« Il sindacato o è di classe o non è un sindacato »! Con questa affermazione una parte dei lavoratori « intervistati » da Rinascita ha dato la sua risposta negativa all’operazione di « unità sindacale », intrapresa con tanta veemenza dalle centrali sindacali ed in particolare dalla CGIL.
La risposta è giusta e la condividiamo; ma si deve spiegare che cosa si deve intendere per sindacato di classe ed anche sottolineare di nuovo per la millesima volta, il rapporto che deve esistere tra sindacato e partito di classe. Ritorniamo sull’argomento non certo per convincere i già convinti comunisti rivoluzionari, né per convertire le gerarchie sindacali della CGIL (e tanto meno della CISL e UIL), ma per aiutare quei lavoratori che, nella catastrofica confusione che regna ovunque a causa della politica disfattista dei partiti opportunisti e traditori, non hanno tuttavia perduta la bussola, ed anzi, sollecitati dalle deleterie conseguenze di questa politica – che, dopo aver ingoiato il partito nelle sabbie mobili del più smaccato democratismo e cretinismo parlamentare, minaccia di sottomettere anche il sindacato alla volontà diretta dello Stato dei padroni – tentano di ricondursi alla cristallina tradizione comunista rivoluzionaria e di afferrarsi istintivamente al sano programma della Sinistra comunista. Con ciò non facciamo altro che praticare quella essenziale funzione, tante volte ribadita da Lenin, di « importare nella classe operaia » la coscienza ovvero il programma del partito. È a questi proletari che rivolgiamo il nostro appello a riflettere alla profonda portata della loro coraggiosa affermazione.
Il sindacato di classe è inconcepibile se pone all’operaio salariato che vi aderisce preclusioni politiche o religiose o razziali; se non consente il naturale e dialettico scontro di correnti al suo interno, allo stesso modo che, fuori del sindacato, si scontrano i partiti che si richiamano al movimento operaio. In tal modo è evidente che il sindacato di classe non viene ad essere né un organo di partito, né tanto meno di governo o di Stato; ma può essere influenzato ed in realtà è influenzato (soprattutto quando si sbandiera che è « autonomo e indipendente ») da un partito politico (il caso della CGIL prima dell’avvento del fascismo, ed in particolare prima del gennaio 1921, quando era legata al P.S.I. dal famigerato patto di « unità d’azione »), come può sciaguratamente esserlo da un regime politico (ad es. l’attuale regime democratico) o infine divenire emanazione di un partito politico che da solo gestisca il potere. Non esistono, né potranno esistere esempi storici di un sindacato o di qualunque forma associativa di carattere esteso, che possa permettersi il lusso di operare al di fuori degli interessi delle fondamentali classi della società capitalistica e perciò fuori dalla politica dei partiti che questi interessi rappresentano, per il semplicissimo motivo che la società è divisa in classi e che i cosiddetti « valori eterni », sedicentemente al di sopra delle classi e della storia, anche i preti li ricordano soltanto nelle liturgie pasquali e natalizie istituite per i deboli e i ritardati mentali, preferendo il gioco in borsa, la speculazione edilizia, ed intrallazzi vari di piccolo o grande cabotaggio. Come pure, non esistono esempi storici dell’esistenza di più partiti che rappresentino contemporaneamente gli interessi storici permanenti di una classe: il partito di classe è uno ed uno solo, o non esiste affatto come forza organizzata; e si esprime soltanto col suo programma integrale. Quando esistono più partiti che si richiamano al proletariato, al socialismo o al comunismo, siate certi che uno solo è il partito di classe e tutti gli altri sono mistificatori; od anche che tutti i partiti sono falsi rappresentanti del proletariato, ed è assente dalla scena contingente della storia il vero partito proletario.
L’inganno dell’« unità » deriva dalla mistificazione democratica che, per definire il partito della classe operaia, basti stabilire che il cinquanta per cento più uno degli iscritti consista di lavoratori, nulla importando qual è il programma di questo partito. Se così fosse, non lo sparuto partito comunista bolscevico di Lenin ma quello pletorico e fortemente strutturato dei menscevichi sarebbe stato il vero rappresentante degli interessi storici e rivoluzionari del proletariato russo. È il programma storico e politico che caratterizza e differenzia i partiti politici, non la composizione sociale dei rispettivi aderenti, che tende a variare col variare delle condizioni storiche della lotta per il potere politico. Trae origine da ciò la menzogna che, organizzando tutti i sindacati soltanto lavoratori, si possa giungere alla loro unificazione e quindi (ecco la menzogna!) all’« unità della classe » sul « piano sindacale » congiungendo semplicemente le varie direzioni organizzative dopo i consueti patteggiamenti su quanti posti spettino alle singole centrali sindacali.
È possibile questa « unità »? Certo che lo è, ma alla sola condizione che non vi siano apprezzabili differenze tra i cosiddetti programmi politici delle centrali. Perché, se una sola delle centrali sindacali fosse animata da spirito di classe, questa « unità » si renderebbe impossibile, impossibile essendo la convivenza in una unica organizzazione di forze politiche che traggono origine addirittura da classi diverse e quindi da partiti anche borghesi. CISL e UIL sono centrali di partiti borghesi e governativi; la CGIL, formalmente, non è emanazione di alcun partito. La loro unificazione è condizionata, quindi, alla degradazione della CGIL al rango di dipendenza da partiti borghesi, o da partiti di governo, o peggio al rango di organo statale o parastatale. Scelgano la definizione più adatta le grandi menti dei teorici del sindacalismo « moderno », che tanto si affannano per trovare formule che salvino capra e cavoli. In queste condizioni, l’« unità » è un guazzabuglio, una salsa dai mille sapori per condire l’ennesimo ciclo del tradimento opportunista in combutta con le classi borghesi e piccolo-borghesi. I proletari rivoluzionari la respingono sistematicamente e ne denunciano a tutta la classe il significato controrivoluzionario.
L’unica garanzia che il sindacato di classe non degeneri nell’« unità », ma conservi almeno i presupposti per attrarre tutti i lavoratori e non si suicidi dissolvendosi in un organo dello stato capitalista, è rappresentata dalla presenza attiva ed organizzata del partito comunista di classe. Quando il PCI proclama solennemente, per bocca dei suoi capi politici e sindacali, che non intende influenzare il sindacato, che crede fermamente nella autonomia e nell’indipendenza del sindacato dal partito di classe, ammette implicitamente di non rappresentare più la classe operaia, rinunciando così alla funzione essenziale del partito che è quella di educare e dirigere le masse proletarie alla lotta rivoluzionaria di classe per la distruzione del regime capitalista. Il partito di classe, il partito comunista rivoluzionario, realizza la sua influenza sul sindacato operaio attraverso l’attività incessante dei suoi membri organizzati nel sindacato stesso in gruppi comunisti, attorno ai quali chiama tutti i proletari per la lotta contro il capitalismo. I gruppi comunisti, organi del partito, rappresentano la coscienza e l’intelligenza della classe operaia, senza le quali i lavoratori costituiscono solo strati sociali e non una classe avente un interesse storico unico, un unico scopo, una sola tattica.
Ne consegue che, per salvare la natura di classe del sindacato, per mantenergli le caratteristiche operaie, è indispensabile che la parte più avanzata del proletariato si colleghi con i comunisti rivoluzionari, ne segua la politica veramente comunista ed abbandoni ogni chimera falsamente « unitaria », respinga ogni inganno democratico di « autonomia e indipendenza ».
Il proposito della controrivoluzione è di costituire un non meglio qualificato « sindacato unico » al servizio della « democrazia ». Un saggio di che cosa sia capace questo « sindacato unico » ce lo ha dato recentemente la CGIL, la quale ha impartito ai suoi deputati la disposizione di non votare contro il piano economico del governo borghese in contrasto con le disposizioni dei partiti ai quali i singoli deputati della CGIL appartengono. Si è assistito così all’ennesima buffonata, tipicamente democratica, di un deputato sindacalista del PCI che, in veste di membro di partito, avrebbe dovuto votare contro e in veste di sindacalista si è astenuto dal voto!! Per estensione, tutti gli iscritti al PCI dovrebbero agitare la parola d’ordine contro la programmazione economica del governo; ma, in quanto iscritti alla CGIL, dovrebbero astenersi da ogni azione. Ecco come i partiti opportunisti, i falsi partiti operai, intendono « educare » le masse lavoratrici, ecco con quale chiarezza indirizzano le coscienze dei proletari!
Da questo bailamme, nel quale le menti proletarie finiscono per sconvolgersi, non si esce con piani o contropiani, con controtattiche o, peggio ancora, proponendo una azione « autonoma » degli operai, o rincorrendo i falsi profeti dalle formule facili e ad effetto immediato. Da questo pantano si esce lottando, guidati da un indirizzo preciso, uniforme, invariabile, contro tutta la politica opportunista in blocco con quella capitalista, contro le direzioni traditrici della CGIL, denunciando sistematicamente tutti gli aspetti di questo tradimento storico, politico, sociale ed economico, riaffermando coraggiosamente che lo scopo della lotta di classe non è innanzitutto di strappare qualche effimera concessione all’azienda ma di strappare alle classi dei ricchi, dei capitalisti, alle mezze classi vili e dissimulate, tutto il potere politico, perché l’umanità lavoratrice si avvii finalmente verso una nuova società, la società comunista. Questo indirizzo è il programma comunista integrale del nostro partito.
Il centro di gravità del filocinesismo, come abbiamo detto nell’articolo precedente, è costituito da una tesi sui « mutamenti di struttura » del capitalismo dopo la seconda guerra mondiale, che distrugge il catastrofismo rivoluzionario e la teoria dell’instabilità generale e permanente del capitalismo nella fase imperialistica, bestia nera di tutti gli avversari della dottrina marxista. Lo spirito insurrezionalista che i neostaliniani inseriscono nei loro documenti e discorsi, come tutto il cianciare sulla « zona delle tempeste », è solo una maldestra operazione per tentar di dare una nuova verginità alla vecchia baldracca del riformismo opportunista.
