Da Sing Sing a Berlino: Esecuzione capitale ed esecuzione del Capitale
La sedia elettrica di Sing Sing che ha folgorato Julius ed Ethel Rosenberg ha dato la replica alla scarica del plotone militare russo che aveva abbattuto il rivoltoso berlinese Willy Göttling, primo di una tremenda serie.
Noi marxisti non siamo né contro l’uso della violenza né contro la pena di morte come nei vieti principii di ipocrita filantropia, accreditati presso il filisteo borghese. Se la lotta delle classi si svolge in guerra civile e questa è condotta tra due organizzazioni armate, tutti i mezzi che valgono a vincere non sono esclusi, ed in principio si ammette e spiega anche la soppressione dell’avversario catturato, a cui tutte le rivoluzioni si sono viste costrette. Il moto proletario non adulterato eviterà domani le forme ripugnanti e torturatrici della procedura “secondo giustizia”.
Non ha dunque senso l’indagine giuridica e morale sul soggetto dell’esecuzione: interessa vedere qual è la forza sociale che la compie.
I Rosenberg erano cittadini americani? Ma la guerra di classe si fa tra figli di una stessa patria e avete fatto analoga guerra per fini partigiani e democratici tra connazionali come in Italia. Erano spie pagate e lo facevano per denaro e non per opinione politica? E il cittadino Eisenhower non fa il generale e il presidente essendo pagato? “My job” dicono questi disgustosi quacqueri. Di cappello al vostro e al job del boia.
Anche una vera rivoluzione potrà sopprimere i suoi avversari. Ma oggi di là e di qua dall’Atlantico, si “eseguisce” per conservare i poteri del Capitale.
Le due organizzazioni di propaganda stanno al varco di tutte le notizie col loro nugolo di agenti pagati anche loro per una funzione che non ha nulla da invidiare a quella della spia. Le due propagande opposte coi loro clichés in collezione tutti pronti per l’inchiostro si tengono direttamente bordone, e si accreditano l’una con l’altra mentre stoltamente si insultano.
Talvolta però sono colte di sorpresa da un evento improvviso e fuori dalle loro prospettive. Ed allora solo dopo alcune ore imbroccano la suonata. Dopo il primo giorno l’insurrezione dei lavoratori berlinesi è stata dalla stampa atlantica truccata come un movimento per la libertà e la democrazia di Occidente, marca sedia elettrica, e processo ai criminali di guerra, come una lotta per l’unità della patria tedesca e per le “libere elezioni”. Ed allora si fa gioco ai governatori militari russi ed alla stampa stalinista che hanno interesse a far credere – ma riusciranno proprio in eterno nei loro inganni senza precedenti storici?! – che si tratta di provocazione e sobillazione occidentale, e altre sconcezze. Allora è vero che il pittore disoccupato Göttling era anche lui “agente pagato” dalle ambasciate alleate, come i Rosenberg da quelle russe. Ora l’una e l’altra cosa potrebbero essere vere, ma ciò nulla toglierebbe alla verità storica che la giustizia americana e il militarismo russo hanno lavorato contro la classe operaia e per la salvezza dei regimi del capitale, lontani, diversi, ostili tra loro, ma ciò malgrado inchiodati allo stesso troncone sociale.
Solo nel primo giorno la stessa stampa democratica atlantica è stata travolta dalla verità – e con essa la sua stampa rivale che tardi si è rifatta con pietose storture sugli “errori” economici e sulla reazione dei lavoratori che si sono lasciati sobillare! Si sarebbe dimenticato di abrogare le norme della legge del 28 Maggio che imponeva più lavoro per meno denaro, e non aumentava la paga del cottimo! Ma da un secolo sappiamo che si deve lottare contro il cottimo e per la riduzione della giornata! Errori di schematismo: ve la siete cavata così. La raffica di pallottole, ecco una cosa senza errori di schematismo!
Nei primi resoconti si sono visti gli edili dei cantieri della Stalinallee, alla comunicazione delle nuove norme, lasciare spontanei e compatti il lavoro. Sono i valorosi lavoratori di mille lotte sindacali e politiche, sono i nipoti dei vecchi socialisti, i figli degli spartachisti di Carlo e di Rosa. “Hanno marciato verso la grande storica piazza dei quartieri orientali, sacra alle manifestazioni dei ‘rossi’ di trent’anni fa, dove sorge la Camera del Lavoro, dove arringava la Luxemburg: l’Alexanderplatz”. Sono lì presso le Hallen, i grandi mercati, frequentati dai “puri” berlinesi, autisti, scaricatori, addetti alle vendite. “Tutta gente – diceva una canzone berlinese dell’altra guerra – che non perde mai un’occasione di fare a cazzotti”.
I borghesi vedono l’immenso corteo, lo credono ufficiale, poi capiscono e si infilano nelle stazioni della metropolitana. “I borghesi tedeschi hanno sempre preferito far fare le rivoluzioni agli altri, pronti ad accettarle senza protesta”. Detto bene, corrispondente borghese ignoto, dovete aver letto del Marx.
Le cronache dello scontro tutti le hanno lette e non è credibile, senza rovesciare questa sporca società di 180 gradi, pensare che i lavoratori di ogni paese le abbiano lette senza fremiti di solidarietà per il movimento, e per gli eroi “pagati” per tentare di spezzare a sassate le antenne radio dei carri a cingoli, lasciandoseli passare sul corpo senza rinculare.
Tra le righe – dei giornali del 17 Giugno – è dato leggere quale era lo spirito della folla: “Non vogliamo l’abolizione delle norme, ma le dimissioni del governo!” – “Basta con i soprusi” – “Avete tradito le classi lavoratrici” – la massa urlava sotto il Palazzo del Governo, mentre gli agenti tedeschi della polizia popolare si strappavano i distintivi facendo causa comune con gli insorti. E un grido inequivocabile: “Siamo comunisti!” – ed altro di indiscutibile senso storico: “I bonzi a morte!”.
Può darsi che esista una ricevuta di rubli per la cospirazione di sabotaggio della bomba atomica, e una di dollari per la propaganda in Berlino Est. Ciò non ha senso alcuno. Il fatto storico che associa nelle consegne di sterminio il presidente dal sorriso stereotipo da vamp, e la professionale freddezza dei generali sovietici, è che essi sono stati fino a ieri alleati e stretti nella lotta contro il genio malefico dell’antilibertà e dell’antipace, trascinando dietro di sé le masse del mondo intero, promettendo che abbattuto quel mostro i nuovi poteri avrebbero amministrato tolleranza e rispetto della “persona umana”.
Se oggi folgorate e sparate è la prova che invano avete entrambi barato alla storia. L’uso della forza è inevitabile oggi che siete voi al potere, perché esso solo, allorché saranno caduti gli inganni delle crociate per la libertà democratica e il progresso popolare, muovendo da tutte le Stalinallee e le Karl Marx Platz del mondo, disperderà questo potere, brucerà il coprifuoco, infrangerà ogni stato d’assedio.
Il gran provocatore
Dopo aver scaraventato sugli arrestati, sui morti e sugli operai in generale di Berlino l’accusa di provocatori o traviati da provocatori, i dirigenti russi hanno fatto come di dovere l’autocritica, e concluso che, se gli operai non li seguono, la colpa è degli errori commessi dal regime. Le «norme» di lavoro sono perciò state abbassate, gli assegni familiari aumentati, l’attuazione dei piani di costruzione di case operaie accelerata. Si vuol mettere una pezza all’«incidente».
Ma la pezza è peggiore del buco. I dirigenti russi ammettono così che il grande «provocatore» è la persistenza di un regime di sfruttamento della forza-lavoro che accomuna est ed ovest in un’unica legge di difesa del profitto. Fosse o no chiara negli operai berlinesi la coscienza delle ragioni per cui si sono mossi, la loro rivolta è una schiacciante dimostrazione che, su tutti i fronti del mondo «liberato», la legge capitalistica della giungla impera, e che il gigante proletario giace affranto da una gragnuola di sconfitte, ma non domo.
Gli operai berlinesi sono insorti contro la galera del lavoro salariato
I sanguinosi fatti di Berlino Est, che la propaganda orchestrata dai politicanti americani ha preteso di elevare al rango di rivolta contro il comunismo e la stampa stalinista di ridurre al livello di una banale provocazione ordita da teppisti all’uopo pagati, costituiscono senza dubbio un tragico episodio. Tragico per quali motivi, e per chi? Lasciamo da parte i facili effetti emotivizzanti, le speculazioni, tanto più freddamente calcolate quanto più celate nelle astute lamentazioni sui dimostranti schiacciati sul lastrico dai carri armati russi lanciati nelle strade e nelle piazze tumultuanti, sugli arresti in massa, lo stato d’assedio, le esecuzioni sommarie.
Tragici sono stati i fatti di Berlino Est per il proletariato internazionale, perché – mentre gli operai berlinesi insorgevano contro la galera del lavoro salariato – ancora una volta l’imperialismo è riuscito a sfruttare per i suoi fini di guerra una manifestazione della collera proletaria contro lo sfruttamento capitalistico e un tentativo di scuoterne il pesante giogo. Una decina di morti sono meno di una goccia di sangue perduto dal gigante proletario, cui ben più tremende emorragie sono valse solo ad accrescerne la forza vitale. E sia detto a scorno di coloro che quotidianamente svolgono la nefanda opera diretta ad apprendere alle masse l’arte di belare pietosamente sulle proprie sofferenze, mentre l’esigenza vitale di uscire dall’inferno dell’imperialismo spezzandone le basi sociali impone al proletariato di esprimere dal proprio seno combattenti intrepidi, disposti al supremo sacrificio della vita. Non, dunque, lutto per le uccisioni e i cadaveri. Nella lotta di classe, che è inevitabile scontro di opposte potenze sociali, anche una sanguinosa disfatta può essere salutata, benché dispensatrice di crudeli tragedie individuali, come un dato positivo, come la premessa di vittorie future. Ciò avviene allorché la sconfitta mette in luce le manchevolezze esistenti nello schieramento proletario e, quel che conta, mostra le posizioni dalle quali il nemico ha combattuto e che occorrerà espugnare per arrivare alla sua distruzione.
Le manifestazioni di Berlino Est sono costate la vita di un numero imprecisato di operai, ma, quel che è di gran lunga più tragico, non sono servite ad aprire uno spiraglio nella cortina di infatuazioni partigiane che avvolge le menti proletarie. In verità, hanno mostrato di quale fulminea reattività e potere di influenzamento dispongano le opposte, ma solidali sul terreno antirivoluzionario, centrali imperialistiche. Hanno dato la misura della strapotenza delle forze della conservazione, che dovevano scattare in piedi ad imbrigliare un’esplosione sociale scaturita dal crudo contrasto tra le forze di produzione e i tirannici rapporti capitalistici, stroncare sul nascere i germi della rivolta di classe, e sfruttare l’esasperazione delle masse ai fini della polemica bellicista che dalla fine della guerra oppone Mosca a Washington. Con adattamento repentino alle urgenti esigenze dell’ora, le esitanze e le irrisolutezze dello schieramento atlantico cessavano d’incanto, sicché tutti i governi di Occidente, senza bisogno di consultarsi, si sono ritrovati insieme nella comune azione tendente a deviare sul terreno nazionalista del pangermanesimo la ribellione delle masse operaie contro precise imposizioni di carattere inequivocabilmente capitalista e sfruttatore, deliberate dal governo stalinista di Grotewohl.
È vero che le centrali propagandistiche del blocco atlantico non hanno esitato ad incitare alla rivolta. Ciò aiuta a comprendere come il ricorso alla violenza e alla guerra civile sia perfettamente compatibile con la conservazione capitalista, quando beninteso il controllo delle forze operaie sia assicurato a formazioni politiche apertamente o copertamente legate all’imperialismo. L’audacia sfrontata dei governi atlantici, specialmente di Bonn e di Washington, doveva spingersi al punto di denunziare al pubblico orrore il regime di sfruttamento di gente nei paesi del blocco russo. Ma proprio qualche giorno prima dei torbidi, il governo Grotewohl non aveva adottato talune misure di politica economica che provavano, per chi ne aveva bisogno, che il modo di produzione e il regime sociale del preteso mondo del “socialismo trionfante” sono fratelli gemelli del capitalismo che, ad onta della marcia democrazia e della ruffiana libertà, asservisce corpi e menti al di qua della cortina di ferro?
