Partido Comunista Internacional

Spartaco 1963/I/6

Gli obbiettivi immediati del sindacato di classe

Una volta stabilito (vedi il numero precedente) che la funzione essenziale del sindacato e di « sviluppare la coscienza rivoluzionaria di classe », si tratta di vedere come si deve realizzare questa «funzione».

Il Sindacato, allora deve avere un programma di rivendicazioni e obiettivi immediati tesi tutti a « sviluppare» e proteggere « la coscienza rivoluzionaria » e di conseguenza, deve saper scegliere i mezzi idonei a tale scopo. Tutta l’attuale gamma di rivendicazioni promosse dai sindacati, con la CGIl in prima fila, cozza violentemente contro lo sviluppo della «coscienza rivoluzionaria di classe»: in particolar modo quelle per il lavoro straordinario, il cottimo e i premi di produzione. Marx, nel Capitale, dice chiaramente che il salario a cottimo sviluppa negli operai la concorrenza « tra di loro e degli uni contro gli altri », e che esso è «la forma di salario che più corrisponde al modo di produzione capitalistico ». In modo altrettanto aperto, citando uno dei tanti Rapporti degli Ispettori di fabbrica inglesi, scrive: «Senza sopraorario il salario non basta»; e, a proposito delle ragazze addette alla legatoria di libri di Londra: «I padroni le allettano con il salario straordinario e con il denaro per una buona cena che fanno in osterie vicine ».

Lavoro straordinario, lavoro a cottimo, e premi, imposti dal modo di produzione capitalistico costituiscono per la borghesia un mezzo prezioso per dividere la classe operaia, la quale da oltre un secolo ha ricorso, come scrive Engels, ad «associazioni e scioperi…» per « abolire la concorrenza » reciproca fra operai, ben sapendo che «il potere della borghesia poggia unicamente sulla concorrenza (degli operai) tra di loro, cioè sullo spezzettamento del proletariato, sulla reciproca contrapposizione degli operai ».

Di conseguenza, Engels fissa in questi termini l’obiettivo principale dei Sindacati: «L’operaio non può colpire la borghesia, e con essa tutta la struttura attuale della società, in un punto più nevralgico di questo [la concorrenza]. Una volta eliminata la concorrenza degli operai tra loro, una volta che essi siano tutti decisi a non lasciarsi più sfruttare dalla borghesia, il regno della proprietà è finito. Il salario dipende dal rapporto tra domanda ed offerta, dalle vicende del mercato del lavoro appunto solo perchè gli operai fino ad oggi hanno tollerato di essere trattati come una cosa che si può comprare e vendere. Ma se essi decideranno di non lasciarsi più comprare e vendere, se nella determinazione del valore effettivo del lavoro si affermeranno come uomini che, oltre alla forza-lavoro, possiedono anche una volontà, allora sarà la fine per tutta l’economia politica odierna e le leggi del salario ». Engels ammonisce poi che l’abolizione della concorrenza degli operai tra di loro non è «tutto», e che occorre abolire anche la concorrenza dei capitali tra di loro per non «ricadere» nello stato di prima; ma questo compito generale spetta al partito.

Ecco quindi che cosa significa sviluppare la «coscienza rivoluzionaria», e come si realizza questa « funzione essenziale del sindacato»: lottando contro la concorrenza degli operai tra di loro, ponendo cioè rivendicazioni e obiettivi di lotta che contribuiscano a unificare la classe e a centralizzarne gli obiettivi.

