Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1953/3

L’America tira le somme

Prima e dopo l’elezione di Eisenhower, si è sentita definire la «nuova» politica americana: conservatorismo all’interno, internazionalismo all’estero, – e contrapporre questi due termini come i poli avversi di una contraddizione. La realtà è un’altra: i due termini sono convergenti, si risolvono in un indirizzo unico che è di consolidamento, all’interno e all’estero, della potenza economica e politica conseguita dagli Stati Uniti sotto governo democratico. Roosevelt e Truman hanno seminato: Ike (tanto per usare dei nomi, che contano solo come cartelli indicatori) raccoglie.

Il processo va dunque visto così. Il «radicalismo» newdealista dei democratici e il Fair Deal della loro seconda fase di governo, sono stati per il capitalismo yankee gli strumenti di reazione alla crisi 1929-33 e di ripresa nel periodo seguente: col decisivo aiuto della seconda guerra mondiale, le «riforme» democratiche hanno consentito al capitalismo americano di riprendere la sua marcia a un livello di produzione infinitamente più alto. Sul piano internazionale, l’America 1933-52 ha via via esteso la sua dominazione imperialistica (spesso senza bisogno di interventi militari diretti: il dollaro è un mezzo di penetrazione molto più persuasivo del cannone), e ha allargato l’area del suo controllo mondiale, magari con l’apparenza esteriore di un «umanitarismo» benefico e generosamente donatore proprio dei diversi «piani di assistenza». Ne è risultata, all’interno, una relativa stabilità; all’esterno, un potere d’integrazione formidabile.

Si trattava, ormai, di tirare le somme. Il «conservatorismo» interno non significherà smantellamento della struttura «assistenziale» e «anticrisi» del New e del Fair Deal: significherà il loro pieno sfruttamento a vantaggio della classe dominante, senza infingimenti demagogici e senza riserve cautelative. L’«internazionalismo» all’estero avrà gli stessi caratteri e lo stesso fine: il consolidamento del potere imperialistico dell’America sul globo, la spinta accelerata all’integrazione del «mondo libero» nel sistema economico e militare atlantico. Grinta dura l’uno e l’altro; il crociaitismo a vocabolario protestante che Ike adopera, insieme con Foster Dulles, quando parla al mondo, è l’altra faccia, perfettamente identica, del tono da businessman, da uomo d’affari, con cui pontifica ad uso del mercato interno.

Perciò le minacce lanciate ai lenti o recalcitranti governi europei, che vorrebbero aiuti e, insieme, un’autonomia relativa, e il duro monito a inquadrarsi finalmente nel dispositivo mondiale americano, vanno intesi come la risultante di una realtà storica invalicabile; e invano Churchill e i suoi colleghi continentali sogneranno il ritorno al falso idillio con Roosevelt o con Truman, giacché Roosevelt e Truman non sono stati che gli strumenti necessari di questa conclusione storica d’ordine mondiale, i vettori dell’attuale resa dei conti. Non c’è abilità di statisti che possa invertire la marcia. Peggio per chi ha creduto di farla da padroni facendola da servi.

Disoccupati semipermanenti

La famosa inchiesta parlamentare sulla disoccupazione avrebbe accertata l’esistenza in Italia di una forza di lavoro di 19,3 milioni di unità, di cui 18 milioni occupati: i senza lavoro sarebbero dunque « appena » un milione e trecentomila circa, meno del previsto – « lieta novella » che ha fatto tirare un sospiro di sollievo e di fierezza ai nostri dirigenti…

Lasciamo da parte ogni considerazione sull’attendibilità statistica del « metodo del campione » di cui ci si è serviti ai fini dell’inchiesta: constatiamo solo ch’essa si è limitata ad accertare l’occupazione « piena », catalogando fra gli occupati anche i lavoratori la cui occupazione è saltuaria o ridotta. Ora è noto che in larga parte dell’industria la situazione generale dell’operaio è appunto quella di chi lavora a orario ridotto: contemporaneamente, una altra inchiesta, quella dell’I.S.T.A.T., ha rilevato nel settore agricolo, (che assorbe il 42 % degli « occupati ») che il numero medio delle giornate di lavoro eseguite dai lavoratori agricoli nell’ultima annata agraria è stato, per i giornalieri, di 161, (175 per i maschi e 117 per le femmine), per i semi-fissi di 228 (230 per i maschi e 175 per le femmine), di 284 per i salariati fissi e 203 per i compartecipanti (131 per le femmine): le categorie superiori denunciano cifre più alte, e il complesso è di 228 ore, distribuite fra 241 per i maschi e 194 per le femmine.

Ne risulta che nel vasto settore agricolo una larga parte di operai lavora meno della metà dell’anno, un’altra larga parte appena un terzo, e la media (cioè un personaggio inesistente) ha ogni anno 137 giornate vuote, 137 giornate da star con le mani in mano – il che sarebbe un vantaggio… se fossero giorni pagati. Accidenti all’occupazione: sarebbe come catalogare fra i sani quelli che non sono cronicamente all’ospedale.

La verità è che più della metà della « forza di lavoro italiana » è costituita da disoccupati con temporanea occupazione. Il regime dominante può ben gloriarsene.

La crisi dello stalinismo sarà crisi di tutto lo schieramento politico borghese

Non da ieri abbiamo formulato la previsione che il P.C.I. avrebbe lasciato lungo il cammino, man mano che si sarebbe spento l’eco delle vittorie militari degli eserciti russi e l’influenza americana in Italia avrebbe dato prova di sé, le schiere pecoresche dei piccoli e grossi borghesi che negli anni della cosiddetta Liberazione credettero o temettero di essere diventati sudditi di Giuseppe Stalin. Paura, spirito di carrierismo, bisogno intellettualesco di fare «esperienze nuove», spinsero ondate di gente appartenente ai cosiddetti ceti medi, non solo, ma addirittura esponenti chiarissimi della grande industria, per non dire rappresentanti del personale di governo della democrazia pre-fascista, cresciuti ed emersi politicamente nella repressione del movimento operaio, a prendere la tessera del partitone. Da quando fu chiaro, ahimè, che i marescialli moscoviti non potevano oltrepassare la famosa cortina di ferro, anzi si assistette al capovolgimento della politica americana che dall’alleanza attiva con la Russia passava alla cosiddetta guerra fredda, tuttora in corso, da allora gli improvvisati marxisti, gli innamorati dell’U.R.S.S. cominciarono a rifare i propri conti, a sfogliare la margherita: rimango, me ne vado… La bomba della rottura di Tito con il Cominform doveva rafforzare le tendenze al viaggio di ritorno. Cominciarono Cucchi e Magnani con relativo codazzo. Ma lo scoppio della guerra di Corea riportò la fifa nelle vene dei borghesucci. Oggi l’esodo riprende. Ciò succede soprattutto perché alle affinate narici dell’intelligenza togliattiana giunge odore di disfatta elettorale…

Qualche mese fa andò via nientemeno che un onorevole, il deputato catanzarese Silipo. Motivazione: crisi di coscienza. Una evidente scusa, giacché tutti sanno che il P.C.I. non esige dai suoi iscritti la propaganda e la pratica dell’ateismo, come è dovere di ogni marxista, ma tollera liberalescamente tutte le confessioni religiose, dall’animismo dei selvaggi al cattolicesimo e alla ortodossia greca. L’Unità pubblica più fotografie del papa russo che non il Popolo immagini di Pio XII. Con scuse del genere, altra gente benpensante abbandona il P.C.I., veleggiando verso le più ubertose terre dello schieramento filo-americano, che «ha l’avvenire davanti a sé». Lo stillicidio di dimissioni, di restituzioni più o meno teatrali di tessere del P.C.I. (nonostante la picassiana colomba) è ormai una malattia cronica del partitone. A volte sono piccoli funzionari di federazione, a volte sindaci o assessori, a volte addirittura gruppi di operai sedotti, come avvenuto recentemente in quel di Catanzaro, dalla truffa democristiana della riforma agraria. Fatti del genere inducono giornali, come il Mattino d’Italia, a ritenere che il P.C.I. sia preda della crisi. Falsa interpretazione.

Quello che gli avversari filo-americani del P.C.I. non riescono a capire è che la crisi, quella reale, del P.C.I. non potrà essere che crisi di tutto lo schieramento borghese italiano. Quale la funzione del P.C.I.? I reazionari miopi o interessati a sembrarlo pretendano pure che il partito di Togliatti rappresenti, affiancato da quello di Nenni, l’organizzazione della classe operaia e l’agente della rivoluzione anticapitalistica in Italia. Noi sappiamo invece, e lo dimostriamo quotidianamente, che l’unica forza organizzata che garantisca dell’acquiescenza supina delle masse alle ideologie democratiche interclassiste controrivoluzionarie, e che in quanto tale contribuisca con le forze materiali dello Stato a conservare gli ordinamenti capitalistici, quest’unica forza organizzata è il P.C.I.

Finché l’organico del P.C.I. perderà parte della zavorra piccolo borghese, tenendo però ben stretta nelle grinfie la massa proletaria, o corrompendola al punto da buttarla in braccio ai preti, non si potrà parlare di crisi del P.C.I., ma semmai di diminuzione della sua influenza parlamentare e politica, che, perdurando l’attuale equilibrio internazionale, è fatto scontato. La marmaglia piccolo borghese non capisce altro linguaggio che quello del bastone, non sente altro odore che quello dei biglietti di banca. La crisi vera del P.C.I., il fallimento dell’opportunismo espresso dalla conservazione borghese, non sarà fatto documentabile con elenchi di lettere di dimissioni, di sconfessioni, di apostasie, in cui si estrinseca il ruffianesco spirito di adulazione e di opportunismo dei borghesucci. Nemmeno sarà dato da un eventuale moltiplicarsi di casi di diserzione di elementi operai, emigranti in organizzazioni politiche e sindacali non meno controrivoluzionarie di quelle controllate dal P.C.I. La crisi vera, che sarà anche crisi del capitalismo in Italia e nel mondo, avverrà allorquando le masse ora soggette alle influenze nefaste dello stalinismo internazionale abbandoneranno i loro capi maledicendoli, ma non per passare nel campo non meno infetto della socialdemocrazia del dollaro o della sterlina. Essa sarà un fatto reale quando le masse passeranno ad ingrossare le file dell’avanguardia rivoluzionaria, perché allora si verificheranno le due condizioni che Lenin poneva a che si considerasse rivoluzionaria una determinata fase storica: che gli «strati superiori» della società non possano vivere alla vecchia maniera, che gli «strati inferiori» non vogliano vivere alla vecchia maniera.

Oggi, tutto può essere fonte di incertezze, tranne il giudizio documentato che, restino nel P.C.I. o disertino per passare nel campo della socialdemocrazia dai vari colori le masse operaie, «gli strati inferiori» mostrano così di voler «vivere alla vecchia maniera», cioè, alla maniera imposta dall’opportunismo. Non potranno volerlo sempre, di ciò siamo altrettanto sicuri, ma il cammino sarà lungo e penoso.

Caro-seduta

Tamponate le falle della logorrea, raccolte le palline di votazione, medicata la testa bernoccoluta di qualche onorevole, l’ostruzionismo social-comunista alla Camera è finito melanconicamente, come la battaglia di Don Chisciotte contro gli otri. Era da prevedersi. Il fatto nuovo doveva verificarsi poi. Molta gente, negli scorsi giorni, ha sinceramente temuto che gli onorevoli deputati dell’opposizione avrebbero trasformato l’ostruzionismo… in rivoluzione, imitando certi rivoluzionari democratici dell’800 i quali sapevano mettere su una rivolta ed innalzare le barricate all’uscita da un teatro. Purtroppo, i tardi epigoni del giacobinismo togliattiano sanno soltanto trasformare il già tanto screditato baraccone di Montecitorio in teatrino da opera dei pupi, con la differenza che i duelli tra gli arterioslerotici parlamentari sono molto meno appassionanti delle singolar tenzoni fra Orlando e Ferraù…

Il fatto che ha degnamente concluso la già dimenticata e insignificante partita a zecchinetto che lo sgonfionismo montecitoriano ha classificato sotto la voce di «grande battaglia», è degno dell’ambiente. Gli onorevoli deputati hanno creduto di doversi aggiudicare una gratifica straordinaria (oltre il normale stipendio) di L. 150.000 a testa, meglio sarebbe dire a zucca. Il totale fa, essendo 574 gli onorevoli, più di 86 milioni di lire. Avversari e sostenitori dell’ostruzionismo si sono trovati dunque d’accordo nel sentirsi duramente provati dalle estenuanti battaglie verbali, e bisognosi di congruo sussidio. Parlare più o meno a vanvera, in ogni caso a scopo ciurmatorio è il loro mestiere, ma che lavorassero a cottimo non lo sapevamo. Democristiani e stalinisti, socialisti e saragattiani, monarchici e repubblicani, benché contribuissero in misura diversa a inondare di vuote chiacchiere la penisola, si sono trovati in perfetto accordo nel bussare ai denari. L’ostruzionismo ha fruttato a tutti.

