Nel ginepraio dell’opportunismo
Gli opportunisti e i traditori del movimento operaio, passati dal terreno di classe a quello della conciliazione fra le classi prima, e dell’asservimento diretto alla classe opposta poi, sono inesorabilmente costretti a riflettere, nelle loro posizioni “di battaglia”, le contraddizioni e le perplessità del meccanismo capitalistico. Esprimono anzi, meglio ancora dei rappresentanti espliciti della classe dominante, i contrasti interni del sistema.
Prendete per esempio l’atteggiamento degli stalinisti di fronte al Piano Schuman, da noi commentato in esaurienti articoli sulla siderurgia. Affittatisi alla difesa dell’industria nazionale, essi hanno dovuto, per logica conseguenza, far propria la causa della siderurgia e abbracciarne la classiche tesi autarchiche, protezionistiche e succhione: nella fattispecie, opporsi alla creazione di un mercato unico europeo, danneggiante gli interessi di una industria fondata sullo sfruttamento di un mercato interno irto di barriere doganali. Già qui la contraddittorietà della loro posizione appariva chiara: pretendevano, difendendo l’attuale impianto della siderurgia italiana, di difendere il lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori; nello stesso tempo, ne invocavano la razionalizzazione e si facevano banditori dell’aumento della produttività, con la conseguenza di restringere le possibilità di lavoro appunto degli operai siderurgici.
Ma che cosa succede adesso? Il Piano Schuman avrà – o vuole avere per riflesso – una riduzione dei prezzi dell’acciaio e del carbone, e ci vuol poco a capirlo: in Italia, la protezione a difesa di una industria arretrata significa la difesa di costi e quindi di prezzi superiori a quelli del mercato internazionale o anche soltanto europeo. Gli stalinisti si trovano ora in questo nuovo vicolo cieco: essi, che invocano la razionalizzazione e la discesa dei prezzi, con conseguente aumento dei consumi (e si sono fatti in quattro per insegnare agli industriali il modo di produrre automobili a buon mercato) e dilatazione del mercato interno, sono nello stesso tempo portati, lottando (se di lotta si può parlare) contro il Piano Schuman, a difendere un regime di prezzi alti, proprio in quel settore meccanico che a loro è tanto caro. E non è che una contraddizione minore del loro destino di affiliati agli interessi contraddittorii della classe.
Non li compiangeremo per queste loro ambasce: il posto, come disorientatori e corruttori della classe operaia, l’hanno comunque e in ogni occasione assicurato, ed è proprio in virtù del disorientamento delle loro contraddizioni che quella opera disgregatrice si compie. Non li compiangiamo: ci limitiamo a constatare il fatto a dimostrazione che in regime capitalista non esiste problema che si possa risolvere, e riforma che si possa tentare, senza che “soluzione” e “riforma” evochino il loro contrario e annullino in partenza la propria presunta efficacia.
I tornei elettorali dei Partiti di SM il Capitale
Il miglior commento alle prossime giostre elettorali – giacché i discorsi e gli articoli dei competitori sono ormai vecchi e logori, li sappiamo a memoria – è forse dato dal modo come i partiti dominanti hanno condito il recente Primo Maggio. Festa ormai generale, patriottica, di Stato: la Chiesa ha provveduto alla dispensa perché riuscisse una buona scampagnata per tutti e i partiti (monarchici compresi) sono andati a gara nel parteciparvi sotto insegne comuni, le insegne della produttività, della difesa dell’economia nazionale e della democrazia, del commovente accordo tra sfruttatori e sfruttati. Il Primo Maggio di destre e sinistre parlamentari è ormai la festa dei massacratori di Chicago e, a coronare la patetica scena, i tre sindacati presenziano alla distribuzione delle stelle al merito del lavoro, – che è, si voglia o no, una variante dei premi agli stakhanovisti, un’esca gettata alla fedeltà verso l’azienda-prigione e la patria-caserma. La celebrazione della forza internazionale del lavoro, organizzato contro il capitale è così divenuta, per concorde iniziativa di tutti gli «avversari elettorali», la celebrazione del lavoro inquadrato nel regime dello sfruttamento, nelle sue istituzioni sociali e politiche, nel meccanismo della sua conservazione. Valeva la pena, dopo questo, di concedere ai praticanti la dispensa dal digiuno: la festa era a celebrazione di una vittoria anche della Chiesa sul movimento operaio in lotta.
È questa impostazione che gli operai dovrebbero aver presente, oggi che li si chiama ancora una volta all’urna. La rosa di candidati che la scheda presenta loro è intercambiabile: nonostante la diversità dei simboli (o proprio per questa diversità puramente formale, per questo specchietto da allodole destinate a figurare sullo stesso spiedo), tutti i partiti si muovono su una piattaforma comune – la difesa degli istituti politici, delle premesse economiche, delle basi sociali del regime capitalista. Sono tutti riformisti, giacché non si concepisce difesa e conservazione del privilegio senza un opportuno adattamento ai tempi, senza una vernice di popolarismo «progressista»: sono tutti patriottici, produttivisti, legalitari, innamorati delle tavole giuridiche della democrazia, fedeli alla Patria, ansiosi delle sorti degli azionisti delle industrie nazionali, proni agli istituti di difesa dell’ordine costituito. Il loro piedestallo è, senza distinzione, il lavoro: il lavoro che premiano se ed in quanto ha abbracciato l’ideologia e la prassi della conciliazione, della pacifica emulazione, della subordinazione ai supremi interessi della madre comune, l’Italia. È il loro sgabello, e su di esso tutti sperano, premio di maggioranza o no, di assidersi per altri cinque anni di pingue lavoro sulle poltrone dei due parlamenti. Né si potrebbe giurare che, mentre si lanciano invettive – basate del resto sugli stessi argomenti dalle due parti (insufficiente cura degli interessi nazionali, tradimento della patria, lesa democrazia…) – stiano già maturando nel grembo della società internazionale borghese i motivi di un loro prossimo o prevedibile a non lunga scadenza abbraccio finale.
E tuttavia, non vale nasconderselo, la stragrande maggioranza dei proletari voterà per qualcuno di questi partiti dichiaratamente antiproletari; e solo un’esigua minoranza avrà capito così lucidamente il gioco immondo delle alternative elettorali, da non dare il voto a nessuno, da contrapporre al falso della conquista elettorale del potere per la classe operaia il rifiuto della scheda e l’uso dell’arma antilegalitaria e antidemocratica dell’azione di classe. Il baccano elettorale assorda tutti e ogni nuova «esperienza» schedaiola ribadisce un anello della catena che lega i lavoratori al regime del loro sfruttamento. Oggi: non certo domani.
La nostra assenza da questo pagliaccesco agone – dietro il quale non c’è neppure più la parvenza dell’antidittatura – non ha il carattere di un atto di forza maggiore, da deprecare e rimpiangere: è deliberata e precisa. Ha il significato di un vigoroso richiamo, per l’esigua schiera di proletari che la marea montante della controrivoluzione non ha ancora travolto, alla continuità delle battaglie di classe. Il nostro campo di battaglia è altrove: lasciamo che sull’arena elettorale e parlamentare tenzonino, affogando nella melma, i partiti di S.M. il capitale.
L’allegra distensione
Come la mettiamo, con questa faccenda della distensione? E’ vero che in Corea i negoziati sono in corso; è vero che le borse internazionali reagiscono con la caduta, sia pur cauta, dei prezzi ad un allentarsi della tensione fra i due blocchi; è vero che ogni giorno i sommi reggitori di Oriente e Occidente si tendono la mano. Ma l’acqua che bolle nel gran calderone dell’imperialismo, se non può sfuggire da una parte, si apre una via di sfogo dall’altra. C’è aria di smobilitazione in Corea; ma si combatte duramente nel Laos, Eisenhower ha, sembra, fretta di liquidare l’ormai tediosa vicenda del 380 parallelo; ma è altrettanto ansioso di riversare munizioni e, chissà, soldati in Indocina. E se, per i russi, gli americani hanno cessato di fare la guerra batteriologica lassù, non è detto che non stiano per riprenderla là sotto.
A guardar bene, per l’America questo spostamento di fronte è tutt’altro che privo di vantaggi. Laos è Francia; e dire Francia è dire Comunità Europea. A parte ogni altra considerazione, l’aggravarsi della situazione indocinese, e l’intervento in essa, offrono agli Stati Uniti un eccellente mezzo di ricatto e di pressione su Parigi: sono la moneta di scambio per l’accettazione del riarmo tedesco. Guerra e distensione: quando si possono godere nello stesso tempo i vantaggi dell’una e dell’altra, che cosa si può desiderare di meglio?
E’, per l’imperialismo, la condizione ideale.
La conferma dell'astensionismo
Quando difendiamo la posizione anti-partecipazionista, quando ribadiamo la posizione di rifiuto di accettare e sostenere candidature al Parlamento che fu caratteristica della Sinistra Comunista italiana fin dalle origini, è chiaro che non ci volgiamo a criticare l’operato dei partiti socialista e comunista. Benché costoro pretendano di ispirarsi al principio del disfattismo parlamentare, col quale Lenin giustificava la partecipazione dei comunisti ai parlamenti borghesi, tutta quanta la loro azione dimostra che essi tendono ad utilizzare il Parlamento in vista di instaurare una forma di Stato che parlamentare non è, ma nemmeno socialista. L’esempio del colpo di Stato di Praga che doveva liquidare la democrazia parlamentare e sostituirla con l’odierno Stato a regime totalitario, è quanto mai chiaro. Il partecipazionismo di tipo stalinista, perseguendo finalità antiparlamentari, ma non essendo un mezzo di lotta destinato a distruggere lo Stato borghese, ed instaurare il Governo rivoluzionario operaio, non obbedisce affatto ai criteri del partecipazionismo difesi da Lenin. Esso ha un precedente storico nella tattica del partito nazional-socialista tedesco che pervenne al potere in seguito a vittoria elettorale, ma come primo atto di governo passò al macero la Costituzione demo-parlamentare di Weimar, instaurando lo Stato autoritario, antiparlamentare, monopartitico.
Contingentemente, nella impossibilità di afferrare il controllo del Parlamento, i partiti stalinisti si affannano a procurarsi quanto più grandi pascoli parlamentari sia possibile. Ma ciò non contraddice alle tendenze antiparlamentari in senso conservatore dello stalinismo, in altre parole, noi non contestiamo affatto agli stalinisti la possibilità di prendere il potere con metodi elettorali, appunto perché sappiamo che solo ai partiti borghesi è possibile utilizzare il Parlamento, sia per mantenerlo in efficienza, sia per liquidarlo più o meno ignominiosamente. Anche se in Italia e, in genere nell’Occidente, il parlamentarismo gioca in favore dei partiti anti-stalinisti, in linea di principio non si può escludere che in una situazione internazionale diversa, caratterizzata dalla prevalenza delle innegabili tendenze in seno alla borghesia europea a trovare un’intesa con la Russia, i partiti stalinisti non ripetano l’esperienza del partito nazista del 1933 e del colpo di Stato cecoslovacco del 1948.
Discutere sulla possibilità di utilizzare la partecipazione al Parlamento è possibile, dunque, solo in campo rivoluzionario, cioè nel campo delle correnti politiche che sostengono un programma che va oltre, sia la democrazia parlamentare, sia il regime totalitario. Per il campo borghese, l’abbiamo provato, l’elezionismo favorisce indiscutibilmente l’azione sia dei partiti democratici, sia di quelli di tendenze totalitarie e antiparlamentari. Ne consegue che per trarre un insegnamento proficuo per i rivoluzionari, bisogna giudicare non in base a quanto fanno e potrebbero fare in Parlamento i rappresentanti dei partiti pseudo-proletari, ma cercando di raffigurarsi con realismo quale dovrebbe essere il comportamento e le conseguenze del comportamento, di un deputato rivoluzionario, cioè antidemocratico e antitotalitario ad un tempo, nel gioco parlamentare.
L’unico argomento che i fautori della partecipazione alle elezioni, e quindi al Parlamento, possono sventolare consiste nel decantare il vantaggio che le singolari tenzoni oratorie di un deputato rivoluzionario in Parlamento arrecherebbero alla propaganda delle posizioni rivoluzionarie. Perfino i giornali avversari sarebbero costretti a parlare del deputato rivoluzionario, a pubblicare resoconti (immaginate con quale obiettività) dei suoi interventi, delle sue dichiarazioni di voto, ecc .La radio dovrebbe fare lo stesso, e magari anche il cine-giornale, la televisione, ecc. La tesi degli astensionisti, cioè la nostra, che continua la tradizione della Frazione Comunista Astensionista da cui il comunismo trasse origine in Italia, non si nasconde affatto che sì, inevitabilmente, si farebbe del clamore attorno al partito ma solo del clamore, solo chiasso confuso e diseducante. Ciò perché il deputato o gruppo di deputati rivoluzionari sarebbe con la stessa inevitabilità attratto nel gioco dello schieramento borghese che si presenta in Parlamento nelle forme di maggioranza e minoranza. Ne risulterebbe non una chiarificazione delle posizioni classiste rivoluzionarie, ma una tremenda confusione, per cui non si vede in qual modo la propaganda del partito ne risulterebbe avvantaggiata.
