Partidul Comunist Internațional

Rassegna Comunista 4

Gli schieramenti dei partiti parlamentari in Italia

Questa applicazione del meccanismo elettorale cui abbiamo assistito in Italia, svoltasi con una rapidità di passaggio che è l’unica cosa che poteva conferire alla sua sopportazione, ha confermato che si tratta di un meccanismo rugginoso e consunto, incapace ormai di fungere da primo motore della macchina politica. 

Le recenti elezioni non hanno indicato né tanto meno fornito alla classe che è al potere nuovi espedienti e risorse per uscire dalle strette di una penosa situazione. La nuova Camera è composta su per giù come l’antica e, dal punto di vista puramente parlamentare, offre gli stessi problemi alla formazione di un governo secondo le regole consuete. 

È impressione corrente che, avendo il ministero Giolitti sciolta la Camera, perché su di essa era impossibile basare una sicura maggioranza di governo, si trovi ora dinanzi ad una Camera in cui quelle difficoltà si sono identicamente rinnovate, e forse accentuate. 

Ma queste sono le riflessioni correnti di quella pubblica opinione ricucita di luoghi comuni, e poco ci importano. La realtà è che la politica difensiva della classe borghese in Italia si avvia a confermare quella che è una esperienza fondamentale del movimento internazionale comunista, cioè la funzione decisivamente reazionaria della socialdemocrazia. 

Si è troppo ripetuto che in Italia una socialdemocrazia non esiste, si è troppo speculato sulle superficiali valutazioni che del socialismo riformista e transigente italiano sono in voga in Italia e all’estero per la interferenza di fattori non bene compresi. Lo si è tanto ripetuto che gli avvenimenti non mancheranno di regalarci un altro teorema (ci si passi la espressione) che la più velenosa e reazionaria forma di socialdemocrazia è quella che più tarda ad appalesarsi per tale. 

Certo è che mentre il regime, o se non il regime le cui crepe sono troppo evidentemente insanabili, almeno il potere borghese, dà prova di avere tuttora delle notevoli risorse difensive, e di essere capace di far arretrare di qualche passo l’avversario, il proletariato rivoluzionario, profittando con intuito e risolutezza delle sue debolezze, mentre questa verità altamente ammonitrice per i proletari, scaturisce da quanto avviene nelle piazze e nelle campagne attraverso gli episodi di una quotidiana guerriglia, la consultazione elettorale dà indicazioni nettamente di sinistra, dà la vittoria a forze essenzialmente democratiche, a programmi che sono materiati di riformismo socialistoide e di modernismo sindacale. Protagonisti della vigorosa resistenza borghese non sono dunque i gruppi reazionari (nel senso storico della parola) della borghesia; non sono elementi ultraconservatori, ultramonarchici, clericali, moderati… tutta questa terminologia è sparita addirittura dalla politica italiana. 

I partiti messi in auge dalle elezioni recenti e dalle precedenti sono tutti su di un terreno democratico, si avviano tutti ad accettare l’esperimento di un governo socialdemocratico; ossia a formarsi la coscienza di classe che costituire un tale governo non vorrà dire cedere dinanzi alle masse, ma portare contro di esse e l’avanguardia rivoluzionaria del loro movimento, la più decisa delle offensive. 

Il partito popolare – non occorre ripeterne i motivi – è un partito largamente democratico e riformista; sindacalista nella sua ala sinistra, la quale arriva perfino a considerare senza timore un cambiamento di forma di governo nel senso repubblicano; ed è apertamente (tutto il partito) fautore della più larga funzione della democrazia parlamentare. Esso fa posto nei suoi programmi alle aspirazioni economiche delle masse; sopratutto agrarie, e fa leva in gran parte su queste – non fa mistero di essere un partito di governo, e comincia a dichiarare di essere pronto a collaborare con le frazioni della più accesa democrazia; essendo ormai da una parte e dall’altra superato per sempre quel problema dell’anticlericalismo massonico, che una volta sembrava il pernio delle lotte politiche in Italia; mentre era il risultato di uno spregevole onanismo intellettuale. 

I gruppi del «partito liberale» non si possono esaminare che riducendoli a seguito di questo o di quello «illustre parlamentare». Vi sono i seguaci fedeli di Giolitti: chi non conosce l’audacia democratica e riformistica dei suoi programmi? La sua antica decisione di portare i socialisti al potere, realizzata in parte dopo la scissione del 1912 in cui il partito socialista respingeva da sé i collaborazionisti, creando la illusione di aver superato il pericolo riformista; mentre questo covava nelle sue file, e mentre, come dicevamo, esso è tanto più insidioso, quanto più circonda di stentate od ostentate riluttanze la sua via verso l’alleanza borghese? 

Vi è una «opposizione» a Giolitti che gravita verso Nitti. Le ragioni della opposizione non sono che personali, il tono politico è lo stesso. Caso mai Nitti è ancora più corrivo alla collaborazione socialista, verso cui quando era al potere fece tentativi replicati, dimostrandosi così audacemente oculato dal sorridere anche al chiassoso massimalismo del 1919 ed aiutarlo a vincere nelle elezioni.

Ancora: v’è un gruppo Salandra, in cui sopravviverebbe la «destra» della Camera italiana. A dispetto di ogni regola geometrica o simmetrica, nel Parlamento nazionale la sinistra comprende i cinque sesti dei deputati, e la destra, con aggiuntovi il centro, si e no il sesto, anzi certamente no. Ma il recente discorso Salandra dimostra che anch’egli accederebbe ai modernissimi criteri di governo deponendo pregiudiziali sorpassate. D’altra parte nel suo governo di guerra egli comprese i socialisti riformisti interventisti. E nel giudicare dello schieramento politico dei partiti italiani non bisogna dare troppo peso alla politica fatta durante la guerra. Bissolati è morto; e se sempre ha vissuto vicinissimo a Turati, oggi sarebbe forse per condividere ancora la sua tessera. Non vi è maggiore abisso tra Salandra e Giolitti di quello che vi fosse tra Bissolati e Turati. Del resto, il riavvicinamento è stato sancito dalla stessa posizione elettorale del Salandra, divenuto anch’egli ministeriale. 

Vi sono i fascisti. La presenza di questo nuovo gruppo non deve ingannare. Esso non smentisce affatto le tendenze della borghesia italiana alla avanzata democrazia parlamentare, alle riforme che vogliono contentare i lavoratori, alla più grande ampiezza di libertà per i sindacati professionali. Anzi in tutto questo campo il fascismo è una avanguardia programmatica. Il fascismo non è né un partito, né un gruppo; esso è il precipitato ultimo della politica di difesa della classe borghese, di cui contiene le più forti esperienze nazionali ed internazionali. La sua funzione sulla scena della politica italiana è la dimostrazione vivente e dinamica delle affermazioni critiche del comunismo; che cioè nel meccanismo parlamentare democratico si realizza la dittatura borghese, che la funzione di quel meccanismo si integra con la lotta violenta contro le tendenze rivoluzionarie, colla applicazione alla lotta di classe del principio militare che la migliore difesa è l’offensiva.

Il fascismo, colle sue imprese, se interpretato alla luce di una valutazione marxista che è lettera morta per la cecità o per la complicità – socialdemocratica, avvia, attraverso un processo le cui vicende parlamentari si intravedono già, ma su cui ancora non ci soffermeremo, lo scatenamento della più selvaggia battaglia antirivoluzionaria, sotto la bandiera, non di una dittatura extraparlamentare, ma di un governo di democratici, magari di una repubblica presieduta da socialisti, che rinnoverà le gesta degli Ebert e dei Noske. 

Le gesta non sarebbero rinnovate, al certo, se la grande massa proletaria seguisse la suadente politica di addormentamento socialdemocratica, e disarmasse nei metodi di passività sfrontatamente proposti dal partito socialista. Questo potrebbe sembrare probabile a chi considerasse aritmeticamente le cifre dei voti socialisti e comunisti nelle elezioni recenti. 

Ma il comunismo italiano, più che mai ferrato delle armi critiche demolitrici dell’inganno parlamentare apprestate dalla genialità dei Maestri, e dalle sanguinose esperienze dei militanti contemporanei della lotta rivoluzionaria, sorge a rispondere che su altro terreno si dimostrerà come anche in Italia vi siano forze inquadrate sotto il vessillo di Spartaco. Alle quali se migliore arriderà la fortuna, non vi sarà ombra di grazia per i «passati al nemico».

Partidul și Acțiunea de Clasă

Într-un articol precedent am elaborat anumite concepte teoretice fundamentale, am arătat nu doar că nu este nicio contradicție în faptul că partidul politic al clasei muncitoare, instrumentul indispensabil în lupta pentru emanciparea acestei clase, include în rândurile sale doar o parte, o minoritate, a clasei, ci și că nu putem vorbi de o clasă în mișcare istorică fără existența unui partid ce are o conștiință clară a acestei mișcări și a scopurilor sale, ce se poziționează drept avangarda mișcării în luptă.

O examinare mai detaliată a sarcinilor istorice ale clasei muncitoare în cursul său revoluționar, atât înainte cât și după răsturnarea puterii exploatatorilor, nu va face decât să confirme necesitatea imperativă a unui partid politic care trebuie să conducă întreaga luptă a clasei muncitoare.

Pentru a avea o idee precisă, tangibilă despre necesitatea tehnică a partidului, ar trebui mai întâi – deși ar putea părea ilogic – să luăm în considerare sarcinile pe care proletariatul trebuie să le realizeze după ce va fi venit la putere și după ce va fi smuls controlul asupra aparatului social din mâinile burgheziei.

După cucerirea controlului asupra statului, proletariatul trebuie să îndeplinească funcții complexe. Pe lângă înlocuirea burgheziei în conducerea și administrarea chestiunilor publice, el trebuie să construiască un aparat administrativ și guvernamental complet nou și diferit, cu țeluri imens mai complexe decât cele cuprinse în “arta guvernamentală” de astăzi. Aceste funcții cer o înregimentare a indivizilor capabili de a îndeplini diverse funcții, de a studia varii probleme și de a aplica anumite criterii diferitelor sectoare ale vieții colective: aceste criterii derivă din principiile revoluționare generale și corespund necesității ce împinge clasa proletară să distrugă legăturile vechiului regim pentru a înființa noi relații sociale.

Ar fi o greșeală fundamentală să crezi că un astfel de grad de pregătire și specializare ar putea fi realizat prin simpla organizare a muncitorilor pe bază de meserii, în funcție de rolurile lor tradiționale din vechiul regim. Treaba noastră nu va fi să eliminăm contribuția competenței tehnice mai înainte furnizată de capitalist sau de elemente strâns legate de acesta pentru a o înlocui, fabrică cu fabrică, cu pregătirea și experiența celor mai buni muncitori. În schimb, ne vom confrunta cu sarcini de o natură mult mai complexă, ce vor necesita o sinteză de pregătire politică, administrativă și militară. O astfel de pregătire, ce trebuie să corespundă întocmai sarcinilor istorice ale revoluției proletare, poate fi garantată doar de partidul politic; în fapt, partidul politic este singura organizație ce posedă, pe de o parte, o viziune istorică generală a procesului revoluționar și a nevoilor sale și, pe de altă parte, o disciplină organizațională strictă ce asigură completa subordonare a tuturor funcțiilor sale particulare față de scopul general al clasei.

Partidul este un colectiv de persoane ce au aceeași viziune generală despre dezvoltarea istoriei, ce au o concepție precisă asupra scopului final al clasei pe care o reprezintă, și care au pregătit dinainte un sistem de soluții pentru diversele probleme cu care proletariatul se va confrunta când va deveni clasa conducătoare. Din acest motiv, conducerea clasei poate fi doar conducerea partidului. În urma acestor scurte considerații, ce pot fi observate evident chiar și într-un studiu superficial al Revoluției Ruse, vom lua acum în considerare faza ce precedă ascensiunea proletariatului la putere, pentru a demonstra că acțiunea revoluționară a clasei împotriva puterii burgheziei nu poate fi decât acțiunea partidului.

Înainte de toate, este evident că proletariatul nu ar fi suficient de matur să confrunte problemele extrem de dificile din perioada dictaturii sale, dacă organul indispensabil rezolvării acestor probleme, partidul, nu ar fi început cu mult timp înainte să constituie corpul doctrinelor și experiențelor acestuia.

Partidul este organul indispensabil oricărei acțiunii de clasă, chiar și când vine vorba de necesitățile imediate ale luptelor ce trebuie să culmineze cu înlăturarea revoluționară a burgheziei. De fapt, nu putem vorbi de o adevărată acțiune de clasă (adică o acțiune ce depășește interesele unei anumite meserii și problemele imediate) dacă nu este acțiune de partid.

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Practic, sarcina partidului proletar în procesul istoric este după cum urmează.

