Le elezioni negli Stati Uniti: vince solo il capitalismo
Mentre gli Stati Uniti si avvicinano alle elezioni presidenziali del 2024, ci ritroviamo nuovamente a ripetere parole di Lenin che da oltre un secolo riecheggiano: “agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento”. (Stato e rivoluzione, 1917)
Anche se le elezioni sono fissate per un martedì, per decine di milioni di proletari statunitensi il mercoledì che verrà sarà il solito di sempre: a prescindere da chi si aggiudicherà la vittoria, la borghesia continuerà a stringere nella sua morsa il proletariato.
Gli sproloqui dei candidati di turno, vecchi e nuovi che siano, pieni di retorica, slogan e commenti asineschi e maleodoranti, hanno il solo scopo di consolidare quel meccanismo che vende, non da oggi, ai lavoratori, americani e del mondo intero, “rincoglionimento” al chilo nella speranza di raccogliere sempre maggiori e sempre più necessari sacrifici tra il sudore e il sangue del suo proletariato.
Instancabilmente, viene ancora una volta riproposta dagli strilloni di mezzo mondo la presunta battaglia tra “democrazia” e “fascismo”, ovviamente sempre a patto che allo Stato si riconosca una specie di distanza tra i contendenti: un “ente” al di sopra delle parti, con una di queste che attenti alla sua sacralità.
Ancora una volta, i ciarlataneschi richiami allo spettro del “fascismo” si sono profilati all’orizzonte, ma anche se le vesti del dominio borghese appaiono “conservatrici” o “liberali” – per quel che possano oggi significare questi termini – i comunisti sanno che il fascismo, la dittatura a senso unico del grande capitale monopolistico, già impera nella totalità dell’orbe terracqueo da almeno un secolo e che, indipendentemente da quali siano le prezzolate facce sui manifestini elettorali, le implacabili pretese del capitale di rafforzare il suo organo repressivo Stato, e di impedire qualsiasi riorganizzazione della classe lavoratrice, persistono imperturbabili.
In fondo, anche se immersi in un clima elettorale dove l’utile baccano mediatico non fa che portare l’attenzione su altro, le condizioni di vita e di lavoro del proletariato statunitense non sono che peggiorate nel corso degli anni e questo a discapito di decenni di promesse, progetti di riforme e millantati progressi “civili”: tolta la luccicante patina dalle parole dei politicanti di turno emerge in tutta la sua miseria la vera natura dello sfruttamento e dell’alienazione di classe della squallida società borghese. Tuttavia, i lavoratori americani, che, sempre più spesso, corrono il rischio di trovarsi schierati contro armi chimiche, carri armati e battaglioni di polizia militarizzata – puntualmente dispiegati dalle stesse facce presentatesi ai ballottaggi come amiche – ogni qual volta che rivendicano anche semplicemente una minima “quota di benessere”, continuano a rispondere al fuoco della prepotenza nemica a suon di schede e medagliette, facendo registrare partecipazioni alle urne da record nell’ennesima drammatica dimostrazione di quanto siano ancora radicate nel proletariato le disperate illusioni elettoralistiche.
In vista di novembre, il Partito Democratico, dopo essersi dovuto confrontare con i segni di cedimento dell’ormai troppo anziano Biden, ha scelto di rifarsi il trucco “condannando” Kamala Harris ad assumere un ruolo di leadership. Kamala si vanta di rappresentare tutto ciò che i repubblicani, ed il suo “rivale”, non sono: dice di essere democratica, antirazzista, pro-LGBT, e a favore dei lavoratori (!), in parole povere l’opzione antifascista al tiranno miliardario Trump. Tuttavia, la sua nomina non rappresenta una rottura con il passato, ma piuttosto ne segna la piena continuità e con questo non ci riferiamo soltanto alla mera strategia elettorale.
Trump, dal canto suo, ha stravinto a mani basse nelle primarie repubblicane: al di là delle pittoresche vicende giudiziarie che lo hanno visto protagonista, il nullaosta di fatto rilasciatogli dalla borghesia americana nel suo complesso, anche dopo gli spesso definiti scabrosi fatti del 6 gennaio 2021, è l’ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, da una parte del carattere sempre più farsesco e caricaturale della facciata democratica del regime borghese, e dall’altro della necessità per quest’ultimo di servirsi di figure sempre più grottesche e “divisive” affinché il feticcio democratico possa mantenersi in piedi.
Esiste un certo conflitto interno tra le fazioni della grande borghesia, i giganteschi interessi che rappresentano e i partiti politici che di conseguenza essi plasmano. Ma è allo stesso tempo proprio il grande capitale finanziario, oggi, a determinare la gestione degli Stati sempre e dovunque, e allora non si tratta di essere ciechi se alla “faccia dura” di Trump e al suo assoluto, e sincero, disgusto per tutto ciò che rimanda al lavoro sindacalizzato, facilmente contrapponiamo le chiacchiere a buon mercato di Kamala su aborto, democrazia e diritti LGBT in quello che, nel complesso, si articola come l’insieme degli utili espedienti del vecchio ma sempre più affinato gioco delle parti: al momento opportuno siamo certi che qualsiasi tema di presunta discussione sarà facilmente messo da parte per il bene supremo del capitalismo americano.
Quest’ultimo, come tutti i suoi concorrenti, necessita di un sempre maggiore sfruttamento della forza lavoro, e di un continuo flusso di manodopera a basso costo. Lo sfruttamento, i tentacoli dell’imperialismo e l’anarchia del mercato sono tutte caratteristiche intrinsecamente fondamentali del capitalismo, non difetti di fabbrica: mai scompariranno finché non scomparirà il capitalismo stesso, e questo mai potrà avvenire attraverso il voto.
D’altronde, come sempre abbiamo ribadito, l’intero apparato statale non può che servire i soli interessi della classe borghese; il teatrino del politicantismo democratico-parlamentare è solo una delle tante forme con cui si esprime, beffardamente, il dominio degli sfruttatori sugli sfruttati. Allo stato attuale, tutti i diversi partiti hanno bisogno l’uno dell’altro: anche i cosiddetti “Third Parties” sono o manutengoli mestieranti del gioco elettorale, o il miserabile rantolo del “liberale” “radicale”.
Il precedente mandato di Kamala Harris, che ha servito come vicepresidente della corrente amministrazione Biden, si è dispiegato al meglio nel difficile compito di conservare il sempre più in discussione strapotere del capitalismo americano, non certo all’interno dei propri confini quanto al suo esterno. Il suo, per quattro anni, “superiore” Biden era ancora nel pieno della sua carriera politica quando il governo statunitense si vantava della sua capacità di “costruire” Stati in Iraq e Afghanistan, e a suon di bombe esportava “democrazia” e faceva razzia di preziose risorse per garantirsi i migliori interessi imperialisti.
Che queste imprese imperialiste, mascherate per missioni pacifiste, siano poi state etichettate come un “successo” umanitario è beffardo quanto irrilevante; basta guardare a ciò che è rimasto della “liberazione” compiuta dalla furia profittatrice. In Palestina, le atrocità ai danni dei proletari palestinesi e israeliani vengono accolte nell’indifferenza dei presunti leader della borghesia mondiale o altrimenti liquidate con vuota retorica.
Se oggi gli operai americani non sono ancora direttamente soggetti alle condizioni e alle conseguenze di una guerra, non può certo dirsi che non siano soggetti ad un sempre maggiore inasprimento della propria condizione di proletari. Gli affitti sono alle stelle. I salari si riducono e la disoccupazione sale. Il cibo costa ogni giorno di più. L’assistenza all’infanzia è inaccessibile, come lo resta d’altronde l’assistenza sanitaria. Sbarcare il lunario è ormai una sfida per fette sempre maggiori del proletariato occupato. Non è più sorprendente e non fa più notizia sentire di persone costrette a fare due o tre lavori per non morire di fame.
Se la soluzione di Trump alle difficili condizioni del proletariato urbano oscilla tra una pernacchia da un lato, e i richiami ai “bei tempi” che furono e gli appelli a più restrittive misure anti-immigrazione dall’altro, infarciti di un numero sempre maggiore di deliranti sproloqui intrisi di complottismo, sciovinismo e razzismo – i quali per lo più servono per arringare il suo ormai già consolidato elettorato che raccoglie gli strati “più reazionari” della piccola e media borghesia rurale, ma anche i più fanatici e bigotti tra il proletariato bianco evangelico – la strategia della Harris sembra essere quella di continuare sulla scia, altrettanto antiproletaria rispetto a quella trumpiana, del suo predecessore. Alle elezioni del 2020, Biden, l’auto-dichiaratosi “Presidente più pro-sindacato nella storia degli USA” aveva ottenuto il 57% del voto dei lavoratori sindacalizzati, superando il 51% della Clinton quattro anni prima. Biden ed Harris sono intervenuti più volte nelle tutto sommato timide lotte della classe operaia nei loro quattro anni di operato condiviso: prima con i ferrovieri, poi con i Teamsters dell’UPS e infine con l’UAW delle tre grandi aziende automobilistiche. Furbescamente hanno appoggiato la concessione di piccoli miglioramenti salariali, distribuiti nel corso degli anni, per non incorrere nel rischio dell’allargamento delle lotte laddove incombeva il pericolo, e hanno invece sbattuto i pugni sul tavolo, applicando il veto federale, laddove lo sciopero avrebbe arrecato eccessivi danni ai profitti borghesi nel breve termine (come nel caso dei ferrovieri). I sindacati, sfacciatamente o meno collaborazionisti, dal loro canto esprimono le loro preferenze sui candidati, garantendosi vantaggi e una sedia al tavolo della politica statale o federale, mentre una parte delle energie proletarie viene riversata e dispersa nei teatrini elettorali. L’UAW, il principale sindacato nel settore automobilistico americano ed uno dei maggiori sindacati dell’intero Nord America, aveva già appoggiato Joe Biden per le elezioni politiche ed ora sostiene Harris, offrendo una giustificazione fondamentalmente borghese alle masse di iscritti: Trump non è in grado di gestire l’economia o il governo federale ed è dunque una “minaccia” per la democrazia americana.
Il coinvolgimento dei lavoratori nella trappola democratica non solo è inutile dal punto di vista della classe, rappresenta un fatto estremamente dannoso per il movimento proletario. Questa lo soffoca prima ancora che possa tornare a muovere i suoi primi, decisi passi verso la sua definitiva emancipazione. In “Cretinismo Democratico” ricordavamo, come sempre, proprio che “Il proletariato è già sconfitto nel momento in cui si sottometta a qualsiasi farsa schedaiola, qualunque ne sia l’obiettivo, fosse anche un miglioramento delle condizioni di vita degli operai” proprio perché, anche se così fosse, “dietro l’apparenza favorevole ai lavoratori, [vi è] una nuova catena dorata che viene ad avvincere il proletariato per subordinarlo al capitale, alla sua ideologia, al suo ingigantirsi”. Nella nostra visione marxista, molto semplicemente, non esistono alternative tra buoni o cattivi, coccarde blu o rosse, ma soprattutto non possono esistere nell’attuale fase di putrescente senilità capitalista “mali minori” tra gli schieramenti borghesi, sempre complici nella loro furia antiproletaria, per cui i lavoratori, che nulla hanno da difendere né da conquistare con la conta delle teste, debbano battersi.
La crisi del gas svela l’impotenza del capitale europeo: ambizioni sostenibili al lumicino
L’Unione Europea, in preda alle contraddizioni intrinseche del capitalismo, si trova oggi a fronteggiare un
a crisi che non è solo economica, ma profondamente strutturale. Il recente rapporto della Commissione Europea, intitolato “Il futuro della competitività europea”, mette in luce con evidenza brutale le criticità che paralizzano questa regione: la dipendenza energetica, il crescente ritardo tecnologico e le carenze in materia di sicurezza e difesa. Tuttavia, ciò che il rapporto non coglie è la natura irrimediabile di queste contraddizioni, figlie di un sistema economico che non può più garantire sviluppo senza acuire le proprie stesse crisi.
Quando l’URSS faceva affari
Nel 1964 fu avviato il complesso progetto per lo sviluppo dell’oleodotto Druzhba (50 Mt/y), destinato a rifornire i paesi del blocco orientale. Per servire invece l’Europa occidentale, tra il 1982 e il 1984 venne completato il gasdotto Urengoy-Pomary-Uzhhorod (100 Gm3/y), noto anche come Bratstvo, che integrava la rete sovietica di gasdotti, già parzialmente operativa dal 1973, con una connessione diretta verso l’Europa occidentale. L’inaugurazione ufficiale si tenne in Francia, ma solo dopo un lungo negoziato conclusosi nel febbraio del 1978 con l’accordo di trasportare 13,6 Gm3/y di gas attraverso la Cecoslovacchia. La celebrazione del nuovo gasdotto avvenne proprio mentre l’Occidente aveva necessità di sostituire il gas iraniano a causa della caduta della dinastia Pahlavi.
Negli anni ’80, l’amministrazione Reagan cercò di persuadere i paesi europei, attraversati dal nuovo sistema di gasdotti sovietici, a impedire alle aziende coinvolte nella costruzione l’accesso all’acquisto di forniture e componenti necessari per il gasdotto e le infrastrutture correlate. Reagan temeva che un’infrastruttura per il gas naturale in Europa, controllata dal Cremlino, avrebbe aumentato l’influenza dell’URSS non solo nell’Europa orientale, ma anche in quella occidentale. Per questo motivo, durante il suo primo mandato, tentò – senza successo – di bloccare la costruzione del primo gasdotto tra l’URSS e la Germania. Nonostante queste pressioni, il gasdotto fu realizzato, favorendo la crescita di grandi aziende russe del gas come Gazprom e aumentando la produzione di combustibili fossili in Russia. La fornitura di gas al mercato europeo, infatti, è cresciuta notevolmente dagli anni ’90 in poi.
Il gas africano
Nel frattempo, negli anni Ottanta l’Italia andava completando il gasdotto Transmed (30 Gm3/y) che porterà gas algerino attraverso la Tunisia, fornendo una quota significativa di gas nel sud Europa, rappresentando uno dei maggiori corridoi di importazione di gas non russo. In aggiunta, nel 1996 fu completato il MEG (12 Gm3/y), Maghreb-Europe Gas Pipeline, che fornirà Spagna e Portogallo, attraversando il Marocco.
A rifornire l’Italia si aggiungerà, nel 2004, il gasdotto Greenstream (8 Gm3/y), benché a partire dalla caduta del regime di Gheddafi questa linea subirà interruzioni a causa dell’instabilità politica del paese.
A causa della crisi diplomatica fra Algeria e Marocco nell’agosto del 2021, l’Algeria ha chiuso i rubinetti del MEG. Tuttavia il gas ha continuato a fluire dall’Algeria alla Spagna attraverso una variante della pipeline inaugurata nel 2011, la Medgaz (10.5 Gm3/y), che collega direttamente Beni Saf a Almeria.
La Norvegia
La produzione di gas in Europa è sempre stata molto al di sotto del fabbisogno, tuttavia il gas norvegese, viene distribuito in Germania attraverso due pipeline: la Europipe I (18 Gm3/y), inaugurata nel 1995, e la Europipe II (24 Gm3/y) inaugurata nel 1999.
La Norvegia da questa situazione di instabilità ha tratto enorme beneficio. Nel periodo 2022-2023 l’Unione Europea ha effettuato pagamenti che ammontavano a 50 miliardi di euro, circa tre volte la media del periodo 2017-2021, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi dal momento che l’incremento del volume importato è soltanto di due terzi.
Nuovi gasdotti
Nel 2003 Eni e Gazprom costruirono il Blue Stream (16 Gm3/y), un gasdotto per trasportare gas dalla Russia alla Turchia attraverso il Mar Nero. Nel 2006 veniva completata la linea Yamal (33 Gm3/y) che trasporta il gas siberiano alla Germania, passando per la Bielorussia e la Polonia. Nel 2007 l’Italia firmò un accordo con Gazprom per realizzare una seconda pipeline, la South Stream (63 Gm3/y). Tuttavia questo progetto fu sospeso nel 2014 a causa dell’annessione della Crimea; trasformandosi nel progetto Turkey Stream (31.5 Gm3/y) che vedeva soltanto la Turchia beneficiare del gas russo. Nel 2011 fu inaugurata una seconda pipeline per alimentare il nord Europa, la Nord Stream I (55 Gm3/y). Nel 2015 inizia un secondo progetto Nord Stream 2 (55 Gm3/y) che promette l’arrivo di gas naturale evitando l’Ucraina.
Invece, l’Italia completerà nel 2020 il TAP (10 Gm3/y), ovvero il Trans Adriatic Pipeline, per trasportare gas dall’Azerbaigian attraversando Turchia, Georgia, Grecia e Albania. Il gasdotto si biforca in Turchia, per allacciarsi al gasdotto Nabucco (23 Gm3/y) che attraversa Bulgaria, Romania e Ungheria per giungere in Austria.
Nel 2021 Hochstein, consigliere per la sicurezza nazionale della presidenza Biden, viene incaricato di negoziare con la Germania il congelamento di Nord Stream 2. Nel febbraio il cancelliere tedesco Scholz è convocato alla Casa Bianca dove Biden afferma: “non ci sarà più un Nord Stream 2”, per cui una giornalista domanderà come intenderà farlo, permettendo al presidente americano di rispondere: “ve lo prometto, saremo in grado di farlo”.
Il 24 febbraio l’Ucraina venne invasa dalla Russia. La guerra portò la Russia a subire sanzioni internazionali, cui rispose obbligando tutti i paesi importatori di gas a pagare in rubli. La Polonia, rifiutando, si ritrovò con la linea Yamal interrotta. Nel settembre 2022 avvenne il sabotaggio del Nord Stream, confermando la promessa di Biden. Il giorno dopo fu inaugurata la Baltic Pipe (10 Gm3/y) per il trasporto di gas dal Mare del Nord alla Polonia.
Confrontando le portate di tutti questi gasdotti, risulta evidente quanto importante sia stata la Russia per la fornitura di gas in tutta Europa. Del resto, nel 2021 il 45% del gas naturale consumato nell’Unione Europea era di provenienza russa.
Crisi energetica e pace sociale
L’interruzione delle forniture di gas dalla Russia è costato all’Europa un anno di crescita del prodotto interno lordo, mentre si trovava obbligata a fare enormi investimenti, dirottando ingenti risorse finanziarie, per la realizzazione di infrastrutture adatte all’importazione di gas naturale liquefatto.