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Fedeli a questi principi insegnatici dal marxismo, e consacrati dalla più fulgida tradizione proletaria, abbiamo additato anche durante le recenti agitazioni, gli obiettivi immediati delle «associazioni operaie» e degli «scioperi»: contro qualsiasi forma che spinga gli operai gli uni contro gli altri, che approfondisca la divisione all’interno della classe, contro il lavoro straordinario, il cottimo, i premi, contro le agitazioni separate nel tempo e nello spazio, differenziate nelle richieste e negli obiettivi, che sotto lo specioso protesto di attenersi alle » situazioni concrete», favoriscono lo «spezzettamento» degli sforzi e della classe. Perciò non cessiamo mai di prospettare rivendicazioni che tendano obiettivamente a unificare gli interessi immediati degli operai, come lo aumento generale del salario per tutte le categorie operarie senza distinzione di sesso, età, settore e regione, in contrapposto a quelle differenziazioni che dividono il fronte di lotta. Sensibili alla necessità organica che la classe conquisti la sua unità e compattezza per  «colpire la borghesia», abbiamo plaudito e plaudiamo ad ogni atto di violenza proletaria perchè rappresenta, in questo momento storico deprimente, l’unico segno di vitalità di classe nel rompere la concorrenza degli operai fra di loro. E quando le centrali sindacali, dirette dalla politica corporativa dei falsi partiti operai in unione a quelli dichiaratamente borghesi, indirizzano la gigantesca forza operaia verso episodi discontinui e verso rivendicazioni controproducenti, allora esse mandano ad effetto l’opposta funzione di reprimere la «coscienza rivoluzionaria di classe», di inasprire la concorrenza degli operai tra di loro, di rinviare all’infinito la necessità di «colpire la borghesia ».

Per i traditori della classe operaia, i D’Aragona, i Bianchi, i Treves e i Modigliani di oggi; per i Nenni, e per i Togliatti, il tradizionale e inscindibile legame marxista tra le lotte immediate e la rivoluzione comunista è un’utopia, un sogno anacronistico, fuori della « realtà concreta ». « Ebbene, rispondiamo loro, parafrasando l’invettiva di Losowski contro D’Aragona e Bianchi al 1º Congresso dell’Internazionale dei Sindacati Rossi nel 1921, ebbene, se…. esiste opposizione fra la concezione realistica della classe operaia e i suoi sogni insurrezionali, allora, o signori, noi siamo degli estranei gli uni per gli altri [ma non per la classe operaia italiana, bensi per i signori Nenni e Togliatti] perché per noi il sogno dell’insurrezione, il sogno della bandiera rossa, sono le espressioni della vitalità della classe operaia, manifestano la volontà del proletariato di rovesciare il capitalismo ».

Per questo duplice obiettivo devono battersi i comunisti rivoluzionari: per spezzare la concorrenza degli operai fra di loro, e far rivivere nel proletariato il «sogno dell’insurrezione »!

L'"articolazione" sulla pelle dei metalmeccanici

L’infame politica della frammentazione degli scioperi, e della firma di accordi separati azienda per azienda nel corso di essi, ha portato ai metalmeccanici i frutti amari da noi sempre previsti e denunziati.

Dopo lunghi mesi di un’agitazione pur ricca di episodi di lotta compatta ed imponente i padroni sono ora più che mai in condizione di respingere ogni sia pur limitata richiesta operaia e di tirare in lungo una trattativa divenuta interminabile. E, ora che il guasto è fatto, i sindacati non hanno di meglio da deliberare che la raccolta di un obolo da amministrarsi in comune, e quattro ore di sciopero in tutta l’industria con esclusione dei servizi essenziali, proprio quelli che, se mai, bisognava interrompere. Il danno e la beffa!

Non si dica che gli operai non erano disposti a battersi, o che respingano la strada battuta proprio in questo periodo il 7 febbraio!) della lotta ad oltranza e della sua massima estensione. Come a Torino in luglio, così a Bergamo in gennaio, lavoratori hanno pur ritrovato per istinto la via che, superando confini maledetti dell’azienda, unisce tutti i proletari in un solo fronte di combattimento, sul quale cessano le distinzioni di categoria, di reparto, di salario di qualifica. Le centrali del tradimento si sono precipitate a sconfessarli, ma non è certo privo di significato che la FIOM si sia per la prima volta decisa a riconoscere (l’Unità del 15-1) l’esistenza di operai che invocano scioperi ad oltranza, generali, senza tregua, e abbia sentito la necessità di… convincerli a mettere giudizio!