Tot timpul relațiile economice și sociale în societatea capitalistă sunt insuportabile pentru proletari, care, în consecință, sunt mânați spre a le depăși. Prin evoluții complexe, victimele acestor relații ajung să realizeze că, în lupta lor instinctivă împotriva suferințelor și greutăților împărtășite de o mulțime de oameni, resursele individuale nu sunt suficiente. De aceea, sunt conduși spre a experimenta cu forme de acțiune colective pentru a crește, prin asociere, amplitudinea influenței lor asupra condițiilor sociale impuse asupra lor. Dar succesiunea acestor experiențe de-a lungul drumului dezvoltării formei sociale capitaliste actuale duce la concluzia inevitabilă că muncitorii nu vor avea nicio influență reală asupra propriilor lor destine până ce nu-și vor fi unit eforturile dincolo de limitele intereselor locale, naționale sau meseriașe și până ce nu-și vor fi concentrat eforturile către un obiectiv integral și atotcuprinzător, realizat în răsturnarea puterii politice a burgheziei. Aceasta pentru că atât timp cât aparatul politic actual rămâne la putere, funcția sa va fi să anihileze toate eforturile clasei proletare de a scăpa de exploatarea capitalistă.

Primele grupuri de proletari ce dobândesc această conștiință sunt acelea care iau parte în mișcările tovarășilor lor de clasă și care, printr-o analiză critică a eforturilor lor, a rezultatelor ce urmează, a greșelilor și deziluziilor lor, aduc un număr mereu crescând de proletari pe terenul luptei comune și finale, care este o luptă pentru putere, o luptă politică, o luptă revoluționară.

Astfel, un număr tot mai mare de muncitori devin convinși de faptul că doar lupta revoluționară finală poate rezolva problema condițiilor lor de viață. În același timp, e un număr tot mai mare de oameni ce sunt gata să accepte greutățile și sacrificiile inevitabile luptei și care sunt gata să se pună în fruntea maselor instigate la revoltă de suferința lor, totul pentru a-și folosi eforturile rațional și pentru a le asigura eficacitatea completă.

Sarcina indispensabilă a partidului este deci prezentată în două feluri, ca un factor al conștiinței și apoi, ca un factor al voinței: prima se traduce într-o concepție teoretică a procesului revoluționar pe care toți membrii trebuie să o împărtășească; a doua într-o acceptare a unei discipline precise care asigură un efort coordonat și, astfel, succesul acțiunii relevante.

În mod evident, această înflăcărare a spiritelor clasei nu a fost și nu va fi niciodată un proces garantat progresiv și continuu. Există impasuri, eșecuri și destrămări. Partide proletare adesea își pierd caracteristicile esențiale, pe care erau în procesul de a le forma, și prin aceasta, abilitatea de a-și îndeplini sarcina istorică. În general, tocmai sub influența anumitor fenomene specifice lumii capitaliste, partidele își abandonează adesea funcția lor principală de a concentra și canaliza impulsurile originând din mișcarea variilor grupuri și de a le direcționa spre singurul țel final al revoluției. Astfel de partide se mulțumesc cu soluții și satisfacții imediate și vremelnice. Prin urmare, teoria și practica lor degenerează până în punctul de a afirma că proletariatul poate găsi condiții de echilibru avantajos în cadrul regimului capitalist și adoptă drept obiective politice scopuri ce sunt numai parțiale și imediate, astfel începând s-o ia pe drumul colaborării de clasă.

Aceste fenomene de degenerare și-au atins culmea odată cu Primul Război Mondial. După aceasta, o perioadă de reacție sănătoasă a urmat: partidele de clasă inspirate de directive revoluționare – care sunt singurele partide cu adevărat de clasă – au fost reconstruite în întreaga lume și se organizează în Internaționala a Treia, a cărei doctrină și acțiune sunt explicit revoluționare și “maximaliste”.

Astfel, în această perioadă, ce urmează a fi decisivă după toate indiciile, putem vedea din nou o mișcare a uniunii revoluționare a maselor, a organizării adevăratelor lor forțe pentru acțiunea finală revoluționară. Dar, din nou, departe de avea simplitatea unei reguli, această situație pune probleme tactice dificile; nu exclude eșecul parțial sau chiar foarte însemnat și ridică întrebări ce îi pasionează așa de mult pe militanții organizației revoluției mondiale.

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Acum că noua Internațională a sistematizat cadrul doctrinei sale, mai trebuie să traseze planul general al metodelor sale tactice. În diferite țări au fost ridicate o serie de întrebări din partea mișcării comuniste, iar problemele tactice sunt pe agenda de zi. Odată ce a fost stabilit că partidul politic este un organ indispensabil al revoluției; odată ce nu mai este un punct de dezbatere faptul că partidul constituie doar o parte a clasei (iar acest punct a fost stabilit în rezoluțiile teoretice ale Celui de-al Doilea Congres Mondial, ce a reprezentat punctul de plecare al articolului precedent), atunci următoarea chestiune mai rămâne să fie rezolvată: trebuie să știm mai precis cât de mare trebuie să fie organizația partidului și ce relație trebuie să aibă cu masele pe care le organizează și le conduce.

Există – sau se spune că există – o tendință ce dorește să aibă “partide mici’ perfect pure și care aproape că s-ar bucura dacă s-ar lipsi de contactul cu marile mase, acuzându-le că au prea puțină conștiință revoluționară ori capabilități. Această tendință este criticată sever și este definită ca oportunism de stânga. Această etichetă ni se pare mai degrabă demagogică decât justificată; ea ar trebui mai bine să fie rezervată acelor tendințe ce neagă funcția partidului și pretind că masele pot fi organizate la scară largă prin forme de organizare pur economice și sindicale.

Trebuie să ne ocupăm de o examinare mai cuprinzătoare a relației dintre partid și mase. Am văzut că partidul e doar o parte a clasei muncitoare, dar cum am putea determina numeric mărimea acestei facțiuni? Pentru noi, dacă există o dovadă a greșelilor voluntariste și, prin urmare, a “oportunismului” anti-marxist tipic (și astăzi oportunismul nu înseamnă decât erezie), este întocmai pretenția stabilirii unei astfel de relații numerice ca o regulă a priori a organizației; adică afirmarea ideii că partidul comunist trebuie să aibă în rândurile sale, ori ca simpatizanți, un anumit număr de muncitori, mai mare sau mai mic decât un anume procent dat al masei proletare.

Ar fi o greșeală ridicolă să judecăm procesul formării partidelor comuniste, ce se realizează prin sciziuni și fuziuni, conform unui criteriu numeric, adică să se reducă dimensiunea partidelor prea mari și să se adauge cu forța la numărul partidelor prea mici. Aceasta ar însemna, de fapt, să nu înțelegi că această formare trebuie să fie ghidată, în schimb, de norme calitative și politice și că ea se dezvoltă în mare parte prin urmările dialectice ale istoriei. Nu se poate defini prin reguli organizaționale ca partidele să trebuiască să fie modelate în forma și dimensiunea considerate dezirabile.

Ceea ce poate fi afirmat drept bază inchestionabilă pentru o astfel de discuție asupra tacticilor este faptul că este preferabil ca partidele să fie cât de mari numeric se poate și că ar trebui să reușească să atragă în jurul lor cel mai mare strat al muncitorilor posibil. Nimeni dintre comuniști nu a prezentat drept principiu ideea că partidul comunist trebuie să fie compus dintr-un număr mic de oameni închiși într-un turn de fildeș al purității politice. Este indiscutabil că forța numerică a partidului și entuziasmul proletarilor de a se aduna în jurul partidului sunt condiții revoluționare favorabile; acestea sunt negreșit semne ale maturității dezvoltării spiritelor proletare și nimeni nu și-ar dori ca partidele comuniste să nu progreseze în această direcție.

Prin urmare, nu există o relație numerică definită sau definibilă între apartenența la partid și marile mase de muncitori. Odată ce s-a stabilit că partidul își asumă funcția ca o minoritate a clasei, discuția dacă aceasta ar trebui să fie o minoritate mare sau minoritate mică este ultimul pedantism. Cert este că atât timp cât contradicțiile și conflictele interne ale societății capitaliste, din care se nasc tendințele revoluționare, sunt doar în stadiul inițial de dezvoltare, și atât timp cât revoluția pare îndepărtată, atunci trebuie să ne așteptăm la următoarea situație: partidul de clasă, partidul comunist, va fi în mod necesar compus din mici grupuri de avangardă ce au o capacitate specială de a înțelege perspectiva istorică, iar acea secțiune a maselor ce îl vor înțelege și îl vor urma nu poate fi prea mare. Cu toate acestea, când criza revoluționară devine iminentă, când relațiile burgheze de producție devin tot mai intolerabile, partidul va vedea o creștere în rândurile sale și în măsura de oameni din cadrul proletariatului ce îl urmează.

Dacă perioada prezentă este una revoluționară, așa după cum sunt convinși toți comuniștii, atunci rezultă că trebuie să avem partide mari ce exercită o influență puternică asupra unor secțiuni largi ale proletariatului în fiecare țară. Dar oricând acest scop nu a fost încă atins, în ciuda dovezilor incontestabile ale gravității crizei și ale iminentei sale izbucniri, cauzele acestei deficiențe sunt foarte complexe; prin urmare, ar fi extrem de frivol să concluzionezi că partidul, când este prea mic și prea puțin influent, ar trebui să fie lărgit artificial prin fuziunea cu alte partide sau facțiuni de partide ce au membri se presupun a fi legați de mase. Decizia dacă membrii altor organizații ar trebui să fie admiși în rândurile partidului sau, din contră, dacă un partid prea mare ar trebui să elimine o parte din membri, nu poate reieși din considerații aritmetice sau din dezamagiri statistice copilărești.

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Formarea partidelor comuniste, cu excepția Partidului Bolșevic rus, a crescut într-un ritm foarte accelerat în Europa, cât și în afara Europei, deoarece războiul a lăsat ușa deschisă, la o rată accelerată, crizei sistemului. Masele proletare nu pot dobândi o conștiință politică fermă într-un mod treptat; din contră, sunt conduse ici și colo de necesitățile luptei revoluționare, de parcă ar fi aruncate în valurile unei mări învolburate. A continuat, totuși, să supraviețuiască influența tradițională a metodelor social-democrate, iar partidele social-democrate încă se află pe scena politică pentru a sabota procesul clarificării, spre marele avantaj al burgheziei.

Când problema despre cum să rezolvăm criza ajunge la un punct critic și când chestiunea puterii este pusă înaintea maselor, rolul social-democraților devine extrem de evident, căci atunci când dilema alegerii dintre dictatura proletară și dictatura burgheză nu mai poate fi evitată, ei aleg complicitatea cu burghezia. Cu toate acestea, când situația se maturizează, dar nu este încă complet dezvoltată, o secțiune considerabilă a maselor rămâne sub influența acestor social-trădători. Și în acele cazuri unde probabilitatea unei revoluții pare, dar doar pare, să scadă, sau când burghezia începe în mod neașteptat să-și dezlănțuie forțele de rezistență, este inevitabil ca partidele comuniste să piardă temporar teren în cadrul organizării și conducerii maselor.

Dat fiind actuala situație instabilă, este posibil să vedem astfel de fluctuații în procesul de dezvoltare, de altfel în general sigur, al Internaționalei revoluționare. Este incontestabil că tacticile comuniste trebuie să încerce să facă față acestor condiții nefavorabile, dar este tot la fel de cert că ar fi absurd să sperăm să le eliminăm prin simple formule tactice, în același fel cum ar fi exagerat să tragem concluzii pesimiste din cauza acestor circumstanțe.

În ipoteza abstractă a dezvoltării continue a spiritelor revoluționare ale maselor, partidul vede forțele sale numerice și politice crescând continuu, sporind cantitativ și, în același timp, rămânând calitativ neschimbate, atât timp cât numărul comuniștilor crește în relație cu numărul total al proletarilor. Însă în situația reală, factorii diverși și în perpetuă schimbare ai mediului social acționează asupra stării maselor într-un mod complex; partidul comunist, constituit din cei care percep și înțeleg mai clar caracteristicile evoluției istorice, nu poate însă să nu fie afectat întocmai de această evoluție și, astfel, nu poate scăpa de fluctuațiile în atmosfera socială. Prin urmare, cu toate că acționează constant ca un factor de accelerare revoluționară, nu este nicio metodă pe care o poate folosi, oricât de rafinată ar fi, care ar putea forța sau întoarce situația în ce privește esența ei fundamentală.

Cel mai rău remediu ce ar putea fi folosit contra consecințelor nefavorabile ale situațiilor, însă, ar fi punerea la încercare în mod periodic a principiilor teoretice și organizaționale ce constituie tocmai baza partidului, cu scopul de a-i lărgi zona de contact cu masele. În situații în care înclinațiile revoluționare ale maselor slăbesc, această mișcare de “a aduce partidul la mase”, cum o numesc unii, este prea des echivalentă cu schimbarea naturii partidului în sine, lipsindu-l tocmai de acele calități ce i-ar permite să fie un catalizator capabil să influențeze masele și să le repună în mișcare.