Se è vero che il prezzo del gas è sceso parecchio rispetto ai picchi raggiunti durante la crisi del Covid-19 e la crisi energetica del 2022, l’Europa purtuttavia si ritrova ad affrontare prezzi sul costo dell’elettricità 2-3 volte superiori rispetto agli Stati Uniti e prezzi sul gas fino a 4-5 volte superiori. Un rapporto della Commissione Europea mostra come la volatilità del prezzo del gas fosse molto limitata dal 2010 al 2018 a fronte del periodo successivo in cui la volatilità è cresciuta in modo considerevole (fino a 6 volte).
L’importazione di gas liquefatto in sostituzione di quello fornito mediante gasdotti, renderà ancora più difficile la stabilizzazione dei prezzi essendo il mercato del primo tipo per sua natura ancora più volatile, in quanto venduto per lo più nel cash market (o spot market), ovvero il mercato finanziario specializzato nella fornitura di servizi e merci in pronta consegna.
La volatilità dei costi di approvvigionamento energetico si ripercuotono inesorabilmente su tutti i settori della produzione. Nel 2023 i costi d’importazione di combustibili fossili sono cresciuti del 90% rispetto alla media del periodo 2017-2021.
Tuttavia, se questo aspetto risulta intuitivo, va sottolineata la conseguenza principale di questa condizione: gli stessi governi europei fanno fatica a pianificare a causa della grande irregolarità delle entrate statali con pesantissime conseguenze sulla pubblica amministrazione, nonché sulle politiche atte a rafforzare la pace sociale.
Infatti, arriviamo ora alla parte più paradossale della questione. Il rapporto della Commissione Europea denuncia come metà della differenza di prezzo sull’elettricità, rispetto agli Stati Uniti, sia dovuta ai costi stessi della generazione di potenza (combustibile, spese di manutenzione, investimenti infrastrutturali, ecc.). Tuttavia l’altra metà della differenza di prezzo è dovuta alla tassazione: negli Stati Uniti l’industria non paga imposte sui consumi energetici o sulla produzione di CO2. Dunque, proprio in questo sta l’accoppiamento dinamico fra volatilità dei costi energetici e entrate statali.
Un freno alle ambizioni di decarbonizzazione
La strategia europea per uscire dalla spirale di crisi strutturale, aggravata dalla guerra e dalle pressioni geopolitiche degli Stati Uniti, si basa prevalentemente sulla decarbonizzazione e lo sviluppo di un’economia circolare. Questi obiettivi rappresentano l’unica via prospettata dalla borghesia europea per garantire una transizione energetica e la sicurezza a lungo termine del continente. Tuttavia, a livello tecnico, il piano di decarbonizzazione presenta una contraddizione intrinseca: si fonda in larga parte proprio sull’uso delle centrali a gas.
Infatti, per compensare le inevitabili fluttuazioni nella produzione di energia da fonti rinnovabili, come l’energia eolica e solare, sono necessarie centrali che possano essere attivate e disattivate rapidamente per bilanciare la rete elettrica. Questo requisito è essenziale per garantire una fornitura energetica costante, specialmente quando la disponibilità delle rinnovabili è ridotta, ad esempio in assenza di vento o sole. Le centrali a gas, grazie ai loro tempi di avviamento estremamente rapidi, sono le uniche tecnologie attualmente capaci di rispondere in modo efficace a queste esigenze. Pertanto, nonostante l’ambizione di ridurre l’uso di combustibili fossili, il gas naturale rimane un pilastro fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di transizione energetica, evidenziando una sfida tecnica significativa nella strada verso una reale decarbonizzazione.
Riprenderemo questo importante argomento affrontando gli altri aspetti del rapporto della Commissione Europea, come il gap tecnologico, la produttività del lavoro e gli aspetti di difesa.
[RG150] Una riunione internazionale di lavoro del partito nel solco della secolare tradizione della Sinistra
Nei giorni 28 e 29 settembre ha avuto luogo la tradizionale riunione generale del partito, che si tiene ogni 4 mesi, e nella quale i lavori comprendono due fasi: nella prima, che in questo caso ha occupato la prima parte della riunione del sabato, si è trattato di questioni organizzative e dei rapporti che sarebbero stati presentati; successivamente nella stessa giornata, e domenica 29, sono stati esposti i rapporti, che tradizionalmente rappresentano il punto più alto raggiunto dal lavoro di elaborazione e scolpimento delle tematiche dottrinali, tattiche e storiche cui il partito si dedica con continuità sin dalle sue origini. I rapporti sono stati numerosi e di alta qualità; l’aspetto più importante è comunque stato constatare come il lavoro di studio sia ormai ben distribuito tra le forze del partito, tra compagni giovani e anziani, e distribuito nelle varie sedi in cui il partito opera, in vari paesi e continenti.
Un primo rapporto, sulla storia del partito, ha riguardato i suoi primi anni di vita, quando i compagni della Sinistra, in gran parte costretti a emigrare in Francia, vi costituirono dei gruppi che entrarono a far parte del Partito Comunista Francese. Il rapporto ha mostrato con documenti e testimonianze come quei compagni fossero perfettamente in linea con la tradizione rivoluzionaria della Sinistra, e come da loro niente ci distingue anche oggi sul piano dottrinario.
Ben tre rapporti sono stati dedicati all’organico funzionamento del partito, una puntualizzazione sulla quale è vitale ritornare periodicamente, per non perdere il filo rosso della tradizione, essenziale affinché il partito non perda la strada adottando atteggiamenti non suoi, che consentono all’opportunismo di penetrare nelle sue fila. Un lavoro sul centralismo e la funzione del centro, costruito quasi esclusivamente su citazioni provenienti dal nostro testo n. 1, al quale sempre è necessario rifarsi per orientarsi circa il nostro modo di lavorare. Uno su centralismo e disciplina, che ha puntualizzato il delicato rapporto tra necessità di garantire al partito la più assoluta disciplina operativa da parte di ogni compagno, e l’obbligo, sempre anche per il singolo militante, di essere egli stesso attivo nel verificare la rispondenza degli ordini alla nostra chiara e indiscutibile dottrina; quindi il rapporto tra la necessità per il partito di essere operativo e centralizzato, e l’inderogabile obbligo per tutti di attenersi alle linee guida stabilite nelle nostre tesi e nella radicata tradizione di lavoro. Un terzo lavoro ha affrontato in modo storico, con ricche citazioni che si rifacevano anche a Marx, l’importanza del partito formale e dei suoi legami con la dottrina, in riferimento alla ovvia conseguenza e necessità, che solo il nostro partito riconosce e mette al centro della sua struttura di lavoro, del centralismo organico.
Sono seguiti diversi rapporti di carattere essenzialmente storico, anche se per noi non esistono nette separazioni tra storia, dottrina, tattica. Il primo, parte di un lavoro che prosegue da anni sulla rivoluzione in Germania, aveva come titolo “Il Capitalismo al tempo della nascita della Seconda Internazionale e della SPD: Riformismo e Revisionismo in seno al movimento operaio. Il Ruolo dei sindacati.” Il secondo era anch’esso la continuazione di un lavoro sulla questione militare che da anni viene condotto in modo assai approfondito, e che è giunto alla guerra che i bolscevichi ebbero a condurre contro i vari eserciti bianchi, sostenuti dall’imperialismo internazionale, negli anni che seguirono all’Ottobre; la parte presentata aveva come titolo “Il Donbass baricentro del fronte sud”, eventi svoltisi nella primavera 1919. Il terzo lavoro presentato ha riferito sulla storia del Partito Comunista Cinese, per il periodo dei primi anni ‘20 del Novecento, quando l’Internazionale Comunista favorì l’entrata dei comunisti nel Kuomintang, scelta sciagurata che avrebbe negli anni seguenti portato al massacro dei nostri militanti da parte delle forze di Chiang Kai-shek.
Anche la storia del movimento operaio ha avuto un trattamento privilegiato, sempre unendo le cronache delle lotte con valutazioni di ordine teorico e storico. Un rapporto ha rappresentato la prima parte di un lavoro che continuerà a essere presentato nelle prossime riunioni generali: la storia del movimento operaio in Australia, che prende le mosse dai primi insediamenti britannici di fine Settecento, quando il paese venne popolato principalmente da galeotti che la madrepatria non riusciva più a contenere, nonostante la generosità con la quale le pene di morte venivano comminate. Il rapporto è terminato con le prime organizzazioni di lavoratori che cominciarono a organizzarsi verso la metà dell’Ottocento.
Analogo rapporto è stato presentato sul movimento operaio e socialista in Croazia, con ampia introduzione storica sulle caratteristiche del composito Impero Austro-Ungarico. Il compagno ha suddiviso la narrazione tra le tre diverse aree dell’impero che si possono far risalire alla attuale Croazia: la Croazia-Slavonia, la Dalmazia e l’Istria. Aree di sviluppo economico ritardato rispetto ad altre parti dell’Impero, tanto che la narrazione prende le mosse prevalentemente dalla seconda parte dell’Ottocento.
I rapporti estesi saranno tutti pubblicati nei prossimi numeri della nostra stampa in italiano e inglese, e nel nuovo sito appena inaugurato, http://www.intcp.org.
I trucchi della sinistra non riempiranno lo stomaco della classe operaia dello Sri Lanka
La crisi economica del 2022
Nel 2022, lo Sri Lanka è sprofondato nella sua peggiore crisi economica dalla conquista dell’indipendenza nel 1948. L’inflazione dilagante, l’esaurimento delle riserve di valuta estera e la carenza critica di beni essenziali hanno devastato la salute pubblica, la vita quotidiana e la stabilità sociale. Il Paese, che dipende fortemente dalle importazioni di carburante, cibo e forniture mediche, si è trovato nell’impossibilità di soddisfare le esigenze di base, causando gravi carenze a livello nazionale.
Le riserve valutarie dello Sri Lanka sono scese a livelli pericolosamente bassi, rendendo lo stato incapace di importare beni vitali come carburante, gas domestico e medicinali. Gli ospedali devono far fronte a carenze critiche di forniture mediche, e il sistema sanitario si è trovato sull’orlo del collasso. I generi alimentari essenziali, come il riso e lo zucchero, sono diventati scarsi e, quando sono disponibili, sono inaccessibili per gran parte della popolazione. Al culmine della crisi, l’inflazione alimentare ha superato il 90%, costringendo le famiglie a razionare i pasti e a sopportare una maggiore insicurezza alimentare.
La situazione finanziaria dello Sri Lanka è la stessa di altre economie nel mondo, ad esempio Argentina, o Grecia. Le rimesse in valuta estera sono drasticamente diminuite, anche a causa di eventi esterni, la Banca Centrale è stata costretta a fornire valuta estera per onorare gli obblighi del debito in scadenza, debito interno ed estero, ed ha impiegato il solito sistema degli stati in difficoltà finanziarie, cioè la Banca Centrale ha emesso liquidità secondo le necessità, emettendo Buoni del Tesoro allargando così la base monetaria. Nulla di nuovo sotto il sole per le deboli economie strangolate dalla finanza internazionale.
Il pesante debito estero dello Sri Lanka ha aggravato la situazione. Nel 2022, il debito estero del Paese aveva superato i 51 miliardi di dollari e nell’aprile dello stesso anno è andato in negativo rispetto al debito estero, per la prima volta dall’indipendenza. Dopo due anni di questa manovra per coprire il deficit fiscale, la conseguenza non poteva essere diversa. Alla fine del 2021, il debito pubblico era salito al 119% del PIL e il debito estero aveva superato i 56 miliardi di dollari, pari al 66% del PIL, rendendo impossibile il rispetto degli obblighi di debito.
L’impatto sociale della crisi è stato devastante. Nel 2022, secondo la Banca Mondiale, l’economia dello Sri Lanka ha subito una contrazione del 9,2%, la più forte della sua storia. La percentuale di popolazione che vive in condizioni di estrema povertà (con un reddito inferiore a 3,65 dollari al giorno) è raddoppiata a circa il 25%, spingendo milioni di persone in in condizioni di sofferenza. La classe media ha visto evaporare i propri risparmi e scomparire i mezzi di sussistenza. La carenza di carburante ha paralizzato i trasporti pubblici, lasciando i veicoli bloccati in lunghe file alle stazioni di servizio. Le frequenti interruzioni di corrente hanno ulteriormente interrotto l’attività economica, colpendo scuole, aziende e servizi essenziali. L’industria del turismo, già decimata dalla pandemia Covid-19, ha subito ulteriori perdite, mentre le rimesse dei lavoratori emigrati, un’altra fonte di reddito fondamentale, sono diminuite drasticamente.
Le proteste di massa
Il crollo economico ha portato a proteste di massa per chiedere un cambiamento politico. Il presidente Gotabaya Rajapaksa, incolpato del crollo finanziario, è stato costretto a dimettersi dopo che decine di migliaia di proletari con le loro famiglie hanno marciato verso la Casa del Presidente, mentre la residenza del Primo Ministro è stata incendiata. La folla esultante
ha esercitato
la sua piccola inutile vendetta contro l’odiato governo della borghesia.
Il salvataggio del FMI
Ranil Wickremesinghe è stato successivamente insediato come presidente dall’élite al potere. Una delle prime azioni di Wickremesinghe è stata quella di chiedere un intervento finanziario al FMI per stabilizzare l’economia. Dopo mesi di negoziati, il FMI ha approvato un prestito di 3 miliardi di dollari nel marzo del 2023 come parte di un programma di riduzione del debito della durata di 48 mesi, con l’erogazione della prima tranche di 330 milioni di dollari poco dopo. Un ulteriore sostegno per un totale di 3,75 miliardi di dollari era previsto dalla Banca Mondiale, dalla Banca Asiatica di Sviluppo e da altri finanziatori.
Tuttavia, il salvataggio del FMI, come sempre, è stato accompagnato dall’applicazione di severe condizioni di austerità, volte a ripristinare la disciplina fiscale, che hanno messo a dura prova una popolazione già sofferente. Le pensioni sono state tagliate, le imposte sul reddito sono state aumentate del 36% e sono stati rimossi i sussidi su cibo e carburante, aumentando ulteriormente il costo della vita. Le bollette dell’elettricità sono salite del 65%, aumentando gli oneri finanziari dei comuni proletari. Sebbene l’inflazione abbia iniziato a diminuire nel 2023, nel 2021 i prezzi sono rimasti più alti del 75% rispetto a prima della crisi. La rupia è rimasta significativamente svalutata, ancora più debole di un terzo rispetto al dollaro statunitense, aggravando il costo delle importazioni e mettendo ulteriormente sotto pressione i bilanci delle famiglie.
Il programma del FMI e le misure di austerità che lo accompagnano hanno suscitato reazioni contrastanti. Se da un lato gli aiuti finanziari erano essenziali per stabilizzare l’economia dello Stato borghese, dall’altro i costi sociali immediati per il proletariato sono stati molto elevati. La classe operaia ha dovuto affrontare un peggioramento delle condizioni di vita, un aumento della disoccupazione e un indebolimento delle reti di sicurezza sociale. Queste sfide hanno evidenziato la difficoltà di bilanciare le riforme fiscali con il mantenimento della pace sociale. Mentre lo Sri Lanka procedeva con il suo piano di ripresa, la strada da percorrere rimaneva incerta, e il successo dipendeva da riforme strutturali efficaci e da un sostegno internazionale sostenuto.
Il pagliaccio “marxista” del JVP conquista la corona elettorale
È in questo contesto che il 21 settembre Anura Kumara Dissanayake, candidato del Janatha Vimukthi Peramuna (JVP), un partito spesso erroneamente etichettato come marxista, ha vinto le elezioni presidenziali, ponendo questo partito cosiddetto “di sinistra” alla guida di uno Stato borghese che opprime il proprio proletariato.
Il JVP, come molti movimenti politici che rivendicano radici di sinistra, adotta la solita retorica dell’adattamento alle “nuove conoscenze” e alle condizioni politiche locali e globali. Tuttavia, questo “adattamento” non ha significato altro che l’abbandono di principi che un tempo erano solo vagamente enunciati per dare l’impressione di una politica sociale progressista. Nel 2022, il JVP ha ha eliminato dalla sua piattaforma le demagogiche rivendicazioni di tono rivoluzionario quali la “abolizione della proprietà privata” e la “eliminazione delle classi sociali”, che erano stati fatti apparire come fondamentali nel suo programma del 1979. In realtà, questi cambiamenti evidenziano come un partito borghese finto operaio deve operare all’interno di un quadro capitalistico che non ha mai realmente contestato.
Il radicalismo del JVP si è spinto fino a dichiarare di essere il partito disposto a rinegoziare il pacchetto di salvataggio del FMI. Tuttavia, subito dopo le elezioni, il JVP ha assicurato a una delegazione del FMI che il nuovo governo avrebbe attuato le misure di austerità e privatizzazione precedentemente concordate, che implicano l’eliminazione di oltre mezzo milione di posti di lavoro nel settore pubblico, l’aumento delle tariffe elettriche. Il JVP può fare dichiarazioni forti nella sua retorica elettorale, ma non si è mai considerato un’alternativa per il proletariato. Dopo la vittoria del JVP, l’amministrazione indiana di Modi si è congratulata con questo partito e ha affermato che l’India e lo Sri Lanka continueranno a stringere legami più forti, ovviamente per rafforzare la borghesia dell’Asia meridionale. mentre per il proletariato rimangono miseria, sfruttamento e sofferenza.
In effetti, dopo i colloqui con il FMI, il JVP ha dichiarato di aver “concordato sull’importanza di continuare a salvaguardare e basarsi sui progressi duramente conquistati che hanno contribuito a mettere lo Sri Lanka sulla strada della ripresa economica”, dimostrando il loro impegno a colpire il proletariato proprio come hanno fatto i loro predecessori.