Noi sosteniamo la tesi che il capitalismo è modo di produzione e ordinamento sociale da demolire non perché riteniamo che produca poco, ma al contrario, che sperperi troppo, distruggendo follemente forze produttive. I fiumi di chiacchiere vomitati dagli altoparlanti montecitoriani valevano 86 milioni di lire. Con tale somma, che cosa di utile si poteva fare? Indiciamo un concorso aperto a tutti i lettori per saperlo.

Giungla capitalista

A leggere i nostri giornali, si direbbe che i senatori americani siano stati presi da una crisi di umanitarismo. Essi si sono scandalizzati, nientemeno, che il comando militare delle forze dell’U.N.O. in Corea abbia mandato al macello un contingente di fanti per dare spettacolo – programmi e cartine alla mano – a un gruppo di alti papaveri e corrispondenti, ansiosi – visto che erano al fronte – di assistere a un episodio di guerra degno di questo nome.

Care, tenere coscienze dei senatori americani. Si scandalizzano di novanta feriti o morti sacrificati alla curiosità di generali e giornalisti, e trovano perfettamente naturale che milioni di soldati e civili siano da due anni e più sacrificati, nella stessa Corea, perché, sui grafici della produzione e della curva dei profitti, industriali e commerciali potessero seguire l’inebriante spettacolo del capovolgimento della «recession» 1948-49 nella trionfale «prosperity» 1952.

Se operazione «inutile» è stata quella della modesta collina irrorata di sangue, conquistata e perduta nel giro di 16 ore, come definire questa guerra che dura da anni e non si conclude mai, questa guerra che ha convertito in deserto una penisola perché la giungla capitalista delle due maggiori potenze imperialiste del mondo lussureggiasse?

La reazione «umanitaria» dei senatori americani è soltanto un segno che la Corea va cessando, come spettacolo redditizio, di entusiasmare la classe dominante. Perciò Eisenhower ha provveduto a sollevare un nuovo sipario – quello della guerriglia partigiana e delle operazioni di disturbo di Ciang Khai Scek in Cina – e il governo francese si prepara a chiedergli di sollevarne un terzo nel Viet-Nam con le forze militari dell’U.N.O. Lo spettacolo Corea ha reso: la sua utilità marginale va calando. Se ne organizzino di nuovi.

L’impennata «umanitaria» dei senatori americani nasce – ci hanno detto i giornali – dal fondo moralista puritano dello yankee. Sarà: è lo stesso «fondo» che ispira il crociatismo di Foster Dulles e la retorica eisenhoweriana invocante il trionfo del bene sul male. Il «fondo moralista» con cui si ammanta la spietata giungla dell’imperialismo.

21 gennaio 1921

L’anniversario del Congresso di Livorno viene celebrato dalla iconografia dei falsificatori in un clima di festosità, quasi che quel cruciale svolto nella storia della lotta di classe in Italia fosse stato un atto di concordia indulgente e di tollerante convivenza degli schieramenti politici e degli opposti campi dottrinari e programmatici i quali nel memorabile XVII Congresso del Partito Socialista Italiano così duramente si affrontarono e reciprocamente si respinsero. Se poi la contingenza politica impone di uscire dal pantano dell’ordinaria amministrazione del riformismo parlamentare, e di sostituire a questo la agitazione demagogica delle masse, accade di assistere ai più irritanti connubi come è avvenuto quest’anno, quando la commemorazione di tipo ecclesiastico della giornata del 21 gennaio 1921 è stata abbinata, per ordine della Direzione del P.C.I., alla protesta di piazza contro la riforma elettorale. Invece, il Congresso di Livorno – e un indice della situazione dei rapporti di forza tra le classi è dato appunto dal fatto che tale data nulla riesce a dire alla stragrande maggioranza del proletariato che non sia nauseabonda rimasticatura di reazionarie ideologie interclassiste – non fu un atto di concordia né nei rapporti tra le classi, né – fatto innegabile – all’interno della stessa classe operaia. Il congresso di Livorno palesò brutalmente, certo non creò dal nulla, la profonda divisione esistente nelle file del proletariato socialista. Questo il socialnazionalismo togliattiano non può dire non solo perché deve amicarsi coloro che ieri avversò, ma soprattutto perché non può avallare agli occhi delle masse la verità inconfutabile, provata da un secolo di lotta, che l’unità non statistica ma rivoluzionaria della classe operaia si realizza unicamente alla condizione di una spietata e radicale battaglia all’opportunismo collaborazionista, che miri ad estirparlo violentemente, in definitiva, dal corpo della classe.

Molto più facile falsificare una teoria manipolando ad arte i testi scritti, che cancellare i fatti storici. E’ possibile pur tuttavia relegarli in quarantena, ignorarli su precisa consegna. Ma ciò che non possiamo ignorare noi, soprattutto allorché si discute di Livorno, è il fatto inoppugnabile che lo straripamento della Rivoluzione rossa oltre i confini della Russia leninista , restò affidato, negli anni dal 1919 al 1926, non già al superamento pacifico dei contrasti politici in seno al proletariato internazionale, ma al contrario, all’approfondimento di essi, come era avvenuto in Russia nella lotta tra menscevichi e bolscevichi. L’aver respinto le critiche della Sinistra Comunista Italiana alla politica del Comitato Esecutivo della Terza Internazionale, che nella fase di riflusso del movimento rivoluzionario in Europa si adagiò nella prassi rinnegata della manovra possibilista, spezzando l’impeto della lotta contro i partiti socialdemocratici, proletari di nome, traditori di fatto, e rivalutandone il prestigio agli occhi delle masse, doveva procurare agli attuali dirigenti traditori del P.C.I. le carte di identità necessarie ad ottenere dalla Internazionale stalinizzata, nel 1926, l’investitura dei posti di comando di cui oggi si avvalgono per diffamare ed infangare, ma non fino a cancellarne la memoria per loro sfortuna, il Congresso di Livorno.

Il Congresso di Livorno, checché ne dicano i predicatori della unità nazionale sotto le insegne usurpate del socialismo, non unì, ma divise profondamente la classe operaia, almeno la parte politicizzata di essa. Si osa dire che i comunisti lottarono a Livorno per la democrazia e il pacifico progresso sociale; si inscenano parate propagandistiche che mirano a tracciare un impossibile tratto di unione fra la scissione di Livorno e – si tratta di non schifarsi ma di capire – la protesta per un denunciato sopruso fatto subire alla minoranza social-comunista in Parlamento. Ma che di più antidemocratico, e più antiparlamentare, che di più rivoluzionario e sovversivo dell’azione scissionista della minoranza comunista al XVII Congresso del Partito Socialista a Livorno? I capi sbandati del P.C.I., benché si comprenda benissimo che la certezza matematica di dover mollare diecine e diecine di seggi parlamentari alle prossime elezioni faccia loro perdere la testa, avrebbero dovuto ravvisare l’incompatibilità dei termini di paragone, comprendere che non si può contemporaneamente denunciare reati di lesa democrazia e inneggiare al Congresso di Livorno, dato che fu proprio a Livorno, il 21 gennaio 1921, che il proletariato rivoluzionario italiano lanciò la più tremenda sfida alla democrazia borghese. Forse si uniformò agli schemi della democrazia parlamentare, la minoranza comunista che, vinta in sede di votazione congressuale, proclamò di ribellarsi alla maggioranza dei riformisti-massimalisti, e si staccò crudamente dal troncone del decrepito Partito Socialista, passando a costituire nel Teatro San Marco il Partito Comunista d’Italia? Naturalmente la rivolta non toccò solamente la forma della democrazia borghese, ma ne aggredì vigorosamente la sostanza. Scindersi dalla maggioranza del P.S. significò scindersi dalla democrazia borghese, rifiutare il gioco parlamentare, svalutare l’unità schedaiola delle masse, aderire alle 21 condizioni poste dall’Internazionale Comunista ai partiti che ne chiedessero di farne parte, in testa alle quali figurava – figura ancora per chi non ha rinnegati i testi internazionali del comunismo – l’obbligo di propagare fra le masse operaie e contadine la  rivendicazione programmatica della dittatura del proletariato. Seguiva immediatamente la richiesta perentoria di rompere con i rappresentanti riformisti e centristi, agenti della democrazia borghese in seno al proletariato. Oggi, coloro che trentadue anni fa accettarono di fare propri questi capisaldi fondamentali del programma comunista rivoluzionario, vomitano dagli altoparlanti su masse ignare inaudite sconcezze, pretendono che a Livorno si costituì il Partito comunista d’Italia sulla base dell’adesione ai principi della libertà, della democrazia parlamentare, della indipendenza nazionale. Allora si vede in quale campo  militano i rinnegati e i traditori di Livorno.

I continuatori in peggio della destra gramsciana in seno al Partito Comunista d’Italia nemmeno oggi – cioè, nel fitto della più tremenda confusione ideologica che la storia del movimento operaio registri – nemmeno davanti a masse disorientate e smarrite possono cancellare il vero carattere delle origini di Livorno, e sono costretti ad ammettere nella loro stampa gesuitica di essere pervenuti a impadronirsi della direzione del P.C.d’I. solo al principio del 1924 (in effetti, la stalinizzazione del P.C.d’I. è un fatto compiuto solo dopo il Congresso di Lione del 1926). Con ciò essi riconoscono che il partito sorto a Livorno, in opposizione agli opportunisti socialdemocratici, entrava nella storia del comunismo con programma, direttive e capi appartenenti alla Sinistra comunista, alla gloriosa Frazione Comunista Astensionista e al movimento del «Soviet» di Napoli in insanabile avversione al fermentante anche se poderosamente contenuto, revisionismo dei gramsciani-togliattiani. Scagliandosi come di prammatica contro gli «ideologi del settarismo», cui pure debbono dar atto di aver rappresentato il comunismo in Italia nella fase pre-Livorno, a Livorno, e fino al sopravvento della controrivoluzione staliniana, i chierici della stampa nenniano-stalinista non si avvedono di chiamare in causa e ripudiare le tesi costitutive e le tradizioni della Terza Internazionale del tempo di Lenin, da cui i fondatori del Partito Comunista, cioè gli esponenti della Sinistra, ricevettero pieno riconoscimento ed appoggio, e al cui lavoro rivoluzionario diedero il loro contributo incancellabile.

Rievocando Livorno 1921 non abbiamo da sfruttarne la memoria per fare uscire numeri giocati al lotto del politicantismo, né tantomeno per fare pubblicità a liste elettoralesche. Tuttavia, al «loro» bilancio possiamo opporre il nostro, perfettamente alieno da autoincensamenti inutili e dalle dannose esagerazioni della megalomania. Ogni giorno che passa, sempre meno resistente diviene la cortina di menzogna dello stalinismo alla critica obiettiva dei fatti che costringono i capi dello Stato russo a disvelare il carattere capitalista della  economia che rappresentano, e il movente imperialista della futura eventuale guerra mondiale. Non a noi, minuscola avanguardia di un esercito che ancora non è sorto, spetta il vanto del franare della mitologia staliniana, ma che spetterà a noi, in un’epoca più o meno lontana, di rappresentare le forze sovvertitrici in movimento, lo deduciamo con tranquilla modestia dalla constatazione quotidiana del nostro sviluppo. Mai come ora le migliori prospettive hanno arriso al movimento: abbiamo gettato fasci di luce sulla dottrina marxista, stiamo restaurando pezzo su pezzo la teoria della rivoluzione con lavoro collettivo assiduo e mettendo a punto il programma dello Stato operaio. L’organizzazione respira salutarmente in ambiente rinnovato. Siamo un organismo che cresce.

