Al capitalismo americano è indispensabile l'ossigeno del progressismo
Il povero cireneo lettore quotidiano dei giornali e bersaglio del bombardamento incrociato della propaganda avrà seguito con stupore e, poveraccio, magari con candido sdegno le vicende delle convenzioni repubblicana e democratica statunitensi. Di fronte al duplice e parallelo «colpo di scena» della designazione finale, egli si sarà probabilmente detto: Ma, e la libera volontà, la voce autonoma della coscienza individuale dell’elettore? Se il candidato nasce da assemblee in cui per tre giorni le avverse correnti gridano che l’accordo è impossibile e poi si placano nella più rosea delle unanimità, in cui i rappresentanti dell’elettore designati a sostenere un certo nome, finiscono per sostenere il nome opposto, e gli irriducibili nemici si abbracciano e il vinto si impegna a divenire il paladino del vincitore, a che scopo votare?
Ebbene, non c’è, nella carnevalata delle due convenzioni, nulla di anormale: v’è semmai la dimostrazione palese e, per una volta tanto, sfacciatamente sincera che il meccanismo democratico, sedicentemente diretto ad esprimere la «volontà della nazione», serve unicamente a tradurre in cifre statistiche la «grazia di Dio», cioè, in parole povere, le inesorabili esigenze superindividuali e materiali del capitalismo. Dalle urne esce il nome che le condizioni storiche obiettive avevano già scelto, in quanto incarnazione delle necessità obiettive di conservazione della società borghese: è stato così delle convenzioni, sarà così dell’atto finale della nomina di uno dei due candidati al rango di presidente degli Stati Uniti. Taft, da una parte, e i rappresentanti della «destra» democratica, dall’altra, dovevano perdere; ed è stato solo per una finzione utile che si è prospettata la possibilità che vincessero.
Questa necessità della designazione appare del resto, oltre che dalle vicende del voto, dalla natura dei voti finali. Raramente, in una scelta di concorrenti ai supremi fastigi di uno Stato, si è espresso così limpidamente il carattere unitario della classe dominante. Chiunque sia il futuro presidente, la missione che questa classe gli affida è unica: Eisenhower e Stevenson hanno, sfumatura più sfumatura meno, lo stesso programma. Programma internazionale: non si torna indietro, sulla strada dell’espansione mondiale imperialistica degli Stati Uniti; le frontiere della repubblica stellata sono all’Elba; l’Uno raccoglie intorno alla casa padronale – la Casa Bianca – le case coloniche dei «liberi» Stati atlantici e, ironia del nome, pacifici. Programma interno: non si torna indietro, nella strada che Roosevelt e Truman hanno battuto; se possibile, sebbene con la necessaria cautela (Stevenson è stato definito il «democratico medio»), si va avanti, perché questa strada è quella che offre le massime garanzie di conservazione del regime capitalista non solo nazionale, ma internazionale.
Ne risulta che rovesciando i luoghi comuni della stampa e della propaganda borghesi, va detto che hanno vinto i progressisti, hanno quindi vinto i veri, i più abili conservatori del capitalismo. Ha trionfato, in entrambi i casi, non la politica di difesa – come cianciano i gazzettieri – degli umili e degli oppressi, ma la politica che ha reso possibile agli Stati Uniti di dominare il mondo, e ai potentati capitalistici americani di uscire dalla grande crisi con le ossa intatte e di metter su pancia durante e dopo la guerra. Se avesse un senso dare l’etichetta di nomi di persona a fatti materiali, si potrebbe dire che le due convenzioni hanno, come di dovere, scelto alla presidenza uomini medi – Eisenhower, distintosi nella seconda guerra mondiale non per aver vinto battaglie, ma per aver conciliato, o finto di conciliare, gli interessi spesso divergenti degli alleati; Stevenson, distintosi come amministratore degli «interessi comuni» dello Stato dell’Illinois –, ma che questi due uomini medi serviranno il vinto Harriman, il multimilionario, padrone di uno dei più giganteschi e più forcaioli potentati ferroviari e di una grande banca d’investimento (oh, gli investimenti produttivi del nostro Di Vittorio!), simboleggiante l’ala «illuminata», tanto più strozzina quanto più «galantuomo», del capitalismo americano. Ha vinto l’esperienza più recente del capitalismo americano e mondiale: quella che ha capito come l’intervento statale nell’economia rappresenti non soltanto una difesa del profitto, ma un’arma della sua moltiplicazione; che la pianificazione e il controllo economico non proteggono i «ceti umili» ma ingigantiscono le organizzazioni accentrate nel loro sfruttamento; che le spese in assistenza sociale non costituiscono per i capitalisti un passivo, ma un gigantesco attivo; che non c’è miglior bastone, per tener soggetta la forza-lavoro, della carota; e memore dell’insegnamento di Lincoln e di Roosevelt, sa che il negro investito della pienezza dei diritti civili è mille volte più inerme e indifeso contro la macchina di sfruttamento, che il negro in ceppi. Ha vinto il capitalismo «progressivo» e «illuminato»; il più agguerrito, dunque, nell’arte della controrivoluzione.
Oriente inquieto
La commedia orientale continua.
Re Faruk licenziò tempo addietro il governo wafdista col solenne annuncio che avrebbe proceduto alla sua epurazione e, in genere, alla lotta contro un politicantismo corrotto; è, a sua volta, licenziato per epurazione da generali che agiscono per conto degli epurati. Lo scià di Persia aveva, tempo addietro, silurato Mossadeq; non senza svenire, Mossadeq ritorna al potere, deciso – egli, il latifondista feudatario -, a condurre innanzi la politica «progressista» del nazionalizzatore.
Ma, al fondo della commedia, c’è la durezza di una situazione che cerca di sanarsi (e non ci riesce) con la girandola dei più teatrali colpi di scena. L’Oriente vicino non trova la sua pace, sbattuto com’è fra gli scogli di una plebe sfruttata ai limiti dell’inverosimile, e di una situazione economica che non ha vie di uscita dalla propria crisi. Fame endemica, crisi endemica. Agli affamati del Cairo e di Teheran, la classe dominante offre, di trimestre in trimestre, la festicciola di un’epurazione in grande stile o la sagra di una fiammata nazionalista; rigetta cioè la responsabilità dell’affamamento o su una cricca e un uomo della stessa nazione, o su cricche ed uomini di nazioni «straniere». Ma la fame è radicata in condizioni oggettive, e, per quanto una frazione della classe dominante si sostituisca all’altra (e non sarà meno di lei corrotta, sfruttatrice e forcaiola), le condizioni oggettive rimangono, la crisi economica non si risolve. Ed avverrà che il nazionalismo egiziano continuerà a vendere cotone all’«odiato invasore», e Mossadeq chiederà a mani giunte a Inghilterra o America di riaprire le raffinerie di Abadan, senza peraltro che la crisi passi. Il capitalismo internazionale può aspettare: la «rivolta» iraniana non gli impedisce di aver petrolio più del necessario; le vicende egiziane non avranno il potere di fermare un telaio britannico.
Sulla scena sociale egiziana e iraniana, nulla di nuovo dunque; lasciamo il gusto dello spettacolare ai gazzettieri dei giornali di tutti i colori. Né il fellah di Egitto né il proletario di Persia escono da queste crisi (che altri considerano o risanatrici o rovinose) con un soldo di più in tasca: il potere, passato da una mano all’altra, resta nelle mani della stessa classe. Ma le condizioni obiettive contengono una potenzialità di sviluppi rivoluzionari che, lontani nel tempo, non sono tuttavia meno possibili. Queste potenzialità sono date dall’incrociarsi della fame proletaria e del marasma economico, dell’impossibilità delle plebi orientali di tirare avanti e dell’impossibilità della vita economica dei relativi Paesi di assestarsi. Nonostante lo sbandierato punto 4, alle zone depresse giungono solo le briciole del capitale internazionale in cerca di investimento: ma i Paesi in corso d’industrializzazione dell’Oriente vicino e lontano non possono vivere senza un flusso ingente di capitali freschi. La fragilità della loro situazione va cercata lì; per la stessa ragione (ed è, nello stesso tempo, una ragione di più per pronosticare, non in situazioni immediate, ma in sviluppi che occuperanno interi cicli, una possibilità di esplosione rivoluzionaria), non v’è in essi un forte partito stalinista e manca quindi uno dei più potenti baluardi della conservazione borghese. Come il dollaro, così il cominform rifugge dalle aree depresse: figlie di paesi dissestati sul piano economico, prive della tutela conservatrice dello stalinismo, si preparano le masse proletarie dell’Oriente medio e vicino a suonare il gong della ripresa di classe internazionale?
Il proletariato concime
« La battaglia combattuta attorno a Falaise era costata una miriade di vittime, al punto che quando Eisenhower visito quel settore della guerra, a battaglia conclusa, egli vide cose che soltanto Dante avrebbe potuto descrivere; si poteva camminare per centinaia di metri di seguito. calpestando nient’altro che carne morta e putrefatta ».
(Da una recensione del libro di Eisenhower « Crociata in Europa », Il Giornale, 15-7-52)
Tramonti e crepuscoli
Vogliano scusarci gli interessati ser osiamo parlare allo stesso proposito di De Gaulle e di Anna Pauker. Dopo tutto, non sono stati tutti e due degli «eroi della resistenza»? Non nascono tutti e due dallo stesso ceppo: la guerra di liberazione? Ed è forse colpa nostra se questa, dopo di aver invaso di eroi tutto il mondo, si diverte, uno per uno, a ridurli a fantocci?Nel declino di De Gaulle e nella morte politica di Anna Pauker c’è, in effetti, un elemento comune che interessa molto più del loro destino personale. Sono, nel rispettivo ambito territoriale, due nostalgici della indipendenza e della sovranità nazionali; in altre parole, due nostalgici di ciò per cui si disse (mentendo) che la seconda guerra mondiale era combattuta. Entrambi devono le loro fortune all’accanimento con cui si fecero paladini di quegli «ideali» nel corso del conflitto; devono entrambi la loro sfortuna alla cocciutaggine con cui, a guerra finita e a liberazione sepolta, si sono ostinati a rivendicare dai due centri mondiali dell’imperialismo un’indipendenza, un’autonomia, una sovranità nazionale, che proprio la seconda guerra mondiale aveva, per ferrea dialettica, potentemente contribuito a distruggere a favore dei due rulli compressori internazionali, America e Russia. I due avevano creduto – sinceramento o no importa poco o nulla – di combattere ( o meglio di far combattere gli altri ) per la Francia e la Romania; è ora venuto qualcuno – o la mano vellutata ma non perciò meno ferrea del dollaro, o la mano rude della ghepeu – a ricordargli che si è combattuto solo per Washington e per Mosca.L’imperialismo di oriente e di occidente ha dovuto creare il fantoccio delle indipendenze nazionali per poterlo poi distruggere quando il suo fine era raggiunto. Ha dovuto attizzare quel fervore sciovinista e nazionalista che, terminata la commedia, doveva riuscirgli fastidioso e ingombrante non meno che a quei nazisti e fascisti contro i quali era stato usato. Non c’è come gli eroi della guerra di liberazione per dimostrare l’inganno cinico e furfantesco che sta alla base delle guerre «liberatrici».
Hanno scoperto un segreto amore
I nazionalcomunisti hanno scoperto che, in fondo, gli volevano bene. Hanno, sì, protestato per dovere d’ufficio contro le manganellate ai proletari; hanno, sì, lanciato parole di fuoco al titolare di un ministero che, nella tradizione liberale italiana, è la classica fucina dei brogli elettorali e delle cariche di cavalleria. Ma, in fondo, gli volevano bene. Non stentiamo a crederlo. I partigiani dell’ordine, dell’amor di patria, dell’aumento della produttività, della pace sociale, potevano vedere in Scelba un concorrente, non mai un avversario. Era una gelosia di mestiere, un rancore sportivo, una ruggine nata dall’emulazione. Sì, in fondo, gli volevano bene. Forse, in nome della concorrenza pacifica di staliniana osservanza, un giorno torneranno insieme al governo, manganelleranno insieme proletari.