Nel « Programma d’azione » di « Nuova unità », si legge:
« Dopo la seconda guerra mondiale sono avvenute alcune trasformazioni nelle strutture capitalistiche. Gran parte della produzione si è concentrata nelle mani di pochi grandi gruppi monopolistici che, pur tra violenti contrasti, dominano i mercati del loro campo. L’intervento statale è ormai ammesso ed anzi richiesto dalla borghesia con certe « programmazioni » dello sviluppo economico. Sono stati approntati strumenti per tempestivi interventi anticiclici, che hanno potuto operare in specie là dove sia mancata la lotta politica della classe operaia. Anche la legge del massimo profitto funziona con alcuni accorgimenti (che non ne modificano la sostanza) determinati dalla necessità di avere almeno un minimo di sicurezza per poter vendere sul mercato ciò che si è prodotto. Date le modificazioni precedentemente indicate, il sistema capitalistico può adoprarsi, almeno per un certo periodo, ad evitare profonde crisi di sovrapproduzione generale ».
Questo brano è un capolavoro di gesuitismo e nel leggerlo si ha la stessa sensazione che provava Trotsky scorrendo le opere di Stalin; pare di ingoiare delle setole di porco sminuzzate.
Rinascita di Bernstein…
Siamo davanti al classico stile teorico vigliacco dell’opportunismo, consistente nell’affermare una tesi minimizzandola attraverso una pietosa altalena concettuale. Gli strumenti anticiclici avrebbero potuto operare « in specie là dove … », e non si dice che cosa sia accaduto o sarebbe potuto accadere « là dove non … ». La balorda legge del massimo profitto funzionerebbe con alcuni accorgimenti (del tutto misteriosi) che però non ne modificherebbero la sostanza. E, alla fine della dotta dissertazione sui « mutamenti di struttura (sic!) del capitalismo dopo la seconda guerra mondiale », ecco la luminosa sintesi: « date le modificazioni precedentemente indicate » (che i filocinesi, da bravi piccoli borghesi con animo liberale, scorgono nel demone del monopolio e dell’interventismo statale) il sistema potrebbe evitare « almeno per un certo periodo » (grazie della concessione!) profonde crisi.
Non si può, a questo punto, fare a meno di ricordare le parole del vecchio volpone opportunista di Bernstein: 1) « È da vedere se con la crescente estensione dei mercati, la rapidità di informazione sulla situazione dei mercati e il progressivo aumento dei rami produttivi, si avrà in un prossimo avvenire a che fare con crisi generali del tipo di quelle precedenti, o piuttosto non si facciano valere in primo luogo solo crisi internazionali limitate a determinati gruppi d’industria ». 2) « Non mi è mai venuto in mente di dire che non ci saranno o non ci debbano più essere rivoluzioni, come non mi è mai venuto in mente di affermare che non ci saranno più crisi … Non mi è mai venuto in mente di dare ad intendere che non siano più attendibili grandi crisi generali: ho solo … posto in questione la prossimità di una tale crisi ».
Queste citazioni sono tratte da due articoli del 1899. Programma di azione del 1966 o invarianza dell’opportunismo dal 1899 ad oggi?
A distanza di più di mezzo secolo, eccoci riproposto dai « rivoluzionari » filocinesi il leit motiv caro al cuore di tutti i traditori del marxismo: l’insorgere di elementi nuovi nella struttura economica del capitalismo, che non potevano essere previsti da Marx e che pertanto richiedono nuove elaborazioni politiche e tattiche. Il trucco è semplice: basta … « dimenticare » il nesso inscindibile, magistralmente analizzato da Lenin, tra la concentrazione monopolistica e l’imperialismo, e datare la comparsa dei monopoli … da dopo la seconda di due guerre imperialiste (quando ormai Lenin stesso — imbalsamato — era stato ridotto a un’icona inoffensiva).
Il monopolio: una novità d’oggi?
Ma lo spettro del comunismo fa sentire la sua voce terribile anche da entro tombe apparentemente «sicure». Ecco che cosa dice Lenin nell’Imperialismo a proposito degli «ultimi Mohicani della borghesia democratica»: «Tutta questa critica [alla politica aggressiva delle grandi potenze] temeva di riconoscere l’indissolubile legame tra l’imperialismo e i trusts e quindi tra l’imperialismo e le basi stesse del capitalismo; temeva di unirsi alle forze create dal grande capitalismo nel suo sviluppo». Ed ecco ancora come il metodo marxista lega dialetticamente tra di loro i macroscopici fenomeni che germinano come muffe sul corpo in dissoluzione dei rapporti di produzione borghesi: «La concorrenza diventa monopolio. Il risultato che ne deriva è un immenso processo di generalizzazione e di socializzazione della produzione… La concentrazione arriva a un punto tale che diventa possibile inventariare approssimativamente tutte le risorse in materie prime (come, per esempio, tutti i giacimenti minerari di un paese e anche, come vedremo, di parecchi paesi o del mondo intero). Viene parimenti steso un inventario approssimativo dei mercati, e i trusts se li dividono attraverso contratti. La mano d’opera qualificata è monopolizzata; i migliori ingegneri sono assunti; il monopolio mette la mano sulle vie di comunicazione: ferrovie in America, società di navigazione in Europa e in America. Nella sua fase imperialistica il capitalismo si avvicina strettamente alla più completa socializzazione della produzione. Fa, per così dire, entrare i capitalisti, malgrado la loro volontà e la loro coscienza, in un ordine sociale che segna la transizione fra la libertà di concorrenza e la socializzazione della produzione. Quest’ultima diventa sociale, ma costituisce una proprietà privata. I quadri della libera concorrenza formalmente riconosciuta sussistono e il giogo di un pugno di burocrati sul rimanente della popolazione si fa più pesante, sempre più soffocante, sempre più intollerabile».
Il monopolio, il controllo dei mercati, la programmazione, roba degli ultimi venti anni? Ma via, poveri untorelli della controrivoluzione, andatevi a nascondere!
Da dove trae origine questo sforzo di presentare il fenomeno monopolistico come un fatto indipendente e posteriore di più di mezzo secolo al sorgere della politica di aggressione delle grandi potenze? Ricordiamo che Lenin constata un ampio sviluppo dei monopoli dal 1870 al 1890, e dichiara che dopo tale data essi «diventano una delle basi dell’intera vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo».
Per i filocinesi è necessario insinuare l’idea che, pur continuando da parte delle maggiori potenze mondiali la politica di aggressione e di rapina ai danni dei paesi sottosviluppati, per quanto riguarda le zone del globo economicamente sviluppate si stia invece aprendo una fase di stabilità sociale, anche se, per un resto di pudore o meglio per vigliaccheria, non la dichiarano eterna al pari di Bernstein. Infatti scrivono: «Anche le enormi ricchezze rapinate, in lunghi periodi di dominazione, da tutti i paesi imperialisti, compreso il nostro, ai paesi cosiddetti « sottosviluppati », rappresentano una delle valvole di sicurezza per dare sfogo alle crisi incipienti… Si è creata così, sia pure tra i più acuti contrasti, una internazionale capitalistica per fronteggiare le proprie interne contraddizioni e in funzione repressiva delle lotte popolari per l’indipendenza e il socialismo».
Le asinerie di Stalin
Per suffragare la loro argomentazione, ricorrono poi agli insegnamenti del loro maestro Stalin sulla legge del massimo profitto, che già fecero buona prova di sé quando si trattò di giustificare il macello controrivoluzionario in cui, per opera dei traditori del marxismo, furono gettati inermi i proletari nel 1939-45. Scriveva Stalin nel 1952: «Non è vero che la legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo è la legge della diminuzione del tasso medio di profitto» – «Il capitalismo monopolistico non può contentarsi del profitto medio ma cerca il massimo profitto».
Ciò a cui Stalin tendeva era di mettere in soffitta la legge economica fondamentale da cui i marxisti fanno dipendere il carattere inevitabile delle profonde crisi di sovrapproduzione in cui periodicamente precipita il capitalismo e da cui può uscire solo con le guerre, ovvero con immense distruzioni di forze produttive. Operato l’invio in soffitta di questa chiave marxista del divenire capitalistico, il conflitto svoltosi nel ’39-’45 non era una normale guerra imperialistica e il programma leninista della trasformazione della guerra fra Stati in guerra civile per la presa del potere da parte del proletariato era superata dai tempi. Gli stati nazionali in lotta tra di loro non erano più legati dalla confederazione contro il proletariato mondiale, ma, secondo Stalin, ci saremmo trovati dinanzi all’urto tra un’astratta democrazia, non meglio definita, e quella parte della borghesia che si sarebbe lasciata dominare da istinti ancestrali di tipo feudale o peggio ancora. (il che però non spiega minimamente il patto Ribbentrop-Molotov e la spartizione della Polonia). E per arrivare a confutare il marxismo, Stalin usava il metodo caro a tutte le carogne controrivoluzionarie di ridurre la tesi dell’avversario ad una formulazione semplicistica e risibile per disfarsene subito con aria di superiorità.
La legge enunciata da Marx e da Lenin come causa fondamentale delle crisi e delle guerre che travagliano la società moderna non consiste infatti nella pura e semplice constatazione della caduta del saggio medio del profitto con l’aumentare del capitale costante (materie prime e mezzi di produzione) impiegato rispetto al capitale variabile (salari).
Occorre soffermarsi un po’ su questo punto. Poniamo c = capitale costante, v = capitale variabile e p = plusvalore. Il rapporto tra p e il capitale totale anticipato (c+v) esprime il saggio di profitto. Il rapporto tra p e v esprime il saggio del plusvalore. Crescendo c rispetto a v e restando invariato il saggio del plusvalore, cade il saggio del profitto. Ma Marx stesso dice che questo è un mero risultato logico e che quindi un’opportuna variazione dei fattori considerati come costanti può esercitare un’azione contraria. La cosiddetta legge della massimizzazione del profitto consiste proprio nel constatare che, in condizioni di monopolio e con la politica imperialistica, è possibile realizzare un sovraprofitto tale da compensare l’aumento del capitale costante. La legge su cui invece Marx e Lenin basano la tesi dell’instabilità generale e permanente del capitalismo è quella della caduta tendenziale del saggio medio di profitto, e non della sua semplice caduta. Questo non è un gioco di parole. Mentre la seconda si ricava per così dire a tavolino, la «tendenza» alla caduta del saggio medio di profitto si riscontra invece nell’analisi di tutto l’insieme dell’economia capitalistica, nell’intero processo di produzione, circolazione e riproduzione mondiale.
