Riunione Generale internazionale del partito di settembre, come sempre punto di riferimento del lavoro di partito Pt. 2
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Continua in questo numero la pubblicazione dei riassunti dei rapporti presentati.
L’asservimento sindacale agli interessi dell’imperialismo
Scopo di questo rapporto è stato quello di dimostrare come il regime borghese, raggiunta la sua fase imperialista, ha necessità di assoggettare il movimento sindacale ai propri interessi di classe e lo fa in modo pressoché identico in tutti i paesi di avanzato sviluppo capitalistico. “Vie nazionali” qualora esistano si limitano a dettagli di forma più che di sostanza.
La borghesia non può più proporsi la distruzione fisica delle organizzazioni del proletariato ed è costretta a riconoscerne l’esistenza. Essa però oltre a creare propri sindacati bianchi e gialli tenta anche di influenzare le organizzazioni operaie “rosse” dall’interno attraverso le direzioni riformiste sempre pronte alla collaborazione con la classe nemica. Queste direzioni collaborazioniste, in mancanza di un forte partito rivoluzionario ed una spinta veramente classista del proletariato, si svilupparono progressivamente fino a divenire, alla vigilia della prima guerra mondiale, dominanti sia a livello politico, nei partiti della II Internazionale, che a quello sindacale.
Dunque dopo avere presentato, attraverso una serie di citazioni dai nostri testi classici, la posizione del marxismo rivoluzionario e del partito riguardo alla questione sindacale, si è passati ad analizzare il contegno della CGdL (Confederazione Generale del Lavoro) durante tutto l’arco temporale della guerra.
Attraverso una accurata documentazione è stato dimostrato come i vertici sindacali della CGdL, fin dal periodo della neutralità dell’Italia, si fossero dichiarati pronti a scendere in guerra a fianco della coalizione delle nazioni “democratiche”, consegnando il proletariato al nemico di classe spingendolo nella carneficina mondiale. Nel corso della guerra poi questa “sacra unione” divenne sempre più stretta. Ma la medesima cosa si verificava in tutti gli altri paesi belligeranti.
Fu proprio durante il periodo bellico che si cominciò a teorizzare la comunanza di interessi tra le due classi antagoniste (borghesia e proletariato) sotto l’arbitrato “imparziale” dello Stato. Come vedremo nel corso dei prossimi rapporti il fascismo si impossessò di questo concetto per la teorizzazione dello Stato corporativo.
Siamo passati poi al successivo capitolo sui destini del proletariato nei piani dell’imperialismo.
La guerra aveva segnato definitivamente uno spartiacque storico irreversibile, la socialdemocrazia era ormai un elemento portante della conservazione borghese a tutti i livelli ed altrettanto reazionaria sarebbe stata la politica sindacale diretta dai bonzi socialdemocratici.
Al contempo in Russia era da poco scoppiata quella rivoluzione che minacciava di dilagare nell’Europa intera e far crollare tutti i piani del nuovo ordine imperialista scaturito dalla guerra.
Perciò gli Stati imperialisti vincitori, al fine di prevenire il riaccendersi a scala nazionale ed internazionale di un movimento veramente sindacale di classe, diedero vita ad una loro Organizzazione Internazionale del Lavoro, come articolazione del sistema della Società delle Nazioni, alla quale i sindacati collaborazionisti prontamente aderirono.
Nel novembre 1919 governo degli Stati Uniti, in virtù dell’art. 424 del Trattato di Versailles, apriva a Washington la prima sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro, dove si stabilì che alla guida dell’Ufficio Internazionale fosse nominato un Consiglio composto da 24 membri: 12 rappresentanti dei governi borghesi, 6 rappresentanti degli industriali, e 6 sindacalisti del peggiore opportunismo. Altra anticipazione a livello internazionale del sistema corporativo.
Nel frattempo ad Amsterdam era stata restaurata l’Internazionale sindacale gialla, che non mancò di dichiararsi favorevole all’Ufficio Internazionale del lavoro, aderendo così, con legame indissolubile, alle necessità dell’imperialismo mondiale.
Il ciclo si chiude con il completo aggiogamento delle centrali sindacali al carro delle rispettive borghesie nazionali, con la loro utilizzazione per la mobilitazione patriottica dei lavoratori. E anche questo è un traguardo che la borghesia raggiunse a livello internazionale.
Marcia su Mosca, seconda fase
Denikin, considerata conclusa positivamente la prima fase dell’operazione per colpire Mosca e il cuore della rivoluzione bolscevica, passò ad organizzare la fase centrale della complessa manovra. Gli era necessaria la conquista della città di Kursk, ritenuta un valido punto per il successivo assalto su Mosca. Vi destinò quindi buona parte delle sue truppe, cui si contrapponevano quelle dell’Armata rossa, in un evidente squilibrio: netta superiorità dell’artiglieria rossa, il doppio di quella bianca anche se con scarso munizionamento, ma spaventosa supremazia della cavalleria bianca in rapporto di 7 a 1 su quella rossa. La cavalleria cosacca fu determinante in quelle sterminate steppe.
