi. Le Tesi infatti proseguono:

«Ma sarebbe altresì un errore considerare le organizzazioni dei sindacati come fine a sé. I sindacati non sono un fine, sono il mezzo per raggiungere il fine; e perciò mentre respingiamo la parola d’ordine di ‘via dai sindacati!’ noi dobbiamo nel modo più risoluto affermarci contrari anche al feticismo di organizzazione e alla parola d’ordine di ‘unità ad ogni costo e senza riserva’. Conquistare i sindacati significa non già impadronirsi della cassa e dell’immobile sindacale, ma bensì conquistare l’anima dei membri dei sindacati. Molti compagni dimenticano tale distinzione, confondendo spesso il sindacato col suo locale, con la cassa e col personale dirigente. Tale punto di vista deve essere categoricamente respinto dai sindacati rivoluzionari di classe. Questi sono per l’unità e contro la scissione, ma non temono la scissione: ecco un punto che deve essere chiaro per ciascuno di noi».

Cinquanta anni di incontrastato dominio opportunista sui sindacati operai congiunti alla tendenza capitalistica alla sottomissione dei sindacati allo Stato ed al suo ingranaggio ed all’assenza quasi assoluta del proletariato dalla lotta rivoluzionaria, hanno senz’altro dato ai sindacati attuali una caratteristica ben più reazionaria di quelli del 1921, sono riusciti a deformarne la prassi e la stessa organizzazione in maniera ben altrimenti deleteria di quello che poterono fare gli opportunisti del I dopoguerra premuti alle spalle da un proletariato in lotta a livello europeo, i sindacati tricolore di oggi non sono certo i sindacati di classe del 1921. Questo modifica i termini della tattica del partito nei confronti di questi sindacati, ma non modifica affatto i termini generali della posizione del partito verso gli organismi economici di classe che gli operai, ritornati alla lotta, saranno costretti a ricostituire. Sul filo della sua tradizione marxista il partito, a differenza di tutti gli altri raggruppamenti pseudorivoluzionari indica nella ripresa dell’azione di classe sul terreno economico e nella rinascita delle organizzazioni economiche di classe conquistabili all’indirizzo del partito ed aperte a tutti gli operai la strada della ripresa della lotta rivoluzionaria.

Il riformismo è morto - Viva la rivoluzione

Solo chi è interessato a leggere la storia della lotta di classe secondo il mito del progresso indefinito e indefinibile può illudersi di continuare a trascinare impunemente le forze del proletariato dietro le false parole d’ordine delle riforme, del benessere, della democrazia. Non mancano a questo proposito, oltre che ai politicanti nazionali, più osannati (per ora) dei divi del cinematografo o della televisione, i chierici del sistema, che abituati da sempre ad avere una chiesa da cui succhiare i carismi e l’imprimatur, si ingegnano a manipolare e divulgare storia e documenti del movimento operaio per avvalorare la balorda tesi secondo la quale la classe operaia non avrebbe altro scampo che le riforme da apportare allo Stato, dentro lo Stato, mai contro lo Stato.

