Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1953/2

Niente in comune tra proletari e Parlamento

Se gli onorevoli ( e tutt’altro che rappresentanti del popolo) deputati e senatori si limitassero a duellare in Parlamento, come i cavalieri antichi, in nome e difesa della verginità democratica, non spenderemmo righe ed inchiostro a commentarne la tenzone, così come non spendiamo una sola lacrima sui non eroici bernoccoli che, nell’« epica» lotta, questo o quel montecitoriano si busca.

Ma, com’era previsto, i tutori della legalità costituzionale hanno chiamato e chiameranno sempre più in causa gli operai e, facendo leva sull’estremo disagio o addirittura sulla disperazione creati dalla mancanza ed incertezza del lavoro, mandano a farsi manganellare sulle piazze i proletari affinché sia ristabilita la venerabile purezza della Costituzione. In altre parole, gli operai dovrebbero combattere per il ritorno alla proporzionale pura che, nell’altro dopoguerra, fu la arma dell’inquinamento del partito e delle organizzazioni del proletariato, contro una proporzionale ”corretta” che serve a sua volta, dialetticamente, a scaricare nell’ambito delle istituzioni anzi a rabbiosa difesa di queste il fermento degli sfruttati. Il gioco delle due parti è unitario la conservazione del regime borghese: due volte ingannate sono le masse, e due volte bastonate. E purtroppo la situazione è tale che non è difficile profezia immaginare che, disorientata da un’assordante propaganda e consegnata da lunghi anni di sconfitte nelle mani dell’avversario di classe, la grande maggioranza degli operai abboccherà all’amo, cederà il proprio indomito spirito di battaglia al servizio degli interessi di conservazione del regime dominante.

I trotzkisti dicono: d’accordo, difendiamo la purezza della legge elettorale ma agganciamo questa lotta alle rivendicazioni minime della classe operaia. Bravi: è proprio questo che i partiti cosiddetti comunisti e socialisti faranno! E’ proprio l’indegno intruglio di rivendicazioni operaie mille volte giustificate e di rivendicazioni politiche esplicitamente borghesi che presenteranno allo esercito dei candidati alle dimostrazioni e alle botte, per indurli a combattere non in nome dei propri obiettivi di sfruttati ma in nome degli obiettivi degli sfruttatori, col risultato supplementare di farli naufragare in una battaglia ch’ essi sanno pregiudizialmente perduta e che non hanno nessuna intenzione di portare a fondo, se non per quel tanto di demagogia che può servire a condire il loro insipido piatto.

Se un partito di classe avesse oggi il potere di dirigere su scala nazionale le lotte del proletariato (e ciò significherebbe che i rapporti di forza si sono capovolti, e la classe operaia non è più disposta a lasciarsi affittare dai suoi negrieri), la parola d’ordine dovrebbe essere proprio la inversa: sganciate le vostre rivendicazioni economiche dalla lotta per il parlamento, per questo tipico istituto della conservazione e del dominio borghese, e agganciatele alla lotta per il rovesciamento degli istituti capitalistici, primo fra tutti l’istituto parlamentare; non cedete le vostre armi a chi vi chiama a combattere sul terreno opposto a quello della vostra classe; non difendete con la vostra energia e col vostro sacrificio lo Stato dei vostri padroni, ma attaccatelo; fate leva sulle vostre lotte economiche per trasportarle sul piano della lotta politica violenta contro il regime del profitto.

Verrà giorno in cui questa parola d’ordine s’imporrà, prima ancora che come direttiva del partito di classe, come spinta elementare della classe. Quel giorno non è oggi; ma lavoriamo perchè nei militanti operai si radichi, attraverso un processo che le condizioni obiettive rendono inevitabilmente lento e faticoso, la coscienza che fra lotte operate e ”battaglie parlamentari” non c’è continuità ma opposizione, che nulla hanno da spartire i proletari col baraccone di Montecitorio.