Quei proletari hanno, in realtà, tirato le somme di una terribile lezione: la loro protesta lascerà la sua traccia indelebile nella memoria collettiva della classe.

Invero, solo questa è solidarietà di lotta: che non getta ai fratelli l’elemosina mercantile di una giornata di lavoro per mettersi a posto la coscienza e crearsi un alibi per il tradimento commesso non scioperando; che non interrompe il lavoro per quattro miserabili ore, ma affronta virilmente tutti gli oneri e tutti i rischi di una battaglia generale e campale. Ma possono dare ordini diversi, quei sindacati che antepongono gli interessi della «nazione» a quelli della classe, e non attendono di meglio che di sedersi allo stesso tavolo col padrone, o di inviare loro rappresentanti in seno a un governo «più democratico», quindi più abile nel truffare gli operai?

Essi sono quel che sono; fanno quello che è inevitabile che facciano. I metalmeccanici più di tutti ne hanno avuto la prova sulla loro pelle!

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La nostra battaglia continua: perché risorga e si affermi nel sindacato tradizionale, e col tempo ne afferri le leve di comando, la corrente rivoluzionaria marxista, la sola decisa a battersi per rivendicazioni comuni a tutta la classe e atte ad unirla, non a spezzettarla, coi metodi della lotta di classe aperta e dello sciopero il più possibile esteso ed unitario, proclamato senza preavviso e senza limiti di tempo, nella più stretta solidarietà fra tutti gli sfruttati e fuori da ogni codarda osservanza di una «unità sindacale» fatta solo per legarli ai sindacati gialli e bianchi e quindi al padrone, fuori da ogni rispetto delle convenzioni democratiche, parlamentari e patriottiche, per la rivoluzione proletaria, per la vittoria del comunismo internazionale ed internazionalista!

Un esempio scandaloso di differenziazione salariale

Nella documentazione che andiamo svolgendo circa lo scandalo della crescente differenziazione di salario fra operai – che si traduce (qui il punto) in una contrapposizione di sfruttato a sfruttato, e quindi in una frantumazione del potenziale di lotta politica della classe proletaria – vanno messi in evidenza due esempi, importanti perché riguardano, il primo, un’industria che assorbe una cospicua manodopera femminile e minorile remunerata con salari di fame e, il secondo, un ciclo di lavorazioni altamente nocive per la salute soprattutto nelle categorie e qualifiche più «basse», cioè l’industria conserviera e l’industria delle materie plastiche.

Il nuovo contratto collettivo nazionale in vigore dal 1° gennaio, completato dall’accordo nazionale provvisorio parità (!!!) salariale, 13 settembre 1962, per i dipendenti delle conserve vegetali contempla quattro categorie uomini e tre categorie donne.

Nelle prime, si hanno paghe base per operai al disopra dei 20 anni che da 220,75 per gli specializzati scendono a 197,19 per i qualificati, a 185,70 per i manovali specializzati e a 172,21 per i manovali comuni. Siccome per la contingenza i distacchi sono maggiori che per il salario-base il risultato cumulativo è ancora più svantaggioso ai manuali comuni: per esempio, nella provincia di Forlì, che ospita varie industrie conserviere, se aggiungiamo la contingenza a datare dall’1-11, il totale della paga per le stesse categorie va da 243,20 a 217,30; 204,75 e 190,10 (53,10 lire in meno per questi ultimi mentre per la paga-base erano 35,5). Per le donne, sempre in età superiore ai 20 anni, si ha questa scala discendente: 1ª categoria 165,55 (dunque, meno del manovale comune: parità… salariale?), 2ª categoria 156,45, 3ª categoria 145,52, che diventano con la contingenza 191,80, 181,35, 168,50.