Con l'ENI, statalismo batte liberismo

Mentre nell’aula di Montecitorio si svolgeva la stomachevole lotta sul progetto di riforma elettorale, fattaccio indegno da cui gli operai marxisti nulla hanno potuto apprendere, ma solo trarre rinnovato schifo per i metodi della democrazia parlamentare, l’altro ramo del Parlamento, il Senato, portava a termine un interessante lavoro, denso di significato per chi non si pasce del pettegolezzo politico. Con i voti dei democristiani, dei socialisti nenniani, dei repubblicani, dei socialdemocratici e di molti senatori liberali e del gruppo misto, il Senato approvava, il 2l gennaio, il disegno di legge, presentato dal Governo sulla istituzione dell’Ente Nazionale Idrocarburi. I senatori comunisti si astenevano dal voto, per ragioni di cui ci occuperemo più avanti. Perché interessante la istituzione dell’E.N.I.?

È noto che in base alla legge mineraria del 1927 e dell’art. 826 del codice civile, lo Stato esercita il diritto di proprietà sui giacimenti del sottosuolo (minerali. idrocarburi, ecc.). In altri termini. come già spiegato nel Filo del Tempo «L’imperatrice delle acque purgative» («Battaglia Comunista»,19-52 n. 7), «tutto quanto di sfruttabile dal punto di vista estrattivo sta al di sotto della superficie del suolo, non e più attribuito al proprietario del fondo, come nel diritto civile classico, ma praticamente allo Stato, che solo ha facoltà di dare in concessione la miniera, acqua termale, cava, gas sotterraneo naturale, giacimento di ogni natura, soffione, e se vi piace cratere del Mongibello in eruzione. Le società minerarie, e tra esse la Montecatini, (nell’esempio scelto) non sono proprietarie di miniere, ma solo concessionarie, pagano all’erario pubblico un certo canone, e sfruttano tutto quello che tirano fuori».

I lettori ricorderanno che tale distinzione veniva fatta allo scopo di addurre argomenti di fatto alla nostra tesi che lo sfruttamento capitalista permane, e celebra le sue orge di affarismo, anche nei casi di gestione, in cui la Proprietà e il Capitale appaiono scissi, contrariamente al classico tipo della azienda privata in cui il proprietario dello stabile e dei macchinari e l’imprenditore organizzatore dei fattori produttivi si identificano in una unica persona giuridica. La Montecatini rappresenta appunto un caso di fusione di proprietà demaniale e di capitale privato, non pertanto resta minimamente intaccato il privilegio sociale del Capitale, esercitandosi questo sulla proprietà dei prodotti, il ricavato in moneta della cui vendita viene incassato di diritto dal Consiglio di amministrazione della Società. Ma esiste un terzo tipo di organizzazione dei fattori produttivi, che consiste nella attribuzione allo Stato del diritto di proprietà sia sugli immobili, macchine e impianti, sia sul capitale liquido di esercizio con cui vanno acquistate le materie prime e pagati salari e stipendi, tasse e via dicendo. In tale caso abbiamo l’azienda di Stato: cioè lo Stato possiede gli impianti, versa il capitale liquido, gestisce la produzione, incamerando nelle casse erariali il ricavato della vendita dei prodotti. Esempio: il monopolio dei tabacchi, le Ferrovie dello Stato, per restare al caso dell’Italia.

In quale di questi tre campi collocare, il nuovo Ente degli idrocarburi, l’E.N.I.? Su questo terreno si è accesa in Parlamento e sulla stampa una accanita lotta, terminata, come detto su, con la vittoria degli statalisti. Attribuire a privati la proprietà e la gestione dei giacimenti di petrolio e metano era legalmente impossibile, essendo in vigore, come abbiamo visto, la legge mineraria del 1927. Per questo la speculazione privata aveva davanti a sé una sola risorsa, e cioè il trasferimento in concessione della gestione, sul modello della Montecatini. Appoggiato validamente da taluni senatori, tra i quali Iannaccone e Sturzo, e da una poderosa campagna di stampa, capitanata da «24 ore», l’organo della plutocrazia milanese, l’assalto del capitale privato al favoloso bottino degli idrocarburi della Valle Padana ha battuto duramente, seppure invano, le posizioni dei fautori del monopolio statale. Un calzante esempio di lotta interna della borghesia, divisa dal dilemma squisitamente capitalistico: proprietà privata o statizzazione delle aziende? La polemica doveva assumere toni vivaci per non dire violenti, pur restando sotto il mare d’olio del frasario diplomatico, e culminava in un duello finale tra il giornale super-governativo Il Tempo, fautore dell’E.N.I., e il sopracitato 24 ore, due organi la cui devota soggezione al capitalismo non ha bisogno di essere provata. Varrebbe proprio la pena di riprodurre ampiamente passi della risposta del foglio milanese alla stoccata omicida vibrata

dal «Tempo» in una concisa nota, come sarebbe istruttivo citare brani delle relazioni senatoriali di don Sturzo e di Iannaccone, e passaggi di altri fogli borghesi schierati pro e contro il monopolio dell’E.N.I.

Meglio di Iannaccone, don Sturzo riusciva a condensare nel suo intervento la posizione dei privatisti. Egli dichiarava di dissentire dall’attribuzione all’E.N.I. della personalità giuridica di diritto pubblico proponendo di sopprimere tale dicitura nel testo del progetto (art. 1) insieme con l’aggiunta «iniziativa di interesse nazionale». Secondo lui la concessione all’E.N.I. del monopolio della ricerca e coltivazione di giacimenti di idrocarburi, nonché della costruzione e dell’esercizio delle condotte relative, come pure la progettata estensione delle attività dell’E.N.I. ad altri campi economici, e cioè lavorazione, utilizzazione e commercio degli idrocarburi e dei vapori naturali, sarebbe in contrasto con i fondamenti del regime democratico, identificantisi con il libero svolgersi dell’iniziativa privata. Egli riconosceva che l’A.G.I.P. «pur senza correre rischi, ha avuto iniziative maggiori che non i privati nella ricerca degli idrocarburi, ed ha raggiunti evidenti risultati». (Secondo l’on. Mattei, vice presidente dell’A.G.I.P., il valore delle miniere scoperte dall’A.G.I.P. nella Valle Padana dovrebbe valutarsi in mille miliardi di lire, cifra accolta con ironia dagli avversari dell’E.N.I.; pure la zona della Valle Padana esplorata dall’A.G.I.P. è solo una modesta parte – secondo 24 Ore – del bacino metanifero. Le spese sostenute dalla A.G.I.P. nelle ricerche assommerebbero a 8.600 milioni di lire). Per tornare alle proposte di don Sturzo, egli, pur rendendo atto all’A.G.I.P. dei risultati ottenuti utilizzando il danaro dello Stato, dichiarava di paventare per l’E.N.I. la stessa sorte toccata all’I.R.I. Conviene riportare il passaggio, perché contiene una preziosa ammissione sulla maggiore «convenienza» della gestione statale, fatto che serve a spiegare il trionfo del progetto di legge. «Senza piani prestabiliti – diceva don Sturzo – è accaduto all’I.R.I di ampliare la cerchia dei suoi impegni invadendo sempre più il settore privatistico; avverrebbe anche all’E.N.I. di arrivare a monopoli di fatto (della raffinazione e vendita degli idrocarburi liquidi e gassosi, odiernamente esercitate da aziende private per conto dello Stato o con sistema misto) per mancanza di rischi e facilità di finanziamento. Il problema quindi è lo stesso di quello che si pone per I’I.R.I. che tali industrie statizzate, godendo di notevoli privilegi legali, fiscali, creditizi, in confronto all’industria privata, attenuano o addirittura eliminano le condizioni di parità per una sana concorrenza. Per giunta viene cosi deviato il normale afflusso del risparmio verso l’industria privata, essendo lo Stato obbligato a garantire le obbligazioni dei propri enti ovvero a concedere sovvenzioni considerevoli». Don Sturzo evidentemente sa, come lo sappiamo noi, che le aziende di Stato esaltano le possibilità dell’iniziativa privata, garantendo i prestiti obbligazionari fatti da privati e (quel che non dice) mettendo a disposizione di piratesche bande di speculatori di alto bordo, che nulla rischiano del proprio, le riserve di caccia alimentate dal pubblico danaro, ma certamente noi non siamo con don Sturzo perla proprietà privata. Gli stalinisti, invece, pur di non essere con gli esaltatori della proprietà privata si schierano con gli statalisti e si illudono con ciò di combattere il capitalismo. Mai come in presenza di polemiche del genere appare chiaro che proprietà privata e proprietà statale sono due facce perfettamente conciliabili dello sfruttamento capitalistico. Contro don Sturzo e Jannaccone votavano, non lo dimenticate, tutto lo schieramento governativo, più i nenniani. Contro il «Tempo», il «Popolo» l’«Avanti!», si battevano «24 Ore», il «Giornale», il «Globo». Borghesi contro borghesi.

In conclusione don Sturzo proponeva di ridurre l’ente statale degli idrocarburi al «suo naturale carattere di impresa privata finanziata dallo Stato, come è il caso della Cogne». In pratica, mirava alla soppressione degli articoli della legge contemplante l’attribuzione all’E.N.I. del monopolio della ricerca e coltivazione degli idrocarburi nella Valle Padana. Identica posizione era difesa dalla stampa fiancheggiatrice: far concorrere allo sfruttamento dei pozzi tutte le aziende capaci di procurarsi i capitali necessari allo scopo ed impiegarli a proprio «rischio e pericolo», secondo la terminologia ipocrita del liberalismo; riconoscere allo Stato il diritto di riscuotere le tasse di concessione, le «Royalties», le imposte pagate dai privati imprenditori. Qualche giornale partigiano della gestione privata proponeva addirittura di addivenire ad una delimitazione di zone di influenza tra A.G.I.P. e il campo riservato alla iniziativa privata. Il bruciore della prevedibile sconfitta faceva uscire fuori dai gangheri gli avversari della legge i quali si lasciavano andare addirittura ad accusare i sostenitori del monopolio statale di connivenza con i social-comunisti e, quel che è peggio, con le dottrine economiche del comunismo. Era quel che faceva «24 Ore» buscandosi la secca risposta del «Tempo».

Visto che abbiamo fatto molta economia di spazio possiamo riprodurla, ne vale la pena:

«Il quotidiano economico milanese «24 Ore» si meraviglia perché difendiamo la creazione dell’Ente Nazionale Idrocarburi – scriveva furente il «Ternpo» – e crede di vedere in ciò l’abbandono delle nostre tesi liberali favorevoli alla iniziativa privata e all’economia di mercato. Il milanese «24 Ore» stia tranquillo: noi saremo sempre liberali e combatteremo sempre le dottrine economiche di Mosca, anche quelle di marca socialista che si affacciavano fino a qualche tempo fa nelle pagine dello stesso 24 Ore». (Accidenti!) Ma noi siamo (udite, udite) per una economia liberale «con giudizio» (di Salomone?) con quel giudizio che ha consentito la conservazione e il potenziamento della A.G.I.P., azienda che sembrava spazzata via dalla furia bellica; con quel giudizio che ha procurato all’Italia tanta ricchezza d’energia, alla quale il capitale privato non ha mai creduto, ma vi crede oggi, quando è facile raccogliere i frutti della attività e del danaro dello Stato». Non pare che il proto del «Tempo» abbia impaginato per errore una citazione dell’Unità? Ci pensate, il «Tempo», arciborghese foglio della Capitale, che si fa paladino dello statalismo, della gestione statale della produzione, sia pure limitata agli idrocarburi! Che i giornali e i parlamentari, incontrovertibilmente legati alla borghesia, usino un linguaggio e misure legali in aperta antitesi con i canoni classici e la prassi corrente della proprietà privata non basta da solo a dimostrare che le varie e complicate forme di intervento statale nella gestione della produzione, le statizzazioni, i monopoli statali, sono perfettamente compatibili con la conservazione del capitalismo?