Concluziile legate de caracterul precis al procesului revoluționar, ce derivă din doctrină și experiență istorică, nu pot fi decât internaționale și, deci, rezultă în standarde internaționale. Odată ce partidele comuniste sunt fondate solid pe aceste concluzii, trebuie luată în considerare stabilirea fizionomiei lor organizaționale și trebuie să fie înțeles faptul că abilitatea lor de a atrage masele și de a le oferi întreaga putere de clasă depinde de aderența lor la o disciplină strictă în ceea ce privește programul și organizarea internă.

Partidul comunist deține o conștiință teoretică confirmată de experiența internațională a mișcării, ce îi permit să fie pregătit să confrunte cererile luptei revoluționare. Și din această cauză, cu toate că masele îl abandonează parțial în anumite faze ale vieții lor, are garanția că susținerea lor se va întoarce când se vor confrunta cu probleme revoluționare pentru care nu este nicio altă soluție decât cea înscrisă în programul partidului. Când necesitățile acțiunii revoluționare descoperă o nevoie pentru un organ de conducere centralizat și disciplinat, atunci partidul comunist, al cărei constituție va fi respectat aceste principii, se va pune pe sine în fruntea maselor în mișcare.

Concluzia pe care vrem să o tragem este aceea că criteriul pe care trebuie să îl folosim pentru a judeca eficiența partidelor comuniste trebuie să fie destul de diferit față de o estimare a posteriori a forțelor sale numerice în comparație cu alte partide ce pretind să reprezinte proletariatul. Singurul criteriu după care putem judeca această eficiență sunt fundamentele definite precis ale programului partidului și disciplina internă rigidă a tuturor secțiunilor sale organizaționale și a tuturor membrilor săi; doar o astfel de disciplină poate garanta utilizarea muncii fiecăruia pentru cel mai mare succes al cauzei revoluționare. Orice altă formă de intervenție în compoziția partidului, ce nu este derivată logic din aplicarea exactă a acestor principii, nu poate duce decât la rezultate iluzorii și ar lipsi partidul de clasă de puterea sa revoluționară cea mai mare: această putere stă tocmai în continuitatea doctrinară și organizațională a întregii sale propagande și acțiuni, în abilitatea sa de a “afirma în avans” cum va decurge procesul luptei finale dintre clase și în abilitatea sa de a se organiza într-un fel care răspunde necesităților acestei faze decisive.

În timpul războiului, această continuitate a fost pierdută în mod ireparabil în întreaga lume și tot ce mai rămânea de făcut era să o luăm de la început. Nașterea Internaționalei Comuniste ca o forță istorică a materializat, pe baza unei experiențe revoluționare perfect clare și decisive, liniile în care mișcarea proletară s-ar putea reorganiza. Prima condiție pentru o victorie revoluționară pentru proletariatul mondial este, în consecință, atingerea stabilității organizaționale a Internaționalei, ce ar putea da maselor din întreaga lume sentimentul de determinare și certitudine, și care ar putea câștiga susținerea maselor, făcând posibilă aşteptarea acestora ori de câte ori este indispensabil ca dezvoltarea crizei să acţioneze în continuare asupra lor, adică atunci când este inevitabil ca ei să mai cocheteze cu sfatul perfid al social-democraţilor. Nu există alte rețete mai bune pentru a scăpa de această necesitate.

Al Doilea Congres al Internaționalei a Treia a înțeles aceste necesități. La începutul unei noi epoci ce trebuie să ducă la revoluție, a trebuit să stabilească punctul de plecare pentru o muncă internațională de organizare și pregătire revoluționară. Probabil ar fi fost de preferat ca Congresul, în loc să trateze diferitele teme în ordinea în care au fost tratate în aceste teze – toate având de-a face cu teoria și tacticile în același timp, să fi stabilit mai întâi fundamentele concepției teoretice și programatice a comunismului, dat fiind că organizarea tuturor partidelor aderente trebuie să fie bazată în primul rând pe acceptarea acestor teze. Atunci Congresul ar fi formulat regulile de acțiune fundamentale pe care membrii trebuie să le observe cu strictețe în chestiunea sindicatelor, cea agrară, cea colonială și așa mai departe. Totuși, toate acestea au fost abordate în rezoluțiile adoptate de Al Doilea Congres și rezumate excelent în tezele cu privire la condițiile admiterii partidelor.

Este esențial să considerăm aplicarea acestor condiții de admitere ca un act inițial constitutiv și organizațional al Internaționalei, adică o operațiune ce trebuie realizată odată pentru totdeauna pentru a scoate toate forțele organizate sau organizabile din haosul în care mișcarea politică proletară căzuse și pentru a organiza aceste forțe într-o nouă Internațională.

Toți pașii trebuie luați fără nicio întârziere, pentru a organiza mișcarea internațională pe baza acestor standarde internaționale obligatorii. Căci, după cum mai zis înainte, marea forță ce trebuie să ghideze Internaționala în sarcina sa de a propulsa spiritele revoluționare constă în demonstrarea continuității gândirii și acțiunii sale spre o țintă sigură, ce într-o zi va fi la limpede în ochii maselor, polarizându-le în jurul partidului de avangardă, ce furnizeză cele mai bune șanse pentru victoria revoluției.

Dacă, în urma acestei sistematizări inițiale – dar decisive din punct de vedere organizațional – a mișcării, partidele din anumite țări ar rămâne cu un număr aparent mic de membri, ar fi foarte util ca acest fenomen să fie studiat. Cu toate acestea, ar fi absurd să modificăm standardele organizaționale stabilite și să redefinim aplicarea lor cu scopul de a obține un raport numeric mai bun dintre Partidul Comunist și mase sau alte partide. Aceasta nu ar face decât să distrugă toată munca realizată în perioada de organizare și s-o facă zadarnică; ar necesita începerea muncii de pregătire de la capăt, cu riscul și mai multor luări de la capăt. Astfel, această metodă ar rezulta doar în pierderea, și nu câștigarea timpului.

Aceasta este cu atât mai adevărat dacă luăm în considerare consecințele internaționale ale acestei metode. Rezultatul acțiunii de a face regulile organizaționale internaționale revocabile și de a crea precedente pentru acceptarea “remodelării” partidelor – ca și cum partidul ar fi precum o statuie ce poate fi turnată din nou dacă nu iese bine de prima dată – ar fi obliterarea prestigiului și autorității “condițiilor” pe care Internaționala le-a elaborat pentru partidele și indivizii ce doresc să i se alăture. Mai mult, aceasta ar întârzia pe o perioada nedeterminată stabilizarea personalului armatei revoluționare, deoarece noi ofițeri ar încerca constant să intre “păstrându-și privilegiile rangului lor”.

Prin urmare, nu este necesar să favorizăm partidele mari sau pe cele mici; nu este necesar să susținem că orientarea anumitor partide ar trebui schimbată sub pretextul că nu sunt “partide de masă”. Din contră, trebuie să cerem ca toate partidele comuniste să fie fondate pe directive organizaționale, programatice și tactice solide, ce cristalizează rezultatele celor mai bune experiențe ale luptei revoluționare la scară internațională.

Aceste concluzii, cu toate că este dificil să o facem evident în lipsa unor lungi considerații și citate de fapte din viața mișcării proletare, nu răsar din dorința abstractă și sterilă de a avea partide ortodoxe, pure și perfecte. În schimb, ele provin din dorința de a îndeplini sarcinile revoluționare ale partidului de clasă în cel mai sigur și eficient fel.

Partidul nu va avea niciodată o așa susținere din partea maselor, iar masele nu vor găsi niciodată un apărător mai sigur al puterii și conștiinței lor de clasă, ca atunci când acțiunile trecute ale partidului vor fi arătat continuitatea mișcării sale spre scopuri revoluționare, chiar și în lipsa maselor sau împotriva lor în anumite momente nefavorabile. Susținerea din partea maselor poate fi câștigată sigur doar printr-o luptă împotriva liderilor lor oportuniști. Aceasta înseamnă că acolo unde partidele non-comuniste încă exercită o influență asupra maselor, masele trebuie câștigate prin destrămarea rețelei organizaționale a acestor partide și prin absorbția elementelor lor proletare în organizația solidă și bine definită a Partidului Comunist. Aceasta e singura metodă ce poate oferi soluții utile și care poate asigura succesul practic. Ea corespunde întocmai pozițiilor lui Marx și Engels în legătură cu mișcarea disidentă a lassallienilor.

De aceea, Internaționala Comunistă trebuie să se uite cu extremă neîncredere spre toate grupurile și toți indivizii ce vin spre ea cu rezerve teoretice și tactice. Trebuie să recunoaștem că această neîncredere nu poate fi absolut uniformă la nivel internațional și că anumite condiții speciale trebuie luate în considerare în țări unde numai o cantitate limitată de forțe se poziționează cu adevărat pe terenul comunismului. Rămâne adevărat, însă, că nu trebuie dată nicio importanță mărimii numerice a partidului în chestiunea dacă condițiile de admitere ar trebui să fie mai indulgente sau mai severe pentru persoane, sau cu și mai multă justificare, pentru grupuri, ce sunt mai mult sau mai puțin câștigate în mod incomplet de tezele și metodele Internaționalei. Dobândirea acestor elemente nu ar fi una de forțe pozitive; în loc să aducă noi mase de oameni spre noi, ar rezulta în riscul de a periclita procesul de a le câștiga spre cauza partidului. Desigur că trebuie să ne dorim ca acest proces să fie cât mai rapid cu putință, dar această dorință nu trebuie să ne împingă la acțiuni nechibzuite care ar putea, din contră, să întârzie succesul final solid și definitiv.

Este necesar să incorporăm anumite norme ce s-au dovedit constant a fi eficiente în tacticile Internaționalei, în criteriile fundamentale ce dictează aplicarea acestor tactici și în probleme complexe ce se ridică în practică. Acestea sunt: o atitudine absolut lipsită de compromisuri față de alte partide, chiar și cele mai apropiate, ținând cont de repercusiunile viitoare, dincolo de dorințele imediate de a grăbi dezvoltarea anumitor situații; disciplina cerută din partea membrilor, luând în considerare nu doar respectarea prezentă a acestei discipline, ci și acțiunile din trecut, cu cea mai mare neîncredere față de convertirile politice; luarea în considerare a gradului de responsabilitate de până acum al indivizilor și grupurilor, în locul recunoașterii dreptului lor de a se alătura sau de a părăsi armata comunistă ori de câte ori doresc. Toate acestea, chiar dacă par să închidă partidul într-un cerc prea îngust pentru moment, nu sunt un lux teoretic, ci o metodă tactică care ne asigură viitorul.

Nenumărate exemple ne pot arăta că revoluționarii ce se trezesc în ultimul moment nu-și au locul și sunt nefolositori în rândurile noastre. Până mai ieri aveau atitudini reformiste, dictate de condițiile speciale ale perioadei, iar astăzi au ajuns să urmeze directivele comuniste fundamentale pentru că sunt influențați de considerațiile lor adesea mult prea optimiste despre iminența revoluției. Orice oscilație a situației – iar în război cine poate spune câte astfel de avansuri și retrageri se pot întâmpla până la victoria finală – va fi suficientă pentru a le cauza întoarcerea la vechiul lor oportunism, astfel periclitând totodată și conținutul organizației noastre.

Mișcarea comunistă internațională nu trebuie să fie compusă doar din cei care sunt ferm convinși de necesitatea revoluției și sunt pregătiți să lupte pentru ea cu prețul oricărui sacrificiu, ci și din cei care s-au angajat să acționeze pe terenul revoluționar, chiar și când dificultățile luptei arată că scopul lor este mai greu de atins și mai îndepărtat decât credeau.

În timpul intensei crize revoluționare, acționăm în baza solidă a organizației noastre internaționale, polarizând în jurul nostru elementele ce astăzi încă șovăiesc și învingând partidele social-democrate de diverse nuanțe.

Dacă posibilitățile revoluționare sunt mai puțin imediate, nu vom risca nici pentru un moment să ne lăsăm distrași de la munca noastră migăloasă de pregătire pentru a ne retrage la simpla rezolvare a problemelor imediate, lucru de care ar beneficia numai burghezia.

***

Un alt aspect al problemei tactice pe care partidele comuniste trebuie să-l rezolve este acela al alegerii momentului în care trebuie lansate chemările la acțiune, fie că este o acțiune secundară sau cea finală.

De aceea “tacticile ofensivei” partidelor comuniste sunt discutate cu pasiune în zilele noastre; acestea constau în organizarea și înarmarea militanților și simpatizanților apropiați ai partidului și în manevrarea lor la momentul oportun în acțiuni ofensive țintind la trezirea maselor într-o mișcare generală sau chiar la realizarea unor acțiuni spectaculoase ca răspuns la ofensiva reacționară a burgheziei.

Şi în această privinţă există, în general, două poziţii opuse pe care probabil nici un comunist nu le-ar susţine.