Ti odiavamo – diranno – per eccesso di amore…
Meno carne più propaganda
«L’Argentina, il paese ove la carne abbondava (era facile un tempo vedere pezzi di molti chili di carne buttati ai cani dopo averne estratto il brodo) oggi deve subire i suoi venerdì coll’assoluta proibizione di vendita di carne. La pasta e il pane sono diventati scuri, si è dovuto rinunziare alle stufe elettriche, e Buenos Aires, che era la città più illuminata del mondo, è diventata buia. È perfettamente vero che l’Argentina ha bisogno di materie prime, di capitali, di macchine e che dovrebbe esportare maggiori quantità di cereali, di carne, di pelli, di grassi, di lana, ma gli « estancieros » non hanno interesse ad aumentare la produzione perché i prezzi governativi non sono remunerativi, e gli alti salari imposti dai sindacati hanno allontanato per sempre troppa gente dalla vita del « campo ». E c’è nello sfondo l’inflazione che ha portato il peso da 150 a 25 lire… Camera e Senato argentini si accingono a votare una legge per pubblicare centomila copie in inglese del libro di Evita Perón (una esaltazione del peronismo) da distribuire nel mondo anglo-sassone e nel Nord-America». (Dal Tempo, 2-7-52).
Nenni La Paix
Pietro Nenni è stato insignito del premio Stalin per la pace. Nessuno più di lui poteva aspirare, in effetti, alla massima onorificienza picassiana.Interventista della prima guerra mondiale, fascista nel primo dopoguerra, commissario politico nella guerra spagnola, ispiratore – dal quartier generale di un convento – della crociata liberatrice del secondo macello, pronto a far imbracciare agli altri il fucile in un terzo carnaio, Pietro aveva tutti i titoli per divenire il gran maestro dell’ordine imperialista della pace.E, come dall’altra sponda, è giusto che sia l’anima di Nobel, il padre della dinamite, a insignire i benemeriti del pacifismo, così era giusto che l’incoronazione di Pietro avvenisse fra il tinnire delle medaglie meritate sui campi…della pace dai marescialli sovietici, per mano di un generalissimo, Giuseppe Stalin. Fratelli nel massacrare il marxismo, fratelli nel far massacrare proletari.Di questi due massacri è fatta la pace borghese.
I missini gente per bene
Dal congresso dell’Aquila i missini escono lavati e stirati, fedeli alla costituzione, democratici per la pelle, atlantici per le tasche, e socializzatori con prudenza. Come volevasi dimostrare: la polivalente non li colpirà, in democrazia e la repubblica li avrà disciplinati nei loro ranghi.
Del resto, il fascismo sansepolcrista era forse diverso? Era parlamentare democratico, repubblicano; e, se usava il manganello, anche questo rientrava nelle buone tradizioni della democrazia, che distribuisce schede ai cittadini soltanto per distribuir loro, con la coscienza tranquilla, bastonate.
Ritorno alle origini: al Mussolini in ghette e tubino. Montecitorio li ospiterà senza arrossire: il figliol prodigo torni in famiglia.
Avviene nelle case chiuse elettorali
Si legge nella stampa che la Commissione democristiana appositamente istituita per l’esame della legge elettorale per le elezioni politiche dell’anno venturo, ha presentato a De Gasperi i risultati dei suoi lavori. Mai lavori sono stati condotti con maggiore scrupolosità ed impegno. C’è poco da scherzare in tanto ardua materia: si tratta, né più né meno, di «fabbricare», anzi di «pre-fabbricare», l’esito della «consultazione» elettorale, alla faccia della cosiddetta sovranità popolare. Diamoci uno sguardo, e certamente non per scandalizzarci, siccome fanno le caste susanne dello Stalin-socialismo, così pronte e prone nell’applaudire alle edizioni in lingua russa delle identiche, medesime magagne elettorali, proprie della democrazia parlamentare.
Pare che prevalga nella «gang» elettorale democristiana, e negli ambienti governativi, la cosiddetta proporzionale corretta con apparentamento di liste e premio di maggioranza. Sembra arabo, ma quanta pacchiana grossolanità e semplicità è racchiusa nella ampollosa definizione. Si tratta, in sostanza, di portare i poveri elettori alle urne con questa prospettiva: per ogni stock di voti raccattati, cioè per ogni quoziente, mettiamo di 40.000 voti, la lista considerata conquista un seggio. I voti saranno 80.000? I seggi saranno due, e così di seguito. Quale dei galantuomini segnati in lista sarà «titolare» dei quozienti raccolti dalla lista? Colui che riceverà il maggior numero di preferenze, il secondo in classifica si papperà il secondo quoziente, e così via. Questo e non altro, con qualche dettaglio, è la proporzionale pura, con cui si votò il 18 aprile 1948. Allora convenne agli strateghi della Democrazia cristiana, che all’epoca potevano contare sull’apporto totalitario di voti delle destre. Oggi, non conviene più, dato che le destre si sono scisse dal calderone democristiano, dando vita al M.S.I. e al P.N.M. Da ciò, le modifiche che si vogliono apportare alla proporzionale. Quali?
Innanzitutto, c’è l’estensione del principio del collegamento delle liste in vigore nelle amministrative, alle elezioni politiche. Collegando il collegamento con i partiti minori, liberale socialdemocratico, repubblicano, il Governo e la D.C. si prefiggono innanzitutto di aumentare il bottino di voti complessivi e di «quozienti». È proprio difficile da capire? In secondo luogo, l’apparentamento delle liste mira a dare al blocco governativo di centro la massima percentuale dei voti scrutinati su scala nazionale, in sostanza la maggioranza assoluta su tutte le altre liste collegate (P.C.I. + P.S.I., M.S.I. + P.N.M.) messi insieme. Ma i gesuiti del Governo e della direzione della Democrazia Cristiana non sono sicuri, visti i successi ottenuti dalle destre nelle recenti amministrative, di ottenere la maggioranza assoluta raggiunta il 18 aprile 1948. Da questa facile previsione è nata l’idea ultracentenaria, del premio di maggioranza. Il «premio» sarebbe costituito da centinaia di seggi da attribuirsi col sistema del ballottaggio. Che significa? Nulla di difficile: le cose elettorali sono solennissime asinerie. Il ballottaggio è in sostanza la ripetizione di una partita elettorale, conchiusa, diremo così, col pareggio. Esempio: se alla prima votazione avvenuta nella fatale domenica X dell’anno venturo, né il centro governativo, né la destra monarco-fascista, né la sinistra cominformista riuscirà a totalizzare almeno il 50 per cento più uno dei voti validi, dovranno ripresentarsi alla votazione le liste che avranno ottenuto rispettivamente il primo e il secondo posto… nella classifica generale. Tali raggruppamenti saranno con tutta probabilità, se non con certezza, il blocco governativo e quello cominformista, essendo l’apparentamento monarco-fascista solo… il terzo incomodo. Significa che gli elettori sovrani saranno convocati, una seconda volta, per disputare le finali, dopo aver giocato… l’eliminatoria. Al vincitore toccherà il famoso premio di maggioranza, che alcuni fanno ascendere ad un terzo dei seggi di Montecitorio. Semplice, spicciativo, altamente agonistico.
Obiettano i social-stalinisti: noi siamo sicuri di superare felicemente il primo round del torneo elettorale e di andare al ballottaggio in gara con i democristiani ed apparentati vari. Ma è anche ovvio che gli elettori monarco-fascisti, chiamati a votare per la seconda volta, e dovendo scegliere tra cominformisti e democristiani andranno a votare per questi ultimi. Hanno perfettamente ragione ma diverso è il gioco democristiano: utilizzare comunque i voti delle destre, tanto preziosi al 18 aprile. Sentendosi fregati in anticipo, i tromboni del Fronte popolare gridano al reato di lesa democrazia e profferiscono vane minacce. Ha risposto non ricordiamo quale ministro in carica: «Possiamo contare su 80 mila carabinieri, 80 mila poliziotti, 3 o 4 divisioni dell’Esercito modernamente armate». Voleva dire con ciò che al parlamento passano le leggi che vuole chi possiede la forza materiale. A forza di dire menzogne, qualche volta i nostri politicanti dicono sacrosante verità. Le elezioni si fanno in base alla legge elettorale, ma la legge elettorale la redige e la impone chi possiede il potere statale, cioè la classe dominante. Tutto il resto è una sola colossale balla. Ciò nonostante, l’anno venturo avremo la solita orgia schedaiola. Ma quanti proletari abboccheranno all’amo?Avviene nelle case chiuse elettorali
Asineria dei nostri governanti
La più comune e triviale obiezione che alla dittatura del proletariato fanno i borghesi e i loro servi è quella che si fonda sul pregiudizio quanto mai idiota che ai posti di comando dello Stato debbano sedere necessariamente degli uomini per lo meno ingegnosi. Che un tizio possa essere bestia matricolata e nello stesso tempo ministro o sottosegretario, non entra per niente nella mente piena di superstizione del piccolo borghese, tutto pieno di sacro rispetto per il politicantume governativo. Purtroppo simile pregiudizio è largamente diffuso anche nelle masse, cui una propaganda sottile inculca il falso principio che gli interessi operai abbiano bisogno, per esprimersi e porsi dell’intervento di rappresentanti di altri ceti, della famosa intellighenzia tutto fare. Per l’edificazione degli operai, stralciamo dalle cronache del Congresso del partito repubblicano, made in USA, il seguente eloquentissimo passaggio:
«Una curiosità di questo Congresso è costituita dal fatto che tutti gli oratori alternatisi alla tribuna non hanno letto i loro discorsi e hanno dato invece l’impressione di improvvisare, parlando sempre rivolti al pubblico. Questa impressione però era falsa. Gli oratori non guardavano il pubblico, ma il « televisore », ultimo ritrovato della tecnica. Si tratta di un apparecchio, impiegato per la prima volta in questa occasione, costituito da una cassetta nera che si trova dinanzi alla tribuna presidenziale. Nell’interno della cassetta, invisibile a tutti salvo che all’oratore, scorre una larga striscia di carta sulla quale è scritto in lettere alte sei centimetri il discorso dell’oratore. L’apparecchio più preciso di qualsiasi suggeritore teatrale, è azionato da un operatore che si trova sotto la tribuna presidenziale e regola la velocità della striscia di carta su quella dell’oratore di turno. A fianco dell’oratore, l’inventore del nuovo strumento si tiene pronto a scongiurare eventuali incidenti che potrebbero avere risultati catastrofici. Finora però l’apparecchio ha funzionato a perfezione».
Ci sarebbe solo da ridere, di fronte a tali fatti se le marionette protagoniste non fossero purtroppo della gente che ci governa, in America e fuori. Con molta probabilità individui che si affidano alla « cassetta nera » per giustificato scetticismo nei riguardi della loro memoria e assoluta impotenza di improvvisare il contesto logico di concetti banalissimi ed usatissimi quali sono gli elementi dell’oratoria del politicantume, andranno ad occupare posti altissimi nella statale burocrazia! Né il mondo capitalista crollerà per questo. L’incidente che avrà conseguenze catastrofiche per il politicantume borghese non sarà certamente una « panne » delle macchinette suggeritrici o una epidemia di « papere » nelle logomachie parlamentari. Il corrispondente del Tempo, che trasmette l’interessante notizia, può stare sicuro. Purtroppo, lo Stato capitalista è una macchina che va avanti nonostante le enormi balle e le spudorate menzogne che sono diramate quotidianamente dai nostri governanti, con o senza « televisore ». Segno che esso si regge su qualcosa che è ben diverso dalla intelligenza, dall’ingegno, dai « valori dello spirito », e cioè sulla forza materiale che alla borghesia è conferita dal controllo dei mezzi di produzione e dei prodotti della economia sociale.
