Międzynarodowa Partia Komunistyczna

Il Partito Comunista 18

Il P.C.I. al salvataggio dello Stato

Ed infine questo malridotto barcone, al timone un Moro spettrale, per ciurma una accolta di rissosi pronti a darsi lo sgambetto l’un l’altro, ha fatto naufragio, malgrado gli «oppositori storici» abbiano con ogni mezzo tentato, per quanto era nelle loro possibilità, di eliminare gli scogli perigliosi che si frapponevano alla sgangherata navigazione. La bufera della crisi ogni giorno di più s’addensa, e bisogna farci i conti: «non è questo o quello stabilimento ad essere minacciato, è l’apparato produttivo nel suo insieme ad essere investito, sono interi settori ed aziende fondamentali ad essere colpiti. Le minacce di licenziamento si contano a decine di migliaia, centinaia di migliaia di lavoratori sono in cassa integrazione, anzi la crisi agisce pesantemente, nei suoi aspetti oggettivi e soggettivi, congiunturali e strutturali, internazionali ed indigeni». (l’Unità, 24 dicembre 1975).

L’economia va a catafascio, chiudono le fabbriche, si ripresenta l’inflazione accompagnandosi alla caduta della produzione, ma niente paura; in un modo o nell’altro un nuovo naviglio magari più capace sarà costruito alla svelta, pronto, per le aumentate dimensioni, ad accogliere un equipaggio molto più numeroso. Discuteranno sui programmi economici, si misureranno sulle iniziative concrete, miglioreranno i piani a medio termine, vareranno progetti di finanziamento «selettivi» creando un fondo di riconversione che metta i sospirati quattrini «a disposizione di organismi pubblici… con la partecipazione dei sindacati… capaci di impegnare i lavoratori coinvolti in processi di crisi e riconversione in seri programmi di riqualificazione e di garantire loro entro tempi ben definiti il reimpiego nell’attività produttiva» (l’Unità, 17 gennaio 1976).

Poi garantiranno lo sviluppo della domanda pubblica in alcune direzioni fondamentali, infine, esaurito tutto questo lavorio, imbottiti ancora una volta i crani dei proletari di vaghe promesse, si metteranno di nuovo in mare, e che il patrono dei marinai gliela mandi buona, altrimenti si troveranno a dover usare contro chi non piega la testa, e di chiacchiere non ne vuol più sentire, i democratici fucili delle forze dell’ordine della repubblica nata dalla resistenza. E sarebbe un vero peccato perché la «ripresa» è lì, a ragionevole portata di mano: il compromesso storico «non è un accordo di potere… ma è l’idea che per risolvere questi problemi davvero storici, in un paese complesso come l’Italia, ed in questo quadro internazionale occorre uno sforzo eccezionale, bisogna mobilitare tutta l’energia, la passione, lo spirito di sacrificio – e ti pareva – l’intelligenza del popolo italiano. E che perciò non bastano gli operai, non basta nemmeno la sinistra nata dal vecchio tronco storico socialista, e tanto meno basta un solo partito sia pure il nostro» (Rinascita, 16 gennaio 1976).

Ogni classe, ogni partito, porti la sua fettina di verità, sacrifichi al benessere della nazione tutti i suoi egoismi particolari, ogni bravo cittadino si faccia carico del suo fardello sociale. Anche il proletariato per mano del suo sindacato, dice Lama dalle colonne dello stesso numero della stessa rivista, si piglierà sul gobbo le proprie responsabilità: «ad esempio riteniamo che per masse di giovani in cerca di prima occupazione si debbano adottare soluzioni di lavoro e non di sussidio… anche se con salari convenzionali e non alle condizioni del contratto di lavoro. Siamo disponibili a partecipare in termini realistici alle soluzioni dei problemi dell’occupazione senza ignorare le esigenze di convenienza economica delle imprese. Questo orientamento lo dimostriamo anche dando determinati valori quantitativi alle rivendicazioni salariali e contrattuali. Certo non accettiamo una politica di risanamento fondata solo sui sacrifici dei lavoratori, anche perché per questa via non si risanerebbe nulla». Non c’è dubbio che se qualcosa si potesse risanare «anche» per quella via la batterebbero di certo, e quella sola.

Loro la crisi, comunque non la volevano; Napolitano ammoniva (l’Unità, 6 gennaio 1976) «Quel che ci preoccupa è che l’apertura di una crisi nel momento attuale impedisca il raggiungimento di soluzioni positive per alcuni importanti ed urgenti problemi su cui il parlamento è impegnato a lavorare e a decidere». Mentre ancor più deleterio, sempre secondo Napolitano sarebbe il ricorso ad elezioni anticipate «resta il fatto che esse costituirebbero… una lunga paralisi dell’attività parlamentare e di governo oltre che un irrigidimento e una contrapposizione nei rapporti tra le forze politiche». Malgrado ogni sforzo per non «irrigidire», per non perdere il contatto con le altre forze necessarie al futuro «pluralismo socialista», malgrado le pastette e gli aborti di legge, anche solo da un punto di vista laico borghese, sul nuovo diritto di famiglia e sull’aborto, veri esempi di impotenza sul piano legislativo, la crisi si è aperta.

Il modo con cui se la risolveranno, se con qualche alchimia a base di monocolore o governo polipartito, o ricorrendo magari al salto nell’abisso di elezioni anticipate, non è certo cosa che interessi il proletariato rivoluzionario, checché ne dicano i sinistri di tutte le chiesuole; né ci è dato, anche per lo schifo che ci suscitano i sottili giochi dei sacerdoti di S. Democrazia compiuti ai danni della classe operaia, strologarci sopra. Per quanto ci riguarda, fedeli in ogni modo alla nostra chiave di interpretazione materialistica dei fatti, neghiamo che le «crisi politiche», le «crescite di consenso», gli «allargamenti delle aree di intesa», e balle del genere, abbiano altra matrice che non sia la crisi – questa sì veramente «crisi» – economica, che scuote l’intero apparato produttivo nazionale, riflesso in un ambito «locale» di una crisi internazionale, i cui effetti cominciano a pesare non soltanto sul proletariato, ma anche su tutti gli altri strati sociali, determinandone oscillazioni, sbandamenti, polarizzazioni su partiti che sino ad ieri non ne ricevevano i consensi, processo che gli imbecilli ammalati di cretinismo democratico si ostinano a definire «spinta a sinistra delle masse», manifestatasi nel botto sonoro dell’avanzata di pretese sinistre con le elezioni del 15 giugno scorso.

Non passa giorno che questo chiodo non venga battuto e ribattuto, in dichiarazioni ufficiali, interviste, articoli: «La creazione di questo clima… costituisce una necessità obiettiva per la realizzazione di un nuovo tipo di sviluppo economico e sociale. Anche per questo la partecipazione dei comunisti alla direzione politica del paese è destinata a risultare sempre più indispensabile per fare uscire l’Italia dalla crisi» (l’Unità, 17 gennaio 1976). Ed ancora (l’Unità, 12 gennaio 1976): «È solo su questa base – riconoscere cioè nel PCI, una grande e responsabile forza di governo – che si può dare vita ad un governo che possa essere all’altezza della situazione e che abbia il consenso, la forza e l’autorità necessari per essere efficiente».

Il PCI si offre garante per un governo «forte», che possa far accettare alla classe operaia tutti i sacrifici che saranno necessari, non certo per stornare la crisi, ma per affrontarne l’urto. La sua funzione è quella di impedire al proletariato di riconoscere nello Stato, nell’economia nazionale, i propri nemici e sempre meglio può essere esplicata man mano che la crisi fa sentire i suoi effetti, uscendo dal ghetto dell’opposizione ed assumendo responsabilità dirette di governo; molti settori della borghesia lo riconoscono ormai apertamente. Il Sig. Agnelli, in un’intervista su La Repubblica del 23-1-1976, alla domanda se una politica di austerità sarebbe accettata, ed in nome di cosa, dai lavoratori, ha risposto: «È evidente che per applicare una politica del genere bisogna allargare la base di consenso. Una maggioranza parlamentare debole e priva del consenso delle forze politiche che rappresentano direttamente i lavoratori non potrebbe fare molta strada nelle condizioni attuali», mentre più oltre, cogliendo nel concreto le necessità dell’ora sulle possibilità di un ingresso del PCI nella maggioranza governativa, ma del resto ben consapevole degli equilibri internazionali il cui mantenimento si oppone a questa soluzione, «non penso a questo, ma a forme di appoggio e di consenso sostanziali».

La crisi sociale, effetto di quella economica, sfalda e minaccia la forma democratica del governo statale, forma d’elezione perché l’opportunismo possa svolgere nel modo più efficace la propria azione; ecco perché il compromesso storico, l’unità d’azione alla guida dello Stato con il partito principe della borghesia nazionale, la DC, diventa naturalmente l’estremo baluardo per difendere questa forma (perlomeno finché essa, per le esigenze politiche del modo di produzione capitalistico avrà da essere difesa e mantenuta) contro tutte le spinte centrifughe dei vari strati sociali, che renderebbero magari necessario, anche sotto l’urto della classe operaia compressa terribilmente nelle proprie esigenze di vita, un «governo forte», cioè una forma dittatoriale aperta. L’opportunismo presenta ai suoi interlocutori borghesi il proprio modello storico di sintesi nell’unicità del comando statale delle istanze delle varie classi e mezze classi, «ceti produttivi» e non, e quindi, eliminata ogni traccia della «economia politica proletaria», come Marx la definiva, l’unica esigenza che riesce ad esprimere nel campo economico, è quella di un capitalismo «un po’ meno capitalistico», controllato nel suo sviluppo, modificato nei meccanismi che ne determinano gli squilibri, regolato nell’estorsione di plusvalore, armonizzato nella spartizione dei mercati, il tutto realizzato mediante un’impalcatura giuridica forte e stabile che dovrebbe disciplinare il più anarchico modo di produzione della storia.

La forma democratica insomma dovrebbe contenere gli elementi storicamente antagonisti del modo di produzione capitalistico, sintetizzandoli per giunta nelle più miserabili e sbrindellate sovrastrutture del dominio di classe, quelle del governo della macchina statale.

L’utopia dell’imbelle socialismo piccolo-borghese, distrutta sul piano teorico dai maestri del comunismo, di provata storica impossibilità, oggi mille volte più fetida, continua a vivere e prosperare. È una illusione tenace, dura a morire, finché permangono margini economici che la alimentano nel corpo sociale, ed il proletariato crede ancora alle possibilità di un «risanamento» che il partito nel quale identifica le proprie sorti, potrà compiere quando avrà assunto alla guida dello Stato. Su questi margini l’opportunismo fonda la propria potenza, la loro sparizione ne segnerà il tracollo sociale. In questa direzione marciano i fatti, lo svolgersi della crisi; è la forza delle cose, è la forza della Rivoluzione, è la certezza della nostra battaglia.

Con la svalutazione la borghesia paga i debiti riducendo salari e occupazione

I soliti imbecilli vorrebbero ricondurre il crollo della lira alla ormai data per scontata assunzione dei „comunisti” al governo della repubblica. Crisi valutaria, quindi, per sfiducia nel regime. Vediamo un po’, invece, a chi giova la svalutazione, quali sono le forze „reazionarie” e per nulla „oscure” che hanno interesse al deprezzamento della moneta nazionale.

La meccanica del crollo valutario è quella ormai classica della „pressione” sulla lira, cioè del fatto normale che i creditori dell’azienda-Italia hanno richiesto il saldo delle cambiali in scadenza o la loro copertura per contanti, non molto fiduciosi della salute della loro debitrice. Siccome le casse aziendali sono molto deboli, dopo continui pagamenti dai primi al 20 di gennaio per un ammontare di 516 milioni di dollari (perché i debiti la lira li deve pagare in… dollari!), la Banca d’Italia ha chiuso gli sportelli. La prima conseguenza è stata, almeno fino al 25 gennaio, che le azioni dell’impresa-Italia si sono svalutate di circa il 10%. Questi i fatti raccontati in chiave aziendale per renderli accessibili a tutti e per dissacrare gli dei della schifosa e moderna religione del profitto, con tutti i sottodei di categoria dai nomi difficili a capire e a pronunciare. Questa manovra ha come conseguenza immediata la svalutazione della lira, cioè la perdita di valore della moneta italiana in relazione alle altre monete. La lira vale meno, si riduce la sua capacità di acquisto sul mercato mondiale. Prima della crisi con 674 lire si acquistava un dollaro di merce, oggi ne occorrono almeno 800 per acquistare lo stesso dollaro di merce, che vale acquistare la stessa quantità di merci, poniamo ferro, cotone, carne, ecc. Ne consegue che tutti i prezzi delle merci importate aumentano nella stessa proporzione. Primo risultato tecnico: i prezzi delle merci sul mercato italiano aumentano, da cui: tutti i prezzi delle merci esportate, contenenti le materie importate, aumentano: perdita di concorrenzialità delle merci italiane, riduzione della produzione, minor profitto. Questo sarebbe il risultato, che abbiamo definito tecnico o logico, cioè secondo lo schema teorico. Ma questo risultato, visto unilateralmente, cioè solo dal punto di vista capitalistico è suscettibile di variazioni che abbisognano di strumenti non economici, ma politici (a questo serve la „politica”, signori politici imbroglioni) cioè di interventi extra-economici per modificare a favore del regime capitalistico un fenomeno che colpisce il regime stesso, una delle tante contraddizioni che minano il sistema economico attuale. Se non interviene il „correttivo” politico, anche i salari dovrebbero aumentare della stessa percentuale di svalutazione della moneta, allo stesso modo in cui aumentano i prezzi di tutte le merci. Ma il salario non aumenta e non aumenterà, anche per la stessa volontà dei sindacati oltre che per quella ovvia del governo e dello Stato borghese. Il mancato aumento dei salari consente all’economia italiana di continuare a produrre con profitto, sinché le condizioni generali della produzione lo permettono, e potrebbe anche consentire il recupero di un certo valore della moneta in proporzione all’aumento della produzione, cioè degli investimenti tra cui la massa dei salari, che significa aumento degli operai occupati e riduzione di quelli disoccupati. Ma questa ultima eventualità è da scartarsi per effetto della crisi mondiale dell’economia capitalistica, almeno che un governo di „sinistra” diretto dal PCI riesca a ridurre drasticamente tutti i salari, ed il recupero si realizzi col risparmio netto sulla spesa in salari: produrre di più e mangiare di meno, molto di meno, per la maggior gloria del paese e della lira.

La svalutazione, quindi, la pagano i lavoratori salariati, come stanno pagando l’inflazione e tutti i fenomeni del sistema economico borghese. Secondo risultato: per frenare la ripresa inflazionistica conseguente, si impone la reale restrizione del credito, dell’indebitamento delle aziende per fronteggiare le aumentate esigenze monetarie per effetto dell’aumento dei prezzi. Quindi rincaro del costo del denaro, aumento del tasso di sconto, fallimento delle aziende già in crisi: disoccupazione. Anche sotto questo profilo, la svalutazione cade sulle spalle dei proletari.

Quale sarà il reale tasso di svalutazione della lira alla fine della caduta? Chi parla del 10%, chi anticipa già il 20% a fine corsa, pur mettendo in conto l’azione di frenaggio che dovrebbe esercitare il ricorso a cospicui prestiti con l’estero. È già in atto una manovra del tipo 1974.

Che il capitalismo italiano sia un capitalismo „straccione”, spudorato, è cosa vecchia, e che non goda di grande reputazione tra i suoi colleghi internazionali è noto. C’è un precedente, a proposito di crisi monetaria. Nell’agosto del 1974 i governi italiano e tedesco stipularono un accordo per sostenere le finanze italiane già in avanzato stato di dissesto, in base al quale la Bundesbank prestò alla Banca d’Italia due miliardi di dollari dietro un deposito di oro italiano. Da una parte un vagone carico di dollari, dall’altra uno carico di oro. Una certa nemesi storica e una piccola vendetta della borghesia tedesca, costretta nel primo dopoguerra a garantire prestiti americani con la cessione allo Stato americano della temporanea amministrazione e gestione delle ferrovie tedesche. L’oro italiano è ancora per tre quarti nei forzieri della banca centrale tedesca, avendo lo Stato italiano pagato soltanto un quarto del debito, cioè 500 milioni di dollari. Sembra che la Germania possa intervenire di nuovo. Ma l’oro in cassa dello Stato italiano è ridotto da quella operazione. Sembra che anche la Banca Mondiale pensi ad un intervento, pretendendo contropartite che la stampa borghese non esita a chiamare „pesanti”. Forse lo Stato italiano darà in pegno di garanzia quel che resta del suo patrimonio artistico, non potendo depositare pacchetti azionari, essendo le sue aziende principali in stato di dissesto, salva probabilmente la FIAT.

La vecchia e fellona borghesia italiana ha però sempre il suo classico asso nella manica, che potrebbe pensar già di giocare: il cambio di alleanze, ovvero affittarsi ad un eventuale maggior offerente del blocco Est, in cambio di un adeguato sostegno economico, manovrando al riparo del PCI.

L’aspetto più sudicio della questione, però, resta lo spirito di salvataggio degli infami partiti „operai”, il nazionalismo che sprigiona dai loro pori, per tappare i buchi di una barcaccia che sta affondando e che un autentico partito comunista avrebbe il compito elementare di finir di affondare. Ma la storia non finirà qui. I prossimi mesi potranno essere decisivi per la classe operaia, se riuscirà a spezzare la camicia di forza impostale dal tradimento; e decisivi per il capitalismo se dovrà togliersi la maschera del potere „popolare”, democratico, pacifista per tentare di resistere al ritorno offensivo del proletariato.

La resistenza non è stata tradita

I comunisti considerano ogni moto „a destra” della borghesia come una vittoria teorica perché è la dimostrazione aperta della natura repressiva della classe dominante che si vede costretta a gettare la maschera democratica.

Ogni volta che ciò accade, i comunisti lottano perché la fase borghese totalitaria soccomba sotto il moto rivoluzionario della classe operaia, e si guardano bene dal versare lacrime di rimpianto per le false libertà democratiche considerando antistorico questo atteggiamento.

È bene ricordare come tutti gli strati della borghesia, sotto l’incubo del bolscevismo, dal socialista Bonomi al liberale Giolitti, dalla chiesa cattolica alla massoneria, dai repubblicani al reuccio, plaudirono al fascismo come al salvatore della patria e, di buon grado, gli consegnarono il potere su un piatto d’argento, riservandosi però il diritto di belare contro le libertà violate.

Nel ’23 Mussolini stesso ridicolizzò gli antifascisti e la loro politica vigliacca: „Si può fare l’opposizione in due modi. Primo al modo dei comunisti… Il loro obiettivo è quello di abbatterci con la violenza rivoluzionaria e instaurare la dittatura del proletariato… Agli altri gruppi oppositori diciamo: voi non preparate un’insurrezione contro di noi; cosa cercate dunque?”

Dov’erano gli antifascisti al tempo della guerra d’Etiopia? Inghilterra, Belgio e Russia fornivano, a prezzi concorrenziali, grano, carbone e petrolio; la Francia (durante le sanzioni) motori per aerei e lanciabombe, gli Stati Uniti migliaia di autocarri; e il PCI (l’integerrimo), nella bisogna, lanciava il suo appello di unità nazionale: „Diamoci la mano, figli della Nazione italiana, fascisti e comunisti, cattolici e socialisti, diamoci la mano e marciamo (e sono marciti) fianco a fianco”. (Stato Operaio – 8/1936) Impara, imberbe Berlinguer! Altro che il tuo „innocente” compromesso storico!

Quando poi, nel ’43 l’esercito dell’Asse era in rotta, il Gran Consiglio fascista votava (democraticamente) la propria sfiducia al duce, il re fannullone, preso a calci in culo dalla situazione disastrosa, trovava il coraggio di farlo arrestare e la milizia fascista, in difesa del suo capo, seppe solo rispondere mussolinianamente: „me ne frego!” allora l’italica democrazia belante si accorse che era giunto il gran momento, si ebbe la „gloriosa resistenza”, il II risorgimento.

Gettati alle ortiche gli oramai logori nastrini della „rivoluzione” fascista ogni persona onesta corse ad adornarsi di quelli più luccicanti della resistenza senza aver fatto un cavolo in nessuna delle due.

Al proletariato „la lotta di liberazione” fu presentata come lo scontro tra due mondi, ma tutto rientrò, garante lo stalinismo internazionale, nella legalità sancita dalle potenze democratiche e dal Cremlino: „i militanti rivoluzionari si tramutarono in avventurieri di tipo standard di poco diverso da quello fascista dei primi tempi: anziché uomini di partito custodi dell’indirizzo marxista e della salda autonomia organizzativa dei partiti e dell’internazionale, divennero caporali, colonnelli e generali da operetta. Rovinarono l’orientamento di classe del proletariato facendolo paurosamente rinculare di almeno un secolo, e chiamarono tutto ciò progressismo. Convinsero gli operai di Francia, d’Italia e di tutti gli altri paesi che la lotta di classe, per sua natura offensiva, a carattere di iniziativa deliberata e dichiarata, si concretava in un difesismo, in una 'resistenza’, in una inutile e sanguinosa emorragia contro forze organizzate capitalistiche che non vennero superate ed espulse che da altre forze non meno regolari e non meno capitalistiche” (Battaglia Comunista n. 14/1949).