Di qua e di là

L’epurazione in corso nella Germania orientale ha ormai raggiunto una tale varietà di episodi, che neppure mette conto di seguirne i particolari: cadono come frutti marci dall’albero personalità ieri in vista del partito staliniano (il S.E.P. D.), dell’apparato statale, delle organizzazioni politiche fiancheggiatrici. Ma sfogliate i capi di accusa cercando di sfrondarne gli elementi banalmente romanzeschi, anzi rocamboleschi, e vi troverete un filo conduttore unico – la resistenza degli accusati all’assoluta subordinazione dell’apparato statale ed economico est-germanico ai voleri dell’Unione Sovietica, la negazione del ruolo dirigente internazionale di questa, l’affermazione della necessità di scambi commerciali e di contatti politici con l’Occidente. L’accusa è una: tradimento della causa orientale nella guerra fredda, collusione col nemico.

Quasi a farlo apposta, gli inglesi scoprono nella zona occidentale un’organizzazione filonazista che accusano di mirare, con l’appoggio delle istituzioni democratiche. L’accusa inversa: collusione col nemico d’oltre «cortina di ferro», tradimento della causa occidentale.

Lasciamo alla jungla del capitalismo senescente tutto ciò che vi è, in questi episodi, di fumisteria e di cinismo. Il fondo della questione è reale: uomini politici, dirigenti statali, cosiddetti pensatori ed uomini d’azione muoventisi nell’orbita del regime dominante e delle sue istituzioni non sono – per quanto si ammantino di ideologie pompose – che marionette al servizio dei burattinai dell’imperialismo; se smettono di servire l’uno, servono l’altro! Come un ago magnetico, dollaro e rublo attirano le grige pagliuzze di ferro che sono i grandi «uomini politici» della democrazia trionfante. Né stupisce che le pagliuzze attirate dalla calamita-dollaro siano più numerose di quelle attirate dalla calamita-rublo: la potenza del campo magnetico americano è superiore.

Non si veda, dunque, in questa orgia di «scoperte di spie» un fatto puramente teatrale; vi si veda un fondo terribilmente concreto. Pagliaccesco è il mondo borghese, pagliacceschi i suoi personaggi; servitori tutti del grande mostro imperialista. Il proletariato vi scorga non una menzogna ma una verità e una ragione di più per odiare la classe avversa e i suoi istituti.

Complotti russi - 200 milioni meno nove?

L’Agenzia ufficiale russa Tass ha diramato, il 13 scorso, un sensazionale comunicato sulla scoperta di una congiura ordita da un gruppo di medici russi. Nell’epoca dei romanzi a fumetti non stupisce ormai la granguignolesca inventiva della propaganda staliniana, per cui la lotta politica e lo scontrarsi feroce delle correnti di partito sono modellati artificiosamente sugli schemi di un «giallismo» deteriore, volto a sfruttare quanto di supina acquiescenza, di superstizione paurosa, di fanciullesca e selvaggia fantasia, alberga nelle menti primitive della massa anonima o si perpetua, nonostante le pretese acquisizioni scientifiche, sotto la corteccia «marxista-leninista» dei funzionari grossi e piccini dello stalinismo internazionale. Pensate, nove sanitari moscoviti, ammessi all’alto privilegio di curare la salute dei formidabili gerarconi del Cremlino, sarebbero stati scoperti improvvisamente in flagrante reato di congiura contro la vita dei loro assistiti, massimi dirigenti del partito e del governo staliniano. Evidentemente, tutto e tutti marciano inneggiando, in Russia, verso il comunismo; solo un gruppetto di reazionari, laureati nelle università del regime, ha inteso invertire la direzione, resuscitando addirittura i metodi dei Borgia…

Trascriviamo le parole del comunicato Tass, riprodotto dall’Unità (14-1-53):

«Qualche tempo fa – diceva il comunicato – gli organi statali di sicurezza hanno scoperto un gruppo di medici che si proponevano di attentare alla vita dei dirigenti sovietici mediante cure nocive. (Seguono i nomi di nove tra clinici, otorinolaringoiatri, neuropatologi, quasi tutti professori). I documenti, le inchieste, il giudizio dei periti medici e le confessioni (ci siamo!) degli arrestati provano che i criminali, nemici nascosti del popolo, assoggettavano i loro pazienti a cure nocive che ne minavano la salute… Utilizzando la loro posizione di medici e abusando della fiducia dei pazienti deliberatamente e vilmente minavano la loro salute, ignoravano intenzionalmente i risultati di visite imparziali, effettuavano diagnosi sbagliate, non corrispondenti alla reale natura delle malattie, e quindi uccidevano i pazienti con cure errate».