Al proletariato sarà sufficiente strappare alla borghesia il controllo della produzione per fondare e amministrare il suo Stato, il semi-Stato operaio.
A fare ciò non servono i « televisori ».
Lo sport mangia sodo
«Or non è molto il ministro del Tesoro ha presentato al Parlamento una relazione riguardante la gestione del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, più conosciuto come C.O.N.I. Orbene; nel 1951, il C.O.N.I., solo con il Totocalcio, ha incassato 19 miliardi di lire che sono stati così suddivisi: 9300 milioni al monte premi per le vincite, 4500 milioni allo Stato per tasse ed imposte e 5200 al C.O.N.I. stesso. Prendo per buone queste cifre, per quanto siano assai inferiori a quelle dichiarate da altre fonti, pure attendibili».
(Dal Corriere della Sera, 17-7-1952).
L’Antartide S.A. o il segreto del capitalismo di Stato
Di fronte alle recenti manifestazioni di dirigismo statale o di gestione statale della produzione, il campo rinunciatario del revisionismo si divide, in sede di interpretazione del fenomeno (che poi non è eccezionale, ma ricorrente nella storia del capitalismo), in due sottogruppi. Di quello, enormemente più numeroso, che identifica il complicato processo di intervento massiccio dello Stato nella gestione della produzione capitalista con altrettante fasi di trasformazione progressiva in senso socialista (e si intende alludere allo stalinlaburismo): meno difficile è lo smascheramento. L’altro sottogruppo, ancora allo stato confusionario ed equivoco, giocando pedestremente sul principio marxista che ogni cambiamento nella sovrastruttura giuridico-politica sottintende un cambiamento nella base economico-produttiva, pretende dimostrare che il periodo storico che attraversiamo è caratterizzato dall’assunzione a classe dominante della burocrazia statale. Tale posizione, che rinnega totalmente il basilare principio marxista della lotta di classe tra borghesia e proletariato, si pretende di giustificare «marxisticamente» assumendo che la «scomparsa» del classico capitalista privato, padrone titolare dei mezzi di produzione, stia a provare un avvenuto mutamento nelle forme di produzione e della appropriazione capitalista.
Le conclusioni cui pervengono ambo gli aggruppamenti, i mastoddonti della organizzazione politica e le chiesuole intellettualistiche sono apparentemente diverse, ma concordano nel ritenere «incompleto e aggiornabile» il marxismo. «Il marxismo non è un dogma, ma un metodo per l’azione» ripetono fino alla noia gli aspiranti revisionisti e i traditori in atto. Ma quale norma per l’azione rivoluzionaria del proletariato sortirebbe, di grazia, dalla spiegazione secondo i criteri dei suaccennati «critici» di Marx, di fatti reali quali ad esempio il carrozzone della pesca delle balene cioè dell’Antartide S.p.A.?
La nascita della Società per azioni «Antartide I. Compagnia marittima per la grande pesca oceanica» con sede a Roma, è strettamente legata al varo di una provvidenziale «legge speciale» recante la firma del Ministro per la Marina Mercantile Saragat. La legge (L. 8-3-1949 n. 75) stanziò 14 (quattordici) miliardi dell’«erario» per «incrementare le costruzioni navali in cantieri nazionali». Il carattere e le finalità «nazionali» della iniziativa di Saragat devono aver toccato il cuore patriottico dell’opposizione stalin-socialista e se voto negativo c’è stato, deve essere stato motivato con la «esiguità» dello stanziamento. Non molto tempo dopo l’approvazione della legge si costituiva la società Antartide. Nonostante la disparità delle date, varrebbe la pena di domandarsi: chi nacque prima: la legge o la Società Antartide? Con le prove non della logica, ma della critica, si conclude che deve essere nata prima la Società e poi, figliata dal solito ufficio di consulenza legale, la legge. Infatti la relazione acclusa all’atto costitutivo della fantasiosa società prevedeva la costruzione di una nave-fattoria per sette miliardi e mezzo, dodici battelli da caccia («catchers») per quattro miliardi e in più le spese di gestione: stabilimenti, raffinerie, serbatoi per l’olio, magazzini, ecc. Totale: quindici miliardi circa. Mica tanto per gli appetiti normali di… pescicani a caccia di balene antartiche. Ma a quanto assommava il capitale sociale della neonata impresa? Ebbene, né un soldo in più né in meno di un milione. Un solo milioncino, capite? In termini affaristici, associazioni del genere si chiamano «società pilota»: l’imponibile è irrilevante, ma i capitali… da fiocinare, immensi. Non sappiamo quanti sono i soci della Antartide, ma, a giudicare dal «capitale interamente versato», ci saremmo potuti entrare anche noi, miserrimi operai o impiegatucci, nella cuccagnesca combinazione. Ma, e qui appare il carattere di classe dell’affare, noi non siamo frequentatori dei ministeri. Ben diversamente, gli azionisti della Antartide, fra cui primeggia l’armatore Delfino di Genova, sono sicuri di farsi aprire le porte delle anticamere ministeriali, inducendo gli amministratori del «pubblico danaro» ad aprire i rubinetti del finanziamento, senza di che il nostro milioncino sarebbe rimasto sterile, impotente a figliare, in barba all’aritmetica, miliardi e miliardi.
Stilato l’atto costitutivo e raggranellato il milioncino che possiamo definire senz’altro simbolico, l’onorata Società non perdeva tempo a presentare, nei modi e nei termini di legge, rituale domanda di essere ammessa al contributo statale previsto dalla suddetta legge Saragat. I comuni mortali con le loro domande ottengono tutt’al più il solito certificato di nascita o il ricovero in sanatorio: la Società Antartide otteneva la bazzecola di tre miliardi e 960 milioni di lire, pari al 23 per cento della spesa prevista. Primo risultato, ma già abbastanza istruttivo: capitale di partenza: 1 milione, praticamente 0; finanziamento statale: 4 miliardi circa. In apparenza, sembra che sia il Ministero competente, cioè lo Stato, a suscitare imprese industriali e a legare a sé i privati imprenditori, in materia di politica dirigista o di capitalismo di Stato. In realtà, è l’affarismo privato che si serve dell’apparato burocratico dello Stato per mandare avanti i colossali carrozzoni speculativi. L’enorme massa di danaro posta a disposizione della Società Antartide è veramente di «pubblica proprietà» perché proveniente dal gettito delle imposte, ma il profitto realizzato rimane nelle mani di un pugno di avventurieri dell’alta finanza, che dispongono di agenti e procaccianti nei Ministeri e nel Parlamento. Non li volete più chiamare «borghesi capitalisti» per il fatto che non sono «proprietari», ma solo mutuanti e amministratori di finanziamenti statali? Chiamateli come volete. Ma come fate a dire che, in simili casi, il marxismo non va più?
Finora abbiamo due elementi indispensabili della produzione capitalista: una impresa, costituita nella forma di società per azioni, e un capitale uscito dalle casse dello Stato e versato zelantemente dalla burocrazia ministeriale. Nessuno ha visto finora una sola goccia di olio di balena «marca Antartide», e molto tempo ancora passerà, dato che la chiglia della nave fattoria fatta impostare dalla Società nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico, rimane ancora, a distanza di un anno, allo stato… di chiglia. Per giunta, i Cantieri Riuniti, i quali dell’anticipo di 700 milioni, versati in cambiali, si sono visti pagare da uno dei principali partecipanti al gigantesco affarone, l’armatore genovese Delfino, solo 50 miseri milioncini, hanno sospeso i lavori. I dirigenti dei Cantieri sono della stessa genia dei Delfino e soci per poter ignorare che la caccia alle balene azzurre, a cui servono la nave fattoria e la flottiglia di «catchers», è l’ultimo pensiero della Società Antartide. Questo lo sappiamo anche noi, e, con Marx, sappiamo ben altra cosa, cioè che il capitalismo porta nel suo seno le ragioni della propria distruzione e non già perché sistema volto al realizzo del profitto, ma perché costretto a realizzarlo mediante una inevitabile dilapidazione e distruzione di ricchezze sociali. I miliardi messi a disposizione dallo Stato, per un ciarlatanesco disegno di enormi dimensioni, riescono, nelle mani rapaci della Società Antartide, a produrre sì e no una chiglia della progettata flottiglia da pesca oceanica? Significa che nulla è qualitativamente mutato nella dinamica del capitalismo descritto da Marx, ma che solo si è accresciuta a dismisura la tendenza allo sperpero, alla distruzione, allo sciupio bestiale, di cui l’assoggettamento totalitario dello Stato al Capitale è conseguenza, e non già causa.
Ammessa al contributo statale per la nave fattoria, l’Antartide chiese, approfittando di un’altra Legge (5-9-1951 n. 902) che aumentava la somma a disposizione dei balenieri di altri 8 miliardi e 300 milioni, di essere ammessa ancora al finanziamento per i suoi battelli cacciatori da 400 tonn. ciascuno. Di questi, inutile dire, non esistono nemmeno le chiglie. Nel carrozzone è stato coinvolto anche il Governo regionale siciliano, ritenuto dalla Società più malleabile. Il 19 dicembre 1951, il presidente della Assemblea regionale Restivo presentava una legge che autorizzava gli istituti ed enti incaricati della Tesoreria regionale ad investire un decimo delle proprie disponibilità di cassa in titoli obbligazionari emessi per il finanziamento di imprese industriali, «comprese quelle armatoriali». Altra ricca mangiatoia per i cacciatori (di nome) di balene. Ma il pazzo vorticare di miliardi faceva smuovere, meglio tardi che mai, le limacciose acque dei parlamenti e così si sono avute interpellanze alla Assemblea siciliana (8-1-52) e a Montecitorio. Il carrozzone avanza ed è normale che incontri ostacoli di tanto in tanto. Da molti mesi sono in corso trattative tra il Governo della Regione Siciliana, il Banco di Sicilia, la Banca d’Italia, l’I.M.I. ed altri istituti di credito per la sottoscrizione di sette miliardi di obbligazioni I.M.I.-MARE che dovrebbero essere messi a disposizione, appunto, dell’«Antartide» S.p.A. E ciò avviene mentre le Compagnie Baleniere Norvegesi annunziano una contrazione della pesca nelle prossime campagne e invitano gli equipaggi a non contare sugli arruolamenti. Segno che le balene che l’«Antartide» prende di mira sono quelle che navigano… nelle casseforti dello Stato.
Fin qui abbiamo seguito la stampa di informazione. Se qualche errore di dettaglio c’è, non è colpa nostra. Quel che conta è la natura dell’affare, la forma dell’azienda, in cui l’intrapresa e la proprietà privata si collegano strettamente al capitale liquido versato dallo Stato a fondo perduto (circa 7 miliardi) e da istituti di credito parastatali (altri 7 miliardi). Gli utili rimangono agli imprenditori privati rivestiti della figura giuridica di azionisti della Soc. Antartide. Né il caso illustrato rappresenta certo una eccezione nella prassi economica dello Stato italiano, nonostante il luogo comune che rappresenta la penisola come la sede felice dell’anti-dirigismo trionfante.