Addio crisi?
Il marxismo cioè dimostra (si ricordi la critica di Lenin all’ultra-imperialismo di Kautsky) che il monopolio non è un dato assoluto della società capitalistica tale da affastellare in un unico blocco tutte le forze economiche congelandone la dialettica, ma la concentrazione avviene contraddittoriamente, accentuando gli squilibri tra settore e settore, tra nazioni avanzate e nazioni arretrate, riproponendo su scala macroscopica quelle stesse condizioni di concorrenza e contrasto precedenti alla formazione del monopolio e del sovraprofitto e annullandone pertanto gli effetti contrari alla caduta del saggio medio. Così Lenin analizza magistralmente il fenomeno: «Il fatto che i cartelli allontanino le crisi è una storia bella e buona degli economisti borghesi disposti a giustificare a qualsiasi costo il capitalismo. Al contrario, il monopolio, creandosi in « taluni » rami dell’industria, aumenta, intensifica il caos proprio dell' »insieme » della produzione capitalistica. Lo squilibrio tra lo sviluppo dell’agricoltura e quello dell’industria, già caratteristico per il capitalismo, aumenta. La situazione già privilegiata dell’industria maggiormente coalizzata, cioè la grande industria… soprattutto quella del carbone [oggi si direbbe del petrolio e dell’energia elettrica] e del ferro — provoca negli altri rami della produzione « una mancanza ancor più acuta di organizzazione concertata »». E riportiamo ancora una citazione da un altro testo, Marxismo e revisionismo, che dimostra come per cinesi e per russi valga il detto che il bue dice cornuto all’asino: «Per quel che concerne la teoria delle crisi e la teoria del crollo, per i revisionisti le cose sono andate ancor peggio. Soltanto per un brevissimo periodo di tempo e solo persone di vista ben corta potevano pensare a rimaneggiare i principi della dottrina di Marx sotto l’influenza di alcuni anni di slancio e di prosperità industriale. La realtà ha dimostrato ben presto ai revisionisti che le crisi non avevano fatto il loro tempo: alla prosperità ha tenuto dietro la crisi. Sono cambiate le forme, l’ordine, la fisionomia delle singole crisi, ma le crisi continuano ad essere parte integrante del regime capitalista. I cartelli e trusts mentre hanno concentrato la produzione ne hanno aggravato nello stesso tempo, agli occhi di tutti, l’anarchia, hanno aumentato la incertezza del domani per il proletariato e l’oppressione del capitale, inasprendo così in modo inaudito le contraddizioni di classe… Occorre soltanto non dimenticare gli insegnamenti che la classe operaia ha ricevuto da questa instabilità da intellettuali». Parole profetiche: da tutto questo ciclo infernale il capitalismo non può uscire, esso può solo, mediante una gigantesca distruzione di forze produttive, in uomini e mezzi, tale da provocare uno « svecchiamento » delle sue sovrastrutture, prolungare la propria agonia di un’altra ora.
È appunto nel carattere tendenziale della legge fondamentale che governa la società contemporanea individuato dal marxismo, che riposa la potenza dialettica della nostra dottrina, cioè la capacità di cogliere l’essenza dell’attuale modo di produzione e di rivelarne tutto l’orrore. L’orrore di una società condannata ormai, nella sua fase putrescente, a ripercorrere infinite volte, quale novello Tantalo, lo stesso cammino lastricato di morti e di rovine fumanti. Un orrore a cui può porre fine solo il colpo di maglio della collera proletaria che, latente ma terribile, si sta accumulando al polo negativo della società.
Contro questa soluzione gordiana che i giri viziosi della fase imperialistica stanno ormai preparando al capitalismo, si levano dunque vanamente i sofismi degli epigoni filocinesi dei Bernstein e dei Kautsky che presentano l’imperialismo come una « politica volontaria » dei borghesi destinata ad attenuare con « successo » le contraddizioni dilaceranti il sistema e che si adoperano per seminare nelle file del proletariato internazionale la sfiducia nelle proprie forze, per sottomettere il movimento operaio al movimento delle borghesie nazionali dei paesi del Terzo Mondo, e per frapporre tra il proletariato e la rivoluzione un periodo transitorio i cui falsi scopi intermedi avrebbero il solo risultato di fornire carte vincenti all’avversario di classe.
Lenin nel 1916 definiva l’imperialismo come « ultima fase del capitalismo » per sottolineare che in questa fase solo un passo divide l’umanità dal comunismo: la rivoluzione proletaria con l’abbattimento violento dello stato borghese e la sua sostituzione con l’apparato dittatoriale comunista.
La risposta anticipata di Lenin
Ecco invece come i filocinesi, che pretendono di appiccicarsi l’etichetta leninista, « scoprono » dopo quarant’anni una nuova fase propedeutica alla rivoluzione, in cui al proletariato dei paesi avanzati spetterebbe solo il ruolo di una miserabile comparsa: «Oggi, pertanto, il compito fondamentale del campo del socialismo e degli autentici comunisti, dei marxisti-leninisti di tutto il mondo, è quello di approfondire la contraddizione fondamentale tra i popoli rivoluzionari dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina e gli imperialisti, per privare questi ultimi delle loro basi militari e delle loro maggiori fonti di ricchezza e di materie prime… Solo in questo modo salterà l’internazionale capitalistica. Salterà la sua attuale organizzazione economica, politica e militare. Gli imperialisti non potranno così operare sull’andamento delle crisi. Fra l’altro, si creeranno le condizioni oggettive, nei paesi di capitalismo avanzato, per l’approfondimento delle contraddizioni tra gli stessi paesi imperialisti». (Citiamo sempre dal « Programma d’azione » di « Nuova unità »).
Che aggiungere ancora?
Basti l’invettiva di Lenin contro il tradimento di Kautsky, tenendo presente che mentre per Kautsky un capitalismo senza crisi era una prospettiva d’avvenire, i filocinesi invece vivono già nel futuro di Kautsky: «In questa tendenza a evadere dall’imperialismo di oggi e a passare ai sogni di un’epoca di « ultraimperialismo », della quale non sappiamo nemmeno se sia realizzabile, non c’è un briciolo di marxismo. In questo ragionamento, il marxismo è ammesso per la « nuova fase del capitalismo », sulla cui realizzabilità il suo stesso inventore non vuol giurare, mentre, per il momento attuale, per la fase attuale del capitalismo, egli ci offre non il marxismo, ma la tendenza piccolo borghese e profondamente reazionaria ad attutire le contraddizioni. Ci fu un tempo in cui Kautsky prometteva di essere marxista nel movimentato e catastrofico periodo sopravveniente, che fu costretto a prevedere e definì chiaramente scrivendo la sua opera nel 1909 sulla prossima guerra. Ora, quando è assolutamente evidente che questo periodo è arrivato, Kautsky, di nuovo, non fa che promettere di essere marxista nella prossima epoca dell’ultraimperialismo, che non sa neppure se ci sarà [i filocinesi promettono di essere marxisti quando sarà crollata « l’internazionale capitalistica »]. In altre parole, abbiamo quante promesse vogliamo che egli sarà marxista a un certo punto, in un’altra epoca, ma non nelle attuali condizioni, non al momento presente. Per il domani abbiamo il marxismo a credito, il marxismo come messa, il marxismo posticipato, e per l’oggi abbiamo una teoria opportunistica piccolo borghese — e non solamente una teoria — il cui scopo è di attenuare le contraddizioni esistenti. È qualcosa del genere dell’internazionalismo per l’esportazione che prevale ai nostri giorni tra gli ardenti — mai così ardenti — internazionalisti e marxisti che simpatizzano con ogni manifestazione di internazionalismo nel campo nemico, in qualunque posto fuori che nel proprio paese o tra i propri alleati; che simpatizzano con la democrazia fino a che essa rimane una promessa dei loro alleati; che simpatizzano con « l’autodeterminazione delle nazioni », purché non si tratti di quelle dipendenti dallo stato che ha l’onore di avere tra i suoi cittadini i simpatizzanti — in una parola, si tratta di una delle mille e più varietà di ipocrisia che prevalgono ai nostri giorni» (Prefazione di Lenin all’Imperialismo di Bucharin).
* * *
Nel prossimo articolo analizzeremo come si venga articolando la « nuova » elaborazione programmatica per questa strana fase del capitalismo la cui « scoperta » è appannaggio esclusivo dei geni del filocinesismo, o meglio un plagio senza stile da Kautsky. E vedremo come il « programma d’azione » non costituisca per nulla una « nuova elaborazione », ma riproponga senza alcuna originalità il classico e tetro gradualismo riformista.
Se stessimo al filo della cronaca, dovremmo dire che il mostro statale americano rischia da un giorno all’altro di precipitare al suolo: migliaia e decine di migliaia di giovani che stracciano le cartoline-precetto, che « marciano » per la pace, che sfidano la polizia, i pomodori che salutano Humphrey, i « pensatori » e i governi tuttavia ultrademocratici che ne sconfessano la politica, le chiavi di S. Pietro che tintinnano all’orecchio dei popoli oppressi, gli studenti milanesi che… dichiarano guerra agli U.S.A. – se credessimo a preci e sermoni e nonviolenze diremmo: « La va a finire! »
Non è così. Gli idranti della polizia possono (e debbono, dal loro punto di vista) irrorare gli indisciplinati giovani ribelli, ma è proprio sull’impotenza e sulla rassegnazione del pacifismo che si regge e si nutre e s’impingua l’imperialismo bellicista. È quello spettacolo di passiva rinuncia a prendere il toro per le corna, è quella dolciastra aria di sacrestia, è quel belato di pace opposto al ruggito dei cannoni, che dà ai Johnson la certezza di poter marciare indisturbati sul loro carro di fuoco. Dicevamo nel 1949, in « Habemus confitentem reum »:
« L’attuale movimento dei partiti detti comunisti non inquadra i lavoratori che per mandarli dietro tutti i fantocci della rigatteria borghese, per bruciarne le energie al servizio di tutti gli scopi non operai e non classisti.