Alla storiellistica può darsi crisma di veridicità: i medici assassini, alleati della Morte contro gli ammalati, in Russia, sono una realtà inconfutabilmente provata con istruttorie formali di tribunali. Il «grande dirigente» buonanima Andrej Zdanov, crepato nel 1948, sarebbe appunto una vittima accertata dei biechi medici. Come nei romanzi gialli l’assassino viene infine scoperto dopo complicate indagini, la polizia segreta di Stalin, se è vero che ci ha impiegato ben quattro anni, nonostante la tremenda fama di onnipotenza e di onnipresenza, è riuscita finalmente ad avere partita vinta, assicurando al plotone di esecuzione i colpevoli. All’epoca, allorché si sparse la notizia del decesso di Zdanov, i servizi di informazione occidentali sciorinarono tenebrose storie di intrighi e di congiure di palazzo al Cremlino, che avrebbero provocato la morte del braccio destro di Stalin. Naturalmente, gli scribacchini della stampa staliniana (i Lajolo, i Pastore, gli Ingrao) si avventarono furibondi contro i loro degni compari gridando alla calunnia, esaltando la granitica compattezza del popolo russo attorno al partito staliniano. Oggi, debitamente imbeccati dai «cacciatori di medici assassini» operanti al Cremlino, fanno proprie le storie scandalistiche dei corrispondenti dell’I.N.S., della Reuter, dell’Ansa. Vuol dire che i poliziotti dei servizi segreti anglo-americani godono di vista più lunga dei loro colleghi moscoviti?

Già nel 1936, in verità, la propaganda stalinista aveva usato di simili storie, accusando i trotzkisti della morte, che sarebbe sopravvenuta per avvelenamento, di Massimo Gorki, e di due «uomini di Stato», Kuibyšev e Menžinskij. Anche allora furono additati come colpevoli dei medici. Fu il segnale delle epurazioni staliniane, sanzionate nelle farse dei processi di Mosca, che fino al 1938 dovevano annegare in un mare di sangue migliaia e migliaia di oppositori al mostruoso potere antropofago, instaurato dagli sbirri di Stalin, schifosamente difeso ed esaltato dai legulei sanguinari alla Vyšinskij. Il seppellimento definitivo delle conquiste storiche della Rivoluzione d’Ottobre e l’imprigionamento delle masse sotto la soffocante cappa dello sfruttamento capitalistico, portato al parossismo con l’inaugurazione dei piani quinquennali, non poteva farsi che mandando al muro, o a putrefare nei campi di concentramento, i lavoratori e i militanti rimasti fedeli, con più o meno chiaro senso della dottrina e della tattica, al comunismo marxista.

La buffonata suprema dell’incriminazione dei medici aprirà una nuova epoca di stragi e di persecuzioni? Nessuno può dirlo, benché sia certo fin d’ora che i presunti assassini di Zdanov appartengono ormai al boia. L’addebito loro mosso di aver operato al soldo dei servizi segreti anglo-americani e del sionismo internazionale non lasciano dubbi di sorta. La isterica propaganda della necessità della lotta contro le macchinazioni di spie e traditori annidati nello Stato, varrà ad alimentare la psicosi di guerra, a galvanizzare il «fronte interno», e servirà, nelle mani degli astuti machiavelli del partito e del governo stalinista, a giustificare nuovi giri di vite al tenore di vita e al regime di lavoro delle masse. Favorirà pure, l’accesa campagna contro l’ebraismo, (cinque dei nove medici sono ebrei) il delicato lavoro del settore del Ministero degli Esteri russo che mira ad accattivarsi le simpatie politiche degli antisemiti, specialmente di Germania e dei paesi arabi. Il fatto che il Governo di Israele abbia protestato per la speculazione antisemita del processo contro Slánský e compagni a Praga, ed oggi contro gli attacchi della stampa moscovita al sionismo internazionale, mostra che Mosca mira appunto ad apparire come amica dei nemici di Israele, secondo la falsariga inaugurata dal pangermanesimo, e utilizzata dai ministri degli Zar. E dire che i proletari furono chiamati dagli stalinisti a lasciarsi scannare nella seconda guerra mondiale per punire il regime di Hitler, tra gli altri crimini imputatigli, proprio del reato di «genocidio» consumato nella persona degli ebrei!