Il revisionismo traditore è sempre pronto ad invocare gli «sviluppi» della situazione, accusando i marxisti ortodossi di non saper aprire gli occhi alla realtà effettuale. Ebbene, guarda caso, solo noialtri «astrattisti» riusciamo a fornire una interpretazione scientificamente attendibile di tali forme di organizzazione della produzione, non nuove nella storia del capitalismo, ma solo quantitativamente più frequenti nella prassi della odierna fase dello Stato capitalista. Infatti, non regge la tesi degli staliniani, che pretendono di «costruire il socialismo» sulla base di finanziamenti statali generalizzati, dato che questi non eliminano lo sfruttamento del salariato e l’accumulazione di profitti. Né tantomeno corroborano la tesi degli acchiappanuvole pseudo-rivoluzionari, i quali pretendono di caratterizzare la fase totalitaria dello Stato borghese come l’epoca della nascita di una nuova classe dominante nelle vesti della burocrazia.
L’«Antartide» S.p.A., Compagnia marittima per la grande pesca oceanica, non sottrae un atomo di potere alla classe borghese, né muta le funzioni dello Stato, che rimane servo e agente del Capitale; anzi, accresce il primo e mette in luce meridiana le seconde.
L’Antartide S.A. o il segreto del capitalismo di Stato
Gli avversari della bomba atomica
A Potsdam, il 24 luglio 1945, Truman annunciò a Stalin la creazione di un’arma di una capacità distruttiva senza precedenti. Byrnes, allora segretario di Stato, scrive in « Carte in tavola »: « La sola risposta di Stalin fu ch’era lieto di sapere di questa bomba e che, sperava la usassimo ».
Elogio della “frugalità”
Una di quelle tali organizzazioni ultramoderne d’indagine statistica la cui arte consiste soprattutto nel far dire alle cifre meno di quello che dovrebbero dire – l’istituto Doxa – ha pubblicato di recente i risultati di un’inchiesta sulle aspirazioni medie del popolo italiano in materia di bilancio familiare.
Tenuto conto del carattere ottimistico (per usare il termine più benevolo) di simili indagini, le conclusioni sono terrificanti. Richiesti di un parere sulla somma mensile necessaria per vivere «senza lusso ma senza privarsi del necessario» nel rispettivo luogo di residenza il 54% degli interrogati risposero: meno di 50.000 lire; l’11% 10; il 6% 20; quasi tutti, meno di 100.000 lire. Grosso modo, per l’italiano medio l’aspirazione massima, il vertice dei sogni monetari, oscillerebbe sulle 40 mila lire mensili; cifra dalla quale la media è tuttora molto lontana.
Grida di osanna: «il popolo italiano – esulta un altro degli economisti nazionali dotati della virtù di cui sopra – è frugale!». In linguaggio proletario, la conclusione è un’altra: «il popolo italiano è sfruttato al punto che i suoi sogni più rosei, se si realizzassero, gli consentirebbero di vivere appena appena frugalmente». L’italiano medio (figurarsi poi quello reale!) non può nemmeno sognare il frigorifero: prima deve sognare i tre pasti, il vestito e il paio di scarpe; e li sogna perché non li ha. Sogna di avere 40 mila lire al mese; una percentuale sogna addirittura di averne 10, il che significa che la realtà media è almeno la metà del sogno. Frugale? Sfido, è spolpato fino all’osso.
Seconda meraviglia provocata dall’inchiesta: interrogati su come avrebbero impiegato somme giunte inattese, piovute per così dire dal cielo, – 50.000 lire prima, mezzo milione poi -, gli intervistati risposero in maggioranza, nel primo caso, che avrebbero tenuto liquido il peculio. Conclusione anche questa « confortante »: l’italiano medio non ha nessuna sfiducia nel valore della moneta nazionale, non sogna di comprare oro o gioielli; terrebbe la vagheggiata sommetta in contanti o in banca. Grazie tanto: spolpato com’è, il famoso italiano medio ha altro da pensare che all’oro, ha bisogno di avere liquide le somme che il cielo avesse la buona idea di fargli piovere in tasca, per comperarsi appena l’indispensabile, per vivere «senza privarsi del necessario». Ha una patriottica fiducia nella moneta? No, ha semplicemente bisogno di averla sottomano per disfarsene se mai volesse soddisfare i suoi «frugali» bisogni. Che se ne farebbe, di oro, gioielli od azioni industriali, uno che accarezza — per vivere bene – l’irraggiungibile sogno di 40 mila lire mensili?
Incoraggiato dalla sua « frugalità » e dalla sua «patriottica fede nella lira», lo Stato provvederà paternamente a tosarlo con le svalutazioni monetarie: ma lui, il povero Pantalone, continua a sognare la «liquidità», sinonimo di una possibile vita «da cristiani».
Se poi dovesse piovergli mezzo milione, il famoso italiano medio sogna – secondo l’inchiesta – la casetta o la terra. Altra meraviglia: non investirebbe in titoli industriali! Grazie tante: ci pensate, alla gioia di non aver più il padrone di casa a cui pagare l’affitto? L’italiano medio (figurarsi poi quello reale), spolpato fino all’osso, sogna i sogni di un secolo fa perché, nonostante i magnifici progressi della patria civiltà borghese, è ancora alla polenta e ai maccheroni sconditi. Nonostante le molte guerre di liberazione e una democrazia sempre più (e da un secolo) progressiva.
Ma, leggendo i risultati dell’inchiesta, Vanoni ne concluderà che, a un popolo così frugale, si possono ben applicare nuove tasse, e Pella si convincerà che, con un popolo così ciecamente « fiducioso nella stabilità della lira », non c’è da fare tanti complimenti.
Sfruttamento capitalistico e avanzi di comunismo primitivo
L’ondata di razzismo che imperversa nella Repubblica del Sud-Africa, alimentata e sostenuta dal governo fascista del dott. Malan, ha portato in primo piano un aspetto molto importante della teoria rivoluzionaria, e cioè la spiegazione del complicato fenomeno della convergenza della dominazione di classe propria del capitalismo, e della dominazione di razza. Il razzismo, formulato dagli ideologi nazisti, al fine di verniciare di «socialismo» la feroce dittatura fascista in Germania, che pretendeva di porsi come nemica dello sfruttamento sociale impersonato nella razza ebraica, aveva un fondamento solo nel regno fumoso dei dottrinari borghesi. Ben diversa è la situazione nei paesi di colore, conquistati sul finire del medioevo o in tempi molto più recenti, dall’imperialismo bianco. In queste zone del pianeta, e intendiamo alludere oltre che al sud-Africa, agli Stati dell’America Latina, nel caso specifico al Perù, la classe dominante borghese si è formata storicamente sul filo della dominazione di razza, squallidamente a seguito delle conquiste favolose degli avventurieri europei, armati delle risorse di una superiore tecnica produttiva e di più sviluppato potere politico.
Risultato storico delle imprese dei «conquistadores» doveva essere la messa in schiavitù delle popolazioni aborigene, spesso dotate di forme molto evolute di organizzazione sociale e politica, quale ad esempio la società degli Aztechi nel Messico, e degli Incas nel Perù.
La vita economica e sociale di questi antichi popoli non è molto conosciuta ma è sicuro che era basata su una forma di comunismo primitivo. L’invasione e la conquista bianca doveva precipitarli allo stato di schiavi del conquistatore, cioè di lavoratori non liberi, ma considerati giuridicamente proprietà del padrone latifondista. In maniera estremamente succinta, possiamo dire che da siffatto tipo di società, basata sulla fusione della dominazione di classe, sconosciuta nell’America precolombiana, e della dominazione di razza, si svolse storicamente l’epoca capitalista, fondata sul lavoro salariato libero. Dalla classe dei latifondisti bianchi, imperanti sulle masse di colore con spietato esercizio di violenza e di coercizione, doveva svolgersi la moderna borghesia capitalista. Diverso è il caso dei negri dell’America del Nord, giacché essi furono strappati come è noto, dalle foreste natie d’Africa e condotti in schiavitù nelle piantagioni americane, condotte con sistemi pre-capitalistici.
Per stare al nostro caso, cioè al Perù, qui il fenomeno della doppia dominazione economica-razziale presenta, nonostante i secoli trascorsi, caratteri netti. I 500.000 cholos (meticci) e 3.550.444 indios puri giacciono sotto il tallone di ferro di una classe proprietaria e capitalistica che raccoglie i suoi effettivi nella compagine di 250.000 bianchi.
Un’idea di come si effettua il feroce sfruttamento delle masse di colore si può avere leggendo quanto scriveva recentemente sul Mattino (3-7-52) l’inviato speciale L. Sorrentino. Giornale e giornalista non sono affatto teneri col proletariato, pure scrivevano: «Tutti i bianchi del Perù sentono la pressione della massa indigena come una minaccia, ma fanno di tutto per debilitarla e non sanno decidersi (sic!) ad abbandonare lo sfruttamento di essa. Un operaio europeo guadagna da quattordici a venti « soles » al giorno. Un operaio indigeno guadagna due soles e questi gli vengono dati per metà in foglie di coca, invece di pane. Gli indios che lavorano nelle fattorie e talvolta anche in città, hanno attaccato alla cintura un sacchetto con calce dentro. Perché la foglia di coca dia la sua essenza, e duri, deve essere mescolata a calce viva. L’indio porta alla bocca con la sinistra le foglie di coca, e con la destra un bastoncino che ha prima umettato di saliva, e poi impolverato dentro il sacchetto di calce. Perciò i bambini indios hanno, a dieci anni, i denti rosi, e gli uomini sono spesso senza denti». L’articolista commentava così: «Il giorno che gli indios cessassero di masticare coca, ed imparassero tutti a leggere e scrivere, allora… chissà!». Dal che si scorge la mentalità borghese. Si ammette, e come non farlo? che l’imperio dei conquistatori bianchi, ieri latifondisti feudali, oggi capitalisti, che tengono la terra, il commercio, l’industria, la banca, derivò e deriva dall’impiego massiccio della violenza e della dittatura, ma non si ammette che le masse di colore soggiogate possano emanciparsi altrimenti che… con la vittoria sull’analfabetismo.
Lo sfruttamento bestiale del salariato indios viene giustificato con la necessità di reprimere l’odio di razza e, sotto il pretesto di salvaguardare i bianchi dalla ribellione sanguinosa dei lavoratori di colore, si spinge lo sfruttamento fino all’avvelenamento in massa degli indios con la coca. In verità, l’odio di razza contro il bianco, che cova nelle popolazioni indios, e in genere di colore, è la conseguenza e non la causa dello efferato dispotismo statale dei bianchi sfruttatori.
Certamente, lo scoppio degli odii di razza, fomentati da secoli di inaudite sevizie inflitte agli indigeni, si manifesta in forme di crudeltà raccapriccianti, essendo il risultato di fanatismo, di pregiudizi, di superstizioni, coltivate scientemente dalle classi dominanti. Ma il rafforzamento del potere statale e l’incrudimento delle misure di discriminazione razziale, e addirittura di premeditato deterioramento fisiologico delle popolazioni di colore non fa che rinfocolare l’odio di razza che deriva, in sostanza, dall’odio sociale tra sfruttati e sfruttatori. L’odio di razza, e il caso del Perù dimostra la fondatezza dell’interpretazione marxista, trova il suo alimento nella società divisa in classi, e solo in una società comunista, ignara di divisioni sociali, potrà scomparire e rifugiarsi nel museo delle infamie della civiltà.
Tanto più interessante è perciò trovare nella società peruviana, come la descrive il corrispondente del citato giornale napoletano, degli avanzi chiari di primitivo comunismo, rappresentato dall’«AYLLU». Scrive il corrispondente: «L’ayllu è una comunità di dieci, venti, trenta famiglie che occupano una terra di cui sono proprietari, ma la coltivano e i prodotti sono loro, voglio dire della comunità: portano i raccolti all’ammasso, ed il capo ayllu li divide secondo i bisogni di ciascuno».