Osserviamo rapidamente quanto è successo recentemente in Parlamento.
E’ noto che due alternative si presentavano ai membri del Parlamento in materia di legge elettorale. Se non fosse stata approvata la legge Scelba, che faceva passare in prescrizione la proporzionale, il 7 giugno si voterebbe con lo stesso sistema di assegnazione dei seggi seguito il 18 aprile 1948. In pratica, basandosi sui risultati delle recenti elezioni amministrative, che videro un sensibile regresso delle liste democristiane a vantaggio dei monarco-missini, si può concludere con certezza quasi assoluta che alla futura Camera si sarebbero venuti a creare tre blocchi politici di forze pressoché equivalenti: democrazia cristiana, monarchico-missini, social-comunisti. Per il loro peso specifico, nessuno dei tre avrebbe potuto governare da solo, ma avrebbe dovuto chiedere i voti dei deputati degli altri schieramenti. Ne sarebbe conseguita molto verosimilmente un’alleanza parlamentare, e forse governativa, tra democristiani e monarchici. In altre parole, la prevalenza della proporzionale avrebbe consentito sì ai social-comunisti di avere in parlamento un numero di seggi proporzionali ai voti raccolti, conservando i seggi detenuti nella camera testé sciolta, ma avrebbe anche aperto la via del governo ai monarchici. Non a caso, costoro hanno osteggiato violentemente la legge proposta da Scelba.
Il sistema maggioritario, o della proporzionale corretta col premio di maggioranza, permette invece alla D.C., imparentata con i partiti alleati (P.L.I., P.R.I., P.S.D.I.) di rimediare alla perdita di voti, ad essa strappati dalle destre monarchica e missina. Infatti, la legge prevede che lo schieramento di liste collegate che riesca a raccogliere la metà più uno dei voti validi. si aggiudichi 380 seggi parlamentari. Sopravanzeranno appena 210 seggi da dividere proporzionalmente alle minoranze. L’enorme baccano fatto alla Camera e al Senato dalle opposizioni social-comunista da un lato, e monarco-fascista dall’altro, sta a dimostrare che né gli uni né gli altri sperano di raggiungere la sospirata quota della metà più uno dei voti validi raccolti da tutte le liste in lizza. Succederà, in altre parole, che il blocco social-comunista, ad esempio, anche se riuscirà a conservare il monte voti racimolato il 18 aprile 1948, si vedrà assegnare molto meno seggi on Parlamento. Lo stesso dicasi per l’opposizione monarco-fascista.
In Conclusione, davanti ai napoleoni della Direzione del PCI si è posto brutalmente il dilemma: o perdere seggi in Parlamento o aprire la via del governo ai monarco-fascisti. Non è da escludere che il brusco concludersi della discussione al Senato e l’improvvisa votazione della legge Scelba siano stati giudicati dalla Direzione del PCI sotto la specie del male minore. Immaginate ora che avessimo avuto anche noi un rappresentante in Parlamento. E’ un’ipotesi del tutto gratuita, ma interessante. Egli si sarebbe trovato nella identica situazione dei social-comunisti. Avrebbe sostenuto la proporzionale? In tale caso avrebbe lavorato per gli interessi dei monarchici. Avrebbe appoggiato la maggioritaria? Così facendo, avrebbe secondato il gioco del blocco governativo. In ambo i casi avrebbe svolto un ruolo di agente sia pure passivo, sia pure involontario, in una contesa tra partiti borghesi. Avrebbe funzionato non come forza sovvertitrice del Parlamento, ma come non secondario ingranaggio del meccanismo parlamentare, costruito e sfruttato dal capitalismo per i propri fini, per l’avvicendamento del suo personale di governo. Non sarebbe inevitabilmente successo che, andato in parlamento per sfruttare la famosa «tribuna di propaganda» che tanto seduce gli sgonfioni, miseramente si sarebbe dovuto lasciare afferrare nel meccanismo della lotta tra maggioranza e minoranza? E votare con i social-stalinisti non sarebbe valso a distruggere i non durevoli effetti delle sue dimostrazioni verbali di eguale avversione al governo e alla opposizione pseudo-proletaria?
L’accusa che gli elezionisti muovono di solito agli astensionisti è di non saper giustificare il rifiuto di presentare ed accettare candidature ai seggi in Parlamento. Nella situazione in cui si trova il movimento rivoluzionario la discussione non può uscire dal terreno puramente critico. Ma se fosse possibile disporre dei mezzi organizzativi e materiali che le accese lotte schedaiole richiedono, non avremmo argomenti di fatto a sostegno del rifiuto di imbrancare il movimento dietro le bandiere della corruzione elettorale e del personalismo politicante desideroso di fare, o ripetere, la ingloriosa esperienza parlamentare? Si provi allora a contestarci quanto abbiamo detto.
Utilità pubblica
Lavori pubblici! Opere di utilità pubblica! Piani statali per la costruzione di case e scuole! – altrettanti capitoli del ritornello di tutti i partiti interessati a presentare l’intervento dello Stato nell’economia come un passaggio verso forme di economia non capitalistica. In frequenti scritti, e soprattutto in un «Filo del tempo» del titolo suindicato, abbiamo ribadito per contro che le opere di «pubblica utilità» intraprese dallo Stato «al di sopra delle classi» siano proprio quelle che esaltano lo sfruttamento del lavoro ed il profitto di ristrette cerchie private di imprenditori – magari senza capitale! -, e in questo stesso numero ci diffondiamo su uno degli esempi clamorosi dell’asservimento reale dello Stato (e perciò delle sue iniziative economico-sociali) ad interessi privati. Ma quanti casi non potremmo citare!
I giornali triestini hanno riferito, quest’inverno, l’odissea delle case costruite secondo il piano Aldisio. Opere pubbliche, finalità sociali… È bastato un soffio un po’ più energico del normale della carsica bora perché i «beneficiati» dell’opera pubblica si vedessero scoperchiare la casa e portare via il mobilio, e tornassero alla condizione di sinistrati. Questi sono danni tangibili, ma nessuno potrà mai toccar con mano gli utili che le ditte appaltatrici hanno ricavato costruendo, in nome della pubblica utilità e col denaro dello Stato, case di cartapesta per una zona battuta – come sanno anche i ragazzini – dai più terribili venti del Mediterraneo.
I giornali liguri e non soltanto liguri hanno parlato del crollo avvenuto a Voltri, con la morte di due operai, del ponte ancora in costruzione della camionale Genova-Savona. È crollato allegramente un ponte che avrebbe dovuto fra non molto sopportare ogni giorno il peso di un’arteria interportuale destinata a smistare un carico enorme di merci. È crollato, e lo ricostruiranno secondo precise norme tecniche; ma il crollo è appena un sintomo delle gigantesche mangerie e speculazioni che si svolgono al coperto dei «lavori pubblici» e delle «imparziali» organizzazioni di controllo dello Stato. E ci si può consolare al pensiero che meglio un crollo oggi che la strada non funziona ancora, piuttosto che un crollo domani…
Intanto la ruota dell’affarismo gira – mai tanto spregiudicata come quando può vantare credenziali statali.
Epopee elettorali
Corbineide
Grande scandalo, in piccionaia, per il passaggio di Corbino ad una formazione «di sinistra». In verità, qualcuno si è «sorpreso» che uno dei più puri campioni dell’economia classica, mercantile e concorrenziale, uno dei rappresentanti della cultura economica ufficiale, si sia accodato – con finanziamenti di cavalieri d’industria – allo stalinismo.
La sorpresa è solo per gli sciocchi. Rilevammo nel «Dialogato con Stalin» che Corbino ha avuto, fra gli economisti borghesi, il merito esclusivo di riconoscere che l’economia russa è capitalista, e di «scoprirlo» sulla traccia del sommo e defunto teorico di tale economia, Giuseppe Stalin. Il suo accodamento è dunque perfettamente naturale, e lo è altrettanto quello di grandi industriali in cerca di sbocchi per le loro merci. Una parte almeno della borghesia italiana ha capito: non smetterà per questo di lavorare per l’America, ma non ha ragione di non lavorare per la Russia. In definitiva, gli unici, sopravvissuti campioni della concorrenza pacifica e dell’emulazione sono gli stalinisti: Corbino ha scelto logicamente il suo campo.
La carica degli ottomila
Per quanto dicano, non è probabile che i partiti torneanti sulla scena elettorale abbiano seri dubbi sui risultati finali della giostra. Ma che dire dei patemi d’animo degli ottomila candidati in lizza per spartirsi ottocento posti? Ve li immaginate, prima e dopo la cura – raggianti di speme ora, pallidi e smunti dopo – i settemiladuecento candidati alla bocciatura? Chianciano deve aver già predisposto un adeguato servizio per riceverli, e non è escluso che, dopo il 7 giugno, sorga, in commovente unione fra i perdenti, un partito unico, il partito dei candidati in pensione. Settemiladuecento speranze fallite, settemiladuecento fegati e polmoni in dissesto, settemiladuecento falliti per ottocento laureati: che strazio!
Gonelleide
Pare che il segretario della D.C. abbia trovato qualche difficoltà a mettere insieme le membra sparse del suo Partito in vista della campagna elettorale: fatto sta che i suoi diversi organi di stampa hanno tradito divergenze e stonature, sebbene sia certo che, fra destra e sinistra, il pendolo democristiano finirà per gravitare al centro.
Non ha trovato invece difficoltà, Gonella, nel mettere insieme i candidati e nel presentare all’elettore un menù buono per tutti i gusti. Amate l’opera? Potrete votare per un illustre cantante. Amate il gioco del calcio? Potrete votare per il sommo reggitore del foot-ball nazionale. Amate il ciclismo? Voterete per Binda. Amate il teatro? Voterete per Titina De Filippo. E via discorrendo.
Avremo così un parlamento canoro, muscoloso, teatrale, sistemista; e sarà finalmente realizzato il sogno di un Toto-Montecitorio con distribuzione di milionari e ventate di puri diletti artistici nella sorda e grigia aula del Parlamento (e, ma diciamolo piano, la speranza di un solido e «ben angolato» calcio nel sedere).
Misteri del capitalismo di Stato
Il cavallo di battaglia dello stalinismo, e non solo dello stalinismo dato che ad intorcarlo non si rifiutano né trotzkisti né altri esponenti dell’angoscia esistenzialistica applicata al comunismo, è costituito – chi non lo sa?! – dalla noiosa quanto idiota rappresentazione di una Russia priva di una classe borghese statisticamente rilevabile. Solo i funzionari del catasto, per i quali la proprietà che non risulti registrata nelle sacre scartoffie non esiste, o i notai, dovrebbero soddisfarsi delle rifriggiture di rancide teoriuzze, che Marx doveva liquidare coprendo di ridicolo chi – un secolo fa – battezzava per «socialismo» le gestioni statali del Re di Prussia! Purtroppo, a ritenersi arcisoddisfatti sono molti che si reputano marxisti. Sono per lo più teoricastri che fanno scoperte del genere: «In Russia non esiste mercantilismo, poiché non esiste compravendita del salario, dato che la mano d’opera non è “libera”». Quasi che in America o in Italia, ove esistono campi di lavoro forzato o l’istituzione del soggiorno obbligato, i salariati potrebbero scegliere tra il vendere la propria forza di lavoro al capitalista e, poniamo, ritornare all’economia naturale in qualche isola inesplorata del Pacifico.
Altra cretinata. Recentemente, la stampa stalinista si inebriava della dimostrazione della assenza nell’economia russa delle forme aziendali proprie delle anonime, o società per azioni, traendo la solita conclusione: niente azionisti, niente capitalismo. Altra gente, non meno fessa, sostiene la stessa cosa, giungendo però alla conclusione esilarante che siamo in Russia alla presenza di una «nuova formazione» del capitalismo. Già, perché gli azionisti, i consigli di Amministrazione, i bilanci pubblicati sulla stampa, forse che li troviamo in Russia? Infatti non se ne trovano tracce. Potremmo obiettare, senza tema di smentita, che il capitalismo senza società per azioni era conosciuto molto bene dal solito Marx, il solito secolo fa, dato che le anonime si svilupparono proprio sotto i suoi occhi, come sa chiunque abbia dato una scorsa non dico al «Capitale», ma al più pedestre manuale di storia della economia politica. Potremmo mostrare che Marx già prima che sorgessero le società per azioni aveva scoperto le leggi di movimento del capitalismo. Se l’assenza di forme giuridiche di proprietà in Russia (dove peraltro il credito si vale di titoli di Stato e di moneta fiduciaria) mettono nell’imbarazzo i cattivi lettori di Marx, affare loro. Noi ci vediamo chiaramente, benché non sia possibile scorgere le persone degli affaristi sfruttatori.