Da parte loro, gli oppressori sotto etichetta socialista e comunista non esitavano un attimo a mettersi sotto i piedi tutto il ciarpame propagandistico sul pacifismo e la tolleranza sociale, e passavano il comando della contro-azione ai generali super decorati, alle divisioni corazzate, ai plotoni di esecuzione. Mentre il governo Malenkov tende la mano agli imperialisti di Washington, implorando l’accordo internazionale e la discussione pacifica attorno al tavolo verde dei convegni dei Grandi, i generali ai suoi ordini hanno mostrato, facendo sparare sui dimostranti di Berlino Est, che un accordo che sia impossibile raggiungere è solo quello tra gli interessi delle masse lavoratrici e la conservazione delle classi dominanti borghesi. L’imperialismo può fabbricare 1000 Pan Mun Jom, ma non può concedere nemmeno una tregua agli sfruttati. Non v’è dubbio che gli operai di Berlino Est tentavano di insorgere contro il principio stesso dello sfruttamento del lavoro salariato. In quelle condizioni, i generali russi non potevano fare altro che ordinare la carica ai carri armati. A Mosca, come a Washington, chi attenta alla conservazione del regime del salariato merita la morte.
La propaganda russa e filorussa non ha avuto la vita facile mentre gli incendi divampavano a Berlino, i carri armati spazzavano la folla, i plotoni di esecuzione lavoravano. Ciò perché non ha potuto negare che l’esplosione era dovuta al malcontento delle masse. Già, alcuni giorni prima, il Governo Grotewhol aveva adottate alcune misure che facevano giustizia della retorica antiborghese dello stalinismo tedesco. Un gran numero di industriali e di commercianti le cui aziende erano state confiscate per inadempienza fiscale venivano reintegrati nei loro diritti di proprietà, erano liberati dall’obbligo di pagare gli arretrati delle tasse, ed ammessi ad usufruire di favorevoli prestiti di Stato. Alle aziende commerciali private veniva riconosciuto il diritto di compravendita di merci distribuite al consumatore attraverso la rete degli spacci statali. Era sanzionata pure l’abrogazione delle confische a favore delle cooperative agricole, e la restituzione delle terre o l’equivalente in denaro ai contadini ricchi e medi scappati nella Germania Ovest. Seguivano altri provvedimenti, tra cui la riconsegna delle proprietà del clero. Tali notizie si leggevano sull’Unità del 12 e 13 giugno mentre durava l’ubriacatura elettorale.
Alcune settimane prima il Governo “socialista” decretava l’aumento del 10% delle “norme” di lavoro degli operai, tenendo invariato il salario. Migliore dimostrazione del carattere antioperaio della politica del governo di Grotewhol non poteva aversi. Mentre agli operai si imponeva di lavorare e produrre di più, si carezzava la piccola borghesia, ripromettendosi di segnare un punto a favore nella partita di adescamento e corteggiamento dei ceti borghesi che lo stalinismo gioca sfacciatamente su scala mondiale. Non occorre quindi tirare fuori tenebrose quanto ridicole storie di intrighi di agenti provocatori per afferrare il movente dei torbidi. A qualche giorno dalle misure di governo volte a favorire la piccola proprietà, gli operai edili sfilarono per le vie di Berlino Est protestando contro l’inasprimento delle condizioni di lavoro. Spaventato dalla piega che prendevano gli avvenimenti il Governo ritirò precipitosamente il provvedimento che elevava la norma, ma lo sostituiva con un altro che, sul modello russo, stabiliva fortissimi premi per chi superasse la norma. Per chi lavora nelle fabbriche è chiaro che il cambiamento non cambiava nulla, perché lo sforzo maggiore dell’operaio che “volontariamente” aspira ad ottenere il premio di rendimento costringe inevitabilmente i compagni ad intensificare il lavoro. Il prestigio del Governo, già scosso agli occhi delle masse per le concessioni fatte alla piccola borghesia industriale e commerciale, doveva ricevere un altro duro colpo, apparendo come un segno di debolezza la revoca per aperta imposizione dei dimostranti di una legge aborrita dai lavoratori. Ciò accadeva il 16. Il giorno successivo scoppiavano le dimostrazioni. Alle autorità locali, impotenti a sostenere l’urto della folla inferocita perché esautorate dalla crisi in atto nel Partito di Unità Socialista (S.E.D.) si sostituivano le gerarchie militari sovietiche che proclamavano lo stato di emergenza e passavano alla repressione armata della dimostrazione. Potsdammer Platz, la Leipziger Strasse, la Unter den Linde erano sfollate con raffiche di mitraglia. Scorreva il sangue.
La Neues Deutschland in un editoriale pubblicato il 19, a due giorni dall’eccidio, e riprodotto ampiamente dall’Unità del 20, dopo di aver fatto la cronaca degli avvenimenti, interpretandoli naturalmente alla luce della “teoria del sobillatore”, congenita negli sbirri e nei giornalisti reazionari, si domandava, avendo ammesso che la dimostrazione aveva fatto cessare il lavoro in una serie di aziende: “Come è potuto accadere che una parte notevole degli operai berlinesi, dei lavoratori berlinesi, senza dubbio uomini onesti e in buona fede, fossero così pieni di malcontento da non vedere che in quel momento essi facevano il gioco delle forze fasciste?”. La falsa ingenuità degli impostori! Al governo di Grotewhol, alla Neues Deutschland, all’ Unità sembra ingiustificato il malcontento delle masse lavoratrici che si vedono condannate ad una maggior pena nelle galere delle fabbriche, mentre il Governo che si autodefinisce “socialista e democratico” appoggia le aziende private e il commercio privato, restituisce le terre ai contadini ricchi, reintegra il clero nelle sue proprietà! Non c’è dubbio, e l’abbiamo messo in risalto fin da principio, che le Potenze occidentali abbiano cercato di utilizzare la dimostrazione degli operai berlinesi per i propri fini imperialistici. Ma ciò non cancella il fatto, che pure la stampa staliniana ha dovuto ammettere a denti stretti, che grandi masse di lavoratori berlinesi sono scese in piazza contro i carri armati russi, di null’altro armate tranne che della loro delusione e di una fiammeggiante collera contro coloro che, bestemmiando il nome del socialismo, le tengono legate al giogo dello sfruttamento.
Gli operai berlinesi si ribellavano contro la tirannia della produzione capitalista fondata sul salariato, sulla soggezione del vivente lavoro al Capitale. Sebbene non guidati da una chiara coscienza di classe, e spinti solo dalla disperazione, davano prova di grande coraggio. Anche se la loro impresa non è valsa ad allentare la morsa delle infatuazioni partigiane che divide il proletariato mondiale nei due campi opposti del filorussismo e del filoamericanismo, ha dimostrato tuttavia che le energie di classe del proletariato sono sopite, non distrutte. Scagliando i carri armati contro i dimostranti, lo stalinismo ha mostrato di avere paura anche se alla fine è pervenuto a schiacciare ferocemente l’agitazione. La stampa occidentale ha gridato concorde: gli operai berlinesi combattono contro il comunismo! No, signori, gli operai berlinesi, per quanto in modo confuso, sono insorti contro il governo filorusso di Berlino Est perché era e rimane – come il governo filoamericano di Bonn – capitalista.
I conti in tasca
La cagnara elettorale ha, qualche volta, il merito (soffocato d’altronde dal cumulo schiacciante dei suoi demeriti) di sciogliere imprudentemente la lingua ai più prudenti.
Per polemizzare con Lauro, De Gasperi ha dichiarato a Napoli: 1) che lo Stato ha liquidato al capitano ben due miliardi e mezzo di contributi statali per la ricostruzione della sua flotta; 2) che lui – Alcide – potrebbe ben «fare i conti in tasca» all’armatore e dire «quante tasse non ha pagato e deve ancora pagare».
La duplice confessione, perdutasi nel chiasso dei discorsi e discorsetti della settimana precedente il 7 giugno, è preziosa. Il primo punto voleva dimostrare agli ascoltatori quanto fosse generoso lo Stato italiano: in realtà, rivela come lo Stato italiano serva unicamente, al disopra di qualunque temporanea «fluttuazione ideologica», gli interessi dei più potenti e spregiudicati imprenditori. Il secondo voleva rincarar la dose delle virtù di mite e generosa tolleranza dell’autorità pubblica e di ingenerosità monarchica; è invece la confessione che Lauro può ben non pagare le tasse ma ciò non gli impedisce di rimanere sindaco di Napoli, di avere una splendida flotta e di distribuire spaghetti al sugo agli elettori, e lo Stato gli rivede le bucce solo a fini di propaganda elettorale, giacché sui versamenti mancati chiude tutti e due gli occhi.
Poiché siamo tutti liberi ed uguali, provi un po’ Pantalone a farsi dare i contributi statali «alla Lauro», o ad ottenere il favore di una citazione in pubblico discorso come contribuente moroso, senza vedersi in casa gli agenti del fisco!
Gli industriali non conoscono cortine di ferro
La stampa di non sospette simpatie filogovernative ha scritto nei giorni scorsi della scoperta di un vasto traffico clandestino di metalli «strategici» destinato agli Stati del blocco orientale. Si è saputo che la Direzione generale della P.S. ha inviato appositamente un ispettore a Milano e Como col compito di indagare. Numerosi arresti sono stati operati, ma il capo dell’organizzazione, che, secondo la polizia, sarebbe l’addetto commerciale alla legazione di Romania nella capitale svizzera, risulta tuttora latitante.
La stampa di informazione ha pure rivelato che il misterioso rumeno distribuiva ai suoi complici il trenta per cento sul valore delle merci che l’organizzazione di contrabbandieri riusciva a spedire oltre la cosiddetta cortina di ferro. Si tratta, sempre secondo le fonti citate, di altissimi guadagni, tenendo conto del fatto che materie prime strategiche come il tungsteno, il volframio, l’uranio hanno un valore altissimo contenuto in modesto volume. Non sono mancate le cifre approssimative: il valore complessivo del traffico clandestino che si sarebbe svolto fin dal 1950, si aggirerebbe su una decina di miliardi di lire.
Come materiali così preziosi prendessero la via di Vienna o di Praga o di Mosca alla barba dei funzionari della Dogana, è stato illustrato dai giornali. Tranne, s’intende, l’Unità, troppo riguardosa per dare in pasto ai propri lettori simili bocconi scandalistici. Commercio legale, sì: contrabbando, mai: predicano i santoni della legalità, anche se sotto sotto si fregano le mani per ogni buon affare portato a termine dai compari russi o cechi, poco importa se condotto con i sistemi dei trafficanti di stupefacenti. Per chi comprende che il commercio arricchisce gli speculatori, è chiaro che, contrabbando o meno, i traffici giovano almeno a due parti; certamente, nel caso discusso, non ai russi soltanto.
Dal ’50 al ’51 interi vagoni ferroviari passarono la frontiera carichi di materiale strategico nascosto nel più banale dei modi: cioè in doppi fondi che erano stati praticati in una cinquantina di vagoni merci, i quali apparentemente venivano adibiti al traffico di cipolle con i Paesi nordici dell’Europa. Nei ripostigli segreti avrebbero viaggiato, secondo la polizia, rame elettrolitico, cuscinetti a sfere, alluminio e metalli anche più preziosi.