« Alla campagna per la democrazia e il liberalismo parlamentare e borghese minacciati dal fascismo, alla lotta per le vergognose parole del risorgimento nazionale, della nuova rivoluzione democratica, parole cento volte più insensate di quelle che si davano dagli antibolscevichi al tempo degli zar, segue ora una nuova e più ignobile fase d’imbonimento mondiale: la battaglia con la parola del pacifismo.
« Questo è un nuovo e maggiore capitolo del rinnegamento e dell’abiura dal comunismo marxista. La crociata contro l’imperialismo d’America e d’occidente sarebbe una parola proletaria, ma in tal caso – oltre a non poter essere data da chi gli ha steso i ponti di sbarco incassandone gli stipendi – si presenterebbe come una parola non di pace ma di guerra, guerra di classe, in tutti i paesi.
« Le campagne di pace con invito a tutti i pensatori non comunisti non solo sono maggior disfattismo della impostazione di classe del movimento operaio che degnamente corona tutti gli altri, non solo sono un servizio di primo ordine reso al capitalismo in generale, ma condurranno, come la grande crociata svolta sconciamente dal 1941 al 1945, a rafforzare le grandi strutture statali atlantiche, che crolleranno solo quando il sistema borghese sarà preso di fronte svergognandone le menzognere bandiere di Libertà e di Pace per schiacciarlo dichiaratamente con la dittatura e la guerra di classe ».
c) L’accaparramento del petrolio indonesiano da parte dei trust
In seguito alla scoperta di giacimenti di petrolio a Sumatra (Langkat e Atjeh), Giava (Rembang e Semarang) e nelle Molucche (Ceram) è fondata nel 1883 la “N. V. Koninklijke Nederlandsche Maatschappij, tot exploitatie van Petroleum”, che diventerà in seguito la Royal Dutch. Nel 1910 si realizza una fusione fra la Royal Dutch e la Shell Transport and Trading Company con la conseguente creazione della Royal Dutch Shell. A questa fusione di capitale finanziario anglo-olandese viene dietro una fusione supplementare del capitale anglo-olandese con quello americano, per lo sfruttamento comune del petrolio indonesiano.
Lenin, nell’Imperialismo, così descrive questa lotta per la spartizione del mondo: «Naturalmente la divisione del mondo tra due potenti trust non esclude che possa avvenire una nuova spartizione, non appena sia mutata la correlazione delle forze in conseguenza dell’ineguaglianza di sviluppo per effetto di guerre, di crac, ecc. Un esempio di simile nuova spartizione e delle lotte che essa provoca è offerto dall’industria del petrolio».
«Il mercato mondiale del petrolio sostanzialmente è ancor oggi ripartito tra due grandi gruppi finanziari: la Standard Oil Co. americana, di Rockefeller, e i padroni del petrolio russo di Baku, Rothschild e Nobel. Questi due gruppi stanno tra di loro in intimi rapporti, ma da alcuni anni sono minacciati nelle loro posizioni di monopolio da cinque avversari: 1) l’esaurimento delle sorgenti petrolifere d’America; 2) la concorrenza della ditta Mantascev di Baku; 3) la scoperta di nuove sorgenti di petrolio in Austria e 4) in Romania; 5) le sorgenti petrolifere transoceaniche specialmente nelle colonie olandesi (le ricchissime ditte Samuel e Shell, legate anche al capitale inglese). Questi tre ultimi gruppi di imprese sono legati alle grandi banche tedesche ed alla testa sta la più grande, la Deutsche Bank (…) S’iniziò una lotta, chiamata nella letteratura economica lotta per “la spartizione del mondo”. Da un lato il “trust petrolifero” di Rockefeller, per impadronirsi di tutto, fondò nella stessa Olanda una “società figlia”, andò comperando le sorgenti di petrolio nelle Indie Olandesi, allo scopo di colpire a morte il suo principale avversario, il trust anglo-olandese Shell. Dall’altro lato la Deutsche Bank e le altre grandi banche di Berlino cercarono di assicurarsi la Romania e di unirla, contro Rockefeller, con la Russia. Rockefeller disponeva di un capitale molto cospicuo e di una splendida organizzazione per i trasporti e per la consegna di petrolio ai consumatori. La lotta quindi doveva terminare e terminò (1907) con la completa sconfitta della Deutsche Bank» (Lenin).
All’inizio del secolo l’economia indonesiana si trova dunque completamente sottomessa alle leggi del mercato mondiale capitalistico nella fase imperialista, e diviene l’oggetto della lotta per la spartizione del mondo fra i trust e le grandi potenze imperialiste.
Formalmente fino al 1945 l’Indonesia rimarrà una colonia olandese. In realtà si trova nella condizione di quelle «piccole colonie degli Stati minori» di cui parla Lenin, «le quali formano l’oggetto più prossimo, per così dire, di una possibile e verosimile nuova “spartizione” delle colonie». La lotta per la spartizione dell’Indonesia ha visto scendere in campo, dagli inizi del secolo ad oggi, tre grandi potenze: l’imperialismo anglo-olandese, l’imperialismo giapponese, l’imperialismo americano. Tutta la storia politica dell’Indonesia nel nostro secolo è la storia della lotta per la sua spartizione fra queste tre potenze imperialiste: l’ascesa al potere e la caduta di Sukarno ne sono un semplice episodio.
Nella fase imperialista del capitalismo l’esportazione di merci segue l’esportazione del capitale finanziario. La seguente tabella del commercio estero indonesiano dal 1909 al 1939 fornisce un’idea della lotta fra l’imperialismo anglo-olandese, americano, giapponese per la spartizione dell’Indonesia. (Fonte – Bruhat, op. cit., p. 78).
PERCENTUALE DELLE IMPORTAZIONI INDONESIANE DA:
anni
1909
1913
1918
1920
1929
1932
1935
1938
1939
Olanda
32,5
36
3
24
20
16
13
22
21
Stati Uniti
1,8
2
14
15
13
7
8
13
14
Giappone
1,2
2
21
11
11
21
30
15
18
PERCENTUALE DELLE ESPORTAZIONI INDONESIANE VERSO:
Olanda
26,3
34
1
16
16
19
22
20
15
Stati Uniti
3,3
2
18
13
12
12
15
15
21
Giappone
4,3
5
12
6
3
4
5
3
3
Come si vede dalla tabella nel 1913 l’Olanda rappresenta il 36% delle importazioni e il 34% delle esportazioni indonesiane, e Stati Uniti e Giappone rispettivamente solo il 2%, e il 2% e il 5%. Nel 1918, alla fine della prima guerra imperialista per la spartizione del mondo, la posizione dell’Olanda è caduta al 3% delle importazioni e all’1% delle esportazioni, pur rimanendo formalmente l’Indonesia una colonia dell’Olanda, mentre le due nuove potenze imperialiste, Stati Uniti e Giappone, rappresentano nelle importazioni ed esportazioni indonesiane rispettivamente il 14% e il 18%, e il 21% e il 12%.
E fin dal 1922 nelle Tesi del Quarto Congresso sulla Questione d’Oriente l’Internazionale Comunista poteva prevedere lo scatenarsi di un nuovo conflitto imperialistico che avrebbe avuto come causa la lotta fra Stati Uniti e Giappone per una nuova spartizione dell’Asia.
Villaggi con proprietà esclusivamente
Anni
privata
collettiva
1882
5605
13548
1892
8240
11136
1902
6711
7885
1907
6889
7288
1912
7500
6043
1917
7526
4739
1922
8016
3005
L’Indonesia all’inizio del secolo diviene l’arena in cui si affrontano i capitali finanziari anglo-olandese, americano, e giapponese, e la sua economia è completamente sottomessa alle leggi del mercato mondiale capitalistico nella fase imperialista.
Per quanto riguarda l’agricoltura la distruzione delle comunità di villaggio in seguito alla legge agraria del 1870 si accompagna all’introduzione delle colture dell’hevea (caucciù) e dell’elaeis (palma da olio), alla formazione delle grandi piantagioni in cui sono impiegati salariati, e all’assoggettamento della massa dei piccoli contadini da parte degli usurai. Riportiamo alcune cifre, tratte dall’articolo di Samin, Der Aufstand auf Java und Sumatra, pubblicato in Die Kommunistische Internationale, n. 13 del 1927, che riguardano da un lato la distruzione della proprietà comune, dall’altro l’incidenza delle piccole aziende contadine nella produzione di prodotti agricoli di esportazione.
In tutto il periodo considerato dal Samin, dal 1882 al 1922, i villaggi con proprietà mista rimangono intorno alla cifra di 10.000, mentre il numero totale di essi è diminuito a causa della concentrazione di più villaggi in uno solo. Queste cifre forniscono una idea del processo di espropriazione dei contadini e di formazione di una enorme massa di contadini poveri.
Anni
Esportazioni di prodotti agricoli in milioni di fiorini
Percentuale dei prodotti di indigeni (piccole aziende contadine)
Da Giava
1918
231
15,7%
1921
516
12,6%
1922
400
10,3%
1923
651
11,8%
1924
695
12,0%
Dalle altre isole
1918
70
44%
1921
113
47%
1922
121
49%
1923
166
42%
1924
205
41%
Le cifre di questa seconda tabella dimostrano: 1) l’enorme sviluppo della produzione agricola per l’esportazione (da 231 milioni di fiorini nel 1918 a Giava a 695 milioni nel 1924, e nelle altre isole da 70 a 205), dunque l’assoggettamento completo dell’agricoltura indonesiana alle esigenze del mercato mondiale nella fase imperialista; 2) l’incidenza delle piccole aziende contadine sulla produzione di prodotti agricoli per l’esportazione è nettamente minoritaria e in costante diminuzione (dal 15,7% a Giava nel 1918 al 12% nel 1924, e dal 44% al 41% negli stessi anni nelle altre isole); ciò implica il predominio delle grandi piantagioni e l’immiserimento dei contadini; 3) l’introduzione dell’agricoltura capitalistica (piantagioni) è molto più avanzata a Giava che nelle altre isole.