Non occorre andare a sfidare la polizia segreta di Russia per raccogliere campioni di affaristi e di speculatori della più pura acqua borghese, i quali operano essendo privi della proprietà del capitale che maneggiano, non proprietari, non iscritti al catasto. Essi esistono ed agiscono segretamente – fino a quando qualche scandalo non li tiri fuori dall’ombra – nella nostra Italia, la terra ove tanti imbecilli negano l’esistenza del capitalismo di Stato.
* * *
È dei giorni scorsi lo scandalo finanziario che ha avuto come protagonista una intraprendente signora, al secolo Ebe Roisecco. Costei è riuscita ad arraffare decine e decine di milioni, si dice addirittura un miliardo, con l’ausilio di operazioni finanziarie quanto mai semplici, veramente alla portata di un ragazzetto, se i ragazzetti avessero libero ingresso nelle banche e nei ministeri. Di che si tratta? Bisogna sapere che esiste in Italia, come in Russia o in America, una importante istituzione riguardante il commercio con l’estero, e cioè il regime dei contingentamenti delle merci da esportare o da importare e delle licenze. Nei trattati commerciali internazionali i Governi fissano i limiti del volume delle esportazioni-importazioni, per cui i traffici da e per l’estero sono soggetti alle licenze ministeriali. Le licenze sono di per sé una merce, e attorno ad esse fiorisce già un vasto affarismo, cui sono interessati procaccianti, speculatori, spedizionieri, ecc. Ma le grosse operazioni generatrici di profitti fantastici, si avvalgono di altro meccanismo. Ad esempio, della licenza in temporanea.
Si sa che lo Stato impone dazi protettivi sulle merci provenienti dall’estero. Chi però possiede la licenza in temporanea per la importazione di una qualsiasi merce straniera viene esonerato dall’obbligo di fare fronte ai dazi e agli altri gravami fiscali. Ciò perché la merce straniera è considerata temporaneamente importata, e cioè solo per il tempo necessario a trasformarla o ad usarla nella fabbricazione di una altra merce, destinata all’esportazione. Esempio: un importatore di zucchero che opera sotto la protezione della licenza in temporanea può fare entrare in Italia una partita di zucchero versando all’Ufficio Cambi solo il controvalore in lire dell’importo dello zucchero al prezzo praticato sul mercato d’origine, poniamo a L. 100. Se costui, venendo meno all’obbligo di riesportare lo zucchero sotto forma di ingrediente, poniamo, della marmellata o del cioccolato o del latte in polvere, riesce a rivenderlo sul mercato nazionale ove per i dazi e gli altri aggravi fiscali il prezzo dello zucchero raggiunge le 250 lire, egli avrà realizzato un utile gigantesco. Se si considera che le partite di zucchero importate raggiungono il volume di migliaia di tonnellate, si comprende come gli utili debbano arrivare alle stelle, sulla scala di miliardi di lire. Altro che dividendo pagato su pacchetti azionari!…
Si dirà che non a tutti è concesso di poter finanziare la importazione di 3.000 oppure 4.500 tonnellate di zucchero o di farina. Anche ottenendo l’esonero da dazi, a siffatte operazioni occorrono finanziamenti di centinaia di milioni. Orbene, la dinamica signora di cui ci stiamo occupando, i milioni non li possedeva affatto. Pare che, per le operazioni del genere che abbiamo illustrato, ella si servisse di crediti ingenti ottenuti da terze persone o da Aziende di credito, cui corrispondeva interessi altissimi rilasciando effetti cambiari.
I dati sono tratti da l’Unità cioè proprio dal giornale che dovrebbe guardarsi come dalla peste dal pubblicare cose simili. Perché da esse emerge chiaramente come sia possibile nell’ambito dell’economia capitalistica funzionare da sfruttatore senza possedere alcun titolo di proprietà sul capitale gestito, che può appartenere benissimo, come succede in Italia, allo Stato, tramite il controllo che esso esercita sulle banche. Ed essendo provato che si svolge una inequivocabile economia di sfruttamento e di speculazione affaristica senza che siano statisticamente esistenti le personificazioni dello sfruttamento, le persone fisiche e i nomi degli sfruttatori, non si dimostra con ciò che non basta addurre la mancanza (che poi è non-visibilità) di una classe proprietaria o di azionisti in Russia per dimostrare che entro i confini di questa esiste il «socialismo» o una forma «nuova» di capitalismo? In Russia esistono tutte le condizioni dell’affarismo speculatore, tipico del capitalismo, e cioè il danaro, il commercio, il regime delle licenze. Se domandate ad uno stalinista perché mai, date le condizioni e le premesse di ordine economico e tecnico, in Russia non allignerebbe l’affarismo, egli vi risponderà parlandovi dell’«Uomo nuovo sovietico», cioè di una nuova forma della zoologia naturalmente refrattaria alle tentazioni della speculazione, dell’affarismo, del peculato, sensibile solo al comandamento innato del «giusto» guadagno! La credenza dello stalinista non è meno ingenua della tronfia disquisizione del teorico da baraccone che verrà a parlarvi della famosa burocrazia statale russa come di una «nuova» forma della classe borghese. Ma l’origine è la stessa: l’idealismo, cioè la tendenza a spiegare la società partendo dalla Volontà e dalla Coscienza. Chi indaga materialisticamente i fatti sociali e spiega la sovrastruttura sociale, politica, culturale, ecc. con le determinanti della base produttiva, non si lascia far fesso dalle serenate dell’opportunismo, non si ferma al dilemma capitalismo privato-capitalismo di Stato, ma va al fondo delle cose. Riduce il capitalismo alla sua essenza: il salariato; e con esso è in grado di spiegare la lotta di classe, lo sfruttamento, l’affarismo, la corruzione, la prostituzione, la delinquenza, tutte le contraddizioni e le infamie del capitalismo. Dove esiste salariato, cioè compravendita della forza di lavoro, ivi esiste il capitalismo, cui nulla toglie o aggiunge la gestione statale della produzione.
Per chi non è accecato da pregiudizi volontaristici, i misteri del capitalismo russo si svelano, non già viaggiando in Russia, e nemmeno in Italia, ma stando sdraiati sulla poltrona di casa a leggere banali quotidiani. Ma andatelo a dire ai geni incompresi costruttori di teorie (prefabbricate)!…
Credito… socialista
Il vice Primo Ministro di Polonia Gede, nel corso delle cerimonie ufficiali tenute a celebrazione dell’VIII anniversario della firma del Trattato di amicizia con la U.R.S.S., ha pronunciato un discorso nel corso del quale ha creduto suo dovere gettare le fondamenta della teoria sulle differenze (sentite un po’) tra il credito praticato dal capitalismo e il credito… socialista. Il credito, il commercio del denaro, detto pure con termine scortese strozzinaggio, è dunque una categoria eterna, immutabile, indistruttibile della produzione di beni economici, sia che essa si svolga nei rapporti schiavistici oppure capitalistici oppure socialistici? Neppure il proletariato organizzato in classe dominante potrà dunque cancellare la figura sociale del creditore (che può essere benissimo impersonato da un Ente statale, come ci insegnano i vari E.R.P., M.S.A., ecc.) dalla compagine sociale? A stare a sentire il vice Primo Ministro polacco Gede e l’Unità (30-4-1953) che orgogliosamente ne pubblica il detto, neppure il socialismo potrà liberarci dal pagamento di interessi, dalle cambiali, dalle tratte, dagli assegni bancari!…
Il discorso del vice Primo Ministro è un esempio non raro di esaltazione del nazionalismo economico. Col cuore gonfio di sacro orgoglio patriottico Gede annunciava che, grazie agli aiuti sovietici (vedremo poi fino a che punto disinteressati) la Polonia per la prima volta nella sua esistenza statale possiede una industria automobilistica. Il Salone automobilistico di Torino non avrà certamente tremato nelle fondamenta al solenne annunzio, ma il fatto rimane: anche la Polonia avrà la sua industria nazionale delle automobili. Non diversamente si costruisce l’indipendenza nazionale. Non basta. La Polonia si sta incamminando verso il riscatto della soggezione all’estero per quanto riguarda l’industria pesante. Tra breve il complesso siderurgico di Nowa Huta, la nuova città che sorge presso Cracovia, produrrà le prime centomila tonnellate di acciaio. Le aziende che esportano prodotti siderurgici in Polonia sono avvisate; proseguendo il piano sessennale di sviluppo dell’industria polacca, i loro mercati di sbocco sono in pericolo, non importa se poi i partiti comunisti locali sputeranno fiamme e fuoco per ottenere l’allargamento delle esportazioni. Non manca, nel programma produttivo del governo polacco, una iniziativa di chiaro carattere affaristico, voluto evidentemente dalle bande di speculatori che si arricchiscono, sotto tutte le latitudini, sulle costruzioni di «pubblica utilità». Si tratta della Metropolitana di Varsavia. Il tunnel sotterraneo, come tutte le «opere del regime» destinate a nutrire insaziabili schiere di profittatori colpendo contemporaneamente l’ingenua meraviglia delle masse, avrà il suo lato sensazionale; passerà sotto la Vistola. Preparatevi a vedere le fotografie su l’Unità della Metropolitana-subfluviale.
Abbiamo detto: un programma economico nazionalista. Potremmo dilungarci su tale argomento, facendo risaltare che il vantato internazionalismo che impronterebbe i rapporti tra i cosiddetti paesi di nuova democrazia e l’U.R.S.S., si addimostrа, sul piano economico-produttivo, una mera lustra propagandistica, dato che, lungi dall’inserirsi in un piano di produzione supernazionale, che è la premessa indispensabile della produzione socialista, i singoli Stati satelliti della Russia lavorano affannosamente a creare aziende nazionali: la «propria» industria automobilistica, la «propria» industria siderurgica, la propria industria idroelettrica e via dicendo. È chiaro che l’industrializzazione delle zone orientali dell’Europa non solo acutizza la lotta per i mercati accumulando le cause del conflitto mondiale, ma crea le premesse degli stessi conflitti intestini nel blocco russo, siccome il caso della Jugoslavia insegna. Poiché non si può ammettere che il Governo di Mosca non scorga i pericoli connessi agli inevitabili scontri dei nazionalismi economici dei satelliti (che già negli anni scorsi hanno portato ai processi e alle esecuzioni capitali di Rajk in Ungheria, di Kostov in Bulgaria, di Slansky e compagni in Cecoslovacchia) si deve concludere che la Russia stessa sia materialmente interessata nei piani produttivi dei suoi satelliti. Né si tratta di una mera illazione fondata su un ragionamento che, avendo le leggi economiche capitalistiche uguale applicazione dappertutto, non sarebbe arbitrario. Esistono le prove di fatto.
Il vice Primo Ministro Gede teneva a rilevare nel corso del suo discorso, che il fabbisogno di materie prime dell’industria polacca (minerali di ferro e metalli non ferrosi, leghe di ferro, materie prime chimiche, prodotti petroliferi) viene coperto, anche per le conseguenze del blocco economico decretato dagli Stati Uniti, dalle esportazioni russe. Ad una successiva precisazione il carattere di «aiuto» delle merci russe appariva inequivocabilmente. La parola «aiuto» nella lingua capitalista ha più di un significato dato che l’obolo concesso ad un mendicante e la partita di merci assegnate ad un’azienda si definiscono con lo stesso termine. Il Ministro Gede traduceva in termini di moneta gli «aiuti» russi alla Polonia: 2 miliardi e 200 milioni di rubli rimborsabili sotto forma di merci. «Il tasso dei crediti è minimo – si scusava Gede – e le condizioni di pagamento sono fissate sotto forma di convenienti forniture di merci facenti parte dell’assortimento commerciale normale». In altri termini, il Governo «socialista» di Mosca, tramite normali giri di banche, concede un prestito di 2200 milioni di rubli al Governo polacco aggiudicandosi un interesse che secondo Gede, sarebbe minimo. Non è detto però a quanto si cifra il tasso di interesse. Resta assodato che il Governo russo esporta dei capitali e che si trova nella posizione di creditore nei confronti del «popolo fratello» di Polonia. L’industrializzazione che tanto inorgoglisce il partito e il governo comunista polacco, altro che atto di solidarietà, è un affare, un volgare affare capitalistico, un’operazione finanziaria della Russia «Paese del socialismo». Il fatto che gli interessi, oltre le quote di ammortamento, saranno corrisposti alla Russia sotto forma di merci, non cambia nulla, essendo l’interscambio delle merci un fatto di ordinaria amministrazione nel commercio estero dei paesi capitalistici.