Nella faccenda ci sono molti punti oscuri. Ad esempio, non si comprende come i contrabbandieri avessero il modo di manomettere i vagoni merci, praticandovi dei doppi fondi. O meglio, si comprende solo deducendo che il trucco sia stato operato all’interno delle aziende industriali e commerciali, interessate al traffico. Comunque, dato che il volframio e l’uranio non si trovano dal droghiere, è certo che grosse ditte industriali sono coinvolte nel traffico clandestino. Anzi, è stato annunziato che sono state interrogate dalla polizia una decina di persone legate agli industriali metallurgici dell’Alta Italia. Non che noi dubitiamo che la faccenda svanirà come una bolla di sapone. Anche Brusadelli doveva rispondere alla giustizia (scusate tanto!), ma è noto che di poliziotti e magistrati doveva altamente infischiarsene. Il disappunto del Governo e della stampa che ne esprime le intenzioni è evidente, e non immotivato, dato che simili colpi mancini fanno montare in bestia gli Americani. Ma il governo di Roma è sempre il governo degli industriali e dei commercianti, e alla fine gli toccherà di difenderli di fronte alle rimostranze delle autorità americane che sono preposte a sorvegliare che non vadano a finire nei paesi cominformisti i materiali strategici di Occidente.
Quel che rimane è che, contrabbando o meno, i presunti nemici trafficano.
Gli industriali milanesi sono quelle poche persone che non hanno bisogno di leggere la nostra stampa per sapere che tra il capitalismo e il modo di produzione vigente nei paesi controllati dalla Russia e nella stessa Russia, non esistono affatto delle incompatibilità. I magnati della grande industria, gli speculatori di alto bordo, i pirati del commercio all’ingrosso che pure la C.G.I.L. minaccia quotidianamente di espropriare, non hanno bisogno di leggere Marx per sapere che oltre cortina vige una copia conforme del capitalismo di tutti i tempi e luoghi. Loro lo sanno in base agli introiti realizzati commerciando, sia pure di contrabbando, con i paesi che la Russia avrebbe, secondo l’Unità, portati sulla via del socialismo…
Volontà di potenza
Se il presidente della repubblica stellata ha rifiutato la grazia ai Rosenberg sfidando l’impopolarità mondiale, è chiaro che il suo gesto ha una sola ragione: ribadire che gli Stati Uniti intendono affermare contro tutti e contro tutto la propria ferrea volontà di potenza, e non ammettono la fronda dei satelliti e l’indisciplina dei « liberi ». Non altro senso che questo aveva avuto l’elezione di Ike a presidente. E’ un episodio fra mille. Dice la stampa: « Gli Stati Uniti firmarono l’armistizio in Corea anche senza Syngman Rhee »: « Gli Stati Uniti andranno alle Bermude anche senza la Francia ». La stessa cosa si è detto dopo il discorso sbarazzino di Churchill. « Anche senza »: la minaccia del pugno sul tavolo, l’affermazione della « leadership » mondiale americana.
Gli Stati Uniti non accettano leggi da nessuno: hanno la loro legge da imporre a tutti.
La classe dominante russa si disvela
Finché lo stalinismo internazionale limitò la falsificazione del comunismo al campo dei rapporti tra Stato russo e Internazionale comunista, postulando la soggezione dell’organismo rivoluzionario alla politica estera di Mosca, e alla questione della tattica e del programma dei partiti comunisti, giustificando la politica di collaborazione governativa successivamente con ambo gli schieramenti democratico e fascista (patto russo-tedesco del 1939), la struttura sociale della Nazione russa rimase fuori discussione. Era socialista, e basta. Mai i capi dello Stato moscovita vollero andare oltre le solite affermazioni che in Russia il proletariato era al potere, che le classi erano scomparse, che la produzione si avviava al comunismo. A provare ciò, si portò immancabilmente la testimonianza della gestione statale dell’industria, delle miniere, dei trasporti, e via dicendo.
Dopo la seconda guerra mondiale, il governo di Mosca, giovandosi dell’enorme prestigio derivatogli dalla vittoria militare e dal successo della politica di annessioni, e disponendo di un potere assolutamente inattaccabile per l’assenza di ogni forma di opposizione costituzionale o di classe, ha cambiato decisamente strada.
La suprema oligarchia che pilota il gigantesco apparato propagandistico che irradiando da Mosca avviluppa il pianeta, non ha da fare i conti, come fino al 1938, quando l’ultima raffica di pallottole stronco l’ultima schiera di oppositori di classe al regime stalinista, con un movimento di critica e di agitazione all’interno. Né all’estero esiste una considerevole corrente di opposizione rivoluzionaria alla dilagante corruzione opportunista delle masse.
D’altra parte, la strapotenza militare della Russia, benché in gran parte favoleggiata dalla America a giustifica della politica di imbavagliamento dei paesi satelliti, impressiona superstiziosamente vasti strati di borghesi grossi e piccini, congenitamente portati ad adorare ed ingraziarsi chi comanda a formidabili eserciti, a ferree polizie, a pletoriche burocrazie. La conquista graduale dei satelliti orientali, la detronizzazione della monarchia rumena, il colpo di Stato cecoslovacco, la vittoria di Mao-tse-tung, le offensive di stile nazista in Corea, la guerriglia nell’Asia Sud-orientale dovevano riempire di sacro rispetto la borghesia occidentale.
Se aggiungete alle imprese militari e diplomatiche di Mosca, disegnate suggestivamente sul tessuto della rivoluzione industriale di zone geografiche socialmente arretrate, i non meno seducenti ammennicoli della propaganda: i grattacieli di Mosca, le opere di irrigazione in Ucraina, il technicolor sovietico, le navi da guerra inviate sul Tamigi per festeggiare l’incoronazione di Elisabetta II, capirete quanta profonda sia la presa della propaganda russa sui cervelli della beozia piccolo-grande-borghese. Le recenti affermazioni elettorali dello stalinismo italico, che contro la coalizione governativa filo-americana riusciva a schierare vaste correnti dell’elettorato borghese, sta a provarlo materialmente. La borghesia trova digeribile lo stalinismo.
A queste masse di elettori votanti reclutati nel campo borghese la propaganda moscovita doveva necessariamente delle chiarificazioni che valessero a scacciare le residue apprensioni degli interessi costituiti, alimentate ad arte dalla propaganda governativa dei paesi dell’Occidente che malamente si arrabattano a presentare il regime di Mosca come uno strumento della rivoluzione mondiale contro il capitalismo. E le chiarificazioni sono venute da Mosca a josa. Ma non a casaccio.
Le supreme oligarchie di Mosca e i partiti politici che ne applicano le direttive politiche e propagandistiche non hanno da conquistare soltanto le simpatie e la sottomissione ammirativa dei benpensanti e degli intellettuali borghesi, la complicità dei governi e le relazioni di affari con l’alta finanza, ma hanno altresì da conservare tutto quanto il patrimonio rubato di infatuazioni proletarie. Una troppo repentina e brutale dichiarazione di principio sul contenuto capitalista degli ordinamenti sociali russi, se varrebbe a fugare i residui dubbi di molti borghesi, avrebbe l’effetto di una bomba nell’elettorato proletario stalinista, pronto a giurare e, purtroppo, a farsi ammazzare, per il «socialismo» russo.
Perciò, dalla fine della seconda guerra si è adottata a Mosca una linea propagandistica estremamente abile che pur continuando a bruciare incenso davanti ai busti di Marx e di Lenin, trasformati in idoli, lavora sistematicamente a fare entrare nelle menti dei borghesi e dei proletari di Occidente, la nozione della sostanziale uguaglianza del modo di produzione russo con quello che vige dispoticamente in Occidente, limitandosi ad attribuire alla classe dirigente russa una sovrannaturale superiorità amministrativa.
In pratica avviene questo: il riferimento d’obbligo alla dottrina e alla strategia rivoluzionaria marxista non conosce sosta, viene applicato giorno per giorno ora per ora; le «rivelazioni» sulla reale struttura economica e sociale della Russia sono fatte circolare a tratti, con lunghi intervalli di tempo.
In ordine di tempo, la prima tra le più importanti azioni di propaganda volte a provare l’esistenza del capitalismo in Russia, pur senza rinnegare formalmente il marxismo, fu la Conferenza economica tenuta a Mosca nella primavera dell’anno scorso. Non pochi si meraviglieranno leggendo che noi attribuiamo alla propaganda russa lo scopo di rassicurare i borghesi di Occidente mostrando loro con i fatti e con le cifre che, pur sotto l’etichetta di comunismo, l’economia russa marcia secondo le leggi impersonali e anonime del capitalismo.
Ma la Conferenza economica internazionale di Mosca, cui parteciparono circa 500 industriali di tutti i paesi del mondo (vedi Unità del 7 marzo 1952), tra cui emissari del re dei tessili italiani, Marzotto, svolse il preciso compito di facilitare ed incrementare il commercio internazionale da e con la Russia. Non si voleva con ciò dimostrare agli industriali convenuti a Mosca, e quindi alla stampa mondiale, che la produzione russa è compatibile con gli interessi dei capitalisti, degli esportatori, delle banche?
Gli industriali invitati a Mosca, ove furono lussuosamente ricevuti e alloggiati, se ne ripartirono con tanto di contratti, Marzotto otteneva grosse ordinazioni di tessuti. Né Marzotto è il solo tra i capitalisti italiani che ha capito la predica. Basta scorrere la stampa quotidiana per rendersi conto che esiste negli ambienti industriali una irresistibile tendenza ad attivare scambi commerciali con i mercati orientali e russi. Sul piano politico essa si manifesta nelle forme di una collerica opposizione al governo filo-americano, accusato di applicare alla lettera le discriminazioni commerciali a danno del blocco russo volute dagli Stati Uniti. In Inghilterra è lo stesso governo che lavora ad onta delle resistenze americane, a realizzare accordi commerciali con la U.R.S.S.
Ma le ammissioni di gran lunga più probanti sul carattere capitalista dell’economia russa erano spregiudicatamente rese in un testo ufficiale, esprimente le posizioni del governo e del partito dominante russo, che fu approvato dal XIX Congresso, tenuto a Mosca nell’ottobre dello scorso anno, e pubblicato sotto la firma di Giuseppe Stalin. Nel volumetto «Dialogato con Stalin», edito dal nostro movimento, ne fu fatta l’esatta decifrazione, discriminando le denunzie e i riconoscimenti di fatti e processi effettivi della produzione, e smascherando i falsi teorici tentati in extremis da Stalin in vista del mantenimento della truffa ideologica sul «comunismo» russo.
Lo scritto staliniano non vedeva la luce a caso. Esso si inseriva perfettamente nella successione delle «rivelazioni a singhiozzo» prestabilita dalla propaganda del Cremlino. La classe dominante russa non può attendere, ha bisogno urgente di manifestarsi per quello che è alle masse borghesi, ma neppure può presentare il suo «biglietto di visita» con mossa improvvisa e definitiva. Molta gente, non esclusi i fanatici irregimentati nell’apparato di partito e nell’attivismo, crede troppo nel «socialismo» russo, per poter resistere senza un disastroso «choc» alle improvvise confessioni di Mosca. Ben deve dunque un adeguato intervallo distaccare le «deposizioni» a discarico che il Governo di Mosca rende, ci si perdoni l’immagine, davanti al tribunale dell’opinione borghese.
La Conferenza economica di Mosca assolse il compito di dimostrare all’affarismo internazionale la possibilità di intrattenere proficue relazioni commerciali con Russia e satelliti. Si riuscì contemporaneamente a dare a bere all’attivismo che il traffico di rubli con dollari è compatibile con l’esistenza del comunismo in Russia. Il testo di Stalin, solennizzato al XIX Congresso, venne alcuni mesi dopo a popolarizzare il fatto reale che la Russia, oltre a svolgere un efficiente commercio estero, sviluppa entro le sue frontiere un non meno attivo mercato interno, che dalle zone industrializzate della pianura sarmatico-ucraina avanza irresistibilmente oltre gli Urali, conquistando il continente asiatico. Fatto nuovo in Russia, ma non nel resto del mondo. Avanzando in direzione opposta, cioè da Est ad Ovest, dall’Atlantico al Pacifico, i pionieri e i cercatori d’oro americani non diversamente gettarono nel secolo scorso le basi del capitalismo yankee.