Sarebbe troppo facile ricordare che questo slogan è di tipico marchio fascista, ma si impone la necessità di rinfrescare la memoria di chi punta sul basso storicismo reazionario secondo il quale tutto con il tempo si aggiusta e si dimentica, specie quando Annibale (la rivoluzione) non è alle porte, almeno sul piano immediato, per affibbiare alla Sinistra Comunista l’accusa di aver messo sullo stesso piano reazione fascista e democrazia liberale; è anzi il caso, oggi come non mai, di riaffermare che i comunisti rivoluzionari, Lenin in testa, hanno sempre considerato il terreno democratico il migliore per smascherare opportunismo e riformismo che di questa democrazia hanno fatto un feticcio insuperabile e addirittura l’unico assetto politico nel quale sarebbe garantita «maggiore libertà di organizzazione per il proletariato». Un’ultima impresa in questa direzione è la raccolta di «Scritti Scelti di A. Bordiga» a cura di F. Livorsi che smentisce l’ormai logora, ma a suo tempo astiosamente perseguita, polemica contro la Sinistra Comunista, forse presago che se Annibale non è alle porte si avvicina a grandi e minacciosi passi, secondo la quale la Sinistra non sarebbe stata poi tanto settaria e dogmatica ma persino troppo flessibile e incoerente. Siamo di fronte al metodo diplomatico e reazionario della «storicizzazione» che può comportare la possibilità di reinterpretare i duri fatti secondo le opportunità del momento. Non vogliamo perder tempo a polemizzare su questa storiografia da operetta che specie negli ultimi anni si è messa a scavare sulle origini del «comunismo italiano»: ci serva di spunto per ribattere tutte le fantasie e le illusioni che impediscono di riconoscere le basi programmatiche, strategiche e tattiche che sole possono permettere la ripresa dell’influenza del Partito sulla classe. Si rimprovera alla Sinistra di aver oscillato su diversi temi: 1) Sulla questione dell’astensionismo elettorale. 2) Sull’uso rivoluzionario della tribuna parlamentare. 3) Sulla valutazione definitiva approssimativa e poco articolata del fascismo. Finalmente! Dal settarismo preconcetto e angusto la Sinistra sarebbe passata ad una eccessiva flessibilità tattica. Sapevamo, e non certo da ora, che la pacca sulla spalla (data da compagni, come fece Lenin col rappresentante della Sinistra oggi assorto negli studi per la riforma dello… Stato, Terracini) e la battuta famosa «plus de souplesse» non ci riguarda e non ci riguardava. Con un, per ora immaginario, calcio nel culo, abbiamo da dire che il nostro anti-astensionismo del 1913 non è affatto incoerente con la proposta di boicottaggio delle elezioni del 1919 ma che è, anzi, la sua logica conseguenza. Il chierico Livorsi a proposito del nostro articolo su L’Avanti! del 13/7/1913 «Contro l’astensionismo» commenta: «Nell’ottobre del 1913 in Italia si hanno le prime elezioni a suffragio universale maschile, caratterizzate dall’alleanza tra liberali e cattolici, da gravi brogli elettorali e per lo più dalla piena indipendenza delle liste del PSI. Bordiga sull’Avanti! si pronunciò contro le tendenze astensioniste degli anarchici con motivazioni che ricordano quelle parlamentaristiche rivoluzionarie dei massimalisti degli anni ’20 e dello stesso Lenin. L’articolo in questione è interessante perché ci mostra che l’astensionismo in Bordiga non fu permanente neppure in linea di principio ma che d’altra parte il suo elezionismo fu sempre molto fragile e condizionato». Ora, o si è veramente fessi o si fa da fessi. Quando mai la Sinistra Comunista (nelle occasioni ricordate ancora Sinistra Socialista) ha preteso di porre la questione della partecipazione alle elezioni dal punto di vista di un’astratta questione di principio? Se proprio il chierico vuol portare acqua al nostro mulino, faccia pure, ma ci era sembrato che non si fosse scomodato per questo!