È chiara dunque la ragione dell’impossibilità di un piano di produzione che sia pure lontanamente rassomigli al socialismo. La Polonia deve avere la sua industria nazionale perché ciò è imposto dal bisogno dell’economia russa di espandersi, di conquistare mercati di sbocco, di collocare capitali. D’altra parte, il Governo satellite di Varsavia si adegua alle esigenze russe non solo per puro spirito di servilismo (benché le armate russe siano un efficace argomento contro le loro eventuali resistenze) essendo anche esso interessato alle gigantesche operazioni finanziarie. Per meglio dire vi sono interessate le anonime bande di sfruttatori di cui esso è espressione e strumento. A giustificazione, l’ineffabile Gede sfornava le sue «scoperte» tra le differenze «dell’aiuto economico all’interno dei due sistemi capitalista e socialista». La sua ardimentosa critica non andava oltre la distinzione che «mentre i creditori capitalisti impongono ai loro debitori, nello spirito dei propri interessi egoistici merci spesso inutili, a condizioni economiche e politiche umilianti, il credito sovietico ha per scopo un aiuto fraterno destinato ad assicurare ai paesi debitori un pieno sviluppo economico».
La differenza tra capitalismo e socialismo sarebbe dunque la stessa che passa tra uno strozzino che presta al 70 per cento e l’«onesto» risparmiatore che vi concede in prestito il «frutto dei sudati risparmi» solo al 20 per cento! Dal che si vede che il «socialismo» dei partiti stalinisti è solo un capitalismo «onesto», cioè una coglionatura.
La macchina che abolisce il lavoro manuale
La macchina che abolisce il lavoro manuale
I marxisti si sono sempre divertiti alle spalle di coloro che credevano con assoluta certezza di sfotterli facendo grasse risate sulle previsioni attorno al socialismo. Quante volte non ci capita di essere accolti con risolini ironici quando affermiamo che il socialismo consisterà nell’abolizione del lavoro manuale e quindi nella scomparsa, sul piano sociale, della stessa classe operaia. In verità, facile cosa è sfottere, ma solo ai marxisti è concesso di… sfottere gli sfottitori, dato che ad altri non è dato di scoprire come le premesse del socialismo fermentano già nel putrido mondo capitalista e che sono gli stessi borghesi a lavorare a smentire se stessi.
La stampa d’informazione ha portato dall’America una davvero interessante notizia. Si tratta dell’invenzione di una macchina capace di riprodursi, cioè di costruirsi una esatta copia di se stessa, appunto come avviene per la riproduzione degli esseri viventi, eccetto, s’intende, il romanzo del corteggiamento e della luna di miele. Ogni invenzione ha in sé qualcosa di comico. Pure la macchina che si riproduce se stessa dà a prima vista una sensazione di comicità, ma, a rifletterci su, non rappresenta un fatto di enorme importanza?
Questa macchina, miracolo della tecnica fino a venti anni fa, necessario risultato del progresso operato dalla scienza nel campo dell’elettricità, produce e quindi monta i pezzi di un’altra macchina del tutto simile. Ciò avviene senza l’intervento del lavoro manuale, ma grazie ad un cervello elettronico. Che s’intende per «cervello elettronico»? Un cervello artificiale capace di svolgere talune funzioni riflesse proprie del cervello umano. Ad esempio, la calcolatrice elettrica, che contiene circa 10.000 valvole elettroniche, è in grado non solo di fare le quattro operazioni, di estrarre la radice quadrata dei numeri, ecc., ma addirittura di risolvere i più ardui problemi matematici. Un tale ritrovato segna un importante trionfo del materialismo, in quanto sta a dimostrare che alla base dell’attività cerebrale dell’uomo agisce non già quella indefinibile sostanza astratta al corpo che gli idealisti chiamano lo «spirito» ma complicati processi elettrici, anche se la scienza non è ancora in grado di spiegarne tutte le leggi.
Tornando all’invenzione in parola, si deduce dalle scarse notizie della stampa che la macchina «madre» agisce su «istruzioni» dettate dal cervello elettronico durante i vari passaggi della produzione. Appena terminata, la macchina «figlia» si mette al lavoro per produrne una terza e così di seguito. Altro non si sa, anche perché probabilmente la società produttrice, la «Bell», intende mantenere segreto il processo di lavorazione. Solo si sa che la macchina «riproduttrice di se stessa» non ha ancora iniziato a «partorire».
Quando i marxisti affermano che il capitalismo produce i suoi stessi becchini, intendono alludere non solo al fatto che l’espandersi della produzione borghese suscita necessariamente, nel campo sociale, le forze sovvertitrici del proletariato industriale che sarà la guida della rivoluzione anticapitalista. La società capitalista si scava giorno per giorno la fossa con le proprie mani soprattutto perché procede inevitabilmente sulla strada della concentrazione tecnica della produzione, da cui il potere rivoluzionario del proletariato, organizzato in classe dominante, prenderà le mosse per operare il sovvertimento dell’economia borghese e il riordinamento radicale della massa in impianti produttivi ereditati, meglio dire strappati, al capitalismo. Una rivendicazione capitale del socialismo rimane appunto l’abolizione del lavoro manuale, la soppressione delle differenze e dei contrasti tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Gli avversari dichiarati del marxismo, e coloro che di esso smerciano traduzioni sofisticate ne sorridono come di utopie bambinesche. Ma intanto sono le stesse esigenze di inesauribile perfezionamento tecnico che premono sul capitalismo, a determinare invenzioni del genere della macchina autogenerantesi. Forse il progetto della compagnia telefonica «Bell» non abolisce di già il lavoro manuale? Dall’applicazione dell’importante invenzione le imprese capitalistiche si serviranno per abbassare i costi di produzione, cioè per risparmiare sulle spese di capitale costante e sui salari, il che varrà solamente ad acutizzare la concorrenza commerciale locale ed internazionale, e quindi ad aumentare le cause molteplici dei conflitti bellici. Il socialismo se ne servirà per riscattare i produttori dalla condanna, non divina, ma storica, del lavoro manuale, del sudore della fronte.
A proposito dei capitalismi nati statali
In un articolo di questo titolo (n. 7) abbiamo illustrato alcuni aspetti del piano quinquennale indiano. Aggiungiamo, a complemento di quanto esposto, che un’analisi degli investimenti previsti dimostra come l’intervento statale, mascherato dietro finalità di miglioramento del tenore di vita della popolazione, si risolva in realtà in un’operazione a tutto vantaggio delle classiche bande affaristiche della nascente borghesia indigena e non soltanto indigena.
Il piano si propone soprattutto lo sviluppo della produzione agricola e quindi il miglioramento del reddito contadino. Ma, a parte qualche raccomandazione nel senso della limitazione del latifondo e della stabilizzazione del regime degli affitti, non prevede alcuna trasformazione nei rapporti di proprietà, nemmeno nel senso dell’introduzione di cooperative agricole: prevede invece grandi opere di irrigazione e di sfruttamento delle energie idriche che, date in appalto, si risolveranno in giganteschi affari per imprenditori capitalistici indigeni e all’allargamento della rete dei trasporti, specialmente ferroviari, che avrà lo stesso risultato finale.
Nel settore industriale, lo Stato incoraggerà le aziende private già esistenti e limiterà il suo intervento (che è poi un intervento a favore di gruppi privati) alla creazione di un grande complesso siderurgico e di officine ferroviarie e chimiche. Scriveva Relazioni Internazionali: « per lungo tempo ancora l’industria resterà sotto il dominio dei grandi gruppi (Tata, Birla, ecc.) e vi è chi prevede per l’India il pericolo di una concentrazione monopolistico-finanziaria simile a quella verificatasi coll’occidentalizzazione del Giappone alcuni decenni fa » (santo candore, si scambia una realtà con un pericolo).
Il finanziamento del piano prevede il ricorso a prestiti interni ed esteri (di nuovo sono di scena reti affaristiche e bancarie private, indigene e internazionali) e qualche inasprimento fiscale. Il piano di irrigazione e produzione di energia elettrica assorbirà il 27,2 % degli investimenti, quello di potenziamento della rete dei trasporti il 24, quello di incremento dell’industria 1’8,4.
E piangono
Si legge che nel 1952 le società anonime hanno emesso nuove azioni per un totale di 91 miliardi e proceduto ad aumenti di capitale anche mediante distribuzione di un corrispondente volume di azioni gratuite. E poi piangono che le cose vanno male.
Fantasime Carlailiane
Vaniscono genii, capi ed eroi
Stupisce grandemente che non pochi dichiarati militanti del marxismo, della non breve “milizia” – forse vi è contrasto insanabile tra saldo marxismo e lunga milizia – non intendono come la tesi storica sulla incalzante detronizzazione della individualità di eccezione e di elezione sia un punto non laterale ed accessorio, ma centrale e fondamentale della nostra dottrina, che con la sopravvivente fede nella funzione dei grandi uomini è del tutto inconciliabile.
Errore ancora più grossolano è il distinguere tra vari campi della umana attività, assumendo che da alcuni di essi possa senza difficoltà eliminarsi la funzione del grande innovatore, dell’uomo di genio, e sarebbero l’economia, la politica, la storia sociale; ma che quella personale missione resterebbe intatta e necessaria per altri campi, come la poesia, la musica, in generale l’arte. Lasciata per un momento correre tale distinzione dilettantesca, la teoria del materialismo storico decade; e diviene più rispettabile quella che affida i destini dell’umanità all’ “evento dei genii”, od anche all’invio sulla terra degli “eletti da Dio”.
IERI
Uno, nessuno e centomila
Naturalmente non si deve scambiare la nostra tesi con quella che tutti gli individui hanno la stessa potenza cerebrale, e nemmeno con quella che storicamente tendano ad avere la stessa potenza cerebrale. Da tempo anche in economia abbiamo dispersa la stupida opinione che marxismo significhi eguaglianza di contributo e di remunerazione economica, anche come rivendicazione futura. Nel comunismo il rapporto tra sforzo e consumo non solo sarà di diseguaglianza sempre ma diverrà indifferente che lo sia.
La nostra battaglia contro l’individualismo la dobbiamo vedere in doppio modo, storico e sociale, in ogni campo abbiamo spennato tanto l’individuo generale, che l’individuo speciale, i pollastrelli e l’Aquila.
Socialmente noi neghiamo che la società sia condotta da idee o trovati che vengono alla luce in un cervello singolo, ultrapotente o illimitato, e poi per la loro forza passano negli altri cervelli e ne divengono opinione accettata e operante volontà. Ma questo non basterebbe, e non ci distinguerebbe ancora da un piatto egualitarismo borghese, giuridico-democratico. L’elemento originale marxista è di negare anche per l’individuo preso nella massa che la luce dell’opinione e della volontà cosciente preceda la determinazione di quelle azioni, che si chiamano di natura sociale, politica, e danno corso alla storia. Il legame che noi troviamo tra le condizioni generali – che oltre alla base della forma di produzione comprendono tutta la dotazione collettiva di nozioni e di conoscenze nel senso più lato, e tutti gli istituti collettivi, come da citazioni che non saranno state dimenticate da quelli che non sono genii, ma leggono da capo a fondo – il corso della storia, l’avvicendarsi delle classi e dei poteri di classe, non preesiste nella testa di tutti, e nemmeno nella testa di un condottiero storico, ma, in forme più o meno oscure, accompagna e segue l’evento. Finora le stesse classi dominanti e i loro esecutori hanno solo confusamente espresso il loro compito storico: la prima che lo possiede con chiarezza è il moderno proletariato: non in tutti i proletari, non in un uomo che li guidi e diriga, ma in una collettività di minoranza, che è il partito di classe. Il lungo passato ed il lungo futuro dell’umanità (e nemmeno tratti brevi di essi che possano rientrare nel corso di una generazione) non stanno nella testa di tutti e neppure nella testa di uno solo che primo li colleghi: stanno nel compito di un organismo collettivo, la cui nascita a sua volta dipende dalle generali condizioni del corso storico.
Non vediamo dunque sorgere il futuro né da una volontà di tutti (o della malfamata maggioranza) né da quella di uno; in questo senso neghiamo la funzione individuale. L’io generale e quello particolare non sono motori del fatto storico: si capisce che sono gli operatori. Tale distinzione è la stessa che corre tra le macchine: quelle motrici che danno l’energia meccanica, quelle operatrici che agiscono su materiale da trasformare. L’io non è un primo motore, ma un finale utensile. Ora: come ci possiamo sognare di tenere in piedi la nostra teoria antidemocratica e antieducazionista per l’io-tutti, se siamo così baggiani da mollarla incautamente dinanzi alla boria dell’io-lui solo? Ci siamo disfatti senza esitare della umanità-coscienza, per ridurci alla genuflessione imbecille davanti al battilocchio-coscienza?