Niciun comunist nu poate nutri prejudecăți față de utilizarea acțiunilor armate, represaliilor sau chiar a terorii, și nu poate nega faptul că aceste acțiuni, care necesită disciplină și organizare, trebuie să fie conduse de partidul comunist. La fel de infantilă este concepția că folosirea violenței și a acțiunilor armate este rezervată pentru “Ziua cea mare” în care lupta supremă pentru cucerirea puterii va fi lansată. În realitatea evoluției revoluționare, confruntările sângeroase dintre proletariat și burghezie sunt inevitabile și înainte de lupta finală; ele pot porni nu doar din cauza încercărilor nereușite de insurecție din partea proletariatului, ci și din cauza ciocnirilor inevitabile, parțiale și vremelnice dintre forțele apărării burgheze și grupurile de proletari ce au fost împinși să ridice armele, sau dintre “gărzile albe” burgheze și muncitorii ce au fost atacați și provocați de acestea. Nu este corect nici să spui că partidele comuniste trebuie să dezaprobe orice astfel de acțiuni și să-și rezerve toată forța pentru momentul final, căci toate luptele necesită o pregătire și o perioadă de antrenament, și tocmai în aceste acțiuni preliminare capacitatea revoluționară a partidului de a conduce și a organiza poate începe să fie forjată și testată.

Ar fi totuşi o greşeală să deducem din toate aceste consideraţii anterioare că acţiunea partidului clasei politice este doar aceea a unui personal general care ar putea, prin simpla sa voinţă, să determine mișcarea forțelor armate și a utilizării acestora. Şi ar fi o perspectivă tactică imaginară să credem că partidul, după ce a creat o organizaţie militară, ar putea lansa un atac la un moment dat, când s-ar considera suficient de puternic pentru a învinge forțele de apărare burgheze.

Acțiunea ofensivă a partidului poate fi concepută numai când realitatea situației economice și sociale aruncă masele într-o mișcare ce are ca scop rezolvarea problemelor legate direct, la cea mai largă scară, de condițiile lor de viață; această mișcare creează o neliniște care se poate dezvolta într-o direcție cu adevărat revoluționară doar cu condiția ca partidul să intervină, stabilindu-i scopurile generale și organizându-i rațional și eficient acțiunea, inclusiv tehnica militară. Este cert că pregătirea revoluționară a partidului poate începe să se traducă în acțiune planificată chiar și în mișcările parțiale ale maselor: astfel, represaliile împotriva terorii albe – ale cărei scopuri sunt să dea proletariatului sentimentul că este definitiv mai slab decât adversarii săi şi să-l facă să abandoneze pregătirea revoluţionară – sunt un mijloc tactic indispensabil.

Ar fi însă o altă greșeală voluntaristă – pentru care nu poate și nu trebuie să fie loc în metodele Internaționalei Marxiste – să credem că utilizând astfel de forțe militare, chiar dacă ar fi extrem de bine organizate la o scară largă, este posibil să schimbăm situațiile și să provocăm începerea unei lupte revoluționare generale în mijlocul unei situații stagnante.

Partidele și revoluțiile nu pot fi create; partidele și revoluțiile pot fi conduse, punând laolaltă toate experiențele revoluționare internaționale utile, pentru a asigura cele mai mari șanse pentru victoria proletariatului în lupta ce este rezultatul inevitabil al epocii istorice în care trăim. Aceasta pare pentru noi să fie concluzia necesară.

Criteriile fundamentale ce direcționează acțiunea maselor sunt exprimate în regulile organizaționale și tactice pe care Internaționala trebuie să le stabilească pentru toate partidele membre. Dar aceste criterii nu pot merge atât de departe încât să remodeleze direct partidele cu iluzia de a le oferi toate dimensiunile și caracteristicile necesare ce le-ar garanta succesul revoluției. Ele trebuie, în schimb, să fie inspirate de dialectica marxistă și să fie bazate, înainte de toate, pe claritate programatică și omogenitate, pe de o parte, și pe centralizarea disciplinei tactice, pe de altă parte.

Există, în opinia noastră, două devieri “oportuniste” de la calea corectă. Prima constă în a deduce natura și caracteristicile partidului pe baza posibilității, sau lipsei ei, într-o anumită situație, de a regrupa numeroase forțe: aceasta înseamnă că regulile organizaţionale ale partidului sunt dictate de situaţii şi a îi conferi, din exterior, o constituţie diferită de cea pe care a atins-o într-o anumită situaţie. A doua deviere constă în a crede că un partid, presupunând că ar fi mare din punct de vedere numeric și pregătit din punct de vedere militar, poate provoca situații revoluționare printr-un simplu ordin de atac: aceasta se rezumă la afirmația că situațiile istorice pot fi create prin voința partidului.

Indiferent ce deviere ar trebui să fie numită “de drepta” sau “ de stânga”, cert este că ambele sunt departe de doctrina marxistă corectă. Prima deviere denunță ceea ce poate fi și trebuie să fie intervenția legitimă a mișcării internaționale cu un corp sistemic de reguli organizaționale și tactice; denunță acel grad de influență – ce derivă din conștiința clară și din experiența istorică – pe care voința noastră poate și trebuie să o exercite asupra dezvoltării procesului revoluționar. A doua deviere atribuie o importanță excesivă și nerealistă voinței minorităților, ce rezultă în riscul de a duce la înfrângeri dezastruoase.

Comuniștii revoluționari trebuie să fie aceia care, fiind temperați colectiv de experiențele luptei împotriva degenerării mișcării proletare, cred ferm în revoluție și o doresc puternic, dar nu ca cineva care crede că poate pretinde un credit, se așteaptă la o plată datorată și s-ar scufunda în disperare și descurajare dacă data scadentă ar fi amânată chiar și doar pentru o zi.

La democrazia operaia

di P. PASCAL

Tempo fa, dalla destra, si è accusato il Potere dei Soviet di rimettere il governo nelle mani della massa grossolana, ignorante ed incapace. Oggi, Sebastiano Faure e qualche altro lo combattono sotto il pretesto che in Russia la dittatura del proletariato è stata ridotta alla dittatura del Partito Comunista. 

In realtà la Repubblica dei Soviet, così come si presenta, non merita né l’uno né l’altro di questi rimproveri contraddittori. La sua politica si è limitata ad essere realista. Le classi oppresse di Russia hanno preso il potere per cacciarne i nobili e la borghesia, perché questo potere fosse esercitato nell’interesse dei lavoratori. Ma, nella loro massa, esse non erano capaci di esercitarlo. Non bisogna mai dimenticare che il 60% degli operai ed il 75% dei contadini erano analfabeti. Essi avevano bisogno di rovesciare il dominio del capitale per aver la possibilità di imparare a leggere e, da un punto di vista più vasto, per acquistare il mezzo per divenire uomini coscienti ed apprendere a governarsi da sé. 

La conquista del potere era la condizione necessaria poiché l’antico regime sociale opponeva allo sviluppo delle masse un ostacolo materiale invincibile. La rivoluzione d’ottobre è stata la soppressione dell’ostacolo, ma essa non poteva essere l’infusione istantanea di tutte le virtù e di tutte le conoscenze intellettuali, morali, amministrative, politiche. ecc., ad una folla di 100 milioni d’uomini. Per acquistare tutte queste qualità, occorrevano degli anni di lavoro, se non delle generazioni. Questa iniziativa individuale non meno cara ai comunisti che agli anarchici, si crede forse che sia stata data bella e pronta, come un dono gratuito della natura, ad ogni uomo? L’operaio ed il contadino, abituati da padre in figlio a curvare la schiena senza ragionare davanti alle potenze di questo mondo, sapranno essi improvvisamente agire a loro volta come potenze in grazia della sola Rivoluzione? Certamente no. 

Prima di poter governarsi nel vero senso della parola da sole, le masse russe avevano bisogno di imparare a leggere, vale a dire a liberarsi prima dalla loro ignoranza. In seguito imparare il funzionamento, poscia la condotta di questo meccanismo complicato, che costituisce la società moderna, nelle sue diverse branche. Ecco perché i lavoratori russi hanno riconosciuto indispensabile la direzione del Partito Comunista e perché questi è divenuta l’anima che dà vita al Potere dei Soviet. In attesa che il proletariato nella sua massa sia cosciente e capace, occorre di necessità che la sua dittatura sia esercitata in modo attivo da un gruppo d’iniziativa, devoto alla sua causa, sottomesso alle sue aspirazioni, che gli rende conto del proprio operato, ma che nello stesso tempo lo guida sulla via difficile dell’avvenire, perché più attivo e più sperimentato. La dittatura del proletariato si è data una specie di organo esecutivo nel Partito Comunista. 

Perché lui piuttosto che un’altro partito? Perché il proletariato si è reso conto che esso solo risponde alle condizioni volute: devozione ai suoi interessi, attività e capacità. Tutti gli altri partiti, menscevichi, socialrivoluzionari, anarchici, hanno dimostrato con il loro atteggiamento, e troppo sovente, haime!, che essi riuniscono tutti i vizi contrari: assenza di programma, impotenza davanti ai problemi economici, incoerenza interna, collusione con la reazione zarista o straniera. 

La sola questione da porsi da Sebastiano Faure e da coloro che aderiscono alla sua campagna è questa: in qual modo il Potere dei Soviet, inspirato dal Partito Comunista, ha realizzato la sua missione? Ha egli veramente fatto tutto ciò che poteva per preparare gli operai ed i contadini a governarsi da sé, non soltanto nella loro élite, ma nella loro massa? 

Bisogna domandarsi innanzi tutto in quale misura il Potere dei Soviet ed il Partito Comunista hanno avuto il mezzo materiale di consacrarsi a questo compito. La realtà è che, per quanto essenziale esso fosse, ne è apparso un’altro più imperioso ancora e più urgente, dal quale dipendeva tutto il resto il problema dell’esistenza. 

La guerra più ineguale che si sia mai visto è appena terminata, e la Rivoluzione proletaria ne è uscita vittoriosa grazie alla sottomissione al pugno di ferro del Partito Comunista. La sua disciplina ha causato questo miracolo. 

Nello stesso tempo il proletariato ha ricevuto dall’antico regime e dalla borghesia di Kerenski una Russia già economicamente rovinata, ridotta letteralmente alla miseria, all’arresto dei trasporti e dell’industria.

Prima di pensare allo scopo ideale del Potere dei Soviet, prima di sviluppare le capacità e le iniziative individuali, non occorreva forse rispondere alle esigenze della difesa militare e della sussistenza economica, questione imperiosa di vita o di morte per la Rivoluzione? 

Ecco perché questo ideale non è ancora realizzato, ecco perché cento milioni d’operai e contadini incolti non sono ancora in grado d’esercitare senza intermediari la loro dittatura. 

Bisogna tener conto di ciò che è possibile o no, e non rimproverare al Potere dei Soviet di non aver compiuto il prodigio che si reclama. 

Si può forse dire che durante questi tre anni e mezzo di guerra e di miseria ininterrotta, esso non abbia fatto nulla per preparare le masse popolari alla loro funzione sovrana? Se così fosse, si avrebbe il diritto di applicargli la parola del poeta: per difendere il suo essere, egli ha perso la sua ragion d’essere. Ma così non è. Tutti gli osservatori rimangono colpiti dal progresso morale che si constata ogni giorno di più nel popolo russo. C’è innanzitutto l’arricchimento intellettuale. Senza ricordare i corsi per gli analfabeti, le scuole di ogni sorta, esso si manifesta con la moltiplicazione dei giornali stampati, alle volte dattilografati, in località che non ne avevano mai conosciuti, con la diffusione di quelle «izbas-biblioteche» che divengono il luogo di riunione nei borghi, da quella sete di rappresentazioni drammatiche che quasi inquieta Lounatcharski, I gruppi comunisti, le leghe giovanili, reclutando nuovi membri, aprendo corsi di ogni grado, dando delle conferenze, esponendo nei comizi le grandi questioni del giorno, la politica locale, nazionale, ed anche internazionale, sono precisamente i più potenti fattori d’educazione generale delle masse. Il Partito Comunista non è una setta ristretta ed egoista di gelosi privilegiati. Al contrario, egli non cerca che di allargare le sue file e trascinare verso di lui, verso la liberazione, verso la luce e verso l’azione cosciente, un numero sempre maggiore di coloro che oggi si chiamano i senza partito. La sua propaganda non è propriamente una propaganda politica, ma un vero strumento d’istruzione e di risveglio. V’è identità fra il progresso morale del popolo russo e la prosperità del Partito Comunista. 

A questo arricchimento intellettuale corrisponde in effetto un’attività sempre maggiore delle masse nell’amministrazione politica o economica e nel governo. 

I soviet, le loro elezioni, le loro essemblee generali, i loro congressi sono per così dire le forme supreme e solenni di questa attività. Si sa che la necessità di prendere delle decisioni rapide ed energiche passa avanti in tempo di guerra ai diritti della deliberazione. Era dunque fatale che nella situazione di campo trincerato in cui si trovava la Russia, la funzione dei Soviet fosse assorbita dai Comitati Esecutivi, meno numerosi e più speditivi, eletti da essi. Nonostante ciò essi non hanno mai cessato di riunirsi, di rinnovarsi, di esprimere la volontà del popolo lavoratore, di prendere delle decisioni e di eseguirle. 