Così, accanto alle forme più brutali di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sopravvive, quasi per un miracolo della storia, un lembo di un mondo che era felice, cioè ignorava gli odii sociali, perché retto comunisticamente. Noi vogliamo tornare a quel comunismo? Sì, se si aggiunge la moderna grande industria a lavoro associato, purgata della schiavitù della divisione del lavoro e del salariato. Il che non è affatto un ritorno al comunismo primitivo agrario, ma un ritorno alla organizzazione sociale al di fuori della divisione in classi, da cui la storia umana sicuramente si originò.
Carri armati contro emigranti
Il piatto forte di ogni relazione ministeriale sulle condizioni della disoccupazione, e sulle misure atte a combatterla, è costituito dall’immancabile richiamo al senso di ospitalità e di collaborazione dei Governi, con cui l’Italia intrattiene relazioni di amicizia. Gli ingredienti non mancano mai, e si parla di solidarietà atlantica, di vincoli razziali, di comune civiltà, ed altre balle simili. In realtà ciò che unisce e assimila i governi nazionali è la comune linea di repressione antioperaia, che identifica, al di sopra delle cosiddette barriere etniche, gli Stati di tutto il mondo.
Nota è la triste odissea degli operai emigrati in Argentina, i cui salari sono stati falcidiati dalla paurosa svalutazione del «peso». Perdura ancora l’eco delle tribolazioni dei minatori italiani, ingaggiati dalle miniere nazionalizzate d’Inghilterra, e assoggettati ad ogni sorta di soprusi, che si è tentato di coprire, da parte della burocrazia britannica, con il vile falso dell’incompatibilità tra operai inglesi ed immigrati italiani.
Nelle scorse settimane, si è appreso del trattamento di favore riservato dal governo australiano agli emigrati italiani. Il campo di Bonegilla, ove essi sono concentrati, nella provincia di Victoria, è stato invaso da duecento soldati, armati di tutto punto, e, per giunta, appoggiati da cinque carri armati. Come al solito, con un procedimento che è comune a tutti i governanti di questo mondo, compresi i nostri, la sopraffazione è stata giustificata con i disordini che avrebbero commesso gli emigranti. Disordine? Quale disordine maggiore di quello regnante nel mondo capitalistico, che spinge su e giù per i paralleli e i meridiani un’umanità affamata e mortificata, che chiede di lavorare senza ottenerlo?
La solita stampa nazionalista non ha mancato, speculando sull’episodio, di tirare in ballo le avversioni razziali, argomento che fa il paio con la retorica «atlantica» dei fogli governativi. Eh, no! Se il governo australiano invia truppe e mezzi corazzati a rompere le schiene ai lavoratori emigranti, ciò non avviene perché questi sono italiani, ma unicamente perché lavoratori, cioè forza-lavoro da sfruttare. Il super-nazionalismo atlantico dei governativi e il razzismo dei nazional-fascisti sembrano in apparenza discordanti, ma coincidono perfettamente nello scopo di celare al proletariato la verità bruciante e cioè che tutti i governi sono coalizzati contro il proletariato.
Sbrindellata e conculcata libertà
Gravissima rivelazione, dopo quattro anni! Così, al colmo della sorpresa, al vertice della indignazione, si esprimono le redazioni dell’Unità e dell’Avanti!
Nell’Europeo, il più informato settimanale politico, Luigi Barzini junior, il più pallista della schiatta, si è fatto dire dall’ammiraglio americano comandante la difesa del Mediterraneo, Robert B. Carney (strano cognome, ha sempre fatto l’impressione che l’industria americana prepari anche gli ammiragli conservati in scatolette per il momento buono, incollandovi l’istruzione per l’uso) che egli nell’aprile del 1948, nella tema che, perdendo De Gasperi le elezioni contro Togliatti-Nenni, scoppiasse in Italia una guerra civile, aveva preso di testa sua una certa misura. Gli pareva che i carabinieri e l’esercito mancassero di armi leggere ( è stato dopo che si sono dotati, si vede, di quelle staliniste, trovate immancabilmente ben unte e in perfetto stato di funzionamento) ed allora tenne una nave americana carica di materiale militare a duecento miglia dalla costa, pronta ad eseguire ordini: per fortuna non avvenne nulla e la nave con tutto il carico riattraversò l’Atlantico (!?).
Un fatto storico di rilievo e veramente impensabile… Chi lo avrebbe mai creso? disse quell’agente che imparava l’italiano. L’Europeo ci ha privati del fac-simile del telegramma che doveva essere bello e pronto: Entro giorno diciotto aprile sbarcare porto italiano due milioni schede scudocrociate aut duemila mitra-leggere merci idonee salvezza democrazia.
Di tutto ciò l’alta direzione della politica rossa in Italia se ne accorge dopo quattro anni, mostra che prima non sapeva nulla; e mostra di credere che l’opera di riorganamento della polizia in Europa si sia iniziata con quella « pensata » o « alzata di memoria » personale di un ufficiale; e leva strida di allarme per la « garanzia di libere elezioni » che avremo nel 1953, o 1954 che sia.
Ma allora ed oggi, se vi è una differenza, sta nel fatto che le duecento miglia sono ridotte a duecento metri e meno di gomena con cui le navi attraccano alle banchine nelle basi italiane, e che oramai, come Carney stesso rileva compiaciuto e pacificato, carabinieri esercito e Celere sono attrezzati e munizionati a dovizia, senza che egli si esponga al rischio eroico di giocarsi ancora una volta il proprio job, o posto, e più di dire fieramente al ministro: addebitate pure nave e carico al mio conto personale! Che nababbi, dal tempo di Luigi senior, sono divenuti questi ammiragli statunitensi.
A che serve dunque oggi la sensazionale scoperta? Assai poco a montare guerre civili esperibili solo ed unicamente nella ipotesi (certa) di batosta numerica nelle elezioni politiche generali.
Possibile che debba ancora, tra i militanti di quei partiti, passare una storiella di questo genere: primo, sappiamo benissimo che le forze ed armi americane sono a disposizione del governo borghese italiano non dal 1948 ma dal 1943. Secondo: per commuovere e muovere i grandi strati del popolo ci conviene di far credere che camminiamo lealmente sul terreno della costituzione democratica per raggiungere colla legale maggioranza il potere, dato che solo con tale proclamazione possiamo aggiungere ai voti dei lavoratori salariati, che non bastano, quelli di tutto l’insieme delle classi medie. Terzo: giunti così alla vittoria elettorale, quando come è sicuro si userà la forza italo-americana per negarci di salire al governo, quella gran massa mista, indignata che non si rispetti la sua pacifica volontà e la nostra decisione di seguire i mezzi incruenti, si leverà come un sol uomo (dopo aver votato come un sol fesso) e con la forza ci porterà al potere.
Ora, dicono quei politici sommi, perché questo gioco giochi, occorre far credere che non sapevamo, che non avremmo nemmeno immaginato, che mentre a terra si va in cabina a votare civilmente, a mare si stia in cabina colla cuffia all’orecchio ad aspettare l’ordine di mitragliare via elettori ed eletti.
Solo se operai e piccoli borghesi ci avranno presi per costituzionali sul serio, sorgeranno in armi a nostra difesa, credendo sia quella la difesa delle libertà conculcate, oltraggiate e lacerate dalla reazione in scatolette degli ammiragli americani.
Per i redattori dei due citati giornali è teorema indiscusso quello che secondo loro Marx e Lenin dettarono: volete salvare il proletariato? Fatelo fesso. Qui la suprema strategia rivoluzionaria, cui solo i quadri e i gruppi di avanguardia degli attivisti, sono a gran mistero iniziati.
Ieri
Ed allora, per rifarci un poco la bocca dopo tutto questo insopportabile e schifoso rifugiarsi nella inviolabile, tabuistica santità della costituzione elezionistica, che l’Italia si è data quando gli attivisti finalmente cessarono dallo stare a duecento miglia dalla costa patria sulle navi americane e furono sbarcati a braccetto coi colonnelli Pacciardi e i giornalisti Barzini, parli Lenin, Lenin del 1918, non ancora, misero lui, assurto alla luce della teoria storica di Lenin-Stalin.
« Il dotto signor Kautsky ha con tutta probabilità casualmente ‘dimenticata’ questa ‘inezia’ (parentesi: copiamo virgolette e corsivi come nel testo di Lenin): che il partito dominante della democrazia borghese garantisce la tutela della minoranza (Kautsky aveva incardinato il suo rifiuto della dittatura proletaria su questo dogma borghese della democrazia come principio di rispetto alla minoranza) unicamente ad un altro partito borghese; al proletariato invece, in ogni questione seria, profonda, fondamentale, in luogo della ‘tutela della minoranza’ si regala lo stato di assedio o i progrom. Quanto più è sviluppata la democrazia, tanto più in ogni profondo contrasto politico che minacci seriamente la borghesia diventano imminenti i progrom e la guerra civile. Il dotto signor Kautsky avrebbe potuto osservare questa ‘legge’ della democrazia borghese durante l’affare Dreyfus nella Francia repubblicana, nel linciaggio di negri e di internazionalisti nella repubblica democratica dell’America, negli esempi dell’Irlanda e dell’Ulster nella democratica Inghilterra, nella caccia contro i bolscevichi e nella organizzazione di progrom contro di essi nell’aprile 1917 nella democratica repubblica russa. Scelgo a bella posta esempi non solo del periodo della guerra, ma anche dell’anteguerra, del periodo di pace ».
Questo rilievo di Lenin dimostra come il marxista ribadisca sempre le « leggi » storiche non solo sui dati terremotati del presente, ma su quelli del passato. Da allora abbiamo avuto un dopoguerra, un’altra guerra, e siamo nel nuovo dopoguerra. Chi si è permesso di stabilire che la « legge » di Lenin va abolita? Si potrebbe ben dire: il saputo signor Palmiro e l’asino signor Pietro ben potrebbero osservare questa legge della democrazia borghese nella repubblica di Weimar del 1919, nella democratica Italia prefascista del 1920-21, nelle combattenti e vincitrici democrazie parlamentarissime di America, Francia, Inghilterra, ecc., di cui almeno dal 1947 ogni giorno vanno citando nuovi nefasti. E perché allora come il Kautsky del 1918 non propinano al proletariato che rivendicazioni di democrazia maggioritaria, di garanzie alle minoranze, di ortodossia costituzionale e simili ciurmerie?
Lenin continua: « Nel più democratico Stato borghese le masse urtano ad ogni passo contro la più stridente contraddizione tra l’uguaglianza formale, proclamata dalla democrazia dei capitalisti, e le infinite restrizioni e complicazioni che fanno dei proletari degli schiavi salariati. Appunto questa contraddizione apre gli occhi alle masse sulla putrescenza, la menzogna e l’ipocrisia del capitalismo. È appunto questa contraddizione che gli agitatori e i propagandisti del socialismo rivelano alle masse, per prepararle alla rivoluzione ».
Avremmo voluto maiuscolare i due ultimi periodi per intero, abbiamo lasciato in corsivo le parole di Lenin per prepararle. Il grande rivoluzionario non fa infatti qui della pura analisi teorica, ma parla di lotta e di strategia proletaria; ed infatti in questa stessa pagina spiega il senso della utilizzazione, in tempi e luoghi dati, delle possibilità offerte dalla democrazia borghese. Ma egli appunto condanna che possa in un qualunque momento essere taciuto nella propaganda e nella agitazione del partito proletario il carattere controrivoluzionario del liberalismo borghese e dei suoi istituti, anche nei periodi di più ostentato e largo funzionamento.
Non solo tanto oggi si tace dai nuovi rinnegati, peggiori di Kautsky, ma si diffonde nelle masse l’aspettazione opposta, ossia che per esse il vantaggio massimo, la condizione ottima, è il conservarsi e perpetuarsi della legalità costituzionale, e solo se questa è manomessa conviene reagire e lottare.