Ma la situazione è ancora più ripugnante se si esaminano le remunerazioni delle categorie di età. Intanto, qui la manodopera maschile è divisa in tre classi per ogni categoria: oltre i 20 anni, dai 18 ai 20, dai 16 ai 18; mentre per le donne è contemplata anche una classe di età inferiore ai 16 anni. Cominciamo, dunque, con una differenziazione di sesso. Segue una differenziazione per categorie assai più grave e profonda di quella che abbiamo rilevato parlando delle qualifiche degli operai e delle operaie con oltre 20 anni. Infatti, se prendiamo la paga-base per gli uomini da 16 a 18 anni, (tralasciamo quelli da 18 a 20), essa scende da 189,92 per gli operai specializzati a 168,05 per i qualificati, a 107,67 per manovali specializzati, a 88,41 per i manovali comuni (101,51 lire di differenza sui primi); ovviamente, poi, aggiungendo la contingenza (sempre dall’1-11 a Forlì e provincia) lo scarto si aggrava, cioè si passa da 209,30 a 185,25, a 118,75 e a 97,60 (differenza fra i primi e gli ultimi, di lire 111,70). Ma guardate adesso le donne e vedrete che delizia: nel settore 16-18 anni, per le famose tre categorie si scende da 131,09 a 116,77 e a 109,77 (con la contingenza, 152, 135,55, 127,25), ma in quello in età inferiore ai 16 anni si precipita da 116,16 a 100,95 e a 87,02, che con la contingenza diventano 134,80, 116,90, e 100,40.

Abbiamo dunque una triplice differenziazione: per categorie «tecniche», per sesso e per età, ulteriormente aggravata dalle diversità di contingenza: tutto questo in un’industria in cui il personale femminile e minorile è altissimo, il lavoro gravoso, e la paga media rispetto ad altri settori industriali meschina. Vedremo nel prossimo numero le tabelle per l’industria delle materie plastiche: intanto segnaliamo all’attenzione degli operai in genere la situazione infame in cui sono tenuti questi loro compagni di pena e di lotta.

Lenin sull'indissolubilità della lotta economica e della lotta politica

Quando fu fondata l’Associazione Internazionale degli Operai, la questione Operai, la questione dell’importanza delle associazioni professionali operaie e della lotta economica fu sollevata al primo congresso a Ginevra, nel 1866. Lo mozione di quel congresso dimostrava giustamente l’importanza della  lotta ecunomica, e metteva in guardia i socialisti e gli operai, da una parte contro la sua esagerazione e, dall’altra, contro la sua sottovalutazione. Essa riconosceva i sindacati operai fenomeno non solo natura le, ma necessario nel regime capitalista, ne dichiarava la grandissima inmportanza per la organizzazione della classe operaia nella lotta quotidiana contro il capitalismo e per l’abolizione del lavoro salariato. Affermava che i sindacati non devono occuparsi esclusivamente della lotta immediata contro il capitale, nè tenersi lontani dal movimento politico e sociale della classe operaia nel suo complesso; che i loro scopi non devono essere «ristretti»,  ma tendere invece all’emancipazione generale dei milioni di lavoratori oppressi. Più di una volta, da allora, posta nei partiti operai dei diversi paesi, e si porrà, la questione se, in un momento determinato, si debba prestare maggiore attenzione alla lotta economica o alla lotta politica del proletariato. Ma la questione generale di principio resta sempre nei termini in cui è stata posta dal marxismo. La convinzione che una lotta di classe unica deve, necessariamente, unire la lotta politica e la lotta economica, si è trasfusa nella carne e nel sangue del socialismo internazionale. (Lenin, Sui sindacati, pp. 16-17),

Che cosa si è fatto per gli operai della FIVRE?

Per rendersi conto, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto siano scese in basso le centrali sindacali nel dirigere le lotte operaie, basterebbe considerare il loro comportamento nei confronti della FIVRE, un’azienda fiorentina di 1000 operai addetti alla costruzione di apparecchi televisivi, la cui direzione un mese e mezzo fa decideva di chiudere un reparto e spedire a casa tutti i 150 dipendenti.