Lasciati bene in piedi nel dinamismo sociale gli uomini attori, e anche l’uomo attore, viene la distinzione storica. La funzione dell’attore è funzione passiva; e le stirpi antiche, la prima specie umana, procedono passive tra forze determinanti non solo incontrollate ma sconosciute. Man mano che il modo di produzione si complica gli uomini, attori incoscienti, divengono sempre più conoscitori delle condizioni esterne e finalmente giungeranno anche a dominarle entro certi limiti. L’uomo collettivo, la specie, sacrificherà sempre meno alla cieca necessità, e solo in questo non individuale senso avverrà, in una società senza classi, una sua liberazione.
Lungo questo corso l’attore singolo, il protagonista, che stagliava molto dal volgo nei tipi rudimentali di produzione, diventerà sempre più inutile; ed è andato nel corso della storia divenendo sempre meno campeggiante, in tutti i settori delle innumeri attività umane.
Contro questo schema può ben levarsi l’attacco a fondo dell’antimarxismo, che presenta un’umanità futura sempre condotta a farsi dirigere da Unità supreme, sia pure colla differenza che una volta venivano da Dio, altra volta dal seme selezionato di una genealogia, ed infine verranno dal suffragio universale: è sempre un dolce sfregamento fatto da sotto…
Ma come può un marxista lasciare una sola faccia di questa forma sociale che esclude l’ io e gli ii, e prevede che fino a quando emergerà un Io si vivrà in una forma sociale che lo circonda di Servi?
Cultura o sentimento
Nel ben lontano 1912 un congresso di giovani socialisti a Bologna dette luogo a una battaglia centrale tra “culturisti” e “anticulturisti”. I primi assumevano che l’organizzazione giovanile dovesse ridursi ad una scuola di marxismo, e non avere un’attività politica propria e un parere sulle questioni di azione del movimento da dare al partito “adulto”. I minorenni allievi si sarebbero emancipati, dopo adatta preparazione, all’età in cui si diviene… elettori. Una tale formula al più oggi sarebbe il caso di applicarla ad una “Federazione senile”, ove ficcare tutti i troppo anziani che cominciano a ciurlare.
Opponevano vigorosamente gli anticulturisti che la cultura e la educazione sono nella storia fattori tradizionalisti e antirivoluzionari, e che sempre nei giovani ha meglio operato il diretto determinismo del contrasto rivoluzionario contro le vecchie forme; e che la coscienza teorica – difesa a spada tratta dalla stessa corrente di sinistra come dotazione del partito e del movimento giovanile – non deve essere posta come una condizione paralizzante per la possibilità di tutti a combattere sotto la semplice spinta di un sentimento e di un entusiasmo socialista, naturalmente sorto per le condizioni sociali. Quelli che di tale dialettica posizione nulla capirono, e videro perfino, nei riguardi dei motori che agiscono in un animo giovanile, mettere la fede ed il “fanatismo” prima della scienza e della filosofia, dissero non poche e possenti balle, parlarono di rinnovato culto dell’eroe e di… abbandono di Marx per aderire a Carlyle!
Evidentemente vi sono due versioni dell’eroismo. Il combattente della massa, anonimo e dimenticato dalla storia, si schiera nella guerra civile per le rivendicazioni della sua classe, muove da un egoismo collettivo, ossia dal bisogno di sollevare utilitaristicamente le sue stesse condizioni economiche, ed arriva – prima di avere abbracciato scuole filosofiche con l’esame di laurea e prima di esser stato battezzato nella nuova confessione – a passare oltre l’istinto di conservazione, rifondendo la pelle; non soldato, ma volontario ignoto della rivoluzione. Questo randello o fucile operatore è travolto nella comune azione perfino prima di aver conosciuto regolamenti per la pensione agli orfani dei caduti e per le medaglie alla memoria; dimentica primo sé stesso e sarà come persona dimenticato da tutti.
Vi è poi l’Eroe con la E maiuscola e le carte in regola, quello che guida la pugna e non solo si garantisce tutti i risarcimenti, e le Laudi del poeta, ma aspetta che il pubblico della storia sia al suo posto avendo ben letto i manifesti coi nomi dei primattori; e dopo aver fatto presentare dai fessi vivi le armi ai morti si ritira a spogliarsi a porte chiuse la Rosa del bottino. Era un tale eroe l’oggetto degli ardori di Carlyle, che non ci eravamo mai preso il disturbo di leggere, e l’oggetto giovanile del nostro marxistico schifo.
Produzione, scienza ed arte
Perché la nostra sola specie di bestie è definita “sapiens”? Non certo perché abbiamo vinto alla “Totocreazione” contro l’asino e il pappagallo (rispettabili, viene fatto spesso di pensare, temibili concorrenti). L’uomo è la sola specie vivente che ha scienza, perché ha lavoro. Ma l’Arte non sta in un cielo più alto che la Scienza o il Lavoro, sta proprio fra i due. La classica contrapposizione fra le due energie che ci reggono è Natura ed Arte. La specie animale sugge alla sola Natura, la specie Uomo produce sempre maggior parte di quanto lo fa vivere. Produzione e Arte. Se la prima bestia a lavorare fosse stato un immortale e sterile Robinson, che non doveva trasmettere ai compagni e successori le regole del suo tagliare certe piante per farsi una palizzata in giro alla capanna, l’Arte non sarebbe stata, in quanto solo avrebbe rilevato l’ armonia di quella cintura organizzata rispetto al cespuglio in cui si cela lo sciacallo.
Perché Arte ed Arto sono la stessa parola? Perché non dal cervello e dall’assoluto spirito venne la immisurabile ricchezza delle umane costruzioni, ma dalla mano che prima modificò il ramo e la pietra in vista della ricerca di alimento. Ultimo arriva lo spirito, altissimo parassita di ignoti e millenari sforzi, ebbrezza superba della vita differenziata e collocata sull’altare di miliardi di immolate vittime in semplici umili atti che resero possibile ogni successivo passo, ogni rudimentale conquista, caldo e illuminato di entusiastiche altezze di cui sconciamente si chiama solo generatore, ignaro di quanto costò la prima fisica scintilla scaturita dal fondo delle gelide savane, a dispetto degli Dei, e com’era difficile a braccia intirizzite trarre dall’attrito dai due legni mossi a velocità impossibile la temperatura di accensione. Quanti e quanti millenni dopo si seppe che occorrono 427 chilogrammetri per ogni caloria? Ma quando si datò la più gigantesca conquista? Ed ha essa uno stupido nome?
È ben chiaro che una tale deduzione degli ultimi risultati dell’Arte, e più dei massimi che non sono proprio gli ultimi, cade contro la censura spietata dei nostri nemici di partito e di classe, e che le loro concezioni si costruiscono col percorso diametralmente opposto. Ed è altrettanto chiaro che l’opposizione disperata e accanita si lega strettamente alla difesa della teoria del Genio che sovrasta l’informe massa, in quanto solo questa vale a battere in breccia la nostra ricerca di leggi storiche, che al di fuori di ogni attesa dell’apparire di Eletti, scrive il crollo degli attuali poteri di classe e la inesorabilità della Rivoluzione.
Per orientare questa nostra navicella la cui bussola non funziona, prendiamo il rilevamento del Nord assoluto rivolgendoci a Croce. Non che questi sia tanto banale da ricusare di ammettere le influenze da noi indicate tra creazione artistica e ambiente di condizioni naturali e sociali, e decorrere di storici eventi: sol che questo complesso di elementi relativi gira intorno ad un dato assoluto senza del quale quelli restano inerti, e quindi appare spiegabile che un simile quid sia contenuto e venga a splendere misteriosamente in quell’unico Cranio. Ma non facciamo il gioco di formulare noi la controtesi con parole che a buon diritto sarebbero ripudiate.
Aesthetica in nuce
Per Croce l’estetica è il nocciolo, per noi la scorza. “L’Estetica, col dimostrare che l’attività estetica o l’arte è una delle forme dello spirito, è un valore, una categoria, o come altro si voglia chiamarla, e non (come si è pensato da teorizzatori di varia scuola) un concetto empirico riferito a certi ordini di fatti utilitari o misti, collo stabilire l’autonomia del valore estetico, ha con ciò stesso dimostrato e stabilito che essa è predicato di uno speciale giudizio, il giudizio estetico, ed è argomento di storia, di una storia speciale, la storia della poesia e delle arti, la storiografia artistico-letteraria”.
L’antitesi è posta, ci pare, nettamente e insuperabilmente. Non si può essere marxisti, se non si chiude la storia dell’arte in quella stessa della tecnica e dell’economia, e quindi nella storia politica. Del resto i Greci dicono tekné per dire arte, e ne sapevano qualcosa.
Noi neghiamo la autonomia del concetto del bello, che secondo Croce sarebbe irrevocabile dopo che Kant la scoprì, analogamente all’autonomia e alla universalità del concetto del giusto, rispetto all’interesse e perfino rispetto al raziocinio. Per la stessa via maestra noi riconduciamo i concetti di bello e di giusto da assoluti a relativi, da universali a contingenti, da autonomi a strettamente dipendenti dalle condizioni materiali e dagli interessi. Fare questo servizio sovvertitore al diritto, e non farlo all’arte, non è né marxismo né kantismo, ma è un’assoluta ed autonoma fesseria.
Questa questione è connessa su tutto il fronte con quella del fattore dei genii, degli individui di eccezione.
In breve cenno del Filo precedente mostrammo che la funzione di un elemento dirigente della comunità sociale è in rapporto alla necessità pratica di trasmettere dati di difficile esperienza in continuo rinnovamento ed ampliamento da una all’altra generazione, dai membri della comunità sviluppati e adulti a quelli neonati e adolescenti. Ricordammo la forma più immediata di direzione nel matriarcato e, quando caccia e guerra prevalgono, nell’uomo più muscolato e atto alle armi. Con ulteriori regole e “segreti” di lavoro comincia a prevalere la testa forte sul forte braccio. La tradizione può solo passare per la memoria, e tutta per essa: lo stregone, il sacerdote, il sapiente prendono il primo piano. Mano mano che il bagaglio di capacità comuni nella produzione diventa più complesso, diviene anche un più forte peso il comunicarlo: ma presto tale peso sorpasserà la forza di ogni braccio come di ogni cervello. Accennammo pure che come il linguaggio, la parola articolata, aveva costituito il primo mezzo di trasmissione, di tradizione delle risorse che staccava nettamente la specie “sapiente” da quelle puramente animali, cominciando nello stesso tempo a rendere la “consegna” fatto più collettivo, altri mezzi grandiosi sopravvengono ben presto, e consentono di conservare e tramandare quello che una testa sola non può più contenere. La scrittura è il principale di essi, ed anche il colossale sforzo di tensione della memoria viene ridotto ad un minimo. Ben altri espedienti verranno, tutti livellatori, tutti detronizzatori della necessità degli uomini eccezionali per risolvere i problemi della vita comune; siamo già alle macchine che pensano e ragionano più dell’uomo medio.
Converrà fermarsi un poco indietro, prima della scrittura e subito dopo il linguaggio: alla musica che sembra un campo di trascendenza e di assoluto e che invece nacque come espediente pratico, e utilitario, nacque non da volo isolato del cervello singolo ma dalla prassi della mnemonica collettiva.
Parola e canto
Lo scrittore tedesco Tommaso Mann, oggi campione del conformismo democratico, è stato giustamente ricordato come un antesignano, al tempo di Guglielmo II, delle dottrine hitleriane sulla missione nazionale del popolo e del Reich tedesco. Il suo enunciato di quarant’anni fa sulla esigenza per la Germania di avere una storia mondiale come Spagna, Francia e Inghilterra avevano avuto, non avrebbe nulla di dissennato, se non il ritardo rispetto all’epoca in cui Marx ed Engels schiaffeggiarono la borghesia tedesca per la sua ignominiosa assenza dalla storia e la sua via contorta di arrivare allo Stato nazionale, un secolo addietro. Ma quel che ci preme è la contrapposizione, nel pensiero del Mann, dei valori – Croce direbbe – dello spirito tedesco a quelli occidentali. Mann allora si scagliava contro quella “Zivilisation” che oggi ammira nel baraccone filoamericano, e ad essa contrapponeva la tedesca Kultur. Questa era per lui non solo antioccidentale e antidemocratica, ma antiautoritaria e antiletteraria: la Germania era la terra (Land) unliteralisches, wortlos, nicht vortliebend: nemica della parola e della prosa: la profondità tedesca trovava espressione non nella superficialità delle chiacchiere, ma nella metafisica, nella poesia, e sopra ogni altra cosa nella musica, l’arte che parla all’uomo senza parole.
Se è vero che la musica ha un’espressione ultranazionale, non meno vero è che essa nacque come veicolo della parola, e a sua volta la parola era nata come veicolo delle regole di lavoro, della tecnica. Quindi l’arte non è il modo di esprimere, di trasmettere, ma il contenuto stesso della trasmissione, dell’espressione.