Forse per trarsi dall’imbarazzo, i senatori stalinisti, predicatori instancabili delle nazionalizzazioni, hanno preferito astenersi dal voto. Avrebbero votato a favore della istituzione dell’E.N.I., come dichiarato da loro stessi, se fossero stati accettati i loro emendamenti che proponevano di estendere ii monopolio statale degli idrocarburi a tutto il territorio della Repubblica, e statizzati i vari rami produttivi legati alla raffinazione e distribuzione degli idrocarburi. Ottima pezza di appoggio per sfuggire alla necessità di confondere i loro voti con quelli degli odiati democristiani e soci, mentre echeggiava ancora il nauseante clamore suscitato in Montecitorio, ma argomento di principio di scarsissimo valore. Poiché esistono in Italia (es. le Ferrovie dello Stato) settori di produzione o di servizi completamente nazionalizzati senza che sia precluso con ciò il campo alla speculazione privata, come dimostra il recente prestito obbligazionario di 40 miliardi di lire effettuato da privati alla Amministrazione delle Ferrovie dello Stato. Come avviene del resto persino nella paradisiaca Russia, ove il governo è indebitato per centinaia di miliardi di rubli verso privati, i quali intascano, sotto forma di interessi dei prestiti, una fetta del profitto industriale nazionale. Ciò senza contare le operazioni di alto affarismo, meno scoperte e difficili a svelare, che in ambiente di protezionismo statale conducono bande mimetizzate di filibustieri della finanza.

Altra conclusione sarebbe superflua, in vista di corroborare con dati di fatto la nostra tesi che la gestione statale delle industrie non elimina, in regime mercantile e monetario, la caratteristica fondamentale del capitalismo. Con la istituzione dell’E.N.I., la situazione legale della ricerca e coltivazione degli idrocarburi è la seguente: monopolio statale nella Valle Padana; concessioni di sfruttamento a società private nelle altre parti d’Italia (235 mila ettari nella stessa Valle Padana, 319.339 ettari in Sicilia, 1.327.000 ettari nel resto della penisola). Sfumata la battaglia cartacea, i due settori sapranno bene funzionare in perfetto accordo, schiacciando il proletariato sotto il giogo dello sfruttamento. Uscendo dai confini nazionali, e ragionando in termini di politica internazionale, il risultato non cambia.

Auto russe vendonsi

I rappresentanti dell’industria russa in Italia annunciano un interessante avvenimento: le automobili russe saranno poste in vendita tra breve sui mercati del Belgio. Finalmente! era tempo che le nobili natiche dei consumatori di automobili conoscessero le comodità offerte dagli odiati nemici d’oltre cortina. «Automobili del mondo nuovo» annuncia l’Unità (21-1-53), consapevole del fatto, scoperto dai colleghi americani, che la «pubblicità è l’anima del commercio». Ma a scorrere la «letteratura» reclamistica si resta un po’ sorpresi constatando che le automobili russe rassomigliano come gocce d’acqua a quelle prodotte nel mondo «vecchio».

L’automobile russa che sarà offerta in vendita agli … operai e contadini dell’Occidente è la «Pobieda», denominata Pobieda 2100, che rappresenta, come spiega L’Unità, una nuova edizione della ormai famosa «Zim», lo stesso tipo di macchine usato per condurre a spasso per Mosca i capitalisti e gli affaristi di mezzo mondo convenuti alla capitale del «Paese del socialismo» in occasione della Conferenza economica dell’anno scorso. I particolari tecnici vi interessano? Crediamo di no, visto che, a differenza della stampa di «sinistra», la borghesia capitalistica non figura tra i nostri lettori, troppo poco «progressisti» per poter pensare di comprare le automobili russe (quando e se saranno ammesse sul mercato italiano). Però, un particolare piuttosto piccante possiamo stralciarlo dal reclamístico servizio dell’Unità: «Mentre la Pobieda, come in genere le autovetture sovietiche, si accosta di più alla formula ”americana” (macchine relativamente capaci, cilindrata piuttosto alta, basso regime di giri del motore, maggiore consumo e migliore rendimento, ecc.), la Skoda 1200 (marca cecoslovacca) è un magnifico modello della più genuina scuola ”europea” che tende invece alla economia del carburante, ecc.». Ciò significa che, a parità di prezzo del carburante, la macchina russa, in quanto a consumo, è più dispendiosa, proprio come avviene per le macchine americane, se confrontate a quelle prodotte in Italia, Germania, ecc. Ancora un particolare di … scarsa importanza: la sfolgorante Pobieda sarà posta in vendita in Belgio ad un prezzo corrispondente a lire italiane 1.365.000. Alto prezzo, alto consumo, dunque. In quale classe sociale del Belgio, e, in genere, dell’Occidente, si troveranno persone dalle tasche così ben fornite da acquistare auto presso i mercanti moscoviti? La risposta è chiara.

L’anno scorso, la C.G.I.L., affiancata al solito dall’Unità, fece molto fracasso lanciando la proposta dell’automobile utilitaria al livello di tutte le tasche. I soliti consigli di gestione si lasciarono andare persino a tracciare il disegno e a calcolare il prezzo massimo della favolosa macchinetta: né un milione di lire, e nemmeno mezzo milione, solo la modesta somma di lire 400 mila. Anzi, ci fu uno strascico giudiziario, perché la Fiat accusò il Consiglio di Gestione di aver trafugato dalle casseforti della ditta i disegni della super-utilitaria. L’Unità e il Tempo, all’epoca, si azzuffarono come galletti, furono votati incandescenti ordini del giorno da leghe e sindacati vittoriani, il formidabile Luca Pavolini minacciò il quarantotto. «La vetturetta utilitaria Fiat, l’auto a 400 mila lire, la macchina di milioni di famiglie italiane, è già famosa prima di nascere» – scrisse sulla Unità del 7-6-1952. – «Il consiglio di amministrazione della Fiat ha reagito scompostamente affermando che il progetto (sbandierato dal consiglio di gestione) era suo e denunciando addirittura il consiglio di gestione alla magistratura; ma intanto la utilitaria non l’ha neppure impostata … Così milioni di famiglie italiane attendono ancora» …. Cose dette sei mesi fa. Oggi, con granitica faccia tosta, la stessa Unità annuncia che la Russia lancia sul mercato internazionale automobili a 1.265.000 lire, e nulla trova a ridire; anzi, le definisce entusiasticamente «automobili del mondo nuovo». Nuovo un … pistone! Quelle lì sono automobili per gente danarosa, per sporchi borghesi, per ministri «atlantici» dei maledetti governi di Occidente.

Luca Pavolini, sommo ingegno progressista, perché non insorgi contro la «demo-plutocratico-massonica» Pobieda, fabbricata e brevettata nella terra del grande Peppe? Ah!, l’anno scorso, mentre lottavi per procurare un’auto a «milioni di famiglie italiane», durava il bordello elettorale delle amministrative!… Eh, sì. La tattica … la solita tattica.

Il dramma degli stalinisti, commessi viaggiatori del commercio russo, consiste proprio nel fatto che, mentre debbono fare largo ai prodotti russi nella giungla della concorrenza internazionale, sono costretti nello stesso tempo, sia per la consegna nazionalista sia per la demagogia demopopolare, ad invocare l’indefinito abbassamento dei costi di produzione delle merci di fabbricazione nazionale. Sono pagati ad esempio per piazzare la «Pobieda» moscovita, ma non possono fare a meno di protestare per gli alti costi di produzione della Fiat, o della Renault, o della Rolls Royce. Ma, abbassandosi i costi di produzione di queste macchine, non si rompono le corna con questo alla concorrenza russa? Lo stesso dicasi per tutte le altre merci, ivi comprese la democrazia, l’indipendenza nazionale, l’abolizione delle case chiuse, e via dicendo. Però, tutte le contraddizioni si superano nella funzione fondamentale di ingannare e confondere il proletariato, conducendolo da delusione in delusione, anche se, di tanto in tanto, c’è la soddisfazione di vedere qualche Pavolini, difensore della industria nazionale, pendere ignominiosamente da una forca – come successo di recente a Slánský e compagni, piazzisti della Skoda e di altre merci cecoslovacche …

Non fare agli altri 

Da quando i boia delle carceri di Praga hanno appeso alle forche Slanski e soci, e la polizia segreta russa dopo una quadriennale indagine è riuscita a mettere le mani sui medici-assassini di Mosca, la stampa cominformista sta conducendo una accesa campagna contro il sionismo internazionale che prende lo spunto dal fatto che gli impiccati e i fucilandi summenzionati appartenevano (usiamo il passato per tutti) alla nazionalità ebraica. Soprattutto preso di mira è il Joint, organismo internazionale ebraico, benché i rappresentanti giurino e spergiurino di aver cessato dal 1951 le loro attività. Ma non si tratta qui di esporre la nostra posizione di fronte al sionismo, e ci basti dire che il marxismo rifiuta e respinge ogni forma di razzismo, considerando gli agglomerati umani in rapporto alle forme di produzione e agli ordinamenti sociali, non già in base al colore della pelle.

Quel che ci interessa è una citazione dell’Unità (28-1-53) contenuta in un servizio sulle romanzate attività del «Joint», per un commento che non è rigorosamente attinente con la campagna antisionista. Diceva l’Unità: « Nel 1950 la Joint prese parte, all’Hotel Astor di Nuova York, alla «Conferenza americana per combattere il comunismo». Uno degli oratori di quella conferenza, James Carey, leader del C.I.O., disse testualmente: «Nell’ultima guerra ci alleammo con i comunisti per combattere i fascisti; nella prossima guerra ci alleeremo con i fascisti per combattere i comunisti».

Tutto qui. Naturalmente l’Unità scoppiava di indignazione, pur gioendo di scodellare le prove delle inclinazioni fasciste dell’organizzazione sionista. Ma non si dava con ciò la zappa sui piedi? Se i fatti accaduti dal 1939 al 1941 non sono una nostra fantasia, lo stesso ragionamento di Jim Carey non si può applicare, con qualche variante, alla politica del governo di Mosca? Anno 1939: patto russo-tedesco, Mosca si allea con il fascismo hitleriano per combattere le democrazie anglo-americane. Anno 1941: alleanza con i democratici di Inghilterra e Stati Uniti per fare fuori il fascismo. Anno 1952: saggio di Stalin sul Bolshevik: si ripropone il gioco. Allora perché ve la prendete con gli Americani? Ragionano proprio come voi.

In principio era Stalin

« Il compagno Stalin ha scoperto la legge economica fondamentale del capitalismo contemporeo e la legge economica fondamentale del capitalismo. Il carattere opposto di queste leggi determina le due linee-opposte di sviluppo economico del campo del socialismo e del campo del capitalismo ».

Così, Michailov, il 21 genn., nella commemorazione di Lenin a Mosca. La Bibbia staliniana comincia: « In principio era Stalin ».

La Francia fra il Si e il No

Le spese del malumore americano per l’Europa le fa, in questi giorni, soprattutto la Francia: ed è ben naturale. L’Inghilterra, sebbene decaduta, ha pur sempre alle spalle un impero, una rete mondiale di commerci e di relazioni politiche: le sue velleità di autonomia non piacciono, ma bisogna trattarla coi guanti. La Francia è poco più di un nome; un nome pomposo e solenne, ma vuoto: le sue bizze urtano.

A sua volta, il buon francese è comicamente perplesso e diviso. Vorrebbe nello stesso tempo la protezione americana e il rispetto della sua «grandezza», essere aiutato e non figurare da vassallo. Vorrebbe che a difendere i suoi confini del Reno ci fossero americani e tedeschi, ma che non ci fosse la Germania. Vorrebbe aiuti per il suo traballante impero, ma governarlo da solo. È fra il sì e il no.