A questo punto possiamo avere un quadro sufficientemente esatto delle due classi fondamentali della società indonesiana negli anni immediatamente seguenti la prima guerra mondiale. Il contadiname povero e sfruttato costituisce l’enorme maggioranza (Maring, come abbiamo visto, nel citato rapporto al Secondo Congresso del Comintern fornisce la cifra di 24 milioni di contadini a Giava su 50 milioni di indigeni). Non possediamo cifre per quanto riguarda il numero dei salariati agricoli nelle piantagioni, evidentemente compresi nei 3-4 milioni di operai di cui parla sempre Maring per quanto riguarda Giava. Il proletariato industriale è abbastanza concentrato, anche se poco numeroso, e si trova dislocato in zuccherifici, miniere di stagno, pozzi di petrolio e raffinerie, mezzi di trasporto (postini ferrovieri e tranvieri), gas ed elettricità. Possediamo le seguenti cifre sull’occupazione operaia, che si riferiscono al 1938: 1.830.000 operai, di cui 120.000 occupati in fabbriche grandi, 840.000 in fabbriche medie, 670.000 in industrie a domicilio. Il numero degli artigiani, sempre al 1938, si aggira intorno ai 3-4 milioni. Si tratta ora di vedere come la lotta delle due classi fondamentali della società indonesiana, il contadiname povero e il proletariato, negli anni dal 1908 al 1927, si è riflessa sul piano politico, sul processo di formazione dei partiti politici in Indonesia, e in particolare del Partito Comunista d’Indonesia.
In una delle innumerevoli pubblicazioni commemorative francesi del cinquantenario della rivoluzione bolscevica, G. Cogniot scrive: «Se la rivoluzione di Ottobre ha trionfato, una delle ragioni ne è che il partito bolscevico seppe unire in una stessa corrente rivoluzionaria la lotta del proletariato per il socialismo, forza decisiva della società, e una serie di altri movimenti, primo fra tutti il movimento del popolo intero per la pace». Un po’ più avanti, Cogniot riconduce la vittoria del proletariato russo e il suo significato internazionale ad «un invito a lottare per la pace con metodi nuovi, senza rimettersi ai governi capitalisti e alla loro diplomazia, ma suscitando l’intervento diretto delle masse più vaste», e presenta tutta l’opera di Lenin come essenzialmente votata alla «causa sacra della pace». Per il democratico borghese, la denunzia dei patti segreti dell’imperialismo zarista, il decreto sulla pace, la dichiarazione dei diritti dei popoli di Russia, il trattato di Brest-Litovsk, i contratti commerciali conclusi dalla giovane repubblica dei Soviet con i paesi capitalistici, sono altrettante talpe sulla via che ha condotto la Russia di Lenin all’odierna politica di « coesistenza pacifica » con l’imperialismo mondiale! E Cogniot non esita un istante a travestire in pacifismo borghese il disfattismo rivoluzionario dei bolscevichi, così come attribuisce ad una rivoluzione che tanto fece per demolire il sistema costituito, il programma di un nuovo ordine internazionale conforme ai « principii » di umanità e democrazia e… ai voti delle encicliche papali: «un programma di rapporti veramente nuovi fra le nazioni, dosati sull’eguaglianza»!
Fra il bolscevismo del 1917 e la politica dei suoi presunti eredi, fra il mondo che una rivoluzione troncata per non aver potuto vincere in tutta l’Europa portava in germe e il mondo della « coesistenza pacifica » v’è un tale abisso, che non è più possibile l’uso di un linguaggio comune. Là dove Lenin intendeva « trasformare la guerra imperialistica in guerra di classe », lo stalinismo non paria che di « lotta per la pace »; là dove Lenin riconosceva la necessità di una battuta d’arresto momentanea nello scontro armato fra proletariato e capitale, Mosca vede il principio di una coesistenza eterna e le fondamenta sacre di un « nuovo » ordine mondiale. Ma il « comunismo » dei Cogniot e C. non ha solo rinnegato Lenin nelle parole; l’ha rinnegato nei fatti. Ogni volta che la guerra è apparsa con tutto il suo significato di classe, come ultima risorsa della società borghese per assicurare la propria conservazione, essi si sono dimenticati tutti i giuramenti pacifisti e le loro stesse « analisi marxiste », che presentavano il futuro massacro come una guerra imperialista, e, con maggior zelo che i socialtraditori del 1914, sono corsi alle armi per la difesa della Civiltà, della Democrazia, della Patria, e perfino dei vecchi imperi coloniali più irrimediabilmente condannati dalla storia. Dopo Marx e Lenin, dopo le conferme date da tante guerre e rivoluzioni, non v’è più nulla da dire sull’ideologia, la natura e l’incoerenza del pacifismo. La guerra del Vietnam lo prova una volta di più; il pacifismo deve tutta la sua esistenza di eunuco alla violenza dispotica del suo padrone, il Capitale. Ai comunisti non resta perciò che mostrare, oggi in teoria e domani in pratica, il carattere di classe del disfattismo rivoluzionario, così come l’Ottobre russo ne ha dato l’esempio, e come s’imporrà di nuovo alla coscienza e all’azione politica del proletariato.
Pacifismo interclassista o disfattismo rivoluzionario?
È una vecchia menzogna diffusa dallo stalinismo e dalla mitologia dei fronti popolari quella che attribuisce la vittoria di Ottobre a una pretesa « unione » realizzata dai bolscevichi fra gli obiettivi di classe del proletariato russo e «una serie di altri movimenti». Ma Ottobre fu la vittoria di un partito e di una classe su tutti gli altri movimenti scatenati dalla rivoluzione! Ecco che cosa scriveva Lenin dell’unanimità con cui borghesi, mugik e proletari accolsero le rivoluzione di febbraio: «Se la rivoluzione russa ha vinto così facilmente, è solo perché, grazie ad una situazione storica estremamente originale, vi è stata fusione e perfino fusione straordinariamente « unanime » di correnti assolutamente diverse, di interessi di classe assolutamente eterogenei, di aspirazioni politiche e sociali assolutamente opposte» (Lettera da lontano del 7-10 marzo 1917). L' »unità » repubblicana del febbraio 1917 esprimeva dunque quello che i marxisti avevano sempre definito come il carattere duplice della rivoluzione russa: la guerra mondiale aveva « unito » contro lo zarismo il proletariato socialista, il contadiname in lotta per la terra, e perfino la grande borghesia spinta dall’Intesa a prendere le proprie responsabilità politiche di fronte alle sconfitte militari dello zar e alle voci di trattative con la Germania. Ma ciò che la guerra aveva fuso in «una stessa corrente rivoluzionaria» toccherà ai bolscevichi d’infrangerlo e disperderlo, battere di volta in volta i cadetti, i menscevichi, i socialrivoluzionari, e dissociare la lotta del proletariato dal vasto movimento repubblicano del febbraio 1917. Ecco perché Ottobre ha vinto!
Il guaio, per Cogniot e C., è che proprio la questione della guerra e della pace, su cui i pacifisti di tutte le confessioni blaterano oggi con una tale unanimità, rappresentò alla prova della rivoluzione la pietra di paragone degli interessi di classe, la linea di demarcazione fra il comunismo internazionalista e tutte le altre correnti. Dov’era nel 1917 il « movimento dell’intero popolo per la pace »? Miliukov assicurava la Francia e l’Inghilterra sulla «decisione di tutto il popolo di condurre la guerra mondiale fino alla vittoria finale»; il « socialista » ministro della guerra Kerensky si incaricava di preparare l’offensiva di primavera sul fronte russo: i partiti di « sinistra » erano divenuti bellicisti per la pelle sotto pretesto di « difendere le conquiste della rivoluzione ». Solo contro tutti, il partito bolscevico chiamava le masse alla sconfitta della patria, alla trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Questa lotta era agli antipodi del pacifismo. Era una lotta politica di classe, come mostra Lenin in una « Lettera da lontano » in polemica con le illusioni pacifiste di Gorki:
«L’operaio tedesco vede ora la monarchia bellicista sostituita in Russia da una repubblica bellicista, una repubblica di capitalisti ansiosi di proseguire la guerra imperialista, che approvano i trattati briganteschi conclusi dalla monarchia zarista. Giudicatene voi stesso; l’operaio tedesco può aver fiducia in una simile repubblica? Giudicatene voi stesso; la guerra potrà continuare, la dominazione dei capitalisti potrà mantenersi sulla terra, se il popolo russo, aiutato oggi come ieri dai ricordi ancora vivi della grande rivoluzione del 1905, conquista la sua libertà completa e consegna tutto il potere di Stato ai Soviet dei deputati operai e contadini?» (Lettera del 12-25 marzo).
Bisogna essere dei filistei, per vedere nella propaganda e nella battaglia dei bolscevichi nel 1917 una « lotta per la pace ». Il disfattismo dei comunisti fu una lotta per la rivoluzione, per la solidarietà di classe del proletariato mondiale contro la borghesia. E, quando il soldato russo, cioè il contadino in armi così come l’operaio socialista, «votò per la pace con le suole delle scarpe», non fu questa la vittoria di un pacifismo interclassista; fu l’adesione del più oscuro mugik al programma rivoluzionario del proletariato.
Nella Storia della rivoluzione russa, Trotzky mostra le circostanze e il carattere di questa adesione: «Quando i deputati della Duma percorsero il fronte sui primi di marzo, i soldati, specialmente i più anziani, domandavano invariabilmente: « E che cosa si dice della terra? ». I deputati rispondevano evasivamente che la questione agraria sarebbe stata risolta dall’Assemblea costituente. Ma ecco levarsi una voce che tradisce il pensiero segreto di tutti: « A che pro la terra? Se non esisto più, non ne avrò più bisogno ». Questo è il punto di partenza dei programma rivoluzionario dei soldati: prima la pace, poi la terra». Svolta decisiva, in cui la guerra spinge il contadino-soldato verso il disfattismo del proletariato e fa passare in testa alle sue preoccupazioni non i propri interessi di classe (la terra), ma le parole d’ordine più avanzate del socialismo internazionale, fino a qualche anno prima utopia vana e follia settaria. Siamo ben lontani dal pacifismo di oggi, per nulla « settario » ma mille volte più utopistico!