Federalismo è negazione del Partito Comunista Internazionale
Nella III Internazionale
Sin dalla sua nascita, la via della Sinistra – prevede che “Il partito non può esistere se si ammette che vari pezzi possano operare ciascuno per conto suo. Niente autonomie delle organizzazioni locali nel metodo politico” (Marxismo ed autorità, 1956), e già ai tempi della III Internazionale, le sue aspirazioni ed azioni in seno ad essa volgevano in questa direzione: d’altronde, sempre in “Marxismo ed Autorità” si continuava ricordando che queste furono “vecchie lotte che già si condussero nel seno dei partiti della II Internazionale […] contro il caso per caso per le sezioni locali o le federazioni nei comuni e nelle provincie, contro l’azione caso per caso dei membri del partito nelle varie organizzazioni economiche, e così via”. Portando la sua critica alle tendenze federaliste della disomogeneità dottrinale e delle forme organizzative su base nazionale o strettamente locale (tipiche della II Internazionale), la Sinistra affermò sin dal principio la necessità per la nuova Internazionale di costituirsi come un “vero Partito Comunista Internazionale” e, così facendo, di dotarsi di un vero centralismo su scala mondiale, garanzia della monoliticità degli ordini e dell’azione del movimento proletario internazionale. Così intervenne al IV Congresso di Mosca (novembre-dicembre 1922), infatti, il rappresentante della Sinistra in merito alla “relazione Zinoviev”:
“Ogni tradizione di federalismo deve essere eliminata, per assicurare centralizzazione e disciplina unitaria. Ma questo problema storico non va risolto con espedienti meccanici. Anche la nuova Internazionale, per evitare pericoli opportunisti e crisi disciplinari interne, deve fondare la centralizzazione sulla chiarezza non solo del programma, ma anche della tattica e del metodo di lavoro.” […] “Questa scelta [nelle misure di organizzazione e nei mezzi tattici] deve restare, noi affermiamo, al centro e non alle organizzazioni nazionali secondo i giudizi che esse pretendono di dare delle loro condizioni speciali. Se l’estensione di questa scelta rimane troppo larga e talvolta perfino imprevedibile, ne deriverà fatalmente la frequenza di casi di indisciplina che spezzano la continuità e il prestigio dell’organizzazione rivoluzionaria mondiale. Noi crediamo che l’organizzazione internazionale deve essere meno federativa nei suoi organi centrali; questi non debbono essere fondati sulla rappresentanza delle sezioni nazionali, ma debbono emanare dal Congresso dell’Internazionale”. Mai, nel corso degli anni, la Sinistra abdicò queste posizioni.
Nuovamente, nelle “Tesi sulla questione della tattica” presentate dalla Sinistra al V Congresso dell’I.C. meno di due anni dopo (giugno-luglio 1924), si ribadì sia la necessaria conclusione che il processo di centralizzazione avrebbe dovuto essere il frutto di “una reale unità di metodo, che ponga in primo piano i caratteri comuni dell’azione dell’avanguardia del proletariato in tutti i paesi”, sia la consapevolezza che tale processo sarebbe stato possibile solamente a totale discapito di vecchie e nuove tracce federaliste: “Queste considerazioni, poggianti su una ricca esperienza acquisita nella fase di trapasso dell’Internazionale nel suo sviluppo da organizzazione di Partiti comunisti a Partito comunista mondiale unico, esigono categoricamente un’unificazione delle norme organizzative e disciplinari come pure l’eliminazione di metodi organizzativi anormali. In questi metodi anormali rientrano: la fusione di una sezione del I.C. con altre organizzazioni politiche; il fatto che certe sezioni possano essere fondate sulla base non dell’adesione personale, ma dell’adesione collettiva di organismi operai; l’esistenza di frazioni o gruppi organizzati di certe tendenze in seno al Partito; il sistematico noyautage e l’infiltrazione in organizzazioni a carattere politico (e, a fortiori, a carattere militare). Nella misura in cui l’I.C. fa uso di metodi simili, si manifesteranno sistemi di federalismo e di indisciplina”.
Contro le “nuove tracce” federaliste, in “Piattaforma del Comitato d’Intesa” (1925), fu la sola Sinistra ad offrire al movimento rivoluzionario internazionale, in piena continuità con la sua attività in seno all’I.C., anche l’aperta critica al sistema organizzativo cellulare (ovvero quello basato sui gruppi di fabbrica) imposto da un’Internazionale che aveva ormai preso la via della degenerazione: “Per noi il sistema delle cellule equivale ad un sistema federativo che è la negazione della centralizzazione dei Partiti comunisti, intendendo per centralizzazione il massimo potenziamento delle energie rivoluzionarie della periferia coordinate e riflesse nell’apparato dirigente”. Fu in effetti, come scrivemmo poi nella “Presentazione del 1986” a “Il Partito Comunista nella Tradizione della Sinistra”, “Solo la Sinistra” che “seppe tirare la lezione della controrivoluzione riconoscendo nella III Internazionale, nei primi suoi due congressi, l’anticipazione del partito comunista mondiale, antica aspirazione del comunismo marxista e necessità storica” e fu la sola Sinistra a “denunciare le forme caduche, le sopravvivenze di federalismo e di eterogeneità dottrinaria e programmatica all’interno del partito e la degenere conseguenza”.
Gli impedimenti, reali ed obiettivi, del processo rivoluzionario che, in ultima istanza, determinarono la sconfitta dell’”assalto al cielo” dell’avanguardia proletaria mondiale segnarono irreversibilmente il processo di degenerazione dell’I.C. finché essa non cadde definitivamente nelle mani dell’opportunismo. Tale processo, su base organizzativa, si manifestò proprio con la normalizzazione delle discontinuità e delle tendenze nazional-federaliste a cui la Sinistra fu sempre avversa. Scrivemmo infatti ne “Il Partito Unico Mondiale” del 1978: “Il comporsi e lo scomporsi del partito era guidato dall’altalena delle posizioni che si impartivano dall’Internazionale sinché si giunse all’aberrante necessità per il centro di creare sue frazioni particolari nelle sezioni nazionali dell’I.C. In quel momento l’I.C. cessava di orientarsi nel senso del partito, unico mondiale, per ritornare a ritroso verso la federazione di partiti nazionali. Il funzionamento interno dell’I.C. si apriva all’opportunismo, anche per questa via”.
Nel dopoguerra
Scrivevamo ne “Il nome del Partito”, lavoro contenuto nei “Materiali per le tesi definitive sull’organizzazione interna”, 1965:
“Giusta le decisioni del II Congresso mondiale del 1920, il Partito prese il nome di “Partito Comunista d’Italia (sezione dell’Internazionale Comunista)”. Quando l’Internazionale si sciolse, al termine di una degenerazione prevista da gran tempo dalla Sinistra, e il suo attuale mostruoso avanzo prese il nome di “Partito Comunista Italiano”, svolgendo in realtà una politica nazionale, ricostituendoci per il solo territorio italiano nel 1943 fu scelto per distinguerci da tanta vergogna il nome di “Partito Comunista Internazionalista”. Oggi per la realtà dello svolgimento dialettico, la nostra organizzazione è la stessa dentro e fuori delle frontiere italiane, e non è una novità constatare che agisce, sia pure nei limiti circoscritti quantitativamente, come organismo internazionale.” Come allora, ed in piena continuità, è quella stessa formazione, che oggi si organizza anche al di fuori dei confini nazionali a costituire il Partito comunista, unico e mondiale. Unico perché poggia su un’unica ed indivisibile ”struttura dottrinaria programmaticamente monolitica e immodificabile, incentrata sulla gigantesca tradizione della Sinistra” e mondiale in quanto rete che si organizza su scala internazionale a direzione unica e centralizzata e che “rigetta ogni debolezza federalistica.” (Premessa a Comunismo n. 13)
Nella sua incessante attività di difesa e scolpitura della teoria si sono scritti nelle sue “Tesi Caratteristiche“, e quelle successive … i capisaldi non del partito “italiano”, non solo del partito di oggi, piccolo e debole, ma del partito comunista internazionale forte e compatto di domani”. Nella stessa misura in cui in passato la Sinistra nell’”opera svolta all’interno dell’I.C. non si interessava soltanto del partito italiano, ma anche e soprattutto del partito mondiale.” (Il Partito Unico Mondiale). Ad esso la storia ha affidato il grandioso compito di dirigere il proletariato internazionale verso la sua vittoriosa rivoluzione su scala globale.
La funzione del Centro nella Tradizione della Sinistra Pt.1
Il rapporto che qui presentiamo è una sintesi ordinata di citazioni da “Il Partito Comunista nella Tradizione della Sinistra”, il nostro testo fondamentale.
Presentazione – 1986
Un lavoro di questo genere nasce
“(…) ogni volta che l’organizzazione subisce sbandate che di norma, almeno fino ad oggi, si concretizzano in fratture più o meno vistose ed estese, più o meno fertili al fine del potenziamento dell’azione del partito sulla base della continuità ed unicità di teoria, programma, tattica ed organizzazione.
(…) testo e lavoro di partito, non documento polemico o capo d’accusa scissionista verso una pretesa “altra parte”.
(…) Questo lavoro tenace mirava a suscitare nel Partito non soddisfazioni personali di “sconfitti” o “vincitori”, ma una sana reazione che lo riportasse tutto intero sulle posizioni corrette.
(…) Dalla monoliticità del programma discendono centralismo e disciplina, che nel partito è e non può che essere spontanea e sentita non come una costrizione amministrativa o terroristica ma come il naturale modo di vita di un organismo tutto teso verso lo stesso fine e che ben conosce il percorso, le svolte e i pericoli che ad esso portano. (…) il richiamo alla disciplina non si avvale di costrizione, solo potendosi dedurre, in caso di non individuale indisciplina, che qualcosa di più profondo nel lavoro del partito si sta allontanando dal suo tracciato storico.
(…) Del pari il rigido quadro in cui la rosa delle eventualità tattiche può svolgersi rassicura l’unità, la compattezza e quindi la disciplina dell’intera compagine del Partito, che non dovrà più essere sottoposto alle invenzioni tattiche della direzione del movimento, vincolata anch’essa al rispetto norme e cardini vincolanti con ugual rigore base e vertici, universalmente accettate e conosciute, sulle il Partito stesso si è formato. E quindi non a consultazioni assembleari, né a scontri di maggioranze o minoranze, od a capi di maggior o minor genio potrà essere demandata l’esecuzione del piano tattico, ma ad un organo esteriormente anonimo, sostanziato da un anonimo, impersonale collettivo lavoro, opera dell’intera compagine, tanto più efficiente quanto più ricollegato saldamente a quella tradizione ed a quel metodo storico, dal Partito compresi e fatti propri”.
Parte 1
Cap. 1 – Centralismo e disciplina. Cardini dell’organizzazione del Partito
“Cit. 17 – Le tesi viste da noi allora e oggi – 1965
Nella concezione della Sinistra del centralismo organico, gli stessi congressi non devono decidere sul giudizio dell’opera del centro e la scelta di uomini, ma su questioni d’indirizzo, in modo coerente alla invariante dottrina storica del partito mondiale”.
Cap. 3 – Differenziazioni di funzioni
“È evidente che il sostenere la necessità di un’organizzazione di partito centralizzata e disciplinata implica, fra l’altro, una differenziazione gerarchica che vede i singoli militanti distribuiti in funzioni diverse e di diverso peso. Ci devono essere nel partito i capi e i responsabili per le diverse funzioni. Ci devono essere coloro che comandano e coloro che eseguono gli ordini e ci devono essere organi differenziati adatti a svolgere queste funzioni. L’organizzazione del partito si presenta così, nella nostra concezione, con una struttura che molte volte abbiamo definito piramidale, nella quale tutti gli impulsi provenienti dai diversi punti della struttura convergono verso un unico nodo centrale e da questo partono le disposizioni per tutta la rete organizzata.
Cit. 20. Lenin nel cammino della rivoluzione – 1924
L’organizzazione in partito, che permette alla classe di essere veramente tale e vivere come tale, si presenta come un meccanismo unitario in cui i vari “cervelli” (non solo certamente i cervelli, ma anche altri organi individuali) assolvono compiti diversi secondo le attitudini e potenzialità, tutti al servizio di uno scopo e di un interesse che progressivamente si unificano sempre più intimamente “nel tempo e nello spazio”. […] Non tutti gli individui hanno dunque lo stesso posto e lo stesso peso nell’organizzazione: man mano che questa divisione di compiti si attua secondo un piano più razionale (e quello che è oggi per il partito-classe sarà domani per la società), è perfettamente escluso che chi si trova più in alto gravi come privilegiato sugli altri. L’evoluzione rivoluzionaria nostra non va verso la disintegrazione, ma verso la connessione sempre più scientifica degli individui tra loro.
Cit. 21 – Norme orientative generali – 1949
Il partito non è un cumulo bruto di granelli equivalenti tra loro, ma un organismo reale suscitato dalle determinanti e dalle esigenze sociali e storiche, con reti, organi e centri differenziati per l’adempimento dei diversi compiti.
Il buon rapporto fra tali esigenze reali e la migliore funzione conduce alla buona organizzazione e non viceversa.
Cit. 22 – Contenuto originale del programma comunista … – 1958
19 – Il partito che noi siamo sicuri di veder risorgere in un luminoso avvenire sarà costituito da una vigorosa minoranza di proletari e di rivoluzionari anonimi, che potranno avere differenti funzioni come di organi di uno stesso essere vivente, ma tutti saranno legati, al centro o alla base, alla norma a tutti sovrastante ed inflessibile di rispetto alla teoria; di continuità e rigore nell’organizzazione; di un metodo preciso di azione strategica la cui rosa di eventualità ammesse va, nei suoi veti da tutti inviolabili, tratta dalla terribile lezione storica delle devastazioni dell’opportunismo.
Cit. 23 – Tesi supplementari … (Tesi di Milano) – 1966
8 – Per la necessità, stessa della sua azione organica, e per riuscire ad avere una funzione collettiva che superi e dimentichi ogni personalismo ed ogni individualismo, il partito deve distribuire i suoi membri fra le varie funzioni ed attività che formano la sua vita. L’avvicendarsi dei compagni in tali mansioni è un fatto naturale che non può essere guidato con regole analoghe a quelle delle carriere delle burocrazie borghesi. Nel partito non vi sono concorsi nei quali si lotti per raggiungere posizioni più o meno brillanti o più in vista, ma si deve tendere a raggiungere organicamente quello che non è uno scimmiottamento della borghese divisione del lavoro, ma è un naturale adeguamento del complesso ed articolato organo partito alla sua funzione”.
Parte 2
Premessa
“[…] struttura centralizzata, esistenza di organi diversi e di un organo centrale capace di coordinare, dirigere, ordinare a tutta la rete; disciplina assoluta di tutti i membri dell’organizzazione nell’eseguire gli ordini disposti dal centro; nessuna autonomia a sezioni o gruppi locali; nessuna rete di comunicazione divergente da quella unitaria che collega il centro alla periferia e la periferia al centro.
[…] non basta vedere nel partito una organizzazione centralizzata, tutti i membri della quale rispondono come un solo uomo ad impulsi provenienti da un unico punto centrale. […] e non basta neanche per dichiarare stupidamente che viceversa siamo per la sottomissione al principio d’autorità e, di conseguenza, ci va bene qualsiasi centralismo, purché sia centralismo, qualsiasi disciplina purché sia disciplina. Abbiano negato tutto questo mille volte nella nostra storia di partito.
[…] Non un qualsiasi centralismo ed una qualsiasi disciplina, descrizione banale che si concluderebbe in due righe dicendo: «ci deve essere un centro che comanda ed una base che obbedisce»; con l’aggiunta che, siccome siamo antidemocratici, non vogliamo né la conta delle teste dei singoli, né l’elezione dei dirigenti e non ci fa schifo che comandi in maniera totale un ristretto comitato o addirittura un uomo solo senza bisogno che il suo potere sia sanzionato dalla maggioranza degli iscritti democraticamente consultata. Tutte cose che accettiamo, ma che non servono a spiegare la reale dinamica attraverso la quale l’organo partito realizza la sua massima centralizzazione o, viceversa, la perde e degenera in fasi sfavorevoli alla lotta rivoluzionaria di classe. E nemmeno a capire in che modo l’organo partito diviene robusto, cresce e si rafforza abilitandosi a vincere le malattie che possono colpirlo. Tutto questo è da spiegare per arrivare a comprendere quale sia l’essenza del centralismo e della disciplina comunista.
Bisogna, come in tutte le nostre tesi e particolarmente nelle tesi di Napoli del 1965, dare non una ricetta d’organizzazione (la «ricetta» è espressa nel termine stesso di centralismo), ma descrivere la reale vita del partito comunista, le vicende alle quali è stato sottoposto nella sua lunga storia, le malattie che mille volte lo hanno colpito e la efficacia dei rimedi che volta a volta si è inteso applicargli per guarirlo. Bisogna studiare la storia del partito dal 1848 fino ad oggi, vederlo muoversi nella reale vicenda storica, nelle fasi d’avanzata ed in quelle di rinculo della rivoluzione alla scala mondiale. Da questo soltanto si possono trarre delle lezioni che possono e debbono essere utilmente assimilate dal partito attuale rendendolo più forte e più capace di resistere a quei materiali fattori di segno negativo che distrussero tre Internazionali ed un movimento rivoluzionario del proletariato che sembrava votato, negli anni del primo dopoguerra, alla più splendida vittoria su tutto il pianeta.
Propinare la dottrinetta che tutto si riduce ad una deficienza di centralismo e che tutta la lezione da trarre è che abbiamo bisogno di una struttura ancora più centralizzata di quella del partito bolscevico e della Terza Internazionale, significa ingannare il partito e falsificare tutta la sua tradizione. Come ottenere nel partito la massima centralizzazione? Quali le malattie che minano la centralizzazione assoluta e l’assoluta disciplina? Possedendo un cast di capi più rigidi e totalitari di quanto fossero, putacaso, Lenin, Trotski e Zinoviev? O possedendo una base di militanti più disciplinati, più attaccati alla causa del comunismo, più obbedienti ed eroici di quanto fossero i militanti del sempre poco centralizzato partito comunista tedesco? Oppure informando meglio della dottrina storica marxista ogni nostro singolo militante, nella serie infernale che direbbe che se un militante non ha ben studiato tutti i testi di partito, non è programmato, non può militare in maniera disciplinata nell’organizzazione?
A quelle domande si risponde analizzando la storia del partito attraverso le lezioni che la Sinistra ne ha tratte”.
Cap. 1 – Partito storico e Partito formale
“Quello che è necessario divenga patrimonio dell’organizzazione militante è la nozione di quest’assoluta aderenza che deve esistere tra la loro azione, tra quello che dicono e che fanno oggi e la teoria, i principi, l’esperienza storica passata e che questa, e non la loro personale e neanche collettiva opinione, sarà sempre la massima autorità in tutte le questioni di partito. Chi dà gli ordini nel partito? Abbiamo sempre affermato: li dà per noi prima di tutto il partito storico al quale si deve assoluta obbedienza e fedeltà. E da quale microfono detta gli ordini il partito storico? Può essere un uomo solo o milioni d’uomini; può essere il vertice dell’organizzazione, ma può essere anche la base che richiama il vertice all’osservanza di quei dati senza i quali la organizzazione stessa cessa di esistere.
Nel partito, scrivemmo nel 1967 (…) nessun comanda e tutti sono comandati; nessun comanda, perché non alla sua testa individuale si chiede la soluzione del problema; tutti sono comandati, perché anche il centro più assoluto non può dare ordini che non siano sulla linea continua del partito storico.