Stalin pretendeva che diffondere mercantilismo e lavoro salariato in Siberia e nelle steppe dell’Asia centrale costituisce un compito rivoluzionario socialista. Noi non disconosciamo al gigantesco processo una portata rivoluzionaria, ma neghiamo che esso si orienti verso obiettivi socialisti, e affermiamo che l’espansione del mercato interno ed estero russo denuncia la esistenza di un capitalismo in espansione. Non basta. Per il fatto che tutto il campo, o quasi, della produzione agricola avviene nelle forme mercantili e di appropriazione privata del prodotto, e ad essa si aggiunge, per esplicita ammissione dello stesso Stalin, il settore della piccola produzione industriale, per tale ormai incontrovertibile fatto è da negare che in Russia il capitalismo di Stato, cioè la gestione statale della produzione, involga tutto quanto il meccanismo produttivo. In effetti, la gestione di Stato (che è fenomeno riscontrabile in tutte le epoche e le zone del capitalismo) si limita alla grande industria, la quale per giunta si alimenta degli investimenti operati dai privati sottoscrittori dei prestiti di Stato.
Le recenti misure di riprivatizzazione, di restituzione ai privati imprenditori di aziende industriali e commerciali, adottate nella Germania sotto controllo russo, costituiscono un’altra «prova» di buona condotta che Mosca offre ai borghesi del mondo. Con la stessa disinvoltura dei conservatori inglesi che progettano di denazionalizzare le aziende statizzate dal passato governo laburista, per riconsegnarle alla gestione privata, le autorità della Repubblica «democratica» tedesca tirano fuori dalle carceri gli imprenditori privati, messi dentro evidentemente per cacciare fumo negli occhi dei proletari, e li reintegrano nelle loro proprietà.
Il capitalismo in Russia e nei satelliti non è certamente fenomeno di oggi, ma solo oggi, mentre l’elettorato filo-russo si allarga, le centrali propagandistiche del Cremlino lavorano nel senso di renderlo evidente, visibile e tangibile. Ma come le notizie di mortali disastri vengono propinate a gocce, si fa in modo che le masse proletarie, infatuate del russismo, se ne rendano conto poco alla volta. Forse che il proletariato americano e filo-americano non segue il proprio governo pur sapendo che negli Stati Uniti o in Inghilterra o in Italia vige il capitalismo? Mosca ha il mondo borghese da conquistare, ma non intende perdere il controllo delle vaste masse dominate dai partiti comunisti. Ben sapendo che le masse non sono capaci da sole di andare oltre il riformismo salariale Mosca non teme di mostrarsi per quello che è: la centrale di un capitalismo in fase di espansione. Non temerà di togliersi completamente la maschera di fronte al proletariato.
Solo il partito rivoluzionario è abilitato a smascherare i falsi del nemico borghese. Ma la sua funzione che oggi si esplica prevalentemente sul terreno critico, per trasferirsi nell’avvenire su quello dell’azione, è condizionata dallo svolgersi della dialettica dei fatti materiali. Se da quasi 30 anni la sinistra comunista italiana ha denunziato il corso capitalistico assunto dalla rivoluzione russa, e se Mosca stessa apporta oggi le conferme delle nostre previsioni, ciò segna una vittoria del metodo marxista. Ma essa resterebbe un successo da laboratorio, se non conferisse al nostro movimento, come siamo certi che accadrà, una maggiore forza di irradiazione e di proselitismo, e agli strati più avvertiti del proletariato a noi vicini la certezza di avere dubitato con fondatezza della sincerità della propaganda staliniana.
La febbre degli investimenti negli Stati Uniti
Un recente articolo apparso nella Neue Zürcher Zeitung getta un’onda di luce su alcuni aspetti dell’economia americana della cui importanza sconvolgitrice trattò anche la riunione di Genova del nostro movimento; in particolare, sulla febbre degli investimenti che dalla fine della seconda guerra mondiale non cessa di caratterizzare l’apparato produttivo capitalistico degli Stati Uniti.
Le cifre sono, in realtà, impressionanti. Negli otto anni dal 1945 al 1952, è stata spesa in nuove fabbriche e macchinari la somma complessiva di 148.511 milioni di dollari; quasi 150 miliardi da moltiplicarsi per 600 e rotti per tradurli in moneta italiana! Tale somma non comprende gli investimenti in imprese agricole; d’altra parte, sono incluse in esse le spese di rinnovo di macchinario antiquato e l’aumento è in parte assorbito dall’inflazione, il che non toglie nulla, tuttavia, al valore sintomatico della cifra globale. Sulla somma complessiva, un totale di 86.000 milioni è affluito all’industria in senso proprio, circa 6000 milioni all’industria mineraria, 8700 milioni alle ferrovie, 7000 ad altri mezzi di trasporto, ed è notevole che, degli investimenti industriali, solo il 43% sia andato a industrie produttrici di beni durevoli e il 57% invece alle industrie produttrici di beni non durevoli (soprattutto all’industria chimica, petrolifera e dei derivati del carbone).
Subito dopo lo scoppio della guerra in Corea, gli investimenti presero soprattutto la via delle industrie che lavoravano per il riarmo (ferro e acciaio grezzi, metalli non ferrosi e autocarri fra i beni durevoli, prodotti chimici e petroliferi fra i beni non durevoli), cosicché nell’industria siderurgica crebbero, fra il 1950 e il 1952, da 599 a 1198 e 1538 milioni, nell’industria automobilistica da 510 a 1951 e 1896 milioni, nell’industria petrolifera da 1587 a 2102 e a 2596 milioni di dollari, mentre l’industria tessile diminuiva i suoi investimenti da 450 a 400 e 314 e quella delle bibite li aumentava appena da 237 a 245 e 285 milioni.
Sembra ora che il boom degli investimenti per il riarmo abbia raggiunto il vertice e che l’industria dei beni durevoli intenda ridurre del 4½% rispetto all’anno scorso i suoi investimenti; ma l’industria dei beni non durevoli li aumenterà del 5½%; la petrolifera e la chimica risultano tuttora in piena febbre d’investimenti, mentre in genere le aspettative sono per un aumento delle vendite e per un sempre crescente afflusso di beni di consumo sul mercato interno.
A che cosa porterà questo processo di continua espansione, questa vertigine degli investimenti, che ha il doppio effetto di ridurre il fabbisogno di forza lavoro per la crescente produttività degli impianti e di invadere un mercato il cui potere d’acquisto non può crescere allo stesso frenetico ritmo? E quali riflessi potrà avere sul piano dei rapporti internazionali un nuovo, possibile «ingorgo» della produzione?
Sono fattori di crisi che vanno tenuti presenti nel quadro delle prospettive della ripresa rivoluzionaria nell’area occidentale.
Ma neppure da noi si scherza
Ma neppure da noi si scherza. 24 Ore ha pubblicato (il 17-6) alcuni dati sul movimento delle società anonime italiane. Sono anch’essi dati significativi. Poco conta il fatto che le nuove società costituite siano meno dell’anno precedente, giacché in compenso è cresciuto il volume degli aumenti di capitale e, soprattutto, degli investimenti.
Riportiamo qualche dato. Il ritmo delle costituzioni di società anonime è diminuito del 25,22% rispetto ai primi 5 mesi del 1952; ma gli aumenti di capitale, siano essi dovuti a fusioni, versamenti, distribuzione di azioni gratuite, utilizzo di saldi attivi di rivalutazione e di riserve precostituite e tassate, sono stati del 282,53%; scioglimenti e riduzioni sono diminuiti; gli investimenti, che erano stati di 73.757 milioni di lire nei primi 5 mesi del 1952 sono saliti a 262.180 milioni nel periodo corrispondente del 1953 (aumento del 255%), i disinvestimenti sono diminuiti del 57%; l’incremento netto dell’ammontare complessivo del capitale nominale delle società per azioni è stato del 350%; le emissioni sono aumentate del 63%; le richieste di denaro fresco del 246%. E poi si lamentano, e poi piangono sullo scarso volume degli investimenti, e Di Vittorio chiede nuovi investimenti «produttivi»!
Danza dei fantocci: dalla coscienza alla cultura
Ordine e classe
Con questo terzo «Filo» sullo stesso argomento, ossia sulla deforme dottrina del gruppo francese «Socialisme ou Barbarie», che non ha altra importanza oltre quella di fornire occasione utile a delucidazioni interessanti, abbiamo collegata la formidabile svista storica di vedere (in Russia o dovunque) nella burocrazia una nuova classe sociale, con la palese confusione tra i concetti di ordine e di classe.
La parola classe che il marxismo ha fatto propria è la stessa in tutte le lingue moderne: latine, tedesche, slave. Come entità sociale-storica è il marxismo che la ha originalmente introdotta, sebbene fosse adoperata anche prima. La parola è latina in origine, ma è da rilevare che classis era per i Romani la flotta, la squadra navale da guerra: il concetto è dunque di un insieme di unità che agiscono insieme, vanno nella stessa direzione, affrontano lo stesso nemico. Essenza del concetto è dunque il movimento e il combattimento, non (come in una assonanza del tutto… burocratica) la classificazione, che ha nel seguito assunto un senso statico. Linneo metafisicamente classificò le specie vegetali ed animali in gruppi fissi, Darwin dimostrò lo sviluppo evolutivo da una specie nell’altra, de Vries fornì le prove che in dati svolti non si hanno lentissimi cambiamenti insensibili ma brusche mutazioni improvvise.
Chi riduce il marxismo ad una analisi catalogatrice della società secondo gli interessi economici, è veramente buffo in veste di completatore moderno del marxismo, in quanto non ne ha assimilata la prima vitale battuta. Marx avrebbe solo «cominciata» l’analisi della società moderna, e posto solo le basi di un programma socialista; sono questi signori che hanno assunta
«la continuazione di questa analisi oggi, con il materiale infinitamente più ricco che un secolo di sviluppo storico ha accumulato, e che permette di avanzare molto più di Marx nella nuova elaborazione del programma socialista».
Per disperdere simili piacevolezze è di troppo incomodare la dialettica: basta il pernacchio (entità resa nel nord erroneamente femminile: la pernacchia).
Senza quindi prendere simili cose sul serio, troviamo tuttavia utile battere in argomento la nostra strada, ricostruendo la presentazione organica del marxismo, edificio che possediamo dalle fondamenta al tetto, sicché non acquistiamo da nessuna parte nuovi materiali. Queste analisi sociali ci ricordano chissà perché una vignetta francese di un umoristico militare, rimastaci impressa dal tempo del ginnasio. Un soldatino guarda le scritte sulle porte dei cessi: truppa, caporali, sottufficiali, ufficiali:
«Ces messieurs-là doivent faire du matériel d’une qualité bien supérieure».
Classe dunque indica non diversa pagina del registro di censimento, ma moto storico, lotta, programma storico. Classe che deve ancora trovare il suo programma è frase vuota di senso. Il programma determina la classe.
IERI
Le società preborghesi
Ordine invece è una partizione della società che vorrebbe conservarla immobile e garantita contro le rivoluzioni. In grado diversissimo le partizioni sociali che la storia ha presentato sono suscettibili di lasciar prorompere lotte di classe: Marx spiega perché le società asiatiche sono ostinatamente immutabili: lo stesso modo locale e spesso ancora «comunista» di produzione non genera contrasto tra forze produttive e schema sociale. Di qui la gigantesca importanza, se in Persia, in India, in Indocina, in Cina, il contrapporsi delle classi è scattato.
Gli ordini della società medioevale ad un certo punto non resistettero alla trasformazione in classi: navigazione, commercio, manifattura, scoperte meccaniche, fecero il miracolo.