Nel ’13 non è previsto nessun compromesso storico e si ammette che il PSI partecipa alle elezioni con liste caratterizzate dalla piena indipendenza, siamo nel clima storico della II internazionale ed il suffragio universale maschile è stato strappato alla politica giolittiana che vede nei cattolici un argine al «pericolo rosso». La partecipazione alle elezioni dunque non fu una gratuita concessione della borghesia, ma una riforma reale compatibile con l’andamento storico della lotta di classe. Il materialismo marxista alla cui bussola la tradizione di sinistra del movimento operaio si ispira e attraverso la quale legge la storia non ha mai avuto, e questa è una prova, un atteggiamento di idolatria verso i principi astratti, non solo a proposito di elezioni, ma in rapporto a tutta la complessa problematica che investe questioni di strategia e di tattica. Non a caso, unici a rivendicarle compiutamente, abbiamo ripubblicato per intero nel n. 9 del nostro giornale il corpo delle tesi caratteristiche del nostro partito e dell’adesione ad esso di tutti i suoi militanti; nella parte III – ondate storiche di rigenerazione opportunista – abbiamo scritto e riscritto fino alla nausea: «Una posizione di intransigenza, ossia di rifiuto per principio di ogni alleanza, fronte unico o compromesso, non può essere avanzata come adatta a tutto il successivo corso storico proletario senza cedere nell’idealismo che si giustifichi con considerazioni mistiche, etiche ed estetiche, aliene alla visione marxista. Le questioni di strategia, di manovra, di tattica e di prassi della classe e del partito, si pongono e si risolvono dunque solo sul piano storico. Ciò significa che vale per esse il grande procedere mondiale dell’avanzata proletaria tra la rivoluzione borghese e quella operaia, e non la minuta casistica luogo per luogo e momento per momento, lasciata all’arbitrio di gruppi e di comitati dirigenti». Ecco la chiave di volta che spiega la nostra «incoerenza». Il 1919 non è tempo da allettare il proletariato sul terreno elettorale che si presenta alla borghesia come valvola di sfogo alla crisi del dopoguerra, una possibilità di deviare la marea rivoluzionaria verso obiettivi intermedi e lontani dall’attacco al suo potere politico. Non avremmo ascolto alle assise dell’Internazionale di fronte alle ragioni e alla dialettica di Lenin, e ancora una volta non ne facemmo una questione estetica o di principio, considerando l’Internazionale Comunista, la sua costituzione e il suo rafforzamento come il bene maggiore di fronte al quale valeva la pena di partecipare a mille elezioni «popolari». Non siamo dottori sottili che vanno a scoprire verità lapalissiane post-festum, lasciamo agli uccellacci che infestano il campo borghese ed opportunista, ben più macabri della nottola di Minerva, il gusto di fare la storia con i se e con i ma. Per noi come per Lenin fu necessaria la prova materiale della votazione dei crediti di guerra al parlamento tedesco il 4 agosto 1914 da parte dei social-democratici, perché sul terreno reale e storico si ponesse all’ordine del giorno la necessità di organizzare apertamente la lotta contro i riformisti e i social-sciovinisti.

Siamo forse stati duri a capire? Meglio tardi che mai, ed i traditori di oggi dimostrano di non aver capito né allora, né mai. Avevamo compreso in sostanza che l’era del riformismo stava morendo e lo scoppio della rivoluzione proletaria in Russia fu la riprova che ci si può intendere anche senza essersi mai visti. Bisognava rompere ogni illusione democratoide nella classe operaia occidentale, troncare ogni rapporto di sapore bloccardo con quelle forze che pur richiamandosi a parole alla rivoluzione frapponevano pretesti e ostacoli all’organizzazione del partito unico mondiale del proletariato. La prova di ciò l’avemmo quando di fronte all’incalzare dello squadrismo nero ferocemente attizzato contro le organizzazioni operaie, le dirigenze social-democratiche e massimaliste non furono capaci di altro che di ricercare impossibili pacificazioni sociali.