Dittatura su tutti, centro e base, dei principi, delle tradizioni e delle finalità del movimento comunista, pretesa legittima del centro ad essere obbedito senza opposizione in quanto i suoi ordini stanno su questa linea che deve manifestarsi in ogni azione del partito, rivendicazione della base, non ad essere consultata ogni volta che un ordine è emanato, ma ad eseguirlo solo ed in quanto stia sulla linea da tutti accettata ed impersonale del partito storico. Ci sono dunque nel partito delle gerarchie e dei capi; si tratta di strumenti tecnici di cui il partito non può fare a meno, perché la sua azione deve essere in ogni momento unitaria e centralizzata, deve rispondere al massimo d’efficienza e di disciplina. Ma questi organi del partito non decidono la direzione dell’azione partendo dalla loro testa più o meno geniale; devono sottostare anch’essi a decisioni che ha preso soprattutto la storia e che sono patrimonio collettivo ed impersonale dell’organo partito”.
Cap. 3 – Il Partito come organizzazione di uomini
“E allora chi stabilisce l’indirizzo del partito, che cosa la collettività partito deve dire e fare? Lo stabiliscono la teoria, i principi, le finalità, il programma del partito che si traducono in attività; attività di studio, di ricerca, di interpretazione dei fatti sociali e di attivo intervento in essi. È da questa attività collettiva che devono uscire le decisioni pratiche che non devono in alcun modo contravvenire alla base storica su cui il partito poggia. Gli ordini di movimento a tutta la rete li dà il centro mondiale che è una funzione che può essere svolta da un uomo solo o da un gruppo di uomini, ma questo stesso centro è una funzione del partito, è il prodotto dell’attività collettiva del partito e gli ordini non escono dalle sue più o meno grandi capacità cerebrali, ma costituiscono il nodo di collegamento di un’attività che coinvolge tutto l’organismo e che deve stare sulla base del partito storico.
Nella nostra concezione non si consulta la totalità degli individui che compongono il partito per definire l’indirizzo di questo, ma esso non è nemmeno definito dal gruppo che si trova a svolgere la funzione centrale il quale esprime decisioni che hanno valore impegnativo per tutti i militanti in quanto poggiano sul patrimonio storico del partito e sono il risultato dell’opera e del contributo di tutto l’organismo. È dunque tesi nostra che agli individui non si attribuisce il merito del buon andamento del partito, né la colpa del suo eventuale sbandare. Nostro problema non sarà mai quello della ricerca degli «uomini migliori» che garantiscano il buon andamento del lavoro; né andremo mai, come risulta da tutte le nostre tesi, a rimediare ad un errore attraverso lo spostamento degli individui nella struttura gerarchica del partito. Agli individui singolarmente considerati la teoria nega coscienza, merito e colpa e li considera esclusivamente come strumenti più o meno validi di attività collettiva, come considera le loro azioni, corrette o sbagliate che siano, frutto di determinazioni impersonali ed anonime e non della loro volontà. È il lavoro collettivo sulla base della sana tradizione che seleziona gli individui ai vari gradi della gerarchia e alle varie funzioni che definiscono l’organismo partito. Ma la garanzia del corretto svolgimento delle funzioni non è data dal cervello o dalla volontà di un individuo o di un gruppo: è al contrario il risultato dello svolgimento di tutto il lavoro del partito.
34 – Organizzazione e disciplina comunista – 1924
Gli ordini che le gerarchie centrali emanano sono non il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività. Questo non è detto nel senso scioccamente democratico e giuridico, ma nel senso realistico e storico. Non difendiamo, dicendo questo, un «diritto» della massa dei comunisti ad elaborare le direttive a cui devono attenersi i dirigenti: constatiamo che in questi termini si presenta la formazione di un partito di classe, e su queste premesse dovremo impostare lo studio del problema.
Così si delinea lo schema delle conclusioni a cui tendiamo noi in materia. Non vi è una disciplina meccanica buona per l’attuazione di ordini e disposizioni superiori «quali che siano»: vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa.
Si tratta dunque di un tracciamento del compito degli organi dirigenti. Chi dovrà farlo? Lo deve fare tutto il partito, tutta la organizzazione, non nel senso banale e parlamentare del suo diritto a essere consultato sul «mandato» da conferire ai capi elettivi e sui limiti di questo, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nell’azione del movimento.
37 – Discorso del rappresentante della Sinistra al VI Esecutivo Allargato dell’I.C. – 1926
Ciò si riferisce anche alla questione dei capi, che il compagno Trotski solleva nella prefazione al volume «Millenoventodiciasette» nella sua analisi delle cause delle nostre sconfitte, e con la cui soluzione io solidarizzo pienamente.
Trotski non parla dei capi nel senso che noi abbiamo bisogno di uomini delegati a questo scopo dal cielo. No, egli pone il problema ben diversamente. Anche i capi sono un prodotto dell’attività del partito, dei metodi di lavoro del partito e della fiducia che il partito ha saputo attirarsi. Se il partito, sebbene la situazione variabile e spesso sfavorevole segue la linea rivoluzionaria e combatte le deviazioni opportunistiche, la selezione dei capi, la formazione di uno stato maggiore, avvengono in modo favorevole, e nel periodo della lotta finale noi riusciremo non certo ad avere sempre un Lenin, ma una direzione solida e coraggiosa”.
Lotte sindacali in Croazia: estate 2024
Il settore del turismo
Come ogni anno, i media croati di ogni schieramento hanno trascorso la maggior parte dell’estate a discutere della stagione turistica. Paese estremamente dipendente dai profitti del settore, la borghesia croata si trova ora ad affrontare un problema significativo: la stagnazione del numero di turisti delle ultime stagioni estive desta preoccupazione per il futuro del settore nel suo complesso, mentre nel gran frastuono mediatico in diversi sono arrivati a mettere in discussione la sostenibilità dell’intero modello economico, così fortemente legato al settore dei “servizi”.
Al di là delle valutazioni sullo stato di salute del turismo croato, negli anni la borghesia, locale e non, ha certamente potuto godere dell’immobilità, in termini di lotte, del salariato impiegato nel settore. Non c’è da sorprendersi, dato che quest’ultimo è tra quelli caratterizzati dai più alti livelli di precarietà del lavoro, e di sindacalizzazione tra i più bassi in assoluto. Un quadro, questo, che necessariamente deve tenere conto anche del notevole afflusso di lavoratori stagionali provenienti dagli altri Paesi dell’ex Jugoslavia (soprattutto Serbia, Bosnia, Macedonia e Kosovo) e del crescente numero di lavoratori immigrati di lungo periodo provenienti dalle regioni asiatiche più povere. Da una parte, questi lavoratori stranieri non godono di alcuna “tutela legale” sul lavoro, dall’altra, la loro organizzazione non rientra attualmente tra gli obiettivi dei sindacati reazionari: ostacoli che, per il momento, hanno contribuito a frenare sul nascere le lotte, anche se, sempre più, si assiste al crescente ed ormai aperto lamentarsi dei lavoratori immigrati nei settori del terziario e delle costruzioni.
Dall’ingresso del Paese nell’Unione Europea nel 2013 – che ha facilitato decine di migliaia di proletari insoddisfatti ad emigrare verso i Paesi dell’Europa occidentale (in particolare Germania, Austria, Irlanda e Svezia) – il numero di scioperi in Croazia è ai minimi storici, mentre i movimenti di protesta che avevano iniziato a crescere all’indomani della crisi finanziaria del 2008 si erano già da molto prima sgonfiati. Delle poche lotte che hanno dunque visto come protagonista il proletariato croato nel periodo successivo al 2013, la maggior parte si è verificata nel settore del pubblico impiego, lì dove i sindacati sono rimasti numerosi ed influenti.
Le lotte dei lavoratori della scuola dell’infanzia
Alle porte dell’estate 2024, sono entrati in sciopero i lavoratori delle scuole dell’infanzia di tre piccole città croate – Slunj, Biograd na Moru e Vrsar/Orsera. Con l’entrata in vigore quest’anno delle nuove norme sui salari dei dipendenti pubblici e statali, è previsto un aumento degli stipendi dei lavoratori dell’asilo dal 30 al 40%: parte di una manovra da circa 1,5 miliardi di euro da parte del governo croato ai fini di alleviare, per il momento, la riduzione del valore del salario medio dovuto alla poderosa ondata inflazionistica che ha colpito il paese in seguito all’introduzione della moneta unica. In Croazia, a differenza delle scuole elementari e superiori, gli asili sono (nella maggior parte) sotto la piena giurisdizione delle amministrazioni locali, vale a dire che sta al Comune rappresentare una delle due parti firmatarie del contratto. Nei primi di maggio, mentre più di 50 città della Croazia avevano già firmato il nuovo contratto collettivo, lo stesso non poteva dirsi delle piccole città di Slunj, Biograd na Moru e Vrsar/Orsera: in seguito al rifiuto delle amministrazioni locali, i lavoratori delle tre scuole sono entrati in sciopero. A rappresentare i lavoratori dei tre istituti, ed organizzare lo sciopero, è stato il SOMK, il Sindacato dell’Istruzione, dei Media e della Cultura della Croazia (Sindikat obrazovanja, medija i kulture Hrvatske, SOMK). Il SOMK è un sindacato relativamente “nuovo”, essendo stato istituito solo nel 2010 come sezione dell’Unione dei Sindacati Autonomi della Croazia (Savez samostalnih sindikata Hrvatske, SSSH), a sua volta affiliata alla Confederazione Internazionale dei Sindacati (ITUC).
La SSSH è il successore formale della Lega dei Sindacati della Croazia dell’era titina (Savez sindikata Hrvatske, SSH) – la quale prima del 1989 rappresentava l’unica confederazione sindacale legale in Croazia – ed è ad oggi la più grande del Paese e rappresenta un largo numero di lavoratori sia nel pubblico che nel settore privato. Per quanto concerne quest’ultimo, molti tra i sindacati che aderiscono all’SSSH, così come in generale la stessa leadership della confederazione, più che per la loro attitudine alla lotta sono soliti passare alla cronaca per il loro coinvolgimento in ogni tipo di corruzione, conseguentemente tradendo gli interessi dei lavoratori. Un po’ diversa la situazione dei due più importanti sindacati attivi nel settore pubblico aderenti alla confederazione – il SOMK e il sindacato dei lavoratori dell’istruzione Preporod – che sebbene intrisi di retorica politica “radicale” si sono distinti per il loro più alto livello di combattività.
In ogni caso, il SOMK non è il sindacato “maggiormente rappresentativo” delle insegnanti di scuola materna in Croazia. Il sindacato “maggioritario” è il ben più vecchio Sindacato dei lavoratori della scuola materna della Croazia (Sindikat radnika u predškolskom odgoju i obrazovanju Hrvatske, SRPOOH), che invece aderisce al Centro dei sindacati croati (Matica hrvatskih sindikata, MHS): principale concorrenza della SSSH, l’MHS fu fondato negli anni ’90 da sindacalisti “dissidenti”, ed è attualmente la più grande confederazione sindacale, maggiormente radicata nel settore pubblico.
Forse ancor più della SSSH, l’MHS si è guadagnato la reputazione di essere un sindacato filopadronale, sempre pronto a scendere a compromessi per tutelare gli interessi dello Stato borghese. A questo proposito, difficile trovare un migliore esempio dello sciopero dei lavoratori dell’istruzione del 2019, quando i dirigenti dei sindacati dell’MHS si sono affrettati a mettere la firma per porre fine allo sciopero – in diretta contraddizione con la volontà apertamente espressa dai lavoratori, i quali erano pronti a portarlo avanti anche a seguito della minaccia, da parte del governo, di rispondere con la repressione. In quell’occasione, il sindacato minoritario Preporod si era invece opposto alla linea dell’MHS, ma senza poterne influenzare il risultato.
All’incirca durante lo stesso periodo, simile era la situazione nelle scuole dell’infanzia: il SOMK si era mosso per organizzare una serie di proteste come parte della lotta contro il declino del tenore di vita, mentre il SRPOOH, molto più grande, restò a guardare. Non è un segreto che il SOMK sia stato originariamente fondato da sindacalisti insoddisfatti dalla condotta della SRPOOH, e sembra chiaro che il loro approccio più combattivo abbia portato dei risultati: i membri del SOMK sono passati da appena 200 nel 2010 a oltre 3.500 in questo decennio.
Proprio in questo contesto devono essere inquadrati i tre scioperi di Slunj, Biograd e Vrsar/Orsera, dove il SOMK ha misurato le proprie forze decidendo di portare avanti tre scioperi simultanei nelle tre diverse scuole. Come già detto, in Croazia è il Comune che paga i salari ai lavoratori della scuola dell’infanzia, e non il Ministero dell’Istruzione: in generale, questa peculiare caratteristica, rende decisamente più complesso, allo stato attuale e in assenza di un forte ed organizzato sindacato di categoria, qualsiasi tipo di mobilitazione a livello nazionale (come quella degli “altri” insegnanti nel 2019) e porta dunque i lavoratori delle materne a condurre lotte alquanto isolate e “localizzate”.
Proprio a causa di questa componente “locale”, non c’è da sorprendersi allora del fatto che i tre scioperi sopra citati abbiano conseguito risultati molto diversi. Il primo a concludersi è stato quello di Slunj, con un parziale successo dei lavoratori: il 7 giugno, nonostante il rifiuto di firmare il nuovo contratto collettivo come chiesto dal sindacato, il sindaco ha comunque dovuto concedere un aumento dei salari. Lo sciopero di Vrsar/Orsera ha seguito l’esempio di quello di Slunj, e dopo sei settimane di sciopero il Comune ha accettato la maggior parte delle rivendicazioni.
Le lotte di Slunj e Vrsar/Orsera non sono state delle passeggiate, e le rispettive amministrazioni locali hanno fatto del loro meglio per reprimere gli scioperi con tutti i mezzi a disposizione; a Vrsar, tre insegnanti sono stati sospesi dal loro incarico. Tuttavia, entrambi gli scioperi, come già detto, si sono conclusi più o meno positivamente. Tutt’altra cosa invece il caso dello sciopero di Biograd na Moru: l’amministrazione comunale, da tempo in trattativa per privatizzare l’Istituto, ha alzato il tiro contro i lavoratori in sciopero e ha sin da subito rifiutato qualsiasi tipo di accordo. L’asilo della città è stato dotato di un servizio di guardia per impedire l’ingresso dei sindacalisti nell’edificio, ma non solo: dichiarando illegale lo sciopero, il vicesindaco ha chiesto l’intervento diretto della Polizia contro gli insegnanti stessi. Al personale scolastico non è stato permesso di contattare preventivamente i genitori dei bambini, né di accedere alla maggior parte degli spazi dell’edificio in cui lavoravano. Nella linea dura del Comune ha pesato anche il fattore tempo: che l’affluenza agli asili vada diminuendo con l’avanzare dell’estate è un fatto che avrebbe giocato, per ovvi motivi, a discapito degli scioperanti. Il 16 luglio, dopo due estenuanti mesi di sciopero, i lavoratori e il SOMK hanno deciso di porre fine allo sciopero non avendo raggiunto nessun accordo con l’amministrazione locale. Il SOMK aveva poi “promesso” che lo sciopero sarebbe ripreso in autunno, ma per il momento non vi sono segni di ripresa all’orizzonte.
Lo “sciopero di avvertimento” alla Calucem
Come già detto, i lavoratori del settore pubblico (e in particolare quelli dell’istruzione) rimangono generalmente lo strato più combattivo del proletariato croato. Tuttavia, questo non vuole chiaramente significare che nel settore privato non cada una goccia, per quanto l’intensità delle lotte risulti in genere attenuata. Tra questi casi rientra il breve “sciopero” presso la cementeria Calucem (parte del gruppo Molins Construction Solutions, con sede in Spagna) nella città di Pola, che ha avuto luogo il 10 luglio. Lo “sciopero” è stato organizzato dopo un mese di inutili trattative tra la direzione dell’azienda e il sindacato croato dei lavoratori edili SGH (Sindikat graditeljstva Hrvatske), aderente alla SSSH. I lavoratori chiedevano un aumento salariale del 20%, buoni pasto e più giorni di ferie all’anno; l’azienda si è fermata ad aumento del solo 6,75% e le trattative sono arrivate a un punto morto.
Alla luce di ciò, il sindacato ha deciso di organizzare un breve “sciopero di avvertimento” della durata di quattro ore: si sarebbe trattato di uno “sciopero”, dunque, per avvertire l’azienda della disponibilità dei lavoratori a scioperare….. per davvero (!). L’azienda, di risposta al gentile avvertimento, ha cercato di cavarsela piuttosto miseramente tentando di “corrompere” i lavoratori con un bonus una tantum di 900 euro, ma senza successo: secondo quanto riferito, l’entrata in sciopero sarebbe comunque stata sostenuta da oltre l’80% dei 150 dipendenti della Calucem. Terminato lo “sciopero di avvertimento”, la direzione di Calucem ha poi finito per offrire un aumento salariale del 7,25% per l’anno 2024 e un ulteriore aumento del 10% nel 2025. Il SGH, che certamente aveva già dimostrato di non brillare per determinazione, ha accettato l’offerta padronale e ha posto fine alla mobilitazione dei lavoratori della fabbrica.
Difficile a pensarlo, ma lo “sciopero” della Calucem e i tre scioperi degli asili nido descritti in precedenza sono stati i quattro casi di lotta più significativi nel Paese durante i mesi estivi del 2024. Ormai, livelli di agitazione così bassi non rappresentano un’eccezione in Croazia, ma sono diventati la regola per buona parte dell’ultimo decennio. Ciononostante, resta per noi assolutamente fondamentale continuare lo studio sia delle tendenze generali, sia degli aspetti più particolari di tali lotte, poiché il Partito dovrebbe essere pronto, quando le sue forze lo consentiranno, ad intervenire attivamente nel movimento operaio. Altri Paesi dell’ex Jugoslavia, non presi in considerazione da questo articolo, hanno certamente avuto un’estate più “calda” in termini di combattività del proletariato. La Bosnia-Erzegovina, ad esempio, ha visto un’ondata di proteste ed avvisaglie di sciopero nei settori dell’istruzione, della sanità, delle telecomunicazioni e dell’industria mineraria – tutti temi che potrebbero essere trattati in un prossimo articolo.
Sentimento e volontà: le doti che distinguono il comunista Pt. 2
Quindi il partito come “scuola di pensiero e metodo di azione”; una scuola che tutti i compagni frequentano, e in cui tutti i compagni imparano, dai più giovani ai veterani. I compagni non sono tutti uguali, è ovvio, ma tutti imparano e studiano, e le differenze di capacità e conoscenza sono dal partito utilizzate per destinare ogni particolare compagno alla funzione organicamente più adatta. Anche questo è ben chiarito nel Che fare? di Lenin.