Ma dare un’importanza esclusiva ai Soviet, vale a dire all’esercizio del potere nella sua forma politica, sarebbe dar prova d’un pregiudizio parlamentarista, sarebbe non vedere che uno degli aspetti della sovranità del proletariato. Colui che possiede il contenuto sostanziale del potere, è in realtà chi lo applica ogni giorno, in tutte le circostanze della vita. Ora, non solamente il proletariato russo, con i suoi delegati eletti ai Soviet, ai Comitati Esecutivi ed ai Congressi, anche durante la guerra, non ha mai cessato di fare, le leggi ed i regolamenti, ma ancora egli è stato sempre padrone della loro applicazione. Si immagini non solo l’operaio, ma il contadino di un qualsiasi villaggio arretrato. Ogni quattro mesi in media, egli elegge il suo Soviet, a meno che non ne sia membro lui stesso, poiché c’è un membro ogni cento abitanti. Nell’intervallo si riuniscono delle conferenze generali che non hanno potere legislativo, ma emettono dei voti praticamente obbligatori per le autorità della giurisdizione corrispondente. Dalla città vengono degli oratori ad esporre in modo accessibile a tutti, anche a quelli che non sanno leggere il giornale, le grandi questioni d’attualità. Prendiamo a caso la provincia d’Ekaterinbourg: nella prima metà dello scorso mese d’ottobre, si sono tenute laggiù 300 conferenze di cantone o di distretto, i cui partecipanti sono stati eletti dai villaggi. 

Là, i comunisti non sono che un’infima minoranza, poiché si cerca di riunire i senza partito, ed il Partito Comunista si presenta davanti ad essi per render conto del proprio operato e per domandare non solo l’approvazione, ma la collaborazione. L’ordine del giorno tocca tutte le questioni: guerra, approvvigionamento, agricoltura, controllo, lavori pubblici, previdenza sociale, ecc. 

I rapporti sono fatti dai capi delle sezioni amministrative corrispondenti. Si svolge una discussione animata, poiché se il contadino è poco istruito, non bisogna credere che manchi di senso critico e di preveggenza. Finalmente esse approvano i principi comunisti, ma reclamano dei perfezionamenti nell’applicazione e la soppressione degli abusi. 

Non è questa una prova che da una parte si riconosce buona la direzione del Partito Comunista e dall’altra le masse lavoratrici divengono atte a discutere gli affari pubblici, a controllare l’amministrazione, vale a dire a governarsi da sé? 

L’anno scorso una spaventevole epidemia di tifo ha potuto essere scongiurata solo con l’appello lanciato a tutta la popolazione. Delle «Commissioni di pulizia» si costituirono nei villaggi. Esse vennero istruite dalle sezioni sanitarie dei Comitati Esecutivi locali, e sorvegliarono all’osservanza delle precauzioni indicate, aggiungendo proprie iniziative preziose. E un principio che «la salute delle masse deve essere opera delle masse stesse». 

Se passiamo nelle città le occasioni in cui l’iniziativa operaia è chiamata a manifestarsi sono ancora maggiori. Oltre i Soviet, le Conferenze generali, le Commissioni d’ogni sorta, vi sono per esempio i «gruppi d’ispezione» eletti ogni quattro mesi in ogni impresa, sulle ferrovie, nello stesso esercito rosso, dalle assemblee generali degli operai e dei soldati, per assistere a tutte le operazioni amministrative, rilevare le irregolarità ed assicurare il buon andamento del servizio. Questi «gruppi d’ispezione» si espandono alla anche nelle campagne, per controllare gli organi esecutivi dei borghi e dei cantoni. 

La Repubblica soviettista ha istituito le trattorie comunali, dove ogni cittadino riceve un pasto gratuito. I pensionanti inscritti in queste trattorie sono per turno incaricati del loro controllo. 

Accanto alle scuole, esistono dei Consigli di genitori che assistono alle sedute dei Consigli pedagogici, a tutte le commissioni, alle classi, ai giuochi dei ragazzi e sorvegliano affinché l’insegnamento sia quello che è necessario al popolo. 

Sarebbe troppo lungo enumerare e descrivere tutte queste istituzioni dove, un poco alla volta con la pratica si fa l’educazione politica ed amministrativa dei lavoratori. Bisognerebbe aggiungere le scuole militari, la educazione morale perseguita nell’esercito rosso, la propaganda fra le donne per risvegliarle ad una vita cosciente e sociale. Ecco ciò che si è potuto ottenere malgrado lo stato di guerra e di crisi acuta. Ecco un quadro molto succinto di ciò che costituisce la democrazia soviettista ovvero la democrazia operaia. 

Oggi, che si può credere finita la guerra, il Partito Comunista dirigente ha incominciato a sviluppare ancor di più questa democrazia operaia. L’ultimo Congresso dei Soviet lo ha deciso, le assemblee deliberative riprendono il sopravvento sui Comitati Esecutivi. Si vedono i Soviet tenere le loro sedute nelle officine e nelle caserme, per permettere alla folla dei soldati e degli operai di formulare direttamente i loro desideri, le loro lamentele e le loro proposte. Attualmente si procede all’elezione di Soviet nei piccoli centri che prima non ne avevano. La grande campagna agricola condotta fin dall’inizio dell’anno si basa interamente sull’iniziativa dei contadini, rappresentata nei «Comitati di semina» e costituenti soli i «Comitati di villaggio» per il miglioramento della coltura. Le officine entrano in una fase nuova. Che cos’è la «propaganda per la produzione» di cui ora tanto si parla, se non un’insieme di misure destinate a far comprendere all’operaio perché egli eseguisce tale o tal altro lavoro ed invitarlo a ricercare i mezzi per eseguire quello stesso lavoro con la minore fatica? Perciò la direzione espone la situazione, deposita il suo bilancio, rende i suoi conti, non più davanti agli azionisti, ma davanti all’assemblea generale degli operai, che discutono, approvano, biasimano e fanno delle proposte. Non è questo l’unico mezzo reale per rendere poco a poco gli operai capaci di innalzarsi fino alla funzione di direttori effettivi e sperimentati? E dunque una fase nuova che incomincia. All’inizio della rivoluzione c’è stato un controllo operaio caotico, semplice reazione spontanea contro l’antico regime. In seguito i venuta l’autorità di un direttore unico o collettivo controllato solamente dall’alto. Oggi incomincia il controllo operaio diretto e permanente, ma cosciente e metodico. 

La grande parola d’ordine del X Congresso del Partito Comunista, che è appena terminato, è stata ancora una volta un appello all’attività delle masse. E proprio questo il momento d’intraprendere presso i compagni rivoluzionari una campagna per denunciare la sedicente tirannia del Partito Comunista, la finzione del Potere dei Soviet, ecc.? 

La vera democrazia non è tutta fatta come quella che è solo di parole, essa deve costituirsi pezzo per pezzo, con un lavoro tenace nello spirito degli uomini. Le masse non sono pronte a realizzarla, bisogna prepararle. La Repubblica soviettista ha già cominciato questo lavoro, essa lo persegue oggi più attivamente che mai. 

La situazione in Italia Pt.2

di KRISTO KABAKCIEF

III.

    Il Congresso di Livorno ha creato in Italia le premesse per la rivoluzione proletaria e le ha spianato la via. Esso ha messo in chiaro davanti alle grandi masse lavoratrici l’inganno riformista e pacifista prevalso finora nel Partito. Esso ha svelato la funzione di tradimento esercitata dai riformisti nel Partito, nei sindacati, nelle cooperative, e stabilito in modo definitivo la solidarietà e l’unità dei centristi comunisti «unitari», coi riformisti. In breve, il Congresso di Livorno ha compiuto un’immensa opera di chiarificazione, e ha liberato il proletariato italiano da molte illusioni ed errori, mostrandogli i principi e i metodi di lotta, che condurranno alla vittoria finale la sua lotta rivoluzionaria. L’esclusione dei riformisti e dei centristi dalla I.C. e la fondazione del Partito comunista italiano è il passo più importante e decisivo fatto sulla via della preparazione delle condizioni necessarie alla vittoria della rivoluzione proletaria in Italia. 

    La profonda crisi economica e finanziaria, che da due anni scuote l’Italia, spinge il proletariato italiano alla lotta rivoluzionaria. Questa lotta raggiunse il suo punto culminante nel settembre scorso con la occupazione delle fabbriche e dei latifondi. 

    L’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori non bastava ad assicurare la vittoria della rivoluzione, giacché la borghesia, finché aveva in sue mani il potere politico, poteva impedire l’approvvigionamento di materie prime alle fabbriche occupate e così arrestare la produzione, per poter più tardi ritogliere le fabbriche dalle mani degli operai. Similmente l’occupazione dei latifondi per opera dei contadini non poteva esser durevole, giacché i latifondisti partecipano al potere con la borghesia. In questo momento, come pure durante le altre numerose lotte e insurrezioni rivoluzionarie, di cui è piena la vita italiana, il Partito proletario aveva il dovere di indicare lo scopo generale di tali lotte, di collegarle e indirizzarle alla conquista del potere politico. 

    Ma nel Consiglio Nazionale, composto di rappresentanti del Partito e dei Sindacati, che fu convocato nel vivo della lotta, i riformisti riuscirono a far prevalere il concetto, che la lotta stessa avesse semplice scopo sindacate economico, e che quindi la direzione ne spettava soltanto ai sindacati. Venne respinta la proposta, presentata dalla maggioranza comunista della Direzione del Partito, di riconoscere al movimento carattere politico e di farne quindi assumere la direzione al Partito. In tal guisa il movimento fu cacciato in un vicolo cieco e condannato alla sconfitta. I capi dei riformisti, Turati nel Partito e D’Aragona nei Sindacati, trionfarono; i centristi ne giustificarono l’attitudine, e anzi Serrati giunse sino a negare il carattere rivoluzionario della lotta per l’occupazione delle fabbriche, designandolo invece come una «pacifica azione sindacale», mentre qualificava di «movimento reazionario» l’azione dei contadini per l’occupazione della terra. 

    II Governo non osò servirsi della forza amata per reprimere il movimento. Esso era disorientato e impotente di fronte al grande e potente movimento rivoluzionario degli operai e dei contadini. In questo momento i riformisti e centristi vennero in aiuto del Governo e lo trassero dalla sua critica situazione, tendendogli la mano e annodando trattative sulla base del «controllo» operaio e di altre rivendicazioni economiche. Tali trattative approdarono alla riconsegna delle fabbriche da parte degli operai, ma naturalmente non vennero mantenute le fatte promesse, una volta che i capitalisti eran di nuovo padroni delle fabbriche e che il Governo era riuscito frattanto a fare i suoi preparativi di repressione sanguinosa. In tal guisa il proletariato fu tradito da coloro stessi, ch’erano preposti alla direzione della lotta nel Partito e nei Sindacati. 

    La borghesia e il Governo italiano, affatto impotenti nel primo anno dopo la guerra a reprimere la lotta rivoluzionaria del proletariato, grazie all’aiuto dei riformisti e centristi guadagnarono tempo per respirare, radunar forze, riorganizzare la disordinata macchina statale ed armarsi. 

    Quanto all’esercito permanente, la borghesia organizzò anche un esercito speciale di circa 100 mila soldati ben armati, detti guardie regie, destinati a combattere la rivoluzione proletaria. Inoltre formò una guardia bianca, quella dei cosiddetti fascisti, che si è organizzata ed armata alla luce del sole, e si trova in intimi rapporti col Governo, con la guardia regia e in generale con tutto l’apparato statale.

    La borghesia italiana invocò l’opera di un uomo politico, che non aveva preso parte alla guerra mondiale, di Giolitti, per soffocare il malcontento popolare e tagliar la strada alla rivoluzione. Giolitti lavorò accortamente, cercando di trattenere il movimento rivoluzionario con molte promesse di riforme sociali e con la arrendevolezza verso le rivendicazioni economiche sindacali, salvo poi a non soddisfarle, mentre anche quando sono soddisfatte l’incessante rincaro toglie loro ogni valore. Egli in questa sua politica ha trovato fedeli alleati, o, più esattamente, strumenti ciechi nei riformisti e centristi. Dall’altro canto, Giolitti arma l’esercito, crea nuove truppe e protegge la formazione della guardia bianca. 

    Giolitti sa accortamente mascherare la sua politica controrivoluzionaria. Come di fronte ai nazionalisti estremi recita la parte di «pacifista», così di fronte al proletariato rivoluzionario fa quella di «riformatore» e pioniere della «evoluzione pacifica». Per consolidare i successi della politica imperialista della borghesia italiana egli inscenò la commedia della «lotta» contro D’Annunzio a Fiume. Per dar tempo alla borghesia di armarsi e prepararsi a schiacciare la rivoluzione proletaria, egli ogni giorno rappresenta la commedia di «reprimere» i fascisti, che assaltano e assassinano i comunisti, incendiano i circoli operai, ecc., ed entrano in prigione da una porta solo per uscirne subito dall’altra. 