Lo stalinismo nel 1917…
Secondo Cogniot, Ottobre avrebbe inaugurato dei « nuovi metodi » nella « lotta per la pace ». È vero, se si vuol dire che il bolscevismo ha brillantemente seppellito le « lotte per la pace », campagne, leghe, congressi, appelli all’opinione pubblica e altri procedimenti abituali del pacifismo sopravvissuto nelle file della II Internazionale. È vero, se si pensa che il bolscevismo ha combattuto tutte le speranze bugiarde di evitare la guerra in regime capitalista, pur se impiegando per ciò l’arma proletaria dello sciopero generale simultaneo in tutti i paesi belligeranti, – illusione dei sindacalisti e degli anarchici, naufragata nell’agosto 1914 con tutte le altre. Ottobre ha ucciso ogni pacifismo, dai sogni « di pace perpetua tra le nazioni » nati nel Settecento nella fantasia di un abate di Saint-Pierre, fino ai tentativi di realizzare questi « ideali » con « metodi proletari » sotto la dominazione capitalistica. Ottobre ha mostrato che il solo metodo coerente con cui il proletariato possa conquistare la « pace » è quello che corrisponde alla sua lotta per gli obiettivi supremi del comunismo. E il disfattismo di Lenin, mettendo fine a tutte le esitazioni del passato, ha opposto per sempre all’alternativa borghese « guerra o pace » l’invariabile parola d’ordine della rivoluzione proletaria.
Ma per Cogniot la « novità » non è lì. Egli fa a Lenin l’ipocrita elogio di aver rinnovato il pacifismo borghese con « metodi nuovi », riducendo il disfattismo rivoluzionario al trucco di «non rimettersi ai governi capitalisti e alla loro diplomazia» suscitando invece «l’intervento diretto delle masse più vaste». Noi non chiederemo a Cogniot se le conferenze al vertice, le chiacchiere dell’ONU o le basi economiche e sociali della « coesistenza pacifica » fra Stati siano compatibili con l' »intervento diretto delle masse ». Mao Tse-tung l’ha fatto già abbastanza da qualche anno, tirando un bilancio fallimentare da questo pacifismo « rinnovato »; e noi non andremo a cercare a Pechino una qualsiasi ortodossia marxista in materia. Il succo delle polemiche a questo proposito non è neppure l’oziosa discussione sull’inevitabilità delle guerre in regime capitalista, che nessun socialista della II Internazionale avrebbe neppure osato sollevare. Russi e cinesi sono abbastanza pacifisti per credere che, nell’anno di grazia 1967, le guerra sono evitabili. Ma a Mosca ci si rimette alla « buona volontà » dei governi e alla diplomazia internazionale, mentre a Pechino ci si sforza di far sopravvivere il pacifismo. Qui si continua a voler mobilitare « le masse più vaste » intorno ai suoi sermoni; là, ci si limita a mobilitare i vagoni di merci e i biglietti di banca!
Lasciamo questi moderni arnesi proseguire la loro « pacifica » marcia, e soffermiamoci sugli ultimi « marciatori della pace », animali veramente preistorici in un mondo così « civilizzato ». Sarebbero questi, dunque, i mostri partoriti dalla rivoluzione d’Ottobre? Non si affannano essi a « suscitare l’intervento diretto delle masse » per convincere o addirittura « costringere » i governi a esaudire i loro voti? Questo « metodo nuovo », sperimentato dallo stalinismo per vari decenni senza alcun successo, è del tutto coerente con le posizioni assunte da Baffone nel marzo 1917.
Che il lettore ci perdoni se, in questa rubrica riservata alle grandi pagine del 1917, la polemica contro 40 anni di tradimento ci costringe a citare testi, posizioni, uomini, che la Storia, aveva lasciato da parte sulla via magistrale di Lenin, ma che la controrivoluzione ha rispolverato dando loro una statura e una « genialità » che non ebbero mai. Tutto ciò mostra come sia lungo e difficile il cammino che riporterà i proletari alle tradizioni storiche del 1917…
Qual era la posizione di Stalin prima delle « Tesi di aprile »? Il disfattismo rivoluzionario era così poco una faccenda di « tutto il popolo », che nel seno stesso del partito bolscevico questa parola d’ordine, lanciata fin dal 1914, nel febbraio 1917 non raccoglieva affatto l’unanimità. Certi militanti dichiaravano che, con la caduta dello zarismo e l’instaurazione della repubblica, si dovevano chiamare le masse non più al disfattismo, ma alla « difesa della rivoluzione » di fronte al nemico. Come sempre, Stalin prese una posizione intermedia, essenzialmente « pratica ». Nell’articolo « Sulla guerra » nella Pravda del 16 marzo, Stalin, ricordato che l’abbattimento dello zarismo non ha affatto mutato il carattere della guerra e che sarebbe vergognoso per i socialisti russi seguire l’esempio dei francesi e dei tedeschi, scriveva: «Quali sono le misure pratiche che possono condurre ad una pronta cessazione delle ostilità? Prima di tutto, non v’è dubbio che la semplice parola d’ordine « Abbasso la guerra » è assolutamente impraticabile, perché, non uscendo dai limiti di una propaganda delle idee di pace in generale, non può darci alcuna influenza pratica sulle forze belligeranti. D’altra parte, non si può non salutare l’appello lanciato ieri dal Soviet dei deputati operai e soldati di Pietrogrado ai popoli del mondo intero perché costringano i loro governi a far cessare il massacro. Questo appello, se arriva fino alle grandi masse, ricondurrà senza dubbio centinaia e migliaia di operai alla parola d’ordine dimenticata: « Proletari di tutti i paesi, unitevi! ». Bisogna tuttavia osservare che non ci condurrà direttamente allo scopo. […]
«Dov’è, dunque, la via di uscita? La via di uscita sta nel far pressione sul governo provvisorio, esigendo che si proclami d’accordo per aprire immediatamente delle trattative di pace».
Presa d’assalto o « pressioni riformiste »?
Eccolo, il « nuovo metodo »! Stalin intendeva il disfattismo e la fraternizzazione, al modo dei socialpatrioti, come un’utopia che non esce « dai limiti di una propaganda delle idee di pace generale ». Come poteva essere diverso? Nella guerra imperialista, il disfattismo di Lenin era strettamente legato alla prospettiva di rovesciare il governo provvisorio, di proseguire la rivoluzione e di fondare una nuova Internazionale. Stalin si atteneva per la Russia alla concezione menscevica della « tappa democratica » destinata a concludersi nella convocazione dell’Assemblea costituente. Il suo giudizio sull’appello del Soviet di Pietrogrado è dello stesso ordine. Egli non ne denunzia, come Lenin, le illusioni pacifiste, ma lo saluta come una bella iniziativa che tuttavia resterà senza « efficacia ». E invero, chi poteva assicurare a Stalin, e a Miliukov, o a Kerensky, che il soldato tedesco avrebbe immediatamente rivolto le armi contro il suo governo, risparmiando così alla Russia repubblicana gli inconvenienti di una sconfitta clamorosa? Per Stalin, la « via di uscita », il nec plus ultra della « lotta per la pace » (la lotta per il socialismo non è neppure all’ordine del giorno!), è quindi la « pressione » esercitata sui governi perché proclamino le loro buone intenzioni. Su una via simile, la rivoluzione di Ottobre non ci sarebbe mai stata!
Ecco che cosa Lenin scrive di questi « metodi nuovi », nella citata lettera in polemica con Gorki: «Invitare il governo Guckov-Miliukov a concludere al più presto una pace onesta, democratica e di buon vicinato, significa imitare il « buon parroco » di villaggio che, nel suo sermone, invita i proprietari terrieri e i mercanti a vivere « secondo la legge divina », ad amare il prossimo e ad offrire la guancia destra quando si schiaffeggia la sinistra. I proprietari terrieri e i mercanti ascoltano il sermone e continuano a opprimere e spogliare il popolo, ammirando l’abilità del « buon padre » che sa consolare e rabbonire i « bravi piccoli mugik »» (lettera del 12-25 marzo 1917).
Nel 1924, paventando che il metodo delle « pressioni » governative compromettesse definitivamente l’azione rivoluzionaria dell’Internazionale, Trotzky trarrà questa lezione dall’anno 1917: «Non si può conquistare il potere seguendo la via delle riforme. Con una « pressione » non si può costringere la borghesia a cambiar politica sulla questione da cui tutta la sua sorte dipende. La guerra ha creato una situazione rivoluzionaria proprio perché non ha lasciato posto ad alcuna « pressione » riformista. O si doveva far blocco con la borghesia, o si dovevano mobilitare le masse contro la borghesia allo scopo di strapparle il potere. Nel primo caso, si poteva ottenere dalla borghesia questa o quella concessione in politica interna, ma a patto di un appoggio illimitato alla sua politica estera imperialista. È appunto perciò che, dall’inizio della guerra, il socialismo riformista si trasformò apertamente in imperialismo socialista. È appunto perciò che i veri rivoluzionari furono costretti a fondare una nuova Internazionale» (Le lezioni di Ottobre).
Dal 1914 Lenin tracciò quella linea retta del disfattismo rivoluzionario che i socialpatrioti giudicavano « chimerica » e « insensata ». Ma, di fronte a coloro che cercavano l' »efficacia » nei governi borghesi di « difesa nazionale » o nei metodi di « pressione » di pacifisti alla Stalin, i bolscevichi non mancarono di sottolineare che il loro programma era, finché durava il sistema capitalista, « impraticabile ». Lenin l’aveva detto nel 1914 e lo ripeté nel 1917: «Che cosa farebbe il nostro partito se la rivoluzione lo portasse subito al potere? Noi abbiamo risposto: 1) proporremmo immediatamente la pace a tutti i popoli belligeranti; 2) pubblicheremmo le nostre condizioni di pace, che consistono nell’immediata liberazione di tutte le colonie e di tutti i popoli oppressi, o lesi nei loro diritti; 3) cominceremmo senza indugio e porteremmo a termine l’emancipazione dei popoli oppressi dai Grandi-Russi; 4) non ci dissimuliamo affatto che queste condizioni sarebbero inaccettabili non solo per la borghesia monarchica di Germania, ma anche per la sua borghesia repubblicana, e non solo per la Germania, ma anche per i governi capitalisti di Francia e Inghilterra» (Lettera di commiato ai lavoratori svizzeri, 26 marzo-8 aprile 1917).