Contrario a questo modo di intendere il partito e il ruolo del militante è l’annientarsi nella sottomissione a una autorità indiscussa, un capo, dal quale ricevere via via istruzioni, soluzioni, che non si deve quindi faticare a cercare con le nostre forze. Noi rigettiamo questa tendenza che fa il paio con la presunzione di chi tutto pretende di aver compreso: “Una lunga e tragica esperienza dovrebbe dunque avere appreso che nella azione di partito bisogna adoperare tutti secondo le loro svariatissime attitudini e possibilità, ma che “non bisogna amare nessuno”, ed essere pronti a buttare via chiunque, anche se avesse fatto su ogni anno di vita undici mesi di galera. La decisione sulle proposte di azione ai grandi svolti deve riuscire a farsi al di fuori della “autorità” personale di maestri, capi e dirigenti ed in base alle norme prefissate di principio e di azione del nostro movimento: postulato difficilissimo, ben lo sappiamo, ma senza il quale non si vede via perché un movimento potente riappaia” … “Alle polemiche su persone e tra persone, all’uso ed abuso dei nominativi, va sostituito il controllo e la verifica sulle enunciazioni che il movimento, nei successivi duri tentativi di riordinarsi, mette alla base del suo lavoro e della sua lotta.” (Politique d’abord, 1952) Che nel partito ci si voglia bene è fatto ovvio, che discende dalla comune lotta e dal comune obiettivo finale, ma non è certo cosa che si possa imporre; pretendere di dare un regolamento dei sentimenti, più che irrealizzabile, è puerile.
Tutto quanto abbiamo ricordato non significa che il partito abbia una porta spalancata attraverso la quale chiunque, in base a una professione di fede, possa accedere all’organizzazione come si entra in una chiesa, in una sinagoga, in una moschea. Il partito ha il dovere di compiere una valutazione del singolo, per non ammettere personaggi che lo mettano in pericolo. Inoltre l’adesione deve sempre, senza eccezioni, avere luogo su base individuale, come già accennato.
“Il partito deve attuare uno stretto rigore di organizzazione nel senso che non accetta di ingrandirsi attraverso compromessi con gruppi o gruppetti o peggio ancora di fare mercati fra la conquista di adesioni alla base e concessioni a pretesi capi e dirigenti”. (Forza, violenza, dittatura… 1948)
Il pericolo per il partito non è tanto fisico, nei confronti della sicurezza dei compagni e dell’organizzazione (anche se in certi svolti va contemplata anche questa possibilità), quanto relativo alla sua integrità dottrinale e organizzativa. Un periodo di lavoro insieme ai compagni di partito consente a questi di valutare la passione e anche la sincerità del simpatizzante. Non è un criterio definitivo, ma la sensibilità ed esperienza del compagno anziano consentono di fare una prima valutazione del simpatizzante; vi sono aspetti che non è difficile individuare. La Ljudvinskaja racconta: “A Parigi Lenin dirigeva tutta la nostra attività…L’asprezza e l’intransigenza di Lenin nei confronti degli opportunisti turbavano alcuni compagni. Uno di loro disse a Lenin: “Perché espellere tutti dalla sezione? Con chi lavoreremo?” Lenin rispose sorridendo: “Poco importa se non siamo molto numerosi oggi, perché, in compenso, saremo uniti nella nostra azione, e gli operai coscienti ci sosterranno, dato che siamo sulla strada giusta”. Ci insegnava ad avere un atteggiamento rigoroso, un atteggiamento di principio verso la condotta e gli atti dei compagni.” (Lénine tel qu’il fut, 1958). Anche Radek, commentando la questione del famoso paragrafo 1 dello statuto, dibattuta al II congresso del 1903, scrive: “In merito alla questione intorno al primo paragrafo dello statuto del partito socialdemocratico Lenin pose un problema che non ha meno importanza di tutte le altre divergenze politiche con i menscevichi. Si può invece affermare che questo primo paragrafo dello statuto preparò la possibilità della realizzazione pratica della linea politica di Lenin … Nel rifiuto dello zarismo, che suscitava lo sdegno dei più ampi strati degli intellettuali piccolo-borghesi, non c’era giurista che non si mettesse al riparo sotto l’egida del pensiero socialista. Colui che lo accoglieva nel partito alla semplice condizione che egli riconoscesse il programma del partito proletario e fornisse appoggio finanziario, metteva il diviso movimento operaio alla mercé della piccola borghesia.
Lenin, ponendo la condizione di ammettere nel partito solo chi era attivo nella organizzazione del proletariato, mirava a limitare il pericolo che il movimento operaio cadesse sotto l’influsso degli intellettuali piccolo-borghesi. È vero che anche chi, entrando nell’organizzazione e diventando rivoluzionario di professione, dimostrava di avere rotto ogni legame con la società borghese non per questo dava completa sicurezza di restare fedele alla causa del proletariato. Tuttavia queste scelte rappresentavano in qualche modo una garanzia.” (Lenin, 1924)
L’atteggiamento di Lenin in merito lo si capisce bene dalla discussione sul Paragrafo 1 dello Statuto, nel corso del II congresso del Partito Socialdemocratico Russo, nel 1903. La quale è importante perché pone la questione più ampia dell’organizzazione del partito.
I bolscevichi che erano d’accordo con Lenin ebbero la maggioranza nel corso del congresso, ma non su questo punto, per il quale Martov, che faceva una proposta diversa, ottenne una temporanea maggioranza. Lenin non ne fece una tragedia, però a noi serve per capire quale fosse il suo atteggiamento in merito.
Lenin propone un paragrafo (il numero 1, a sottolineare l’importanza centrale di questo aspetto): «È membro del partito non solo colui che ne accetta il programma e lo sostiene nella misura delle proprie forze, ma che anche lavora in una delle organizzazioni del partito. Siete davvero per la distinzione tra partito e classe? Dimostratelo accettando queste condizioni».
Di seguito riportiamo il racconto che Lenin ne fa in seguito, che abbiamo pubblicato nel n. 91 di Comunismo (2021):
Dice Lenin: «Nel mio progetto questa definizione era la seguente: “Si considera membro del Partito Operaio Socialdemocratico Russo chiunque ne accetti il programma e sostenga il partito stesso sia con mezzi materiali sia partecipando personalmente a una delle sue organizzazioni”. Martov, invece, al posto delle parole evidenziate, proponeva: “lavorando sotto il controllo e la direzione di una delle sue organizzazioni”(…) Noi dimostrammo che era necessario restringere il concetto di membro del partito per distinguere gli elementi che lavorano dai chiacchieroni, per eliminare il caos organizzativo, per eliminare lo scandalo e l’assurdità che ci fossero organizzazioni composte di membri del partito, ma senza essere organizzazioni di partito, ecc. Martov era per l’ampliamento del partito e parlava di ampio movimento di classe, movimento che esigeva una organizzazione vasta, senza contorni precisi, ecc. (…) Plekhanov insorse vivacemente contro Martov, rilevando che la sua formulazione alla Jaurès spalancava le porte agli opportunisti, bramosi appunto di questa posizione: nel partito e fuori dell’organizzazione. “Sotto il controllo e la direzione” – dissi io – significa in pratica, ne più ne meno: senza alcun controllo e senza alcuna direzione» (“Racconto sul II congresso del POSDR”, 1903, VII, 19).
Martov auspica “un partito di massa”, intendendo con le porte spalancate a ogni sorta di opportunisti, con i suoi confini indeterminati e vaghi, rendendo non facile distinguere il rivoluzionario dal parolaio ozioso.
Lenin osserva che un buon terzo dei componenti del congresso erano degli intriganti. Perché preoccuparsi di coloro che non vogliono o non possono aderire a una delle organizzazioni del partito, si domanda Plekhanov. «Gli operai che desiderano entrare nel partito non avranno paura di entrare in una delle sue organizzazioni. La disciplina non fa loro paura. Temeranno di entrarvi gli intellettuali, completamente imbevuti di individualismo borghese. Questi individualisti borghesi sono generalmente i rappresentanti di ogni sorta di opportunismo. Dobbiamo allontanarli da noi. Il progetto è uno scudo contro la loro irruzione nel partito, e solo per questo tutti i nemici dell’opportunismo devono votare per il progetto di Lenin» (Atti del II congresso, seduta del 2 (15) agosto).
Trotski parla contro la proposta di Lenin ritenendola inefficace. Gli ribatte Lenin: «[Trotski] non ha rilevato una questione fondamentale: la mia formulazione restringe o allarga il concetto di membro del partito? Se egli si fosse posto questa domanda, gli sarebbe stato facile vedere che la mia formulazione restringe questo concetto, mentre quella di Martov lo allarga, distinguendosi (secondo la giusta espressione dello stesso Martov) per la sua “elasticità”. E proprio la ”elasticità”, in un periodo della vita del partito come quello che attraversiamo, spalanca indubbiamente le porte a tutti gli elementi sbandati, tentennanti e opportunisti».
Gli elementi instabili sono forieri di incertezze, deviazioni, e poco lavoro. Il pericolo può essere grande. «La salvaguardia della fermezza della linea e della purezza dei principi del partito diviene appunto ora un compito tanto più impellente in quanto il partito, ricostituito nella sua unità, accoglierà nelle sue file moltissimi elementi instabili, il cui numero crescerà nella misura in cui il partito si sviluppa» (“Il congresso del POSDR”, 1903, VI, 465).
D’altronde, dove sta il pericolo di una rigorosa delimitazione del partito, attraverso precisi limiti alla definizione di socialdemocratico? «Se risultasse che centinaia e migliaia di operai arrestati per aver partecipato a scioperi e dimostrazioni non sono membri delle organizzazioni del partito, ciò dimostrerebbe unicamente che le nostre organizzazioni sono buone, che noi adempiamo il nostro compito, quello di far lavorare clandestinamente una cerchia più o meno ristretta di dirigenti e di far partecipare al movimento le più larghe masse possibile». Non si può confondere il partito, reparto d’avanguardia della classe operaia, con la classe tutta, come faceva Axelrod. «È meglio che dieci elementi che lavorano non si chiamino membri del partito (i veri militanti non vanno a caccia dei gradi!), piuttosto che un solo chiacchierone abbia il diritto e la possibilità di essere membro del partito (…) Il CC non sarà mai in grado di controllare veramente tutti coloro che lavorano, ma non entrano nell’organizzazione. Il nostro compito è di affidare al CC un controllo effettivo. Il nostro compito è di salvaguardare la saldezza, la coerenza, la purezza del nostro partito. Noi dobbiamo sforzarci di elevare sempre più l’appellativo e l’importanza di membro del partito» (VI, 465-467).
Scriveremo noi nel 1955 in “Russia e rivoluzione nella teoria marxista”, Parte 2, §37: «Apparentemente sembra che Lenin distinguesse tra i semplici militanti del partito e i “rivoluzionari professionali”, i cui più ristretti gruppi formavano l’ossatura dirigente. Mostrammo più volte che qui si tratta della rete illegale, e non della sovrapposizione al partito di una apparecchiatura burocratica di gente pagata. Professionale non significa necessariamente stipendiato, ma dedicato alla lotta del partito per volontaria adesione, svincolata ormai da ogni associazione per motivi di difesa di interessi collettivi, anche se questa rimane la base determinista del sorgere del partito. Tutta la portata della dialettica marxista è in questo doppio rapporto. L’operaio è rivoluzionario per interesse di classe, il comunista è rivoluzionario per lo stesso fine, ma elevato oltre l’interesse soggettivo».
E in Gracidamento della prassi, “Il programma comunista”, n. 11/1953: «La destra del partito russo vuole che il membro del partito venga da un gruppo operaio di professione o di fabbrica federato nel partito: i sindacati furono chiamati dai russi associazioni professionali. In senso polemico Lenin forgia la storica frase che soprattutto il partito è una associazione di rivoluzionari professionali. A essi non si chiede: siete operaio? In quale professione? Meccanico, stagnaio, legnaiuolo? Essi possono essere così bene operai di fabbrica come studenti o magari figli di nobili; risponderanno: rivoluzionario, ecco la mia professione. Solo il cretinismo stalinista poteva dare a tale frase il senso di rivoluzionario di mestiere, di stipendiato dal partito. Tale inutile formula avrebbe lasciato il problema allo stesso punto: assumiamo impiegati dell’apparato tra gli operai, o anche fuori? Ma di ben altro si trattava».
Per i bolscevichi il militante comunista è colui che accetta – non necessariamente conosce o comprende nei dettagli – il programma, ed è disposto a lavorare agli ordini del partito: doti di abnegazione, volontà di combattere, che qualsiasi proletario può avere, anche se illetterato. Un’accettazione del programma che può essere basata sulla comprensione di pochi aspetti essenziali, a volte solo di slogan, ma che coincidono con le sue aspirazioni profonde, con i suoi bisogni. Un’adesione basata più sulla passione che sull’intelletto. La comprensione verrà, col tempo,.
Mai completa però, la comprensione totale della dottrina non può essere del singolo ma del collettivo del partito, e si esprime nella sua stampa, nelle sue tesi, nella sua tattica rivoluzionaria. «La conoscenza dottrinale non è fatto singolo anche del più colto seguace o capo, e nemmeno è condizione per la massa in moto: essa ha per soggetto un organo proprio, il partito» (“Russia e rivoluzione…”, Parte 2, § 37).
Questo concetto è ripetuto nelle Tesi caratteristiche del partito, del 1951: «La questione della coscienza individuale non è la base della formazione del partito: non solo ciascun proletario non può essere cosciente e tanto meno culturalmente padrone della dottrina di classe, ma nemmeno ciascun militante preso a sé, e tale garanzia non è data nemmeno dai capi. Essa consiste solo nella organica unità del partito».
«Oltre l’influenza della socialdemocrazia non vi è altra attività cosciente degli operai», dice Lenin al II congresso. E noi aggiungiamo: «È pesante, ma è così. L’azione dei proletari è spontanea in quanto sorge dalle determinanti economiche, ma non ha per condizione la coscienza, né nel singolo, né nella classe. La fisica lotta di classe è fatto spontaneo, non cosciente. La classe raggiunge la sua coscienza solo quando nel suo seno si è formato il partito rivoluzionario, che possiede la coscienza teorica poggiata sul reale rapporto di classe, proprio, in fatto, di tutti i proletari. Questi però non potranno mai possederne la vera conoscenza – ossia la teoria – né come singoli, né come totalità, né come maggioranza finché il proletariato sarà soggetto all’educazione e alla cultura borghesi, ossia alla fabbricazione borghese della sua ideologia e, in buoni termini, finché il proletariato non vincerà, e cesserà di esistere. Quindi, in termini esatti, la coscienza proletaria non vi sarà mai. Vi è la dottrina, la conoscenza comunista, e questa è nel partito del proletariato, non nella classe» (“Russia e rivoluzione…”, Parte 2, § 39).
Concludendo sulla discussione sul paragrafo 1, è ovvio che vi era una differenza tra lavorare sotto la direzione di una delle organizzazioni e parteciparvi, farne parte; nel senso che partecipare ad una delle organizzazioni richiedeva un percorso che non tutti i simpatizzanti o affini erano in grado o desideravano fare. Esisteva quindi un processo di accettazione nel partito che supponeva delle caratteristiche che Lenin descrive altrove, e che noi condividiamo in toto, come abbiamo evidenziato sopra.
Il Partito e i media sociali
Il Partito Comunista Internazionale si impegnerà nella creazione e diffusione di un giornale rivolto al proletariato mondiale, che col tempo sarà pubblicato, oltre che in inglese, nelle altre lingue in proporzione alle possibilità materiali date dalla crescita del nostro movimento.
Il giornale conserverà un contenuto ideologicamente omogeneo e in linea con i principi internazionalisti del marxismo rivoluzionario. Eventuali inserzioni locali potranno essere integrate, ma sempre subordinate alla prospettiva universale della lotta di classe, evitando qualsiasi deriva opportunistica o federalista.
La produzione e la distribuzione di questo organo centrale dovranno costituire una priorità assoluta per il Partito, poiché solo attraverso una comunicazione coerente e internazionalmente coordinata si potrà prevenire il riemergere di frazionismi, deviazionismi e crisi interne. Ogni energia e risorsa del Partito dovrà essere dedicata a questo strumento di battaglia politica, che rappresenterà il fulcro della strategia per il rafforzamento del nostro movimento, costituendo la guida della classe operaia verso la rivoluzione proletaria mondiale.
Le sonde del Partito non hanno il semplice compito di trasmettere informazioni ai gruppi di lavoro o al centro. Il loro ruolo va ben oltre una funzione meramente meccanica, come avviene in contesti superficiali come i social media, dove spesso ci si limita a un banale lavoro di copia e incolla. La loro missione è profondamente radicata nella comprensione delle esigenze e delle direttive del Partito, elaborate nei piani di lavoro collettivi. Non si tratta solo di raccogliere dati o notizie, ma di analizzare, interpretare e determinare cosa significano quei fatti per la lotta rivoluzionaria e per il Partito stesso. Ogni informazione va analizzata attraverso la lente della dottrina comunista, comprendendo le implicazioni politiche e strategiche. Questo lavoro di riflessione teorica e politica è essenziale per garantire che ogni elemento raccolto sia funzionale alla causa del proletariato, mantenendo salda l’unità ideologica e operativa del Partito.
La capacità di interpretare correttamente la realtà, senza cadere in approcci superficiali o frammentari, è ciò che distingue l’azione del Partito Comunista Internazionale da qualsiasi altra organizzazione, assicurando che ogni sua azione e comunicazione risponda a un fine rivoluzionario coerente e ben definito.
La società attuale è caratterizzata da una sovrabbondanza di informazioni e rumore, che spesso confonde e disorienta, rendendo difficile discernere ciò che è realmente rilevante per la causa rivoluzionaria. In questo caos, il compito del nostro movimento diventa cruciale: esso deve essere in grado di filtrare con rigore e metodo questo flusso incessante di dati, selezionando e trasmettendo al Partito solo quelle informazioni che risultano utili e pertinenti per l’azione e la strategia collettiva.
Quando si comunica all’interno del Partito, è essenziale adottare un approccio organico e chiaro. In primo luogo, occorre sempre precisare la ragione per cui si sta inviando una comunicazione, esplicitando il contesto in cui si inserisce e il suo potenziale valore. In secondo luogo, bisogna indicare con precisione a chi può essere utile quella determinata informazione, garantendo che essa venga destinata ai giusti compagni o gruppi. Terzo, è necessario citare le fonti da cui l’informazione è stata ricavata, permettendo così al Partito di verificare e approfondire ulteriormente i dati. Infine, e forse più importante di tutto, ogni comunicazione deve essere accompagnata da una riflessione politica aderente al punto di vista del Partito, assicurandosi che l’informazione non sia trasmessa come un mero fatto grezzo, ma già contestualizzata e interpretata alla luce della nostra dottrina.