Ben intese questa politica, ancora una volta, Mussolini, che ormai prossimo alla fine poté a ragione dichiarare: „L’uomo politico che prenda sul serio l’antifascismo di oggi cadrebbe in un grave errore. Quando muta il vento della fortuna, la massa (dei partiti) cambia direzione alle vele”. Morì quindi consapevole che il proprio „sacrificio” sarebbe servito alla „causa” ben meglio delle pose da pagliaccio in precedenza assunte dal balcone di Palazzo Venezia.

Infatti, da entrambi i lati della linea gotica si „lavorava” per raggiungere lo stesso fine immediato: l’indipendenza, la sovranità nazionale, la repubblica. Sia nei territori occupati dagli „alleati” anglo-americani che in quelli occupati (ancora una volta) dagli „alleati” germanici, si mirava a realizzare il medesimo obiettivo: L’Europa unita; „La salvezza dell’Europa(sta) soltanto in un’unione socialista di tutti gli Stati europei… tra poco non avrà più interesse la questione germanica, francese, spagnola, italiana eccetera; interesserà soltanto l’Europa. Tutti se ne accorgeranno”. Così parlò… Mussolini. Il primo articolo della costituzione democratica non è forse la brutta copia fedele dell’articolo 9 di quella della RSI?

Fra tanto fetore, tra ancor più „martiri della libertà” alla ricerca di una poltrona ministeriale su cui poter riposare i tanto provati glutei, una sola organizzazione si salvò, un solo partito: quello dei comunisti internazionalisti. Mentre i partiti comunisti ufficiali compivano l’ultima infamia passando dichiaratamente al riformismo, al legalitarismo, al socialnazionalismo – insomma alla controrivoluzione – questa minuscola organizzazione, decimata e dispersa più ad opera dei salvatori della patria piccisti che dalla stessa dittatura fascista, compiva un’opera primaria, tra mille difficoltà, per la ricostituzione della dottrina e dell’organo rivoluzionario. Il suo merito di fronte alla Storia è quello di aver saputo, nella tremenda situazione, resistere (in questo caso sì che il vocabolo è appropriato) alle chimere della libertà, di non aver speso una parola che non fosse di condanna al modo di produzione capitalista. Mentre Togliatti nel ’43 malediva le „orde teutoniche” con le stesse parole con cui le maledisse il rinnegato Mussolini nel ’14, la nostra voce fu quella di sempre, quella della Sinistra Italiana, quella di Marx e Lenin: „contro tutte le guerre, contro tutte le patrie, per la rivoluzione” (Prometeo 1 maggio 1944) e „Operai, nessuno, né la Germania, né l’Inghilterra, né l’America e neppure la stessa Russia staliniana, vi porterà la rivoluzione. Solo voi (…) sarete in grado di conquistare la vostra libertà” (volantino distribuito nell’aprile del ’44).

Tra il proliferare di pubblicazioni clandestine antifasciste (lo stesso Benito faceva pubblicare giornali antifascisti illegali) il nostro organo di stampa, Prometeo, fu l’unico a bollare apertamente „entrambi i belligeranti come facce diverse di una stessa realtà borghese, da combattere entrambi perché intimamente legati, ad onta delle apparenze, alla stessa ferrea legge della conservazione del privilegio capitalistico e quindi di lotta a fondo, mortale, contro il vero comune nemico: il proletariato” (Prometeo 1-11-’43). È interessante vedere come gli stessi nostri avversari, a volte, si lascino scappare delle affermazioni che, mentre confermano quello che noi dicevamo, a loro non fanno proprio onore. In un numero recente de Il Mondo, Luigi Cavallo (ex „stella rossa”, ex redattore dell’Unità ed ora alla ricerca di una nuova scuderia), impiegato in un duello oratorio col senatore Mamucari, offeso nel suo onore (?) perché tacciato da quest’ultimo di doppiogiochista al servizio della Gestapo, rende pan per focaccia al partitaccio e dichiara che „i capi del PCI avevano usato l’Ovra (perché allora tanto scandalo se Scelba attinse alla stessa fonte?) per togliere dalla circolazione gli oppositori interni”, che „Luigi Longo (…) aveva denunciato quei capi partigiani che 'rifiutavano il congedo’ dagli alleati ed aveva ordinato all’apparato militare clandestino del PCI di dare il 'congedo definitivo’ (leggi assassinare) a quegli uomini” e che furono i sicari stalinisti ad assassinare il compagno Mario Acquaviva gridando „è una spia fascista”. „Acquaviva non ebbe neppure l’onore dei partigiani comunisti fatti assassinare (dal PCI) a Milano, i cui nomi sono incisi su targhe di marmo che li definiscono 'martiri della libertà trucidati dai nazi-fascisti'” (Il Mondo 11-12-’75). Noi compagni di fede e di lotta del militante rivoluzionario Mario Acquaviva ci teniamo a che il suo nome non sia confuso con quello dell’indefinito partigiano (sia che quest’ultimo lo abbia fatto „per fede per dovere o per soldo”), sarebbe per lui un’offesa peggiore del suo stesso assassinio. Ci teniamo anche, e molto di più, a che il suo sacrificio non sia reclamizzato per i loro sconci intrighi di bottega da loschi figuri. A riabilitare la memoria dei nostri martiri non saranno i carnefici „pentiti”, sarà il proletariato rivoluzionario a tributar loro il dovuto onore, come l’anonimo operaio che, accorso verso Acquaviva morente e sentite le calunnie sulla „spia fascista”, gridò indignato: „È un comunista, ma un comunista vero!”.

„Mario Acquaviva non chiede il saldo delle sue sofferenze. Egli continua a guardare in faccia il nemico, e l’avanguardia controrivoluzionaria colpisce in lui l’avversario della guerra e della nuova edizione del dominio capitalistico… Mario Acquaviva non si tocca; egli (e tutti gli altri) sarà vendicato nella misura in cui le masse irromperanno sul terreno della lotta diretta e inizieranno l’attacco frontale contro tutti i rappresentanti del governo e del parlamento borghese… L’assassinio politico rientra nella tradizione della socialdemocrazia così come del fascismo… Il proletariato rivoluzionario non avrà nessuna pietà per i suoi traditori” (Battaglia Comunista 3-23 agosto 1947). Il simbolo dell’antifascismo è, a ragion veduta, la collaborazione di classe, la mistificazione democratica, la soppressione violenta di ogni tentativo di attacco autonomo delle forze operaie. Se in Italia si trucidava il rivoluzionario Acquaviva al grido „è una spia fascista”, l’anno avanti, nonostante lo stato di guerra, Stalin aveva fatto arrestare l’esercito russo a pochi chilometri da Varsavia per dare il tempo ai nazisti di sterminare i proletari insorti ripetendo così i nefasti della politica dei prussiani e dei francesi federati contro la Comune di Parigi del 1871.

„La fine gloriosa della comune di Varsavia è una prova sanguinosa del gesuitismo politico del governo di Mosca, un’accusa provata del compito contro-rivoluzionario dello stalinismo internazionale. Essa sta a dimostrare che dovunque il proletariato dichiarerà e combatterà nell’avvenire la guerra civile rivoluzionaria contro il capitalismo, si troverà alle spalle, come a Varsavia nel 1944, o di fronte, come a Berlino nell’estate del 1953, i gendarmi stalinisti della controrivoluzione” (Programma Comunista 24-1953). Questa è la resistenza al fascismo, e MAI è stata tradita; la rivendichi pure chi ci si riconosce.

Da parte nostra „concepiamo la lotta contro il fascismo come lotta che deve essere condotta innanzitutto e soprattutto contro il capitalismo, che al fascismo ha dato anima e corpo, e gli ha armato la mano per farne l’esecutore cieco, bestiale della sua vendetta di classe…

CONTRO IL FASCISMO MUSSOLINIANO DI OGGI E IL FASCISMO DEMOCRATICO DI DOMANI”.

(Prometeo – 1 maggio 1944).

Repressioni nell’esercito democratico

Per i corifei della democrazia lo Stato democratico non dovrebbe essere repressivo, ma comportarsi come un buon padre di famiglia. A smentire nei fatti questa gratuita attribuzione da parte di cricche opportuniste e borghesi, ci sono le repressioni più volte sanguinose contro gli operai, perpetrate in tutti i tempi, e sotto qualsiasi regime borghese.

All’operaio viene riservato sempre un trattamento punitivo, sia che disattenda l’ordine dei capi-ciurma in fabbrica, sia che contravvenga alla disciplina in caserma. Nel primo caso può persino essere espulso dalla azienda e subire la disoccupazione forzata, nel secondo la sua subordinazione diretta dalla classe nemica è ancora più schiavista: la punizione non consiste mai nella espulsione dall’esercito, che avrebbe il vantaggio almeno di sottrarlo alla feroce disciplina militare, ma la detenzione nel carcere.

Sono casi questi sempre più ricorrenti. È in corso in Francia una campagna repressiva contro soldati semplici dell’Armée, incolpati di „demoralizzare” l’esercito, per essersi organizzati in difesa delle loro condizioni elementari contro la strafottenza terroristica degli ufficiali. Undici soldati sono stati arrestati e su di loro pende una grave condanna. Lo stesso trattamento è stato riservato a otto soldati italiani della divisione „Centauro”, incolpati di „reclamo collettivo e attività sediziosa”, per aver osservato un minuto di silenzio in memoria di un loro compagno morto a causa di una presunta broncopolmonite e per aver partecipato ad una manifestazione a favore della „democratizzazione dell’esercito”. Oltre questi fatti rammentati, più recenti e clamorosi, molti soldati languono nei penitenziari militari e agli arresti, per essersi ribellati alla disciplina militare, in tutti i paesi.

È indubbio che siamo in presenza di una vera e propria campagna repressiva, la quale mira, per il momento, su obiettivi che vanno oltre i semplici fatti. L’obiettivo indiretto e significativo è quello di ricordare ai proletari con o senza casacca militare che l’autentico potere non è rappresentato dai padroni di fabbrica, dai ministri in carica, dalla pleiade dei politicanti, ma dalla organizzazione armata dello Stato, dalla struttura repressiva della magistratura, della polizia. Ciò conferma che il capitalismo affida la difesa del suo regime alle armi, alla forza, alla violenza, e che il resto, le chiacchiere dei partiti, dei governanti, delle burocrazie „operaie” sono solo un’unica cortina fumogena, dietro la quale si affilano gli strumenti del terrorismo statale e extrastatale.

Noi non solo non crediamo agli atti di terrorismo individuale al di fuori del piano militare della rivoluzione, che può tracciare e dirigere soltanto il vero partito comunista; ma crediamo ancor meno alle utopie di „democratizzazione” dell’esercito capitalistico, che hanno il loro corrispondente nella altrettanto utopistica „democratizzazione” del regime borghese. Come è vero che la rivoluzione proletaria non potrà trionfare senza aver prima abbattuto il potere militare dello Stato, così è altrettanto indiscutibile che il proletariato si accingerà a questo compito essenziale quando volterà le spalle alle ingannevoli mistificazioni della democrazia.

Ripetiamo queste affermazioni perché, in mancanza di una forza reale attuale, il partito deve prospettare alla classe operaia i termini realistici dello scontro di classe, che non sono parlamentari, legalitari, governativi, ma di violenza sociale. Il capitalismo non capitolerà dinanzi a pezzi di carta e alle parole. Il proletariato non può continuare a lungo ad illudersi che con le buone maniere, con „civili” governi popolari di „sinistra”, con la semplice propaganda per un „governo migliore”, cadrà la resistenza del padronato, si sgonfierà il potere delle classi superiori della società.

Se la classe operaia non ritroverà la forza di sbaragliare tutte le forze avverse, tra cui l’opportunismo dei partiti traditori e il tradimento dei sindacati nazionali, il capitalismo scamperà anche questa volta alla sua morte.

Oggi il modo migliore per dimostrare ai soldati arrestati la solidarietà del partito, è quello di dire a loro e a tutti i proletari di fabbrica la nuda e cruda verità, senza peli sulla lingua, indicando loro che è dovuta indisciplina a tutti gli organi del regime capitalistico, a tutti gli ordini che provengano dai partiti e dai sindacati affittati allo Stato.

Angola: indipendenza nazionale tra il fuoco incrociato dell'imperialismo

L’Angola si sta trasformando in un nuovo Viet-Nam. La tranquilla ritirata delle forze portoghesi, che avrebbe dovuto significare la fine dell’ingerenza straniera nel paese ed il raggiungimento dell’indipendenza nazionale e della pace, ha al contrario provocato l’inizio di una più feroce ed estesa guerra che vede direttamente impegnati vari Stati ed «indirettamente» le due superpotenze USA e URSS.

L’Angola è in effetti una preda preziosa che fa gola alle grandi ed alle piccole nazioni: «Le sue risorse (ferro, diamanti, petrolio, caffè) sono un terreno fertilissimo di investimenti e speculazioni (i principali prodotti minerali sono sfruttati da multinazionali, con preponderanza di capitali tedesco-occidentali per il ferro, di capitali belgi ed anglo sud-africani per i diamanti, di capitali americani per il petrolio). … Due poli di particolare interesse sono Cabinda (i cui giacimenti petroliferi potrebbero farne in un prossimo futuro una specie di Kuwait africano) e la zona del Cunene ove si sta costruendo con capitali Sud-Africani una diga che dovrebbe alimentare l’industria del Sud-Africa e della Namibia». (Relaz. Int. n. 26/1975). I paesi interessati al conflitto sono ovviamente quelli interessati alle ricchezze di questo paese. A Nord lo Zaire che non ha mai nascosto di avere delle pretese sull’enclave di Cabinda con la quale confina da tre lati; a Sud il Sud-Africa che vorrebbe impadronirsi della zona del Cunene che oltre ad essergli utile economicamente gli servirebbe anche politicamente per accerchiare la Namibia (South West Africa). È questa una ex colonia tedesca che fu affidata provvisoriamente al mandato del Sud-Africa, il quale, scaduto tale mandato, si è ben guardato dal rendere l’indipendenza alla regione. Nella zona agisce attualmente un movimento di guerriglia, lo SWAPO (South African People’s Organisation) che sta dando notevoli fastidi al governo di Pretoria.

Vi sono poi i grandi mostri imperiali, i gendarmi mondiali USA e URSS che, se pur non intervengono direttamente, cioè con l’invio di uomini, nel conflitto, ne determinano però, sia con l’invio di armi che con le loro pressioni politiche sugli Stati vassalli, l’andamento. Le ricchezze dell’Angola hanno attirato sul posto anche i calibri ridotti dell’imperialismo ed anche Europa e Cina intrigano, sebbene più nascostamente, per avere la loro fetta di profitti. Cuba fa quel che può e in cambio delle materie prime che spera di avere domani, spedisce la merce di cui essa è più ricca, la carne da cannone.

Per tentare di raggiungere i loro scopi questi paesi si sono serviti della divisione esistente tra i movimenti di liberazione dell’Angola che sono tre: il MPLA capeggiato da Agostino Neto; è questo il più vecchio movimento di liberazione, è appoggiato dalla Russia e da Cuba e controlla la capitale, Luanda, e la zona centro occidentale del paese oltre all’enclave di Cabinda; il FNLA, capeggiato da Holden Roberto, appoggiato da Zaire, Cina e USA, movimento che negli ultimi tempi ha subito le sconfitte più pesanti; infine l’UNITA, alleato con il FNLA nella lotta contro il MPLA ed appoggiato da Sud Africa ed USA.

Nonostante i tentativi di unificazione ed il varo di una piattaforma politica comune per formare un governo di coalizione (gennaio 1975), pochi giorni prima che le ultime truppe portoghesi lasciassero l’Angola, sono iniziati i combattimenti tra i tre movimenti per ottenere le migliori posizioni strategiche e per la conquista della capitale prima della proclamazione dell’indipendenza. In un primo momento le forze del MPLA, che indubbiamente godono di un vasto appoggio popolare e costituiscono il più genuino dei tre movimenti di liberazione pur non spingendosi oltre gli obiettivi del nazionalismo rivoluzionario, hanno preso il sopravvento giungendo a controllare dopo aspri combattimenti la capitale e buona parte del paese (12 province su 16). Gli altri due movimenti sono però subito passati alla controffensiva, il FNLA dal Nord giungendo a minacciare la stessa Luanda e l’UNITA, il più piccolo dei tre movimenti, dal Sud aprendo le frontiere alle truppe dell’agguerrito Sud Africa e non esitando a reclutare come mercenari ex soldati dell’armata portoghese.

La Russia ha evidentemente approfittato dell’occasione per intervenire massivamente in aiuto del MPLA col quale era sempre stata in contatto mandandogli ogni tanto qualche vecchio fucile per mantenere un legame che al momento giusto avrebbe dato i suoi frutti. Le ragioni dell’intervento russo sono certamente, oltre che economiche e politiche, anche strategiche poiché l’Angola, con le sue lunghe coste ed i suoi porti sull’Oceano Atlantico, potrebbe costituire un’ottima occasione per la marina sovietica, sempre alla ricerca di nuove basi.

Siamo così arrivati alla situazione attuale in cui il MPLA, massicciamente rifornito di armi e con l’appoggio diretto di alcune migliaia di soldati cubani è passato nuovamente all’offensiva ricacciando il FNLA ai confini con lo Zaire ed arrestando l’avanzata delle truppe sud africane sia sul fronte Est che su quello Sud.

A livello diplomatico intanto, l’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana) riunita ad Addis Abeba il 10 Gennaio proprio per discutere del problema angolano non è arrivata a nulla (come sempre accade) poiché 22 dei 46 paesi dell’Organizzazione volevano il riconoscimento della Repubblica Popolare dell’Angola, proclamata dal MPLA, e la condanna del Sud Africa e dei due movimenti avversari del MPLA, altri 22 volevano invece l’uscita degli eserciti stranieri dal territorio angolano ed una riconciliazione dei tre movimenti di liberazione; i restanti due paesi si sono astenuti. Il convegno quindi, se non è servito ad un bel niente sul piano pratico, ha però dimostrato quanto poco valga l’unità africana di fronte all’interesse delle singole nazioni che si sono schierate da una parte o dall’altra a seconda della provenienza dei capitali investiti sul loro territorio o delle alleanze politiche a cui sono legati: il risultato è stato di pareggio, il 50% con gli USA e il 50% con la Russia. Anche a livello economico si svolge naturalmente la lotta e mentre gli USA hanno fatto ritirare da Cabinda la Gulf Oil per non pagare all’MPLA le tasse e royalties della prima metà di gennaio, ammontanti a circa 110 milioni di dollari; l’ENI ha accettato l’invito del governo della R.P.d’A. per sfruttare il petrolio angolano, ponendosi così in diretto contrasto con gli USA.

Il Sud Africa che dopo gli smacchi militari subiti negli ultimi giorni e la condanna del suo intervento da parte di quasi tutti i paesi africani sembrava propenso a ritirarsi dall’Angola, ha poi richiamato 5.000 riservisti dimostrando di avere tutt’altra intenzione che quella di ritirarsi dal conflitto. La decisione sembra sia stata dovuta a pressioni americane a seguito della decisione del Congresso USA di limitare l’invio di aiuti a movimenti rivali del MPLA. Gli aiuti dovrebbero così arrivare lo stesso ma con la copertura del Sud Africa (beatevi, adoratori della democrazia, delle commedie che si recitano nel teatrino della Casa Bianca, il potere sta da ben altra parte!). Infine lo Zaire ha diffidato il governo di Luanda a superare nuovamente con le sue truppe il confine, minacciando addirittura la sua immediata entrata in guerra.

La situazione, come si vede, non è rosea per il popolo angolano e soprattutto non è rosea per le masse povere, per i proletari, per i contadini angolani che dopo aver subito per secoli la dominazione coloniale, dopo aver dato le loro migliori energie nella lunga guerriglia antiportoghese si sono trovati, raggiunta l’indipendenza, a dover sostenere una guerra che, grazie alle armi sempre più perfezionate adesso consegnate ai vari eserciti in campo dai potenti paesi imperialistici, ha già provocato decine di migliaia di morti, ma non risponde certo ai loro interessi. A chi giova infatti questa guerra? Essa giova certamente agli USA, alla Russia, alla Cina, a Cuba che aiutano i diversi contendenti in cambio di ipoteche sulle ricchezze del paese e dell’influenza politica su di esso; giova allo Zaire ed al Sud Africa che sperano di ingrandire i loro rispettivi territori a spese dello sfortunato vicino, giova al capitalismo internazionale che vede in una nazione debole e divisa una più accessibile terra di rapina. Essa non giova però alle masse sfruttate dell’Angola che oltre a fornire la carne da cannone non hanno da aspettarsi niente dalla guerra se non uno straccio d’indipendenza nazionale che se le strapperà dall’arcaica arretratezza di rapporti di produzione in buona parte precapitalistici, le getterà nel girone d’inferno del capitalismo facendole schiave delle compagnie internazionali, dei trusts, che certamente considerano tra le grosse ricchezze di quella terra anche il basso costo delle braccia dei suoi abitanti.