Pacifismo, questo? programma di « democrazia universale »? Perfino la liberazione dei popoli russi vittime dell’oppressione politica e religiosa dello zarismo fu l’opera esclusiva del proletariato e il frutto della sua vittoria sul Capitale! Pacifismo, la pace di Brest-Litovsk firmata dalla giovane repubblica dei Soviet con la Germania? 40 anni di stalinismo hanno presentato questa episodio come una testimonianza inconfutabile del « desiderio di pace » della Russia, e si è sacrificato ad una pretesa politica di buon vicinato e di rapporti pacifici con tutti gli Stati la memoria di Trotzky che, a Brest, ebbe l’unico « torto » di tirare in lungo le trattative nella speranza che la rivoluzione tedesca non tardasse a piantare le baionette nella schiena dei plenipotenziari del Kaiser! Che cosa non si è scritto, poi, contro le guerre rivoluzionarie e la possibilità per il proletariato di « esportare » con le armi la sua rivoluzione, che è internazionale e potrà trionfare solo alla scala del mondo? Lenin l’ha detto e ripetuto: nessun principio sacro aveva indotto la Russia proletaria a firmare la pace di Brest; solo il rapporto della forza ve l’aveva costretta. Nella sua lettera del 1917 ai lavoratori svizzeri, egli considerava come segue l’avvenire in caso di vittoria in Russia: «Noi dovremmo sostenere una guerra rivoluzionaria contro la borghesia tedesca, e non soltanto tedesca. Questa guerra noi la faremmo. Noi non siamo dei pacifisti. Siamo nemici delle guerre imperialiste per la divisione del bottino fra capitalisti, ma abbiamo sempre dichiarato che sarebbe assurdo per il proletariato rivoluzionario ripudiare le guerre rivoluzionarie che possono rivelarsi indispensabili nell’interesse del socialismo».
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Qual è, dunque, sulla questione della guerra, il grande insegnamento della rivoluzione di Ottobre? È di aver liquidato ogni pacifismo e di aver forgiato per sempre l’arma di classe del proletariato: il suo disfattismo rivoluzionario. La vecchia socialdemocrazia o il pseudo-comunismo mille volte più « democratico » e patriottardo hanno costantemente sfruttato la menzogna secondo cui la Comune sarebbe insorta al solo appello alla difesa nazionale e contro il tradimento dei versagliesi. Ma, dopo questa prima esperienza storica e il senso che Marx ne diede, non era già più lecito opporre le ultime illusioni patriottiche dei Comunardi, né le stesse affermazioni di Blanqui nei suoi articoli su « La patria in pericolo », allo spirito di quella rivoluzione e alle sue tendenze profonde. Ciò è tanto più vero dopo la rivoluzione di Ottobre, in cui un partito di classe ci ha lasciato l’esempio luminoso, nella teoria e nella pratica, di un disfattismo rivoluzionario senza sbavature. La chiarezza delle idee e la decisione degli uomini non hanno certo impedito l’opera della controrivoluzione che identifica le parole d’ordine di Lenin con il più sfrontato pacifismo. Si è perfino trovato a questo fine nell’opera di Lenin l’infelice espressione di « pacifismo socialista » usato per far contrasto al pacifismo borghese. Ma dov’è dunque il « dogmatismo », se non nella spudorata esegesi che oppone la lettera morta alla storia vivente delle rivoluzioni, e si sforza di far camminare quel cadavere che è il pacifismo democratico? Sono decenni e decenni che i rinnegati di Mosca, di Pechino e di altrove pretendono di tenere in vita un « pacifismo socialista ». Non c’è da cambiare una virgola nella dottrina, di Marx e di Lenin, per proclamare che ogni pacifismo è estraneo ed ostile all’ideologia di classe del proletariato.
Il 22 marzo 1927, i proletari di Shanghai, da quindici giorni in aspra lotta nelle strade e nelle piazze contro il bieco regime del locale «signore della guerra», si impadronivano della immensa città e, fedeli agli ordini di stretta collaborazione con il partito nazionalista del Kuomintang, impartiti dall’Internazionale stalinizzata, ne consegnavano generosamente le chiavi a Chang Kai-shek. Esattamente venti giorni dopo, il 12 aprile, il losco figuro che Stalin aveva dato ordine di appoggiare perché offriva un «ponte verso gli uomini di affari» e, in ogni caso, la prospettiva era di «spremerlo come un limone, per poi buttarlo via», procedeva al disarmo dei proletari ingenuamente postisi ai suoi servigi, massacrava chiunque resistesse, e instaurava un potere di ferro sulle spalle di coloro ai quali soltanto doveva la vittoria.
Gli operai cinesi erano stati protagonisti, a Canton, di scioperi di un’ampiezza e di una durata imponente; essi e i contadini in rivolta avevano spianato la strada all’avanzata delle truppe nazionaliste verso il Nord; quasi inermi, o armati di poche pistole e di molte canne di bambù, avevano fatto piazza pulita non solo di agrari e capitalisti locali, ma, in qualche grande centro fluviale e costiero, delle stesse orgogliose concessioni straniere; essi e i militanti comunisti avevano organizzato l’esercito vittorioso, servendolo, e il Kuomintang, accodandoglisi. Fedele all’assassina teoria staliniana delle «tappe», – quella stessa teoria che (come ricorda un altro articolo di questo numero) Stalin aveva propugnato nel 1917, prima del ritorno di Lenin, trasformando il disfattismo rivoluzionario in un’imbelle «pressione sul governo perché intavoli negoziati di pace» e, poco dopo, sostenendo che prima il governo provvisorio democratico doveva avere «esaurito» il suo compito, e solo poi i proletari avrebbero pensato a togliergli l’appoggio, l’Internazionale aveva dato ordine al PC cinese di non fondare Soviet, di non espropriare i proprietari terrieri, di non guastarsi con gli industriali: ancora dopo il colpo di Chang Kai-shek (divenuto, da «eroe rivoluzionario», traditore del… proletariato) gli ordinerà di non separarsi dal Kuomintang, di «non approfondire la rivoluzione prima che si sia sufficientemente estesa», di non sequestrare le terre degli ufficiali rivoluzionari e dei loro parenti (cioè, in pratica, di tutti gli agrari, prontissimi a passare all’ultimo momento in campo nazionalista e, in ogni caso, legati da rapporti di parentela con gli «eroi» dell’esercito, data l’estrema latitudine del concetto di famiglia in Cina), e di non aggravare le difficoltà dell’industria e dell’autorità statale, spostando le simpatie da Chang Kai-shek al famoso «Kuomintang di sinistra», ingiungendo loro perfino di entrare nel nuovo governo concorrente di Wuhan per ricoprire le cariche di ministri del lavoro e dell’agricoltura, e attendendo il giorno in cui anche questa ala della borghesia democratica «esaurisse» il suo compito, solo per accorgersi che, nell’«esaurirlo» (anzi, prima di averlo esaurito), essa avrebbe scatenato sui proletari inermi, ai quali si era detto di… seppellire le armi anziché usarle, un terrore ancora più spaventoso di quello di cui l’intramontabile Chang Kai-shek li aveva fatti oggetto a Shanghai e che dalle città dilagherà spaventosamente nelle campagne.
Sarà, da aprile a tutto agosto, il più spaventoso bagno di sangue che la storia del movimento proletario abbia subito nella sua storia secolare; sarà, nello stesso tempo, l’irrevocabile condanna dello stalinismo sul piano della teoria e della tattica, e il suo trionfo nell’oscena prassi di governo; sarà l’ultima battaglia condotta con indomita fierezza da Trotskij in nome dell’internazionalismo, delle prospettive di ripresa e di vittoria della classe operaia cinese all’avanguardia dell’esercito contadino in armi, e di saldatura della loro eroica battaglia con quella contemporanea dei minatori inglesi; sarà il fango prima, il sangue poi, in cui l’Opposizione russa e internazionale verranno annegati; sarà l’inizio della precipitosa bancarotta del Comintern e del movimento operaio in tutto il mondo, e l’alba della politica di collaborazione di classe, e di tradimento di qualunque postulato marxista, nella quale, da allora, la classe lavoratrice è immersa e ceduta, legati mani e piedi, al suo avversario.
I proletari di Shanghai che, vittoriosi da soli contro il capitale indigeno e mondiale, versarono il loro sangue sotto i colpi del solito «alleato di sinistra», del solito «governo migliore» da tenersi buono contro quello «peggiore», della rinunzia al carattere internazionale e permanente della rivoluzione comunista nella classica frase di Marx, siano ricordati a 40 anni di distanza; essi che nessuno si degna non diciamo di commemorare, ma neppure di considerare morti sulla stessa barricata dei Comunardi di Parigi, degli anonimi operai e contadini caduti in tre anni di guerra civile su tutti i fronti della Russia, della vecchia guardia falciata dall’ignobile mano del boia della controrivoluzione capitalistica mondiale banchettante sulle loro spoglie a Formosa.
Pochi giorni prima del macello di Shanghai, Stalin aveva detto: «Chang Kai-shek è costretto a giurare obbedienza ai principi della fedeltà rivoluzionaria, a sottomettersi». Trotskij rispose che questa «fedeltà» e questa «sottomissione» erano ormai scritte a lettere di sangue e di fuoco nella tragedia del proletariato cinese. Egli stesso cadrà, vittima della stessa ondata di bestiali sacrifici sull’altare del «socialismo in un solo paese».
In una pagina che riprodurremo nel prossimo numero, questa comunanza nella battaglia di classe e nella morte sulla sua barricata rabbiosamente difesa, sarà ricordata in omaggio agli anonimi eroi di quei giorni di fulgida luce, oggi che la turpe ombra della controrivoluzione li ha avvolti nell’oblio.
A qual punto di tradimento siano giunti gli opportunisti che dirigono la CGIL e come essi concepiscano ormai il sindacato come una organizzazione corporativa, ci è indicato chiaramente da un volantino diffuso dalla FIOM agli operai di Viareggio nel febbraio scorso, in cui si parla della necessità di firmare le famigerate deleghe sindacali. Il nostro partito ha detto chiaramente che le deleghe rappresentano un vero e proprio tradimento ai danni degli operai perché sottomettono praticamente il sindacato alle direzioni aziendali facendo dipendere da queste il suo finanziamento e distruggono l’autonomia organizzativa del sindacato operaio. Ma il volantino è interessante perché in esso è chiara la tendenza dei dirigenti sindacali a fare dell’iscrizione al sindacato una vera e propria tessera del pane, cioè a rendere obbligatoria, secondo il migliore stile fascista, l’iscrizione al sindacato. Si dice infatti nel volantino:
«Ogni lavoratore deve essere organizzato, il nostro direttivo ha deciso di assistere solo gli organizzati.