La risposta degli operai era l’immediata occupazione del reparto. I capoccia sindacali prontamente intervenuti ordinavano allora che solo il reparto in causa rimanesse occupato, mentre tutti gli altri operai dovevano continuare il lavoro. La giustificazione: «Non dar l’impressione di fare del sabotaggio!». E, mentre gli altri continuavano il lavoro, venivano inscenate le solite sozze commedie del «salvataggio dell’economia aziendale, cittadina e nazionale», per dimostrare fra l’altro che la fabbrica era in grado di funzionare e anzi di fornire una maggior produzione, costringendo così gli operai (nell’ipotesi di non essere licenziati) a farsi sfruttare ancora di più grazie alle prove fornite dalle dirigenze sindacali; e si sguinzagliavano i bonzi alla ricerca di una solidarietà fatta di elemosine elargite da bottegai e preti; perché oggi la vera solidarietà, grazie alle alte teorie del partitaccio super-opportunista, non si ottiene più fra proletari, bensì fra tutti i cittadini di buona volontà versanti oboli sulle teste commosse ed esterrefatte dei poveri cristi.

Dopo un mese e mezzo di siffatta solidarietà, i 150 dipendenti avrebbero dovuto sentirsi già abbastanza satolli per lasciar libero campo agli avvoltoi in veste rossa. Ma a questo punto il bonzume, calmate le acque, si affretta a completare la commedia, e per finalino si fanno sfilare per le strade, come tanti accattoni, uno sparuto gruppo di operai, mentre, già che ci siamo, e per salvare la faccia, si imbastisce uno sciopero di tutti i dipendenti… di un paio d’ore. La faccia è salva, gli operai verranno ugualmente licenziati, e le cassette delle elemosine saranno sempre più gonfie, poiché nessuno potrà accusare i bonzi di essersi trovati senza i loro sostentatori. Quello che si voleva raggiungere si è raggiunto: nascondere la vera solidarietà, che è di classe, per far posto alla carità borghese.

Le finalità dell’opportunismo non sono cambiate: spezzare ad ogni costo l’unità della classe operaia, impedire ai lavoratori di acquistare coscienza della loro forza. Perché, egregi signori, la classe operaia non avrebbe bisogno delle vostre elemosine se voi, comunisti quali vi definite, indicaste al proletariato la via ch’esso deve seguire anche per il raggiungimento dei propri fini immediati. Il proletariato ha una forza immensa, è la classe su cui si basa tutta la capacità produttiva della società capitalistica, e questa forza immensa, finché la terrete divisa, frazionata, umiliata in mille modi, sarà sempre alla mercé di questa sporca società di mercanti. È uno sforzo continuo, tenace, incrollabile, il vostro, di spezzare quest’unità, di frantumare le lotte che potrebbero fornire scintille rigeneratrici alla classe operaia e restituirle l’orgoglio della sua missione storica, la consapevolezza d’essere la futura classe dominante, e quindi la volontà di rifiutare decisamente l’elemosina gettata ai suoi piedi!

I lavoratori della FIVRE avevano bisogno di un’unica solidarietà: la solidarietà dei compagni delle altre fabbriche, come il milione dei metallurgici che proprio in quei giorni si trovavano in sciopero. Ed è vero che sarebbero stati egualmente licenziati, perché i rapporti di forza non permettono ancora al proletariato di imporre il suo volere, ma avrebbero avuto l’onore di essere sconfitti solo dopo aver lottato.

Ma, questo, le dirigenze sindacali «pseudo-socialiste» si guardano bene dal farlo, e nulla più di ciò dimostra che, muovendosi su un piano diametralmente opposto a quest’esigenza primaria ed elementare anche per rivendicazioni minime, esse svolgono un ruolo opportunista e, peggio, controrivoluzionario.