In questo modo, l’informazione non solo sarà immediatamente fruibile, ma contribuirà attivamente all’elaborazione teorica e pratica del Partito, evitando dispersioni di energia e garantendo che ogni elemento comunicativo sia indirizzato verso il rafforzamento dell’azione collettiva. Solo così si può contrastare efficacemente il rumore generato dal capitalismo, trasformando l’informazione in uno strumento di lotta consapevole e organizzata.
La comunicazione interna al Partito necessita di coordinamento e attenzione, richiedendo un minimo di impegno e riflessione. Non può essere lasciata al caso o alla superficialità tipica delle modalità di interazione quotidiana. Le comunicazioni interne devono essere trasmesse in modo strutturato e formale, attraverso strumenti come la posta elettronica, che consentono un’organizzazione sistematica e un’archiviazione accurata; non possono essere affidate a mezzi inadeguati come le chat dei cellulari, i social media o i forum, che incoraggiano la distrazione e frammentano il pensiero collettivo.
Le abitudini comunicative imposte dalla società capitalista, basate sull’immediatezza e sulla superficialità, sono incompatibili con le esigenze del Partito. La massa informe del popolo, priva di un’organizzazione consapevole, si esprime sui social in modo caotico e passivo, riducendo la comunicazione a un banale copia e incolla di link, accompagnato, al massimo, da qualche commento estemporaneo. Non vi è un vero mittente, né un destinatario definito: ogni messaggio è disperso in una marea indistinta di informazioni, senza una logica costruttiva o una finalità chiara. In questo contesto, ogni discussione sui social è destinata a svanire rapidamente, seppellita da nuove conversazioni prive di continuità. Nulla viene conservato, nulla costruito.
Nel Partito, invece, la comunicazione è parte integrante di un progetto di lungo termine. Ogni contributo viene trattato con cura e sistematicità, non per essere dimenticato, ma per essere archiviato e valorizzato nel tempo. Il lavoro non viene disperso, bensì organizzato con rigore, affinché possa costituire, mattone dopo mattone, le fondamenta solide dell’intelligenza collettiva del Partito. Ogni intervento, ogni analisi, ogni contributo scritto è destinato a durare e a contribuire al rafforzamento dell’azione rivoluzionaria, con una visione chiara e proiettata verso il futuro. Questo metodo non solo garantisce la continuità del lavoro teorico e pratico del Partito, ma rappresenta anche la differenza fondamentale tra il nostro approccio e quello frammentato e dispersivo delle comunicazioni tipiche della società borghese.
Non si può cedere alla tentazione di adottare, per ragioni di “facilità”, le modalità comunicative dei social all’interno del Partito. Il Partito non ha potuto né potrà mai scegliere la via più semplice senza tradire la sua natura e missione storica. Chi si illudesse di poter trasporre nel Partito le abitudini di comunicazione tipiche della massa, di fatto, abbraccerebbe una concezione distorta del Partito stesso. Una tale visione finirebbe per confondere il Partito con la massa informe e disorganizzata, assimilandone l’instabilità emotiva, l’irrequietezza fine a sé stessa, e l’inconcludente frenesia di comunicare senza scopo, piano o programma.
Il Partito, invece, è un organismo compatto, guidato dalla chiarezza teorica e dalla coerenza strategica. La comunicazione al suo interno non può e non deve essere casuale o impulsiva, ma deve sempre rispondere a un fine preciso, inserendosi armoniosamente nei piani di lavoro e nella tradizionale linea di azione.
Il sinistro piccolo-borghese, al contrario, trova il suo habitat naturale nei social, dove trascorre ore in un incessante agitarsi. Egli cerca continuamente lo scontro e l’approvazione, attirando su di sé l’attenzione con parole d’ordine rivoluzionarie vuote, che ripete senza alcun legame con le condizioni materiali e oggettive di una data situazione. Si gonfia il petto, si esalta con discorsi altisonanti e suggestivi, ma che non poggiano su alcuna base reale. Questo atteggiamento non solo è alieno dall’azione del Partito, ma è pericolosamente illusorio, poiché maschera l’assenza di un’analisi concreta della realtà con slogan vuoti, incapaci di incidere realmente nella lotta di classe.
Nel Partito, al contrario, ogni parola, ogni azione, deve essere radicata nella conoscenza delle condizioni oggettive e nelle necessità della classe operaia. Non c’è spazio per la superficialità o l’autocelebrazione: ciò che conta è la chiarezza e l’efficacia del messaggio rivoluzionario, sempre orientato verso la costruzione di una coscienza collettiva e di un’azione. Solo così il Partito può rimanere fedele al suo ruolo storico di avanguardia della classe proletaria, senza farsi trascinare nei vortici inconcludenti dell’agitazione piccolo-borghese.
Il Partito non ha alcuna necessità di fare affidamento su individui che, grazie alla loro popolarità o visibilità sui social, esercitano una significativa influenza sulle opinioni e sugli atteggiamenti delle masse. Il Partito rigetta l’idea stessa di legarsi a figure individuali, poiché non ha bisogno di personificarsi attraverso il volto, o nome, di alcun personaggio. Questo principio non è nuovo, ma coerente con la sua visione storica: il Partito ha sempre respinto con fermezza la demagogica personificazione dei propri nemici e, allo stesso modo, rifiuta di cadere nella trappola di affidare la sua immagine o i suoi obiettivi a singoli individui, per quanto “carismatici” o influenti essi possano apparire.
Anche nell’era dei social, con il dilagare della visibilità personale e del culto della celebrità, il Partito continuerà a portare avanti la propria propaganda nel pieno anonimato. La sua forza risiede non nei volti o nei nomi, ma nell’unità e nella coerenza della sua dottrina e delle sue azioni collettive. Rinunciare alla figura del “mezzobusto” non rappresenta una perdita, ma un atto di coerenza e di forza, che garantisce al Partito di non deviare mai verso forme di personalismo o protagonismo borghese. La propaganda rivoluzionaria non ha bisogno di farsi spettacolo, né di appellarsi all’autorità individuale, poiché la sua legittimità deriva dalla solidità della teoria marxista e dalla capacità di organizzare e guidare la classe operaia verso la rivoluzione.
In questo senso, l’anonimato non è una debolezza, ma un segno distintivo della purezza della lotta del Partito, che si distanzia dalle dinamiche corrotte e alienanti del sistema capitalistico, dove tutto viene ridotto a immagine e spettacolo. Il Partito, immune a queste logiche, rimarrà sempre un’entità collettiva, forte non nei singoli individui, ma nella compattezza della sua organizzazione e nella chiarezza del suo progetto storico.
Il lavoro sui social, come ogni altra attività di propaganda, deve essere svolto da militanti di comprovata esperienza, e solo a seguito di approvazione centrale. La loro azione deve essere costantemente rapportata al centro e documentata in modo dettagliato, mantenendo un’organizzazione rigorosa. È fondamentale che i militanti impegnati in questa attività non esprimano alcunché a titolo personale, né cerchino di costruire un personaggio attorno alla propria figura. La loro presenza sui social deve essere sempre funzionale alla diffusione dei testi, dei giornali e dei volantini prodotti dal Partito, senza deviare in iniziative individuali o personali.
In questa fase storica, caratterizzata da una debolezza relativa della classe proletaria, non è il momento di produrre “nuovi” contenuti specifici per alimentare le dinamiche volatili dei social media. L’attività di propaganda deve seguire un piano preciso, prestabilito e periodicamente verificato, evitando ogni dispersione di energie e ogni tentazione di adattarsi ai ritmi effimeri della comunicazione moderna. La priorità assoluta è rafforzare gli organi del nostro movimento, in particolare il giornale, che rappresenta lo strumento fondamentale di organizzazione e indirizzo della lotta rivoluzionaria.
Il Partito dispone dei suoi specifici organi di informazione e propaganda, e i compagni devono dedicarsi esclusivamente a questi. Collaborare con stampa o mezzi di informazione esterni che non appartengono al Partito, così come fare propaganda attraverso canali personali come i profili social o blog, è estraneo al metodo del Partito e deve essere evitato. La propaganda comunista, infatti, non si affida a mezzi effimeri o individualistici, ma si basa su un’azione collettiva e centralizzata, mirata a costruire un’intelligenza collettiva solida e duratura.
Il primo compito del Partito, in questo contesto, è quello di permettere ai nuovi contatti di dedicare tutte le loro energie alla corrispondenza con il Partito stesso. Questo flusso di comunicazione interna è essenziale per alimentare la capacità del Partito di elaborare un giornale più completo e articolato, che sappia rispondere ai bisogni della classe operaia e guidarla verso la presa di coscienza e l’organizzazione rivoluzionaria. L’azione sui social, dunque, deve essere concepita non come fine a sé stessa, ma come parte integrante di un progetto più ampio e strutturato, sempre al servizio del rafforzamento degli organi centrali del Partito.
Estrattivismo e ipocrisia verde Pt. 1
L’esempio della miniera di litio di Jadar fra profitto, politiche europee e proteste
Di fronte all’emergere della crisi climatica, nel corso degli anni la borghesia mondiale, soprattutto a suon di discorsi e convegni, ha fatto promessa di impegnarsi nel contrastare gli effetti negativi del riscaldamento globale, promuovendo, con importanti investimenti – ed adocchiando altrettante importanti opportunità per fare cassa – una presunta transizione “verde” verso metodi di estrazione, produzione e consumo più “sostenibili”. Una delle chiavi di volta di questa transizione sarebbe rappresentata dal progressivo abbandono, al quale stiamo assistendo, dei motori a combustione interna a favore di soluzioni elettriche basate sull’uso di batterie agli ioni di litio.
Tra le aziende che si sono recentemente riempite la bocca di “ecologia” vi è la potente Rio Tinto (“Fiume Scuro”), una multinazionale mineraria con sede in Australia che vanta una storia tanto “buia” quanto il suo nome potrebbe lasciar intendere. Il suo ultimo grande investimento è una miniera di litio che l’azienda intende aprire nell’ovest della Serbia, destinata a diventare la principale fonte europea. Tuttavia, il progetto ha incontrato un’enorme opposizione locale a causa dei danni ambientali che avrebbe
causato, anche se il governo serbo, l’UE e la Rio Tinto hanno sempre continuato a cercare di minimizzarli.
Nella prima parte di questo articolo, analizzeremo la situazione della miniera nello Jadar, in Serbia, ennesimo emblema dell’ipocrisia delle soluzioni “verdi” del Capitale. Nella seconda parte, ci concentreremo sulla storia della Rio Tinto, segnata da inaudito sfruttamento e disastri ambientali, la quale ci fornisce un perfetto esempio di come tra i responsabili della sempre più rovinosa crisi climatica figurano, tra i tanti, proprio i maggiori tra quei fautori della “rivoluzione verde”.
Il “Progetto Jadar” in Serbia: il legame di Isacco
Uno degli investimenti più recenti e più controversi della Rio Tinto è quello in Serbia, dove, nonostante le massicce proteste popolari, è stata aperta una miniera di litio nella regione spartiacque di Jadar, vicino al fiume Drina, che segna il confine occidentale della Serbia.
Il processo di estrazione del litio è noto per essere incredibilmente dannoso per gli ecosistemi circostanti, motivo per cui viene raramente effettuato al di fuori delle zone aride: anche in questi casi non vengono a mancare le critiche, nonostante le solite promesse sullo “sviluppo sostenibile”. Jadar è un’eccezione: la fertile regione è sede di una possente produzione agricola; diverse aree hanno invece una notevole importanza ecosistemica: nelle immediate vicinanze vivono diverse specie endemiche rare ed in pericolo di estinzione.
Mentre la Rio Tinto promette, beffardamente, che il suo progetto di miniera sotterranea non dovrebbe causare alcun guaio all’ambiente in superficie, i danni previsti alle falde acquifere dell’area collinare potrebbero distruggere definitivamente l’ecosistema della regione così come lo conosciamo, oltre che a mettere a rischio l’approvvigionamento idrico del Paese. Sebbene quest’ultima affermazione possa passare, almeno inizialmente, come mero allarmismo, vista l’abbondanza di fiumi in Serbia, la siccità estiva ha provocato una grave carenza d’acqua in tutto il Paese e i climatologi affermano che, date le attuali previsioni in materia di cambiamento climatico, l’intera regione centrale dei Balcani e il bacino pannonico potrebbero andare incontro ad una semi-desertificazione già entro la seconda metà del secolo.
I depositi di litio nella regione dello Jadar non rappresentano una scoperta del tutto nuova: le prime indagini sul potenziale minerario della regione – e i primi pre-contratti con la Rio Tinto – erano già state intraprese nel 2006. Tuttavia, né la multinazionale australiana né il governo serbo erano allora pronti per aprire bottega: i margini di profitto nel settore erano stati bollati come poco competitivi, e ciò è stato vero fino alla redazione e ratificazione dei piani – parte del “Green Deal europeo” – che avrebbero sancito la transizione dai veicoli a combustione interna a quelli elettrici.
I vantaggi ambientali, effettivi, delle automobili elettriche rispetto a quelle “tradizionali” sono un fatto molto dibattuto, soprattutto a causa del rovinoso processo di estrazione delle risorse minerarie di cui le prime necessitano. Se a questo si aggiunge l’insieme dei processi industriali necessari alla produzione dei componenti e quelli necessari allo smaltimento si fa presto ad arrivare alla conclusione che, alla fine della fiera, di verde c’è solo il colore del vile denaro.
Se noi comunisti non abbiamo, e non possiamo avere, preferenza alcuna in merito al dibattito “tradizionale contro elettrico” lo stesso discorso non vale, chiaramente, per i padroni ed il loro portafoglio: la Commissione Europea ha parlato chiaro e abbraccia completamente il piano di transizione energetica, proponendo di abbandonare completamente i motori a combustione interna entro il 2050.
Data la sua potente industria automobilistica, il piano europeo si rivolge in particolar modo alla Germania, la quale sta quindi cercando di facilitare la transizione “verde” per le grandi case automobilistiche tedesche. Per queste ultime, l’apertura di una grande miniera di litio in Serbia, soggetta ad accordi commerciali preferenziali nei confronti dei Paesi dell’area UE, rappresenterebbe un modo per abbassare i costi di produzione delle batterie, rendendosi meno dipendente dal litio cinese, attualmente il principale esportatore di ’“oro bianco” a livello mondiale.
Infatti, tra i principali “sponsor” del progetto figura proprio il cancelliere socialdemocratico tedesco Olaf Scholz, il quale si è impegnato a fondo per convincere il governo serbo nel portare avanti il piano come stabilito. Per quanto riguarda i Verdi tedeschi, essi da un lato hanno sì provato a bollare come sostenibile il progetto, ma dall’altro hanno presto gettato via la maschera ecologista quando si è trattato di dover parlare chiaro: la segretaria per gli Affari economici del governo Scholz, la Verde Franziska Brantner, non ha nascosto che la miniera di Jadar rappresenta un’importante opportunità per attenuare l’influenza economica della Cina sull’Europa. Similmente, anche i Verdi europei non si sono mai opposti esplicitamente al progetto, se non dopo il crollo del loro partito alle elezioni federali tedesche a settembre, e la crisi al vertice che ne è conseguita.
Tuttavia, sarebbe sbagliato considerare il “progetto Jadar” come un qualcosa di esclusivo interesse dell’industria tedesca o europea. Rio Tinto è una società australiana: essa fu fondata da investitori britannici in Spagna, è attualmente diretta da un presidente canadese e da un amministratore delegato danese, e vede la Aluminum Corporation of China come maggiore azionista. Una vera e propria testimonianza della natura internazionale del grande Capitale, rete di interessi che oggi sempre trascende i confini nazionali.
Nel 2017, la Rio Tinto e il governo serbo firmarono un memorandum dando inizio alla prospezione e all’edificazione delle infrastrutture, con l’obiettivo di iniziare le operazioni di estrazione nel 2023. La firma fu accolta localmente da grandi proteste: queste si unirono alle manifestazioni, già in corso, contro le centrali micro-idroelettriche situate nelle aree protette, formando un ampio “fronte ecologista”.
Nel 2022, il governo sembrò finalmente arrendersi annunciando la fine del “progetto Jadar”. Tuttavia, questa mossa finì con ogni probabilità per rivelarsi un bluff, poiché nell’estate del 2024 la Corte Costituzionale (la cui maggioranza è nominata da legislativo ed esecutivo) ha infine dichiarato illegale la cancellazione del progetto, prontamente rianimando il dibattito pubblico. Questa volta, la risposta è stata ancora più forte che in passato: l’operazione messa in piedi dalla Corte Costituzionale, senz’altro alquanto sfacciata, ha provocato le ire dell’opinione pubblica piccolo-borghese.
Mentre il governo riprendeva le trattative con Rio Tinto, non sono mancati esperti e studiosi che si sono mossi per mettere in guardia dal progetto. Esempi significativi sono lo studio pubblicato su “Nature” da un gruppo di ricercatori serbi dell’Università di Belgrado – che sì è dovuto scontrare con un infruttuoso tentativo di censura concertato dai piani alti della Rio Tinto – e lo studio sulla fattibilità economica del progetto a cura dell’economista Aleksandar Matković, il quale ha poi ricevuto anonime minacce di morte in tedesco.
La manifestazione del 10 agosto
Il 10 agosto 2024 si è svolta a Belgrado una grande manifestazione contro la decisione della Corte Costituzionale, che ha portato in piazza decine di migliaia di persone accomunate dall’opposizione allo sfruttamento dei giacimenti di litio: la manifestazione è culminata con l’occupazione e il blocco delle principali strade cittadine e della stazione ferroviaria centrale.
La protesta è stata organizzata per lo più dalle organizzazioni ecologiste di base, da gruppi di giovani attivisti caratterizzati dalla solita inconsistenza politica e da frange di scienziati ed esperti tra i più preoccupati. È stata invece riluttante la partecipazione dei partiti politici di opposizione al governo Vučić, i quali non hanno intenzione di scontrarsi contro l’Unione Europea e i suoi piani strategici, essendo la maggior parte di questi partiti di orientamento filo-EU.
La scintilla iniziale si è rapidamente spenta in seguito all’inizio della repressione poliziesca, con l’arresto di diversi tra gli attivisti più in vista. Lasciando le strade e le piazze ormai svuotate, il futuro della miniera di Jadar resta argomento di discussioni interne alle borghesie europee, cedendo il destino della regione alle loro macchinazioni ed analisi costi-benefici.