«Vorremmo invitare i lavoratori a leggere la sentenza della Corte suprema di Cassazione, che dice… la corte suprema di cassazione ha emesso una interessante sentenza nella quale ha stabilito che i contratti collettivi di lavoro e le norme in essi contenute non possono essere invocati dai lavoratori se essi non sono iscritti alle organizzazioni sindacali stipulanti, anche se il datore di lavoro è regolarmente iscritto all’associazione padronale. In altre parole la sentenza stabilisce, almeno sul piano giuridico, che il lavoratore per invocare il trattamento previsto dal contratto di lavoro deve essere iscritto al sindacato, in caso contrario non può essere tutelato nei suoi diritti… Ci pare che ogni commento sia superfluo. Invitiamo pertanto tutti i lavoratori a riflettere seriamente sul giudizio di questa sentenza».
Anche a noi sembra che ogni commento sia superfluo e invitiamo anche noi i lavoratori a riflettere. Dove stanno portando la CGIL rossa i dirigenti opportunisti? Essi chiedono l’iscrizione dei lavoratori al sindacato avvalendosi di una sentenza dello stato borghese, di quel medesimo stato che bastona gli operai in sciopero e che nega loro un qualsiasi miglioramento delle loro condizioni. Invece di opporsi ad una manovra che tende a privare di ogni diritto gli operai non iscritti al sindacato facendone dei paria in completa balia del padrone, si invitano gli operai ad aderire al sindacato non sulla base della loro volontà di organizzarsi e di lottare contro il padrone, ma sulla base della costrizione, imposta dal peggior nemico della classe operaia: lo stato capitalistico.
Sì! Anche noi chiamiamo gli operai a riflettere, ma a riflettere sulla necessità di sbattere fuori dal sindacato operaio i dirigenti opportunisti e traditori che sognano solo di fare del sindacato una organizzazione statale e di sé stessi dei ben pasciuti funzionari dello stato borghese. Diventa più che mai urgente e necessario per tutti i lavoratori, indipendentemente dalle loro opinioni politiche, adoperarsi alla realizzazione della parola d’ordine lanciata dal nostro partito: RISORGA NELLA CGIL UN’ALA RIVOLUZIONARIA CHE RIPORTI IL SINDACATO ALLE SUE TRADIZIONI DI CLASSE E ALLA LOTTA APERTA CONTRO I PADRONI E IL LORO STATO!
La lotta degli operai della S. Gobain di Pisa in difesa del posto di lavoro e contro la forzata riduzione del tempo di occupazione si protrae ormai da più di un mese. Gli operai della S. Gobain si sono battuti e si battono con eroismo e a prezzo di gravi sacrifici. I comunisti rivoluzionari, mentre esprimono la loro piena solidarietà con i proletari della S. Gobain, indicano ai lavoratori nell’INTENSIFICAZIONE e nella GENERALIZZAZIONE DELLA LOTTA gli unici mezzi con cui si può sperare di vincere il padronato.
OPERAI! COMPAGNI!
Le condizioni di supersfruttamento in cui si trovano gli operai della S. Gobain non sono un caso unico o speciale, ma sono le condizioni di tutti gli operai, di tutte le fabbriche. La classe capitalista, con l’appoggio dello Stato del capitale, ha scatenato un’offensiva contro la classe operaia intesa a bloccare i salari e ad intensificare lo sfruttamento, sia riducendo il numero degli operai occupati, sia aumentando il carico di lavoro per ogni operaio. Non si tratta della particolare cattiveria di alcuni padroni, ma della politica generale dei capitalisti, con in prima linea le aziende statali e la polizia. A questa offensiva, che colpisce tutta la classe operaia, non si può rispondere con lotte limitate nel tempo e nello spazio, cioè con lotte aziendali, ma si può e si deve rispondere con la MOBILITAZIONE GENERALE DI TUTTA LA CLASSE OPERAIA IN DIFESA DEI SUOI INTERESSI GENERALI!
OPERAI! COMPAGNI!
Gli operai della S. Gobain devono chiamare alla lotta i loro compagni di tutte le altre fabbriche pisane e in primo luogo gli operai degli altri stabilimenti soggetti allo stesso padrone. Solo la solidarietà fattiva nella lotta di tutti i lavoratori permetterà agli operai della S. Gobain di vincere la loro battaglia, come a tutta la classe operaia di condurre le lotte future contro lo sfruttamento capitalistico!
VIVA LA SOLIDARIETÀ DI CLASSE FRA TUTTI I PROLETARI!
VIVA LO SCIOPERO GENERALE IN DIFESA DEI COMPAGNI DELLA S. GOBAIN!
Un rapporto presentato dalla Anti-slavery Society alle Nazioni Unite informa che in venticinque o trenta paesi si pratica ancora la schiavitù, e almeno duecentocinquantamila individui sono privati dei «fondamentali diritti umani». L’articolista del Corriere della Sera così prosegue: «Molti degli individui emancipati in seguito al decreto di Feisal 17 novembre 1962 (decreto di abolizione della schiavitù nell’Arabia Saudita, centro principale del traffico di schiavi) sono tornati dopo poche settimane dai loro antichi padroni, sgomentati dal problema di inserirsi in una società ancora povera e ancora all’inizio di un processo di rinnovamento ritardato per secoli».
Ecco subito trovato da lor signori il motivo per cui gli schiavi, lasciati «liberi», ma trasformati in proletari, tornano dai loro padroni: la riluttanza ad inserirsi in una «società ancora povera»!
Il vero motivo noi lo sappiamo fin dal 1845: esso era valido il 17 novembre 1962, ed è valido oggi e lo sarà fin quando il proletariato non avrà preso il potere ed esercitato la sua dittatura. Il motivo è concentrato in queste righe scritte da Engels nel 1845 ne La situazione della classe operaia in Inghilterra, pag. 140:
«Il proletario, il quale non possiede nulla all’infuori delle sue braccia, che consuma oggi ciò che ha guadagnato ieri, che è interamente soggetto al giuoco del caso, che non ha nulla che gli garantisca anche in futuro la possibilità di procurarsi i mezzi più necessari di sussistenza – una crisi, un capriccio qualsiasi del suo padrone lo può lasciare disoccupato – il proletario è ridotto alla condizione più rivoltante, più disumana che l’uomo possa immaginare. Lo schiavo ha almeno l’esistenza assicurata dall’interesse egoistico del suo padrone, il servo della gleba ha ancora un pezzo di terra, nel quale vive; essi hanno una garanzia almeno per la esistenza pura e semplice: ma il proletario è abbandonato a se stesso, e tuttavia, nello stesso tempo, è messo nell’impossibilità di impiegare le sue forze in modo da potervi contare. Tutto ciò che il proletario può fare per migliorare la sua posizione scompare come una goccia nel mare, di fronte alle vicende alle quali è esposto, e sulle quali non ha il minimo potere».
Prima o poi, gli schiavi «emancipati» si inseriranno nella società del capitale: non potranno farne a meno, sia povera o no la società destinata ad accoglierli nel loro seno. Ma invano i preti e i professori di questa società cercheranno di convincerli che, inseriti in essa, saranno finalmente degli «uomini», con tanto di «diritti umani».
La riunione regionale delle sezioni toscane del 2 aprile è stata dedicata a due temi: la prosecuzione del rapporto sulla storia della rivoluzione bolscevica, con particolare riguardo alla rivoluzione del 1905 e alle prospettive generali di lotta rivoluzionaria in Russia, dove un proletariato, altamente concentrato, e organizzato in partito autonomo, si affacciava alla storia con la rivendicazione di un ruolo direttivo, ed anzi egemone, nella rivoluzione borghese portata «fino in fondo» e quindi, nella cornice non dello Stato nazionale ma della lotta internazionale del proletariato, destinata a divenire rivoluzione socialista; e un rapporto di grande interesse che, partendo dal referendum indetto da «Rinascita» sull’autonomia e l’unificazione sindacale, illustrava il piano controrivoluzionario dell’opportunismo dominante in seno alla CGIL, per fondersi con le centrali bianche e gialle nate appunto per difendere il padronato contro l’impeto delle lotte operaie, gettando così alle ortiche l’ultimo e sia pur remoto legame con le sue origini classiste e schierandosi sullo stesso fronte del corporativismo fascista (la rivendicazione dell’«autonomia» dei sindacati dai partiti e dell’abolizione delle correnti in seno all’organizzazione economica operaia avendo lo stesso fine). L’ultima parte della riunione è stata riservata all’esame del lavoro svolto dalle sezioni nei campi inseparabili della propaganda, del proselitismo e dell’intervento nelle lotte operaie.
Lo stesso giorno, a Trieste, i compagni anche del Friuli ribadivano i concetti del nostro manifesto sul rifiuto della delega e per la riaffermazione dei principi della corrente rivoluzionaria marxista nei sindacati.
La rivoluzione russa del 1905 è pure stata il tema di uno dei rapporti tenuti alla riunione siculo-calabrese del 9-4 a Messina. L’altro era un’esposizione della serie di articoli su Partito e sindacati apparso sul «Programma» nel corso del 1966. Queste riunioni hanno ormai assunto un carattere regolare e proseguiranno per un sempre migliore affiatamento fra le sezioni al di qua e al di là dello Stretto.
Il 2 aprile si sono riunite ad Asti, inaugurando la nuova sede locale, i compagni del Piemonte, con una rappresentanza anche della Liguria. Un giovane compagno ha brillantemente svolto il tema: Democrazia e fascismo, mostrando come due metodi apparentemente contrastanti in realtà si integrino, alternandosi storicamente nella difesa del regime borghese e fondendosi nella pratica di governo democratica di questo dopoguerra all’insegna delle «quattro libertà» e degli «eterni principi».