La questione è complicata da quell’abisso senza fondo che è la guerra in Indocina. Da sola, con le proprie forze, la Francia sa di non poterla condurre a lungo, e bussa all’aiuto americano in dollari e truppe. Già, aiuti: ma, osserva il Monde, se ci tiriamo in Indocina le truppe dell’U.N.O., addio indipendenza; saremo entrati in un meccanismo che ci travolgerà, dovremo combattere non solo in Indocina ma, a nostra volta, in tutta l’Asia. Non essendo su un piede di parità con l’America, saremo vassalli. Meglio, allora – oh, empia parola in bocca alla «France éternelle», – meglio, allora, essere alleati con la Germania, nazione pari, nazione da trattarsi da uguali.

Già, ma la Germania non è, per la Francia, un’eguale, è un blocco economico e politico virtualmente e realmente più forte, e ha dietro di sé l’America e, sapendolo, abilmente giuoca le sue carte. Così, dovunque si volga, la Francia non trova via di uscita al dilemma, il dilemma della sua decadenza di fronte al giganteggiare dell’America e di quelli che sono oggi, per convenienza, i suoi più diretti satelliti. A volte, in uno scatto di rabbia, guarda perfino alla Russia: ahimè, per ritrovarsi di fronte allo stesso spettro. E, così facendo, accresce il corruccio americano, presta il fianco a nuovi attacchi, a nuovi colpi di frusta.

È l’altalena delle potenze minori, la sorte dei vinti in una guerra in cui si credettero vincitori. «La resistenza», «la guerra di liberazione»! Cadono, per gli stessi borghesi, gli orpelli del secondo massacro imperialistico.

L' Orso e il suo grande romanzo

Con il Filo dell’ultima volta si è inteso mettere in risalto come siano parallele la sostituzione, all’interno dell’Unione sovietica, di compito economico capitalistico a compito socialista, e all’esterno, ossia nel movimento politico che alla Russia si collega, di propaganda ed ideologia borghese a quelle comuniste e marxiste. All’interno quanto all’esterno, del resto, la ortodossa teoria ostentata a tali dottrine proletarie è ormai soffocata dalle mille manifestazioni di questo fenomeno, cui abbiamo dato la definizione di «socialismo romantico», e che si riduce, con l’aggravante dell’anacronismo, ad una rifriggitura del romanticismo borghese.

Lo sviluppo della critica economica è già contenuto nelle puntate del «Dialogato con Stalin», e la dimostrazione della immancabile corrispondenza tra economia e ideologia è impostata nel Filo ultimo che molti compagni considerano di integrazione indispensabile del primo, contenendo esso anche una ulteriore chiarificazione dei concetti economici e sociali, che sono al centro del marxismo. Conviene osservare a tal proposito come sia utile che i compagni comunichino le loro impressioni sui punti che richiedono ulteriore insistenza, o sugli altri che sarebbe utile trattare, in questi scritti che non hanno una progettata «sistematica» ma nascono anche da quel tanto di attenzione che va data alla cosiddetta «attualità».

Il marxismo contiene indiscutibilmente uno «schema obbligato» della storia, sebbene si debba procedere con grande delicatezza nell’indicare le ossature vere e proprie, rivestite della multiforme massa delle varie manifestazioni accessorie. Seguendo ancora una volta il suo e nostro metodo, va con esso confrontata a fondo la serie di eventi che si indica sotto il nome di rivoluzione russa, e confrontata la valutazione che se ne è data prima e durante il loro svolgersi, nel fuoco di violenti dibattiti e lotte accanite.

Tesi sulla Russia

Torniamo per chiarezza a premettere il punto di arrivo della nostra ricerca, coerente ed implicita alla posizione tenuta da oltre trenta anni dalla Sinistra comunista italiana, ma non certo facile ad esprimere in un giorno, con l’inquadramento e il combaciamento degli accadimenti della seconda guerra mondiale e del suo scioglimento nell’attuale equilibrio o meglio pseudo-equilibrio politico.

1) Il processo economico in corso nei territori dell’Unione russa si definisce essenzialmente come l’impianto del modo di produzione capitalistico in forma modernissima in paesi ad economia arretrata, rurale, feudale ed asiatico-orientale.

2) Lo stato politico è bensì nato da una rivoluzione in cui il potere feudale è stato sconfitto da forze tra cui primeggiava il proletariato, era in secondo luogo il contadiname, ed era pressoché assente una vera borghesia; ma si è consolidato come un organo politico del capitalismo, a causa della mancata rivoluzione politica proletaria in Europa.

3) Le manifestazioni e le sovrastrutture tutte di tale regime, con le differenze dovute al tempo e al luogo, coincidono nel fondo con quelle di tutte le forme di capitalismo prorompente ed avanzante nel ciclo iniziale.

4) Tutta la politica e la propaganda di quei partiti che negli altri paesi esaltano il regime russo, si sono svuotate del contenuto di classe e rivoluzionario e ripresentano un complesso di atteggiamenti «romantici» superati e privi di vita nello svolgimento storico dell’Occidente capitalista.

5) L’affermata assenza attuale di una classe borghese statisticamente definibile non basta a contraddire le tesi precedenti, essendo fatto constatato e preveduto molto prima della rivoluzione dal marxismo, ed essendo la potenza del moderno capitalismo definita dalle forme di produzione, e non da gruppi nazionali di individui.

6) La gestione della grande industria da parte dello Stato non contraddice in nulla alle tesi precedenti, avvenendo sulla base del salariato e dello scambio mercantile interno ed estero, ed essendo un prodotto della moderna tecnica industriale, identicamente applicata come in Occidente, appena caduto l’ostacolo dei rapporti preborghesi di proprietà.

7) Nulla dice in contrasto alle tesi precedenti l’assenza di una forma di democrazia parlamentare, la quale dovunque esiste non è che maschera della dittatura del Capitale, e che è superata e tende a sparire ovunque la tecnica produttiva per le ulteriori invenzioni si fonda su reti generali e non su installazioni autonome; mentre d’altra parte la dittatura palese è stata adottata da ogni capitalismo sorgente e nella fase di «adolescenza».

8) Ciò non autorizza a dire che il capitalismo russo è «la stessa cosa» di quello di ogni altro paese, poiché vi è differenza tra la fase in cui il capitalismo sviluppa le forze produttive e ne spinge l’applicazione oltre antichi limiti geografici, formando la trama della rivoluzione mondiale socialista; e quella in cui sfrutta le forze stesse in modo soltanto parassitario, mentre hanno già raggiunto e superato da tempo il livello che consente di volgerle al «miglioramento delle condizioni del vivente lavoro», consentito solo alla forma economica non più fondata su salario, mercato e moneta, proprio della sola forma socialista.

Le prime quattro tesi sono enunciative, le secondo quattro polemiche. Sono necessarie per quei pezzi di fessi che, dicendosi marxisti non stalinisti, mostrano di non avere ancora afferrato il peso che nel sistema marxista di dottrina hanno i tipi economici di produzione e di scambio, le classi sociali che in essi si presentano, e i conflitti di forze politiche cui queste pervengono.

Il calcio nel sedere

Applichiamo il nostro metodo nel dare la massima importanza, ai fini che tanto interesse sollevano della «analisi» di quanto oggi accade, e della «prospettiva» di quanto accadrà, alle passate enunciazioni del processo, date prima che esso si verificasse dal «corpo» del partito, della scuola, della banda storica e sociale marxista, dato che per noi la partita è perduta se non proviamo che si aveva nel pugno, e in forma definita fin dal primo tempo, la vera e propria arma della visione del corso storico, con la sua potente invarianza nel corso ultrasecolare. La nostra dottrina non è un complesso plastico o eterogeneo , ma è un elemento unitario della storia, e se questo cade in difetto resta una sola alternativa: soccombere. Abbiamo detto elemento per sottolineare il concetto di unità inscindibile, che non esclude quello di organico insieme di parti minori. Un atomo contiene moltissime particelle, ma se perde un elettrone «non è più quello». Così una molecola, se un atomo sfugge o anche cambia posto; così un cristallo se muta di un secondo di arco l’angolo di una faccia. Una pietra, una roccia o un muro restano gli stessi togliendo o aggiungendo un pezzetto. Gli opportunisti vogliono un partito che resti sempre in piedi anche facendo di queste operazioni, e a poco a poco sostituendo tutta la struttura. Così l’affarista è pronto ad accrescere pietra su pietra la sua casa, e trema solo se la perde, pronto a mutarla in una più importante; e questo per lui è tutto, anche se a tal fine deve farne una casa da tè.

Dinanzi ai soliti storcimenti di muso di quelli cui riesce nuovo lo stravecchio, non resta che mostrare un po’ quanto fossero Marx e Lenin filotempisti. Lenin, descritto come il campione della elasticità del marxismo, dice bensì nel suo opuscolo del 1914 su Marx: «nel marxismo non v’è nulla che assomigli al «settarismo» inteso come una specie di dottrina chiusa e irrigidita, sorta fuori della strada maestra dello sviluppo della storia mondiale». Ed infatti non potremmo sostenere l’unità invariante di tale dottrina, se ne ponessimo il nascere ad arbitro nel corso della lotta storica e l’occasione nell’apparire di un uomo, per quanto dal cervello potente. La dottrina storica del proletariato moderno poteva e doveva nascere, come noi oggi la professiamo e difendiamo non disposti a mollarle nemmeno un lembo, proprio allora, ossia circa un secolo addietro. Non prima, né dopo. E Lenin «crede ad occhi chiusi» più di noi, se subito in seguito così si esprime: «La dottrina di Marx è onnipotente perché è giusta. Essa è completa ed armonica, e dà agli uomini una concezione integrale del mondo, che non può conciliarsi con nessuna superstizione, con nessuna reazione, con nessuna difesa dell’oppressione borghese».

Concessione armonica completa ed integrale è quella che non solo abbraccia tutti i campi di fenomeni e tutto il terreno di vita geografico della umana specie, ma anche tutto il ciclo del suo sviluppo sociale passato e futuro, come per la geofisica e l’astrofisica, che nulla direbbero se dichiarassero di battere la testa contro il muro dell’oggi, concetto che pare così immediato e sicuro, ma che la critica riduce facilmente a poco meno di una superstizione.

Nelle pagine che seguono Lenin batte fieramente sui revisionisti, gli aggiornatori, i modificatori della dottrina originale. Ecco alcune delle sue frasi, non potendo riportare tutto il capitolo. «Soltanto la valutazione oggettiva di tutto l’insieme dei rapporti reciproci di tutte le classi di una data società, senza eccezioni, e per conseguenza anche la considerazione del grado di sviluppo oggettivo dei rapporti (…) possono servire di base alla giusta tattica della classe di avanguardia. Inoltre tutte le classi e tutti i paesi devono essere considerati non in una situazione statica, ma dinamica, non in stato di immobilità, ma di movimento, le cui leggi derivano dalle condizioni di esistenza economica di ogni classe. A sua volta il movimento deve essere considerato non solo dal punto di vista del passato ma anche dell’avvenire…Venti anni contano un giorno nei grandi sviluppi storici, scriveva Marx ad Engels, ma vi possono essere giorni che concentrano in sé venti anni (Lenin scrive questo prima della tremenda ora di Ottobre 1917!) Da un lato si devono utilizzare ai fini dello sviluppo della coscienza delle forze e della capacità di lotta della classe di avanguardia le epoche di stagnazione politica e di lento sviluppo, cosiddetto «pacifico», e dall’altro orientare tutto questo lavoro nella direzione dello «scopo finale» del movimento di tale classe, suscitando in essa la capacità di risolvere i grandi problemi nelle giornate culminanti che concentrano in sé venti anni».

La faccia opposta è quella del revisionismo, che vuole folleggiare allorché la rivoluzione stagna, e rintanarsi o passare di là quando esplode. «Determinare la propria condotta caso per caso, adattarsi agli avvenimenti del giorno, alle svolte provocate da piccoli fatti politici, dimenticare gli interessi vitali del proletariato, e i tratti fondamentali del capitalismo, di tutta l’evoluzione del capitalismo (…) Ogni problema più o meno nuovo (sottolineato nel testo) ogni svolta più o meno inattesa e imprevista portano inevitabilmente all’una o all’altra varietà di revisionismo».