Il fiorentino

Per una vera solidarietà proletaria

Qualche operaio, sentendoci condannare aspramente gli scioperi articolati, gli accordi aziendali, settoriali e locali, la differenziazione del salario per categorie e per zone, i premi di produzione, gli incentivi, il cottimo, il lavoro straordinario; insomma, tutte le formule che rappresentano ormai il bagaglio di ogni dirigente sindacale alto e basso, grande e piccolo, di ogni «amico del popolo», e che, attraverso quaranta anni di ristagno della lotta aperta e di tradimento dei principii marxisti, sono penetrate fin nel sangue del sindacato tradizionale, la CGIL, trasformandolo lentamente ma inesorabilmente nel fanalino di coda delle organizzazioni sindacali gialle e bianche, qualche operaio ci chiede: Perché, dunque, questa accanita battaglia?

Ed ecco la risposta. Il capitalismo, scrive Marx, nel suo processo di sviluppo crea da un lato una sempre maggior associazione fra proletari, e dall’altro una sempre maggior concorrenza fra operaio e operaio. Questa concorrenza noi la possiamo quotidianamente riscontrare nella vita del proletariato: esempio classico «l’esercito di riserva» dei disoccupati che, con il peso della loro presenza sul mercato, fanno scendere il prezzo della forza-lavoro o, che è lo stesso, lo spingono verso il suo livello minimo, rappresentato dal costo dei mezzi di sussistenza strettamente necessari per vivere e riprodursi; oppure l’immigrazione della manodopera contadina scacciata dalla terra verso i grandi centri industriali, che rende disponibile una gran massa di lavoratori costretti ad accettare un sottosalario, e quindi mette in difficoltà le già precarie condizioni di vita dell’operaio locale. Ma la concorrenza più forte e, nello stesso tempo, più rovinosa si svolge fra i singoli operai delle singole fabbriche, dove il capitale si crea la propria cerchia di servi fra i lavoratori meglio retribuiti e mantiene sotto una cappa di piombo la gran massa dei manovali comuni, dei non-specializzati, dei semi-qualificati, delle donne, dei ragazzi.

Non solo il processo tecnologico ha creato decine e decine di categorie diversamente retribuite, ma il capitale è intervenuto con tutti i mezzi che gli derivano dal suo potere, e ha introdotto nuove divisioni, prima fra tutte quella in diverse e contrastanti zone salariali, grazie alle quali riesce non solo ad opporre l’operaio milanese all’operaio siciliano, ma a realizzare l’utile maggiore possibile sfruttando all’estremo la forza-lavoro delle cosiddette aree depresse. All’interno delle singole aziende, poi, non solo l’intensificazione del ritmo di lavoro dovuto all’introduzione di macchine nuove e più moderne, ma il lavoro a cottimo, il lavoro straordinario, premi di produzione, di operosità, di rendimento, di collaborazione ecc., e tutte le altre forme di incentivo, mirano nello stesso tempo a spremere fino all’ultima goccia le energie dei proletari a mettere un lavoratore contro l’altro, a creare fra gli stessi compagni di lavoro una massa di crumiri e di leccapiedi del padrone contro la massa dei proletari decisi a non lasciarsi calpestare.

Questo insieme di fatti (e abbiamo citato solo i più caratteristici) formano quel fenomeno che Marx, più di cento anni fa, chiamò «concorrenza crescente fra operai». Gli opportunisti che, come si sa, si vantano di basarsi su fatti concreti e dispongono di statistiche esatte per risolvere «qualunque problema», hanno dimenticato quella concorrenza crescente che anche l’ultimo dei proletari conosce, perché la vive quotidianamente nell’officina e nei campi, nelle grandi fabbriche del Nord e nelle aziende agricole del Sud. Hanno «dimenticato», essi che si autodefiniscono i capi della classe operaia mentre ne sono gli aguzzini, un piccolo fatto: che nel sistema capitalistico la forza-lavoro è una merce e come tale è sottoposta, fra le altre cose, alle leggi della concorrenza.