La strada naturale e storica fu dunque: regola uniforme di lavoro e di vita, musica, canto, poesia, molto molto dopo, parola e prosa. Il Mann, barbarico apologista dell’illetterato Arminio che nella selva di Teutoburgo schiacciò le legioni del raffinato Varo, è molto più a posto dell’attuale sceglitore di libertà contro gli eccessi che nel 1914 chiamava “rivoluzionari”, come il lacerare i trattati, testi non musicabili.
Le prime costituzioni non potendo ancora essere scritte né incise nella pietra dei monumenti furono trasmesse a memoria parola per parola. La necessità mnemonica le fece redigere in versetti: solo nella leggenda fu un solo a redigerle, in effetti condensarono la pratica e la sapienza comune.
Il Poeta che oggi stampa e scrive, una volta cantava soltanto. Ma il Poeta era allora non un singolo, bensì la comunità, e chi non avesse saputo cantare i versi non avrebbe avuto altro modo di conservare i dati della sua vita: la prosa civilizzatrice ha condotto ai conti in banca, alla portata di qualunque cinico zoticone. Ma allora si seminava, si raccoglieva, si sposava, si nasceva al canto di dati ritmi, che tutti sapevamo, perché la memoria collettiva ritiene il verso e il motivo musicale, e l’idea di mandare a memoria la parola non ritmata è posteriore alla scrittura.
Fecondità del numerus
La musica si ferma nella memoria per i suoi dati meccanici e fisici. Il ritmo è numero, è misura esatta del tempo. La tonalità e l’accordo sono effetto di rigida proporzione matematica tra il numero di vibrazioni che colpiscono l’orecchio. Questo è il primo strumento di misura di cui si è servito l’uomo: l’occhio, qualitativamente tanto più ricco, è quantitativamente soggetto a sbagli grossolani.
Il fatto pratico è che grazie alla musicalità del canto in coro fu possibile primieramente trasmettere ed insegnare norme ad una collettività, e quindi consolidare la sua conquista rispetto alla vita dei bruti: l’arte produttiva. L’uomo cantò per campare, non per divertirsi, o per avere scoperto un piacere assoluto ed “inutile”, come Kant pretese scoprire. Era l’unico mezzo che rispondesse a questo scopo utilitario: tenere viva la specie e svilupparne la potenza, quando non vi erano altri archivi che la memoria di tutti.
Elucubrazione e novità nostra? Roba vecchia di tremila anni. Nella mitologia greca le nove Muse sono figlie di Mnemosine, dea della memoria.
Se anche l’usignolo ha il senso del tempo musicale e del tono, ciò prova soltanto che la musica è più vicina ad una funzione naturale e materiale che ad un approdo lontano del puro spirito.
Stantia è l’obiezione che, trovato, molto tempo dopo la scrittura del linguaggio, il modo tecnico di scrivere la musica, otto segni delle note conterrebbero qualunque meraviglioso spartito.
È una conquista elevatissima della conoscenza umana stabilire due entità tra loro uguali: il primitivo non conosce sensoriamente che concreti oggetti di cui nessuno è uguale agli altri: due pietre, due foglie, quattro uccelli, e all’inizio si ferma al cinque, numero delle sue dita.
Pitagora nell’antichità va famoso per aver assimilato nella sua scuola musica e matematica: entrambe erano numerus. Il fatto che con lo stesso “passo” si va da uno a due e poi da due a tre, sembra oggi non solo facile e chiaro, ma immediato e banale, anche per il bimbo della prima classe. Ma esso fu un risultato maturo e strabiliante. Il “principio di ricorrenza” che autorizza a trattare con quel metodo la serie infinita dei numeri, non è evidente, non è assiomatico, non è dimostrabile per logica deduzione, e quindi non si trova nelle categorie dello spirito, ove basti pescarlo. È un risultato raggiunto empiricamente dal collaborare di innumerevoli esseri nella vita della specie parlante, cantante e contante, si passi il bisticcio.
Ebbene, come nel principio di ricorrenza sono contenuti i più ardui teoremi dell’alta aritmetica e la matematica tutta, e le equazioni della relatività generale di Einstein comprese da dieci uomini ogni milione, e quelle della teoria unificata per ora ancora misteriose, così nelle sette note di Guido d’Arezzo sta la Nona Sinfonia. La complessità e l’altezza dipendono dalla lunghezza e dalla ricchezza del lungo cammino.
Che sia stata scritta la Nona Sinfonia è straordinario. Ma non è meno straordinario che chiunque possa eseguirla. Senza di che essa non potrebbe commuovere anche uomini che non hanno una lingua comune. Il suo valore universale non era dunque dato in partenza, ma è l’arrivo di un lungo cammino, di infiniti camminanti.
Arte e lotta di classe
Saltiamo artificiosamente i gradini e le tese di questa scala più lunga di quella che vide Abramo. Il marxismo ha sempre nella sua critica collegati i grandi periodi aurei dell’arte alle grandi vicende del trapasso tra i modi di produzione. Se arte collettiva e naturalistica vi fu, fu quella greca, che alcuni ritengono in certi capolavori insuperata. Perché una tale arte nel suo rigoglio seguì dall’Attica alle rive asiatiche dell’Egeo colonizzate dai Greci la prima economia industriale e commerciale, e si ritirò da quelle colonie quando i Persiani ne debellarono i liberi cittadini? È di Engels, sempre per procedere cogli stivali di sette leghe, il passo: “Se il tramonto delle classi di un tempo come la cavalleria poté offrire materia a grandi capolavori tragici, questa miserabile piccola borghesia (tedesca) non suggerisce che impotenti elucubrazioni di una fanatica malignità…”.
Come sempre è venuto il tempo di attingere ad Engels. Si tratta di provare che non stiamo creando di getto nuove teorie, come di solito si fa davanti ad un buon fiasco, ma seguendo il grande filone.
Trattasi del rapporto tra capitalismo ed arte, che ci condurrà ad occuparci del rapporto tra capitalismo ed eroi.
L’approssimarsi e il primo erompere delle rivoluzioni borghesi che si datano in vari secoli nelle varie nazioni, dal Quattrocento all’Ottocento, apportano grandi fioriture nella letteratura e in tutte le arti. La serie può nelle grandi linee essere geograficamente: Italia, Olanda, Francia, Inghilterra, Germania, Russia. Ma appena il modo di produzione capitalista, uscito dalla sua rivoluzionaria incubazione, si espande, ecco che si rivela crassamente antiestetico. Di quali attivi formate il bilancio artistico di questo mezzo Novecento?
Qualche cosa di simile avviene per il bilancio “eroico”.
Qui di Engels abbiamo a portata di mano un magnifico articolo del 1850 sul nostro preteso conoscente Thomas Carlyle. Si tratta invero di una di quelle strigliate che fanno rimpiangere che si parli troppo delle grandinate di balordaggini recensite, e quindi solo per contrapposti sprazzi si tratteggi la nostra costruzione del tema.
Carlyle si può annoverare tra i molti nemici e critici della nascente e sordida società capitalistica, tra i vari economisti, sociologi, politici, letterati che, se ne colsero talvolta in modo scultoreo i lati spregevoli e seppero denudarne i paludamenti di progresso e di civiltà, non furono però all’altezza di capire i suoi apporti non surrogabili, e pur avendo accenti di eversione e di rivoluzione ricaddero nelle nostalgie dell’antico regime.
Costoro non potevano capire che il potenziale immenso produttivo del lavoro associato, che il capitalismo introduceva pur sotto il suo sfruttamento e monopolio di classe, portava sulla scena forze tali, che le gesta leggendarie e personali degli eroi rimanevano offuscate, e che questo era risultato irrevocabile. Le nazioni erano cadute sotto il governo di un ceto, di strozzini, di bottegai e di negrieri cinici e rozzi, ma per buttarli giù non si trattava di resuscitare prenci e cavalieri. Il loro grave difetto di stile, per cui il moderno pescecane e parvenu compra col ricavato dello smercio dei salumi a peso d’oro un Rembrandt, per giunta falso, se ricorda il console romano che, nel consegnare agli schiavi che conducevano la nave, una statua del Partenone li minacciò che se la rompevano li avrebbe costretti a rifarla, non toglie che il mercato moderno o il guerriero antico fossero loro a girare avanti la ruota della storia.
Furore di Carlyle
mpi. Egli inveisce contro la platealità dei borghesi, e perfino contro la soggezione dei proletari, dei poveri, che abbrutiscono sotto il loro sfruttamento, e tutti minaccia di retorico sterminio.
La rivoluzione in quanto dramma in atto lo esalta. “Magari – dice Engels – egli ne fa l’apoteosi, ma questa rivoluzione per lui si concentra in un individuo, Cromwell o Danton”. Ahi, quanti sono divenuti comunisti e marxisti solo perché videro Lenin – non la lunga lotta, l’immenso lavoro, la lucida ricostruzione di Lenin, ma solo il successo sensazionale di Lenin – dare il nome ad un dramma della storia, e corsero a dissetarsi di ammirazione, e basta. Ciò costò molto caro al partito rivoluzionario, e rovinò l’opera di Lenin stesso.
Il Genio per Carlyle aveva sempre ragione in qualunque senso lavorasse. Egli ammirava lo stile di certi letterati tedeschi oggi praticamente ignoti, ma non si era accorto di Hegel, tanto più grande. È la sorte dei cultori di valore personale. Engels rileva: “Al culto del genio, che il Carlyle ha comune con lo Strauss, è sfuggito precisamente il genio. Il culto è rimasto”.
Ed infatti questo bisogno morboso delle alte cime da ammirare ha quasi sempre questo destino: il lato passivo. L’adulazione prona è fine a sé stessa, e ove non si può polarizzarla su una persona, l’ammirazione cade; mentre poi si ridesta quando può trovare personaggi momentaneamente colorati, ma intrinsecamente vuoti e destinati all’ombra più cupa.
Un tipo come Carlyle non poteva non essere colpito da quegli avvenimenti tempestosi che nel 1848 incendiavano l’Europa. Ma come egli non vi vuole ammirare l’avvento della forma industriale e commerciale di economia, così non se la sente – ed ha ragione – di fare l’apologia del liberalismo e della democrazia. È sua la satira alla nave presa nelle tempeste del Capo Horn, in cui avendo smarrita la direzione si scelse la rotta mettendo ai voti i vari punti cardinali tra i membri dell’equipaggio, per adottare quello che aveva la maggioranza. Ma il senso storico cade a zero; e perché? Perché egli sta alla ricerca del protagonista di alta statura. Dove lo va a trovare? In Pio IX! Dove vede le forze in lotta? Nel feudalesimo e nel capitalismo, nel sistema autoritario e in quello costituzionale? Mai più. Si tratta di lotte del Vero contro le Menzogne, i Falsi, gli Shams (fantasmi) ed è contro tali brutture che egli vede sollevarsi le folle popolari a Parigi, Vienna, Messina o Lisbona.
Quando si tratta poi di stabilire chi scorge il Vero e il Grande, allora l’autore ripiega sui Saggi, gli Eletti, i Nobili, che soli possono assurgere a tanto. Ed allora riduce la lotta storica, del cui contenuto nulla ha capito, ad una affannosa ricerca della grande Guida, dell’alta Figura, cui affidare i destini di una povera umanità. E mentre disprezza il plateale egoismo dei borghesi incapaci di levare gli occhi a queste sue altezze, finisce per cadere senza accorgersene in una sconfinata ammirazione per i moderni capitani di industria… E per arrivare a questo aveva spiegato i moti del 1848 con il motto, che avrebbe acceso le folle: Via di là, stolti, ipocriti, istrioni, via di là, non eroi! Abbiamo d’uopo di Eroi!
Quanta fame di eroi è fessamente sopravvissuta di un secolo a fregnacce di tale calibro, sfiorando senza accorgersene le presenti analisi marxiste del ’48 e di tutte le altre grandi eruzioni storiche del sottosuolo d’Europa!
Docce di Engels
Non si può che riassumere la spietata demolizione di Engels. “Si vede che il nobile Carlyle prende le mosse da una concezione assolutamente panteistica. Tutto il processo storico sarebbe determinato, non dall’evoluzione della massa vivente, la quale naturalmente dipende da taluni presupposti variabili e storicamente prodotti, ma alla loro volta determinati… Tutto dipenderebbe dalla conoscenza di una esterna legge di natura… accessibile ai savi e nobili, non ai pazzi e birbanti. Alla lotta tra le classi si sostituisce questa antitesi, che si risolve coll’inchinarsi davanti ai nobili e savi, e quindi col culto del genio“. Ma come, incalza Engels, trovare chi sono questi savi e nobili? Questo conduce solo a riconoscere il dominio della classe privilegiata, che monopolizza oltre il resto anche la sapienza. E a chinare la testa anche al dominio triviale dei borghesi, che egli mostra sdegnare a parole. “Soltanto egli si cruccia e brontola, perché i borghesi non pongono alla testa della società i loro genii sconosciuti”. È qui che il Carlyle riconosce che è sorta “una nuova classe di comandanti di uomini che fanno riconoscere in Inghilterra una nuova aristocrazia”!