Ordine in francese si dice, ricordammo, «État», colla stessa parola che indica lo Stato politico centrale, che in fondo nel primo feudalesimo è appena delineato e si riduce alla corte militare dell’imperatore o re. Quando Luigi XIV, in pieno rigoglio di forze capitaliste di produzione sotto la monarchia assoluta, dice «l’État c’est moi», sono io lo Stato, si tratta dello Stato politico. Gli ordini erano allora tre, secondo l’organamento feudale. Primo ordine, premier état, la nobiltà, chiusa in un gruppo ereditario di famiglie e di titoli araldici; secondo ordine, deuxième état, il clero, secondo l’organismo gerarchico della chiesa cattolica; troisième état, terzo ordine, fu detta la borghesia, che in effetti non partecipava al potere, pure essendo rappresentata negli «stati generali» ossia nella assemblea nazionale degli ordini, corpo non legislativo e tanto meno esecutivo, ma appena consultivo del re e del suo governo: tali borghesi erano allora mercanti, finanzieri, funzionari. Per Parlamento intendevasi nella Parigi e nella Francia del tempo la magistratura giudiziaria nei suoi vari gradi, che sempre al servizio del re godeva di una tal quale autonomia almeno dottrinale, che il capitalismo le ha tolto.
Ricordi scolastici ma che hanno nella costruzione marxista una nuova luce. Quando il modesto e poco decorativo terzo ordine diventò la possente e rivoluzionaria classe capitalista si disse: cosa è il terzo Stato? Nulla. Cosa vuole essere? Tutto!
Ma poiché coi capitalisti veniva sulla scena una nuova classe, i lavoratori delle manifatture (male non sarà dire anche che gli artigiani liberi non erano un ordine costituito, ma si organizzavano in corporazioni di mestiere, e solo le professioni liberali avevano un posto nel terzo Stato) piacque nel tempo che può dirsi romantico del movimento operaio parlare non della nuova classe rivoluzionaria nella società borghese ma di un nuovo ordine, di un quarto Stato.
Nessuna costituzione storica ha mai riconosciuto un simile ordine: quelle feudali negavano la partecipazione ad ordini del contadino servo e dei proletari, quelle borghesi clamorosamente abrogarono tutti gli ordini e conobbero solo cittadini di diritto eguale.
Molte deviazioni ben note del marxismo di cui possediamo i verbali di approfondite autopsie si lasciano ridurre alla confusione della classe con l’ordine, e ricordiamo lo sdegno di Marx quando Lassalle passò la Arbeiterklasse ad insipido ordine operaio, Arbeiterstand. Ripetita iuvant.
I signori addottorati in «materiali» di un secolo oltre Marx non si avvedono che i loro materiali, i «ricchi» loro dati storici, non sono ancora arrivati alla presa della Bastiglia. Non analyse de la misère, ma misère de l’analyse.
Aristocrazia operaia
Giorgio Sorel, il vivace e brillante fondatore della dottrina del sindacalismo rivoluzionario, accreditò tra i suoi non pochi seguaci, all’inizio del secolo, la formulazione di aristocrazia operaia. È solo dopo e soprattutto nella critica di Lenin basata sulle precise linee di Marx ed Engels (soprattutto per la industria inglese) che la nostra scuola designò come aristocrazia proletaria, ossia parte più alta del proletariato, i lavoratori a più alto salario, gli specialisti qualificati, ricercati e corteggiati, – e più colti – facilmente adescati dalle ideologie conformiste e preda e sostegno dei capi opportunisti. Ma nel concetto dei sindacalisti soreliani non si trattava di una parte della classe operaia superiore al resto, si trattava invece di considerare il proletariato tutto, la classe degli operai salariati, come una aristocrazia nel complesso della società, capovolgendo così il primato e la direzione della opposta classe capitalista, e deridendo – solo fin qui erano nel giusto – la loro democrazia parlamentare, la beffa della loro uguaglianza davanti allo Stato.
Il sindacalismo ebbe successo in quanto contrapposto al riformismo legalitario dilagante nel tempo del capitalismo pacifista ed idilliaco, prosperoso e progressista. I sindacalisti denunziarono i gravi pericoli dell’azione parlamentare che sostituiva l’arbitrato dei poteri legali all’urto degli interessi economici nelle vertenze del lavoro, e denunziarono i funzionari sindacali che vietavano ai lavoratori l’uso della violenza nei conflitti coi padroni e sconfessavano il mezzo dello sciopero generale.
Ad un certo momento (per esempio in Francia ed in Italia tra il 1900 e il 1910) tutto il problema dell’azione proletaria parve ridotto ad un dialogo tra i riformisti ed i sindacalisti alla Sorel. Solo gradatamente il marxismo radicale reagì alla grave deviazione di questi.
Sorel negava la funzione del partito politico proletario e scorgeva la rivoluzione come un urto diretto tra i sindacati rossi e lo Stato borghese. Non vedeva il problema marxista del potere storico, del centralismo di classe: le lotte locali di categoria o di azienda gli bastavano, purché ne fosse tolto il veleno della collaborazione di classe, per arrivare al rovesciamento del potere borghese e alla espropriazione dei padroni. Questa visione illusoria dello sciopero generale espropriatore non solo non conteneva le necessarie fasi della trasformazione sociale, e riduceva la conquista della società alla conquista della fabbrica, ma soprattutto non scorgeva che se la peste della collaborazione tra le classi è sempre risorta, è proprio in quanto la lotta da rapporti in limiti aziendali, locali, nazionali, non ha potuto assurgere alla generale unità della lotta politica del proletariato mondiale, che ha come solo organo il partito comunista mondiale.
Sorel riduceva il determinismo dialettico ad un esasperato volontarismo attivo della classe, luogo per luogo, gruppo per gruppo; non poneva stadi diversi, né nell’individuo in lotta, né nei suoi aggruppamenti, tra l’interesse, la coscienza, la volontà. Puri proletari, operai salariati che si affiancano: ed altro non occorreva per dar loro volontà di combattere e conoscenza degli scopi. In fondo – come sempre notiamo – è l’azione che è fine a sé stessa senza bisogno di una generale direzione verso un lontano punto di arrivo storico; ed in questo non faceva che a sua volta ricadere in una filosofia premarxista, e come i suoi lontani successori di oggi speculava su una frase di Marx: val meglio un’oncia di azione che un mucchio di programmi; laddove egli frusta programmatori di immediate e contingenti conquiste entro l’ordine costituito.
Neo-economismo
L’errore di Sorel e dei suoi, rivelato storicamente dal fatto che non meno dei revisionisti di destra questi ardenti e barricadieri revisionisti di sinistra, nel 1914, con quasi tutti i lor capi e confederazioni operaie più note passarono alla causa della guerra (basti rammentare Hervé e Corridoni…), si può ridurre proprio al trattare il proletariato rivoluzionario non come una classe nel potente senso di Marx, ma come un banale ordine. La società che questi di oggi chiamano post capitalismo, si distinguerebbe da questo: invece di essere sotto la menzogna della democrazia una aristocrazia di borghesi sui sottoposti operai, sarà una aristocrazia di operai. Il quarto Stato sarà il primo: ecco tutto.
I gravi problemi della teoria e dell’organizzazione del movimento, risolti in partenza con splendente completezza nel marxismo, sicché chi vi tocca vi guasta, come Lenin e tutti gli altri ortodossi hanno cento volte ripetuto, si sciolgono banalmente nel concetto di ordine aristocratico. Il nobile di nascita non ha bisogno di educazione, di cultura, di inquadramento e di organizzazione; porta in sé tutto dalla nascita e dal primo vagito; ha nel sangue la sua coscienza di membro dell’ordine eletto e si terrà sempre lontano e nemico dagli ordini sottoposti e dal loro materiale umano. Solo o organizzato, ignorante o sapiente, egli è di natura, di volontà e di automatica coscienza di un pezzo solo: é nobile. Egli è che la sua rendita è insequestrabile – come lo stipendio del burocrate.
La borghesia moderna sarebbe un ordine mascherato sotto l’abolizione degli ordini, e non resterebbe che opporle un giustiziere; come l’ordine borghese, il terzo Stato, ha spazzati via quelli nobiliari e chiesastici; cosí il quarto Stato spazzerà l’ordine dei padroni di impresa.
Ridotta la ricetta a questo, restano avulse tutte le pagine di fiamma con cui il Maestro descrive l’epopea della borghesia durante dieci secoli, in cui si rivela classe, abbatte non dati ordini, ma il sistema degli ordini; e restano avulse tutte le pagine della massima opera di Marx in cui viene sulla scena questa forza sociale, non più legata come le precedenti a gruppi di persone e a tipi personali di dipendenza, il Capitale. Borghesia non suona ordine, ma rischio.
Non si è evidentemente ancora all’altezza di capire che cosa significa nelle pagine di Marx o di Engels la differenza tra la servitù delle persone propria del medioevo e quella della forza lavoro propria dell’evo moderno, tra il dominio sulla persona dello schiavo, sulla forza del servo, e sulla merce.
Questi trapassi radicali, sconvolgitori, tra forme diverse della produzione e della società sono abbassati a semplici scambi di gruppi nella successione di uno stesso banale episodio: l’exploitation, lo sfruttamento.
Vede lo sfruttamento al centro di tutto solo chi è condannato a pensare fino alla morte da marcio borghese: in un rapporto tra uomini non vi è che l’affare: un affare andato a male, ecco la relazione tra le classi!
Ridotta dunque la rivoluzione alla conquista di una preminenza di ordine, alla lotta per una aristocrazia, si capisce l’origine della famosa scoperta: all’ordine dei padroni si è sostituito quello dei funzionari, la burocrazia è la moderna aristocrazia: fate aristocratici i proletari di officina e la rivoluzione è raddrizzata! La loro automatica consultazione di coscienza, salverà tutto.
Come chi nasceva nella culla nobiliare sapeva già tutto il suo comportamento sociale, cosÌ sa tutto della rivoluzione chi viva entro le mura di un’officina e riceva la busta salario, chi abbia la sensazione fisica della exploitation.
Ed allora non serve a nulla avere il programma della società senza classi e senza classe dominante, che a più forte ragione è senza aristocrazia, e si capisce bene che, come già voleva Sorel, a nulla serve il partito.
E a nulla serve la storia che mostrò, negli anni di fuoco che seguirono la Bastiglia, tanti dei raffinati aristocratici dimenticare la voce del sangue, e svegliare dalla loro ignavia di speculatori privati al grandioso compito di classe, i borghesi di Francia, i capitalisti del mondo.
Democrazia uso interno
È vecchia storia di oppositori trotzkisti alla compressione stalinista quella della «democrazia proletaria». Secondo tali vari gruppetti la critica della democrazia borghese consisterebbe tutta nel condannare la sua sovrapposizione a due classi sociali opposte, o più, e nell’inganno che essendo i lavoratori maggioranza numerica sui borghesi, il meccanismo elettorale giochi a loro favore. In verità anche tale critica non reggerebbe, se non fosse da escludere che il proletariato possa sotto il regime capitalista raggiungere una completa «coscienza» di classe. Comunque alla critica della democrazia «borghese» e della democrazia «in generale», si fa poi seguire non solo la tolleranza, ma la invocazione della «democrazia interna alla classe». Si afferma che tutta la degenerazione stalinista dipende dal non aver fatto funzionare un meccanismo di delega elettorale e di rappresentanza a tipo parlamentare, nel senso della classe operaia, consentendole consultazione, controllo, decisione maggioritaria sugli indirizzi politici dello Stato.
Tutto questo è puro vaneggiamento. La forma storica della democrazia è quella che corrisponde alla politica della classe capitalistica nelle fasi in cui esce dal grembo del mondo feudale, ed essa consiste in corpi rappresentativi di tutti i cittadini sui quali la ideologia dominante afferma fondato il potere materiale dello Stato. Come la produzione capitalistica è uno stadio necessario dello sviluppo economico, così è necessario trapasso storico, in date «aree» e in dati periodi, il completo sviluppo giuridico delle forme democratiche. Allorché per l’Europa 1848–1871 o per la Russia 1902–1917 Marx, Engels, Lenin o Trotzky hanno tanto affermato, come affermare si potrebbe oggi per l’Asia, essi non parlavano di una democrazia in generale e tanto meno dell’ibrido della democrazia proletaria, ma esattamente e proprio della democrazia borghese. Ossia di un movimento e di una forma politica che corrisponde, in quanto ancora ci è necessaria, ci era necessaria, ad uno sviluppo di forme borghesi rivoluzionarie sostenute dal proletariato, passo pregiudiziale al passare oltre.