Sulla pelle di queste classi si basa la politica del MPLA che rivendicando l’unità e l’indipendenza nazionale a qualsiasi costo ed il rifiuto di un accordo con i rappresentanti dell’imperialismo in Angola (FNLA e UNITA) – vedi intervista di Neto a Le Monde del 26 dicembre – non fa altro che rivendicare i futuri diritti di partecipazione della borghesia nazionale angolana allo sfruttamento di queste stesse masse che oggi dice di rappresentare e difendere. D’altra parte il MPLA ha già dimostrato la sua natura antiproletaria quando, ad un passo dall’indipendenza, anziché spingere fino in fondo la lotta rivoluzionaria anticolonialista, timoroso delle ripercussioni sociali che una vittoria con le armi in pugno avrebbe potuto provocare tra il proletariato delle città e delle bidonvilles che aveva già dato segni di irrequietezza, come tra i contadini poveri bramosi di terra, venne ad un compromesso con le forze portoghesi, d’accordo anche con gli altri due movimenti di liberazione, dando, proprio con questa azione, il tempo all’imperialismo per prepararsi a sostituire il debole e squalificato Portogallo nello sfruttamento del ricco paese.

Il MPLA, infatti, indipendentemente dalla sua composizione sociale che certamente sarà in prevalenza proletaria e contadina, rappresenta gli interessi della borghesia e della piccola borghesia nazionaliste, pronte a lottare con le armi in pugno contro l’oppressione coloniale per rivendicare i loro interessi nazionali, ma pronte altresì, appena si profila la vittoria, ad egemonizzare quel potere per cui anche altre classi hanno combattuto costituendo anzi la gran parte del movimento.

Sono i borghesi ad attribuire una matrice comunista al MPLA basandosi sul fatto che esso è appoggiato dalla Russia, ma per noi marxisti, che sappiamo come la Russia non sia meno capitalistica e borghese degli USA, il programma del MPLA, che mette al primo posto l’indipendenza nazionale e non solo non parla di dittatura del proletariato o cose simili ma non prevede neppure una radicale riforma agraria, è ben altro che un programma comunista. Gli stessi dirigenti del movimento, tra l’altro, ammettono che esso non è un movimento comunista: Neto, in un’intervista concessa a Tricontinental numero 11-12 del 1969 dichiarava: «Sebbene il nostro movimento sia molto ampio, esso non possiede attualmente le caratteristiche di un partito e non è un movimento comunista, come sospetta una parte della popolazione».

Se il MPLA rappresenta almeno un genuino movimento nazionalista rivoluzionario, pur non avendo quel carattere radicale che gli infonderebbe l’esistenza nel suo seno di un forte partito comunista rivoluzionario, gli altri due movimenti di liberazione, il FNLA e l’UNITA, non sono neppure questo, ma si rivelano sempre più come semplici strumenti dell’imperialismo americano. Fondati su base tribale e quindi anazionale, ben più deboli del MPLA nella lotta contro il Portogallo, non hanno esitato, al raggiungimento dell’indipendenza, ad allearsi con lo Zaire ed il Sud Africa, mostrandosi disposti, per far prevalere i loro fini di movimento, anche ad accettare una spartizione dell’Angola. Questa loro politica ha così in un certo modo costretto il MPLA a ricorrere tanto largamente all’aiuto russo determinando poi l’ingerenza sempre più consistente dell’imperialismo nel paese.

Sembra addirittura che Savimbi, il capo dell’UNITA, (come risulta da alcuni documenti forniti alla rivista Afrique-Asie da alcuni ufficiali dell’esercito portoghese) fosse già prima dell’indipendenza in contatto col Comando dell’esercito coloniale portoghese per combattere il MPLA. Fatto sta che questa organizzazione non si è minimamente opposta all’invasione delle truppe sud africane, unendosi anzi in un unico esercito con esse e dando loro la possibilità di dare la caccia ai guerriglieri della SWAPO che si erano rifugiati in Angola credendosi al sicuro. Abbiamo già ricordato inoltre come a fianco dell’UNITA combattono anche mercenari ex soldati dell’Armata portoghese. Il FNLA dal canto suo riceve aiuto dallo Zaire del quale sono note le pretese annessioniste su Cabinda e che ha minacciato addirittura l’entrata in guerra contro la R.P.d’A. e solo pochi giorni fa il suo capo, Holden Roberto, in una intervista a News Week ha lanciato addirittura un appello all’Occidente perché salvi l’Africa dal «Comunismo»!

Non è certo quindi da questi movimenti che le masse sfruttate dell’Angola possono attendersi la difesa dei loro interessi infatti, se per la borghesia indigena l’indipendenza nazionale e la lotta contro l’imperialismo significano la possibilità di sfruttare in proprio la classe operaia ed i contadini poveri del suo Stato nazionale, queste classi al contrario si attendono dall’indipendenza nazionale e dalla lotta contro l’imperialismo la fine di ogni sfruttamento, la riforma agraria, lo schiacciamento delle classi ricche. Se queste cose la borghesia può prometterle non può certo concederle. Da qui la necessità per le masse sfruttate di questi paesi di organizzarsi in un partito distinto da quelli borghesi in modo da partecipare sì con essi alla lotta armata contro l’imperialismo, ma in modo da potere anche, una volta raggiunta l’indipendenza, separare i propri interessi da quelli borghesi ed imporre i propri obbiettivi di classe continuando la lotta contro gli alleati di ieri. Questa nostra prospettiva, la prospettiva marxista di sempre, è ben chiarita da Lenin nel suo scritto «Sul diritto di autodecisione delle nazioni» (1914).

Lenin, dopo aver spiegato nei paragrafi precedenti come la costituzione di Stati nazionali indipendenti, che sono la forma di Stato meglio rispondente alle esigenze del capitalismo moderno, sia interesse prettamente borghese, al paragrafo 4 scrive: «La borghesia che interviene naturalmente come egemone (dirigente) all’inizio di ogni movimento nazionale, chiama azione pratica l’appoggio a tutte le rivendicazioni nazionali. Ma nella questione nazionale (come del resto in tutte le altre questioni) la politica del proletariato appoggia la borghesia solo in una direzione determinata senza mai confondersi con la politica della borghesia. La classe operaia sostiene la borghesia solamente nell’interesse della pace nazionale, nell’interesse dell’uguaglianza civile e per produrre le condizioni migliori per la lotta di classe ( … ). La borghesia pone sempre in primo piano le sue rivendicazioni nazionali. Le pone incondizionatamente. Il proletariato le subordina agli interessi della lotta delle classi». Riferito all’Angola questo significa che se il proletariato angolano non costituisce un proprio partito, distinto da quello borghese, con un proprio programma marxista rivoluzionario e non si pone già da ora il problema della lotta contro la propria borghesia una volta cacciati gli imperialisti, esso sarà soggiogato al carro della borghesia ed i suoi interessi di classe saranno sottomessi all’interesse nazionale. Ma vogliamo risalire alle origini, secondo il nostro metodo, andando a vedere cos’ha da dire il vecchio Marx sulla questione.

Nell’Indirizzo del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti (1850) riferendosi alle lotte per l’indipendenza nazionale in quel tempo ancora in corso in Europa, Marx dice: «Invece di abbassarsi di nuovo a servire da coro plaudente ai democratici borghesi gli operai e soprattutto la Lega (come si chiamava allora il partito comunista) debbono adoperarsi per costituire accanto ai democratici ufficiali, una organizzazione indipendente, segreta e pubblica, del partito operaio e per fare di ogni comunità della Lega il punto centrale ed il nocciolo di associazioni operaie nelle quali gli interessi e la posizione del proletariato siano discussi indipendentemente da influenze borghesi ( … ). Nel caso di una battaglia contro il nemico comune non c’è bisogno di nessuna unione speciale. Appena si deve combattere direttamente tale nemico gli interessi dei due partiti coincidono momentaneamente, e com’è avvenuto sinora, così per l’avvenire, questo collegamento, calcolato soltanto per quel momento, si ristabilirà spontaneamente. ( … ) Durante e dopo la lotta gli operai, accanto alle rivendicazioni dei democratici borghesi debbono presentare in ogni occasione le loro proprie rivendicazioni. Essi debbono esigere garanzie per gli operai, non appena i borghesi democratici si preparino a prendere il potere nelle loro mani. ( … ) In una parola, dal primo momento della vittoria la diffidenza non deve più rivolgersi verso il vinto partito reazionario, ma contro i propri alleati di ieri, contro il partito che vorrà sfruttare da solo la vittoria comune. ( … ) Essi stessi (gli operai) debbono fare l’essenziale per la loro vittoria finale chiarendo a se stessi i loro propri interessi di classe, assumendo il più presto possibile una posizione indipendente di partito e non lasciando che le frasi ipocrite dei piccolo borghesi democratici li sviino nemmeno per un istante dalla organizzazione indipendente del partito del proletariato. Il loro grido di battaglia deve essere: LA RIVOLUZIONE IN PERMANENZA (Londra 1850)». Rifatevi gli occhi, adoratori della rivoluzione per tappe marca Stalin!

È questa prospettiva ribadita più volte da Lenin e dall’Internazionale Comunista (Tesi al II Congresso – 1920) che manca oggi al proletariato e alle masse sfruttate di Occidente e d’Oriente, dell’Asia come dell’Africa. In tutto il ciclo di lotte per l’indipendenza nazionale che si è aperto alla fine del secondo conflitto mondiale e che ha visto decine di popoli porsi in lotta contro l’imperialismo, rappresentando gli unici movimenti rivoluzionari, sebbene in senso nazionalista borghese, dell’ultimo mezzo secolo, non in uno solo di questi Stati il proletariato ha avuto la forza di costituirsi in partito indipendente da quello borghese, di non «abbassarsi a servire da coro plaudente ai democratici borghesi». E ciò non è successo per caso se è vera la nostra analisi della controrivoluzione staliniana che, prendendo origine proprio dal seno del primo Stato socialista, la Russia, ha avuto ripercussioni enormi sull’intero movimento proletario mondiale giungendo a schiacciarlo ancora oggi, dopo cinquant’anni, sotto la sua cappa di piombo.

L’Angola non può certo sfuggire a questa regola che non c’è da aspettarsi possa essere spezzata in questi paesi.

È il proletariato occidentale, vecchio di lotte e d’esperienze che dovrà risalire la china e reimpugnare le sue armi teoriche e pratiche, rilanciando ai popoli di colore il giuramento che si levò al Congresso dei popoli d’Oriente a Bakù, nel 1921: PROLETARIATO D’OCCIDENTE E POPOLI D’ORIENTE UNITI NELLA GUERRA SANTA CONTRO L’IMPERIALISMO MONDIALE!

Il proletariato occidentale al contrario, benché tutti i paesi imperialistici siano scossi dai prodromi della più grave crisi che abbia mai investito il regime capitalistico, benché le loro condizioni di vita peggiorino ogni giorno e l’avvenire divenga sempre più incerto sotto la minaccia della dilagante disoccupazione, si sente forte dei privilegi che indubbiamente ancora possiede nei confronti delle masse affamate d’Asia, d’Africa, d’America Latina e collabora con la propria borghesia nazionale allo sfruttamento dei paesi poveri. Sarà questa crisi, approfondendosi e dilatandosi, con conseguenze terribili per una gran parte del proletariato, a riportarlo sul terreno della lotta di classe in un unico blocco con le masse sfruttate dei popoli di colore.

In Angola quindi a dire l’ultima parola sarà l’imperialismo. Prevarrà la linea morbida del Congresso o la linea dura di Ford a seconda se si potrà trovare o meno un accordo tra le due superpotenze su come dividersi i proventi che deriveranno dallo sfruttamento delle masse e del territorio angolano. Non è affatto esclusa la «balcanizzazione» di questo Stato e sarebbe la soluzione peggiore, LA MENO FAVOREVOLE ALLO SVILUPPO DELLA LOTTA DI CLASSE. Ma il dato più importante, comunque vada a finire in Angola è che il proletariato occidentale starà a vedere lo svolgersi degli avvenimenti senza muovere un dito così come ha fatto di fronte alla tragedia algerina, congolese o vietnamita, limitandosi ad inviare qualche telegramma di solidarietà o a richiedere ai rispettivi governi borghesi di «riconoscere» la Repubblica Popolare d’Angola. Non è in Angola che si decide la sorte di questa nazione, ma a New York, a Chicago, a Mosca, a Berlino, a Parigi e il proletariato occidentale sarà veramente solidale con i popoli delle nazioni più misere e sfruttate dall’imperialismo quando getterà a mare ogni sua pretesa funzione nazionale, quando spezzerà ogni più piccolo interesse che lo leghi alla propria borghesia ed attaccherà i punti nevralgici del sistema capitalistico facendolo crollare.

Interessante è anche la posizione presa nella guerra dai due pretesi paesi socialisti URSS e Cina e di conseguenza dal coro belante dei loro ammiratori.

Nel conflitto i due sono l’un contro l’altro armati perché la Russia rifornisce il MPLA e la Cina appoggia il FNLA trovandosi così dalla stessa parte degli USA e del Sud Africa. Sul piano diplomatico la Russia pretende che sia il solo MPLA ad andare al potere in Angola in modo da poter mettere a frutto finalmente i capitali investiti fino ad ora in quel paese; la Cina, vista la debolezza del suo protetto e la sua minore influenza politica, oltre al fatto che deve salvare un minimo di faccia come paese terzomondista, chiede il ritiro di tutte le forze straniere dal territorio ed auspica l’unità dei tre movimenti di liberazione. Nessuno dei due paesi si preoccupa di spingere ed indirizzare le masse sfruttate angolane a fare l’unico passo veramente importante per la loro definitiva emancipazione: il costituirsi di nuclei comunisti rivoluzionari che legandosi alla tradizione formidabile della III Internazionale Comunista costituiscano il Partito Comunista in Angola partecipando poi organizzati sul proprio terreno di classe, alla guerra di liberazione anti-imperialista prima, alla rivoluzione comunista antiborghese poi. In effetti, pur se coprono le loro azioni sotto un mare di parole apparentemente rivoluzionarie e comuniste, la politica di questi due Stati, pretesi socialisti, è imperialistica al pari di quella degli USA.

Per l’opportunismo è lecita solo la violenza statale

Si rinnovano, in questi tempi di vacche magre, gli appelli dei signori delle Botteghe Oscure contro qualsiasi azione della classe operaia che comporti lotta di classe e violenza. Triade sindacale, CGIL in testa, ammoniscono i proletari di non lasciarsi prendere la mano, lo Stato è pur sempre una brutta bestia, bisogna andar cauti: l’irresponsabilità di oggi potrebbe favorire domani la «reazione».

E sì che questi signori intabarrati nel loro logoro mantello resistenziale, della violenza antiproletaria ne hanno fatto ormai un principio: dal pacifismo rinunciatario all’adesione alle guerre resistenziali per la ricostruzione degli Stati capitalistici, è tutto un susseguirsi di attacchi alla classe operaia. Se l’opportunismo non è in principio né pacifista né guerrafondaio, è vero altresì che è l’uno o l’altro a seconda dei bisogni che la classe capitalista esprime. Se dunque oggi si starnazza contro l’«irresponsabile» violenza proletaria, l’unico scopo è quello di stroncare le gambe alla classe operaia e non quello di proclamare il verbo dell’Eden universale. All’oggi partitacci venduti e sindacati tricolori non possono che esercitare loro stessi in prima persona, la violenza statale contro i lavoratori.

Se il proletario spinto dai suoi bisogni materiali alza la testa, cosa c’è di meglio se non prospettargli giorni neri per il suo rinverdito peccato originale?

Storia vecchia, ma pur sempre nuova.

Tutta la storia, nella «civilissima» epoca di oggi come nelle epoche «della barbarie», è stata contrassegnata da urti, scontri, conflitti in cui si impegnava violenza, sia che essa avesse come sbocco la diretta distruzione fisica degli individui, sia che essa rappresentasse, con il solo fatto di esistere, schiacciamento e costrizione dell’individuo che tale pressione doveva subire. Come nel campo fisico energia potenziale e cinetica rappresentano due stati fenomenici in cui viene a trovarsi in tempi diversi lo stesso sistema, così avviene nel campo della vita degli organismi. La forza può esprimersi in maniera manifesta e si ha la lotta, fine della quale è la morte o la fuga del malconcio avversario; parimenti tale violenza può essere applicata a quel livello che abbiamo definito potenziale, senza cioè bisogno della sua esplicazione diretta. Citiamo da «Forza, Violenza, Dittatura nella lotta di classe»: «Il cane selvatico non contenderà al leone il capriolo ucciso, ben sapendo che seguirebbe la sorte della vittima. Molte volte la preda soccombe per il terrore prima del morso del carnivoro, talvolta basta lo sguardo di quello a immobilizzarla, e toglierle la possibilità non della lotta ma della stessa fuga».

È con l’apparire della società organizzata che la forza comincia parzialmente a svilirsi per quanto concerne il suo ruolo cinetico; la violenza soggettiva lascia il posto al «diritto», alla legge, compito della quale è mantenere ordine ed autorità. La comunità si adatta all’obbedienza non dietro diretta costrizione fisica, ma soltanto per non porsi contro tale prospettiva, pena nel migliore dei casi l’espulsione dalla stessa comunità e conseguente perdita dei vantaggi che l’attività organizzata permette. L’elemento discriminante della civiltà sociale è dunque questo ripetersi continuo di violenza «promessa», ma non cineticamente applicata:

«Alla base dello schieramento degli uomini nei gruppi posti in così dissimile situazione di vita materiale sta inizialmente una ripartizione di compiti che, nella grandissima complessità delle manifestazioni, assicura al soggetto, alla famiglia, al gruppo, alla classe privilegiata, un riconoscimento che, dalla costatazione reale della iniziale utilità, conduce al formarsi di una attitudine di soggezione degli elementi e gruppi sacrificati.

Questa attitudine si tramanda nel tempo e si inserisce nella tradizione in quanto le forme sociali hanno una loro inerzia analoga a quella del mondo fisico in cui, fino a superiori cause perturbatrici, tendono a descrivere le stesse orbite, a perpetuare le medesime relazioni.

Quando per la prima volta il minus habens non solo non ha costretto il suo sfruttatore ad impiegare la forza per eseguire gli ordini, ma ha imparato a ripetere che ribellarsi sarebbe stato una grande infamia perché avrebbe compromesso le regole e gli ordini da cui dipendeva la salvezza di tutti, allora – giù il cappello! – è nato il Diritto.

Se il primo re è stato un bravo cacciatore, un grande guerriero, che aveva più volte esposta la vita e versato il sangue in difesa della tribù, se il primo stregone sacerdote è stato un intelligente indagatore di segreti della natura utili alle cure delle malattie ed al benessere, se il primo padrone di schiavi o di salariati è stato un capace organizzatore di sforzi produttivi in modo che si traesse maggior rendimento dalla coltivazione della terra o dalle prime tecnologie, la iniziale constatazione di questo compito utile ha permesso di costruire le impalcature dell’autorità e del potere, permettendo a quelli che stavano al vertice di quelle nuove e più redditizie forme di vita associata, di prelevare – per proprio comodo – una larga parte dell’incremento di prodotto realizzato».

Il sistema si cristallizza, costruisce e codifica la propria ideologia, gran sacerdote e giudice, in amoroso idillio, giustificano e vietano; il risultato è raggiunto: il servo china la testa senza bisogno che lo staffile cada. Qui dunque il primo bandolo dell’arruffata matassa, lo scamotto del prete e del poliziotto muta livrea con l’andar del tempo ed arriva ai nostri giorni: doppio petto, pieno di boria, sbatte il muso nella talpa marxista, rabbrividisce, porge le terga e siamo disposti a credere che se la voglia dare a gambe. Ma purtroppo per lui da troppo tempo lo vogliamo inchiodare alla sua croce, per mostrare ai proletari tutti quale enorme inganno esso rappresenti vestendo il doppio petto della pace sociale e della tranquillità «a tutti i costi», armi degli affossatori del comunismo, ché non streghe di boschi (e sottoboschi!) parlamentari, ma gli antagonismi sociali, generano necessariamente ed inevitabilmente la violenza; e questo in barba al prete e al poliziotto.

È ancora la Sinistra che staffila bonzi e borghesi:

«È così possibile battere la tremenda contemporanea mobilitazione dell’inganno, la universale regia che costruisce la soggezione ideologica delle masse ai sinistri dettami delle minoranze predominanti, il cui trucco fondamentale è quello dell’atrocismo, ossia, della messa in evidenza (corroborata inoltre da potenti falsificazioni di fatto) di tutti gli episodi di sopraffazione materiale in cui, per effetto dei rapporti di forza, la violenza sociale si è resa palese e si è consumata colpendo, sparando e uccidendo e – cosa che dovrebbe apparire la più infame, se la regia non avesse avuto tremendi successi nell’incretinimento del mondo – atomizzando. Sarà così possibile riportare al loro giusto, preponderante valore qualitativo e quantitativo i casi innumerevoli in cui la sopraffazione, sempre risolvendosi in miseria, sofferenza, distruzione a volumi imponenti di vite umane, si consuma senza resistenza, senza urti, e – come dicevamo all’inizio – sine effusione sanguinis, anche nei luoghi e nei tempi in cui sembra dominare la pace sociale e la tranquillità, vantata dai ruffiani professionali della propaganda scritta e parlata come l’attuazione piena della civiltà, dell’ordine, della libertà. Il confronto tra il peso dei due fattori – violenza in atto e violenza in potenza – mostrerà che, malgrado tutte le ipocrisie e gli scandalismi, il secondo è quello predominante, e solamente su di una tale base si può costruire una dottrina e una lotta capaci di spezzare i limiti dell’attuale mondo di sfruttamento e di oppressione».