«È del tutto naturale – dice Lenin dopo il richiamo alle ragioni economico-sociali dell’opportunismo – che debba essere così e sarà così sempre sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria». Era scontata dunque anche la serie pestifera di ondate degli aggiornatori e correttori. La descrizione del metodo è classica e si attaglia a tante gradazioni di imbonitori che anche oggi ci affliggono e che non meritano altro che un calcio nel sedere. Con umano rammarico poiché non per tutti è possibile la commutazione di pena in quella di uno scanno parlamentare sotto il medesimo.

IERI

Indagine nel futuro

Come il marxismo vedeva venire la rivoluzione in Russia? Nel suo libro su Stalin, Trotzky, in una Appendice interessante, dà uno scorcio delle tre «prospettive» che si scontrano nel seno dello stesso movimento socialista russo. In una sua tabella cronologica indica poi come una delle prime «profezie» date in memoria dai socialisti di Occidente il passo di una lettera di Carlo Marx a Sorge, in data 1 settembre 1870: «Ciò che gli asini Prussiani non vedono è che la guerra presente (con la Francia) conduce necessariamente ad una guerra tra la Germania e la Russia, come la guerra dal 1866 condusse alla guerra tra la Prussia e la Francia. Ecco il migliore risultato (corsivo di Marx: che avemmo occasione di dedicare a chi non capisce la teoria del minor male nell’esito di date guerre) che io ne aspetto per la Germania. D’altra parte una tal guerra numero due agirà come levatrice della inevitabile rivoluzione sociale in Russia».

Prima di mostrare come i russi vedevano la loro rivoluzione, e pure rilevando che il movimento socialista europeo ha poco trattato, negli anni pacifici a cavallo dei due secoli, il grosso problema, conviene ricordare ancora i giudizi di Marx e di Engels.

Engels ebbe nel 1874 una polemica con Tkaciof, che può considerarsi il fondatore teorico del partito «populista» preconizzante una rivoluzione di soli contadini contro lo zarismo, poi diviso in un’ala terrorista e una di pubblica propaganda. Il Tkaciof sostiene che lo sviluppo sociale in Russia non seguirà il tipo dei paesi di capitalismo industriale, e non si avrà una lotta di classe tra borghesi e proletari, in quanto sulla base della secolare organizzazione degli artel, o comunità contadine, che gestiscono la terra in comune, i contadini stessi insorgeranno per abbattere lo zarismo e istituire un socialismo della terra. Engels ribatte a fondo questa tesi e vi ritorna in una Appendice del 1894, anno precedente quello della sua morte. Egli fa leva sul passo di Marx nella prefazione alla edizione russa del Manifesto: che è del 21 Gennaio 1882, dunque posteriore alla lettera a Sorge e che anche è fondamentale: «Può la comunità Russa, questa forma della originale proprietà collettiva del suolo, già fortemente in dissoluzione, immediatamente trasformarsi in una forma più alta di proprietà comunista – o deve prima attraversare quel processo di dissoluzione che caratterizza lo sviluppo storico dell’Occidente? La sola risposta oggi possibile a questa domanda è la seguente: Se la rivoluzione russa da il segnale ad una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che l’una completi l’altra, la proprietà terriera russa comune può diventare il punto di partenza di uno sviluppo comunistico».

Il precedente noto periodo, e il commento di Engels, rilevano che già nel tempo 1882 (e più assai in quello 1894, non vi sono dubbi che in Russia sorge un capitalismo industriale, col relativo proletariato urbano, ed una forma di proprietà terriera borghese, cui aveva dato in parte la via la riforma del 1861 contro la servitù della gleba. Nel 1877 poi, in una nota al Capitale, Marx stabilisce che la Russia sta perdendo «la più bella occasione di saltare oltre a tutte le alternative fatali del sistema capitalistico».

Oggi appare chiaro che l’industria capitalistica si era in Russia tanto sviluppata che nelle rivoluzioni del 1905 e del 1917 gli operai delle grandi aziende hanno avuto la parte di primo piano. Fin qui dunque Marx aveva veduto diritto: la Russia non arriverà al capitalismo senza aver trasformato una buona parte dei suoi contadini in proletari; e quindi, una volta gettata nel vortice della economia capitalistica, dovrà sopportare le inesorabili leggi di questo sistema, appunto come avviene agli altri popoli. E questo è tutto!

Ai fini della riprova della nostra tesi che la Russa, soprattutto in quanto è venuta a mancare la rivoluzione socialista in Europa, soggiace oggi alle leggi economiche del sistema capitalistico, rileviamo alcuni suggestivi passi del testo di Engels in parola.

Engels premette che, comunque si risolva la questione della rivoluzione antizarista, essa è una esigenza per la lotta del proletariato europeo: ne sia protagonista la classe contadina o una borghesia capitalista, o un sorgente proletariato urbano, la caduta dello zarismo meriterà sempre che vi si collabori in quanto liquidando gli ultimi spettri del medioevo svincolerà da ogni alleanza di classe il proletariato di Occidente.

Socialmente egli nota che nel nostro «schema» non è contemplata la possibilità di saldare il comunismo «primitivo» col comunismo proletario. Il primo è esistito anche in Europa ed esiste in Asia. L’artel russo poi non è vera agricoltura collettiva: «la terra non viene coltivata in comune e diviso il prodotto, al contrario viene di quando in quando divisa la terra tra i capi famiglia e ognuno coltiva il suo lotto per sé». Per la ragione che non era comunista l’artel, non lo è oggi il «colcos».

Rispondendo alla sciocca accusa: allora volete, come i liberali sostengono, che l’artel e la sua forma amministrativa il mir siano sciolti per far luogo alla proprietà privata, Engels ripete che «solo la vittoria del proletariato occidentale sulla borghesia, la sostituzione ad essa congiunta della produzione sociale alla produzione capitalista, è la condizione indispensabile della elevazione della comunità russa allo stesso grado» (da locale a sociale).

Un rilievo è importante: «Tutte le forme di società delle gentes sorte prima della produzione delle merci e dello scambio individuale hanno questo di comune colla società socialista: che certe cose, mezzi di produzione, sono possedute ed usufruite in comune». Ma ciò che non dice che la forma socialista possa sorgere dalla prima, se non si interpone la fase mercantile. A questa luce appare decisiva la formale ammissione di Stalin che nella Russia oggi vige la produzione di merci e lo scambio individuale (giusta la legge del valore). Storicamente il periodo industriale mercantile si è interposto tra la società rurale delle gentes ed il socialismo.

La prima comunità, come al tempo di Solone ateniese, si dissolse col passaggio dalla economia naturale alla economia del danaro. Vedremo, dialetticamente, costruire il socialismo, quando vedremo ridistruggere la economia monetaria. Frattanto, al 1894, la rivoluzione di tipo populista non era venuta, avendo i nichilisti terroristi ed anarchici soggiaciuto alla feroce polizia zarista. Ma il capitalismo industriale avanzava a passi di gigante. Qui vi sono differenze radicali col sorgere dell’industrialismo in Occidente. Le ferrovie precedono l’industria, perché lo stato zarista le trova necessarie dopo le sconfitte militari del ’55 e ’77. Con enormi debiti verso l’estero lo stato imperiale fondò le industrie: «vennero le sovvenzioni e i premi per le intraprese industriali, i dazii protettivi…». Di più: «il governo fece sforzi spasmodici per portare in pochi anni lo sviluppo capitalistico della Russia al punto culminante». Notiamo intanto che Engels si limita a trattare delle provincie europee della Grande Russia. Comunque già i dati economici del 1894, tanto distante dal 1917, conducono alla conclusione della identità delle leggi sociali in tutti i paesi, contro le pretese teorie di rivoluzioni «originali», la calata degli slavi a «ringiovanire» la marcia Europa (buon cavallo di battaglia di ogni propaganda antirussa), e l’attesa di accadimenti altrove impossibili; attesa oggi circolante con la etichetta: costruzione del socialismo in un solo paese!

«Il tempo dei popoli eletti è per sempre passato (…) Accade quello che è possibile date le circostanze: quello che si fa ovunque e sempre nei paesi ove si producono le merci, per lo più soltanto con mezza coscienza o del tutto meccanicamente e senza sapere quel che si fa».

Le tre vedute russe

Veniamo alla presentazione di Trotzky delle tendenze nel partito socialdemocratico russo, sorto finalmente su basi proletarie e marxiste. Destra menscevica. La rivoluzione avrà come contenuto sociale il passaggio ad una piena economia capitalista, e solo dopo decadi di regime borghese potrà parlarsi di una lotta per il potere del proletariato contro i capitalisti. Forza principale della rivoluzione contro lo Zar sarà la borghesia, che il proletariato non deve «spaventare» ma sostenere con un impegno di alleanza da estendersi al governo provvisorio, che darà una costituzione parlamentare.

Sinistra bolscevica. La borghesia russa non è assolutamente né sarà mai capace di lottare con successo contro lo zarismo, né di amministrare il paese dopo la rivoluzione. Non si può tuttavia pensare ad una rivoluzione fatta dal solo proletariato urbano e ad un governo socialista. Ma se la borghesia è socialmente impotente, bisogna rifiutarla come alleato politico nella insurrezione e nel governo provvisorio, e trovare altro alleato: la classe contadina oppressa dalla dominante nobiltà feudale. Alla insurrezione condotta da operai nelle città e contadini nelle campagne succederà come governo, con la esclusione dei partiti borghesi, la «dittatura democratica degli operai e dei contadini».

Per capire questa prospettiva, in breve e senza citare cento passi di Lenin, Trotzky ed altri, si afferri questo. Tale rivoluzione socialmente sarebbe stata una rivoluzione «borghese»; instaurando nella terra la libera proprietà privata e nell’industria il pieno capitalismo. Politicamente sarebbe stata democratica appunto in quanto non si sarebbe avuto un governo di classe, ma un governo di popolo: proletari contadini e altre classi povere. Sarebbe stata una dittatura in quanto i nuovi borghesi padroni di terre e di fabbriche sarebbero stati fuori dall’alleanza dei partiti di governo. Dopo questa rivoluzione non si sarebbe cominciata la costruzione del socialismo: Lenin ha detto cento volte che il contadino piccolo proprietario non è, né può essere, socialista, e per formare le premesse di un socialismo della terra occorre uno sviluppo industriale esteso in ampiezza dieci volte più di quello che la Russia aveva al tempo della rivoluzione. Al culmine però del programma che Lenin tracciava a tale tipo di rivoluzione, stava, insieme alle varie riforme di struttura «senza fare a meno delle fondamenta del capitalismo», un ultimo ma non minore vantaggio: portare la conflagrazione rivoluzionaria in Europa.

Concludendo: per la rivoluzione antifeudale il proletariato in Occidente ben fece ad allearsi con la borghesia audacemente rivoluzionaria. In Russia è ugualmente pronto a combattere per tale scopo non suo, ma dato che – come la storia confermò – la borghesia non vuol lottare, si alleerà coi contadini. L’alleanza oparai-contadini ha fine borghese-democratico, non fine socialista. Ma altra via non vi è per superare lo svolto storico.

Trotzkysti-internazionalisti. Eguale rifiuto alla alleanza colla borghesia russa liberale. Governo dittatoriale del proletariato con l’appoggio temporaneo della massa contadina. Impostazione immediata di una lotta per il socialismo: rivoluzione permanente (era il richiamo della formula di Marx nel 1848 per la Germania, quando sembrava possibile la prospettiva di una vittoria europea del proletariato; solo che in quel caso la serie era vista ancora più serrata: alleanza con la borghesia e vittoria insieme con essa; denunzia immediata dell’alleanza e nuova lotta per rovesciare il potere borghese).

Ma usiamo le parole stesse di Trotzky: «La dittatura del proletariato, che inevitabilmente avrebbe messo all’ordine del giorno non i soli compiti democratici (intendi sempre: liquidazione di ogni vestigia di autocrazia e boiardocrazia, sia quando parla Trotzky che Lenin, mai edificazione di democrazia come punto di arrivo) ma anche quelli socialisti, avrebbe nello stesso tempo dato un impeto poderoso alla rivoluzione socialista internazionale. Solo la vittoria del proletariato nell’Occidente avrebbe potuto proteggere la Russia dalla restaurazione borghese e assicurare la possibilità di farle attuare l’instaurazione del Socialismo».