I difensori di questo mutamento di fronte, che è in effetti un vero rovesciamento del fronte di classe, tentano di speculare su una falsificazione a proposito del vecchio tema della elasticità di tattica in Lenin. Secondo essi in date condizioni storiche Lenin avrebbe ammesso che anche in una lotta suscitata dalla soppressione da parte della classe dominante delle garanzie liberali, potrebbe trovare inserzione la ben più avanzata e decisa azione rivoluzionaria dei comunisti, trascinando le masse verso obiettivi ben più radicali che la restaurazione delle libertà compromesse.
Lenin dice soltanto che esistendo un vigoroso partito « bolscevico » questo deve e può tentare di innestare la sua azione in ogni frattura e in ogni convulsione interna della società borghese, impadronendosi della direzione delle masse entrate in movimento per finalità secondarie e immediate, e volgendole alla lotta per rovesciare lo Stato e il capitalismo. Ma la condizione che vi sia un vero e forte partito comunista di classe è caduta, quando questo partito manca e quelli che sono alla testa del proletariato nella sua più vasta organizzazione hanno disertata ogni preparazione « che riveli la contraddizione tra il democratismo formale e l’oppressione di classe ». E ciò avviene nel modo più scandaloso e disfattista quando non solo si lasciano tali fondamentali compiti nel dimenticatoio, come facevano dopo la prima guerra i Kautsky, gli Haase, i Longuet, i Turati, ma si va molto più oltre, alla politica degli stalinisti di questo secondo dopoguerra, che della democrazia fanno non una possibile utile pista per l’avanzata proletaria, ma il vero e proprio traguardo di essa.
Del resto la prova che non è possibile sfruttare forze più ampie di quelle puramente di classe, allorché si verifica una « sospensione » del liberalismo borghese, la prova che non è possibile con un simile più largo fronte evitare una sostituzione di programmi e di scopi, non è più il caso di chiederla a dibattiti di partito e di congresso sulla tattica, perché la ha data la storia.
In Italia appunto si è avuto un esempio classico. Dopo il passaggio del potere borghese ai fascisti, si volle fin dal 1923 imporre al partito comunista una politica di blocco con tutti i partiti combattuti dal fascismo, e mano mano con quelli che erano schierati contro il fascismo, dopo averlo preparato e sorretto, solo in quanto il fascismo aveva rifiutato qualunque ulteriore loro partecipazione ai nuovi governi. Il solo partito comunista, si disse, non potrà mai rovesciare il governo di Mussolini, ma ben lo potrà un giorno il grande fronte di liberazione nazionale partigiana. Mussolini cadde, non già perché il fronte dalla incredibile gamma, che andava fino ai cattolici e monarchici, fosse più forte in ragione della sua ampia base, rispetto ad un solo partito a programma antiborghese, bensì per il concorso di circostanze di natura internazionale e bellica. Ma sulla rovina del fascismo non si innestò la attesa manovra di condurre avanti le masse, una volta messe in moto; queste si appagarono e si fermarono inerti una volta raggiunto il comune fine democratico borghese di riavere giornali comizi elezioni e parlamento. Il partito comunista del 1923 non solo non poté far confluire forze più vaste delle sue di partenza in un moto per il potere proletario, ma si trasformò esso stesso, nel corso del lungo processo, in un partito costituzionale e costituzionalista, ossia non più rivoluzionario.
La stessa rottura del grande fronte antifascista del ventennio, e di guerra, avvenuta in parallelo nel campo internazionale e in quello della politica interna, non ha visto il partito ritornare su base di classe e riprendere il programma di lottare e governare solo, ma vede l’attuale movimento, che di comunista ha solo il nome, rivendicare, non solo il metodo legalitario per arrivare al potere, ma ripetere la sfrontata esibizione di gestire il potere stesso in governi di collaborazione di classe.
Lo stesso Kautsky del 1918 fuori dal tempo di guerra non avrebbe osato contestare a Lenin la tesi marxista che la partecipazione di un partito operaio al governo non significa compromesso di interessi di capitalisti e lavoratori, ma semplicemente concorso di capi traditori delle organizzazioni operaie al governo di oppressione borghese. Ed infatti Lenin ad ogni passo rinfaccia a Kautsky di aver rinnegato, divenendo nel 1914 da marxista radicale un volgare socialpatriota, non solo la dottrina di Marx sullo stato la rivoluzione e la dittatura, ma la stessa sua battaglia nella Seconda Internazionale, prima della guerra, contro la destra revisionista e possibilista, contro la partecipazione e l’appoggio parlamentare ai gabinetti borghesi.
Fin dal 1844 Marx nella sua polemica con Bauer sulla questione ebraica pose in rilievo suggestivamente, sia pure con una forma che dal tempo del Manifesto fu diversamente stabilita, la contraddizione insita nella concezione borghese della libertà, che nel 1918 ribatte Lenin a Kautsky. La rivoluzione borghese ha attuato uno Stato, in cui tutti i cittadini sono uguali. Ma questo che significa? Marx fa fin da allora la disamina critica delle due classiche « Dichiarazioni dei diritti dell’Uomo » francesi, del 1791 e del 1793. Quattro sono i diritti che il borghese proclama « naturali e imprescrittibili »: l’eguaglianza, la libertà, la sicurezza, la proprietà. I diritti che « formalmente » sono attribuiti al cittadino in generale, esprimono nella realtà « l’individuale egoismo del membro della classe borghese ». Il diritto della proprietà e della sicurezza, che evidentemente non riguarda chi nulla possiede e in nulla può venire minacciato, sta alla base della definizione della libertà, che altro non è che la « libertà della proprietà ».
E l’égalité? Ecco dove il diritto diviene meramente formale: « l’eguaglianza (dice la costituzione) consiste in ciò, che la legge è la stessa per tutti, sia che essa tuteli, sia che essa punisca ».
Ora, allorché un partito che si dice marxista e pretende ad ogni passo di rispecchiare e rappresentare le classi lavoratrici, da un canto dice che la società, la nazione in cui esso opera, è divisa in classi sociali in contrasto di interessi, e dall’altro dichiara di tenersi nella sua azione politica e nel suo programma di rivendicazioni sul terreno costituzionale, esso viene ad ammettere che la vigente legge « è uguale per tutti ». Ma dove la legge è uguale per tutti, dove la stessa legge tutela tutti e punisce tutti, è chiaro che non si tratta di una legge di classe, e che non vi è uno Stato di classe: ogni dottrina e programma rivoluzionari sono caduti.
Quel che vige nel rapporto formale tra Stato e cittadino singolo, quanto a pretesa unicità di disciplina giuridica nel punire e proteggere, vale e vige anche per i partiti politici in lotta, per la regolarità o per lo sgarro nelle battaglie per portarsi via il potere. Il cardine stesso su cui in un lavoro più che secolare è stata eretta la spiegazione marxista della storia è spezzato, ove per poco si conceda, come fanno gli attuali partiti pseudo-operai, che una stessa legalità e legittimità si leva sovrana sulle classi in contrasto e sui loro partiti politici. Il gioco borghese conservatore resta fatto, e al posto dell’urto inesorabile degli interessi di classe contro le forme di produzione, si eleva il monumento filisteo dei diritti « naturali » ed imprescrittibili, ossia eterni, ossia costituzionali. Si consolida il conformismo, e tripudia la controrivoluzione.
Oggi
Se il discorso è troppo filosofico, riduciamolo in moneta spicciola.
La legge è uguale per tutti. Sta scritto in tutte le aule di tribunale, da quando non vi sono giudicanti diversi per il nobile il plebeo e il chierico. Vi è allora una legge, anzi quella stessa legge, anche per gli esecutori di potere, per i funzionari, per i poliziotti, per lo stesso governo politico. Chi quindi sgarra dalla legge verrà punito. Ed il borghese giurista tradizionale sembra aver sempre ammesso che davanti ad un flagrante « abuso di potere », ad una sopraffazione contro diritti riconosciuti dalla legge, il cittadino può non solo adire coi suoi ricorsi il giudice del caso, ma addirittura, a caldo a caldo, usare la forza e resistere. Se, fatti i conti, l’abuso risulta, il cittadino che si è fatto ragione colle mani non ha commesso reato. Ecco il Canone del cosiddetto « illegalismo borghese » cui accennammo altra volta. Contro la violazione del diritto e della libertà fondamentale, è giustificato l’uso della violenza. Non poteva non ammettere questo la filosofia borghese che non dice più che la ragione discenda dall’autorità, ma pretende di avere trovato un sistema (quello elettorale) per cui l’autorità deriva dalla ragione. Chiaro? Ad esempio: in guardina l’agente vuole spassarsi con una passeggiatrice che abbia razziato: se questa lo fa fuori è assolta.
Ciò vuol dire che non occorre essere rivoluzionari e « antiformisti » per ammettere che resti un campo all’uso della violenza.
Usciamo ora dal campo delle faccende private, ed entriamo in quello della attività collettiva, pubblica, politica. La questione diviene più scabrosa. Il sistema democratico ha voluto dare una piattaforma tale che tutto possa essere risolto senza che cives ad arma veniant, i cittadini abbiano a dar di piglio alle armi. Ma nei fatti ogni tanto avviene uno scompiglio, dal tafferuglio al colpo di stato, che oramai è di quotidiana informazione, dall’Oriente e dall’Occidente, dal municipio di Panicocoli alle capitali dei millenari imperi della storia.
Ora anche qui il benpensante giunge ad ammettere che, se il governo al potere infrange la costituzione che costituisce una specie di contratto tra popolo e governo, i cittadini « hanno il diritto » di opporsi non solo per le vie legali, ma anche con la materiale forza.
Avvenuto lo scontro fatale, si troverà un giudice che stabilisca se il gruppo, il partito, il movimento, che ha posto mano all’atto di forza, aveva o non aveva ragione? Anche qui la risposta del marxismo è di vecchia data: Marx la dette da imputato « politico » al processo di Colonia nel 1849. Un solo giudice in questi casi può vantare una efficace investitura: esso si chiama: successo.
« Quando si compie una rivoluzione è lecito impiccare i propri avversari, ma non condannarli. Li si può schiacciare come vinti nemici, ma non giudicarli come delinquenti« . Questa chiara tesi marxista si può tradurre in quest’altra forma: quando dalle due parti in lotta corre la stessa accusa di aver violata una comune legge, attentato ad un comune valore (patria, libertà, civiltà, ecc.), da nessuna delle due parti sta la rivoluzione di classe.
Per la rivoluzione di classe che l’avversario resista con la forza, più che un diritto, parola che per noi non ha senso, è una necessaria prevedibile manifestazione delle forze sociali come noi le consideriamo. I borghesi resisteranno; e più che far bene a resistere saranno nella necessità di resistere: si tenderà a schiacciarli non perché traditori o criminali, ma perché borghesi e capitalisti.
I cambiamenti di potere all’interno di un paese si fanno dunque ragione e legge con la vittoria, ossia con la forza, su cui penseranno poi a codificare un nuovo diritto. Qui sorge il problema: che devono pensare e fare i « poteri » stabili degli Stati esteri? Riconosceranno essi, coll’intrattenere le relazioni diplomatiche, il nuovo governo? Storicamente in tutte le rivoluzioni e i colpi di forza i sovrani o governanti debellati e i loro seguaci, quando hanno potuto riparare oltre frontiera, hanno rivendicato un riconoscimento di legittimità, e nelle forme più moderne hanno stabilito su terreno amico i « controgoverni » all’estero, i famosi « governi fantocci ».