Travalichiamo i millenni ed arriviamo a questa nostra società borghese sempre pronta a dimostrare la sua «civile» superiorità nei confronti dell’epoca che l’ha storicamente partorita: il feudalesimo; quale minore pressione, qual minor grado di violenza, essa eserciterebbe oggi classe egemone. Marx dimostra al contrario come sopraffazione ed oppressione siano enormemente superiori nella società capitalistica dove, esempio e modello storico, il lavoratore della terra, che in regime di servitù feudale conservava un legame tecnico-produttivo con la terra stessa – pur dovendo privarsi di larga parte del prodotto a favore dei ceti dominanti -, viene sì liberato da tali rapporti di vassallaggio, ma è altresì ridotto al ruolo di puro proletariato e «segue il destino dell’armata negriera dei lavoratori industriali, o trasformato in gestore o proprietario giuridicamente perfetto di piccoli lotti, viene taglieggiato dallo strozzino capitalista, dall’agente del fisco o dalla volatilizzazione della moneta». E parimenti ugual sorte segue l’artigiano che alienato dai propri mezzi di produzione è condotto nullatenente nell’opificio borghese, unico suo bene la propria forza lavoro. Non fummo e non saremo ben inteso noi marxisti ad invocare o propugnare storici passi indietro, ché la nostra concezione dialettica sempre ci ha mostrato la storia come il concatenarsi delle determinazioni delle forze produttive che «dilatandosi ed utilizzando sempre nuove risorse, premono contro le forze istituzionali e i sistemi di potere e ne causano le crisi e le catastrofi». È in questo senso dunque, quello cioè che tale travaglio non può essere storicamente saltato per pervenire alla società comunista, che noi guardiamo all’entità sociale presente, ben mostrando però come tale società, vantata dal consesso internazionale borghese come un surrogato del Paradiso Terrestre dei lavoratori, non rappresenti per essi che oppressione e sangue:

«Il punto essenziale da stabilire è questo: il criterio discriminante per appoggiare o combattere uno svolgimento storico non è quello, inconsistente e vanamente letterario, di ricercare se si è attuata e conseguita più eguaglianza, più giustizia, più libertà, ma l’altro, totalmente diverso e molte volte opposto di chiedersi se la nuova situazione ha favorevolmente avviato e promosso lo sviluppo di più potenti e complesse forze produttive a disposizione della società, forze che sono la premessa indispensabile della futura organizzazione della società medesima nel senso del maggior rendimento del lavoro per una più larga disponibilità di beni di consumo a vantaggio di tutti.

Era indispensabile oltre che utile che la borghesia con la guerra civile abbattesse gli ostacoli istituzionali che ritardavano il sorgere delle grandi fabbriche e un più moderno sfruttamento della terra; e di fronte a questo poco importa che la prima ed immediata conseguenza, transitoria in un più vasto senso storico, sia stata di rendere più pesanti ed odiose le catene della disparità sociale e dello sfruttamento della forza lavoro.

La critica del socialismo scientifico ha messo chiaramente in evidenza che la grande trasformazione sociale attuata dal capitalismo (trasformazione storicamente matura e feconda a sua volta di sviluppi grandiosi) non va affatto definita né come una radicale liberazione interessante le grandi masse, né come un sensibile balzo innanzi nel loro tenore economico di vita. La trasformazione degli istituti riguarda unicamente il loro modo di schieramento e di organamento della piccola minoranza privilegiata e dominante».

Dunque il «nuovo mondo» non favorisce l’insieme dell’agglomerato sociale, bensì una sua ristretta cerchia che manipola, essa sì, libertà e «giustizia»:

«La conquista giuridica della libertà, proclamata in tutte le carte e costituzioni retaggio di tutti i cittadini, non riguarda dunque la maggioranza, sfruttata e affamata ancor più di prima, ma è faccenda interna di una minoranza. Ed è alla luce di questo criterio che vanno risolti tutti i quesiti storici ed attuali in cui si ripropone il postulato stucchevole della libertà della democrazia.

Ridotta a scala individuale la tesi materialista afferma che, poiché il cervello funziona quando lo stomaco può nutrirsi, il diritto teorico a liberamente pensare ed esprimere il proprio pensiero interessa di fatto solo chi ha la possibilità di tale attività superiore, possibilità perfettamente contestabile a molti che ne menano vanto di continuo, ma comunque sicuramente preclusa alla schiera dei ventri insufficientemente riempiti».

Se dunque alla massa dei «ventri semivuoti» il pensiero è negato, essa potrebbe pur sempre muoversi pericolosamente a tentoni sotto la spinta del bisogno cercando di strangolare lo Stato capitalista, ma ecco che opportunismo soccorre scodellando la nota tesi che «… ogni individuo tende ad adottare in politica, in filosofia, in religione, opinioni derivate dal rapporto economico in cui vive, e meccanicamente svolgentisi dalla molla dei suoi appetiti e dei suoi interessi». Da ciò alla dimostrazione di come i lavoratori, massa numericamente superiore all’antagonista di classe, possano conquistare pacificamente e gradualmente il potere, il passo è breve. Ma, c’è naturalmente il ma marxista, la situazione è ben diversa:

«Per spiegare il significato delle ideologie prevalenti in una data epoca storica presso un popolo governato con un dato regime, noi dobbiamo fondare l’analisi sui dati della tecnica produttiva e dei rapporti di ripartizione dei beni e dei prodotti sui rapporti di classe tra gruppi privilegiati e collettività produttrici.

In breve e in parole povere, la legge del determinismo economico dice che in ciascuna epoca l’opinione generalmente prevalente, il pensiero politico filosofico e religioso più accreditato e seguito è quello che corrisponde agli interessi della minoranza dominante che detiene nelle sue mani il privilegio e il potere. Così i sacerdoti e dottori degli antichi popoli orientali giustificheranno il dispotismo e l’immolazione di vite umane, quelli pagani dimostreranno benefica e giusta la schiavitù, quelli cristiani la proprietà e la monarchia, quelli dell’epoca democratica ed illuministica gli schemi economici e giuridici che convengono al capitalismo. … Ora, le forze di ingannatrice mobilitazione delle opinioni della massa nel senso che interessa il ceto privilegiato sono, nella società capitalistica, molto più potenti che in quelle pre-borghesi. Scuola, stampa, oratoria pubblica, radio, cinema, associazioni di ogni specie rappresentano mezzi di un potenziale centinaia di volte più forte di quelli a disposizione delle società dei secoli passati. In regime capitalistico il pensiero è una merce, e lo si produce su misura impiegando sufficienti impianti e mezzi economici alla sua fabbricazione in serie».

Qui il secondo bandolo della matassa: pur se lo Stato borghese scende sempre più rapidamente la sua china storica, tuttavia ancor oggi l’ideologia e la prassi rivoluzionaria tendono a rimanere patrimonio di una esigua avanguardia enucleata nel Partito Comunista rivoluzionario, mentre l’insieme della classe rimane apaticamente schiacciata dall’apparato di violenza potenziale che come morsa la stringe, apatia per altro determinata da cinquant’anni di pratiche opportuniste consumate dai partiti sedicentemente comunisti o operai, che sono riuscite nell’arduo compito di disabituare il proletariato della gloriosa Comune e dell’Ottobre rosso, dall’uso delle sue armi di classe. A ciò le nostre due risposte storiche:

  1. che la liberazione di una classe procede dallo stomaco al cervello e non viceversa;
  2. che si deve costantemente martellare per confutare il concetto che la forma democratico-parlamentare esplichi una minore violenza di classe dei sistemi che l’hanno preceduta, o di quelli che in «camicia nera» rappresenterebbero il ritorno alla barbarie feudale, mentre al contrario essa mostrando il fucile nella custodia e non nelle mani dei suoi sbirri, costringe, confondendolo, il proletariato nell’alveo della collaborazione; indirizzandolo nella via forcaiola della scheda dove idealisticamente ogni testa conterebbe per uno, ha compiuto e compie la più grande delle violenze quella appunto di aver costretto oggi la classe operaia a trapassare da soggetto della violenza dei suoi migliori tempi, ad oggetto dell’avversaria violenza.

Questo ci preme combattere, per ricollocare al loro giusto posto quelle tesi che l’opportunismo ha calpestate.

Quindi il ruolo della violenza, dalla sua primogenita natura sino all’applicazione nella società «civile», è forza di oppressione della classe al potere sulla classe storicamente sottomessa. Constatiamo come la violenza non sia oggi nel maggiore dei casi, espressa nel suo stato «cinetico», ma sia altresì applicata «potenzialmente» sul proletariato; sconfitta storica questa della rivoluzione e non vittoria riformista.

Le posizioni che qui riproponiamo non sono altro che la continuità programmatica del Partito nelle sue tesi, riguardo ai concetti:

a) La democrazia al riparo della maschera riformista permette allo Stato borghese il totale controllo «potenziale» del proletariato, mentre è il sistema totalitario fascista il vero volto dello Stato borghese. Da ciò il nostro rifiuto a favorire il primo tipo di governo al secondo, non barattando noi il risorgere alla lotta del proletariato con il piatto di lenticchie delle libertà formali.

b) Necessità del riappropriamento da parte della classe operaia della sua organizzata violenza di classe, leva unica per l’abbattimento dello Stato del capitale e per l’instaurazione della società e dell’economia comunista.

c) Ruolo primario del Partito nella trasformazione della lotta spontanea della classe in rivoluzione antiborghese.

Questo il partito di ieri, di oggi, del domani rivoluzionario.

In questa prospettiva storica il partito da sempre ha smascherato agli occhi del proletariato chi indignandosi della violenza statale ne proponeva l’illusoria soppressione in termini democratici e pacifisti, battendosi altresì per l’armamento della classe operaia, armamento che è prima di tutto armamento politico, ritrovamento del suo partito che è saldamente incernierato al programma ed alla prospettiva della rivoluzione comunista, che è senza mezzi termini: sovversiva, violenta, antidemocratica.

IRAN - le classi popolari sotto il feroce tallone di un’aristocrazia moderna

Il regime dello Scià Reza Pahlavi risponde con la più dura repressione alle lotte che la classe operaia e le masse sfruttate dell’Iran stanno conducendo per la loro emancipazione.

Nel luglio scorso ben sedici operai della fabbrica tessile di Sciabi (Iran Sett.) sono stati uccisi e 70 feriti durante duri scontri che hanno visto gli operai di questa fabbrica, in sciopero per la difesa del salario e contro il brutale sfruttamento, opporsi vittoriosamente all’attacco della polizia del regime, cedendo soltanto dopo una dura lotta, di fronte alla brutale repressione ed alla occupazione, proseguita alcuni giorni, dello stabilimento da parte dell’esercito.

È di questi giorni la notizia che nove rivoluzionari sono stati fucilati mentre altri cinque sono stati uccisi durante una operazione di polizia. Questo mentre più di 50.000 «politici» sono incarcerati e torturati dalla SAVAK, la polizia politica iraniana.

La vecchia classe fondiaria che tiene ancora saldamente in mano il potere politico in Iran servendosi di un impero che vanta addirittura una continuità storica con quello di Ciro il Grande, difende i suoi interessi, basati sul brutale sfruttamento di immense masse contadine ridotte alla miseria ed alla fame e sulla ricchezza di un sottosuolo ricco di petrolio, con i più perfezionati metodi repressivi, forte di un esercito che grazie alle armi comprate dai paesi imperialisti si appresta a divenire uno dei più potenti del mondo.

D’altra parte la ingorda borghesia persiana è alleata con la classe fondiaria nello sfruttamento del giovane proletariato urbano e rurale. Essa di fronte ai profitti che riesce ad intascare con così poca fatica si mostra vigliacca ed inconcludente a livello politico e rinunzia volentieri ad ogni pretesa di comando, lasciando nelle rudi e forti mani delle classi fondiarie le leve del potere.

L’intensificarsi della repressione però dimostra anche la debolezza del regime di fronte alla lotta che gli operai, i contadini poveri e senza terra, il sottoproletariato ed il semiproletariato delle città, la piccola borghesia rivoluzionaria stanno conducendo in difesa delle loro miserabili condizioni di vita.

Il sacrificio dei migliori combattenti è sempre stato il prezzo che ogni classe ha dovuto pagare per la propria emancipazione. I proletari iraniani uccisi dallo spietato regime dello Scià vanno ad aggiungersi alle migliaia e migliaia di operai morti nel cammino della rivoluzione comunista. I comunisti non hanno da protestare contro la crudeltà delle classi reazionarie; in troppe occasioni esse hanno dimostrato la loro spietata ferocia e la loro determinazione nel difendere ad ogni costo i loro sporchi privilegi.

Non chiedono neppure la „solidarietà dell’opinione pubblica democratica” poiché sanno quanto vale la distaccata compassione del piccolo borghese ben pasciuto.

Un solo mezzo può fermare la mano criminale dello Scià di Persia, come quella di ogni regime borghese, la ripresa della lotta rivoluzionaria ed internazionale della classe operaia, nella quale il proletariato occidentale si troverà fianco a fianco col giovane proletariato e con il contadiname povero dell’Iran per abbattere il potere delle classi fondiarie e della borghesia vigliacca e rinunciataria ed instaurare la dittatura proletaria e il terrore rosso contro le classi abbattute.

La risposta ai crimini del feroce regime iraniano la daremo allora, col fucile in mano, coll’odio che ogni proletario porta nel suo cuore per la vita da cane che è costretto a condurre in questo fetido regime.

Iran - le classi popolari sotto il feroce tallone di un’aristocrazia moderna

Il regime dello Scià Reza Palhavi risponde con la più dura repressione alle lotte che la classe operaia e le masse sfruttate dell’Iran stanno conducendo per la loro emancipazione.

Nel luglio scorso ben sedici operai della fabbrica tessile di Sciabi (Iran Sett.) sono stati uccisi e 70 feriti durante duri scontri che hanno visto gli operai di questa fabbrica, in sciopero per la difesa del salario e contro il brutale sfruttamento, opporsi vittoriosamente all’attacco della polizia del regime, cedendo soltanto dopo una dura lotta, di fronte alla brutale repressione ed alla occupazione, proseguita alcuni giorni, dello stabilimento da parte dell’esercito.

E’ di questi giorni la notizia che nove rivoluzionari sono stati fucilati mentre altri cinque sono stati uccisi durante una operazione di polizia. Questo mentre più di 50.000 «politici» sono incarcerati e torturati dalla SAVAK, la polizia politica iraniana.

La vecchia classe fondiaria che tiene ancora saldamente in mano il potere politico in Iran servendosi di un impero che vanta addirittura una continuità storica con quello di Ciro il Grande, difende i suoi interessi, basati sul brutale sfruttamento di immense masse contadine ridotte alla miseria ed alla fame e sulla ricchezza di un sottosuolo ricco di petrolio, con i più perfezionati metodi repressivi, forte di un esercito che grazie alle armi comprate dai paesi imperialisti si appresta a divenire uno dei più potenti del mondo.

D’altra parte la ingorda borghesia persiana è alleata con la classe fondiaria nello sfruttamento del giovane proletariato urbano e rurale. Essa di fronte ai profitti che riesce ad intascare con così poca fatica si mostra vigliacca ed inconcludente a livello politico e rinunzia volentieri ad ogni pretesa di comando, lasciando nelle rudi e forti mani delle classi fondiarie le leve del potere.

L’intensificarsi della repressione però dimostra anche la debolezza del regime di fronte alla lotta che gli operai, i contadini poveri e senza terra, il sottoproletariato ed il semiproletariato delle città, la piccola borghesia rivoluzionaria stanno conducendo in difesa delle loro miserabili condizioni di vita.

Il sacrificio dei migliori combattenti è sempre stato il prezzo che ogni classe ha dovuto pagare per la propria emancipazione. I proletari iraniani uccisi dallo spietato regime dello Scià vanno ad aggiungersi alle migliaia e migliaia di operai morti nel cammino della rivoluzione comunista. I comunisti non hanno da protestare contro la crudeltà delle classi reazionarie; in troppe occasioni esse hanno dimostrato la loro spietata ferocia e la loro determinazione nel difendere ad ogni costo i loro sporchi privilegi.

Non chiedono neppure la „solidarietà dell’opinione pubblica democratica” poiché sanno quanto vale la distaccata compassione del piccolo borghese ben pasciuto.

Un solo mezzo può fermare la mano criminale dello Scià di Persia, come quella di ogni regime borghese, la ripresa della lotta rivoluzionaria ed internazionale della classe operaia, nella quale il proletariato occidentale si troverà fianco a fianco col giovane proletariato e con il contadiname povero dell’Iran per abbattere il potere delle classi fondiarie e della borghesia vigliacca e rinunciataria ed instaurare la dittatura proletaria e il terrore rosso contro le classi abbattute.

La risposta ai crimini del feroce regime iraniano la daremo allora, col fucile in mano, coll’odio che ogni proletario porta nel suo cuore per la vita da cane che è costretto a condurre in questo fetido regime.

La crisi si inasprisce e i sindacati sabotano le lotte per il salario

I contratti di lavoro da rinnovare, preannunciati con alti clamori, latitano tra un ufficio e l’altro, privato e ministeriale, senza che si preveda una soluzione. Intanto i salari perdono capacità d’acquisto, e la caduta del governo Moro offre il destro ad ulteriori ritardi. Nessuna lotta, quella vera, degli operai. Solo adunate di propaganda che malamente celano il proposito di servire a scopi politici, per un governo di «sinistra», che nelle intenzioni dei nuovi profeti dell’Italia proletaria e democratica, dovrebbe salvare il paese dalla «catastrofe».

Nella storia delle lotte sindacali, seppure ultraddomesticate, non si era mai verificato un clima di assenteismo come quello che stiamo vivendo in questi mesi. Più è aumentato il «potere» dei sindacati, più si è affermata la «autorità» del PCI, e più le lotte anche minime si sono sgonfiate, la combattività operaia rammollita. È un fatto, di cui a giusta ragione si vantano bonzi e partitacci opportunisti, significativo, dimostrativo del valore che la borghesia deve dare alle pressanti e «oneste» offerte di collaborazione da parte di forze che si qualificano «operaie». È vero, indiscutibilmente vero, che i padroni se vogliono salvaguardare i loro interessi devono patteggiare con questi signori che, quanto a difendere gli interessi operai solo in funzione di quelli «nazionali», danno assolute garanzie.

Ma le leggi economiche sono inesorabili, e determinano gli interessi del capitalismo. Nessuna classe e quindi nessun partito può sfuggire al determinismo economico. Solo che, in assenza di un vero partito di classe e di un vero sindacato di classe, il proletariato è in balia, indifeso e impreparato, di tutti i fenomeni economici e sociali; non è in grado di fronteggiare i colpi né di prendere iniziative atte a ribatterli. Il capitalismo, invece, in assenza di una forza di classe, è in grado di prendere tutte le decisioni che gli consentano di mantenere il potere economico e politico.

La decisione della chiusura dei cambi, a seguito della svalutazione della lira è presa dallo Stato per mezzo del suo organo centrale di emissione, la Banca d’Italia, obbligando il governo dimissionario ad avallarlo giuridicamente. Ma i partiti di «sinistra» e i sindacati «operai» non si sognano di prendere la normale iniziativa di proclamare la mobilitazione generale degli operai per costringere gli organi statali e governativi a scendere al confronto, a svelare il loro piano antiproletario. Anzi, partiti e sindacati, lamentano di non poter far valere i loro intendimenti in «assenza» del governo, e così l’impotenza si aggiunge all’impotenza, e la borghesia ha tutto il tempo per ricostituire il governo che meglio risponderà ai suoi interessi, non sentendosi minacciata da nessuna forza di classe avversa, del proletariato, impigliato nel legalitarismo e formalismo democratico.

Come se non bastasse, i partiti e i sindacati rappresentanti ufficiali degli operai, di fronte alla nuova falcidie dei salari causata dalla svalutazione monetaria, che essi stessi ammettono annullare in anticipo le già esigue richieste di aumenti salariali, ribadiscono di non considerare la parte salariale dei rinnovi contrattuali come preminente, e di mantenere inalterata la loro politica. Lama, in una intervista all’Unità del 25 gennaio, dichiara spudoratamente che i sindacati «hanno come primo punto il problema della occupazione, degli investimenti e come rivendicazione non prioritaria e molto ragionevole nei contenuti, nella sostanza, la parte salariale del contratto», e sebbene riconosca (bella forza!) che «questa parte salariale per effetto della svalutazione che c’è stata dal momento in cui le richieste sono state avanzate ad oggi e del processo inflazionistico è già ridimensionata nel potere di acquisto», in parole povere che le richieste sono state abbondantemente annullate dall’aumento del costo della vita, conclude vergognosamente: «È evidente che già il fatto di lasciare le cose come stanno sul piano rivendicativo, è una prova della responsabilità del sindacato». Cioè, i sindacati e i partitacci nemmeno dinanzi al nuovo crollo del potere di acquisto dei salari, intendono mobilitare i proletari in difesa del salario. E questo lo chiamano «prova di responsabilità»! verso chi? Verso i padroni o verso i lavoratori? Non svela, invece, questa dichiarazione ufficiale un accordo di fatto tra i rappresentanti ufficiali degli operai e quelli dei padroni, per colpire le condizioni economiche immediate dei salariati? La Confindustria non passa giorno che non ribadisca la sua opposizione a qualsiasi aumento dei salari, anche minimo. Ogni giorno, malgrado il gran rumore che viene fatto attorno alle chiusure di aziende di grosso calibro, per coprire lo stillicidio dei licenziamenti nelle piccole e medie imprese, centinaia e migliaia di operai vengono espulsi dalla produzione. È ormai chiaro come il sole che il padronato capitalista ha bisogno di carta bianca per difendere il suo profitto e con esso il suo sistema economico di sfruttamento del lavoro salariato, che perciò deve licenziare e ridurre i salari, se vuol sopravvivere. È falsa, quindi, alla luce dei fatti, la tesi che accettando la riduzione reale dei salari sia possibile difendere il posto di lavoro. Se non si lotta per il salario, di fatto non si lotta nemmeno per l’occupazione. Se non si difendono contemporaneamente tutte le condizioni essenziali degli operai, cioè salario e lavoro, non si difendono gli interessi operai, ma si opera soltanto per consentire al padronato capitalistico, statale e privato, di rabberciare i propri affari sulle spalle dei lavoratori.