Concludendo: se oggi, dominando il vecchio e sinistro capitalismo d’Europa ed America, il potere erede di fatto della insurrezione che travolse lo Zarismo è dedito a costruire giovane capitalismo nell’impero eurasico ed oltre i bordi da tre lati, il fatto corrisponde alla dottrina, alla visione, alla previsione che dettero prima della rivoluzione russa quattro esponenti della nostra dottrina: Marx, Engels, Lenin, Trotzky.

OGGI

Il dramma storico

Non in questo giorno possiamo seguire la linea di quanto ebbe come programma sociale il governo dei bolscevichi, soli al potere dopo la vittoria di Ottobre. Questo governo visse di guerra civile guerreggiata e di sforzi potenti per la rivoluzione in Europa i suoi grandi anni. Se noi volessimo dare una graduatoria dei compiti di quella lotta, che va designata col nome di Lenin, oltre che di un gruppo di magnifici lottatori, distrutto negli eventi successivi, metteremmo prima: Stato e Rivoluzione – al secondo posto: la Terza Internazionale – al terzo posto: l’ottobre rosso, e la sconfitta della controrivoluzione armata.

Ci interessa infatti più il solido possesso del corso storico della rivoluzione in quanto valido per tutti i tempi e per tutti i paesi, che lo stato degli effettivi nel presente stadio storico della organizzazione rivoluzionaria e che le vicende di un potere locale per grande che sia il paese che controlla. Lenin stesso citò nelle dette pagine il pensiero di Marx: «Egli salutò, nella lettera a Kugelmann al tempo della Comune, con entusiasmo l’iniziativa rivoluzionaria delle masse che danno l’assalto al Cielo. Ma la sconfitta dell’azione rivoluzionaria, in questa come in molte altre situazioni, era, secondo il materialismo dialettico di Marx, minor male, per l’andamento generale e per l’esito della lotta proletaria, che l’abbandono di una posizione conquistata e la resa senza lotta, perché una tale capitolazione avrebbe demoralizzato il proletariato e demolita la sua capacità di combattere».

Se oggi il bilancio della rivoluzione russa e mondiale, per noi sempre inseparabili nella vittoria o nella caduta, come da trentacinque anni sosteniamo, conduce a constatare che la conquista di Ottobre è perduta, come potere assoluto al solo partito proletario e comunista; che la ricostruita Internazionale del 1919 è del tutto liquidata, resta la riconquista della linea del corso storico proletario martellata nei passaggi obbligati: guerra civile, terrore rosso, distruzione della borghesia, distruzione del capitalismo: sempre e dovunque vi siano le condizioni per tentarlo.

Ben altrimenti vedono la questione quelli che pongono al primo posto il «personale politico»: il partito nominalmente definito, il gruppo di gerarchi, il capo, il successo occasionale nella lotta armata o meno, la pretesa che un nome o una etichetta seguitino, checché sia, a rappresentare la classe e il suo compito storico. Ed è qui che la linea trotzkista si è rotta senza speranza, volendo tutto ridurre ad un affare di palazzo, ad un intrigo di persone: resta la forma economica proletaria, il capitalismo non ha ripreso il controllo della società e del potere, solo uno strato di burocrati o un gruppo, una cricca di avventurieri ha rubato al proletariato russo il potere! Ma allora l’economia proletaria in un solo paese e senza rivoluzione internazionale ridiventa possibile? Allora il materialismo di Marx non si legge più nel senso che le forme di produzione proiettano e definiscono il potere di classe, e il rapporto sta in controsenso, per decenni e decenni, in una situazione in cui non divampa lotta rivoluzionaria, né esplodente né permanente? E non è questo rifiutare il marxismo, per sostituirvi una condanna morale a Stalin, tipo facinoroso?

Se invece si afferma, come da noi si fa, che Stalin, il governo, tutto l’apparato amministrativo russo, senza volontà né colpe di profilo criminale, esprimono semplicemente la realtà di un compito di diffusione sulle vie del mondo del grande tipo capitalista di produzione, e in nulla quello di una costruzione di rapporti sociali comunistici, e si riprova che (a parte una scolastica e fredda ripetizione del nostro bagaglio teorico) anche nella politica, nella diplomazia, nella propaganda, nella stampa, nella scienza, nella letteratura, nell’arte, capitalisticamente sono costretti ogni giorno più ad atteggiarsi: allora si resta sulla linea marxista. E il punto di partenza sta nell’effettivo esame di quel compito produttivo economico e sociale.

Il giorno che un tizio, ignoto od illustre, sia processore per colpa di violenza carnale alla storia, quel giorno il vero imputato trascinato alla sbarra sarà il marxismo. Non dobbiamo trovare di chi fu la colpa e tanto meno di chi furono i meriti, ma quale risultato ci abbiano dato gli eventi, non a noi, transeunti e inutili nominativi, ma alla combattente classe proletaria, perché questa possa nel prossimo ritorno rosso sapere dove dovrà battere e dove dovrà finalmente sfondare, senza esclusione di colpi e senza limiti di etiche, per sradicare dalla terra il sistema capitalista.

Non nuovo per queste scene

Avremo tolta di mezzo la formula vana di una «paese proletario» ove il capitalismo è superato ma il governo è usurpato da traditori, se vedremo che la rivoluzione russa ha appena, socialmente, e dopo aver avuto 36 anni di tempo, assolti tutti i compiti economici di una rivoluzione borghese.

Perché intendiamoci bene, per tutti i demonii, se un Lenin ci dice: prendiamo per il partito proletario il potere politico in un paese ove i dati sociali capitalisti mancano ancora, noi ci stiamo. Se ci dice: abbiamo il potere e di socialistico non possiamo fare che poco, o nulla, e solo vedere ingrandire le prima infrenate forze produttive capitaliste, ma teniamo duro per portare la rivoluzione laddove le forze produttive sono strafiorite e ridondanti, ci stiamo pure. Ma questa situazione storica, quando sia data, non può risolversi nell’uno o nell’altro senso in pochissimi anni. A più forte ragione non troveremmo strano che nel breve interregno e con le poche forze residue dalla lotta politica e militare, si facessero piani economici nel senso di favorire e accelerare al massimo la arretrata evoluzione da feudalesimo a capitalismo pieno. Ma davanti a cinquine di quinquenni come quelli di Stalin non vi è più da esitare su queste ipotesi di trapasso. Se non è (e non è) piano socialista, è tutto capitalismo, e la organizzazione sociale, amministrativa, governativa del paese non ha alcuna particella di carattere proletario. Altrimenti sarebbe da prendere il marxismo e rovesciarlo colla testa al posto dei piedi.

Un passo di Lenin (ci importa terribilmente di invocare Marx di seconda mano traverso Lenin, per quella tale invarianza da ribadire) ci conduce a ricostruire bene i compiti economici della «costruzione del capitalismo», sulla base di quanto Marx nel Capitale enunciò in tema di accumulazione iniziale. «L’espropriazione e l’espulsione di una parte della popolazione agricola non libera soltanto degli operai, i mezzi di esistenza di essi e i loro strumenti di lavoro per il capitalismo industriale, ma crea altresì il mercato interno».

Abbiamo illustrato quanto Stalin dice per la discesa della Russia nel mercato mondiale, processo altamente capitalista, e processo che la Russia come complesso economico nazionale svolge, ecco il punto, per la prima volta. Ma va detto di più. Ivi il mercato interno, salvo poche provincie, non esisteva ancora nel 1917, e i piani quinquennali, in uno alla riforma agraria, lo hanno testé costruito. L’economia di Stalin non produce tuttora merci (come egli tenta di dimostrare sforzando la tesi che il socialismo possa continuare per un certo periodo a dare prodotti con carattere di merci) ma alla grande scala produce merci su tutto il territorio per la prima volta. Tanto stritola la tesi dello Stalin socialista, ma stritola anche quella dello Stalin agente provocatore della reazione.

L’artel non produce merci: i suoi prodotti si assegnano al consumo in natura nello stretto perimetro della tribù collettivista. Anche i prodotti della economia terriera feudale non sono merci: il servo dà al barone due cose: prodotto in natura, e tempo del suo lavoro. La riforma del 1861 sopprime non il primo, ma il secondo aspetto soltanto, che ha di schiavismo, e con ciò libera dal domicilio obbligato, che è come Engels nota magistralmente un servizio reso alla possibilità di sviluppare capitalismo. Ma restando la prestazione in natura dei prodotti del lotto di terreno lavorato dal contadino, non si forma ancora in pieno il mercato interno dei prodotti agrari, altra condizione per l’apparire del salariato a grande scala. Della rivoluzione del 1917 è rimasto questo risultato immenso: annientato il privilegio terriero, si è accesa la striscia di polvere dell’incendio mercantile trascorrente – come in America nel senso opposto – dall’Atlantico al Pacifico.

Prologo – Catastrofe – Epilogo

È nel terzo volume del Capitale che Marx dà – e Lenin riporta – una definizione essenziale del trapasso che corrisponde alla vittoria borghese e in parte si addensa come suo prologo, costituendone dopo la esplosione il pieno epilogo. Così in Francia: cahiers de doléances, o rivendicazione dei poveri bifolchi – incendio della Bastiglia e dei castelli feudali o grande rivoluzione – riduzione della terra e del prodotto agrario ad articolo di commercio: codice Napoleone. «La trasformazione della rendita in natura in rendita in danaro non è solo necessariamente accompagnata, ma è anche preceduta dalla formazione di una classe di braccianti nullatenenti, che si affittano per danaro».

Questo vuol dire che l’ipotetico salto dal comunismo primitivo a quello integrale si sarebbe avuto se il prodotto agrario non solo non fosse divenuto rendita in natura per il signore che non vi aveva lavorato, ma nemmeno merce capace di trovare un mercato interno su cui cambiarsi in moneta, per pagare l’affitto al proprietario borghese di terra. In quella ridente, difficile ipotesi il prodotto del mir russo sarebbe passato, senza formazione di mercati nazionali né mondiali, ai paesi di comunismo industriale che avrebbero posto i manufatti a disposizione del russo mugik.

Ciò, è chiaro, non fu. Accadde«quel che poteva accadere», e l’avvocato Federico discrimina l’imputato Josif. Il membro del colcos produce alcuni alimenti per suo conto e li mangia; altri ne cede alla amministrazione, che per lui li vende per comprare prodotti manufatti dallo stato-industriale, mentre col ricavato di altri paga, se non affitti a padroni, tasse allo stato-padrone. Stalin, il proletariato, la Rivoluzione d’Ottobre, volessero questo od altro, con coscienza o«mezza coscienza» hanno costruito il mercato interno. Chi creda questo poco risultato, pensi che nella Francia di 550 mila chilometri quadri ha impiegato a sorgere, da Carlo Magno a Napoleone, mille anni circa e che oggi si tratta, e senza i satelliti di Europa ed Asia, di ventitré milioni di chilometri quadri.

Messo a posto mercato interno e grande industria di stato, col recente proclama dichiarano di scendere sul mercato mondiale. La rivoluzione borghese russa is over, un fatto compiuto. I fessi cronici possono ridere di noi – e di lei.

Patiti del ”Feuilleton”

Il romanzo dell’Orso non è stato evidentemente narrato in tutti i capitoli, e non è finito. Bisognerà che continui, e sarà il caso di raccomandare il titolo alla redazione dell’Unità, colle sue preferenze romantiche in letteratura: Venti anni dopo.

Utilità pubblica, cuccagna privata

Abbiamo ripetutamente illustrato ampiamente nei « Fili del Tempo », più di scorcio in numerosissimi articoli minori – come la ricostruzione industriale, le « opere di risanamento », i lavori nelle zone terremotate o allagate, i programmi di sventramento e di piano regolatore delle grandi città, insomma le grandi imprese di « utilità pubblica » finanziate direttamente o indirettamente dallo Stato – e quindi da Pantalone, in molti casi come sottoscrittore di raccolte « umanitarie » a favore dei danneggiati, sempre come contribuente, – e invocate ad ogni piè sospinto da tutti i settori della fauna politica borghese, dalla sinistra alla destra, si risolvano in realtà solo nel piratesco sfruttamento della situazione ad opera di bande affaristiche controllanti le leve del « potere pubblico », che, senza alcun rischio, e senza capitale proprio, s’impinguano all’ombra della « collettività nazionale » e dei Partiti che la rappresentano.