    Il Governo di Giolitti fa ora questa politica: disorganizzare, terrorizzare e indebolire il proletariato rivoluzionario con assalti e uccisioni alla spicciolata; e prepararsi intanto a grandi colpi decisivi in alcuni grandi centri industriali, che sono i focolari della prorompente rivoluzione1. In alcuni di questi centri è già concentrata un’enorme quantità di truppa d’ogni specie, che li hanno trasformati in veri campi militari. Ma la borghesia non si fida completamente né di queste truppe, né delle proprie forze – la crisi economica sempre più aspra le scava il terreno sotto i piedi – e quindi spia il momento propizio, se il proletariato non sa condurre la sua lotta rivoluzionaria con coscienza del fine, compattezza e risolutezza, per poterlo schiacciare nel sangue, e così conservare provvisoriamente il proprio dominio. 

    Gli avvenimenti del settembre dell’anno scorso chiarirono questa situazione agli occhi del proletariato italiano. Esso scorge ormai il grave pericolo ond’è minacciato. La parte più avanzata del proletariato sente ormai e riconosce la necessità di una chiara e risoluta tattica rivoluzionaria, di una salda organizzazione centralista con disciplina di ferro, e della creazione di tutte le premesse per la rivoluzione proletaria (organizzazione illegale, armamento ecc.). Con la fondazione del Partito Comunista il proletariato italiano ha creato una delle più importanti tra tali condizioni. 

    Il movimento per l’occupazione delle fabbriche e delle terre offriva al proletariato italiano due strade, di cui la prima attraverso il tradimento dei riformisti e dei centristi condusse alla sconfitta, l’altra attraverso la lotta del Partito Comunista guida alla vittoria. A Livorno la parte cosciente dei lavoratori più d’un terzo del Partito si decise per il comunismo, che conduce alla vittoria finale del proletariato. Non v’ha alcun dubbio che in breve tempo la gran massa del proletariato italiano si schiererà attorno alla bandiera del comunismo. Già sin dai primi giorni dopo il Congresso di Livorno pervennero da ogni parte notizie di passaggi in massa di lavoratori al Partito Comunista.  

    Naturalmente la lotta contro i riformisti e centristi esigerà molto tempo e molti sforzi. D’Aragona, Turati e Serrati hanno con sé la massima parte della burocrazia del partito e dei sindacati, la quale adopererà tutti i mezzi per conservare la propria posizione e influenza nelle organizzazioni. La borghesia e il Governo adopereranno nel modo più utile questi loro agenti a fine di ostacolare il rafforzamento del Partito Comunista. L’alleanza dei centristi coi riformisti, e quella di costoro con la borghesia, ben presto susciterà contro di loro le masse lavoratrici. Lo spirito rivoluzionario del proletariato italiano non è spento; anzi, al contrario, con l’eliminazione del principale ostacolo, contro il quale s’infransero le ondate rivoluzionarie – la politica traditrice dei riformisti e centristi – esso si spiegherà con forza incoercibile e invincibile. 

    Viaggiando l’Italia, si vede dappertutto, nelle città come nei villaggi, alle grandi mura delle fabbriche come anche sulle capanne dei contadini, sempre la stessa iscrizione: «Viva Lenin!». In questo grido universale del popolo lavoratore d’Italia si esprime, non solo lo sconfinato entusiasmo per la grande rivoluzione russa e per la repubblica soviettista, ma anche la sua aspirazione e la sua piena fiducia nel prossimo trionfo della rivoluzione in Italia. Questo grido si unisce all’altro di:  «Viva il Partito Comunista d’Italia!» e si espande fin negli angoli più remoti del paese. L’entusiasmo e la fede del proletariato italiano nella rivoluzione sono indistruttibili. 

    La stampa socialpatriottica e borghese d’Italia e di tutto il mondo ha dato le notizie più tendenziose intorno a questo Congresso. La borghesia e i di lei agenti, i socialpatrioti, tentarono di far passare come una sconfitta dell’Internazionale Comunista la grande lotta ideologica e politica, che i comunisti condussero contro i seguaci del riformismo e del semiriformismo e che mise capo alla fondazione del Partito Comunista italiano. II vero è che a Livorno realmente non vinsero i riformisti e semiriformisti, sebbene questi abbiano ottenuto una maggioranza casuale e transitoria, ma bensì la frazione comunista e l’Internazionale Comunista, che scoprirono davanti all’intiero proletariato italiano e internazionale il giuoco proditorio dei riformisti e semiriformisti, raccogliendo sotto la loro bandiera tutti gli elementi coscienti e rivoluzionari del Partito Socialista italiano, e preparando, con la fondazione del P.C.I., la vittoria della rivoluzione proletaria in Italia. 

    Quello di Livorno fu il primo Congresso del Partito Socialista italiano, in cui le fondamentali divergenze teoretiche e tattiche tra riformismo e comunismo si sieno manifestate apertamente e siano state discusse davanti all’intiero Partito e alla classe lavoratrice. Fallirono tutti gli sforzi fatti da Serrati per nascondere sotto la maschera dell’«unità» i profondi e irreconciliabili contrasti tra queste due tendenze del Partito. Serrati a Livorno, come già a Bologna, tentò di salvare il riformismo e i riformisti in nome dell’«unità»; ma questo tentativo ebbe per risultato di chiarirlo definitivamente partigiano e difensore del riformismo. 

    A Livorno si presentarono tre gruppi, formatisi già molto prima del Congresso; ed essi vi vennero con mozioni, già precedentemente deliberate nelle rispettive Conferenze. La mozione dei riformisti (Turati) afferma che in Italia, come del resto in tutto il mondo capitalista, mancano ancora le condizioni necessarie per la rivoluzione proletaria, che il capitalismo ha ancora davanti a sé un lungo periodo di pacifico sviluppo, e che il Partito Socialista non deve rifiutare di collaborare con la borghesia, se ciò è necessario per aiutare la classe lavoratrice. Ma nello stesso tempo la mozione riformista si dichiara per l’Internazionale Comunista! 

    La mozione dei centristi (semiriformisti, che danno a se stessi il nome di «comunisti unitari» con Serrati alla testa) accetta tanto le tesi della Internazionale Comunista, quanto le 21 condizioni, ma aggiunge: «L’applicazione di queste condizioni deve lasciarsi al Partito Socialista italiano, che deve conservare l’antico nome». 

    La mozione del gruppo comunista esige non solo l’immediata accettazione, ma anche l’immediata applicazione delle 21 condizioni mediante l’espulsione dei riformisti (di tutti quei delegati e sezioni, che hanno partecipato alla Conferenza di Reggio Emilia) dal Partito e l’accettazione di tutte le tesi approvate dal Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista. 

    Tra la mozione del gruppo comunista è quelle dei riformisti e centristi vi erano divergenze di principio. I riformisti e centristi si sforzarono di nasconderle. Tanto i riformisti come i centristi si dichiararono partigiani dell’Internazionale Comunista. Essi sanno che il proletariato italiano ha così viva simpatia per la rivoluzione russa e per l’Internazionale Comunista, che se essi si dichiarassero apertamente contro questa, perderebbero immediatamente la fiducia e l’appoggio delle masse operaie. 

    Perciò i riformisti, e specialmente i centristi, cercano accuratamente di nascondere i contrasti tra loro e l’Internazionale Comunista: per ciò mascherano la lotta da essi combattuta contro l’Internazionale Comunista con ipocrite dichiarazioni di simpatia e di fedeltà. Con simili mezzi i riformisti e centristi speravano anche questa volta d’ingannare i lavoratori. Ma il gruppo comunista frustrò le loro speranze. Prima del Congresso e durante questo i comunisti smascherarono la vera natura del riformismo e del centrismo, e nella loro mozione essi formularono chiaro e tondo – «Chi i per l’Internazionale Comunista deve separarsi dai riformisti immediatamente, nel Congresso stesso e votare per la loro espulsione». 

    A Livorno i centristi fecero tentativi disperati per passare come leali seguaci dell’Internazionale Comunista. Ma non potevano sfuggire al chiaro e categorico dilemma loro posto dai comunisti: o colla Internazionale Comunista o coi riformisti. Alla domanda: perchè mai i centristi non accettavano che l’inevitabile espulsione dei riformisti avvenisse per opera dello stesso Congresso, suprema istanza del Partito, essi rispondevano: Lasciate che il Partito li mandi via quando lo troverà necessario: In una conferenza particolare coi rappresentanti dell’Internazionale Comunista Serrati e Vella dichiararono: – Noi attenderemo che i riformisti commettano qualche nuova azione compromettente, e allora espelleremo i colpevoli; altrimenti il proletariato non capirà perché noi espelliamo questi uomini! 

    I centristi vogliono ancora delle prove del riformismo di Turati e compagni. Per loro, il tradimento giornaliero che i riformisti compiono da due anni in qua non è prova sufficiente; per essi non è ancor prova sufficiente la mozione approvata dai riformisti nella Conferenza di Reggio Emilia, dove si nega l’esistenza delle condizioni della rivoluzione proletaria.

    Era chiaro che i centristi non volevano l’espulsione dei riformisti. E quando essi arrivavano a dire, che avrebbero eventualmente acconsentito ad espellere questo o quel riformista, mostravano sol- tanto che, col sacrificare qualche riformista, volevano soltanto salvare il riformismo come tendenza, programma e tattica nel Partito. 

    Ma perché i centristi non vollero staccarsi dai riformisti? Perché in realtà essi si son posti sullo stesso terreno teoretico e tattico dei riformisti. La polemica che precedette il Congresso e le discussioni del Congresso dimostrarono ciò esaurientemente; ma sopratutto lo ha dimostrato il fatto dell’essere i centristi rimasti uniti coi riformisti in un unico Partito. 

    L’uscita dei comunisti dal P.S.I. gettò del tutto i centristi nel campo dei riformisti. La burocrazia semiriformista e pacifista del Partito, dei Sindacati, delle Cooperative, che già prima inclinava verso il riformismo e che a Livorno costituì la maggioranza di Serrati, si è alleata coi riformisti. Questo fatto ha grande importanza, poiché fa luce sufficientemente chiara sulla vera politica dei centristi: e questa luce aiuterà il proletariato italiano a trovare entro breve tempo la sua via sotto la bandiera del nuovo Partito Comunista d’Italia. Passeranno appena pochi mesi, e la nuova sezione dell’Internazionale Comunista raccoglierà nel suo seno la maggioranza dei lavoratori dell’antico Partito. 182

    Lo sviluppo della politica agraria russa

    di EUGENIO VARGA

    II seguente, articolo del valente economista E. Varga, fu scritto prima che in Russia venisse deliberato l’ultimo mutamento nell’indirizzo della politica economica del governo dei Soviet, ed in special modo della sua politica agraria con la sostituzione dell’imposta in natura al sistema delle requisizioni. 

    Per tal motivo, non è fatto alcun cenno di questa nuova direttiva, là dove l’autore parla dell’organizzazione per la raccolta dei viveri e dei provvedimenti intesi a trasformare l’economia agricola privata in economia comunista. 

    Il presente articolo, di valore essenzialmente storico, conserva però egualmente il maggiore interesse, in quanto che esso ci espone in una rapida sintesi, attraverso quale fasi sia passata la questione agraria in Russia prima e dopo la rivoluzione proletaria, giungendo fino ad oggi in cui una nuova fase s’inizia e che solo l’avvenire può dire quali e quanti benefici essa porterà. 

    Lo sviluppo dell’economia agraria è l’essenza dell’economia politica russa. Così è sempre stato e così è anche oggi. 

    Perché il fatto più importante, che nell’agricoltura s’impiega circa l’80% di tutta la mano d’opera, non è cambiato con la rivoluzione proletaria. Ed anche le questioni fondamentali sono sempre le stesse. Come si possono portare i contadini russi a conseguire una maggiore ripartizione del raccolto sui loro estesissimi territori? Come si può far corrispondere la spartizione del suolo e dei suoi prodotti al sistema politico dominante? 

    Per quanto concerne la prima questione, fino alla rivoluzione proletaria si cercò sempre di risolverla nello stesso modo; assicurare la più elevata produzione possibile a spese dei lavoratori; spingere al massimo la produzione. Ciò accadde dopo l’abolizione della schiavitù con il più brutale e più cinico sfruttamento del lavoro dei servi. Come ovunque, anche in Russia ciò doveva portare al risultato opposto l’economia della servitù falliva sempre più; si produceva appena il minimo occorrente al mantenimento dei contadini stessi. 

    L’abolizione della servitù non cambio molto lo stato delle cose; benché i gravami dei contadini, imposte, tributi, ecc., fossero ormai ben definiti e non lasciati all’arbitrio del singolo proprietario, essi erano però un carico quasi insopportabile. E ciò perché il contadino, nella maggior parte della Russia, possedeva troppo poca terra per potervi impiegare la sua intera forza lavoro, e perché per il suo analfabetismo, per la sua assoluta ignoranza dell’economia agraria scientifica, per il suo forte conservatorismo e per la sua miseria di generi alimentari, egli era troppo debole per sopportare così forti pesi. 

    Il contadino russo soffriva la fame mentre i cereali russi venivano spediti in Inghilterra ed in Italia. 

    Così l’intero sistema agrario della Russia andò incontro alla rovina. 