Il ricatto dello Stato-Padrone su i suoi impiegati

Tra gli statali spesso si sente dire che essi si troverebbero in una situazione particolare perché non avrebbero padrone, poiché, secondo alcuni di loro, lo Stato non sarebbe un padrone. A smentire quanto sia falso questo concetto che risponde alla visione borghese secondo la quale lo Stato democratico è lo Stato di tutto il popolo, vengono le quotidiane bastonate ammannite dallo Stato padrone ai suoi dipendenti. Lo Stato borghese infatti ha sempre agito da padrone verso i suoi salariati e da padrone peggio degli altri poiché spesso non applica neppure quelle leggi che esso impone di rispettare al singolo padrone privato (vedasi ad es. lo statuto dei lavoratori).

Ultima legnata sulle magre e rachitiche spalle dei lavoratori dello Stato è stato il famigerato Art. 35 della cosiddetta 'Miniriforma fiscale’ ponzato insieme da Governo, Sindacati autonomi e Confederazioni e forse proprio per questo riuscito così puzzolente.

L’articolo, precisato poi da circolare ministeriale, che è stato studiato in funzione „antiassenteista”, per aumentare la produttività del lavoro e anche, se non soprattutto, in funzione antisciopero prevede l’attribuzione di un premio ai „finanziari” e stabilisce quanto segue:

Periodo dal 1º Settembre al 31 Dicembre 1975:

Ad ogni dipendente è attribuito un punteggio pari a 100 per ogni mese durante il quale non abbia effettuato assenze dal servizio. Detto punteggio è ridotto a 80 nei confronti dei dipendenti che nel mese siano rimasti assenti dal servizio, per qualsiasi causa, per 1 o 2 giornate lavorative; a 70 quando le assenze siano superiori a 2 giornate lavorative. Ai dipendenti che, nel mese, per qualsiasi causa, non abbiano prestato servizio per almeno 20 giornate lavorative, non è attribuito, per lo stesso mese, alcun punteggio. (Ad ogni punto dovrebbero corrispondere circa 250 lire).

Primo trimestre 1976:

Si applicano gli stessi criteri fissati per il periodo dal 1º Settembre al 31 Dicembre 1975, tenendo presente che per i mesi di Gennaio e Marzo 1976 non deve essere attribuito alcun punteggio quando le giornate di servizio prestato siano inferiori a 21. Inoltre il punteggio mensile come sopra determinato è aumentato di 10 o 20 punti in favore dei dipendenti che abbiano effettuato nel mese, prestazioni di lavoro straordinario per almeno 20 o 30 ore.

Resta comunque fermo il principio che non deve essere attribuito alcun punteggio ai dipendenti che, per qualsiasi causa, non abbiano prestato servizio per almeno 21 giornate lavorative nei mesi di Gennaio e Marzo e 20 nel mese di Febbraio 1976, anche se abbiano effettuato prestazioni di lavoro straordinario.

La prima cosa da rilevare è che questo articolo, riguardando solo i lavoratori del Ministero delle Finanze, tenta di dividere le varie categorie di lavoratori statali che sono invece tutti nelle stesse condizioni di miseria. D’altra parte si è tentato di fare la stessa cosa, cioè di mettere un lavoratore contro l’altro, aumentando il numero e la retribuzione delle ore straordinarie, si è data infatti la possibilità al lavoratore statale di avere uno stipendio decente. È sufficiente che lavori dieci ore al giorno e non si ammali mai.

Dati i loro magrissimi stipendi ai finanziari è necessaria anche la miseria di questo «premio» (che si prevede ammonti a circa 25.000 lire) e così scioperare diventerà un lusso ed un vero atto eroico, infatti un sol giorno di sciopero determinerà la perdita del pagamento della giornata (che grazie all’interessamento dei Sindacati confederali adesso viene ritirata nello stesso mese mentre i lavoratori che devono avere degli arretrati aspettano degli anni) e del 20% del premio (circa 5.000 lire).

Una giornata di sciopero costerà dalle 12.000 alle 15.000 lire su uno stipendio di 200.000 lire, premio compreso.

Dopo questo accordo gli scioperi, che tra i finanziari non hanno mai visto una grande partecipazione, saranno ancora più deboli e si dovrà ringraziare di questo tutti i sindacati, i quali, invece di difendere i lavoratori, si preoccupano degli interessi dello Stato.

Non ci si deve lamentare, essendo queste le premesse, se è da Settembre che i Sindacati confederali degli Statali aspettano di incontrarsi col governo per parlare del contratto 1973-75 mai applicato e del nuovo contratto 1975-78 mentre il governo (ci sia o non ci sia) li prende apertamente per il naso.

Tornando all’Art. 35, si porrà anche il problema «ferie» che nel gergo statale si chiamano «congedo» come per i militari. Bisognerà stare attenti infatti ad usufruire del congedo in modo da perdere meno «premio» possibile perché ad esempio, se si usufruisse del congedo per 6-7 giorni al mese si perderebbe ogni mese il premio cioè circa 25.000 lire etc.

C’è poi la questione malattia. Un lavoratore malato ha ovviamente più esigenze di quando è sano e maggiori spese e dovrebbe quindi avere una retribuzione maggiore, non certo minore, di quando è al lavoro. Con questa legge, al contrario, il lavoratore malato si vedrà detrarre più del 10% dello stipendio.

I lavoratori dello Stato non devono attendersi la difesa dei loro interessi dai Sindacati autonomi anche se a volte questi tentano il gioco di presentarsi come i veri difensori dei lavoratori e a parole invocano forti aumenti salariali. Ogni lavoratore statale sa che essi sono i primi a sabotare gli scioperi anche quelli proclamati da loro stessi in certe occasioni. Questi sindacati sono dei veri servi del padrone Stato. Ma i lavoratori non devono attendere la loro difesa neppure dai sindacati confederali che sono preoccupati solo di far uscire l’economia nazionale dalla crisi sulla pelle degli operai e collaborano ormai apertamente con lo Stato col solo scopo di farne uno strumento più efficiente contro i lavoratori. Solo riconquistando le vecchie organizzazioni confederali, strappandole all’indirizzo politico opportunista ed alla direzione dei capi e dei sottocapi venduti, oppure, se questo non sarà possibile, ricostituendo ex novo delle organizzazioni sindacali di classe, gli operai potranno difendere seriamente le loro condizioni di vita e di lavoro.

Disoccupazione malgrado la demagogia confederale

Mentre le bonzerie sindacali a gran voce proclamano la loro «nuova» linea tesa a «priorizzare» la difesa dell’occupazione agli aumenti salariali, la disoccupazione ormai si allarga e si estende a macchia d’olio falcidiando migliaia di posti di lavoro sia nelle piccole che nelle grandi fabbriche. La politica «occupazionale» svela giorno per giorno il suo carattere di completo tradimento degli interessi operai; ché un sindacato non può, se non a patto di perdere la sua stessa essenza, trasformarsi da organo di difesa economica in gestore o compartecipe dell’economia capitalista. Il sindacato tricolore patteggia con la classe padronale la pelle operaia in nome di un preteso bene ed interesse comune, parla di «mobilità» del lavoro, di «riconversione», si presenta cioè come il vero gestore dell’interesse nazionale.

La parola del favorire l’occupazione è dunque il palliativo per confondere e stornare la rabbia proletaria, mentre i salari sono taglieggiati dall’attacco padronale. Si tenta dunque di creare una divisione tra operai alla produzione da una parte, operai in «cassa» e disoccupati dall’altra.

Alla Leyland Innocenti, alla Faema, alla Ducati, all’IMI, alla Pirelli, in un numero sempre più grande di aziende «cassa integrazione» a zero ore e licenziamenti si susseguono a ritmo serrato, mentre è parossistica la corsa al finanziamento statale, alle migliaia di miliardi che lo Stato sta elargendo per rincalzare l’economia privata vacillante, aumentando per altro il ritmo vertiginoso dell’indebitamento.

È dunque tutto uno starnazzare di parlamentari, bonzi e padroni che sentono la situazione sfuggirgli di mano, un affannarsi nella ricerca di impossibili soluzioni, per cercare di isolare le maggiori fabbriche in difficoltà, per impedire il risorgere dell’unità della classe operaia ora che la situazione si va veramente facendo pesante; ecco quindi le corse di Donat Cattin e dei servi tricolori per tappare falle e falline alla Singer, alla Mammut, alla Sacferm etc.

Se dunque la crisi segue inesorabile la linea tracciata da Marx più di cento anni fa, è compito oggi del proletariato riprendere in mano e far propri gli insegnamenti per la lotta contro lo Stato dei padroni che a questa previsione si accompagnavano.

Ma la crisi non è fatto soltanto nazionale, essa stringe la gola a tutto il capitale internazionale. Se i fogliacci borghesi, più o meno di lidi anglosassoni, vedono, peraltro a giusta ragione, nell’Italia uno degli anelli più deboli della catena, disoccupazione ed inflazione sono sintomi di una crisi internazionale che tutti tocca, acuendo dopo tanti anni di preteso «benessere» le contraddizioni del capitale e conseguentemente quelle tra la classe egemone e la classe che vende la propria forza lavoro.

Se ormai in Italia 1 milione e 550 mila disoccupati sono fatto certo senza contare gli operai in «cassa» e la disoccupazione cosiddetta «giovanile», sono indicative le cifre internazionali: in Francia a novembre i disoccupati erano 1.020.100 rispetto ai 753.800 del ’74 (da notare che da tutte queste cifre manca la tara della statistica borghese); in Germania a dicembre 1.223.400, cioè il 5,3% della forza lavoro, il più alto tasso registrato nel paese da circa diciassette anni, mentre i salari reali scendevano all’ottobre 1975 del 1,3%; in Inghilterra a settembre del 1975 ammontavano ad 1.312.132, circa il 5,8% della popolazione attiva, rispetto ai 653.000 della fine del ’74; negli USA al settembre ’75 a 7.522.000, circa l’8,1%; in Giappone sempre nello stesso mese 940 mila (1,8%) dopo aver toccato a marzo la punta di 1.120.000 (2,2%).

A questo si aggiunge la pressione sui proletari emigrati che da una parte vengono rispediti ai luoghi di origine (Germania e Svizzera insegnano), dall’altra sono costretti ad accettare riduzioni salariali che rappresentano veri e propri attacchi alla stessa sussistenza delle famiglie.

La lotta è fatto e necessità materiale del proletariato se non vuole essere schiacciato dalla classe padronale all’attacco, per la difesa dei suoi interessi di classe egemone. È in questo senso che i proletari spagnoli si sono mossi e si stanno muovendo, attuando una serie di scioperi che, interessando in un primo tempo i soli 3.800 dipendenti della metropolitana di Madrid si sono allargati sino a comprendere, sempre nella stessa città circa 35.000 operai di tutti i settori, nonché gli operai di Burgos, Pamplona e Valencia, sconvolgendo il «pacifico trapasso» attuato dal novello reuccio e dimostrando che nessun regime dittatoriale del capitale, nonostante denunce, militarizzazioni e repressioni può frenare la rabbia operaia. Il compito, al contrario, sarebbe forse più facilmente assolto da quella democrazia che il PC spagnolo e i suoi degni compari cercano realizzare facendo leva sulla spinta operaia, seguendo l’esempio degli opportunisti nostrani del ’43.

Soltanto attraverso la lotta di classe il proletariato può sperare di difendere salario ed occupazione, termini forse contrastanti per il sindacalismo tricolore, ma non certo per gli operai, che sperimentano sulla loro pelle cosa significhi l’allontanamento di una parte dei loro compagni dalle fabbriche: aumento dei ritmi di produzione, ricatto continuo sotto la minaccia di seguire la stessa sorte di coloro che sono già «fuori». È quindi, bisogno immediato di tutti i lavoratori lottare contro la politica imperante nei sindacati che nonostante le loro strida dimostrano nella pratica di tradire apertamente gli interessi materiali della classe operaia.

Questa lotta su due fronti: anticapitalista ed antiopportunista, contro i licenziamenti, per aumenti salariali, per il salario pieno ai disoccupati e per il loro inquadramento nei sindacati della categoria di cui facevano parte, è il terreno unico ed essenziale sul quale il proletariato può combattere e vincere ricongiungendosi contemporaneamente con il suo partito comunista rivoluzionario.

Omicidi di regime nelle F.S.

Altri due morti si sono uniti alla lunga lista di omicidi bianchi sulle FF.SS. Non occorre ricordare il fatto, è uguale a molti altri: i due operai sono morti per quella bestiale organizzazione del lavoro che sono gli appalti, che si basano sul più basso costo del lavoro e quindi sul maggiore sfruttamento della mano d’opera.

Di questi appalti l’azienda delle FF.SS. fa un largo uso e da essi ottiene le prestazioni migliori in quanto può basarsi sulla concorrenza che nasce tra appalto e appalto e anche quella tra operaio e operaio. Tutto questo va a scapito dell’operaio che è sfruttato di più e lavora anche senza gli elementari mezzi di sicurezza: «Una linea deve essere riparata alla svelta, non si può perdere tempo con tante ciance, altrimenti si perde l’appalto!». È questo probabilmente il caso dei due operai morti a La Rotta.

Intanto le organizzazioni sindacali tricolori che hanno fatto? Si sono astenute dal dare un loro giudizio; forse aspettano che si sia trovato un colpevole…?

È un incidente, qualcuno ci andrà di mezzo, non certo l’appaltatore o l’Azienda loro sono al disopra di ogni sospetto; intanto i treni corrono e devono correre nelle peggiori condizioni per poter portare sempre più viaggiatori al minor costo e col maggior guadagno possibile; appunto un elemento di questo minor costo sono gli appalti, non esistendo veri e propri controlli, dato anche il limitato numero di addetti, si può anche rischiare la pelle di chi lavora, questa volta è toccato a loro ma non è da molto che è toccato ad un pulitore di Firenze SMN e a quanti altri ancora?

Gli appaltatori hanno dalla loro parte i vertici sindacali che pur di favorire l’economia nazionale farebbero chi sa cosa, e sbraitano, sbraitano ma non hanno mai fatto niente per l’eliminazione effettiva degli appalti e il conseguente assorbimento da parte delle FS dei dipendenti di questi, anzi, si sono in alcuni casi messi loro stessi ad organizzare cooperative per appalti.

Per tutto comunque c’è una copertura e nessuno protesterà; le mogli dei defunti avranno qualcosa, poi un’inchiesta stabilirà se ci dovrà essere qualche disperato che pagherà per una colpa che è solo sua come ultimo anello della catena, con responsabilità tali e tante da non poter controllare, colpa che in realtà sta in un sistema che non si riuscirà a cambiare che con una lotta che dovrà andare anche contro le confederazioni sindacali.

Che questi operai morti servano per lo meno a risvegliare in noi un istinto di classe perché possiamo risolvere i nostri problemi e per questo non c’è che un mezzo: organizzarsi in organismi di classe che si oppongano alla linea collaborazionista delle confederazioni unitarie.

La classe operaia è una classe di emigranti Pt.1

«… L’operaio libero vende se stesso pezzo per pezzo. Egli mette all’asta 8, 10, 12, 15 ore della sua vita ogni giorno, al migliore acquirente, ai possessori delle materie prime, degli strumenti di lavoro, dei mezzi di sussistenza, cioè ai capitalisti. L’operaio non appartiene né ad un proprietario, né alla terra, ma 8, 10, 12, 15 ore della sua vita quotidiana appartengono a colui che la compera. L’operaio abbandona quando vuole il capitalista al quale si dà in affitto, e il capitalista lo licenzia quando crede, non appena non ricava più l’utile che si prefiggeva. Ma l’operaio, la cui sola risorsa è la vendita della forza lavoro, non può abbandonare l’intera classe dei compratori, cioè l’intera classe dei capitalisti, se non vuole rinunciare alla propria esistenza. Egli non appartiene a questo o a quel capitalista, ma alla classe dei capitalisti; ed è affar suo cercarsi il suo uomo, cioè trovarsi, in questa classe dei capitalisti, un compratore». Così Marx ne Il Capitale descrive sinteticamente le condizioni nelle quali l’operaio è costretto a vivere e lavorare, ed in base a queste egli non è libero né di scegliersi un mestiere, né la fabbrica, né il domicilio. Tutte queste condizioni gli vengono imposte dall’esterno, e precisamente dal determinismo economico del modo di produzione capitalistico nel quale domina l’anarchia, l’imprevisto, il caos. Cosicché la massa operaia subisce le vicende dell’«alternarsi delle fasi del ciclo industriale», e si trova sempre divisa in una parte occupata e in un’altra non occupata, cioè in condizione di «sovrappopolazione relativa», di cui una parte «fluida», come la definisce Marx, «migra e in realtà non fa che seguire il capitale emigrante».

Non è questo uno stato eccezionale, ma la norma. Da quando il lavoratore è stato privato («liberato») dei mezzi di produzione, spogliato di ogni proprietà, da quel momento è diventato un «mobile», attratto o respinto alternativamente dai bisogni della produzione capitalistica. Il capitale si sposta da un settore all’altro della produzione, si ritrae da una attività per investirsi in un’altra, secondo la convenienza. Del pari gli operai sono costretti a seguire queste vicende.

Premesse queste scarne osservazioni di carattere generale, possiamo affrontare uno degli aspetti particolari che assume la forza-lavoro allo stato «fluttuante», e cioè l’emigrazione verso l’estero, rilevando che la particolarità di questo aspetto deriva da condizioni di carattere giuridico. Infatti è emigrante anche l’operaio che dal luogo di nascita si trasferisce per lavoro in altro luogo, dal Sud al Nord o viceversa, senza per questo subire un trattamento migliore dell’operaio che varca i confini dello Stato. È noto che gran parte dei proletari meridionali vivono e lavorano nelle grandi metropoli industriali del Nord in stato di sottooccupazione, senza protezione e assistenza assicurative, alla mercé di «ingaggiatori» mafiosi, il più delle volte in condizioni peggiori che all’estero. Le cronache dei quotidiani ogni giorno riferiscono di infortuni e anche di omicidi di operai «ignoti» per l’anagrafe civile e degli Uffici di collocamento.

Da un punto di vista nazionale il capitale si presenta come un’unica gigantesca azienda, per cui l’entrata e l’uscita di mezzi attraverso i sacri confini è oggetto di trattati e convenzioni bilaterali tra i paesi interessati. I dazi doganali proteggono gli interessi del capitale nazionale, per cui una merce potrà essere importata dall’estero gravata di una imposta che la renda non concorrenziale rispetto alla stessa merce prodotta dalle fabbriche nazionali.

In teoria lo stesso criterio dovrebbe essere seguito anche per la particolare merce forza-lavoro. Ma questa merce, per le sue particolari qualità, per essere ben mimetizzabile, è più sfuggente e meno controllabile, fermo restando che l’espatrio clandestino è pur sempre un reato. Gli operai stranieri non godono, anche se avviati al lavoro con tutti i crismi della legalità dell’import-export delle stesse condizioni degli operai indigeni, ed anche là dove la borghesia ha interesse ad equiparare formalmente le condizioni salariali e normative degli immigrati a quelle degli autoctoni, tuttavia tende a differenziarne quelle di carattere sindacale, politico e giuridico. La stragrande maggioranza degli operai emigrati compie lavori di bassa forza, avvilenti e pericolosi; basti pensare ai minatori italiani in Belgio, ai raccoglitori di frutta messicani in California, ecc. L’emigrazione estera, quindi, non presenta tratti salienti rispetto alla emigrazione interna. Economicamente è una esportazione di capitale variabile, che frutta al paese «esportatore» quella famigerata «rimessa» degli emigranti, tanto appetibile per la bilancia commerciale e valutaria dello Stato. Socialmente essa costituisce una valvola di sfogo momentanea della sovrappopolazione relativa, un alleggerimento locale della pressione della disoccupazione, e quindi un relativo e temporaneo allontanamento di rischi sociali per le classi ricche.