Non staremo dunque a ripeterci e, soprattutto, a sviluppare di nuovo gli argomenti teorici e pratici a convalida di questa illustrazione. Riportiamo soltanto, a titolo di documentazione – una documentazione che … non finisce mai -, due notiziole, tratte entrambe dal pudico organo borghese « Il Mondo », del 7 febbraio.

La prima. Ricordate i fiumi di lacrime di nazionale cordoglio per i villaggi etnei colpiti dal terremoto dell’anno scorso, e la nobile gara per aiutarli? Ora leggete: « Sono stati costruiti alloggi che nessuno vuole perché scomodi e lontani dagli abituali centri di attività, con grande sperpero di mezzi che è andato ad esclusivo beneficio dei costruttori, mentre sarebbe stato meno costoso riparare o ricostruire gli edifici già esistenti, come tutti ancora reclamano. Finora sono state riparate soltanto le chiese, applicando la legge per i soccorsi agli alluvionati ».

La seconda. La pineta di S. Rossore è stata, secondo la legge 9 agosto 1948 concernente i beni già della corona, destinata a « fini nazionali ». Ora, in obbedienza a queste finalità … superiori, si stanno elaborando progetti per fare della pineta un’area di « espansione » della città di Pisa, ansiosa – per risorgere da una secolare decadenza – di « ricongiungersi al suo mare ». E « sono venute naturalmente le proposte degli architetti (ed ecco un progetto di labirinto balneare con colonne, rotonde e belvederi) e dei consiglieri di affari fondiari, che intravedono la prospettiva di comprare oggi (per uno) un « intangibile » bosco demaniale, da rivendersi domani (per cento) come area fabbricativa ».

E il governo? Il pudico organo liberale commenta: « il sibillino atteggiamento delle autorità governative sembra (oh candore!) nascondere l’acquiescenza verso siffatti interessi sezionali », a meno che non nasconda un’operazione finanziaria di rivendita al Comando americano di Livorno.

Ce ne stupiremo? Lo Stato è l’organo esecutivo della classe dominante e la classe dominante è la commercializzatrice di tutte le calamità naturali e … artificiali (vedi guerra) e di tutte le iniziative di « utilità pubblica ». È lei che intasca i profitti del danno o della dabbenaggine altrui.

Da Trieste: Prospettive di un’agitazione

È in corso a Trieste una ver­tenza che interessa un largo stra­to di operai: quella dei C. R. D. A. (Cantieri Riuniti dell’Adriatico). Quali le sue prospettive?

Non occorre, purtroppo, essere dei profeti per rispondere. Che cosa possono ottenere infatti gli operai finché la difesa dei loro interessi e la guida delle loro agi­tazioni sono in mano agli attuali organismi sindacali (C. d. L. – S. U.)? Sono gli stessi organismi che, nel più lungo e compatto sciopero svoltosi a Trieste in questo dopoguerra (febbraio 1950), tradirono l’esplicito mandato ri­cevuto dagli operai (in un comi­zio tenuto dopo 20 giorni di lotta) — estendere lo sciopero a tutta la città e provincia — comuni­cando per radio le decisioni di compromesso (le solite vittorie: ”la vertenza rimane aperta”) che ancor oggi paghiamo a rate. E citiamo solo quest’esempio per­ché è stato l’unico, dal 1945 a ta­le data, che tutta la classe ope­raia veramente sentisse e fosse disposta a condurre a fondo: ma, a conferma di quanto diciamo, basterebbe consultare il libro aperto di tutte le agitazioni con­dotte su scala nazionale (e non soltanto nazionale) dai sindacati di marca staliniana o riformista.

Anche questa volta, non ci pos­sono essere dubbi: l’agitazione, giustamente sentita da tutti gli operai, si risolverà in nulla, per­ché l’impostazione data ad essa dai sindacati imperanti fa a pu­gni con lo spirito di battaglia dei proletari. Basti ricordare quanto è stato detto al comizio: dopo aver definito dimostrazione di for­za e di compattezza un primo sciopero, ci si è limitati a biasi­mare il padrone (i C. D. R. A.) per aver scavalcato l’organizza­zione sindacale nell’emanare di­sposizione di carattere discipli­nare. A questo la roboante reto­rica si è ridotta: rispettate la le­galità della procedura (pompieri­stica), e tutto filerà nel migliore accordo.

Gli operai, che vedono come il padrone se ne strafotta dei loro ”rappresentanti”, accettino la sfida, reagiscano al colpo con al­trettanta strafottenza, e non at­tendano che i loro ”dirigenti” insabbino l’agitazione nella palu­de del quieto vivere in una le­galità che non protegge ma frena e sconfigge la loro classe. Il ri­spetto della legalità contrattuale è l’unico obiettivo cui mirino gli esponenti sindacali: gli operai, in­vece, lottano contro misure di­sciplinari che giudicano inaccet­tabili, procedura o no. Sì, cari compagni, qui siamo le vittime di una speculazione, e, nonostante le parole forti, la realtà si risolverà in un tradimento.

L’esperienza delle lotte operaie insegna che, postasi sul terreno del rispetto dell’ordine costitui­to, la classe proletaria è sempre battuta. Gli operai hanno mille ragioni di reagire agli arbitrii dei padroni; ma come possono spe­rare di vincere se affidano a sin­dacati opportunisti (come nel feb­braio 1950) il compito di condur­re fino in fondo una lotta ch’essi sono chiamati, invece, a ”com­porre” nel solito patteggiamento con l’avversario?

È questa la tragica situazione di oggi come di ieri. L’agitazio­ne finirà, purtroppo, come la classe dominante e i suoi servi vogliono che finisca. Serva alme­no di esperienza; comprendano gli operai che, se così finisce, una ragione storica c’è: il peso schiac­ciante dell’opportunismo e del tradimento controrivoluzionario, e l’incapacità di scrollarcelo di dosso.

Un compagno

Riunioni

Si è tenuta a Trebbo-Bologna la riunione di apertura del 1953. Un compagno della sezione di Cervia ha esposto le linee generali della recente riunione di lavoro tenuta a Forlì, e ha ribadito, nella piena solidarietà del gruppo locale, i principi ai quali si ispira nella sua azione il movimento.

Analoga riunione si è tenuta a Salerno.

Nostri lutti

Abbiamo il dolore di annunciare – notizia giuntaci solo ora – la morte, avvenuta il 9 u. s. della madre del nostro compagno triestino F. S. Sustersich, Teresa. Giunga al figlio, questo instancabile militante del comunismo rimasto saldo sulla breccia nel secondo come nel primo dopoguerra mondiale, l’espressione della fraterna partecipazione di tutti i compagni al suo dolore.

Il migliore dei mondi possibili

I dividendi delle società americane sono ammontati lo scorso anno a dollari 8.277.000.000, con un aumento del 2% rispetto al 1951. I versamenti delle società minerarie e delle comunicazioni sono aumentati del 9 % e quelli delle società di elettricità e del gas dell’8 %. Le ferrovie hanno annunciato un aumento del 6 % ». – (24 Ore, 5-2).

[RG-7] Uno schema della riunione di Forlì 

Nel nostro Bollettino interno sono finora apparse in esteso solo le relazioni delle riunioni di Roma (aprile 1951) e Napoli (settembre 1951) e in queste colonne fu data la parte finale di quella di Firenze (dicembre 1951). Restano da diffondere quelle di Napoli (aprile 1952) e Roma (luglio 1952) e quella molto importante di Milano (settembre 1952) sulla invarianza della teoria rivoluzionaria nel ciclo storico della classe.

Non meno notevole è la relazione di Forlì, e non meno grave sarà il lavoro per darne un testo completo, mentre è noto che il nostro movimento troverà a fatica i mezzi per la produzione e diffusione di tutto il vasto materiale.

Abbiamo trovato utile, dopo il resoconto qui pubblicato, diramare in circolare interna uno schema di quanto fu detto a Forlì, assai riassuntivo e tratto da una trama che il relatore passò ai compagni della segreteria, e da alcuni appunti degli stessi, il tutto ancora da sviluppare e riordinare. Lo schema ha il solo scopo di fornire ai compagni presenti all’esposizione, che tutti la seguirono con estrema attenzione e di cui molti presero ampi personali appunti, la riesposizione del tema nelle riunioni locali dell’organizzazione.

Ne riportiamo, poiché ci pare assai chiarificatrice per l’impostazione generale, la conclusione, concernente il programma economico immediato della rivoluzione proletaria, che ha suscitato il massimo interesse nei compagni:

«L’importanza di questo programma di rivendicazioni che saranno seguite storicamente dalla costruzione del socialismo e in terzo luogo dallo stadio superiore del comunismo integrale, non è nella ”attualità”, poiché, sebbene per esse siano mature le economie dei paesi occidentali, non è matura la premessa politica della conquista del potere da parte del proletariato, controllato da traditori del marxismo e del classismo.

«L’importanza sta nella dimostrazione che in Russia quel potere è all’opera in direzioni opposte, e quindi è potere capitalistico e attuatore di capitalismo – coerentemente si è disinteressato della rivoluzione europea e mondiale, sola base per passare in Russia allo stadio di transizione al socialismo. Sta inoltre nella dimostrazione che, in controsenso a questo programma, il solo rivoluzionario e marxista, di attuazioni immediate, stanno tutte le rivendicazioni dei partiti stalinisti in occidente, confermando così che anche nei rispettivi paesi la loro politica sociale è riformista, controrivoluzionaria e conservatrice di un capitalismo ivi completamente sviluppato da decenni, e non – come in Russia – socialmente ancora da sviluppare.

«Sempre sono i corrotti più triviali dei corruttori».

Cronaca

Tutto per l’anima

La direzione delle nuove Reggiane, a Reggio Emilia, ha chiuso lo stabilimento per tre giorni onde permettere ai proletari che non ha precedentemente licenziato (in seguito alla famosa… vittoria sindacale) di recarsi a Roma in pellegrinaggio a baciare la sacra pantofola per la modica spesa di 3.000 lire, viaggio, vitto e alloggio compresi.

Le Reggiane non hanno saputo procurare lavoro e pane alle maestranze che, prima della nota vertenza, vi erano impiegate: non si può negare tuttavia che sappia provvedere all’anima dei rimasti. Immaginiamo che anche questa rientri nella lista delle vittorie sindacali vantate dalla C.G.I.L.

…per l’ordine

Un operaio statale della Romagna che, non essendo ammogliato, prende 25.000 lire circa al mese ci segnala che l’assegno dei carabinieri semplici celibi è di 33.136 lire e quello dei vicebrigadieri di 37.717 lire, a parte il vestiario e l’alloggio gratuito e diversi altri benefici. Povero operaio statale, credevi forse che la tua opera valesse quella spesa nella tutela dell’ordine?

…per la seggiola

Il 21 c.m., a difesa del posticino al Parlamento dei «rappresentanti del Popolo» la C.I. delle Officine Morando di Asti ha invitato i circa 200 operai a scioperare dalle 11 alle 12 contro la legge-truffa. La grande maggioranza non ha aderito.

Noi siamo certi che i lavoratori della Morando, distintisi ad Asti per un memorabile sciopero proclamato per rivendicazioni schiettamente operaie e condotto a fondo e alla vittoria per tutto un mese nonostante l’azione pompieristica e disfattista dei sindacati, hanno rifiutato di aderire non perché «stanchi di lottare» – stanchezza che è d’altronde l’amaro e ben calcolato frutto delle agitazioni al contagocce e per obiettivi fallaci, – ma, al contrario, perché decisi a non prestare le proprie armi di lotta a scopi che nulla hanno a che fare con gli interessi della loro classe; e che sapranno dimostrarlo sia ai padroni – caso mai si illudessero di avere finalmente una «maestranza ammaestrara» -, sia agli attivisti staliniani – caso mai li accusassero di voler «favorire il nemico». Deputati e senatori difendano, se ci tengono tanto, il loro seggiolino e la santità della democrazia: gli operai non sanno che farsene, e le loro armi le usano per sé, non le affittano e non si affittano per la difesa degli istituti borghesi.