Compito del partito rivoluzionario è di lottare contro una concorrenza fra operai che distrugge l’arma possente rappresentata dalla forza elementare del proletariato unito, cioè schierato in classe contrapposta alla classe avversa e decisa ad abbatterla: quella concorrenza che i borghesi proclamano necessaria ed ineliminabile e che gli opportunisti di tutti i colori intensificano ed esaltano, teorizzando i premi di produzione, il cottimo e le virtù degli incentivi, elevando a sistema il metodo delle lotte articolate e degli accordi aziendali e settoriali, spezzettando il potenziale di lotta dei lavoratori confinandoli nell’orizzonte angusto dell’azienda, della categoria e della zona, e infine separando la lotta per gli obiettivi economici immediati dalla lotta politica finale per la presa violenta del potere e l’instaurazione della dittatura proletaria. La missione storica della classe operaia è così venduta per il piatto di lenticchie di un «benessere» fasullo, di uno schifoso «miracolo economico» equamente distribuito fra proletari e padroni, di una democrazia e di una libertà di cui gli operai, in fabbrica e fuori, assaggiano quotidianamente le delizie.

Noi restiamo tenacemente ancorati all’insegnamento di tutto il movimento comunista, marciamo verso quella che la tradizione marxista ha sempre indicato come la meta della classe operaia: l’abbattimento violento del potere borghese, la dittatura degli sfruttati sugli sfruttatori, la società socialista. Da questo punto di vista, ci muoviamo nella realtà borghese non per raccogliere le briciole cadute dalle tavole dei padroni, o per rendere meno ripugnante la prigione dorata in cui tengono i proletari, ma per abbatterne il dominio: il nostro lavoro è quindi inseparabilmente sindacale e politico. Sappiamo che solo la gran massa dei lavoratori uniti al disopra dei confini delle aziende, delle categorie, dei settori e, infine, delle patrie, può distruggere il giogo del dominio borghese, e ci poniamo come primo compito quello di spingere i lavoratori ad opporsi allo smembramento al quale vengono sottoposti dal capitale, e dai suoi lacché. Per questo lanciamo la parola d’ordine dello sciopero il più possibile esteso e di rivendicazioni comuni a tutti gli operai come l’aumento generale del salario-base e la diminuzione dell’orario di lavoro. Non si tratta di adorazione metafisica dello sciopero generale, non si tratta di esaltazione della violenza per la violenza. Si tratta della coscienza dei compiti che la classe operaia è chiamata dalla storia ad assolvere, e della preparazione dei mezzi necessari per assolverli.

Dove l’opportunismo protetto dietro le quinte dello schieramento politico ed economico padronale vorrebbe impantanare il proletariato nel fango delle «questioni particolari» e della divisione fabbrica per fabbrica, noi gridiamo: SOLIDARIETÀ OPERANTE DI CLASSE FRA GLI SFRUTTATI DI TUTTE LE AZIENDE, DI TUTTE LE CATEGORIE, DI TUTTE LE REGIONI!

Chi lotta e chi sabota

Lo scontro fra gli operai dell’OMSA e la celere a Faenza l’1 febbraio, e il malinconico ritorno dei primi al lavoro il 4 hanno drammaticamente riproposto ai proletari faentini e forlivesi la questione del modo di condurre le lotte rivendicative.

È dagli inizi di settembre che gli operai della OMSA si battono per un aumento salariale ma la loro agitazione ha raggiunto il vertice quando, nello scorso dicembre, furono licenziati 16 telaisti: il 21 iniziano degli scioperi articolati, il 27 il padrone attua la serrata, il 3 gennaio riapre, chiude nuovamente l’11, e la questione si trascina fino al violento episodio dell’1 febbraio.