Lenin, nell’Imperialismo, riporta il pensiero del milionario inglese Cecil Rhodes, a conferma di quanto andiamo dicendo. «La mia grande idea – dice Rhodes – è quella di risolvere la questione sociale, cioè di salvare i 40 milioni di abitanti del Regno Unito da una micidiale guerra civile. Noi, politici colonialisti, dobbiamo perciò conquistare nuove terre, dove dare sfogo all’eccesso di popolazione e creare nuovi sbocchi alle merci che gli operai inglesi producono nelle fabbriche e nelle miniere. L’impero – io l’ho sempre detto – è una questione di stomaco. Se non si vuole la guerra civile occorre diventare imperialisti».

Alla faccia della chiarezza, preferibile sempre al moralismo piagnone e filisteo. Ma Rhodes nasconde il rovescio della medaglia, e cioè che mentre i disoccupati inglesi vengono spediti a colonizzare l’attuale Rhodesia, i rhodesiani vengono assunti nelle fabbriche inglesi a più vile salario.

UN SECOLO DI POLITICA UNITARIA

Lo Stato italiano offre un modello esemplare a tale riguardo. La squallida e vile borghesia italiana, più squallida e vile dopo l’unità risorgimentale, non ha trovato di meglio che affittare, in politica, il suo Stato al miglior offerente e, in commercio, la merce che in fondo non le costava nulla e che aveva in abbondanza: dal giorno della sua indipendenza politica ad oggi ha affittato esportandoli 26 milioni di proletari!

Dati e notizie che riferiamo sono desunte da una specifica pubblicazione della rivista Il Ponte, sotto il titolo «Emigrazione – Cento anni – 26 milioni». Trascuriamo di commentare i giudizi dei singoli scrittori della rivista, che rinfacciano alla borghesia italiana di aver sperperato un «capitale» così prezioso, senza peraltro comprendere che la borghesia, o meglio il capitalismo, per i suoi affari è capace di questo e di altro. Anticipiamo, intanto, il risultato al quale perveniamo leggendo le numerose notizie ed il testo. Il risultato è questo: sotto qualsiasi governo, della Destra storica, della Sinistra storica, democratica, liberale, fascista o antifascista, l’emigrazione dei proletari italiani non è mai cessata. La riprova la ritroviamo nella emigrazione dei proletari di altri paesi, a regime «socialista»: tedeschi dell’Est che emigrano nella Germania Ovest, polacchi che espatriano per lavoro in Russia e in Germania Est ed Ovest, jugoslavi che emigrano in tutti i paesi dell’Europa occidentale, ecc.

Spagna: lotte operaie divampano deviate da post-franchisti

Abbiamo sempre combattuto la tesi che, in piena fase imperialistica del capitalismo, la democrazia costituisca un terreno particolarmente favorevole per lo sviluppo della lotta di classe del proletariato. Abbiamo anzi sempre indicato la mistificazione democratica come lo strumento più micidiale che lega le sorti della classe operaia a quelle dello Stato e dell’economia nazionale impedendole di riconoscersi come classe con interessi distinti, antagonisti a quelli di tutte le altre classi. Abbiamo anche sempre spiegato come la «garanzia delle libertà» abbia sempre corrisposto alla conquista delle organizzazioni di classe da parte del capitalismo e al loro conseguente infeudamento ad una politica di collaborazione sociale.

Una limpida dimostrazione ci viene dalla magnifica esplosione di lotta di classe che salutiamo in questi giorni nella Spagna post-franchista. Qui le «garanzie democratiche» non esistono, le organizzazioni operaie sono clandestine, lo sciopero vietato a norma di legge; eppure è proprio in Spagna che la lotta divampa con un vigore sconosciuto al proletariato delle nostre repubbliche democratiche, che, indirizzato da sindacati altrettanto collaborazionisti quanto quelli ufficiali del franchismo, non si è ancora reso capace di riprendere in mano le sue sorti di classe sfruttata, di impugnare con fermezza i suoi interessi contro tutte le altre classi sociali, contro lo Stato e contro l’economia nazionale.

Una breve cronaca dei fatti: verso i primi di gennaio entrano in sciopero i dipendenti della metropolitana di Madrid, il governo interviene e invia l’esercito a sostituire gli scioperanti (ricordiamo, a questo proposito, l’intervento del genio ferrovieri durante lo sciopero di agosto in Italia, operazione che non ha incontrato la minima opposizione da parte dei sindacati ufficiali). Lo sciopero dopo cinque giorni viene sospeso perché l’azienda si dichiara disposta a concedere l’aumento richiesto di L. 400.000 annue. Ma nel frattempo l’agitazione si è estesa ad altre categorie: metallurgici, edili, elettrici, dipendenti delle poste, addetti ai telefoni, e infine i minatori entrano in lotta contro il blocco salariale, rivendicando sostanziali aumenti.

Quando già mezzo milione di lavoratori sono in sciopero, il governo militarizza gli addetti alle poste. Questo provvedimento comporta l’applicazione del codice militare ad ogni insubordinazione che si verifichi nel servizio e quindi l’intervento del tribunale militare contro gli scioperanti (per inciso ricordiamo che in Italia la militarizzazione dei dipendenti dei principali servizi la stanno realizzando di fatto i sindacati confederali, con la cosiddetta «autoregolamentazione» degli scioperi).

Nonostante questo intervento le agitazioni proseguono, anche se molte aziende cominciano a cedere alle richieste dei lavoratori ed altre revocano la serrata. Il 16 gennaio vengono arrestati 100 sindacalisti membri di un comitato di agitazione; il 20 gennaio il governo procede alla militarizzazione anche dei 120.000 dipendenti delle ferrovie, di cui già 15 mila erano scesi in sciopero. Lo stesso provvedimento viene minacciato anche nei confronti dei lavoratori della metropolitana che stanno per riprendere la lotta. Nonostante tutto questo, prosegue compatto lo sciopero degli addetti ai vagoni letto che rivendicano L. 60.000 mensili di aumento.

Il governo del re Juan Carlos se da una parte non rinuncia a pesanti interventi contro i lavoratori, dall’altra è consapevole che una violenta repressione non servirebbe che ad inasprire la lotta e quindi dà l’offa ai suoi oppositori della «Giunta» e della «Piattaforma», consentendo loro di agire oggi praticamente alla luce del sole e promettendo nuove leggi sulla libertà di associazione e di sciopero, sul suffragio universale e la partecipazione dei vari partiti alle elezioni. Sono infatti proprio queste opposizioni che svolgono il ruolo di arginare il movimento proletario deviandolo su falsi obiettivi, come quello della democratizzazione e dell’antifranchismo, snaturando così il contenuto di classe di questa lotta che è rivolta contro il capitalismo in qualunque veste, democratica o fascista, esso si manifesti.

Essi si presentano come i veri risanatori del paese, i paladini dell’unità nazionale, coloro che saranno capaci di smussare i contrasti e di ricondurre la classe operaia nell’alveo della concordia nazionale. Il franchismo è riuscito per quaranta anni, esercitando apertamente la dittatura ed il terrore, a tenere a freno il proletariato, essi si offrono oggi di proseguire la stessa opera utilizzando anche strumenti diversi e spesso ben più efficaci: il parlamento, la libertà di associazione, il diritto di sciopero.

Al loro fianco la stampa estera e particolarmente quella dei falsi partiti operai fa a gara per svalutare il contenuto classista, cioè quello rivendicativo ed economico, di lotta irriducibile contro lo sfruttamento capitalistico, che è alla base di questo moto proletario, per metterne in evidenza invece il preteso motivo «politico» della richiesta di democratizzazione del regime.

Tutta questa propaganda opportunistica persegue due scopi. Il primo è quello di instradare su falsi obiettivi il proletariato spagnolo, facendogli credere che con più democrazia le sue condizioni di vita e di lavoro migliorerebbero, confondendo così i suoi interessi con quelli degli altri strati della popolazione: preti, bottegai, intellettuali, massaie e studenti. Il secondo è quello di avvolgere attorno a queste lotte una cortina fumogena che impedisca agli operai nostrani di riconoscersi negli interessi e nelle rivendicazioni che muovono gli operai spagnoli.

Nell’Italia democratica, altrettanto che nella Spagna franchista o post-franchista la classe operaia è colpita nelle sue esigenze vitali; lo sfruttamento capitalistico viene conservato e difeso dalla borghesia con le stesse armi, con le stesse armi va combattuto dal proletariato di tutto il mondo.

I lavoratori comunisti della scuola alla avanguardia nelle lotte della categoria

Nonostante l’aperto sabotaggio di tutti i vertici sindacali, confederali ed autonomi, l’azione di lotta dei lavoratori della scuola sta continuando in molte provincie.

I sindacati autonomi, dopo le loro solite fanfaronate, si sono naturalmente ritirati, anzi, la loro «azione» è consistita in due comunicati: con il primo hanno «proclamato» lo sciopero (quando già i lavoratori erano in lotta da oltre dieci giorni), con il secondo lo hanno revocato.

CGIL, CISL e UIL hanno a più riprese dichiarato di non appoggiare la lotta e, con menzogne, intimidazioni, minacce, trucchetti, ecc. tentano di far recedere i lavoratori.

A Firenze si è verificata una posizione ambigua del SINASCEL (sindacato maestri CISL) e della UIL-Scuola, i quali, apparentemente in contrasto con le rispettive centrali, dichiarano giusti i motivi della agitazione. Tale posizione è motivata dal fatto che molti iscritti ai suddetti sindacati partecipano a questa azione, ed è solo un volgare trucco per recuperarli. La UIL-Scuola di Firenze ha diffuso un volantino in cui, dopo aver espresso la sua «comprensione» per il malcontento degli insegnanti propone… di far riunire gli organi collegiali e di far approvare da questi lettere di protesta. Il dirigente del SINASCEL di Firenze, nel corso di una assemblea svoltasi alla scuola elementare di Reggello il 24-1-76, ha pubblicamente insultato i lavoratori dichiarando che essi «non sanno con chi sfogarsi e se la prendono con il sindacato» e che «non è molto morale» che i lavoratori scendano in lotta sapendo che per tale lotta non può essere loro tolto lo stipendio. Ciò ha suscitato la indignazione di tutti i lavoratori presenti che hanno reagito con fermezza.

L’«immoralità» di cui parla il bonzo deriva dal fatto che l’azione blocca una attività (le 20 ore mensili) che i lavoratori svolgono da oltre un anno senza retribuzione, e che perciò nulla può essere loro tolto perché nulla è mai stato dato.

Ma ecco che con impressionante rapidità, sindacati e governo si sono accordati per porre fine a questa «immoralità»: in un comunicato CGIL-CISL-UIL del 22/1/76 si afferma: «A seguito degli incontri avvenuti nei giorni 9-13 e 15 gennaio 1976 il Ministro della Pubblica Istruzione On. Malfatti ed i rappresentanti della Federazione CGIL-CISL-UIL e i sindacati scuola confederali hanno raggiunto una intesa sui seguenti argomenti:… Il Ministro ha precisato che la normativa sugli scioperi brevi riguarda anche l’astensione dalle attività connesse al funzionamento della scuola (20 ore). Ha convenuto con le Organizzazioni sindacali che l’entità oraria delle trattenute per scioperi brevi dovrà essere calcolata dividendo lo stipendio mensile lordo per il numero delle ore mensili di servizio delle diverse categorie di personale della scuola che per i docenti è comprensivo delle ore di insegnamento più le 20 ore».

È un vero e proprio atto di intimidazione ed è l’unico risultato dell’incontro col Ministro per il quale i bonzi si sono dichiarati soddisfatti. Tutto il resto sono parole che si possono riassumere nella famigerata formula «impegni del Ministro». Su questi impegni che hanno già dimostrato il loro valore i lavoratori non si devono illudere, ma trarre da tutta l’esperienza passata (che è fatta di accordi non rispettati) la ovvia conclusione che solo con la lotta si potrà ottenere qualcosa.

Un argomento sibillino che i sindacati usano per scoraggiare i lavoratori, è che essendo caduto il governo «manca la controparte», perciò è meglio aspettare. Anche questa è solo una manovra dilatoria per fiaccare la lotta:

  1. Perché non è il governo, ma solo lo Stato il vero padrone dei lavoratori della scuola, e lo Stato non è affatto assente; il suo apparato amministrativo, la sua magistratura, i suoi reparti armati non seguono le vicissitudini dei governi, ma si mantengono perfettamente efficienti al servizio del regime capitalistico contro i lavoratori.
  2. Perché anche in questo periodo di «vacanze del governo» vengono approvati importanti provvedimenti, dal che si deduce che se non viene data soddisfazione ai lavoratori della scuola, non è certo per mancanza di «strumenti legislativi». Sappiamo di avere a che fare con gente che è maestra nell’arte di emanare, manipolare, interpretare, dimenticare le leggi, a seconda degli interessi della classe dominante.

Dobbiamo perciò concluderne che non si tratta di una questione tecnica legale, ma di rapporti di forza!

  1. Perché è noto che anche un governo «dimissionario» può prendere tutti i provvedimenti che vuole.
  2. Infine, perché è evidente che sospendere l’azione rimandando ogni decisione alle calende greche significherebbe affievolire le forze, scoraggiare i lavoratori, spingere gli indecisi a rientrare nei ranghi e a piegarsi a qualsiasi vessazione, il che è precisamente lo scopo dei dirigenti sindacali.

È allo scopo di organizzare la lotta e di difendersi, da una parte contro il padrone Stato, dall’altra contro il sabotaggio aperto e mascherato dei vertici sindacali che, nella provincia di Firenze, si è formato un «Comitato di Agitazione per il Blocco delle Venti Ore», composto da rappresentanti eletti nelle assemblee tenutesi in varie scuole della provincia.

Riportiamo qui il testo del volantino diffuso dal Comitato:

«A tutti i lavoratori della scuola. Si è costituito il giorno 21-1-1976 un COMITATO DI AGITAZIONE tra le seguenti scuole, impegnate nell’azione di blocco delle 20 ore nella provincia di Firenze, composto dai delegati delle assemblee dei lavoratori tenutesi in ciascuna scuola.

Circolo n. 1 di Firenze; circolo di Campi Bisenzio; circolo 14 di Firenze; circolo di Pontassieve; Scuola elementare di Vaglia; circolo 1 di Scandicci; Circolo 2 di Scandicci; Scuola media di Vernio; circolo 19 di Peretola.

Il comitato è nato come espressione della volontà dei lavoratori stessi, i quali esprimono la convinzione che soltanto la pressione organizzata e costante della base potrà eventualmente convincere i vertici sindacali ufficiali a prendere in mano le nostre rivendicazioni; esso non si pone perciò contro gli organismi sindacali ufficiali, bensì contro la politica che attualmente domina in essi, che disattende i reali interessi dei lavoratori della scuola e che, manifestandosi in maniera organizzata, impone perciò la contrapposizione di una azione altrettanto organizzata.

Il comitato si rivolge ai lavoratori delle scuole già in agitazione, invitandoli a designare i loro delegati al comitato stesso, e ai lavoratori di tutte le scuole invitandoli a prendere posizione, tramite la convocazione di assemblee di base, sulla agitazione in corso.

(Il Comitato si riunisce nei giorni di mercoledì e venerdì di ogni settimana alle ore 16 in via de’ Pepi 72r; per collegamenti: telefonare al 34809-475121).

Il Comitato di Agitazione dei Lavoratori della Scuola della provincia di Firenze».

Nel corso di questa azione i lavoratori hanno potuto toccare con mano, hanno visto il vero volto dei loro pretesi dirigenti, hanno imparato a muoversi ed organizzarsi contro le direttive dei bonzi ed è questa al di là del risultato immediato, la cosa più importante, la premessa necessaria di qualsiasi vittoria futura.

Tale Comitato è sorto sulla base di una necessità politica contingente, cioè lottare contro la decisione della Corte dei Conti che ha invalidato gli aumenti che erano stati promessi agli insegnanti sin dal ’73.

Tuttavia, la sua stessa costituzione dimostra che questa lotta non poteva essere condotta che in aperto contrasto con i vertici sindacali che svolgono un’attiva opera di fiancheggiamento e collaborazione aperta con il padrone Stato.

Ciò è stato sempre sostenuto dai nostri compagni insegnanti ed ausiliari che lavorano attivamente all’interno del Comitato di Agitazione, dopo esserne stati di fatto i promotori, cercando di apportarvi quindi un coefficiente di chiarezza e continuità, cercando di far superare a questi lavoratori, che si sono mossi con coraggio in mezzo a tali difficoltà, le remore, anche di carattere psicologico, che comporta il fardello di cinquanta anni di pace sociale, di disabitudine alla lotta, di dominio incontrastato dell’opportunismo.

A questi lavoratori che sono costretti a muoversi contro lo Stato e contro i vertici sindacali ufficiali, va la nostra attiva solidarietà di comunisti.

[RG-3] Fascismo e Resistenza nella continuità dello Stato borghese Pt.1

Uno dei temi trattati nelle nostre riunioni di lavoro dell’11-12 ottobre e del 3-4 gennaio, è stato «Fascismo ed Antifascismo»; il rapporto suddetto si è svolto su questa direttiva: analisi della Sinistra del fenomeno fascista e relativa tattica del Partito di classe nei confronti del regime mussoliniano e dei cosiddetti partiti antifascisti, in contrapposizione aperta con le posizioni della centrale centrista che guidò il PCd’I dall’anno 1923.

Prima conclusione con le tesi di Lione della Sinistra a chiusura di un ciclo di lotte e sconfitte proletarie, base altresì per una successiva e non effimera ripresa del movimento di classe; quindi, già introdotta e annunciata dalle cantonate gramsciane, il logico sbocco della Resistenza atto culminante della controrivoluzione staliniana; e per finire ricostruzione del Partito, sulla base della «Piattaforma», fuori dalla Resistenza contro la Resistenza.

Questa prima stesura della complessa trattazione non è certo completa e finita in tutti i suoi particolari, si cerca soltanto di riproporre, come meglio possiamo, i punti essenziali della questione ben sapendo che i singoli episodi e capitoli meriterebbero ben altro approfondimento; il tutto va poi integrato con lo studio e lo svolgimento di una nostra fondamentale tesi: il fascismo, sconfitto in guerra, ha vinto alla scala del mondo come metodo di gestione della macchina statale, impugnabile oggi solo totalitariamente.

Il rapporto cioè che intercorre fra imperialismo e fascismo, fenomeno né italiano né tedesco ma internazionale, se giusta è la nostra proposizione secondo la quale i sommovimenti politici hanno le radici nella struttura economica della società civile e dipendono dal grado di sviluppo delle forze produttive e del commercio.

Secondo la teoria marxista della storia, il materialismo storico e dialettico, la produzione economica e la struttura sociale che necessariamente ne consegue formano, in qualunque epoca storica, la base della storia politica ed intellettuale dell’epoca stessa; i rapporti fra le diverse classi e di queste con lo Stato e la società civile in generale, vengono pertanto spiegati sulla base dello studio dei rapporti e delle forme di produzione e del livello di sviluppo delle forze produttive, e gli avvenimenti politici che sconvolgono il mondo sono pertanto il risultato naturale e necessario di questa base materiale: l’economia.

La storia pertanto non si spiega né si interpreta maneggiando gli ideali astratti di Libertà, Democrazia, Giustizia e Pace e di altre simili aggrinzite categorie. Un esempio di tale metodo idealistico di far la storia sono le mille e mille pubblicazioni sul «Fascismo» che impestano questo periodo storico, pubblicazioni per lo più incapaci anche solo ad abbozzare i caratteri principali ed essenziali del fenomeno che gli sta davanti, ma che assolvono bellamente il loro compito di confondere e stordire ulteriormente il proletariato per legarlo sempre più strettamente al carro del pacifismo sociale e della difesa della democrazia repubblicana. Parafrasando la terminologia militare moderna, si assiste ad una decennale offensiva preventiva della borghesia e dell’opportunismo nelle sue mille forme per impedire che il proletariato, spinto dal peggioramento delle sue condizioni di vita e di lavoro e da una crisi economica crescente, reimpugni le armi della lotta di classe e si ponga sul terreno della Rivoluzione Sociale ritrovata la guida del proprio Partito di classe.

Ecco la causa di questa marea cartacea abilmente orchestrata dall’opportunismo in cui si scontrano in una lotta titanica il Bene (la democrazia) e il Male (il fascismo, la violenza); il proletariato, poveretto, ormai monco di ogni obiettivo di classe proprio ed autonomo recita in questa farsa tragica la parte del comprimario chiamato a seconda dei casi ad una responsabile vigilanza o a versare il sangue per ristabilire o difendere il regime idillico della Democrazia, elevata ormai a bene eterno.

Commentavamo nel ’49 di fronte all’ennesima ondata di pacifismo mirante a strappare ogni pur minimo ricordo nelle menti e nei cuori proletari delle tradizioni classiste delle lotte passate per assoggettarli all’interesse della società borghese: «Nella rigatteria dell’ideologismo borghese i capi traditori hanno condotto la classe operaia mondiale a tutto raccattare, e la hanno traviata dietro tutti questi fantocci consegnandola smarrita e passiva ai voleri del suo nemico di classe.

Le hanno data la parola di combattere per tutte le finalità proprie dei suoi oppressori, la hanno messa a disposizione per la patria per la nazione e per la democrazia per il progresso per la civiltà per tutto fuorché per la rivoluzione socialista. Sono capaci di metterla a disposizione per tumulti per sommosse e per rivoluzioni ma quando siano le rivoluzioni degli altri.