Il Medio Oriente non è ancora sull'orlo di una guerra totale imperialistica, mentre maturano le condizioni sociali per la guerra di classe
Nelle ultime settimane, alcuni media, per bocca di diversi tra i diplomatici e politici di ogni schieramento, hanno sollevato la prospettiva di un conflitto militare che coinvolgerebbe la maggior parte dei paesi del Medio Oriente, arrivando persino a evocare lo spettro di una guerra mondiale. I raid israeliani sull’Iran, e viceversa, alimentano certamente questo scenario apocalittico, che vedrebbe la popolazione di tutto il Medioriente trascinata nella mischia di in un conflitto militare.
In un contesto di aggravamento della crisi economica globale, di politiche di austerità e di peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, lo spettro di un conflitto mondiale potrebbe essere una nuova arma da usare per terrorizzare il proletariato.
Già nel 1871, noi marxisti avevamo chiarito che tutte le borghesie di questo mondo sono ormai unite nella lotta contro il loro unico nemico mortale, il proletariato. In Medio Oriente, quest’ultimo si presenta diviso in quanto, ad oggi, resta pienamente imbevuto degli antagonismi delle borghesie della regione. Dall’ottobre 2023, le iniziative israeliane si sono fatte sempre più aggressive: l’incessante furia omicida nella Striscia di Gaza, la repressione in Cisgiordania, gli assassini di quadri e leader di Hamas e Hezbollah, gli attacchi ai civili in Libano e i raid in Iran ne sono la dimostrazione. Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, le milizie sciite in Iraq e in Siria, hanno tutti ricevuto negli ultimi mesi un colpo di avvertimento dalle forze israeliane, sostenute molto generosamente, materialmente e finanziariamente, dagli Stati Uniti. Gli interessi di Israele si confermano sempre più allineati a quelli dell’imperialismo americano in Medio Oriente.
Gli USA devono confrontarsi con l’avanzata economica dell’imperialismo cinese, le sue manovre diplomatiche volte a preservare i propri investimenti nella regione. Ma la Cina sta attraversando una fase di recessione economica e ha bisogno del mercato europeo e di un Medio Oriente pacificato per i suoi affari.
Difatti, dal marzo 2023, è stato proprio il gigante asiatico ad essere stato protagonista della svolta diplomatica tra rivali storici: Arabia Saudita e Iran. Nel giugno 2023, Arabia Saudita e Cina hanno annunciato accordi di investimento per 10 miliardi di dollari (agricoltura, energie rinnovabili, auto elettriche, immobili, minerali, turismo) nell’ambito della 10° Conferenza economica arabo-cinese a Riyadh, apparecchiando il tavolo per l’adesione della nazione araba alla Banca di sviluppo dei BRICS, fondata nel 2014 sotto l’egida della Cina per finanziare gli aiuti allo sviluppo, in concorrenza soprattutto con la Banca Mondiale.
Del resto, va assolutamente tenuto in conto il fatto che il Medio Oriente detiene il 60% delle riserve convenzionali di petrolio accertate a livello mondiale, e che una guerra generale nella regione mediorientale sarebbe catastrofica per quelle economie fortemente condizionate dalle importazioni di idrocarburi. Questo scatenerebbe un’immediata e grave recessione non solo in Europa ed India, ma soprattutto in Cina.
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Al di là delle presunte prospettive di guerra totale, finora, la risposta israeliana agli attacchi iraniani è stata tutto sommato “misurata”, grazie alle ingiunzioni americane. Teheran ha riportato solo danni agli impianti critici per la produzione di missili a combustibile solido, gli unici con possibilità di impiego con brevissimo avviso. Dunque, le forze armate israeliane non hanno preso di mira alcun sito nucleare o petrolifero. D’altronde, nella gerarchia del mondo borghese, le piccole o medie potenze si trovano a dover evitare escalation che colpiscano gli interessi delle potenze maggiori. È quindi probabile che anche la risposta iraniana resterà egualmente calibrata.
Senz’altro le sanzioni economiche occidentali hanno costretto Teheran a rafforzare i suoi rapporti con Mosca e Pechino. La Russia e l’Iran sono grandi produttori di petrolio e gas e quindi hanno creato legami non solo economici ma anche strategici. Entrambi sostengono militarmente il regime siriano;la prima fornisce alla seconda armamentario bellico quali i missili S-300, mentre l’Iran ha fornito, in passato, a Mosca droni di cui ha bisogno nella sua guerra contro l’Ucraina. Per quanto concerne i rapporti tra Iran e Cina, nel 2021 è stato firmato un partenariato strategico di 25 anni tra i due Paesi, che prevede massicci investimenti cinesi nei settori dell’energia, delle infrastrutture e delle telecomunicazioni. La Cina è anche il principale acquirente di petrolio iraniano, nonostante le sanzioni statunitensi, a sua volta l’Iran è un buon importatore di manufatti cinesi. Iran, Cina e Russia hanno già partecipato a esercitazioni militari congiunte, come nel 2019. Nel 2021, l’Iran ha iniziato il processo per diventare membro dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), patrocinata da Cina e Russia, così da poter aggirare alcune sanzioni statunitensi.
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Della Turchia, abbiamo brevemente descritto nel precedente numero la situazione economica e sociale. A più riprese, le parole del presidente Erdogan hanno inneggiano apertamente al sostegno (quantomeno preteso) alla “causa” palestinese contro il pericolo “sionista” rappresentato dallo Stato israeliano. Queste parole vanno “filtrate” anche tenendo in considerazione gli interessi particolari dell’imperialismo turco ed il suo particolare posizionamento: stabile membro della NATO, la Turchia trae beneficio dal guardare ad est, e non a caso chiede di entrare a far parte delle due più potenti alleanze internazionali a guida “asiatica”: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ed i BRICS. In questo modo, la Turchia spera di posizionarsi in modo tale da avere accesso a importanti fonti di finanziamento. Dunque, la Turchia persegue un proprio ambizioso piano espansionistico nella regione come avevamo potuto assistere in occasione delle guerre succedute alla cosiddetta “Primavera Araba”. Con il sostegno del Qatar, aveva tentato di colpire il regime siriano, mentre sosteneva il presidente egiziano Morsi e partecipava attivamente alla conquista della Libia sia durante che nel seguito della caduta di Gheddafi. Ora che la situazione risulta incentrata sul conflitto tra Iran ed Israele, furbescamente ergendosi a difensore della causa palestinese, la Turchia ha la pretesa di acquistare legittimità sullo scacchiere mediorientale: il suo obiettivo è quello di sedersi da protagonista al tavolo delle trattative imperialiste, così come aveva già tentato di fare durante il conflitto russo-ucraino.
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I paesi arabi che avevano firmato gli accordi di riconciliazione di Abramo con Israele nel 2020 (Marocco, Emirati Arabi Uniti, Sudan, Bahrein), non hanno espresso intenzione di ritirarsi. Né la Giordania, né l’Egitto hanno richiamato il loro ambasciatore in Israele, nonostante le forti proteste popolari. Questi Paesi, come l’Arabia Saudita, sempre accorrono se si tratta di deplorare le azioni di Israele, nel frattempo, si compiacciono nell’assistere all’indebolimento delle forze sostenute da Teheran.
Come già ribadito, l’Arabia Saudita nel marzo del 2023 aveva avviato un processo di conciliazione con l’Iran grazie alla mediazione del governo di Pechino. Tuttavia, tali sviluppi hanno necessariamente subito una grossa frenata a causa dello svilupparsi degli eventi, ancora di più se teniamo in considerazione l’attenzione che hanno attirato su di loro gli Houthi con la loro recente e consistente attività bellica. Similmente, tentativi di ammorbidire le proprie relazioni con Israele avevano preso piede ma soprattutto questi si vedono costretti ad attendere tempi migliori. La posizione dell’Arabia Saudita resta ambivalente: da un lato ha aperto una forte cooperazione commerciale con la Cina, dall’altro si affida ancora agli Stati Uniti sul piano della sicurezza interna e regionale.
Negli ultimi anni, gli Emirati Arabi Uniti hanno mostrato un certo protagonismo. Gli EAU hanno partecipato nel secondo conflitto in Libia a difesa del governo di Tobruk; in Yemen, dove con il loro intervento, soprattutto in seguito all’occupazione di Socotra, sono andati a confliggere con gli interessi strategici sauditi; in Sudan dove sono tra i responsabili che alimentano la terribile guerra in corso, di cui riferiremo nel prossimo numero. Nonostante le iniziative guerrafondaie, Abu Dhabi si pone come prerogativa strategica quella di consolidare il suo cosiddetto “soft power” con importanti iniziative finanziarie e commerciali. In questo quadro rientra ad esempio l’importante investimento di 35 miliardi di dollari in Egitto, per lo sviluppo della penisola di Ras El Hekma. Si tratta di una cifra considerevole, benché si vocifera che questa somma possa gonfiarsi fino a raggiungere la ragguardevole cifra di 150 miliardi di dollari. Questo importante consolidamento delle relazioni con l’Egitto di Al Sisi dimostra quanto importante sia per gli emiratini mantenerlo posizionato su interessi affini. Questa esigenza si manifesta anche sul piano militare con l’alleanza fra questi due paesi prima in Libia e ora in Sudan. Risulta evidente come gli Emirati Arabi Uniti, anche in virtù del posizionamento del Qatar come grande alleato della Turchia, si trovino sempre più spesso in contrapposizione con la Turchia: a dimostrazione vi sono appunto la firma degli accordi di Abramo, il sostegno ad Al Sisi e alle forze curde in Siria, persino le lacrime di coccodrillo versate per il genocidio degli armeni. Ciononostante, qui come ovunque in Medio Oriente, con gli atteggiamenti belligeranti coesistono pur sempre momenti di distensione. Occorre menzionare, in questo senso, gli importanti accordi finanziari, menzionati nel nostro precedente numero, tra EAU e Turchia e anche la recente cooperazione militare con la vendita dei droni Bayraktar.
Questo finora descritto non può che essere un quadro molto parziale del complesso equilibrio dello scacchiere medio orientale. Un quadro, questo, non ancora definito:ben lungi dal potersi stabilizzare, è in pieno movimento. In una recente conferenza pubblica di Partito a Firenze, dicemmo: «tale geometria variabile delle alleanze si constata, per esempio, nella cospicua presenza russa in Siria. In oltre dieci anni di guerra i raid dell’aviazione israeliana sulla Siria sono stati quasi quotidiani a colpire le milizie iraniane e le forze di Damasco. Tuttavia la Russia non ha mai difeso i propri alleati in Siria e lascia che Israele continui a effettuare i suoi mortiferi attacchi. La sola premura che la Russia chiede e ottiene da Israele è che i raid vengano comunicati in anticipo per non coinvolgere le truppe russe».
Noi, dal nostro canto, non possiamo dunque che riaffermare l’unica certezza che abbiamo: tutte le borghesie nazionali in Medio Oriente, come ovunque nel mondo, operano per difendere solo ed esclusivamente i propri interessi, sempre e dovunque fanno e disfanno alleanze a seconda di quale tra i diversi, possibili assetti possa garantire loro massimi benefici. Quale che sia il campo imperialista coinvolto nel Medio Oriente – gli Stati Uniti da una parte, la Cina e la Russia dall’altra – nessuno dei due è, al momento, pronto per quel confronto diretto che potrebbe scaturire da una guerra totale nella regione. Il quadro delle alleanze è ancora troppo volatile perché possano avviarsi i preparativi di una guerra totale su scala regionale.
Ad ogni modo, per noi comunisti rivoluzionari, non basta fermarci qui e dobbiamo volgere lo sguardo soprattutto alla prospettiva della guerra sociale e la sua articolazione nella regione. A tal proposito, a fine luglio, durante la riunione intercalare tenutasi , abbiamo prodotto un primo piano di lavoro per studiare sistematicamente la regione, in cui abbiamo evidenziato alcuni temi che meritano certamente di essere studiati attraverso la lente di ingrandimento del marxismo rivoluzionario.
- La regione ha uno dei più alti tassi di disoccupazione giovanile al mondo. Questi i dati al 2023 : Algeria (30.8%), Egitto (19%), Giordania (40.8%), Libano (23.7%), Libia (49.4%), Sudan (18.2%), Marocco (22.6%), Turchia (17.6%), Yemen (32.7%), Iraq (32.2%), Iran (22.8%), Siria (33.5%), Palestina (36% nel 2022), Tunisia (37.5%). Si tratta di cifre davvero importanti che necessariamente implicano una situazione sempre più difficile in assenze di prospettive di miglioramento per le future generazioni.
- A causa dei vari conflitti briganteschi fra le potenze, grandi e piccine della regione, in milioni sono stati costretti a lasciare le proprie case,ammassandosi e rifugiandosi nelle zone relativamente più sicure. Si stima, soltanto nell’arco del 2024, che in Medio Oriente e Nord Africa un totale di 11.7 milioni di persone abbandoneranno le proprie case per stabilirsi altrove all’interno dei propri confini nazionali (UNHCR). Solamente in Libano, circa 1.2 milioni di persone stanno fuggendo dalle aree maggiormente coinvolte nel conflitto, cui occorre sommare 1,5 milioni di rifugiati siriani. In Giordania risiedono 1.4 milioni di siriani:si stima che il 90% vive al di sotto della soglia di povertà. In Iraq, in seguito alla guerra contro l’ISIS, si valuta che 1.7 milioni di persone si siano spostate internamente al paese senza possibilità di ritorno nelle regioni natie . In Yemen ancora 4.5 milioni di persone sono fuggite dalle proprie regioni di origine, per un totale che ammonta al 14% della popolazione.
- Il Medioriente, nel suo complesso, è una delle regioni che vede il più alto livello di “disuguaglianza sociale” al mondo, comparabile a paesi come il Sud Africa e il Brasile. Il 47%-60%, del reddito nazionale è in mano al 10% più ricco, mentre il 50% dei più poveri contribuiscono al reddito complessivo per circa l’8-15%. Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Bahrein, Arabia Saudita e Qatar, in particolar modo, sono i paesi con il tasso di “disuguaglianza sociale” maggiore, con masse di lavoratori, prevalentemente immigrate, sottoposte alla furia sfruttatrice di quello che si articola come il cosiddetto sistema della cosiddetta “kafala”, ovvero il sistema di leggi e pratiche che delegano ai padroni la responsabilità dei lavoratori migranti, compreso il controllo sulla loro capacità di entrare, risiedere, lavorare e, in alcuni casi, uscire dal Paese ospitante. In genere, questi lavoratori non possono lasciare o cambiare lavoro prima del completamento del contratto, prima di un certo periodo di tempo o senza il permesso del padrone: chi si allontana può correre il rischio di essere arrestato e deportato per il reato di fuga.
- La crisi ambientale ed idrica sta colpendo duramente il settore agrario in paesi come Iraq, Siria e Yemen. Ha prodotto effetti devastanti in agricoltura, e sempre più contadini, ormai ridotti alla fame, si trovano costretti ad abbandonare le terre ammassandosi nelle grandi città. Ma non solo, il problema dell’approvvigionamento idrico sta magnificando gli attriti fra gli stati stessi, come abbiamo visto per i progetti delle grandi dighe in Turchia e Etiopia, ma non solo: c’è da credere che una – solamente una –delle tanti ragioni dell’attuale operazione militare in Libano sia da un lato il tentativo di controllo da parte israeliana del fiume Litani, già menzionato nella risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 1701 del 2006, dall’altro un modo per impedire definitivamente al Libano di dirottare il corso del fiume Wazzani che alimenta, per il 25%, il Giordano..
- La rapida urbanizzazione e concentrazione di grandi masse proletarie in paesi come Arabia Saudita, Egitto e Iraq comporta un problema di notevole “sicurezza” per questi paesi, che fanno sempre più fatica a mantenere la pace sociale elemosinando alle plebi urbane lavoro, casa ed accesso a servizi essenziali e che perciò si troveranno sempre più costretti a utilizzare la repressione sociale per mantenere l’ordine borghese.
Se da un lato abbiamo discusso la probabilità o meno di una guerra generale in Medio Oriente, facendo particolare menzione della particolare geometria variabile delle alleanze fra le potenze regionali, sullo sfondo delle grandi manovre imperialistiche di Cina e Stati Uniti, dall’altro ci sembra doveroso descrivere le faglie sociali, e quindi il progressivo e sempre inesorabile maturare delle condizioni della guerra sociale nella regione. Perché questa guerra si ponga degli obiettivi di classe e sia in grado di minacciare l’ordine borghese mondiale, occorre che si radichi anche nel Medio Oriente il Partito Comunista Internazionale, l’unica forza in grado di condurre alla vittoria il proletariato, in Medio Oriente come nel resto del mondo.
La legge sulla Co-Determinazione: l'ordine regna in Svezia
In Svezia lo sciopero è illegale: questo è il vero volto del modello nordico di oggi
Il mito della Svezia come faro unico dei diritti dei lavoratori, la cosiddetta “eccezione” tra le nazioni capitaliste, è una delle bugie più diffuse del nostro tempo. Questa mitologia, accuratamente coltivata dalla borghesia, suggerisce che la Svezia operi al di fuori dei brutali meccanismi di accumulazione e sfruttamento del capitale. Ma in realtà la Svezia non è un bastione dei diritti dei lavoratori più di quanto lo siano gli Stati Uniti o l’Italia, anzi, si potrebbe dire che è anche peggio. Sotto la superficie dell’ideologia del modello nordico si nasconde una implacabile oppressione della classe operaia. Allo stesso tempo, le sue strutture democratiche servono solo a controllare i lavoratori e a mantenere il dominio del capitale. Le recenti restrizioni legali al diritto di sciopero rivelano il vero volto della socialdemocrazia svedese: non un difensore del proletariato, ma piuttosto, come disse Lenin “la borghesia liberale concede riforme con una mano, e con l’altra le ritira sempre, le riduce a nulla, le usa per schiavizzare i lavoratori, per dividerli in gruppi separati e perpetuare la schiavitù salariale” (Marxismo e riformismo). In questo modo, facendo perdere efficacia alle riforme, l’ordine prevale, e questo fatto è più evidente nella revisione del 2019 della legge sulla codeterminazione (MBL).
La politica del lavoro svedese ha attraversato diversi periodi, e i socialdemocratici hanno dovuto prima approvare la legge sulla codeterminazione per poi sterilizzarla; ma qual è la sua storia?
La legge sulla codeterminazione è una delle più importanti che regolano il mercato del lavoro svedese. Come molte altre norme giuslavoristiche, è stata emanata all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso durante la fase in cui la socialdemocrazia rivendicava maggiore democrazia sul posto di lavoro.
Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 la Confederazione sindacale svedese (LO), in particolare le sue federazioni metalmeccanica e dell’industria pesante, issò sulla propria bandiera questo progetto corporativista. Era la prima volta, dopo l’accordo di Saltsjöbaden del 1938, che il movimento sindacale metteva in discussione la mitica “linea della contrattazione collettiva”. I riformisti, cavalcando l’agitazione in corso nella classe operaia, promossero tale rivendicazione illudendosi di mettere in discussione il diritto esclusivo del datore di lavoro di organizzare la produzione. Ciò che distingue questa manovra socialdemocratica dai tentativi precedenti è che promosse riforme del diritto del lavoro per legge, anziché attraverso la contrattazione sindacale come da prassi precedente.
I socialdemocratici e il loro sindacato non sono stati agenti attivi negli eventi che hanno caratterizzato l’ondata degli anni Sessanta. Piuttosto, il passaggio alla “linea legislativa” fu una risposta e un freno all’organizzazione e alla militanza proletaria. Questa ondata di lotta proletaria fu una conseguenza di eventi come la chiusura dei cantieri navali di Göteborg, Bohuslän e Blekinge e lo spostamento di capitali in vari settori industriali. Un esempio di questo comportamento è il crollo dell’industria svedese della tessitura. Questa crisi colpì soprattutto il proletariato della città di Norrköping, dove vennero persi 20.000 posti di lavoro su una popolazione di 80.000 abitanti. Gli sviluppi si ripercossero anche altrove: praticamente tutte le industrie che avevano gettato le basi per il boom della produzione industriale svedese nel dopoguerra furono abbandonate.
Il malcontento del proletariato svedese si manifestò con scioperi selvaggi, con la crescita della sinistra filocinese e sindacalista e in una diffusa povertà sociale raramente vista nella storia della socialdemocrazia svedese. I socialdemocratici considerarono l’ascesa delle organizzazioni operaie come una minaccia e quindi si mossero per capire come il movimento operaio potesse essere contenuto e pacificato.
I socialdemocratici videro due soluzioni, che andavano di pari passo. La prima era una sorveglianza poliziesca di massa, il cui obiettivo era tracciare il profilo degli oppositori politici all’interno dei sindacati e neutralizzare sistematicamente gli elementi sovversivi. La seconda prevedeva una serie di riforme.
In questo contesto fu approvata la legge sulla “Codeterminazione nella Vita Lavorativa” (1976). I mandarini sindacali non erano pressati solo dalla classe operaia, che chiedeva un cambiamento, ma anche dalla borghesia nazionale, che aveva bisogno di reprimere il movimento operaio. In questo periodo furono approvate molte leggi ancora oggi in vigore: la Legge sulla Rappresentanza Sindacale (1974), la Legge sulla Protezione dell’Occupazione (1974), la Legge sul Diritto all’Istruzione (1975) e la Legge sull’Ambiente di Lavoro (1978). Questa ondata riformista si avviò al declino a metà degli anni ’80, a causa del fallimento dell’iniziativa sui Fondi per i dipendenti (1984), che i socialdemocratici hanno sempre considerato come il Santo Graal e “la via democratica al socialismo”, per poi infine crollare negli anni ’90.
La legge sulla codeterminazione deve essere collocata nel suo contesto storico. Si tratta di un tentativo del governo socialdemocratico di controllare l’organizzazione della classe operaia e, come al solito, di prolungarne la sottomissione.
Contenuto della legge
Anche se non si chiama “Legge sulle Clausole Anti Sciopero”, una sua componente fondamentale è proprio questa. La normativa impone ai datori di lavoro di informare e negoziare con i sindacati le decisioni essenziali che riguardano i lavoratori, come le ristrutturazioni o le modifiche delle condizioni di lavoro. La MBL era inizialmente intesa (o almeno in questo senso promossa) per rafforzare l’influenza dei lavoratori sulle decisioni del datore di lavoro e per promuovere il dialogo tra datori di lavoro e sindacati.
Questa legge riguarda il diritto all’informazione dei sindacati e il diritto individuale di essere membro di un sindacato. Tuttavia, alcune cose sono molto diverse rispetto al contesto internazionale, come il fatto che in Svezia uno sciopero non può essere proclamato da un sindacato locale, ma può essere indetto solamente a livello “federale”. Questo aspetto della vita del proletariato in Svezia è ormai una consuetudine giuridica da tempo. Tutti i diritti e gli obblighi previsti dalla MBL riguardano le associazioni sindacali, ossia il diritto all’informazione, il diritto a negoziare e l’impegno individuale a rispettare la clausola di non sciopero. Esattamente quanto accade nel resto del mondo.
Modifiche del 2019 alla clausola anti sciopero
Le modifiche sono state possibili solo grazie all’eccezionale passività della classe operaia svedese. Il metodo socialdemocratico si è un po’ spostato dagli anni ’80, dalla carota al bastone, dalla concessione di riforme da un lato, alla loro sottrazione dall’altro; questo gioco, come le crisi sempre più frequenti e intense che la Svezia ha vissuto a partire dagli anni ’90, sono le radici della sua diffusa inerzia. La demolizione dello Stato sociale si è intensificata con la crisi degli anni ’90, che è stata, tra l’altro, una crisi speculativa sulla moneta svedese (la Svezia ha mantenuto un tasso di cambio fisso molto più a lungo di Stati come gli USA, la Gran Bretagna o l’Italia). La crisi ha mostrato il vero volto della socialdemocrazia. Ha dimostrato agli oppositori che anche in Svezia il governo è gestito dall’economia, non viceversa. Lo Stato sociale è stato creato per sottomettere la classe operaia, ed è stato poi distrutto per sottometterla ancora più grandemente, per poter essere un giorno ricostruito e utilizzato per controllarla e sottometterla nuovamente. Ha dimostrato che “il cosiddetto ‘Stato sociale’ svolge, in questo caso, un gran numero di funzioni in senso economico, sociale e ideologico, il cui risultato è la massima mistificazione della realtà”. (L’Internazionale Comunista, Contro il nazionalismo sindacale).
Ogni peggioramento richiesto, è stato concesso; ciò che il Capitale ha cercato, l’ha trovato; e a coloro che hanno bussato, è stato aperto. Tra le altre cose, vale la pena di citare la Riforma della Scuola Gratuita (1992) e la Riforma delle Pensioni (1994). Questa tendenza non accenna a fermarsi, e ora possiamo aggiungere lo snaturamento della Legge sulla codeterminazione a questa serie quasi infinita di limitazioni della protezione sociale.
Tuttavia, la domanda “perché ora?” rimane senza risposta.
Tutto è iniziato nel 2016 con il sindacato dei portuali e la società di gestione APM Terminals. I portuali, indipendenti dai sindacati socialdemocratici e liberali come TCO e LO, vollero stipulare un contratto collettivo direttamente con APM Terminals Gothenburg, invece di essere sottoposti al contratto sottoscritto dal sindacato socialdemocratico Transport. Soprattutto perché rappresentano una minoranza consistente dei lavoratori dei porti, e spesso promotori di lotte più radicali, cercarono di non rimanere legati all’organizzazione sindacale socialdemocratica LO, spesso eccessivamente moderata. Il loro obiettivo fu quello di avere gli stessi diritti di negoziazione e informazione, in linea con la legge sulla codeterminazione. Tuttavia, il padrone si oppose con decisione, sostenendo di non dover stipulare un accordo con più di un sindacato in un luogo di lavoro e di voler quindi che i membri della Dockworkers’ Union rimanessero vincolati all’accordo con Transport. Il conflitto tra portuali e APM Terminals si inasprì dal 2016 al 2019, fino ad arrivare allo sciopero del 23 gennaio 2019. I portuali vinsero e ottennero l’accordo voluto, il 5 marzo dello stesso anno.
La borghesia, invece di accettare le sconfitte, ha deciso di lanciare un’offensiva totale contro i portuali e di puntare alla sterilizzazione della legge sulla codeterminazione. Il gabinetto Löfven II raccolse una proposta della Confederazione delle imprese svedesi (Svenskt Näringsliv), la proposta 2018/19:105, che colpiva gravemente il diritto di sciopero. Questa mossa era chiaramente diretta contro i sindacati indipendenti come i Dockers. Questa legge era già in fase di revisione e consultazione nel 2017 e si prevedeva che sarebbe uscita da questa fase entro il terzo trimestre del 2019. Tuttavia, ancor prima che il rapporto potesse essere redatto, i tre grandi sindacati socialdemocratici e liberali, LO, SACO e TCO, avevano già firmato un accordo con la Confederazione delle imprese svedesi, contro la volontà dei loro iscritti. I socialdemocratici hanno gettato il movimento sindacale in pasto ai lupi. Le restrizioni al diritto di sciopero erano appoggiate solo da 2 dei 14 sindacati affiliati a LO, ma dopo che i leader sindacali ebbero raggiunto un accordo con la Confederazione delle imprese svedesi, la frusta del partito fu messa in moto, e i sindacati votarono a favore delle restrizioni. Questo accordo divenne la base per il disegno di legge del governo. In definitiva, la legge è nata dai sindacati (come avvenne in Italia con i codici di autoregolamentazione proposti dalla Triplice), anche se è stato il Parlamento ad approvarla.
Cosa è cambiato, quindi?
Nella versione del 1976 c’erano già forti restrizioni sulle possibilità riservate alle organizzazioni dei lavoratori. L’azione sindacale era illegale se violava la clausola di non sciopero di un contratto collettivo o se lo scopo dell’azione sindacale era quello di:
1. Intervenire in una controversia sull’applicazione di un contratto collettivo, sul suo significato o sul fatto che qualcosa violasse il contratto o la legge.
2. Modificare il contratto.
3. Adottare una regola che sarebbe entrata in vigore dopo la scadenza del contratto;
4. Agire in solidarietà con un individuo o un’organizzazione in presenza di una clausola di non sciopero.
Dal 1976 i governi che si sono succeduti hanno modificato la legge più volte. Ad esempio si stabilisce che se le Confederazioni sindacali non autorizzano uno sciopero, questo è illegale. In un sezione della legge si trova anche la clausola che vieta gli scioperi per scopi diversi dalla contrattazione collettiva. A questo quadro le modifiche del 2019 hanno apportato ulteriori modifiche.
1. Non sono più consentiti “scioperi politici”.
2. L’arma dello sciopero non può più essere usata per modificare i contratti collettivi.
3. Durante la vigenza del contratto si potranno intraprendere azioni di lotta solo le stesse avranno ad oggetto il mancato pagamento del salario.
4. Il sindacato A non può scioperare senza un accordo collettivo con il sindacato B. In questo caso, l’accordo col sindacato B si applica a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro organizzazione.
La clausola di non sciopero, che già esisteva, ora si applica a tutti i sindacati presenti sul luogo di lavoro, anche se solo uno di essi ha un accordo con il datore di lavoro. La nuova legge non specifica quale sindacato debba essere o se gli iscritti a tale sindacato debbano costituire la maggioranza degli iscritti nel luogo di lavoro. Ciò ha permesso al datore di lavoro di scegliere il sindacato con cui concludere un accordo. Di conseguenza, ciò ha facilitato la creazione dei cosiddetti sindacati gialli. Sebbene questi non si siano ancora concretizzati, saranno un nuovo strumento per il datore di lavoro per indebolire ulteriormente il movimento operaio. Inoltre, potendo il datore di lavoro scegliere con quale sindacato contrattare, potrà scegliere il contratto più economico, rendendo un sindacato come quello dei Dockers minoritario e subordinato alle tre grandi Confederazioni sindacali.
La legge stabilisce che le uniche sospensioni dal lavoro legali sono quelle per il recupero dei crediti, che devono avere una richiesta chiara. Questo rende lo sciopero di fatto, se non di diritto, illegale.
In Svezia regna quindi l’ordine. L’ordine della borghesia – con la sua coorte di sindacati e partiti opportunisti – porta il proletariato ad essere sacrificato sull’altare del profitto, ma questo ordine è costruito sulla sabbia. Domani, invece, la rivoluzione sorgerà su un terreno solido e, con orrore dei borghesi, proclamerà a squarciagola: Io ero, io sono, io sarò!
Contro il collaborazionismo e in difesa del salario e della sicurezza sul lavoro i ferrovieri in Italia scendono in lotta
Dopo poco più di un anno dalla strage di Brandizzo, dove cinque operai addetti alla manutenzione delle linee ferroviarie erano stati travolti e uccisi da un treno in corsa, il 9 ottobre la stessa sorte accade ad Attilio Franzoni, di 47 anni, a San Giorgio del Piano sulla linea Bologna-Venezia.
Già il 6 settembre lavoratori della manutenzione ferroviaria e l’8 settembre macchinisti e capitreno erano stati chiamati alla mobilitazione da varie sigle di base, contro i recenti accordi, firmati dai sindacati di regime, che, anziché occuparsi di un rafforzamento delle misure di sicurezza, andavano ad equiparare le condizioni dei manutentori della RFI a quelle peggiori delle ditte esterne, piuttosto che il contrario.
Il 12-13 ottobre la CUB Trasporti, il SGB (Sindacato Generale di Base), e l’Assemblea Nazionale PdM e PdB (Personale di Macchina e di Bordo) hanno indetto uno sciopero nazionale del personale viaggiante rivendicando consistenti aumenti salariali, contro gli accordi firmati dalla Triplice, e l’adozione di protocolli di sicurezza adeguati, anche riguardo agli orari di lavoro e alle ore di riposo.
La “Commissione di Garanzia”, sollecitata dalla direzione aziendale, nel frattempo aveva ordinato alle sigle sindacali di rispettare i termini di preavviso previsti dalla Legge 146 del 1990, e, prendendo a riferimento lo sciopero dei manutentori della settimana precedente, dichiarava “illegale” questa successiva azione sindacale.
I ferrovieri di Trenitalia, Italo e Trenord (Lombardia) hanno coraggiosamente rigettato queste minacce e sono scesi in lotta con una media del 70% di astensioni e punte fino al 90%, bloccando gran parte del traffico locale e numerose linee di lunga percorrenza e alta velocità.
Al di fuori e contro le Confederazioni, portatrici di contratti capestro, si organizzano e si mobilitano i ferrovieri. Che il risultato di queste lotte non sia solo il successo di queste rivendicazioni, ma la riorganizzazione verso il futuro ricostituirsi del Sindacato di Classe in tutte le categorie operaie!
Di fronte alla crisi sociale, si inaspriscono le misure repressive dello Stato italiano
IIl DdL sicurezza, approvato alla Camera il 18 Settembre è sbarcato in Senato per l’approvazione.
La misura introduce una trentina di modifiche al codice penale formulando venti nuovi reati, estendendo sanzioni e aggravanti, e in alcuni casi ampliando le pene previste per reati già esistenti.
All’interno dei Cpr, centri di detenzione dove sono trattenuti gli stranieri sbarcati in Italia, vengono inasprite le pene carcerarie in caso di proteste e rivolte. Questi luoghi sono stati spesso al centro di proteste per le condizioni di vita degradanti al loro interno. Tanto che negli ultimi mesi alcune di queste strutture sono state poste sotto indagine dalla magistratura per abusi, cattiva gestione e condizioni inumane. La legge, che tra l’altro prevede il divieto per i migranti irregolari dell’uso del cellulare, con lo scopo di mantenere sotto silenzio gli episodi di violenze e sopraffazioni, cita: “Chi, mediante atti di violenza o minaccia o mediante atti di resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini impartiti, posti in essere da tre o più persone riunite, promuove, organizza o dirige una rivolta è punito con la reclusione da uno a sei anni. Per il solo fatto di partecipare alla rivolta, la pena è la reclusione da uno a quattro anni. Se il fatto è commesso con l’uso di armi, la pena è la reclusione da due a otto anni. Se nella rivolta taluno rimane ucciso o riporta lesioni personali gravi o gravissime, la pena è la reclusione da dieci a venti anni …”.
La nuova legge, inoltre, introduce poi il nuovo reato di “rivolta all’interno di un istituto penitenziario” e di fatto prevede che chiunque, “all’interno di un istituto penitenziario, partecipa a una rivolta mediante atti di violenza o minaccia o di resistenza all’esecuzione degli ordini impartiti, commessi da tre o più persone riunite, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. Tra gli “atti di resistenza” rientrano anche i comportamenti di resistenza passiva che ostacolano il mantenimento dell’ordine nel carcere o l’attuazione di atti d’ufficio. Come nel caso del Cpr, la pena può arrivare fino a vent’anni, se la protesta diventa violenta e qualcuno rimane ferito o ucciso.
Altro punto del disegno di legge riguarda l’introduzione del reato di “occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui”, che punisce con il carcere, dai due ai sette anni, chi occupa una casa, destinata a domicilio di qualcun altro, con la violenza o la minaccia.
Viene poi introdotto il reato di blocco stradale o ferroviario, che punisce a titolo di illecito penale (e non più con la sola sanzione amministrativa) chiunque “impedisce la libera circolazione su strada ordinaria o ferrata, ostruendo la stessa con il proprio corpo”. La pena è significativamente aumentata se il fatto è commesso da più persone riunite, a dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogno, del fatto che il fenomeno che si intende sanzionare è quello delle mobilitazioni collettive.
In particolare verranno sanzionati i blocchi delle merci operati presso i grandi magazzini, azioni più volte intraprese nel corso degli scioperi della logistica (in particolare dal Si Cobas). “Anche nel recente passato sono state numerose le proteste organizzate a ridosso delle più importanti piattaforme distributive, in molti casi realizzate senza alcun preavviso – ha dichiarato Piantedosi -, queste proteste sono state caratterizzate anche da momenti di tensione con le forze di polizia, blocchi agli accessi dei siti industriali e rallentamenti delle attività produttive”. Ma anche una semplice manifestazione sindacale dove un corteo blocca il traffico stradale può essere repressa duramente, divenendo reato penale con condanne fino a due anni di carcere, che possono arrivare a quattro per resistenza passiva, e fino a quindici per resistenza attiva a pubblico ufficiale.
E’ così che lo Stato e il padronato predispongono anche l’armamentario legale per bloccare e reprimere ogni azione di difesa di classe che possa essere intrapresa da parte della base operaia al di fuori del controllo dei sindacati ufficiali. Non stupisce che sia il governo di destra incaricato di svolgere il lavoro “liberticida”, del quale si avvantaggeranno poi i governi di sinistra quando saranno chiamati a fare la loro parte. Non stupisce, da parte delle Confederazioni, la debole reazione (senza una reale mobilitazione), che definisce la tacita accettazione di queste misure.