    Il sistema del «Mir»; la triplice forma dell’economia agraria e le ripetute e periodiche nuove spartizioni di tutte le terre dei contadini, impediva anche a quei pochi idealmente preparati di rom- perla col tradizionale e pessimo sistema economico per mezzo di un’unione delle organizzazioni del «Mir». 

    L’impoverimento dei villaggi agrari della Russia portò generalmente alla rivolta dei contadini nella prima rivoluzione russa. Dopo la sua sconfitta si cercò di attuare una riforma su basi borghesi. Questa fu la riforma agraria di Stolypin. I suoi scopi fondamentali erano politicamente: la creazione di una condizione agiata ai contadini, affinché essa costituisse una larga base per la classe borghese; economicamente l’abolizione dell’organizzazione del «Mir», l’unione delle parcelle giacenti in comune con i latifondi arrotondati per creare con ciò ai contadini progressisti la possibilità del progresso economico. In connessione con questa riforma si ebbe: l’annullamento del diritto degli abitanti lontani dal villaggio ad una quota in denaro nel luogo nativo, con ciò una definitiva separazione del proletariato industriale semicontadino dalla gleba: la proletarizzazione dei poveri del villaggio con suddivisione dei latifondi comunali in seguito allo scioglimento dei «Mir». Per tal fine si acquistò su vasta scala dai grandi proprietari di terre e si vendette ai contadini possidenti con l’aiuto di una banca agraria di Stato. 

    La riforma agraria di Stolypin fu iniziata con mediocre energia. Perciò la sua esecuzione si effettuò molto più lentamente che non il rivoluzionamento degli spiriti. Questa parve essere la sorte di ogni riforma agraria borghese. Il regime di Kerenski dette un certo impulso alla questione agraria, ma la soluzione si aggirava sempre più nei limiti borghesi. Con la rivoluzione proletaria venne la soluzione rivoluzionaria della questione agraria. Noi possiamo in essa distinguere quattro fasi. 

    La prima è la spartizione dei grandi latifondi. Essa si effettuò in modo rivoluzionario. Tutti i contadini, ricchi e poveri, vi parteciparono. Anzi, i contadini ricchi usurparono, nella maggior parte dei casi, una maggior quantità di terra, di bestiame e di macchine che non i contadini poveri. Politicamente questa fase rappresenta l’annientamento della classe dei latifondisti, che sola nell’intero territorio possedeva una diffusa organizzazione terriera capace di suscitare una controrivoluzione. L’intera massa dei nullatenenti, provvisoriamente indifferenziati negli averi e nella posizione sociale, venne con ciò guadagnata al sistema dei Soviet ed ai bolscevichi e sottratta per sempre ad ogni tentativo di restaurazione del regime zaristico dei grandi possidenti. Viva il sistema dei Soviet, viva i bolscevichi, fu il grido di tutti i contadini. Per la maggioranza di essi la rivoluzione era compiuta con la spartizione della terra e l’annientamento del latifondo. Essi volevano d’ora innanzi viver bene, vendere i loro prodotti sul libero mercato ai prezzi più elevati e non pagare alcuna imposta. Il contadino ricco è in realtà sempre un anarchico, non certo però idealista! 

    Per i contadini poveri invece, con la prima spartizione dei grandi possedimenti, la rivoluzione non era compiuta. Altrettanto per il proletariato industriale. Non lo era per i contadini poveri, perché essi con la prima spartizione ricevettero poca terra, per la lavorazione della quale non avevano né bestiame né attrezzi, e perché era rimasta la stessa ineguaglianza delle ricchezze e dei redditi. Fu questa la fase della rivoluzione che nella stampa e nella letteratura social-democratica dell’Europa occidentale fu definita con le seguenti parole: «La rivoluzione bolscevica ha aumentato nel paese l’ineguaglianza». Non lo era per il proletariato industriale, perché i contadini ricchi fornivano i mezzi di sussistenza ai cittadini soltanto ad alti prezzi o possibilmente in cambio di prodotti industriali. Per cui risolto il primo compito, la soppressione della grande proprietà, occorse procedere oltre e iniziare la lotta negli stessi villaggi contro i contadini ricchi. 

    Venne il periodo dei «Comitati dei poveri». Sotto la direzione di lavoratori industriali coscienti, furono creati in ogni villaggio comitati dei poveri per una nuova sistemazione della vita economica e degli averi. Si ebbe un’aspra lotta con i contadini ricchi – chiamati Kulaken in Russia – lotta che nella Russia centrale ha avuto il suo epilogo, ma che in quelle regioni, ove prima si dovettero spazzar via i controrivoluzionari, Caucaso, Siberia, Ucraina, è tutt’ora in corso. 

    II risultato dell’attività dei Comitati dei poveri fu il seguente: 

    1. II terreno fu in ogni circoscrizione nuovamente ripartito, proporzionalmente al numero dei singoli. In questa nuova spartizione fu compreso non soltanto l’antico latifondo, ma anche i grandi possedimenti dei contadini ricchi. A ciascuno tocco una parcella eguale. E’ naturale quindi che i contadini che prima erano i più ricchi, oggi, dopo l’applicazione della riforma agraria e la spartizione dei latifondi, abbiano meno terra di prima1. La spartizione della terra fra tutti i contadini nello stesso paese è stata eguale non c’erano per quanto riguarda il possesso della terra – né grandi, né piccoli possidenti. 

    2. I comitati dei poveri introdussero anche la equiparazione nel possesso dei mezzi di produzione mobili, animali ed attrezzi. Sotto forma di «Imposta straordinaria» venne confiscata una gran parte delle ricchezze dei contadini ricchi, assegnandola ai contadini poveri. 

    3. Infine i comitati dei poveri servirono, quando non era ancora bene organizzata la requisizione dei mezzi di sussistenza nella repubblica dei Soviet, come organi per la raccolta dei viveri. Col loro aiuto per la prima volta si poté spingere lo sguardo nelle provviste dei contadini ricchi e provvedere alla raccolta sul luogo. 

    Con l’attuazione dell’uguale ripartizione del suolo, con la graduale compensazione dei beni mobili e col compimento dell’organizzazione statale per la provvista dei viveri, i comitati dei poveri divennero superflui e scomparvero. Nell’esteso territorio della Russia non c’erano più né contadini ricchi, né poveri nel vero-senso della parola. C’era solo il contadino medio. Al posto del comitato dei poveri subentrarono i Soviet eletti da tutta la popolazione del villaggio. 

    L’intero sviluppo venne definitivamente sanzionato con un decreto del maggio 1920, il quale stabiliva come definitiva l’attuale suddivisione dei beni e proibiva per 12 anni ogni nuova spartizione delle terre dei villaggi. 

    La politica agraria della Russia dei Soviet si orienta ormai verso i contadini medi. Però i socialdemocratici dell’Europa occidentale, i quali del reale sviluppo nulla conoscono o nulla vogliono conoscere, dichiarano con arroganza che la tattica dei comitati dei poveri ha condotto alla rovina e doveva quindi essere abolita. E per quanto riguarda la politica dei contadini medi, essi dichiarano che la repubblica dei Soviet abbia fatto la pace o mirasse a farla coi contadini – in generale essa rinunzia alla lotta contro di essi ed altre cose senza senso. 

    Ma intanto lo sviluppo in Russia progredisce senza posa. Compiuta la equiparazione dei patrimoni e dei redditi, si lavora per la trasformazione del sistema d’economia agraria privata in economia comunista statale. II primo passo fu l’elaborazione e la diffusione del sistema del contingente. Una certa parte del prodotto della produzione agricola in ogni specie di generi, biade, foraggi, patate, verdura, carni, burro, uova, latte, pelli, lana, crine, corna, unghie, canape, lino, cotone, frutta, miele, ecc., doveva esser fornita allo Stato a prezzi determinati. Inoltre – e ciò è veramente socialista – non è il singolo contadino che è tenuto al dovere del fornimento, bensì l’intero villaggio come unità sociale. 

    Il modo secondo cui i contadini raccolgono fra di loro il contingente da ciascuno dovuto, risponde pienamente al loro vero interesse, il quale è regolato in modo assolutamente democratico, con consultazioni di tutti i componenti del villaggio. Nei villaggi russi c’è una democrazia genuina, perché gli abitanti per l’appunto non stanno fra di loro nei rapporti di sfruttati e di sfruttatori. 

    Il comune dovere al fornimento è un vincolo sicuro perché l’economia agricola privata possa interessare gli uni nel progresso economico degli altri. 

    Su questi principi fondamentali si sviluppano digià le più elevate forme della fusione dei contadini. Interi villaggi costituiscono un’unica organizzazione del lavoro -Artel- la più grande si divide in tre o quattro parti per la comune lavorazione del suolo, la comune attuazione dei miglioramenti, ecc. 

    La fusione talvolta è ancora più stretta. I contadini mettono insieme i loro campi e tutti i loro mezzi di produzione, formano una comunità, la quale non soltanto produce in comune, ma consuma anche in comune, non in base al numero dei lavoratori, ma in base al numero dei consumatori, delle «bocche» come si dice qui. Queste forme di sviluppo sono sostenute dal governo dei Soviet con tutti i mezzi possibili, con denaro, macchine, sementi e bestiame. 

    Ma questo sviluppo, per quanto proceda bene, non è abbastanza rapido. E necessario perciò fare un passo avanti verso la trasformazione. Questo è il programma dell’inverno di quest’anno e della primavera. Noi possiamo definirlo nella frase seguente Regolamento statale della produzione agricola. In tutta la Russia parliamo della Russia centrale che costituì ininterrottamente la Russia dei Soviet, poiché gli altri territori, come accennammo, si trovano in uno stadio di sviluppo incipiente si sono costituiti dei comitati di coltivatori. 

    Questi comitati devono insegnare ai contadini quanti cereali od altre specie di piante devono seminare, quando e quanto profondo essi devono arare, ecc. Non si tratta quindi di nozioni teoriche. L’animatore ed il direttore spirituale di questa opera grandiosa, il compagno Ossinsky, ne definì lo scopo nei seguenti termini: Noi dobbiamo arrivare al punto che l’intero villaggio lavori la terra come il migliore e più intelligente agricoltore di questo circondario. Dunque, organizzazione proletaria del lavoro sotto la obbligatoria direzione degli organi statali2. Per assicurarne i risultati, vennero prese dallo Stato ai contadini le sementi necessarie per le semine primaverili e ad essi furono date invece a primavera granaglie scelte della migliore qualità; specie analoghe vennero dallo Stato assegnate immediatamente alla produzione. Ciò è un importante passo verso la socializzazione dell’economia rurale. Non l’ultimo. In Russia ora vengono costruite potenti «trattrici» – moto aratrici a benzina – qualcuna viene importata anche dall’America. Lo Stato farà arare pei contadini vaste estensioni di terra nera, con ciò entro l’anno, anche senza concimi, è assicurato un elevato raccolto. Utilizzazione comune delle nuove macchine che non vengono lasciate alla proprietà privata dei contadini. Alla fine, sarà lasciato all’economia privata del contadino soltanto il governo della casa. 

    Questo sviluppo non è necessario soltanto per dirigere lentamente i contadini verso il sistema dell’economia comunista, ma anche per aumentare la produzione. Non dobbiamo dimenticare che nella Russia le condizioni della ripartizione del suolo erano molto varie. Precisamente nella Russia centrale l’estensione del latifondo era molto limitata3. Trascurabile perciò l’aumento del terreno dei contadini. Poiché il raccolto in seguito ai sei anni di guerra accennava a scemare4 e per i difetti del commercio libero si manifestava fra i contadini la tendenza al ritorno all’economia domestica, ciò che influì, in seguito, sulla produzione collettiva, ed infine si era fortemente elevato il consumo dei contadini stessi in mezzi di sussistenza5, ci fu nella Russia centrale, con la relativa densa popolazione, malgrado la spartizione dei latifondi una nuova crisi agraria, o con espressione più mite, una questione agraria. 

    In vasti territori la terra divisa tra i contadini secondo il numero degli individui, con l’attuale sistema d’economia primitiva è appena sufficiente per soddisfare i loro bisogni. Mentre all’Est, nei territori del Volga e della Siberia, milioni e milioni di ettari di terreno fertile giacciono senza padrone, vaste estensioni che una volta all’anno vengono falciate dai militari, fondi di riserva in terreni della Repubblica dei Soviet, intorno a Mosca vi sono delle località dove anche oggi c’è bisogno di terra. Perciò la direttiva della politica agraria dei Soviet mira ai seguenti scopi: 

    1. Miglioramento dell’economia agricola sfruttando la terra esistente nel modo migliore. 
    2. Grandiosa colonizzazione, mediante lo stabilirsi della popolazione agricola esuberante nei territori del centro nelle terre libere del Volga e della Siberia, dove è digià possibile la vita sociale nelle più elevate forme collettive. 