Non era stato casuale che il fascismo nascente si fosse dimostrato in grado di costituirsi una «base di massa» come siamo a dire oggi, proprio mutuando dal linguaggio riformista, promettendo repubblica, lotta ai «pescicani», cogestione delle aziende e via di questo passo con le lisciate di spalle al proletariato. Dopo la balorda tesi liberal-opportunista del fascismo come gruppo di quattro scalzacani, oggi non c’è barba che giustifichi l’affermazione dei neri semplicemente per merito delle bastonature e dell’olio di ricino, ma per aver saputo far proprio il programma riformista da condurre e svolgere all’interno dello Stato capitalista. Era questo, per noi, il segno che il riformismo come arma capace di smantellare lo Stato borghese era morto, perché lo Stato capitalista di fronte ai tentennamenti e alle paure dei riformisti era stato in grado di battere sul tempo le possibilità rivoluzionarie. Si stava così impossessando ad un tempo della forza necessaria per terrorizzare il proletariato e dell’armamentario verbale per lusingarlo promettendo di voler «accorciare le distanze tra ricchi e poveri», «rovesciare i poltroni e sedentari dai rigonfi uffici burocratici e parassitari» (non vi allarmate, compagni, ma è il linguaggio né più né meno di tutto l’opportunismo di tutti i giorni, di destra, di centro e di sinistra). Da quel momento lo spartiacque era segnato: da una parte borghesia e suoi interessati riformatori, dall’altra parte i comunisti rivoluzionari. Non per niente, il chiericuto di cui innanzi, grande spulciatore di documenti ha dimenticato l’articolo «O Roma o Mosca», che dimostra come la rivoluzione ha un solo colore: Rosso, un solo nome: Comunista. Non esistono altre vie, né la presunta eversione fascista, né terze vie tipo, come si direbbe oggi, «partecipazione» e balle di tal genere; i fascisti non sono mai stati e non saranno mai eversori dello Stato borghese, anzi i più conseguenti e biechi difensori dell’apparato repressivo del capitale. Da quel momento, per noi, la rivoluzione proletaria è all’ordine del giorno, il che non significa farla quando ci piace ma lavorare per essa, prepararla come ebbe a chiarire Lenin al delegato francese Frossard, altre parole d’ordine al di fuori di questo significherebbero acqua al mulino borghese, in difesa del suo Stato ed apparato produttivo. D’altro canto, come si dice, carta canta: se i riformisti del primo dopoguerra mondiale potevano ancora utilizzare il linguaggio marxista sostenendo di voler anche loro distruggere lo Stato, oggi il grande opportunismo staliniano non sa far altro che organizzare centri studi per… la riforma dello Stato. Ciò significa che a tutti gli effetti, armi e bagagli, dal PCI al PSI a tutto il codazzo gruppettaro non si fa altro che reclamare uno Stato più efficiente, più democratico, più razionale mentre la borghesia elargisce a piene mani elezioni a tutto spiano: politiche, amministrative, comunali, regionali, provinciali, plebisciti e referendum, e… Pannella. Lo Stato borghese sempre più si preoccupa di perdere credibilità sprecando l’arma elettorale, come sostengono preoccupati i suoi «politologi», mentre l’opportunismo richiede con frenesia feste schedaiole fino al grottesco. Proprio in quanto la democrazia e il diritto di voto non hanno più bisogno di essere strappati perché elargiti a piene mani (si intende, a livello formale e buffonesco, fermi restando i suoi interessi e la salda presa sull’apparato statale), si impone al proletariato di liberarsi da questa palla al piede che gli impedisce vitalità ed offensiva. Non può fare più meraviglia allora che mentre qualche decennio addietro il grande opportunismo, inquadrato nello Stato post-resistenziale, non avesse avuto il coraggio di parlare apertamente di compromesso storico, oggi può permettersi il lusso non solo di praticare (lo fa da trenta anni) ma di teorizzare la repressione di ogni illusione rivoluzionaria; come si vede anche in questo caso, prima l’azione poi la teoria. Abbandonati i principi non resta altro che rinnegarli apertamente. Ed ancora con la massima coerenza, di fronte alla platea che chiede a quando l’ingresso al governo, il PCI può tergiversare e sostenere di non avere fretta dal momento che sta facendo già tutto il possibile per puntellare lo Stato e proporre le riforme, alla sua ombra e con la sua benedizione. Se dunque il partito comunista unico mondiale si presenta ferocemente antidemocratico non lo fa per intransigenza o rifiuti di principio, ma per una necessità che lo snodarsi delle ondate opportunistiche dopo due conflitti mondiali postula senza tentennamenti, dopo aver verificato che il pieno tradimento del riformismo di cinquanta anni fa oggi può chiamarsi solo ed esclusivamente opportunismo, allevato e protetto dallo Stato della borghesia.