Ora la OMSA appartiene al conte Orsi Mangelli come la SAOM-SIDAC di Forlì: i due complessi occupano insieme oltre 3.500 operai, e le maestranze forlivesi si erano battute durante tutto il 1962 per strappare un’integrazione mensile del salario al posto del pidocchioso premio di zelo abitualmente concesso a fine d’anno. Il 23-24 novembre, avevano anzi scioperato per 48 ore. Perché, allora, la trinità sindacale ha impedito a Forlì che lo sciopero venisse prolungato, poi non ha voluto che fosse ripreso e infine si è affrettata a concludere il 19 dicembre, un accordo che resta enormemente al disotto delle richieste operaie (aumento netto di 70.000 lire annue come premio fisso contro le 104 richieste, per gli uomini: le donne hanno avuto ancor meno) quando la solidarietà verso i compagni di Faenza voleva che le lotte fossero unificate contro gli stessi padroni borghesi, invece di scendere tutti in piazza? Perché, dopo lo scontro dell’1 febbraio, non si è dato l’ordine di sciopero generale ad oltranza in tutta la Romagna? È o non è vero che così si sono fregati nello stesso tempo gli operai faentini e quelli forlivesi (il cui malcontento la trinità sindacale ha tuttavia dovuto ammettere)? È o non è vero che, durante le assemblee sindacali, diversi operai avevano chiesto lo sciopero ad oltranza? E non è ora di finirla con la commedia del contagocce, del cronometro, della scacchiera?

Non era proprio quello il momento di proclamare che siamo tutti per uno e uno per tutti?

Il romagnolo

Lotte di classe nel mondo

I 15.000 operai delle miniere di Oroya nel Perù, entrati in sciopero ad oltranza per strappare un aumento del miserabile salario distribuito da una delle più potenti compagnie minerarie americane, la Cerro de Pasco Co., e subito attaccati con la forza delle armi dalle organizzazioni pubbliche e private di difesa del capitale (i morti si contano a decine); i salariati agricoli che si sono subito uniti al movimento ben presto dilagato in tutto il paese, e conclusosi con lo sciopero dei tagliatori di canna da zucchero del 2 gennaio e relativo ennesimo massacro; i proletari peruviani delle altre industrie che nei mesi di dicembre e all’inizio di gennaio non hanno cessato di battersi con l’arma violenta dello sciopero generale ad oltranza in difesa e solidarietà verso i loro fratelli; hanno scritto una pagina luminosa nella storia delle lotte di classe, hanno dato uno schiaffo sul viso degli opportunisti di tutte le risme, dei teorici delle contrattazioni aziendali e settoriali, della «pacifica via al socialismo»; hanno ricordato ai loro compagni di pena di tutto il mondo che «i proletari non hanno nulla da perdere fuorché le loro catene, hanno tutto un mondo da conquistare»!

Per 34 giorni 60.000 portuali di New York hanno incrociato le braccia: non una nave scaricata, non un operaio al lavoro. Guidati da organizzazioni sindacali ultra-opportuniste ma non ancora discese al livello di abiezione delle loro colleghe italiane, non hanno elemosinato, non hanno chiesto pietà: sapevano di possedere una forza gigantesca, la capacità di paralizzare da soli la vita economica della nazione, ed hanno vinto. Dovevano vincere.

«Se i problemi fossero risolti con l’umanità e la giustizia, non ci sarebbe bisogno dei sindacati», ha orgogliosamente risposto ai «pacieri» l’organizzatore dei 20 mila scioperanti tipografi dei giornali newyorkesi, ancora più battaglieri, ancora più inflessibili che i loro compagni dei docks. «La nostra forza è il muscolo!» ha aggiunto; e voleva dire: «la nostra violenza organizzata di classe». Oscuramente i tipografi delle Stelle e Strisce si sono ricollegati ai protagonisti delle stupende battaglie operaie negli Stati Uniti di cinquant’anni e cento anni fa. No, signori, lo «spettro» di cui parlava il Manifesto non è scomparso: questi sussulti periodici dimostrano che è ben vivo, e tornerà a turbare i vostri sonni di pirati!