La forma della specifica rivoluzione del proletariato è politicamente la dittatura. Non dittatura personale, si intende, ma dittatura di classe. Questa si forma i propri organi originali e specifici, che sono organi di gestione del potere statale in fase di piena lotta. Ma se la dittatura di un ordine ben potrebbe identificarsi con una «democrazia interna all’ordine», la dittatura di una classe rivoluzionaria è qualcosa di assai meno banale, formalistico, e soggetto alle oscillazioni di stupide conte di voti. La dittatura è definita dalla forza e dalla direzione di questa forza: non si deve dire che essa costruisce il socialismo a condizione di essere la giusta dittatura, ma che essa è la vera dittatura proletaria quando cammina verso il comunismo.
La storia è piena di democrazie interne all’ordine. Esse sono forme precapitalistiche, in quanto la borghesia, prima, teorizzò e formalmente, costituzionalmente attuò la democrazia per tutti. Democrazie interne ad ordini erano quelle greche e romane poiché pareggiavano i cittadini liberi lasciando fuori di ogni sovranità le masse degli schiavi e degli iloti. Nell’ordinamento feudale germanico quando i nobili o principi di un certo grado eleggevano il re, si trattava di una democrazia ad uso interno di un ordine, e così nei casi in cui i baroni eleggevano il principe. Così nelle repubbliche oligarchiche ed aristocratiche italiane o fiamminghe. Nello stesso ordine ecclesiastico si elegge con democrazia interna il papa (e una volta i vescovi).
Una postuma scimmiottatura di questi innumeri sistemi antiquati è la proposta di parlamentarismo operaio che dovrebbe «liberamente» controllare la macchina della dittatura, nello Stato costituito dopo la rivoluzione operaia, e nel quale, come è pacifico, i privati proprietari e padroni di aziende, in quanto sopravvivano, non hanno diritto politico (il che non si riduce alla banalità di deporre schede, ma vuol dire avere organismi, partiti, sedi, giornali, tribune da cui parlare, ecc.; ingerenza nella scuola, nell’arte, nel teatro, ecc.).
I barbaristi si trovano in questo nel più grande imbarazzo, e così quasi tutti gli analisti del mistero russo. Proprietari ed imprenditori non ce ne sono più, ed allora andrebbe buttata via la dittatura e ripristinata la libera elezione delle cariche tutte. Ma per tema di ricadere tra i puri socialdemocratici, o di confessare di non essere altro che tali, sostengono che la dittatura consiste nel non lasciar votare… i funzionari. Ed allora saranno solo i non funzionari ad eleggere i funzionari, per poi… consegnare tutto nelle loro mani. Questa vuota finzione non è dunque parto di una nuova dottrina, ma della involuzione dal concetto di classe rivoluzionaria a quello di aristocrazia, che sarebbe quella delle mani callose al posto di quella delle unghie curate, con un meccanismo parlamentare interno per eleggere non si sa poi chi e a che cosa.
Quali siano le forze produttive in gioco, quali i rapporti di produzione, quale il trapasso da un tipo sociale all’altro di produzione che si sta compiendo e come tutto ciò determini l’urto delle varie classi sociali, e che cosa quindi rispecchi e sostenga la forza dell’attuale Stato, non pensano nemmeno di chiederselo.
Madame la conscience
In ogni modo tutto questo ipotetico ed irreale meccanismo di controllo e di scelta non funziona se non si ammette, sia pure dopo averlo poggiato sugli effettivi di una sola classe, che tutti gli individui di questa siano coscienti, non solo, ma che la coscienza di uno valga quella di un altro, senza di che non si spiega la copiatura del fraudolento sistema borghese di elezioni. Perché solo con questi presupposti si può assumere che la giusta direzione storica sia quella indicata, a dati svolti, dalla numerica maggioranza di suffragi operai.
Se si perde in viaggio un pacco di pezzi di carta, ciò basta a cambiare di 180 gradi il cammino della rivoluzione!
Più grave ancora è quando la stessa ricetta la si vuole applicare, sotto il pieno gioco del capitale, a ritrovare la via smarrita del socialismo e della rivoluzione con analoghe tastate di polso statistiche a tutti i proletari.
Vediamo un poco quanto è facile capovolgere il valore delle tesi marxiste anche in questa materia, leggendo a rovescio, ad esempio in Trotzky, quello che, in questa stupida opera di sindacato e di critica, e da chi dovrebbe piuttosto pensare a farsi strigliare a fondo, si approva a torto, come in altro caso si condanna non meno a torto.
Gli stenditori di malauguratissimi «documenti» in cui passano tutto al vaglio della propria meschinissima testa, in nome della libertà di critica (non siamo oltre Lutero, primatista dei collitorti) concedono approvazione a Trotzky che disse:
«il socialismo, all’opposto del capitalismo, si edifica coscientemente».
Ma poco dopo, come vedremo, stigmatizzano a tutto spiano altre tesi dello stesso autore. Non vedono, i poveruomini di tale tipo, che prima di arrivare all’altezza di un Trotzky, che non corre il rischio di enunciare tesi isolate non armonizzate con un indirizzo unitario ed organico, devono consumare una tonnellata di sale.
E come parafrasano essi l’enunciazione di Trotzky? Facendogli dire una cosa tanto diversa, che mentre l’espressione di lui era rigorosa ed esatta, quella dei suoi «sindaci», stavolta clementi, è scorretta in ogni parola e soprattutto nell’arrière-pensée, piattamente borghese:
«dunque l’attività cosciente delle masse è la condizione essenziale dello sviluppo socialista».
Questa tesi insensata, che firmerebbe con entusiasmo non solo ogni socialista destrissimo, ma ogni borghese, non è degna di Trotzky, ma di Bertoldo, che scelse la pianta di fragola avendo ottenuta la grazia di essere impiccato all’albero che voleva. Ogni capitalista accetterà il pieno socialismo, se glielo vincoliamo alla condizione essenziale (!) che lo preceda l’attività cosciente delle masse.
Tutta questa palinodia servirebbe a correggere Marx che nientemeno avrebbe praticato «empirismo» a proposito del programma socialista, asserendo che importa solo distruggere la classe e lo Stato capitalista per dar libero corso alla costruzione del socialismo. Marx avrebbe avuto questa idea ambigua dei caratteri programmatici della società socialista, se la sarebbe cavata vagamente colla statizzazione e la pianificazione della produzione, e adesso questi documentisti gli somministrano un’idea «non ambigua» del socialismo, che si riduce a questa idiozia: eliminare lo sfruttamento! o la disuguaglianza!
Per molto meno di questo il sig. Dühring fu tacciato di «delirio di grandezza».
Contentiamoci di rimandare alla nostra esauriente lettura in tutti i passi di Marx della descrizione della società socialista. Ma Marx batte a morte l’Utopismo! E come! L’utopismo descrive la società futura come propone e vuole che sia; Marx la descrive come sarà. Ma ne dà connotati così salienti e taglienti in tutti i campi, che il tardivo e vuoto, non ambiguo ma decisamente antirivoluzionario, egualitarismo e giustizialismo dei suoi «raddobbatori» appare solo una rifrittura di secolari doléances.
Torniamo a Trotzky. Il capitalismo non è stato preceduto da una coscienza dei suoi caratteri, il socialismo lo è. Questo concetto non ha nulla a che fare colla nozione puramente idealista di «attività cosciente» delle masse, che non saprebbe risolversi che in una attività cosciente di individui, elevata a condizione, dunque a causa motrice degli accadimenti storici.
Ideologia delle rivoluzioni
Risalimmo a suo tempo al passaggio classico che le epoche di sovversione sociale non si giudicano dalla coscienza che hanno di sé stesse. I capi e i promotori della rivoluzione antischiavista travestirono la lotta contro la forma schiavista di produzione, che era il reale contenuto storico del trapasso, sotto una dottrina, del tutto compiuta ed esauriente, in cui appariva la liberazione dello spirito dalla carne e l’obiettivo di una vita ultraterrena come movente di tutta l’azione. L’attività delle masse non era cosciente, esse non lottarono per il paradiso, né sapevano che al posto della schiavitù sarebbe venuta una nuova forma di servitù. La coscienza del passaggio non era nelle masse, né in alcuna scuola, dottrina, gruppo. Soltanto dopo essa fu chiara.
Analogamente avvenne per la rivoluzione capitalista contro il feudalesimo. Si trattava di trapasso al modo di produzione basato sul salariato, ma i postulati, da una non meno possente scuola filosofica e politica, furono presentati, ben altrimenti, come libertà dell’uomo o del cittadino… trionfo della ragione.
In questi trapassi e in molti altri una nuova classe dominante sorgeva dopo la caduta dell’antica. Ma nella rivoluzione socialista, che abolirà le classi si ha preventivamente una conoscenza abbastanza definita e chiara dei suoi obiettivi. Dove e da parte di chi? Ecco il punto. Attribuire a Trotzky che questa precedente conoscenza del processo debba formarsi in chiunque sia schierato a lottare per la rivoluzione e contro gli ostacoli che la strozzano, è cosa insensata. Per noi marxisti basta che la conoscenza ci sia prima del processo; ma non nella universalità, non nella massa, non in una maggioranza (termine privo di senso deterministico) della classe, ma in una sua minoranza anche piccola, in un dato tempo in un gruppo anche esiguo, ed anche – scandalizzatevi dunque o attivisti! – in uno scritto momentaneamente dimenticato. Ma gruppi, scuole, movimenti, testi, tesi, in un lungo procedere di tempo, formano un continuo che altro non è che il partito, impersonale, organico, unico proprio di questa preesistente conoscenza dello sviluppo rivoluzionario. Il capitalismo non ha presentato un simile fenomeno processo e sviluppo: ecco che disse Trotzky, e non altro.
Al solito, a dimostrare che Trotzky non era di quei baggiani che eruttano documenti nuovi, ma enunciava tesi che sono patrimonio comune del partito, inteso al di là di confini di popoli e generazioni, è ribattuta ancora la tesi centrale di Marx: le rivoluzioni sociali derivano da contrasti di materiali rapporti e in generale hanno una deformata coscienza di sé stesse; la coscienza giusta viene molto dopo gli scontri la lotta e la vittoria; ricorriamo al decisivo Engels.
Mettete da parte la pisciata della statizzazione e della pianificazione di una economia mercantile, salariale e monetaria, e, una volta di più, sentite. Non redigete documenti, non esercite la suprema facoltà della libera critica: fate una cosa alla portata di tutti: spilateve ‘e recchie: rendete pervio il canale auditivo.
«Con la presa di possesso da parte della società dei mezzi di produzione è eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori. L’anarchia insita oggi nella produzione sociale è rimpiazzata da una organizzazione cosciente e rispondente ad un piano determinato. La lotta individuale per l’esistenza finisce. Con ciò l’uomo per la prima volta si separa, in un certo senso, definitivamente dal regno animale e passa da condizioni animalesche a condizioni di esistenza umane… Le leggi della propria azione sociale che fino ad oggi stavano loro di contro come leggi naturali esterne, dominatrici, vengono dagli uomini con piena cognizione di causa applicate, e quindi dominate.
Lo stesso socializzarsi degli uomini che finora si opponeva ad essi come largito dalla natura e dalla storia, è ora un loro proprio libero atto. Le forze obiettive estranee che finora dominavano la storia passano sotto il controllo degli uomini medesimi. Per la prima volta da ora innanzi, gli uomini faranno da sé la loro storia con piena coscienza, per la prima volta da ora le cause sociali da essi poste in movimento avranno anche in misura prevalente e continua gli effetti da essi voluti. È il passaggio dell’umanità dal regno della necessità in quello della libertà.