Molto più difficile, se non addirittura impossibile, è il dedurre dalla odierna montatura giudiziaria gli intrighi e le lotte di correnti che si agitano in seno al partitone stalinista. Per deviare i sospetti e i dubbi, che fatti come il processo di Praga e l’incarceramento dei «medici assassini» suscitano circa le asserzioni dei sicofanti ufficiali dello stalinismo, inneggianti alla inattaccabile compattezza della nazione russa attorno al governo, la Pravda tentava di spostare all’estero, fuori dei confini russi, il focolaio del complotto.

«Le classi sfruttatrici – scriveva la Pravda – sono state da lungo tempo sconfitte ed abolite nell’U.R.S.S., ma rimangono ancora sopravvivenze dell’ideologia borghese, sopravvivenze della psicologia e dell’etica della proprietà privata, rimangono i portatori delle opinioni e dell’etica borghese, nemici occulti del nostro popolo. Sono questi nemici nascosti che, appoggiati dal mondo imperialistico, continuano le loro criminali gesta». La Izvestija rincarava la dose. «Dopo la sconfitta e l’eliminazione dei residui delle classi sfruttatrici nel nostro paese – scriveva il giornale – la borghesia ha perso ogni appoggio all’interno dell’U.R.S.S. per la sua lotta contro lo Stato sovietico. Essa cerca tuttavia di utilizzare per propri fini le sopravvivenze del capitalismo nelle menti dei cittadini sovietici». I punti deboli e vulnerabili, in cui gli imperialisti occidentali cercano i loro agenti, la Izvestija li individua in «certi strati instabili dei nostri intellettuali, che sono infettati dal virus del servilismo verso tutto ciò che è straniero, dal virus del cosmopolitismo e del nazionalismo borghese».

Si può facilmente obiettare che la più istruttiva lezione di «cosmopolitismo e di nazionalismo borghese» fu impartita agli intellettuali russi proprio dal governo staliniano, passato a nozze con il governo di Hitler nell’agosto 1939, per poi divorziare a favore dei governi imperialisti di Washington e Londra. Si impartisce tuttora cercando avidamente nuove alleanze, applicando a fondo i canoni tradizionali della diplomazia borghese.

Ma le affermazioni più spudorate della stampa russa e dei suoi satelliti consistono nel presentare la «psicologia e l’etica borghese» come una merce di contrabbando insinuata in Russia dagli imperialisti di oltre confine. Non occorre invece emigrare dalla Russia per trovarne ad iosa le cause e le manifestazioni. Il commercio, l’affarismo, le speculazioni monetarie, il parassitismo dei «rentiers» prestanti allo Stato, il carrierismo insito nella minuziosa ed implacabile differenziazione dei salari e degli stipendi, lo stakhanovismo, la forcaiola arciborghese concezione e pratica dei rapporti familiari costituiscono, nel «Paese del Socialismo», le basi obiettive e il focolaio inestinguibile di tutti i vizi e i crimini, che sono propri degli ordinamenti sociali borghesi. Non basta. Tutta quanta la pratica del partito e del governo stalinista, totalitariamente imperante in ogni settore della vita pubblica e privata dei russi, contribuisce da quasi trent’anni, con la sua politica di malafede e di arrogante sfacciataggine, rinnegante oggi quello che santificò ieri, svolgentesi continuamente mediante voltafaccia, autosconfessioni, bruschi ed inopinati cambiamenti di rotta, ad alimentare la pubblica corruzione, ad allevare generazioni di politicanti pronti ad ogni compromesso, assolutamente privi di scrupoli, tanto meno di principii. La corruzione e il tradimento fermentano entro gli stessi sacri confini della Russia, nella società di sfruttamento e di oppressione di classe che si tenta di mascherare con la bandiera rossa e la fraseologia marxista. Nel regno del denaro, sia esso espresso in dollari che in rubli, non può non disfrenarsi la corsa alla tesaurizzazione: nel regno del privilegio autocratico, le feroci lotte di ambizione personali e di correnti.