Il diritto borghese internazionale, che vaga nel vuoto non trovando l’ubi consistam di un superiore potere capace di sanzioni materiali (Società delle Nazioni e O.N.U. non possono dire di avere sorpassata la vita intrauterina), non ha saputo dettare miglior formula di quella che un potere si intende legale quando controlla un dato territorio senza apprezzabili resistenze militari. Esso è un potere di fatto, che se non controvesciato si darà successivamente la sua costituzione legale. A Mosca nel 1920 sui palcoscenici dei teatri proletari si rideva di gran gusto sulla farsa del riconoscimento de facto e de jure della Russia rossa da parte degli Stati capitalistici. Una simile commedia avviene quando in tempo di pace generale una nazione cambia bruscamente di governo, come in questi mesi Bolivia, Persia, Egitto.
In tempo di guerra la cosa presenta ulteriori complicazioni. Nel 1914 quasi dappertutto i partiti proletari caddero banalmente nella trappola del « patriottismo de facto« . Il ragionamento dei borghesi è semplice. A parte che in ogni nazione pretendono sempre di essere pacifisti spaccati, e obbligati a respingere una aggressione naturalmente « criminale », essi dicono: ammettiamo che si poteva e doveva discutere nel popolo e tra i partiti se fare, e con quale gruppo fare, la guerra; supponiamo per un momento che uno dei partiti guerraioli abbia con un colpo di forza tratto in guerra il governo (commedia italiana, ad esempio, dello scoglio di Quarto nel 1915); oramai da due parti la mobilitazione è in atto, le armate sono in cammino, ognuna tende ad invadere il territorio dell’avversario. Chi grida contro la guerra, diserta le file dell’esercito, peggio, fa il sabotaggio dell’azione militare, la quinta colonna, provoca il crollo del fronte, lavora ad aumentare la probabilità fisica dell’invasione. Questa è di per sé il disastro, la rovina, per tutti, per tutte le classi (?). Supponiamo di essere il sindacato o il partito dei « cani e gatti » italiani: dobbiamo augurare che l’esercito austriaco non travalichi dal Piave perché dopo saremo fregati anche noi. Vecchia storia! Anche Turati, che s’era opposto recisamente alla guerra e negato il voto ai crediti militari, disse al 24 maggio 1915: oramai il paese è impegnato, abbiamo fatto quanto potevamo, dobbiamo anche noi lavorare per scongiurarne il disastro.
Nella Seconda Guerra Mondiale invece, che cosa è avvenuto? Quelli che con gli argomenti della difesa dei canili e del patriottismo alla Turati condannarono il disfattismo rivoluzionario di classe « leninista », divennero poi tutti fautori in un modo o nell’altro della « resistenza partigiana » che possiamo chiamare « illegalismo borghese di guerra ». Andiamo per le spicce e con concetti semplici. Il potere fascista di Mussolini nato da una violazione dei sacri canoni liberali è « illegale », dicono quelli. Legale era Giolitti neutralista nel 1914, legale Salandra interventista. Mussolini ed Hitler, per aver sciolti i parlamenti, sono illegali. La borghesia, nata dalla repressione terrorista dei legittimisti feudali, si è data un suo legittimismo! Si paragonò il potere delle camicie nere a quello di « un esercito nemico accampato in Italia ». Ma di fatto controllavano il territorio, avevano domate le aperte reazioni, ed erano, capi e truppa, di razza e lingua italiana; solo questo? Ogni sera si sborniavano di italianità smaccata. Ed infatti tutti gli Stati esteri riconobbero con plauso e senza esitazioni il « legale governo » del Duce, prima e dopo l’Impero. Gli emigrati stavano freschi che fosse presa sul serio la loro « conclusione » di illegalità, se non fosse venuta la seconda grande guerra!
Ebbene i Turati (i nomi per noi sono come simboli algebrici, e ben altre figure tanto tanto più basse del vecchio Filippo andrebbero citate) trovarono giusto da un lato che gli eserciti nemici invadessero il « patrio suolo », dall’altro che gruppi armati di cittadini tirassero nella schiena ai combattenti, milizia o esercito che fossero.
In Italia si ebbe la complicazione forse massima di questi rapporti tra poteri e formazioni militari opposte, indigene e straniere. Ad un certo punto il territorio si spezzò in due, ognuno con un governo « italiano » e ognuno appoggiato ad un esercito forestiero, e che augurava che tale esercito potesse debordare e distruggere nell’altra mezza Italia, ed impiccarvi e fucilarvi i connazionali resistenti, in corpi regolari o irregolari.
Come si dipana una simile matassa? Con la distinzione dei metodi? Con quella dei valori? Due bestialità, per ogni marxista e classista. Venti processi hanno mostrato che di qua e di là della linea gotica chi prevaleva « non faceva prigionieri » e si concedeva altri simili procedimenti per la buona ragione della « rappresaglia ». Poi sarebbe distinzione sottile quella che debba stabilire se è civile il metodo dei marocchini che violano tutte le donne e le casseforti, o quello degli statunitensi che pagano con carta falsa la trasformazione in bordello di ogni « sacrario familiare ». Peggio padre, se si va alla caccia dei valori universali e si vede con quanta facilità se ne inverte il vantato monopolio: ripetere questo esame significa sciorinare ancora una volta tutta la nostra letteratura di scuola e di partito, classica e spicciola.
Tentiamo una distinzione di ordine storico positivo, anche se per brevità dobbiamo usare parole del linguaggio corrente. Quando i due movimenti che si oppongono, e dapprima si salutano e si studiano sul terreno democratico come cavallereschi duellanti, entrambi legati ad un codice dello scontro, poi vengono ad afferrarsi alla gola cavando il breve coltello, il « sette soldi » del teppista, entrambi cianciano di impersonare lo stesso ideale: il paese, la nazione, la patria, il popolo, e se volete l’umanità, la civiltà, la pace; allora davvero non vi è altra discriminazione che il sopraffarsi l’un l’altro: fa ridere la discriminazione di colpi leciti e proibiti; e la parte che tiene o afferra il controllo territoriale del potere avrà via libera e buon gioco logico – naturalmente non scivoliamo nella fesseria del giudizio morale – nel bombardare l’altra con l’epiteto di traditori e venduti al nemico. In buona sostanza, quando l’uno prevale e vediamo che « si è chiavato sotto » quell’altro, non vi è da sentir molta compassione.
Dove il nostro schieramento di rivoluzionari e di comunisti non ha esitazioni nella scelta, è quando la lotta è salita oltre la gara disgustevole e vile a chi è più patriota, a chi meglio rispecchia, nel fare quale che sia il suo gioco, l’interesse e la pretesa salvezza di tutto il popolo della nazione, e delle stesse classi economiche su cui si basa l’organizzazione avversa.
Se invece all’interno di un dato paese, ad esempio per chiarezza di esposti in questa Italia, un movimento dichiaratamente si collega al fine internazionale di classe e dice di indirizzare ogni sforzo al prevalere di un dato tipo storico di organizzazione umana – capitalismo e comunismo – il cui prevalere non può aversi che su scala mondiale ed extranazionale; allora è storicamente logico che quella classe che sta per perdere la partita, sia essa la borghesia conservatrice o il proletariato rivoluzionario, si saldi con forze di oltre frontiera, e cerchi contro il potere che prevale nel paese il soccorso e l’alleanza di forze estere. Perché allora, per un simile movimento, la distruzione di un governo, di un territorio, di una parte di popolazione umana o… canina, entro l’Italia, può essere fatto secondario rispetto alla vittoria mondiale del principio di organizzazione che difende, e che – vincendo – metterà a posto Stati, popoli, uomini, e bestiame.Perciò non contro un certo governo d’Italia di fatto e a favore di un governo di fuori, ma contro i capitalisti italiani e esteri, a fianco dei proletari di tutti i paesi e quindi del determinato gruppo di classe in cui socialmente si partisce la popolazione d’Italia, il partito rivoluzionario acquista « il dovere e il diritto » dell’uso della forza illegale, del disfattismo militare, dell’alleanza di eserciti e gruppi di insorti con forze anaclassiste di fuori. Solo chi mai partì nel nome sciocco dell’Italia-tutto, sarà indifferente all’effetto del velenoso, demagogico epiteto di traditore. E la sua parte di classe avrà per lui ragione, usi la forza aperta o l’astuta insidia, arrivi a vincere in modo generoso o in modo crudele, porti il colpo al nemico a fronti schierati o nei gangli vitali delle retrovie, salga alla luce del trionfo o paghi il sanguinoso tributo alla controrivoluzione.
[RG-5] La divisione del lavoro nella società e nell’azienda
Il 6 luglio si è tenuta a Roma una riunione di studio, cui partecipavano compagni di diverse sezioni centro-meridionali. Essa si è aperta con la presentazione e illustrazione di un «Indice schematico di riferimento, per materie, ai varii testi pubblicati in Battaglia e Prometeo e a relazioni fatte in varie riunioni di studio». La compilazione dell’«Indice» non obbediva unicamente ad esigenze di ordine bibliografico, ma al principio basilare che l’elaborazione delle basi teoriche e politiche del movimento operaio è possibile unicamente sul piano collettivo, essendo la dottrina proletaria, in quanto riflesso del processo storico materiale e della lotta secolare della classe, ancorata indissolubilmente a tesi, piattaforme e basi che trascendono l’angusta esperienza degli individui e delle stesse generazioni. L’«Indice» raggruppa in 5 sezioni (Economia, Storia, ecc.) il materiale diffuso dalla costituzione del Partito su Battaglia e Prometeo, che assicura il filo di continuità della interpretazione del processo storico e sociale, in stretto legame organico con le fondamentali teorizzazioni di Marx ed Engels.
Per chi ha ben compreso il metodo dialettico marxista, è infatti chiaro che la società capitalistica si comprende solo se si riescono a porre in evidenza i contrasti e i superamenti dialettici di essi, fra l’epoca capitalista e il feudalesimo da un lato e il socialismo dall’altro. Ciò significa che l’«esplorazione nel domani» è scientificamente possibile solo se il movimento ha saputo gettare il «ponte» teorico e di azione che — in una sola arcata — va su tutta la storia per un ciclo intero di classe, dalla prima formazione del proletariato alla soppressione del capitalismo. Le riunioni di studio, che si prefiggono di discutere e di esporre testi classici del marxismo, sono lo strumento organizzativo di tale duro e indispensabile lavoro che non si limita a «educare i quadri», andando ben oltre, perché da esso dipende l’inserimento del partito rivoluzionario nel conflitto fisico delle classi.
Il relatore passava poi una rapida rassegna del capitolo del «Capitale» sulla cooperazione, nei paragrafi precedenti quello che era tema dell’esposizione, e cioè il paragrafo sulla «Divisione del lavoro nella società e nell’azienda».
La produzione capitalistica cominciò a sorgere nel seno della società feudale coll’impiego contemporaneo di numerose collettività di operai, sotto il comando dello stesso capitale, allo scopo di produrre lo stesso genere di merci.
Quando Marx giunge alla descrizione del fenomeno della produzione associata, che chiama genericamente «cooperazione», egli ha lo scopo di dedurre gli effetti di una tale trasformazione apportata dal capitalismo sulle quantità che misurano il valore e il plusvalore prodotto. L’aumentata produttività del lavoro associato di molti produttori paralleli fa in modo che lo stesso oggetto contenga meno «lavoro medio» e quindi abbia minore valore (prezzo). Allora è possibile alla classe capitalista aumentare la massa del plusvalore che incamera, aumentando non solo la massa dei prodotti ma anche la parte che ne riceve e consuma il proletario sotto forma di salario. Lo studio del plusvalore relativo conduce quindi alla dimostrazione che possono accompagnarsi questi fatti economici propri dell’avvento capitalista su larga scala: diminuzione del costo del salario in valore reale e potere di acquisto di sussistenze, aumento della massa del plusvalore, concentrazione ed accumulazione del capitale. Tuttavia questo processo va verso la crisi, l’antagonismo, la rivoluzione.