    ***

    Qualche lettore troverà che il sunto ch’io do qui sullo sviluppo della politica agraria russa, non è così chiaro come lo si desidererebbe. La colpa non è mia. Io non scrivo nulla d’oscuro; sono gli avvenimenti in continuo movimento, come deve appunto avvenire in una rivoluzione. Delle linee di sviluppo in alcune parti sono giunte allo scopo, in altre invece incominciano ora. Talvolta si cerca di raggiungere un determinato grado di sviluppo o di superarlo. La vita nella Russia dei Soviet, uno Stato di 100 milioni di uomini che abitano una grande estensione di terra, non si può descrivere in una sola maniera. Forse sarebbe possibile dare descrizioni particolareggiate dei singoli tratti di territorio.

    Note

    La coltura proletaria e il Commissariato dell’Istruzione Pubblica

    di A. LOUNATCHARSKI

    L’articolo che segue e che è stato più volte riprodotto nella stampa russa, inizia i nostri lettori ad una polemica che ha avuto luogo all’inizio del 1919 fra la Sezione d’Istruzione pubblica di Mosca e il Comitato Centrale dei Proletcult di Russia. Il progresso rivoluzionario aveva inevitabilmente fatto nascere in tutti i domini delle istituzioni multiple, che sembravano rispondere a bisogni diversi, e furono poi riconosciute in pratica come facenti doppio lavoro. Da ciò la campagna giustificata e feconda intrapresa contro il «parallelismo». Da ciò la semplificazione crescente dell’organismo amministrativo ed il cammino verso un sistema razionale corrispondente alle grandi divisioni della vita sociale. L’articolo scritto da Lounatcharski, diretto a dimostrare che l’assorbimento degli istituti di coltura proletaria da parte delle sezioni d’istruzione pubblica dei Soviet, non è ancora indicato, definisce mirabilmente le funzioni dei due organi: l’uno laboratorio di studio e di creazione, rigorosamente riservato al proletariato industriale; l’altro, apparecchio d’insegnamento, che trasmette a tutte le classi le parti positive della coltura tradizionale. Le sezioni d’istruzione pubblica hanno a loro disposizione una rete, incessantemente allargata a tutta la Russia, di scuole di lavoro dei tre gradi con le scuote speciali e professionali, le forme diverse e multiple dell’insegnamento extra-scolastico (corsi, conferenze, teatri, cinematografi, circoli, concerti, pubblicazioni…). I Proletcult non esistono che nei centri industriali; essi non si rivolgono che ai giovani operai e dànno loro la possibilità, ogni giorno dopo il lavoro, nello «studio», cioè nel laboratorio o nel seminario da essi scelto, di coltivare liberamente fra compagni, con maestri chiamati da essi, se lo desiderano, il loro talento originale. Ci sono dei «studi» di pittura, di scultura, di musica, di canto corale, di danza, di letteratura, di poesia, d’arte teatrale… 

    Un decreto del Comitato Centrale esecutivo ha messo fine alla polemica, adottando il punto di vista di Lounatcharski e facendo del Protetcult un organo autonomo che dispone d’un bilancio a parte nel bilancio generale dell’Istruzione pubblica. Da ciò si vede quanto sia lontano il Governo dei Soviet dal vandalismo dei nostri borghesi, sempre disposti a far datare ogni coltura dalla loro rivoluzione, e nello stesso tempo assolutamente incapaci ad ammettere che un’altra coltura possa essere edificata da un’altra classe. Il proletariato, con il potere dei Soviet, abbraccia i tempi; egli si nutrisce del passato per trionfare del presente e creare l’avvenire. 

    Quando in compagnia d’alcuni compagni, convocai a Mosca, pochi giorni prima della rivoluzione d’ottobre, una conferenza per lo studio delle questioni di coltura proletaria, è certo che io mi raffiguravo la funzione e l’importanza dell’organizzazione uscita da questa conferenza e che prese in seguito il nome di «Proletcult», sotto una forma ben differente da quella che essa ha oggi. 

    In quest’epoca, il potere era puramente borghese, ed era su di un terreno estraneo ed anche in parte ostile al governo che il proletariato, abbandonato alle proprie forze, doveva cercare la sua via verso una propria civiltà. 

    Elevare il livello intellettuale, morale ed estetico del proletariato, aiutarlo a creare in tutti questi domini una coltura originale e propria alla sua classe, ecco il duplice compito che incombeva alla nuova organizzazione. 

    Fin dall’inizio, io attirai l’attenzione sul parallelismo perfetto esistente fra il Partito Comunista nel campo politico, i Sindacati nel campo economico, e il Proletcult nel campo morale. 

    Attualmente tutto è cambiato noi dobbiamo porci di nuovo la questione dei rapporti che devono esistere fra il Partito Comunista ed il Governo soviettista: ricercare le leggi che devono regolare le mutue relazioni fra le associazioni professionali da una parte, il Consiglio Economico Nazionale e gli altri organi economici dello Stato Soviettista dall’altra; definire il confine da stabilire fra il Proletcult ed il Commissariato dell’Istruzione pubblica. 

    Non mi soffermerò ora sulle due prime questioni, se non per dire che non viene in mente a nessuno di dichiarare superfluo il Partito e di sopprimerlo con il pretesto che i membri del suo Comitato Centrale sono quasi identicamente gli stessi di quelli del Consiglio dei Commissari del popolo o del Bureau del Comitato Centrale esecutivo o ancora di qualche altro organo dello stesso genere; non viene in mente ad alcuno di dire che il Partito ed il Potere dei Soviet fanno due volte lo stesso lavoro. 

    Tutti comprendono che tutto ciò va bene così, poiché il lavoro è fatto in realtà del proletariato comunista cosciente, di cui il Partito ed il Potere dei Soviet non sono attualmente che gli organi.  

    II proletariato, dopo aver messo le mani sul potere governativo e preso possesso di tutta l’eredità culturale del paese, doveva bene inteso creare gli organi necessari alla trasformazione delle scuole di ogni specie, biblioteche, musei, teatri, concerti, esposizioni, riviste, ecc., ecc., in strumenti di educazione proletaria. 

    Cosa significano queste parole: educazione proletaria? Significano in primo luogo che il proletariato deve assimilare i valori umani della scienza e delle arti senza di che è impossibile essere un uomo istruito, senza di che il proletariato resterà un barbaro, e non potrà mai usufruire veramente né del potere, né degli strumenti di produzione dei quali s’è impadronito. 

    Questo è un compito gigantesco. 

    Ad esso dobbiamo aggiungerne un’altro: l’educazione proletaria deve comprendere egualmente l’espansione delle pure idee proletarie prima nei centri meno rischiarati del proletariato stesso, in secondo luogo fra le masse contadine ed in generale fra tutti i lavoratori manuali, infine fra gli intellettuali. 

    II proletariato possiede già un tesoro d’idee che si possa considerare come indiscutibile? 

    In alcuni campi, si: le parti più elaborate del marxismo, in particolare nel dominio della sociologia e dell’economia politica, in minor grado in quelli della storia e della filosofia, possono attualmente pretendere in modo ben determinato ad un posto legittimo, ad un primo posto nelle università, biblioteche, ecc. 

    I fondamenti del nostro programma politico e pratico sono un meraviglioso tesoro che la nostra propaganda politica deve riuscire a far conoscere a tutti ed a ciascuno. Ecco perché essi devono essere diffusi a cura di tutti gli organi del potere governativo. 

    Ma se consideriamo questi puri elementi proletari assimilati dall’apparecchio governativo e portati da lui nella coscienza delle masse, noi vediamo ch’essi occupano un posto relativamente piccolo in ciò che costituisce il lavoro dello Stato in materia culturale. 

    Chi può negare ad esempio che nell’insegnamento delle scienze noi dobbiamo approfittare oggi di tutta l’esperienza accumulata? Forse riusciremo a modificare in una certa misura i metodi di’nsegnamento, ma ciò non avverrà che con un processo estremamente lungo. 

    Nel dominio delle arti, noi non dobbiamo in nessun caso lasciare il proletariato estraneo a tutte le mirabili opere accumulate dal genio dell’umanità. 

    Qui incontriamo due opinioni estreme contro le quali bisogna accuratamente mettere in guardia il proletariato che entra nella carriera del lavoro culturale. 

    Vi sono alcuni i quali dicono che diffondere la scienza e l’arte antica, è servire i gusti borghesi e contaminare il giovane organismo socialista col sangue d’un vecchio mondo in decomposizione. 

    I rappresentanti estremi di questo errore sono poco numerosi, ma il male che essi potrebbero fare può esser grande. E notevole che alcuni partigiani della coltura proletaria, pieni più di zelo che di buona inspirazione, cantano qui all’unisono con i futuristi, i quali di quando in quando confessano il loro desiderio di distruzione fisica di tutta la civiltà antica e vorrebbero chiudere il proletariato nelle esperienze fino ad oggi assolutamente non convincenti alle quali si riduce per essi l’arte. 

    No, lo ripeto per la millesima volta, il proletariato deve rivestire l’armatura completa della coltura umana. Esso è una classe storica, deve andare avanti senza romperla con tutto il passato. Rigettare le scienze e le arti del passato sotto il pretesto che sono borghesi è così assurdo come il rigettare sotto lo stesso pretesto le macchine o le ferrovie. 

    L’altro estremo consiste nel dire, tuffandosi nell’eccesso di questa universale coltura scientifica o artistica ecco il vero lavoro che s’impone al proletariato, basta migliorare tutto ciò, rivestirlo per così dire d’uno strato esteriore di sociologia marxista, ricoprirlo del programma comunista, e noi non abbiamo bisogno d’altro. 

    Non ci si opporrà mai troppo a questa concezione. La grande classe proletaria rinnoverà progressivamente tutta la civiltà dall’alto fino al basso. Essa si costruirà uno stile degno di lei, che si manifesterà in tutti i domini dell’arte e vi metterà un’anima nuova. Il proletariato modificherà la struttura stessa della scienza fin d’ora, si può prevedere il senso nel quale si svilupperà la sua metodologia. 

    Se noi vogliamo attualmente imporre allo Stato ed ai suoi organi di diffondere unicamente ciò che è nuovo, ciò che è proletario, noi condanneremmo il proletariato alla barbarie, gli taglieremmo le radici, e non avremmo da meravigliarci se i frutti del suo lavoro creatore nel dominio della scienza e delle arti sarebbe tardo e debole. 

    II compito dello Stato, è quello di diffondere le conoscenze assolutamente indiscutibili che il proletariato non ha conquistato che in qualche dominio immediatamente, legato alla sua campagna politica, in seguito poi si tratta di spargere largamente nel campo proletario tutti i materiali infinitamente ricchi e fecondi di cui egli è l’erede. 

    Ma se dopo ciò si dichiarasse che si può restare indifferenti alle ricerche originali del proletariato, al lavoro dei rappresentanti della classe operaia che cercano di elaborare nuove forme d’arte e metodi scientifici originali, si cadrebbe di nuovo nell’errore più grossolano. 

    Così le due funzioni sono nettamente e chiaramente fissate il «Proletcult» non deve in nessun caso considerare le prime manifestazioni dell’arte e del pensiero proletario, ad eccezione dei dati del socialismo scientifico, senz’altro come un valore, né cercare di sostituirle ai valori delle civiltà delle epoche precedenti. Non è nemmeno suo compito quello di cercare diffondere la conoscenza di tutte le branche della coltura umana per mezzo dei suoi organi nel primo caso esso dimostrerebbe la più imprudente presunzione, che bisogna lasciare interamente ai futuristi; nel secondo s’ingerirebbe in un lavoro che non è il suo e che il proletariato compie con un’altra mano, con gli organi dello Stato. 

    Ma il Proletcult deve concentrare tutta la sua attenzione sui lavori di laboratorio, sulla scoperta ed il sostegno dei talenti originali del proletariato, la creazione di circoli di scrittori, d’artisti e di giovani sapienti d’ogni sorta tolti dalla classe operaia, la creazione dei laboratori multiformi e d’organizzazioni viventi in tutti i campi della coltura fisica e morale, con l’intenzione invariabile di sviluppare con questo mezzo il seme libero e fecondo nascosto nell’anima proletaria. 

    Lo Stato proletario, più esattamente lo Stato operaio e contadino, non può non mostrare la più grande fiducia e la più grande sollecitudine per le giovani organizzazioni di questa specie, destinate a diffondere poco a poco quella luce e quel calore che un giorno sorpasseranno infinitamente tutta l’eredità di cui godiamo attualmente, ed edificheranno nel campo della civiltà il nuovo mondo che noi abbiamo fondato in quella della vita economica. 

    E’ per questo che io considero come assolutamente illegittime le tendenze della Sezione d’Istruzione pubblica del Soviet di Mosca a sopprimere il «Proletcult», senza pensare che esse non possono essere coronate da successo, poiché tutti gli altri Soviet della Russia hanno un’altro punto di vista. 

    Sarebbe assolutamente assurdo interdire al proletariato di Mosca d’avere un’organizzazione per elaborare nuovi valori colturali, quando quasi ogni città ha già la sua. 

    Ora, sopprimere dappertutto i «Proletcult» che hanno preso un’enorme estensione e dànno dei frutti estremamente preziosi, il Soviet di Mosca, fortunatamente, non lo può fare.