Realizzare questo atto di redenzione è il compito storico del proletariato moderno. Spiegarne le condizioni sociali e quindi la natura e portare così le classi oggi oppresse e chiamate all’azione, alla consapevolezza della propria azione, è il compito della espressione teoretica del movimento proletario, del socialismo scientifico».
Di che razza di altri documenti avete mai bisogno? Smettete di fare con materiali «tanto più ricchi» costruzioni tanto miserabili.
L’ora dipinta nel potente squarcio di Engels è quella che verrà dopo la presa di possesso sociale dei mezzi di produzione, la fine della concorrenza economica e del mercantilismo: ossia verrà molto dopo la conquista del potere politico. Allora per la prima volta si avrà un’attività cosciente degli uomini, della collettività umana. Allora, in quanto non vi saranno più classi.
In ogni attività di classe quindi, per i marxisti, la coscienza non solo non è una condizione, e tanto meno essenziale, ma è assente, poiché verrà per la prima volta non come coscienza di classe, ma come coscienza della società umana, controllatrice finalmente del proprio processo di sviluppo, che fu determinato dall’esterno fin che vi erano classi oppresse.
La rivoluzione è il compito storico della classe proletaria chiamata all’azione da forze di cui è per ora inconsapevole. La consapevolezza dello sbocco non è nelle masse, ma solo nello specifico organo portatore della dottrina di classe: il partito. Rivoluzione, dittatura, partito sono processi inseparabili, e chiunque cerca la via opponendoli l’uno all’altro, non è che disfattista.
OGGI
Madamigella cultura
Sul terreno della cultura «di classe» – vedremo subito che razza di classismo sia questo – rovinano invece addosso a Trotzky aspri rimbrotti. Ma egli non dice nei citati passi che la stessa cosa di quello trionfalmente accolto per varare l’attività cosciente, e non è lui che elucubra, o prende brevetti personali: si tratta di tesi proprie di Marx, di Engels, di Lenin; che diciamo? di cento e mille diffusori della scuola marxista, e come dicevano i buoni compagni greci di tutti gli «archeiomarxisti», marxisti antichi. Altro che aggiornatori!
Non bastava una trave nelle gambe della rivoluzione, l’irraggiungibile coscienza, viene la seconda:
«La costruzione del comunismo presuppone l’appropriazione della cultura da parte del proletariato: e ciò non significa solo la assimilazione della cultura borghese, ma anche la creazione dei primi elementi della cultura comunista».
Magnifico. Tutto questo non ha che un solo senso: credere che per avere il benessere occorre avere il potere, che per il potere occorre avere la volontà di lottare, per la volontà occorre la coscienza, per la coscienza occorre la cultura, che la cultura non è un’espressione di classe, ma un eterno «assoluto valore del pensiero» e che quindi non sono fatti materiali che scatenano le azioni e proiettando le ideologie, bensì processi spirituali che condizionano la lotta storica. Solo chi ha questo nella testa, e lo nasconde oppure non se ne sa accorgere, può scrivere in quel modo.
Ed allora Trotzky, che invece mette le cose al punto giusto, viene «raddobbato» a dovere. Egli si permise di dire:
«Il proletariato al più può assorbire la cultura borghese».
Ed anche:
«finché il proletariato resta proletariato, esso non può assimilare altra cultura che quella borghese, e quando potrà essere creata una nuova cultura questa non sarà una cultura proletaria, perché il proletariato come classe avrà cessato di esistere».
Queste posizioni di Trotzky suscitano indignazione, ma non vale la pena di riportare la serie di scempiaggini che ad esse si contrappone. Esse infatti esprimono puramente il nocciolo del determinismo marxista. Sul terreno scuola, stampa, propaganda, chiesa, ecc., fin che la classe lavoratrice sarà sfruttata la diffusione della ideologia borghese avrà sempre un immenso vantaggio sulla diffusione del socialismo scientifico. La partita sarà perduta per la rivoluzione fino a che non si fa assegnamento su forti masse che lottano, senza presupporre nemmeno per sogno che siano uscite dalla influenza culturale ed economica borghese, ma per la ineluttabile spinta del contrasto delle forze produttive materiali non ancora divenuto coscienza dei combattenti, e tanto meno poi scientifica cultura!
Ma lo sfondo puramente idealista della posizione – stravecchia – del gruppetto antibarbaro si rivela nella prospettiva di questa lotta tra due culture. Ben presto essa si riduce alla lotta per una sola cultura, per la cultura.
Il proletariato dovrebbe – prima di sottrarsi alla esecrata exploitation, prima d’avere il diritto di insorgere – costruire sulla assimilazione delle culture esistenti le basi di una cultura nuova. Vuole ciò dire che la classe deve sviluppare la propria ideologia per poter combattere? Vuol dire di peggio!
«Una cultura non è mai una ideologia né una orientazione, ma un insieme organico (?) una costellazione di ideologie e di correnti (organicità dunque, o basso eclettismo?)».
E questo che vuol mai dire? Lo spiegano le deduzioni che se ne traggono:
«La pluralità delle tendenze che costituiscono una cultura implica che condizione essenziale dell’appropriazione creatrice della cultura da parte del proletariato è la libertà di espressione».
Ci siamo: che accidente è questa libertà di espressione? Ecco chiarito:
«Le correnti ideologiche reazionarie che non mancheranno di manifestarsi nella società di transizione, dovranno essere combattute, nella misura in cui non si esprimono che sul terreno ideologico (?!) con armi ideologiche e non con mezzi meccanici limitanti la libertà di espressione».
Ecco a che serve la cultura di classe, la cultura comunista a cui si vuole obbligare il proletariato prima che prenda il potere! Quando lo avrà preso dovrà rispettare tutte le possibili culture, ed esercitare la dittatura in modo che un borghese non possa mettere bombe nelle macchine, ma ben possa predicare ideologia e filosofia «reazionaria», obbligandosi a contrastarlo solo con mezzi ideologici, e, ohibò, non meccanici. Il mezzo meccanico sarebbe evidentemente quello di una legnata sulla testa o di privarlo della macchina tipografica. Al contrario lo si pregherà di scrivere e di parlare sui giornali comunisti e nelle adunate, e si opporrà solo una deferente «confutazione» filosofica e con armi ideologiche!
Chi ha del ferro, ha della scienza
Non occorre di più di questa, che è la conclusione finale di un preteso studio sul «programma socialista» che deve rimpiazzare quello «empirico» e «ambiguo» di Carlo Marx, per stabilire che si tratta di autentico idealismo e democratismo borghese puzzante di muffa trisecolare almeno. Libertà di espressione! E che vi è in questa nuova aggiunta a Marx che non sia già stato detto da illuministi e protestanti, le cui dottrine sono state dal marxismo stritolate senza rivincita?
Qui non si tratta solo di fare rinculare Lenin, di fare indietreggiare Marx, ma addirittura di annacquare il generoso ardore del primo comunista, Babeuf, sceso nella lotta politica, che volle colla forza fisica condurre la battaglia contro la forza delle idee.
Perfino il vecchio Blanqui aveva detto:
«chi ha del ferro ha del pane!»,
comprendendo che in dati svolti della storia la violenza bruta risolve la rivendicazione economica. Si dovrà per questo discutere la cultura dell’avversario? E concedergli libertà di espressione per riguadagnare la causa perduta, ferro alla mano? Babeuf e Blanqui, con materiale tanto povero, bene avevano scoperto che chi ha del ferro ha della scienza.
Si vuole insegnare alla dittatura la più imbelle delle autolimitazioni. Ma proprio questa pretesa smidollatrice mostra l’abisso che corre tra costoro, tra i vari gruppetti che fanno pellegrinaggi e penitenze per gli sfregi recati dalla rivoluzione – sia pure stalinista – alla santità extrastorica della libertà di espressione, e il marxismo.
Non ci vogliono che i fautori dell’«attività cosciente» per sostenere la balordata: libertà di azione no, libertà di espressione sì!
È soprattutto per questo che al di fuori delle forme di dittatura statale capitalista vigenti in Russia, va rivendicata la funzione del partito come agente della dittatura. Perché non si tratta solo di reprimere conati sabotaggi e congiure contro il potere proletario, ma di tutelare proprio la rigorosa unità dottrinaria della corrente comunista, che esclude tutte le altre.
Vano sarebbe legare le unghie e gli artigli ai borghesi e ancora più al mostro tentacolare e impersonale del capitale, e poi rispettarne l’apologia verbale. Un vago ordine operaista potrebbe scendere a questo suicidio, ma la rivoluzione proletaria vincerà quando e in quanto il suo organo dottrinale, il partito, imporrà il bavaglio alla libertà di espressione delle lunghe a morire ideologie e culture tradizionali, proprie delle classi debellate.
Queste ricerche modernissime sulla dittatura del proletariato e sul programma socialista, non sono dunque che il completo svuotamento dell’una e dell’altra, per il ritorno ad una ipocrita gara di idee in nulla dissimile da quella decantata dalle peggiori propagande borghesi occidentali.
Il giro quindi si chiude come doveva: il sostenere una libertà ed una democrazia «interna alla classe» non serve che a ricadere in pieno nell’unica libertà e democrazia storicamente possibili prima della compiuta trasformazione comunistica della società: la democrazia e libertà borghesi. Che coincidono con la dittatura borghese, e mentre non lasciano gracchiare che le cornacchie, stroncano nella organizzazione rivoluzionaria, in primis et ante omnia, proprio la libertà di espressione.
Corre epoca sfavorevole alla classe proletaria, alla rivoluzione, ed al partito rivoluzionario. Ma le tre cose risorgeranno inseparabili, quando l’ora verrà. Urge per ora anche nel seno del piccolo movimento che noi siamo, stroncare le velleità e le nostalgie per questa dissolvitrice libertà di fesseria.
I missionari della castrazione
Un lettore ha scritto al responsabile di questo foglio chiedendo chiarimenti circa la posizione del nostro movimento di fronte a problemi sociali e teorici, che però nella sua lettera, formano una serie un po’ lunga. Rispondiamo volentieri, ma non a tutte le richieste, dato che il nostro foglio dispone evidentemente di pochissimo spazio.
Il nostro lettore ha letto e trovato interessante l’articolo «Figli come capitali», pubblicato nel numero 10, ma ne ha tratto delle conclusioni che riecheggiano posizioni pseudoscientifiche e correnti pregiudizi, di cui il movimento rivoluzionario ha fatto giustizia fin dal suo nascere, circa un secolo fa. Questo lo diciamo con calma scevra di presunzione, e non certo per confondere il nostro cortese lettore. Ma chiamando le cose con nomi che non sono loro propri, una così male intesa gentilezza di linguaggio non impedisce di far arrivare la discussione ad un risultato utile? Dobbiamo perciò dirgli che lui si sbaglia, e persistendo nell’errore si precluderà la possibilità di vedere chiaro nelle contraddizioni e convulsioni della società borghese, accettando il pregiudizio che la «miseria» della classe operaia sia un risultato dell’eccesso delle nascite, e quindi della incapacità delle famiglie proletarie a limitare la prole. Nell’articolo citato, non si toccava, in verità, tale questione, ma, tenendo presente che è molto diffusa nelle masse la tendenza a seguire supinamente le false argomentazioni che mirano a discolpare la classe borghese gettando sui troppo … prolifici proletari la responsabilità della disoccupazione e del regime di sottoconsumo, l’occasione è buona per ribadire la posizione rivoluzionaria.
La questione è tutt’altro che nuova. La teoria della limitazione delle nascite come mezzo per ristabilire l’equilibrio tra le capacità produttiva e il consumo, è completamente fuori della dottrina rivoluzionaria del proletariato. Non a caso essa fu sostenuta fin dalla fine del ‘700 dall’economista borghese Roberto Malthus, il quale negava l’efficacia di ogni riforma sociale sostenendo che l’aumento del potere d’acquisto delle masse determinava per le migliorate condizioni di vita delle famiglie operaie, un aumento delle nascite che a lungo andare avrebbe annullato gli effetti della riforma. Marx combatté il malthusianesimo, e sulle sue orme lo stesso fece Lenin, denunziandolo come espressione riflessa delle condizioni sociali in cui vivono gli strati della piccola borghesia.