Lavoro di molti uomini parallelo ve ne è stato anche in economie antiche e non mercantili, con non meno grandiosi effetti di potenza produttiva; questo punto induce l’autore ad inserire nel paragrafo IV del capitolo sulla Cooperazione uno scorcio di grandissimo rilievo ed importanza sulla «divisione del lavoro nella società e nella manifattura». Tale paragrafo è integrativo anche dei successivi che dalla manifattura conducono alla grande industria e al macchinismo, e quindi il relatore generalizza il titolo in: divisione del lavoro nella società e nell’azienda.
La potente sintesi storica permette anzitutto di dimostrare che «Il Capitale», letto rigo per rigo, non è un freddo studio analitico del capitalismo ma un programma rivoluzionario di partito; e l’esposizione ne ha dato una serie di fondamentali saggi. Permette poi da un lato di chiarire tutto il senso del succedersi storico delle varie forme di produzione nel corso umano, dall’altro di stabilire i caratteri della rivendicazione proletaria e gli aspetti dell’economia attuale che si devono superare e annientare con la rivoluzione comunista.
Divisione del lavoro nella produzione e nell’azienda è quella per cui uno stesso oggetto finito non è manipolato da un solo lavoratore (come nell’artigianato libero, o nella primissima manifattura semplice, in cui sola novità è la riunione di tanti lavoratori in locale unico con unica provvista di materie e attrezzi e unico sbocco al mercato) ma in vari tempi da tanti operai che attuano le successive trasformazioni. Di ciò venne seguita la minuta analisi che dà Marx per le varie tappe.
Divisione del lavoro nella società è quella — che fu meglio illustrata comparando il luogo esposto di Marx colla esposizione di Engels nell’«Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato» — per cui gli uomini si dividono in gruppi sociali (caste, ordini, categorie, professioni) ognuno dei quali provvede a un certo settore della produzione.
Tali fattori si incontrano al loro tempo nel corso della storia sociale e confluiscono nell’aumentato potenziale del lavoro. L’esposizione che sarà in opportuno testo diffusa seguì il fondamentale processo, al fine di reagire agli infiniti pregiudizi paramarxisti che portano, nella situazione odierna di pieno capitalismo industriale, ad errate apologie della fecondità delle due «divisioni funzionali», che entrambe il programma comunista vuole sorpassare.
La sintesi è questa: divisione aziendale o tecnica del lavoro: indispensabile per svolgere in pieno il lavoro sociale capitalistico dalle reazionarie angustie della libertà ed autonomia del «produttore» parcellare, conduce in quell’ergastolo che è la moderna azienda alla decadenza intellettuale del lavoratore, allo sbocconcellamento dell’uomo, ridotto ad un bruto o pezzo di macchina. Conduce al «dispotismo nell’azienda» che il comunismo spezzerà spezzando il sistema aziendale di unità ad economia e bilancio separati e riducendo ad un minimo il tempo sociale di lavoro.
Divisione sociale del lavoro: sorge allo stadio superiore della barbarie col dividersi dei gruppi di pastori di armenti da quelli dei cacciatori o pescatori, e segue coll’apparire degli agricoltori fissi, dei mercanti, con le caste o ordini speciali poggiati sul formarsi dei primi stati politici cui si demandano funzioni sacerdotali, burocratiche, militari, ecc. Sbocca in tempo borghese con l’orgia delle specialità professionali, titoli abilitativi, carriere tortuose e imbecillizzanti. Distruggendo il dispotismo entro l’azienda e la corrispondente anarchia della produzione e distribuzione nella società, per sostituirle con un’organizzazione unica su basi razionali, togliendo agli oggetti d’uso come al lavoro il carattere di merci, il comunismo abolirà alla fine la divisione sociale del lavoro, e non legherà nessun individuo per tutta la vita e nemmeno per tutto il giorno alla stessa funzione professionale.
Tutto questo programma sintetico della nostra rivoluzione si legge in quella pagina, che pare all’incauto lettore una distaccata indagine sulla produzione sociale borghese, mentre contiene in modo esplicito la più incendiaria dichiarazione di guerra di classe, di radicale eversione di quelle stesse strutture, su cui verte la potenza del capitale e la dialettica possibilità e necessità della rivoluzione. E senza che, all’esame più esauriente e approfondito, nulla risulti da togliere, nulla da aggiungere.
* * *
I presenti seguirono col massimo impegno, nelle due lunghe sedute le meditate letture e la completa e non agevole esposizione, [testo illeggibile].
“Vittorie” rivendicative
La lotta fisica, rivendicativa, non è certo condizionata né al riconoscimento né alla negazione fatte dagli aggruppamenti politici. Essa sgorga necessariamente dal movimento stesso della produzione capitalistica fondata come altre, sullo sfruttamento di una classe sociale. Il contrasto sorge, questo sì, sul piano della valutazione dello sfruttamento politico che se ne può fare in vista del supremo scontro armato tra le classi. In tale senso, molte correnti e partiti, comunque legati al movimento operaio, si sono, attraverso i decenni, scontrati con alterne vicende. Non è questa la sede per farne l’inventario. Però, una cosa può dirsi, in proposito, e cioè che bisognava venisse il predominio della burocrazia confederale della C.G.I.L. perché fosse completamente sovvertito il concetto di «vittoria sindacale».
Che significa «vincere» in una lotta sindacale? Tradizionalmente, si è inteso dire che gli obiettivi della lotta erano stati raggiunti, contro la resistenza padronale. Quali gli obiettivi? Aumenti salariali, revoca di licenziamenti, riduzioni di orari ecc. Lasciamo stare che i rivoluzionari hanno sempre sostenuto, pur partecipando agli scioperi e alle agitazioni, che miglioramenti di salario e di condizioni di lavoro non sostituiscono, in se stessi, una «vittoria» sul padronato. Ma si era mai assistito al fatto, ora quotidiano, di spacciare per «grandiosa vittoria» la conclusione in perdita netta di una agitazione, siccome fanno regolarmente i demagoghi della C.G.I.L.?
I sindacalisti classici pretendevano di costruire il socialismo particelle su particelle, e queste erano viste nelle «vittorie» sindacali. La C.G.I.L. pretende di fare la stessa cosa anche con le «sconfitte», sia pure a metà o a tre quarti.
A Cabernardi, i minatori, minacciati di licenziamento, sono rimasti, per ben 40 giorni, rintanati nelle viscere della miniera, senza luce, con scarsa aria. La stampa borghese, prontissima a celebrare i proletari in divisa rinserrati nelle bare di acciaio dei sommergibili, ha storto il muso, indignata, di fronte al coraggio dei proletari in tuta da lavoro, che hanno preferito privarsi della luce del sole, pur di non mollare senza lottare. È questo un genere di eroismo che non innamora chi ama i proletari solo nelle vesti di soldati destinati al macello. Pretendere un atteggiamento diverso dai borghesi e dalla loro stampa significa essere fessi.
Ma che dire di coloro che ai «sepolti vivi» hanno riservato l’ennesima beffa di una «vittoria» che prevede il licenziamento, cioè il contrario di quello che si voleva ottenere? Come al solito, è prevista la corresponsione di L. 200.000 ai «dimissionari». Immaginate che sarebbe successo se si fosse trattato di una «sconfitta»!
Non è detto che ogni agitazione debba raggiungere i suoi obiettivi. Ma via definire grandiosa «vittoria» un accordo che getta sul lastrico 310 operai, dopo una durissima lotta, non è esagerazione, non è sovravvalutazione, ma soltanto beffa, inganno, coglionatura. La stampa borghese, quando i minatori erano sepolti nella miniera, sbadigliava, infastidita. Quella cominformista, sebbene tutta presa dalla polemica pre-elettorale, il solo argomento che veramente la interessa, non poteva sbadigliare anch’essa. Ha dovuto mostrare di interessarsi attivamente, e l’ha fatto compilando sensazionali pezzi di colore, romanzando gli episodi marginali della lotta. Con lo stesso stile si descrivono le feste dell’Unità. La realtà, la dura realtà, mostra altre centinaia di famiglie operaie gettate nella miseria.
Qualcuno potrà dire: e voi che avreste fatto? Certamente non avremmo accettato di firmare i licenziamenti di 310 compagni. Il nostro avversario obietterà: il padronato avrebbe proceduto lo stesso ai licenziamenti. Purtroppo, è così. Ma le truppe che cedono alle forze soverchianti del nemico senza arrendersi, potranno riprendere, in migliori condizioni, la lotta. Quelle, invece, che scendono a patti col nemico e gli si alleano, in diverse condizioni non potranno che ripetere il loro gesto: cioè tradire, tradire, tradire.
Vita del Partito
A Ravenna il 15-6 e a Genova il 22-6, si sono tenute le riunioni, rispettivamente, dei gruppi della Romagna e di quelli del Piemonte e della Liguria. Esaurita la discussione dei problemi organizzativi e di diffusione della stampa, le riunioni hanno passato in rassegna le principali questioni ideologiche e politiche al cui chiarimento, a difesa dagli attacchi del revisionismo e del confusionismo, si sono volte, attraverso la stampa ed i convegni, le forze del movimento. La riunione di Genova è stata affiancata da una conferenza a Sestri Ponente, in locale pubblico.
Il 6 c. m. ha avuto luogo a Luino una riunione della sezione presieduta da un compagno della federazione milanese.
Tutti i compagni hanno lungamente discusso, approvandola, la linea politica della nostra organizzazione in rapporto alla situazione attuale e criticando il gruppo deviazionista il quale pretende di essere il continuatore e custode delle tradizioni politiche e ideologiche della sinistra.
Altro argomento che ha appassionato i compagni è stata la interpretazione marxista del nostro movimento sul capitalismo di Stato: la nostra posizione in caso di conflitto armato fra i due massimi esponenti e rivali del capitalismo mondiale U.S.A. – U.R.S.S.
* * *
Il 12 c. m., nella ricorrenza dell’assassinio di Mario Acquaviva, la sezione di Asti ha tenuto una riunione allargata con la partecipazione di diversi simpatizzanti.
Il sacrificio di Mario Acquaviva è stato commemorato il 13-7 a Casale in una riunione allargata. Al termine di una discussione chiarificatrice i presenti hanno sintetizzato il loro unanime pensiero in una dichiarazione che afferma tra l’altro:
«I compagni delle Federazioni di Casale, Asti, Torino riuniti a ricordare nella città che vide consumare il sacrificio del compagno Mario Acquaviva per mano dei sicari al soldo dell’imperialismo, forza viva ed operante della controrivoluzione borghese, convinti che la più degna commemorazione dei caduti nel cammino della rivoluzione proletaria sia quella della costante massima fedeltà ed aderenza ai principii, come armi della Rivoluzione, riaffermano:
- Il principio di autorità estrinsecantesi attraverso la dittatura della classe esercitata dal suo Partito.
- Il concetto fondamentale del centralismo organico che garantisce il massimo delle possibilità al raggiungimento della vittoria finale.
- Il principio della conquista violenta del potere contro l’illusione del possibilismo e intermediismo democratico.
- Denunciano il disfattismo demagogico dell’alternativa democratica «pace o guerra» ed oppongono, coerentemente, l’alternativa di classe: «Rivoluzione o guerra».
Ricordo di G. Torricelli
Ricordo di G. Torricelli E’ ricorso in questo mese l’anniversario della morte di Guido Torricelli,
I compagni di Parma e tutto il Partito, nel ricordarlo, lo additano quale luminoso esempio di militante rivoluzionario, sulle cui orme ed insegnamenti ci si incammina lungo la strada che porta alla redenzione degli oppressi.