Allorché in Russia vi erano ancora da fare due rivoluzioni e secondo la veduta marxista non era possibile farne una sola, si dovettero combattere due tipi di opportunisti (gli stessi battuti da Marx nel ’48 europeo): quelli che volevano innestare un economismo socialistoide al regime zarista e quelli che volevano servirsi degli operai per una rivoluzione borghese, sostenendo che occorreva lasciare poi lungamente vivere il regime capitalistico per una ulteriore evoluzione. Lenin scolpì la posizione rivoluzionaria in una frase semplicissima: la rivoluzione deve servire al proletariato, non il proletariato alla rivoluzione. Cioè: noi non siamo qui per porre il movimento operaio che fa capo al nostro partito al servizio di richieste di rivendicazioni o anche di rivoluzioni di altre classi ma vogliamo mandarlo alla lotta per gli obiettivi autonomi ed originali della nostra classe e di essa sola.

L’attuale movimento dei partiti detti comunisti non inquadra i lavoratori che per mandarli dietro tutti i fantocci della rigatteria borghese, per bruciarne le energie al servizio di tutti gli scopi non operai e non classisti…».

Il Partito di fronte a questa ondata democratoide che dal II dopoguerra tutto ha sommerso distruggendo uno dopo l’altro tutti i capisaldi programmatici della teoria marxista, quali, rivoluzione violenta e dittatura di classe, esercitata dal nostro unico partito, fin dal suo ricostruirsi come organizzazione formale seppur minima in Italia come all’estero ha dedicato e dedica molte delle sue forze a svelare agli occhi del proletariato la falsa antitesi democrazia-fascismo, per noi «fenomeno storico mondiale, espressione della politica della classe dominante nella fase in cui la sua economia assume i caratteri monopolistici ed imperialistici».

Le nostre posizioni attuali in materia sono ancora una volta le stesse di 50 anni fa quando nel fragore della battaglia una volta per tutte definimmo cos’è il fascismo e quale deve essere l’atteggiamento del partito rivoluzionario; a noi pertanto altro non resta che impugnare, senza cambiare una virgola, gli scritti di allora e mostrarne «l’attualità».

Certo è che il retaggio del Partito non si limita a scritti ed articoli nemmeno del più illustre e dotato dei compagni ma è fatto di scontri fisici di classi contro classi e Stati, di masse che si battono per i loro bisogni materiali contro gli ordinamenti sociali esistenti. È infatti dallo studio delle lotte passate che il Partito trae la sua guida per il presente ed il futuro non certo scimmiottando il più bravo di turno.

Tre sono le tesi che vogliamo dimostrare: 1) L’Italia, paese che per primo conobbe il fenomeno fascista, era ed a maggior ragione è un paese compiutamente sviluppato dal punto di vista dei rapporti di produzione borghesi; 2) Nonostante reclutasse i suoi effettivi tra la piccola borghesia e le mezze classi in rovina, il fascismo altro non è che il movimento unitario della borghesia, così come il comunista lo è per il proletariato; 3) Il fascismo quindi fu il seguito dialettico della cosiddetta politica democratica del vecchio stato liberale; considerando anche il ruolo svolto dalla socialdemocrazia che con le sue posizioni, i suoi tentennamenti e patteggiamenti favorì oggettivamente la sconfitta proletaria e la salita al potere delle bande nere, il Partito mantiene e rafforza il suo carattere di opposizione davanti allo Stato e agli altri partiti.

Terminiamo questa prima parte del lavoro con le tesi di Lione con le quali la Sinistra forniva, alle vecchie come alle future generazioni rivoluzionarie di militanti del Partito, il bilancio di un periodo di lotte che non ebbe uguali e prescindendo dal quale non ci sarà mai un ritorno alla scena internazionale del proletariato combattente da classe autonoma per i suoi compiti storici.

La Sinistra fu l’unica a poterlo fare, non lo poterono né l’Opposizione Russa né Trotzki ambedue corresponsabili di tutti gli sbandamenti tattici che in quegli anni ebbe l’Internazionale.

Il fenomeno fascista infatti non è che una delle componenti (una, una soltanto) di quel bilancio organico e globale tirato dal marxismo nel 1926, bilancio che comprende le cruente sconfitte della rivoluzione in Europa (Germania), l’inizio della degenerazione dell’I.C. (governo operaio e governo operaio e contadino), la funzione della socialdemocrazia (ala destra del proletariato o sinistra della borghesia?), il fronte politico, ecc. e infine fascismo. Il quale pertanto non si poteva né capire né combattere conseguentemente senza far riferimento a quel quadro di insieme a cui abbiamo accennato.

Non esistevano nemmeno in questa questione accomodamenti a metà strada, come del resto così è anche oggi; non si può ad esempio accettare la nostra posizione sulla base economica e sugli strati sociali sui quali si basa il fascismo e non accettare invece le nostre implicazioni tattiche che indicano una lotta simultanea contro democrazia e bande nere. Le nostre posizioni da accettare o respingere in blocco abbisognano di poche parole per essere spiegate: fascismo e democrazia rappresentano due forme dello stesso regime di classe, il capitalistico; esiste un solo partito e una sola classe che possono chiamarsi antifascisti perché anticapitalistici, il proletario e il suo partito politico, il comunista, la cui azione, metodo programma deve disperdere e surrogare l’eventuale scodinzolamento antifascista di altri strati sociali e partiti.

Questo nostro atteggiamento di netta chiusura per qualsiasi blocco e fronte anti-bande nere con altri partiti, questo nostro mettere alla pari democrazia e fascismo per sbrillarli entrambi con un colpo solo è stato etichettato nel tempo indifferentismo e settarismo; sia chiaro che al Partito non è indifferente niente di tutto quello che succede in questo mondo, come anche nerbo del Partito è lo studio dialettico dei fatti e il saperne trarre gli insegnamenti.

Difesa della democrazia! ecco il grido caro agli opportunisti vecchi e nuovi e che ha costituito la bandiera sotto la quale il proletariato è incorso in questa tornata di secolo nelle più cocenti sconfitte, dall’Union sacrée dell’agosto 1914, ai fronti popolari in Francia e in Spagna, al macello della II guerra mondiale. La Sinistra ammaestrata da una decennale lotta contro il bloccardismo ed una politica «democratica di sinistra» che celava sotto l’orpello pacifista un nodoso bastone pronto all’uso per i periodi di convulsione sociale, accettò fieramente la sfida della dittatura nera opponendovi le stesse consegne usate fino ad allora: Dittatura del proletariato da conquistare e maneggiare dal nostro unico Partito contro tutte le altre forze e dissensi.

I RAPPORTI DELLE FORZE SOCIALI E POLITICHE IN ITALIA

Così si intitolava un lungo saggio della Sinistra apparso nel settembre ottobre 1922 su Rassegna Comunista, rivista teorica del PCd’I; fu la nostra risposta all’ordinovismo che tendeva a sottolineare il carattere incompleto della rivoluzione democratico-borghese in Italia e a ricercare pertanto nel sopravvivere dei fantomatici ceti retrivi la causa del fascismo frainteso come un movimento di riscossa delle classi agrarie contro la borghesia industriale; beninteso questa visione non era limitata all’Italia ma all’Europa intera. Tali cantonate erano sufficienti a costruire tutta una prassi e una politica di alleanze fra capitalisti industriali e rappresentanti traditori del proletariato come la Resistenza ha ben mostrato.

La Sinistra fin dall’apparire del fenomeno fascista affermò con tutta forza il carattere pienamente capitalistico e borghese dell’epoca liberale italiana e la continuità dialettica esistente fra democrazia e fascismo, dittatura aperta del capitale, stadio naturale e necessario della politica dello Stato borghese nell’imperialismo, quando cioè il vecchio Stato liberale non riuscendo più ad affrontare efficacemente la pressione del proletariato è costretto ad incardinarsi sempre più in mostruose e poliziesche unità statali, espressione spietata della concentrazione avvenuta in campo economico.

Il proletariato pertanto non ha davanti a sé nessun nuovo «risorgimento» da compiere, nessuna funzione 'nazionale’ da assolvere: bene o male la rivoluzione democratico-borghese è stata messa agli archivi e solo i compiti internazionali della rivoluzione socialista stavano e stanno di fronte al proletariato italiano ed occidentale.

«I rapporti delle forze sociali…», a questo assolveva.

L’articolo iniziava rivendicando la dottrina marxista dello Stato e stigmatizzava la mania che vuole i rappresentanti operai accusare l’avversario, in questo caso il governo di Roma, di non essere conseguente ai suoi postulati teorici. Le eccezioni come le imperfezioni devono da noi marxisti esser tutte riconducibili e spiegabili al caso generale e teorico. Diciamo, nella «Storia della Sinistra Comunista 1912-1919»: «per una buona agitazione rivoluzionaria bisogna combattere l’avversario dandogli polemicamente carte in regola».

«Se ci poniamo il problema: lo Stato italiano odierno è esso uno Stato tipicamente borghese, o è uno Stato arretrato rispetto al tipo degli Stati moderni capitalistici? siamo naturalmente indotti a cercare la risposta nello studio del gioco delle forze delle classi sociali e dei partiti, in quello delle forme costituzionali dello Stato, e a seguire gli sviluppi storici di tutti questi fattori.

Prima di tentare di allineare gli elementi di una risposta vogliamo chiarire una questione di metodo che ci pare pregiudiziale per una tale ricerca. Questo chiarimento ci è suggerito dalla evidente considerazione che, se noi cercassimo nel mondo lo Stato liberale borghese tipo, da porre come modello per il nostro studio, verremmo a constatare immediatamente che per taluno dei caratteri che ci facevano ritenere altri Stati come tipicamente moderni, questi stessi si sono evoluti in tal senso, da assumere con gli ultimi eventi storici una fisionomia superficialmente giudicabile come pre-borghese…».

«La pregiudiziale che noi vogliamo porre è semplicemente questa: dobbiamo cercare per definire lo Stato borghese moderno quei caratteri che attribuisce a tale tipo storico la nostra dottrina marxista…».

«…intendiamo stabilire che per il problema che ci siamo posti e per la sua soluzione dobbiamo fare una critica dello Stato italiano che ne confronti i caratteri con quelli che la nostra dottrina attribuisce allo Stato della borghesia, e non pretendere di constatare in esso la realizzazione pratica dei postulati teorici del liberalismo ufficiale, pretesa che possiamo accampare in materia polemica con l’avversario e per sottrarre i suoi seguaci alla sua influenza ingannevole, ma che sappiamo che deve finire in una negativa.

La constatazione a cui certamente giungeremo, che l’attitudine dello Stato italiano si trova in contraddizione con i compiti che la teoria liberale borghese assegnava allo Stato, potrà inquadrarsi nell’insieme della nostra critica che appunto demolisce il metodo liberale smascherandolo come una simulazione della vera natura dello Stato borghese…».

Si prosegue mettendo in evidenza come lo sviluppo capitalistico italiano fosse, pure nel meridione, sì embrionale ma che: 1) in Italia tutta si ebbe un antichissimo capitalismo commerciale e in certa misura manifatturiero; 2) il latifondo meridionale non significa affatto che in quelle zone esista feudalesimo già minato e battuto fin dai tempi di Marat.

Questi due punti completamente arrovesciati vennero ampiamente usati dall’ordinovismo per confezionare le tesi sui «baroni agrari» e sul fascismo come movimento delle classi agrarie contro la borghesia industriale. Gli agrari!?

Per il marxismo, e nella realtà, non esiste questa categoria; esistono invece i proprietari-imprenditori di moderne aziende agricole capitalistiche, pienamente inquadrabili a pieno diritto nella borghesia, i latifondisti-assenteisti, come scioccamente si dice oggi – cioè quei proprietari di terreni che invece di condurli personalmente taglieggiano affittuari e mezzadri. Pure loro non hanno niente dei baroni feudali e rientrano completamente nella struttura sociale borghese alla quale sono legati a doppio filo sia tramite i loro interessi speculativi e bancari, quando ci sono, sia come detentori di proprietà fondiaria affittabile tassabile ed ipotecabile.

Destino storico dei latifondisti-assenteisti? completo assoggettamento o simbiosi col capitale finanziario e bancario o sparire diventando imprenditori oltre che proprietari.

Nemmeno le famose zone depresse hanno a che vedere con ritardi storici dell’eliminazione della proprietà feudale, sono anzi un aspetto, fra i peggiori, del divenire capitalistico; ecco perché l’abbiamo sempre detto rancido problema del sud. La questione meridionale in sé non esiste, esiste il problema del capitalismo e del suo regime che nel suo espandersi sulla faccia del globo, distruggendo antichi e vecchi sistemi di produzione e rovinando le economie locali, riduce zone intere un tempo floride a brulli deserti non più capaci di assicurare la vita alle popolazioni autoctone. Zone ricche e zone depresse; in ambedue le stesse classi schiacciate: proletariato e contadini poveri. Soluzione comunista: rivoluzione e dittatura proletaria sia qua che là.

«La genesi storica dello Stato italiano ci sembra adempiere tutti i caratteri che accompagnano il sorgere del regime democratico moderno. In generale, allorquando questo sorge, segnando la vittoria della borghesia industriale e commerciale e dei ceti che si stringono attorno ad essa contro il potere delle aristocrazie feudali clericali e assolutiste, l’ambiente economico non è che embrionalmente capitalistico…».

«D’altra parte se per un insieme di ragioni che non è qui il caso di ripetere lo sviluppo capitalistico in Italia non ha potuto seguire il ritmo accelerato che ha avuto altrove nel secolo XIX, questo non deve neppure farci dimenticare che un capitalismo commerciale era in Italia molto più antico, ed anche in una notevole misura esisteva nel periodo in questione il capitalismo manifatturiero…».

«…Il programma politico e ideologico del Risorgimento italiano combacia anche perfettamente col contenuto della rivoluzione liberale democratica, trovando se vogliamo in Italia anche migliori tradizioni dottrinali che altrove. Ad esso corrispondono il movimento nazionale e per la indipendenza dallo straniero, la lotta, tipica, contro il clero e le dottrine religiose, quella contro i privilegi e gli atteggiamenti della nobiltà. Siamo in presenza di tutte le rivendicazioni integrali del liberalismo: costituzioni parlamentari, libertà di culto, di stampa di associazione, e via dicendo. Dal 1859 in poi i governi che sono alla testa dello Stato italiano, viaggiante da Torino a Firenze e Roma, sono tenuti da partiti che stanno nel campo della dottrina liberale: si formano la destra e la sinistra parlamentare, ma i problemi che le dividono sono di importanza non fondamentale, e forse la ortodossia liberale è nella destra ancora maggiore. I partiti del vecchio regime: assolutisti, temporalisti, borbonici, austriacanti, reazionari in genere rispetto alla rivoluzione borghese spariscono senza essersi riconciliati con le nuove istituzioni, e la borghesia realizza una vera e propria dittatura rivoluzionaria; il che non fa che corrispondere benissimo alla non perfetta sua differenziazione sociale, ed è anzi una necessità che da questo scaturisce.

Sarebbe assolutamente erroneo costituirsi questo schema: lo Stato unitario italiano si poggia su due forze sociali nettamente distinte anche nella politica di governo, se pure alleate: la borghesia del Nord e la classe dirigente feudale agraria del Sud. I rapporti che sono andati creandosi nell’apparato di governo in Italia fra Nord e Sud sono da giudicare meno superficialmente. Cominciamo ad osservare che molte forze della destra classica venivano dalla borghesia industriale e commerciale piemontese e lombarda, e molte della sinistra dai collegi parlamentari del Sud. In realtà nel Sud d’Italia non esisteva un grande e potente feudalismo capace di opporre una forte resistenza alla rivoluzione borghese. La classe dirigente meridionale in cui la proprietà media prevaleva si conciliò facilmente con le forme del regime parlamentare democratico in cui subito inserì le forme embrionali della sua scialba attività sociale e politica, riducentesi ai contrasti di partiti e gruppi puramente locali. Come oggi non ha una lotta aperta di classe tra borghesia e proletariato, così il Mezzogiorno non ebbe una aperta lotta tra feudalesimo e borghesia, e dette al nuovo Stato una eredità di coefficienti reazionari ma una materia plastica adattissima ad essere utilizzata dall’apparato di governo parlamentare che largamente si propizia influenze col volgare favoritismo amministrativo…».

«…D’altra parte il liberalismo che è sostenuto in Italia dalla destra liberale, anche quando questa ha rappresentato e rappresenta la classe dirigente del Nord, non è certo una tesi precapitalistica, seppure corrisponde ad uno stadio di sviluppo capitalistico superato negli ultimi decenni nei paesi più progrediti, e in nessun caso può essere considerata come una prova della partecipazione di classi preborghesi alla costituzione dello Stato italiano.

Ci pare di poter concludere che i rapporti di forze economiche che si verificano nel periodo della formazione dell’attuale regime statale autorizzano a definire questo come un regime compiutamente borghese, liberale, democratico…».

Lo Stato italiano ha pertanto le carte in regola per essere quella macchina d’oppressione a difesa degli interessi borghesi contro la spinta proletaria descritta dal marxismo. Macchina che in dati svolti della storia può essere impugnata in maniera brutale, spargendo in abbondanza sangue e morti nelle file del proletariato, come in maniera indolore quando la prosperità del commercio e dell’industria e la relativa «onnipotenza della ricchezza» crea un involucro resistentissimo e saldissimo a difesa del regime del capitale.

Stato e governo, vecchia diatriba del marxismo con gli opportunisti di tutti i tempi che ritorna in auge tutte le volte che gli antagonismi sociali sempre esistenti rompono gli argini del pacifismo e del legalismo e la parola è alle armi. Fatale errore sarebbe allora per il movimento proletario e comunista lottare contro la reazione inevitabile dello Stato borghese sotto la bandiera del ristabilimento della legalità e dei rapporti politici e sociali normali che altro non è che il ristabilimento del pacifico regime di sfruttamento e di privilegio del capitale. Attacchiamo, in un articolo del ’21, «Contro la reazione», davanti all’offensiva fascista ben coadiuvata e spalleggiata dalle forze legali dello Stato: «I comunisti non dicono alla borghesia: bada che se non rientri nella tua legalità faremo la rivoluzione per… conseguirla!… Il Partito Comunista lotta contro la reazione perché lotta contro il potere borghese, anche quando questo non ecceda dalle sue funzioni legali…».

La posizione opportunista è invece quella che vorrebbe deviare la marea rivoluzionaria verso la lotta per una diversa conduzione, un po’ più a sinistra, dello stesso Stato di classe, spacciando questa manovra disfattista come un lento ma sicuro avvicinarsi alla meta, il socialismo. E noi lì a ripetere con Marx da più di cento anni che lo Stato borghese è un apparato che va spezzato e distrutto prima di sostituirlo col nostro!

«…Quanto alla struttura costituzionale dello Stato italiano, teoricamente e giuridicamente essa corrisponde alla natura storica dello Stato liberale. Certo ne potrebbero essere fatte delle critiche se invece di guardare alla realtà dei rapporti che si verificano nell’apparato statale noi ci inducessimo all’errore di valutazione di prendere a modello gli schemi di certe dottrine di diritto costituzionale di scuole liberali che si affannano di sopravvivere alla bancarotta storica del metodo che rappresentano, o se ci fermassimo alla esteriorità di certi rapporti con altre costituzioni statali…».

«Nella costituzione statale dello Stato italiano vi è tutto quello che occorre per riconoscere un meccanismo liberale, gettandosi in pieno nel flusso della prassi parlamentare di governo nella seconda metà del secolo scorso per evolvere nei primi anni dell’attuale in un deciso senso democratico, e fare dinanzi all’ingrandire del movimento operaio una decisa politica di sinistra, fino alla vigilia della guerra mondiale.

Vogliamo prendere ad esaminare la politica interna, o meglio di «polizia» dello Stato? Troveremo indubbiamente delle manifestazioni brutalmente reazionarie e repressive verso i moti popolari e sovversivi: ma questo non fa che corrispondere mirabilmente alla politica interna di tutti gli Stati borghesi contemporanei. Il vero errore sarebbe quello di ravvisare una politica «di destra» nel senso borghese nella adozione di brutali misure di polizia, perché confondendo questi due, noi ci poniamo senza avvedercene sulla piattaforma della teoria avversaria secondo la quale il regime democratico è una effettiva garanzia dei diritti dei cittadini tutti e delle loro libertà. Noi invece, dopo aver ravvisato lo Stato compiutamente democratico nelle sue forme istituzionali e nelle sue basi sociali, stabilimmo come elemento critico fondamentale che esso non è altro che un perfetto strumento di classe del padronato per la difesa con tutti i mezzi degli interessi di questo e non ci stupiamo affatto se le sue armi sono portate contro la popolazione proletaria e semi-proletaria quando dà segni di malcontento.