La piccola borghesia, i famosi strati medi, onore e vanto della conservazione e della reazione sociale, da cui la classe dominante trae gli ideologi, i ciarlatani demagoghi, i parolai parlamentari, costituisce la sorgente inquinata delle filosofie della disperazione, del nichilismo sconsolato sempre pronto a piangere sulla «inutilità della vita», a predicare la rassegnazione imbelle, lo scetticismo vile. Il piccolo borghese sente nelle sue carni il morso feroce di tutte le contraddizioni della società divisa in classe. Non è falso che rispetto al tenore di vita degli strati meglio pagati della classe operaia, molti borghesucci stiano molto peggio; nessuna sofferenza e umiliazione viene loro risparmiata; anzi, la tragedia del piccolo borghese, caduto in rovina e gettato nella massa dei proletari, o addirittura dei disoccupati, provoca conseguenze assai più disastrose che negli operai tradizionali, i quali, volenti o nolenti, hanno acquisito una maggiore capacità di reagire e di resistere alle sciagure sociali. Il piccolo borghese decaduto è un ribelle, urla e smania contro l’ordine costituito. «Ma come protesta?» si domandava Lenin, e così rispondeva:
«Protesta abbattuto e pavido, quale rappresentante di una classe che precipita senza speranza verso la propria rovina, che non ha nessuna fiducia nel proprio avvenire. Non c’è nulla da fare, almeno ci siano meno figli a soffrire i nostri tormenti, a trascinare le nostre catene, a sopportare la nostra miseria e la nostra umiliazione: questo è il grido del piccolo borghese.
«L’operaio cosciente è lontano le mille miglia da questo modo di vedere. Non si lascia annebbiare la coscienza da tali elementi, per quanto sinceri e profondamente sentiti essi siano. Sì, anche noi, operai e massa di piccoli proprietari siamo curvi sotto un giogo insopportabile e la nostra vita è piena di sofferenze. La nostra generazione ha la vita più dura di quella dei nostri padri. Ma sotto un certo aspetto siamo molto più felici di loro. Abbiamo imparato e impariamo rapidamente a lottare e a lottare non da soli come i migliori tra i nostri padri, non in nome delle parole d’ordine dei ciarlatani borghesi, che ci sono estranee, che non sentiamo, ma in nome delle parole d’ordine nostre, della nostra classe. Noi lottiamo meglio dei nostri padri. I nostri figli lotteranno ancora meglio e vinceranno.
«La classe operaia non corre verso la sua rovina, ma cresce, diventa più forte e più virile, diventa compatta, si educa e si tempra nel combattimento. Noi siamo pessimisti sulle sorti del feudalesimo, del capitalismo e della piccola produzione, ma siamo ottimisti e pieni di entusiasmo per quanto riguarda il movimento operaio e le sue mete. Noi gettiamo già le fondamenta del nuovo edificio e i nostri figli lo porteranno a termine.
«Ecco la ragione, la sola ragione, per cui siamo decisamente nemici del neomaltusianesimo, di questa tendenza propria delle coppie piccolo-borghesi, che, nella loro meschinità e nel loro egoismo, biascicano impaurite: ci conceda Iddio di vivacchiare noi stessi in qualche modo; in quanto ai figli meglio non averne».
Lo scritto di Lenin, da cui abbiamo stralciato questo brano apparve sulla «Pravda» nel giugno 1913. Ma vale anche per il 1953. Non bisogna credere, però, che il rifiuto di accettare la «vile e reazionaria dottrina sociale del neomaltusianesimo» comportasse, nella posizione di Lenin, la negazione della lotta contro le leggi che vietano, sotto il capitalismo, l’aborto procurato e la diffusione degli scritti medici riguardanti i vari sistemi preventivi intesi a limitare le nascite. «Queste leggi non sono che una ipocrisia delle classi dominanti» affermava Lenin, a conclusione del suo articolo. Conseguentemente a tale posizione. lo Stato operaio, sorto dalla Rivoluzione d’Ottobre riconobbe legalmente il diritto delle donne a praticare l’aborto. Il regime staliniano doveva in seguito attutire e rendere praticamente inoperanti tali misure rivoluzionarie; ma il fatto rimane.
Apparentemente, può sembrare che ci sia contraddizione tra la guerra dichiarata, in sede teorica e critica, alle dottrine maltusiane e neomaltusiane, e le rivendicazioni pratiche del movimento rivoluzionario marxista. E’ questione di intendere giustamente, uscendo dal dilemma astratto: la limitazione volontaria delle nascite è Bene o Male? La banale esperienza mostra quotidianamente come le famiglie numerose soffrono maggiormente dello sfruttamento sociale, per cui una nuova gravidanza è temuta dalle donne del proletariato e della piccola borghesia come una sventura (per le signore eleganti che non hanno «triviali» preoccupazioni economiche è diverso, si tratta solo di un fastidioso incomodo). Chi può negare ciò? Chi può, senza servire la nauseante ipocrisia morale e religiosa, biasimare le pratiche preventive e l’aborto procurato? Non bisogna salire alle altezze della teoria per capire ciò.
Ma l’errore profondo e la caduta nell’ideologia della controrivoluzione avviene se si pretende di elevare al rango di «mezzo» per la abolizione dello sfruttamento sociale, della miseria, della disoccupazione, in una parola di tutte le violenze e le infamie del capitalismo, quello che è, in definitiva, uno sforzo inteso ad evitare peggiori condizioni di lotta contro la tirannia degli ordinamenti capitalistici. Non predicando la limitazione delle nascite, che ormai è il compito equivoco delle associazioni di beneficenza presiedute dalle dame della borghesia, si combatte il capitalismo. Anzi, se per astratta ipotesi si potesse arrestare l’aumento delle file proletarie, che è fenomeno mondiale per il progressivo entrare nel girone infernale dell’industrialismo e del salariato di vaste zone del pianeta, se si potesse farlo il capitalismo respirerebbe. Il fatto inoppugnabile che gli eserciti di lavoratori proletari crescono e si moltiplicano, costituisce una condanna di morte per il capitalismo, che presto o tardi sarà eseguita. Il borghesuccio che vive nel cronico timore di cadere nelle file del proletariato e nell’orrore di dovere deporre la penna o lasciare il banco per impugnare il martello o la vanga, può bene lasciarsi terrorizzare dalla vista del flusso proletario che sommerge inevitabilmente il pianeta, che nessuna utopia reazionaria può ormai sottrarre al suo dominio futuro. I proletari, no!
Lo soppressione dello sfruttamento e dell’oppressione sociale diviene una misera utopia, se si pretende che ad arrivarci esistono altre vie che non siano la dittatura del proletariato, cioè del potere politico dittatoriale che spezzerà gli impedimenti che si oppongono alla abolizione del lavoro salariato, delle barriere tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Il mondo in cui viviamo soffoca tra mille sofferenze, ma non perché siano molti gli uomini che popolano il pianeta, non perché le famiglie proletarie segnino alti indici di natalità. Se la produzione di alimenti non si equilibra con l’aumento della popolazione mondiale, ciò dipende unicamente dal fatto che il capitalismo amministra disastrosamente le forze produttive in continuo inarrestabile incremento. Oramai, si sente tutti i giorni lamentare che il mondo non basta a nutrire la popolazione che ospita. ma ciò avviene perché il capitalismo devia verso rami di produzione socialmente inutili e dannosi le energie produttive che dispoticamente controlla, e mentre impone alle masse di consumare articoli superflui, non riesce, non riuscirà ad assicurare una stabilità di vita alla società.
Il piccolo borghese che invidia lo speculatore fortunato o l’imprenditore favorito dalle banche, implora: «Meno figli. Meno bocche da sfamare». Ma il proletario preparato che vuole la distruzione del modo di produrre e di vivere del capitalismo, dice: «Meno aerei, meno cannoni, meno transatlantici. meno automobili. Basta con lo sperpero delle forze produttive. Basta col parassitismo capitalista. Sopprimiamo il mercantilismo, il commercio, l’affarismo, per i quali il lavoro sociale viene sottomesso agli interessi della accumulazione. Volgiamoci a fabbricare ciò che è utile ai lavoratori, ce ne sarà abbastanza per tutti». Ma i fautori del maltusianesimo da questo orecchio non ci sentono. Loro sono in ansiosa attesa dell’antifecondativo infallibile che dovrà mettere la parola fine alle prepotenze… dello spermatozoo! Non a caso, i peggiori nemici del materialismo economico, cui si rimprovera non si sa quali e quante sordidezze, sono incapaci di collocare i grandi problemi sociali al di sopra del piano del basso ventre…
Nazionalizzatori
La politica di nazionalizzazione e d’intervento statale condotta dal governo « rivoluzionario » di Paz Estenssoro in Bolivia ha fatto, come è noto, la delizia di tutti i partiti e movimenti « progressisti » nostrani, non tanto per la frustata ch’essa poteva dare all’industrializzazione del Paese, quanto per il forte accento anti-americano che presentava. Il guaio è che sul piano dei rapporti fra Stati come su quello dei rapporti fra unità produttive, è la potenza economica che detta legge, non la volontà o, tanto meno, le velleità di singoli gruppi.
Avviene così che, a poca distanza dalle nazionalizzazioni minerarie salutate come rivolte contro l’imperialismo yankee, il governo boliviano si vede ora risospinto, sotto la pressione della crisi economica interna, nelle braccia degli Stati Uniti, e l’ambasciatore della Bolivia a Washington ha dovuto fare appello agli industriali nord-americani perché il flusso di dollari e di valute pregiate riprenda, cessi la « disperata scarsità di fondi di fronte alla quale la Bolivia si è venuta a trovare dopo la cessazione delle vendite regolari dello stagno… ai tradizionali Paesi clienti » (Relazioni Internazionali, 13 giugno), e un nuovo accordo per l’acquisto statunitense dell’essenziale materia prima allontani il pericolo che « il mondo libero perda un altro alleato nella sua lotta per l’esistenza ». L’« anti-americano » Paz Estenssoro non solo chiede dollari a Washington, ma agita lo spauracchio di una Bolivia perduta – come egli non vorrebbe – all’Occidente.
È la sorte di un po’ tutte le « rivoluzioni nazionali » dei Paesi arretrati: in quanto mettono in moto forze sociali latenti, esse rappresentano un fattore di dinamismo nell’evoluzione economica e sociale di grandi aree del mondo; ma la loro incapacità di tenere con mezzi propri il passo col velocissimo ritmo del progresso tecnico risospinge i Paesi in fermento « nazionale » nelle braccia dell’imperialismo dominante; e il cerchio appena infranto si richiude.
Arcobaleno postelettorale
La democrazia cristiana ha richiamato all’ordine i reggicoda dei partiti minori: sa che, nonostante le loro velleità d’iniziativa e d’indipendenza, non possono vivere (nel senso di avere un peso) se non nella sua scia.
I partiti minori hanno tratto dalla loro sconfitta elettorale la convinzione rafforzata della propria… importanza. Guai se così non fosse: farebbero harakiri.
Come previsto, i monarchici si sono spaventati del proprio successo: messi di fronte al pericolo di un governo instabile, si dichiarano pronti a sostenere De Gasperi. Passata la festa, ci si genuflette al carro.
Anche i « comunisti » si preoccupano di un governo stabile: o non sono forse i crociati dell’onore nazionale e della salvezza della Patria? Ma come stabilizzare il governo? Concedendo loro congrue poltrone ministeriali, gomito a gomito con gli « irriducibili nemici » di ieri. E non è detto che, in seguito agli incontri internazionali « ad altissimo livello », non li rivediamo alla meta. Alto o basso che sia il « livello », l’importante è che arrivino alla greppia.