A questo conduce il “culto del genio”, a prosternarsi al proprio nemico. Molti superficiali verrebbero al partito proletario, se questo squadernasse “i suoi genii sconosciuti”. Ma se vedono genii più rilevanti dall’altra parte passano di là. Fino alla noia negli incontri coi filistei della politica si sente chiedere, parlando di un dato partito o movimento, con aria sufficiente: che uomini ci sono?
Il partito marxista deve sempre dire: non abbiamo uomini da esibire. In presenza e contro la classe ed il partito avverso ci proponiamo di buttarli di sotto tutti i genii ed i fessi: ecco quanto.
OGGI
Il nobile e l’abbietto
La storia degli opportunismi e dei tradimenti di tre Internazionali si può ridurre tutta alla frenesia attiva e passiva della personalizzazione.
La derisione di Engels a Carlyle finisce con confrontare la sua teoria del Nobile e dell’Abbietto, che si esaspera nella mania di trovare gli estremi, i vertici dell’uno e dell’altro. I nobili elimineranno gli ignobili, di grado in grado il nobilissimo appicconerà il birbantissimo, e a Carlyle, restato solo, non resterà che appendere sé stesso.
Questo può essere dialettico scherzo, ma è certo che ad altro non ha addotto la idiota dottrina del Criminale storico.
Mussolini ad esempio non avrebbe avuto mai tanto rilievo, né avrebbe così spinta avanti la sua autoesaltazione nelle file che lo seguivano, se dalla parte opposta non lo avessero gonfiato fino a farne il Birbantissimo carlyliano, la causa storica profonda di ogni male, come era stato per Guglielmone, per Cecco Beppe, e come fu in quel torno anche per Hitler.
Gli antifascisti gonfiavano le scatole uscendo ogni tanto a dire di “lui” che aveva fatto questo e quello, avrebbe fatto questo e quell’altro, e bisognava ricordare loro la regoletta grammaticale che si usa il pronome per riferirsi ad un nome già menzionato.
Nell’epoca attuale ci avviciniamo a funzionare senza nessun “lui”. Come questo avviene nella economia, se il marxismo non è acqua sporca, avviene anche nella politica, nella scienza e nell’Arte.
Non avevamo bisogno per apprenderlo di vedere in Russia il regime borghese senza borghesi, e di vedere che Malenkoff come Stalin apre e chiude come rubinetto l’estro creatore di letterati e artisti, pittori e musici.
Bastava leggere in Engels nel capitolo cruciale dell’Antidühring quale è la fase D (che i fessi hanno “scoperta” nel 1950), del ciclo capitalista.
“D). Ma anche i capitalisti sono costretti a riconoscere in parte il carattere sociale delle forze produttive. Essi si affaccendano ad impossessarsi dei grandi organismi di produzione e di scambio, dapprima per mezzo di società per azioni, indi per trusts, ed infine per il tramite indiretto dello Stato. Ma la borghesia si rivela con ciò una classe superflua, destituita di qualunque funzione utile da compiere, ed invero tutte le sue funzioni sociali sono oramai disimpegnate da impiegati mantenuti all’uopo”.
Dopo questa dimostrazione, si passa alla “Rivoluzione proletaria”.
Ma ritorniamo al genio, ed al capo. Se il capitalismo finisce col fare a meno delle personalità, il comunismo comincia allo stesso modo. La ruzzolata spaventosa che ha compiuto la forza rivoluzionaria in questi ultimi trent’anni sta in relazione stretta con la continua esaltazione di persone, con la sciagurata fabbrica di genii sconosciuti che, come sfidati da un nuovo Carlyle, siamo stati tanto cretini da mettere in piedi. Il bello è che sono stati elevati al grado di merce-genio certa specie di fessi da far paura, e che poi forse proprio i meno fessi sono stati cento volte oggetto di applicazione della etichetta di Abbietto e Birbante.
Nessuno verrà più
La pecorizzazione della classe operaia è giunta agli estremi. Per lunghi decenni è stata stupidamente ad attendere, non l’ora del combattimento per i propri scopi ed il proprio programma, ma che “lui” se ne andasse, e quando i vari lui se ne sono davvero andati è rimasta più schiava di prima.
Dopo la hanno messa fiduciosamente ad aspettare che “ha da venì Baffone”. Ma Baffone è morto senza intraprendere il viaggio. Tuttavia si ripete ai lavoratori non di mettersi in moto colle proprie gambe, bensì di aspettare qualche altro che viene.
Eppure in tutte le rivoluzioni il Messia è stato controproducente. Lo stesso mito cristiano lo dice. Gli stessi apostoli restavano tristi e smarriti, e con loro gli altri minori discepoli, quando Gesù annunziava loro la prossima dipartita. Come faremo noi, come faranno le turbe, senza la Tua guida?
Ma il Cristo, disse: io devo ritornare presso il mio Signore e Padre. È per voi troppo facile vedermi qui come persona fisica, fatta Carne, che pensate dotata di ogni potere, mentre io soggiacerò fisicamente ai colpi del nemico. Solo dopo la mia partenza scenderà in voi e nelle folle del mondo tutto lo Spirito Santo, invisibile ed impalpabile. E i milioni degli umili investiti di lui vinceranno contro le forze avverse, senza il fisico Capo.
Il mito rappresenta infatti la forza sociale e sotterranea di una immensa rivoluzione che minava nel sottosuolo ovunque il mondo antico.
Era comodo procedere quando il Maestro faceva tacere e tremare tutti, regalando miracoli, sanando infermi, risuscitando morti, facendo cadere l’arma dalla mano dell’aggressore.
Gli operai vinceranno se capiranno che nessuno deve venire. L’attesa del Messia ed il culto del genio, spiegabili per Pietro e per Carlyle, sono per un marxista del 1953 solo misere coperture di impotenza.
La Rivoluzione si rialzerà tremenda, ma anonima.
[RG-8] Riuscitissima riunione a Genova dell’organizzazione del nostro Partito
Non certamente inferiore nel successo alle precedenti riunioni inter-regionali (preferiamo non chiamarle nazionali, anche per la partecipazione di elementi esteri) e alle due recenti e plenarie di Milano e Forlì, è stata quella tenuta a Genova nei giorni 25 e 26 aprile, organizzata dalla sezione e dalla federazione locale con impegno, attività e risultati ottimi.
Le delegazioni locali presenti con indicazione del numero dei delegati erano le seguenti: Genova 6, Ventimiglia 3, Oneglia 2, Arenzano 1, Riva Trigoso 1, Pieve 1, Torino 6, Asti 4, Casale 1, Milano 6, Treviso 1, Palmanova 1, Trieste 4, Ravenna 1, Cervia 2, Forlì 2, Firenze 6, Piombino 1 (rappr. anche Portoferraio), Roma 3, Napoli 5, Torre Annunziata 3, Gravina 1, Cosenza 1, Messina 1, Carrara 2. Per impossibilità di venire avevano aderito Parma e Bologna. Degli esteri presenti: Marsiglia 2, aderenti Winterthur, Bruxelles.
Presenziavano altri compagni di Genova e dei centri vicini oltre le delegazioni, e alcuni provati simpatizzanti e lettori della nostra stampa, in quanto sicuri antipatizzanti di qualunque altra corrente.
Le due giornate si svolsero secondo la formula originale già stabilita con partecipazione unanime fatta di compostezza e profondità di lavoro e di serio entusiasmo. Il superamento di ogni solita formula ipocrita sugli ingredienti di base e direzione, nella inscindibile organicità impersonale del partito, lascia dietro di sé ormai dimenticato il funerale di terza classe fatto a tutti i delusi azzeccagarbugli che in innumeri edizioni infestano il movimento rivoluzionario, e che non hanno più l’ambito borghese onore di essere attaccati, dato che ben altri e laboriosi compiti ci chiamano.
Nella riunione della sera del sabato 25 il centro esecutivo svolse la normale relazione sull’organizzazione, le sue condizioni e il suo lavoro rilevando i sicuri e notevoli sviluppi del chiaro orientamento dei gruppi, il graduale e serio proselitismo, l’interessamento sempre più marcato di autentici proletari e di giovani, l’assoluta assenza di screzi e dissensi di qualsiasi natura, il successo ormai pieno del riordinamento selettivo eseguito oltre un anno addietro col solo fine di rafforzare e migliorare il partito al di sopra di ogni scoria.
Dopo aver fornito chiarimenti a molti compagni su detto tema il relatore si occupò della stampa di partito rilevando il successo della edizione «Dialogato con Stalin» di cui si farà presto una ristampa, e si diffuse sull’aspetto finanziario del nostro lavoro nei vari campi. Seguirono varie richieste e proposte e si convenne tra l’altro di far al più presto uscire un fascicolo della rivista del partito con le modalità del caso atte a premunirci da apocrifi, e da confusione con pubblicazioni intrinsecamente deteriori.
Per l’ordine degli argomenti facciamo cenno di altra riunione della serata del 26 in cui, dopo breve rapporto di un compagno francese, si esaminò la situazione dei nostri rapporti coi gruppi di Francia e si tracciò al riguardo un piano di comune lavoro.
Il rapporto sul tema: Economia e crisi dell’occidente
Il compagno relatore premise che questa riunione avrebbe impostato una fase dedicata ai problemi dell’America e dei paesi capitalisti occidentali in genere dopo che un lavoro notevole precedente ha cristallizzato in linee sufficienti a una definizione generale il nostro modo di considerare la Russia e la sua economia sociale, e posto in evidenza il concetto marxista delle doppie rivoluzioni innestate l’una sull’altra, o rivoluzioni impure, (dando al termine una portata non morale ma solo storica). Il Dialogato ed altri testi hanno abbastanza sistemata tale parte, dobbiamo ora studiare una rivoluzione pura ossia soltanto anticapitalista e proletaria, di cui la storia ha forse un esempio solo: la Comune di Parigi, tanto grande quanto sconfitta. Dichiarare dunque perché affermiamo possibile ed inevitabile la rivoluzione anticapitalista negli Stati Uniti e nei paesi oggi a questi connessi.
In un’introduzione fu ricordata la sistematica delle riunioni precedenti. Non essendo la nostra scuola o accademia, ma fucina rivoluzionaria, gli argomenti non vennero toccati in un prestabilito ordine di stampo ideologico. Ma, come sarà meglio ripetuto in pubblicazioni di testi estesi, sono nelle varie occasioni stati elaborati i punti: Teoria generale sociale e storica – Economia capitalista – Integrale programma socialista – Cicli della rivoluzione proletaria – Storia del movimento comunista – Odierna economia russa – Economia di occidente – Condizioni per la ripresa rivoluzionaria – Misure immediate postrivoluzionarie in occidente – Compiti attuali diretti del movimento.
Nella prima parte, svolta nella mattinata della domenica, fu ricapitolata in un vasto giro la teoria delle rivoluzioni plurime che numerose presenta la storia. La posizione marxista non può essere intesa se non si stabilisce una distinzione scolpita a grandi tratti tra le varie «aree» e i vari «periodi» della rivoluzione del proletariato, in cui sono diversi i tipi e gli aspetti della grande antitesi: proletariato contro borghesia. Diversi ma ben definiti e non suscettibili di sorgere a piacere di critici e politici equivoci; diversi ma ben stabiliti sulla linea dei principii originali e invarianti del comunismo, a partire dal Manifesto.
La critica e la battaglia cominciano ad avere per obiettivo l’area inglese. In essa è del secolo XVII la scomparsa di ogni potere ed economia feudale con la rivoluzione di Cromwell e restano due soli attori: proprietari e industriali da un lato, e operai dall’altro. Qui con valore universale si imposta la scoperta delle leggi della produzione capitalista che preparano non una evoluzione ma una serie di crisi e una catastrofe finale, e permettono di fondere in un solo getto il programma comunista, e per sempre. Tale dato esiste fin dal 1840, data in cui si attua la sostituzione del comunismo scientifico ai primi utopici socialismi.
La seconda area da considerare è quella Europea occidentale, con la serie di abbattimenti del feudalesimo precapitalista, che si apre in Francia nel 1789, ma per comprendere Germania, Italia, e minori paesi, continua fino al 1871. Con tale data e in tale area si pone fine alle lotte in cui il proletariato sostenne la borghesia – e ben doveva sostenerla, anche in quanto ve lo conduceva un partito marxista – e si completava la sistemazione degli stati nazionali e l’avvento di piene forme di proprietà e di produzione capitaliste. Ogni volta in tale fase il proletariato tenta di spingere la lotta oltre in un abbattimento della borghesia, che si getta a sterminare spietatamente l’alleato di prima. Per un momento vince la Comune, poi soccombe alla alleanza di borghesia francese e tedesca; si apre la grande era della autonoma lotta della classe operaia.