Kursk fu conquistata dai bianchi il 19 settembre, creando un vistoso varco nelle linee rosse che Denikin cercò di estendere in direzione di Voronez utilizzando la cavalleria dei Lupi di Škuro. Nel frattempo continuava la devastante incursione del cosacco Mamontov nelle retrovie rosse al punto che, stracarichi di bottino dovuto alle loro razzie, i cosacchi decisero di abbandonare il fronte loro assegnato per rientrare nei loro territori d’origine. Škuro conquistò Voronez e per l’Armata rossa emerse l’assoluta necessità di dotarsi di adeguata cavalleria. Abbiamo letto alcune pagine dagli “Scritti militari” di Trotzki in merito all’analisi della situazione militare e delle superabili difficoltà a dotarsi di forze di cavalleria, soprattutto ora che Denikin minacciava la conquista di Tula, sede dello storico arsenale militare e a soli 195 km da Mosca. Da “L’acciaio di Tula” di Trotzki abbiamo letto la sua analisi in merito.
In seguito ai nuovi sviluppi militari i due fronti impiegarono ben tre settimane per riallineare le loro unità. In seguito ad un accordo di non belligeranza con i bolscevichi, si era riorganizzato l’Esercito insurrezionale di Machno per un’Ucraina anarchica e indipendente che costituiva un grave problema per Denikin, che nel frattempo controllava tutta l’Ucraina. Per contrastare questo pericolo, perché Machno era arrivato fino a Mariupol sul Mar nero e puntava su Taganrog, sede del Quartier generale delle forze bianche, Denikin dovette distogliere truppe, comprese quelle della riserva, per bloccarlo.
Intanto sulla linea del fronte centrale iniziò l’attacco bianco su Kursk e successivamente su Orel, aprendo la strada su Tula. Il comando sovietico ordinò di rallentare l’avanzata bianca per dare il tempo alle forze a difesa di Orel di organizzare una valida difesa. La battaglia iniziata il 13 ottobre si sviluppò con estrema intensità su tutto il teatro di guerra. La svolta si ebbe quando parte della XIII Armata rossa a difesa di Orel disertò provocando il collasso delle difese sovietiche.
Le truppe bianche avanzarono con grande cautela in direzione di Tula, grazie al contrasto rosso, mentre nel settore di Orel la situazione era molto fluida e incerta. Nel settore orientale lungo il Volga, la IX Armata rossa aveva preso il controllo della strategica linea ferroviaria Povorino-Caricyn, fondamentale per tutti i rifornimenti bianchi. Denikin ordinò un immediato e potente contrattacco che necessitò di oltre tre giorni di aspri combattimenti per risolversi a suo favore. Alla metà di ottobre i controrivoluzionari controllavano un esteso territorio da Caricyn, Kiev fino a Odessa, con oltre 50 milioni di abitanti.
Fu un momento di estrema crisi, perché sul settore nord-occidentale Pietrogrado era sotto attacco e a Mosca si stava preparando l’evacuazione del governo sovietico.
Per la storia del sindacato in Francia
Nel precedente rapporto sul movimento sindacale in Francia, presentato nel corso dellla riunione generale del maggio 2025, abbiamo affrontato i due aspetti delle organizzazioni economiche emergenti nel XIX secolo, ovvero le organizzazioni di mutuo soccorso per i lavoratori e le organizzazioni di lotta sindacale specifiche dei lavoratori. Abbiamo poi riassunto la situazione economica e sociale dei principali paesi europei (Gran Bretagna, Germania, Francia) alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX secolo con la comparsa di quattro tipi di sindacalismo operaio (il sindacalismo britannico collaborazionista, il sindacalismo francese anarchico, il sindacalismo tedesco nato marxista ma in evoluzione verso il riformismo, il sindacalismo comunista dell’Internazionale comunista). In questo secondo rapporto abbiamo descritto le caratteristiche del movimento operaio francese analizzate dai marxisti, prima di affrontare in un prossimo rapporto le forme sindacali che nasceranno dopo la Comune del 1871. Gli aspetti principali trattati sono stati l’alleanza rivoluzionaria tra la borghesia e il proletariato francese fino al febbraio 1848, l’importanza della piccola borghesia, terreno dell’anarchismo, il capitalismo finanziario parassitario, e infine l’imperialismo francese e la conquista delle colonie come fonte di corruzione di una parte del proletariato.