Alla fine del secolo scorso noi abbiamo in tutta la penisola un’ondata di moti popolari culminanti nei fatti del ’98. Non è una vera azione di classe, ma una tappa notevole nel formarsi di un movimento rivoluzionario del proletariato italiano. Nell’atteggiamento da prendersi la borghesia si divide, la destra piglia il sopravvento, un governo presieduto da un generale assume poteri eccezionali e scatena una reazione poliziesca e giudiziaria feroce. Ma più che del prevalere di uno strato della classe dominante su di un altro si tratta di un conflitto di metodi, di un esperimento di sistemi di difesa del regime. Non sono gli uomini tradizionali del liberalismo classico italiano che avrebbero fatto un tale esperimento «austriaco» o «borbonico». Il governo che è responsabile cade nelle elezioni successive sotto i colpi della stessa sinistra borghese, e si inizia un periodo di governi democratici di sinistra. Del nuovo metodo un uomo è l’esponente: Giolitti. E del vecchio metodo, d’altra parte, era stato esponente un uomo della stessa parte: la sinistra, ossia Crispi. E due uomini sono rappresentanti della stessa politica estera: triplicista. Dunque non siamo di fronte ad un dualismo che prenda le basi dello Stato italiano nella piattaforma sociale su cui si formano, bensì ad una ricerca di metodi difensivi da parte della borghesia dinanzi al sorgere del movimento proletario sindacale e socialista, che sconvolge i criteri mentali del liberalismo classico.

Stato della classe borghese, il regime italiano agisce storicamente come il difensore degli interessi borghesi. In altri paesi questi sono più precisi e potenti, ma in Italia le speciali condizioni hanno a parer nostro fornito un esperimento più completo delle funzioni di classe dello Stato della borghesia, fino agli ultimi eventi del dopoguerra, che a nostro modesto avviso, e come ora vedremo, non sono un ritorno al passato, ma un esempio in anticipo delle forme che prenderà la lotta politica nelle più inoltrate fasi della evoluzione del mondo capitalista…».

Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.9

Abbiamo riportato la vicenda del «Comitato di Berlino», come esempio del modo con cui in Germania si impostò e si sviluppò la tattica del partito, per evidenziare, in primo luogo, che sono le condizioni economiche e sociali con la lotta di classe che ne consegue le basi su cui va costruita la tattica e da cui scaturiscono le rivendicazioni politiche, l’attacco cioè vero e proprio al potere statale della borghesia; in secondo luogo, che i mezzi tattici per l’azione non possono essere scelti arbitrariamente per la influenza diretta che hanno sull’esito della lotta e sullo stesso partito; ed in terzo luogo, che nello schieramento moderno delle forze di classe la socialdemocrazia ed in genere i partiti opportunisti, cosiddetti operai, giocano un ruolo determinante nella lotta per il potere politico e costituiscono le truppe di manovra delle classi possidenti contro l’azione proletaria. Nella guerra civile con maggiore evidenza che nella guerra tra gli Stati si coglie il nesso strettissimo tra azione politica e mezzi tattici, e viene in primo piano l’esigenza primaria che il partito comunista possegga l’esclusività di questi mezzi tattici nello stesso tempo in cui appaiono alla classe proletaria gli unici atti a realizzare la vittoria. Poiché i partiti opportunisti non rifuggono mai dal presentarsi come i rappresentanti e gli interpreti degli interessi della classe operaia, tenendo in mano le fila delle organizzazioni operaie per mezzo di scherani stipendiati, parlando sempre di voler «superare» il sistema capitalistico e di aspirare ad una società «nuova» e «più giusta», è imprescindibile che la tattica del partito comunista si svolga sullo stesso terreno economico e sociale, partendo cioè dai reali interessi economici immediati del proletariato.

Lo schema-Germania fornisce al proletariato mondiale l’esperienza positiva di una impostazione tattica erronea. Se il campo di battaglia nella guerra tra le classi fosse nettamente diviso tra due eserciti contrapposti e ben distinguibili, il compito tattico dell’azione rivoluzionaria sarebbe di gran lunga semplificato e si potrebbe assimilare ad uno specifico piano militare. Ma ancor oggi questa distinta separazione non è resa possibile, e tra borghesia e proletariato si stende un diaframma viscido, rappresentato dai falsi partiti e sindacati proletari, per attutire l’urto di classe e nascondere al proletariato la reale e intima natura del capitalismo.

È falsa la natura operaia e pacifica, non violenta e socialista di queste forze traditrici. L’esperienza tedesca ci dà l’esempio sinora più completo di che cosa sia capace l’opportunismo militante di questi partiti e delle burocrazie sindacali. In Germania si assiste all’uso della più sfrenata e bestiale violenza antioperaia e anticomunista da parte di questi organismi e del governo «socialista» e repubblicano. È un fatto nuovo nella storia che segna e caratterizza l’epoca delle guerre imperialiste e della rivoluzione proletaria. Il sostegno completo di queste forze «operaie» allo Stato capitalista è un «modello» che la controrivoluzione ha adottato successivamente in tutti i paesi, anche in quelli in cui non è all’ordine del giorno la pura rivoluzione comunista. Non a caso la Sinistra Comunista non esiterà a stigmatizzare la «confluenza» dell’opportunismo e del fascismo in un unico fronte reazionario come avremo modo di esaminare più avanti nella parte che tratterà dell’Italia.

L’errata tattica dell’IC non ha segnato soltanto un passo indietro della rivoluzione, ma, per lo scatenarsi di reazioni traditrici che hanno distrutto il partito di classe, ha contribuito a rigettare il proletariato su posizioni arretrate. Il proletariato è stato letteralmente travolto, perché la conseguenza più deleteria della tattica del suo partito rivoluzionario non è stata tanto quella di non aver battuto il nemico, quanto quella di aver aperto alle forze opportuniste, alla degenerazione, infine, al tradimento.

Con questo non vogliamo attribuire alla tattica giusta sicura capacità di vittoria. Il successo della rivoluzione può mancare anche applicando una tattica giusta, se non vi soccorre il favorevole rapporto di forze. La sconfitta per l’errata valutazione del nemico potrà farci perdere una battaglia, ma non il partito, dirigente le future e immancabili battaglie. Dal 1921 abbiamo perduto battaglia e partito. È certo che, pur senza farne un principio, un errore d’impostazione tattica porta il partito all’autodistruzione, mentre un errore nella esecuzione può farci indietreggiare o anche sconfiggere, ma difficilmente potrà distruggere il partito.

Abbiamo accennato anche ad un altro elemento distintivo del comportamento pratico del partito, e cioè il possesso esclusivo dei mezzi tattici.

La esclusività dei mezzi tattici significa innanzitutto che la tattica non viene condivisa con alcun altro partito o gruppo politico, che esclude, cioè, alleanze politiche e l’adesione a piani tattici di altri partiti; significa, poi, che il partito comunista propone la sua tattica al proletariato al solo scopo di portare alla vittoria la classe operaia e non per sostenere combinazioni politiche o governative con altre forze, nella falsa considerazione che possono essere gradini intermedi, più vicini alla condizione ottimale dell’unica direzione comunista per l’azione di classe.

L’originalità della tattica comunista consiste nel rivolgersi alla classe e non ai partiti in cui la classe è inquadrata, per ottenere la condizione tattica che, con la rottura della disciplina di partito degli operai non comunisti, il proletariato aderisca alla tattica del partito comunista. I partiti «operai» sono costretti in tal modo a sottoporsi ad un estenuante logoramento nell’intento di giustificare costantemente la loro azione rispetto a quella comunista presso i loro stessi militanti operai. Il partito obbliga tutti i raggruppamenti politici ad uscire dal vago delle opinioni e a misurarsi su quello pratico dell’azione in favore della classe operaia.

Il pericolo maggiore che si corre è sempre quello delle adesioni, delle «solidarietà» condizionate di certi gruppi politici sedicenti «rivoluzionari», i quali, ancor prima di far abbandonare il campo della lotta ai loro aderenti proletari – e ciò avviene di norma nei momenti decisivi dell’azione di classe – frappongono mille ostacoli ideologici e di natura capziosa, ostacolando così il successo dell’azione proletaria diretta dal partito. Nei confronti di chi respinge per principio l’unificazione delle lotte e delle rivendicazioni operaie, con la scusa che non intende fare il gioco dei comunisti, il rischio è invece minore, poiché il pericolo è interamente conosciuto e non resta che studiarne in anticipo i necessari antidoti. Questo atteggiamento, però, costituisce un ostacolo aspro quando il proletariato è in balia della pressione crescente del nemico e della dittatura dei falsi partiti operai, quando cioè il partito comunista è ai margini del movimento di classe e non può esercitare una influenza apprezzabile. In tal caso questi gruppi impediscono che si coaguli un minimo di organizzazione di forze operaie per uno schieramento di classe.

Il problema non è marginale perché la sua soluzione risiede nell’impostazione tattica del partito, la quale risulterebbe erronea se concepisse l’esistenza di forze politiche rivoluzionarie al di fuori del partito comunista, e quindi suscettibili di essere trasportate sul terreno della tattica rivoluzionaria. Il partito non può né deve contare su queste forze politiche, né, di conseguenza, può farle partecipi della sua tattica. Il partito, invece, deve influenzare gli operai inquadrati in questi raggruppamenti «rivoluzionari», invitandoli ad abbandonarli al loro destino antiproletario e antirivoluzionario.

Cosicché il partito comunista, come possiede una teoria, un programma ed una organizzazione unici ed esclusivi, così si dà una tattica unica ed esclusiva; come non partecipa ad altri gruppi politici teoria, programma e organizzazione, così non li rende partecipi della sua tattica. Il partito comunista, così, costringe tutti gli altri partiti a portarsi allo scoperto, ad uscire dal loro falso socialismo di comodo, a svelare la loro intima natura non proletaria.

Il proletariato, per vedersi rappresentato nei suoi interessi contingenti e storici dal partito comunista, deve poterlo individuare nettamente; perciò il partito deve separarsi sotto tutti gli aspetti della sua azione dagli altri partiti, contrapporsi ad essi, e la classe operaia vedrà finalmente se stessa distinta dalle altre classi, dal popolo, i suoi interessi in antagonismo con gli interessi delle altre classi. Sinché non si verificherà questa distinzione e separazione di classe, non vi sarà lotta rivoluzionaria di classe. La premessa è che il partito comunista anticipi questi caratteri sin dal suo sorgere, in ogni circostanza, senza eccezioni.

Ribadire questi chiodi a distanza di oltre mezzo secolo, non è dottrina­rismo, perché stiamo ancora rivivendo oggi una nuova edizione della vecchia ubriacatura socialdemocratica, propinata alle masse proletarie sotto la maschera di «comunismo» dei falsi partiti operai. Oggi come allora i partiti opportunisti, mentre intessono l’ingannevole trama delle riforme, del «socialismo» nella democrazia e nella libertà, altrimenti detto «pluralismo», della difesa della economia e dei «valori» civili, non esiteranno a rendersi partecipi dello scatenamento della violenza e della repressione statale e parastatale, quando il proletariato, abbandonata ogni illusione legalitaria e pacifista, si ribellerà all’ordine costituito.

Per il caro estinto

Quanto più la malattia del Capitale si aggrava, tanto più si moltiplicano consulti al suo capezzale da parte di medici della più varia estrazione, rianimatori e anestesisti, internisti ed esperti in plastiche facciali: per il momento vengono tenuti alla larga i chirurghi, a meno che non siano disposti a rendere la piaga sempre più puzzolente con piccoli tagli e pietose toppe.

Nel dottoral consulto a Roma si sono riunite le più incredibili facce di bronzo in circolazione in Europa, basta pensare alle varietà: Carli, La Malfa, Heath, Mitterrand e Amendola. Le hanno dette di cotte e di crude, senza rendersi conto di proporre ricette che conosce da tempo anche la nonna.

Tralasciamo le sofisticate terapie, a base di «decotti», di mummie del neo-capitalismo alla Carli e La Malfa, e non ci curiamo del medico da diporto che è Heath; ci preme seguire le proposte da «scomunica» degli Amendola e Mitterrand, notoriamente strateghi del socialcomunismo di marca radical-staliniana, rispettivamente in quel d’Italia e in quel di Francia. Cominciamo dall’ultimo, che pomposamente da par suo ha perfino azzardato una sorta di «nuova teoria» analitica del capitalismo «… il futuro del capitalismo è nel suo passato. Le imprese più grandi divorano quelle più piccole. Così alla fine si è arrivati alle multinazionali che costituiscono un giro di affari ed una cifra di interessi di fronte ai quali gli Stati, anche i maggiori, sono impotenti. La legge del capitalismo per sopravvivere è quella di autodistruggersi. Così in Francia non esiste più in molti settori un capitalismo nazionale» (ne siamo veramente demoralizzati…). «Nel mondo c’è una lotta sorda tra capitalismo bancario e capitalismo industriale: vincerà il secondo. Ciò perché il capitalismo industriale non mira al semplice guadagno ma a creare, a produrre, mentre il capitalismo bancario si propone solo di fare i soldi».

Come si vede a parte l’«elegante» dolce linguaggio degno del droghiere, siamo di fronte ad una acutezza di pensiero da oscurare perfino Amendola: dunque quei poveri diavoli di Marx, Engels, Hilferding addirittura non hanno capito proprio niente. Non è il capitale finanziario l’espressione più alta dello sviluppo del sistema, ma il capitale industriale, che almeno qualche merito ce l’ha, perché è utile, produce, mentre quello bancario è avido ed egoista, pensa solo ai… dollari!

Per fortuna che, a quanto ci consta, Mitterrand non ha la pretesa di richiamarsi a Marx, che anzi combatte polemizzando in casa sua con un marxista come Marchais! Ma si sa, nella Francia cartesiana, dove ognuno è in quanto pensa, è piuttosto normale che vengano fuori «pensate» di tal genere. «L’opinione governa il mondo», e ne vediamo i frutti!

Ed ora sentiamo Amendola, che molto più pratico e positivo, va al dunque: «di fronte ai problemi posti dalle sovranazionali ogni Stato è oggi impotente, compresi gli Stati Uniti (poverini!)… Noi siamo per dare più poteri ai singoli Stati per darne più all’Europa (non importa se nati o no da… Resistenze: tutti gli Stati sono uguali, per Bacco!)… Noi comunisti italiani non chiediamo nuove nazionalizzazioni. Diciamo che ci vogliono riconversioni industriali e che non si può difendere tutto come è oggi. Vogliamo una riconversione generale poiché o il salvataggio è generale o si va all’inflazione totale (questa è nuova!)… ma per questo occorre un potere che sia forte del consenso generale. Perciò abbiamo respinto le Tesi del 1951. C’è bisogno di un consenso più vasto apposta per fare una politica di sacrifici e di riconversione». Ci rifiutiamo di continuare la citazione che termina con l’auspicio di un’Europa nuova che dovrebbe nascere da elezioni popolari. «Ma che siano elezioni serie», una panacea per tutti i mali benché, nonostante tanti mediconi la nausea salga dallo stomaco più robusto.

Come si vede queste facce di bronzo non hanno avuto una parola per la classe operaia che pur pretendono di rappresentare; ma forse hanno fatto bene, perché non hanno da proporre che sacrifici e sangue.

Un buon motivo perché il proletariato la smetta di farsi illusioni. Ma c’è chi lavora in «équipe» e chi persevera in pratiche antierotiche come fa Colletti che dopo l’«intervista politico-filosofica» ci riprova con il «marxismo» e il «crollo del capitalismo». Il suo chiodo fisso è la legge tendenziale del sottoprofitto; e si domanda se tale legge comporta il crollo «inevitabile» del capitalismo oppure se le controtendenze che il capitale mette in opera avranno partita vinta.

Il Colletti sostiene che la filosofia marxista ha il difetto di non essere scientifica, perché pretende di darsi uno scopo diverso da quello della scienza, s’intende con la S maiuscola, e sarebbe perciò una filosofia edificante, cioè una religione appena mascherata.

Miseria del neo-empirismo, miseria della Scienza. Noi comunisti rivoluzionari, con Marx ed Engels, non abbiamo mai preteso che la nostra dottrina potesse essere la Scienza, ma più modestamente la scienza del proletariato, anche se abbiamo la pretesa che stia più di un palmo più in alto del positivismo merdoso! Non ci aspettiamo nemmeno che sia la nostra scienza in quanto tale a risolvere il dilemma: crollo sì, crollo no, ma l’azione rivoluzionaria del proletariato guidato dal suo Partito. Non attendiamo né crolli inevitabili di per sé, né crolli determinati dalla volontà in sé, ma la ripresa della lotta di classe raccordata al suo Partito storico e formale.

Dietro la sofisticata reazione dei neo-empiristi alla Colletti si nasconde la stravecchia solfa da seconda Internazionale, il meccanismo cui fa riscontro l’inevitabile lasciarsi andare alle «circostanze» da qualunque quadro si presentino, secondo il motto Bernsteiniano: «il movimento è tutto, il fine è nulla».

I giovani esploratori della FGCI

Caterve di «politologi» sono mobilitate per «decodificare» (e questo è il nuovo linguaggio per iniziati) tutto quello che riesce a far capolino dalla cupa atmosfera delle Botteghe Oscure, come è noto quartier generale del P.C.I. Ultima occasione di mobilitazione di questa non meglio classificata specie animale, i politologi appunto, è stata il Congresso della F.G.C.I., un vero e proprio festival di giovani ben inquadrati e saputi, sottili ed abili nell’imparare la lezione della furbizia e dell’ipocrisia, «culturalmente» preparati (ma noi abbiamo fin dal 1912 detto la nostra una volta per tutte sulla questione «cultura») in poche parole già «vecchi» e pronti a saltare sul cadreghino. Ma tutta l’attenzione, nonostante le esibizioni dei «boys» è stata puntata sul loro ex segretario Berlinguer che, forse per restare nel clima scoutistico ha sostenuto la necessità di «esplorare nuove vie» per una società «più progredita», contro un’applicazione «scolastica e dogmatica del marxismo».

Ora se c’è una cosa che il marxismo ha sempre considerata estranea al suo bagaglio teorico e alla sua lotta politica è proprio la generica «esplorazione», come dire la ricerca a tentoni di una qualche via per uscire dalla selva selvaggia che è la società borghese.

Il marxismo è il socialismo scientifico che segna la fine dell’utopia, della fantastica prefigurazione di società perfette, tanto ideali quanto inattendibili, in nome della scoperta, sul terreno dello scontro concreto delle moderne classi sociali, della leva per l’abolizione del modo di produzione capitalistico, e cioè la lotta di classe sotto la direzione e l’organizzazione del partito comunista. Altro che esplorazione o buone azioni quotidiane «contro le spinte disgregatrici» come Berlinguer chiama i conflitti sociali di classe sempre più acuti.

Naturalmente l’esplorazione non deve farsi alla cieca: la base da cui partire è ancora una volta la repubblica resistenziale da puntellare a tutti i costi, magari con qualche iniezione di «socialismo» dove è possibile. Nel corpo malandato della cara Patria non è tanto facile trovare un posticino dove fare il buco, ma i boy-scouts sono maestri nell’arte di «scoprire», padroni come sono delle leggi del «bosco», della natura inaccessibile e dei suoi segreti.

I politologi più smaliziati, di fronte alla sfrontatezza democratica di Berlinguer sono dovuti correre ai ripari per evitare che il gioco del partitaccio borghese (non imborghesito, come pensano gli sguaiati gruppetti) venisse scoperto e così sono andati a riscoprire citazioni dei padri dal marxismo che suffragherebbero le affermazioni del Conte Enrico.

La Nazione di Firenze, con il suo ineffabile Fisichella, è andata a cercare Engels che nel 1895 avrebbe, come oggi Berlinguer, fatto Canossa nei confronti della liberal-democrazia e sostenuto che, per ironia della storia, la società borghese sarebbe stata vittima non della violenza rivoluzionaria, ma della sua rete legale di organismi democratici e rappresentativi.

Niente di più falso e impudente: siamo nel clima della II Internazionale durante la lunga depressione del movimento operaio dopo il salasso culminato nel massacro della Comune di Parigi, quando il marxismo rivoluzionario non esclude la lotta per le riforme sociali come strumento per la ripresa della lotta armata della classe operaia.

La lettura dialettica dell’antagonismo tra borghesia e proletariato è tutt’altra cosa dalla facile e meccanica analogia tra momenti storici diversi: noi viviamo oggi quella che la Sinistra Comunista ha definito «controrivoluzione», determinata dalla sconfitta del movimento operaio durante e dopo il I Conflitto mondiale per opera della borghesia imperialistica e dell’opportunismo social-traditore.

Engels si riferisce ad una strategia necessaria per il partito rivoluzionario; ma il P.C.I. oggi non rappresenta altro che la sinistra borghese a tutti gli effetti. È questo il rospo da digerire; e ciò è duro per stomaci delicati tipo boy-scouts della F.G.C.I. o gruppetti ultrasinistri che al massimo possono fregiarsi del titolo di braccio armato della chiesa ecumenica, sotto-borghese, piccolo-borghese e borghese che culminano in quel fenomeno, stomachevole per i «veri» giovani rivoluzionari, che è rappresentato dallo stracciarolismo a buon mercato, a base di collette per i preti poveri e fiaccolate in favore delle più svariate «rivoluzioni nazionali», dal Cile, alla Spagna, alla Cecoslovacchia e via dicendo che, come si vede, fanno di ogni erba un fascio.

Lasciamo ai giovani della FGCI la buona azione quotidiana: i giovani che vogliono battersi per la rivoluzione comunista hanno una sola alternativa: disciplinarsi alla dura lotta di organizzazione e di direzione del Partito Comunista Internazionale.