Una terza area, quella nordamericana, non ha un’origine da vittoria contro regime feudale, ma parte dallo svolto della guerra civile del 1866, con la quale si afferma il modo di produzione industriale europeo contro un tentativo di economia da «terre libere» con forme rurali e schiaviste di lavoro. Tale area si salda con quella di Europa, come questa si è saldata con quella inglese, e forma la grande area che possiamo dire euramericana in cui la posizione ininterrotta della nostra scuola dei marxisti radicali (soli marxisti) stabilisce che è controrivoluzionario chiunque, in guerra, in pace, in qualunque forma di politica borghese, attua collaborazione della classe proletaria, con lo Stato nazionale o con gruppi e opposizioni non classiste.
Non può applicarsi ugual norma e dottrina nell’area dell’Europa est, ossia Russia e alcuni paesi limitrofi e balcanici. In Russia e nel sud-est di Europa sussistono le forme sociali e politiche feudali fin dopo il 1871. Ma da tale data vi sono in questi paesi con vario sviluppo anche partiti operai e gruppi marxisti. Il tema di doppia rivoluzione, che non può più porsi nell’area ad occidente (che tuttavia prima del 1871 lo aveva ben conosciuto e soprattutto nel classico esempio Germania 1848, risolto con la formula rivoluzione permanente dalla teoria marxista, finito per allora con doppia sconfitta, in guerra civile) si impone storicamente e si risolve senza esitare con la dichiarazione di aiuto e perfino di gestione proletaria di una rivoluzione capitalista.
Al 1917 questa area dà una doppia vittoria in guerra civile, e questa ripiega in una mezza vittoria-mezza sconfitta nel campo sociale. Le forze proletarie sono giustamente state date, e giustamente si è tentato di andare in fondo: ma la rivoluzione diveniva permanente solo se dilagava nell’area occidentale. La colpa se non fosse assurdo parlare di colpe, è di noi soltanto, comunisti di occidente. Oggi non resta che la sola rivoluzione capitalista, la cui fase positiva storicamente e socialmente sta, nella Russia vera e propria e nei paesi europei limitrofi, per chiudersi.
Alla grande area euramericana che merita e attende una pura rivoluzione comunista, si contrappone oggi una grande area eurasiatica che svolge due rivoluzioni in un processo colossale, ma a cui il marxismo non nega il compito grandioso e rivoluzionariamente positivo di sostituire a regimi feudali e patriarcali un mercantilismo internazionale con le forme industriali di produzione, pur sapendo che si appoggia così un vivo trapasso inseparabile dall’avvento di forme nazionali, borghesi, piccolo borghesi, romantiche: tutti valichi e premesse per il socialismo proletario mondiale.
Il marxismo rivoluzionario deve a questi moti piena solidarietà, ed in loco il proletariato deve ad essi appoggio e alleanza, anche in quanto essi contrastano la pressione imperialista con moti di indipendenza di razza e xenofobi, poiché sono forze che rompono la cerchia della supercentrale capitalista, e se la crisi non azzanna questa alla gola e la forza proletaria di occidente non le colpisce al cuore, la vittoria mondiale non è possibile. Ma certa è la sconfitta se postulati che scimmiottano questi si trapiantano nella società e nella politica di occidente, come turpemente i partiti stalinisti consumano. Se in Russia e in Asia un tale movimento è l’agente di una rivoluzione sola e non di due, in zona nostra esso è il vile agente di una sola controrivoluzione, due non essendo più possibili.
In tutto questo sviluppo il relatore ebbe a toccare temi diversi trattati più volte dalla nostra stampa, e tra l’altro a ricollegarsi, sottolineandolo, al tema di Forlì. Le misure immediate che una rivoluzione operaia attuerebbe in occidente non sono socialismo, ma in campo economico «riforme». Trotsky rinfacciò a Kautsky l’antitesi: voi opportunisti volete riforme prima e rivoluzione dopo, e salvate il capitalismo. Noi vogliamo rivoluzione politica prima, conquista totale del potere; solo dopo riforme sociali, in quanto non si passa in un giorno al socialismo. I doppi opportunisti di oggi non solo vogliono le loro riforme di struttura e non la rivoluzione, ma le loro riforme sono «tecnicamente» opposte a quelle che faremo noi dopo preso il potere. Tendono assolutamente e relativamente a fare i soli interessi del capitale.
Nella seconda parte – nel pomeriggio – il relatore, usando statistiche sia pure di tipo popolare ma provenienti dai nostri avversari, col proposito di una apologia della attuale società americana, e della sua pretesa possibilità di evolversi senza saltare, procurò di allineare i dati e le leggi di questa piena economia capitalista, in tutto paralleli a quelli in base ai quali il marxismo, studiando il capitalismo della prima zona britannica, eresse la dottrina delle crisi, dell’inesorabile disquilibrio, della sopravveniente catastrofe. Non ne furono dati né anticipati i tempi, ma dato ed anticipato il decorso, e se questo si segnerà a cinquantine anziché a decine di anni, ciò varrà tanto meglio a farne compito della specie e della classe rinnovantesi in generazioni, non di pensatori, di profeti e di genii, e tantomeno di decorati e pomposi capi.
Se non fu possibile al relatore dare totale sviluppo ad un simile tema, che comportò la ripetuta definizione caratteristica di tutte le categorie e le «grandezze» basi dell’economia marxista, anche per il limite di tempo e della fatica che costa a chi espone e a chi ascolta una trattazione che non si arrotola nella banalità della parola senza contenuto e della solleticazione retorica, meno ancora è possibile dare in breve sintesi il costrutto.
Le pretese che in America non tenda ad esservi più che una classe media con esclusi gli estremi della gran ricchezza e gran miseria, l’aumentato tenore di vita del lavoratore, la distribuzione di parte dei frutti dell’azienda oltre che ai sottoscrittori di azioni anche ai salariati, furono dimostrate – anche con suggestive citazioni del testo di Marx specie nel II e III tomo del Capitale – del tutto impotenti a sfuggire alla tenaglia delle deduzioni rivoluzionarie.
I salti più impressionanti dei dati statistici di epoche critiche: 1848, 1914, 1929, 1932, 1952, riguardano l’erompere della «produttività del lavoro». Con lo stesso tempo di lavoro si trasformano masse sempre più immense di materie. Dunque poco capitale variabile (salari) molto capitale costante, alta composizione organica del capitale; non altro a noi occorre.
La grossolanità degli errori teorici di Stalin dimostrata nel Dialogato stette nell’abbandonare la certezza della discesa del tasso di profitto, su cui si incardina la dimostrazione della inevitabilità delle crisi di sovraproduzione e poi di sottoproduzione, della insostenibilità finale del modo di produzione mercantile ed aziendale capitalista. La produttività aumenta, ossia aumenta il dominio del lavoro vivo sul lavoro cristallizzato morto, in potenza, ma in effetti il capitale, o lavoro morto, in virtù delle forme giuridiche e statali soffoca quello vivo nei limiti disumani del salariato e del mercato. E tutto avviene nel 1953 e di là dell’Atlantico come vide la nostra teoria rivoluzionaria di qua di esso e più di un secolo prima.
Il saggio del salario ed il tenore della vita o massa di consumo permessa al lavoratore sono in aumento. Ma è il ritmo del loro aumento che non segue che molto distante quello dell’aumento di produttività. Quale la retrograda distanza delle forze del capitale, non personali e non umane? Aumenti con gli effetti della scienza, della tecnica e soprattutto della vastità delle aziende concentrate la potenza produttiva del lavoro. Resti lo stesso il tempo del lavoro, aumenti il salario sia pure al punto che l’aumento in cifra monetaria resista allo svalutarsi del denaro e consenta maggiori acquisti di merci. Ma non diminuisca il tempo del lavoro, che da sessant’anni è fermo su otto ore, piuttosto aumenti a dismisura la massa dei prodotti, che il capitale e lo Stato tengono fermi in pugno, avendo tutti privati di diritto al prodotto, e tutti ridotti alla miseria che vale, non poco consumo, ma nessuna disposizione di prodotto e di riserva. Miseria vale marxisticamente pauperismo nel senso di non possesso di mezzi di produzione e di scorte di merci, non nel senso di bassa possibilità di consumi.
Con la vendita di merci a rate ai salariati li avete spinti sotto lo zero della miseria in quanto sono debitori di consumi già fatti. Se tutto il vostro sistema come noi dimostriamo salta, la massa di operai ad alto tenore di vita piomba di colpo allo zero economico e di consumo, alla vera inedia. Altri gruppi di pretese classi medie della vostra prosperity truffaldina, come nel venerdì nero del 1929, scendono a far parte dell’esercito e dei senza riserva.
Quale l’istanza socialista o comunista? Forse: aumentate il salario, diminuite il profitto e il sopralavoro (che ha funzione sociale da quando il capitalismo ha socializzato mercato e lavoro!), fateci accedere a più vasti consumi, e a più vasto assorbimento dei vostri prodotti di divertimento e di coltura, al tossico che propina scuola, arte, radio, televisione, pubblicità? Giammai. L’istanza è: liberate il lavoro vivo dal peso sinistro di quello morto, mettete il tempo di lavoro in rapporto alla sua potenza produttiva, date la libertà del materiale tempo, la sola che abbia un senso, nel rispetto (come in una splendida citazione finale di Marx) nella necessità inevitabile che lega la umana specie in una lotta incessante, anche futura, contro le condizioni naturali avverse.
Non riforma ma istanza rivoluzionaria formidabile è la fredda richiesta: diminuite il giornaliero tempo di lavoro!
Poiché l’analisi delle cifre dimostra che tale tempo sarebbe oggi calcolabile a pochissime ore giornaliere, ne segue che l’impalcatura sociale americana, tipo oggi classico del capitalismo di sempre, si fonda non su una libertà di corpi e di spiriti, ma su un doppio dispotismo, e dittatura del capitale: il dispotismo aziendale che riduce il lavoratore ad uno schiavo automa ed anche con finte misure di favore gli estorce tempi ulteriori di impegno, il dispotismo sul consumatore, che idiotizza l’operaio a chiedere quei consumi e esaltare quei bisogni che lo rendono una cattiva copia del suo sfruttatore e lo legano al carro sinistro del capitale.
Se davvero una libbra di pane in dieci anni è scesa a rappresentare 6 minuti di lavoro al posto di 12 – se anche è esagerato che negli altri paesi succubi occorre 4 volte più di un tale tempo, e in Russia è ancora nove volte di più, ciò mostra solo l’urgenza che la rivoluzione sociale uccida il capitalismo di America, che di una triplicata potenza lascia un decimo solo ad un distorto e schiavizzante aumento di tenore di vita.
Perché, dopo molti altri raffronti anche con l’industria in Italia, si chiese il relatore, non corrisponde a questo vulcanico sottofondo di crisi un potente movimento di classe, di partito, che di tale istanza integrale faccia la sua bandiera? La colpa totale va al movimento della terza ondata opportunista che tra le due guerre barattò e sabotò tutte le nostre armi teoriche e tecniche. Va nella sporca surrogazione con richieste di un capitalismo addomesticato, tollerabile, popolare! La colpa dunque è di quei russi, stalinisti, cominformisti, che della crisi sociale americana parlano a vanvera.
Come una diversione economica è il tiranneggiare i mercati mondiali e lo sfruttare i paesi satelliti nel gioco dell’imperialismo, che a New York ha la massima centrale, così un ostacolo è il premere di resistenze, di conflitti dei popoli colorati, sono le pretese della neo impalcatura capitalista Russa – fino ad oggi imperialismo improprio in quanto non influisce su veri mercati di oltremare e oltreoceani – di assidersi al banchetto dello sfruttamento sul lavoro universale degli uomini.
Il polipo russo, pauroso agente controrivoluzionario e conservatore nella politica interna di tutti i paesi capitalistici, disfattista della guerra civile proletaria; suo malgrado, e fino a che non lo comprino – operazione possibile e dilatoria, non risolvente e definitiva – a dollari contanti, nel campo internazionale con cannoni, aeroplani e bombe, sabotando le valvole di sicurezza del sinistro mondo occidentale, senza volerlo lavora per la rivoluzione.
Prima o insieme alla terza guerra mondiale, la crisi del sistema di produzione e di consumo americano verrà, e la guerra potrà venire tra America e Russia, come su un altro, alla Stalin, fronte imperialista di rottura. Ma noi vediamo quella crisi sia come inevitabile che come indispensabile per una grande ondata storica della rivoluzione comunista, e colla unità di misura del decennio calcoliamo il tempo di attesa.
La complessa esposizione fu seguita con attenzione e partecipazione massima degli astanti e si chiuse con la certezza unanime che su tale, non brillante, non facile, non rapida via, noi e noi soli seguiamo il filo, talvolta evanescente ed inafferrabile, che conduce verso l’incendio della rivoluzione e la grandiosità del comunismo.