I gerarchi di Stalin si dilaniano a vicenda? Non è ancora vendicato con questo il sangue di milioni di proletari sacrificati dallo stalinismo.

Marty pianga se stesso

La requisitoria svolta da Léon Mauvais al comitato centrale del P.C. francese contro Marty permette di vedere un po’ più chiaro nella clamorosa faccenda dell’espulsione dell’«eroe del Mar Nero».

Spogliato del solito e grottesco armamentario scandalistico delle accuse, Marty ci appare come il militante partigiano che conserva, a funzione finita, la spinta ribelle, e s’illude che questa abbia una esistenza e una ragione sua al di fuori dei limiti rigorosamente tracciati dalle forze dominanti dell’imperialismo.

Fiero della propria azione di guerra, nega il «ruolo dell’Unione Sovietica nella liberazione della Francia»; confondendo il partigianismo e un’oscura ribellione popolare al regime dominante, si oppone nel 1944-45 alla cessione delle armi e allo scioglimento delle milizie patriottiche, e pensa che «il partito dovesse dare allora l’ordine di prendere il potere»; uomo d’azione, non concepisce il «partigianismo per la pace».

È l’attivista confusionario che non sa imboccare il cammino di classe e, scegliendo quello dell’antifascismo e del bellicismo «liberatore», pretende di volgerlo a fini diversi da quelli delle potenze militari di cui è in realtà servo, e alle quali deve cedere le armi.

È la vittima della sua stessa confusione: non è stato francamente e fino in fondo né per l’imperialismo né per l’anti-imperialismo. È travolto dall’ambiguità del suo attivismo brancolante; e siamo certi che la «lezione» non servirà che a farne ancor più una foglia al vento. O di là o di qua: Marty è stato di là con insofferenza, col prurito di evadere alla morsa della guerra pur facendo la guerra. La guerra è passata su di lui. Morto al suo passato rivoluzionario, ha perduto anche i galloni della democrazia «liberatrice».

Così succede, ed è storicamente necessario.

La lobbia di Eisenhower

La « rivoluzione » agli Stati Uniti! Eisenhower si presenta alla cerimonia dell’insediamento alla Casa Bianca non in cilindro ma in lobbia.

L’episodio è banale e tutt’altro che rivoluzionario, checchè ne dicano i giornali, ma esprime qualcosa di interessante, un po’ più in piccolo la stessa cosa della nomina a ministro del Lavoro di un dirigente sindacale. Né esprime soltanto un tentativo demagogico di « andare verso il popolo », di presentarsi come ultrademocratico; – esprime la continuità profonda della politica americana ad onta dei cambi della guardia. Non sono andati ripetendo i grandi periodici, come Fortune (legati al big business), che, nonostante l’esito delle elezioni, quanto ha fatto il New Deal rooseveltiano e quanto ha fatto il Fair Deal trumaniano rimangono, nella storia degli Stati Uniti, una realtà acquisita, un dato di fatto immodificabile?

Mettendosi in lobbia. Eisenhower si mette nei panni dei suoi predecessori, così come Roosevelt, mettendo nel 1933 il cilindro, si poneva a continuatore e custode della politica generale della classe dominante. E’ dunque, il gesto di Ike, proprio l’opposto di una rivoluzione; un gesto di ben calcolata conservazione. Ma andate a farlo capire ai pennivendoli!

Con o senza legge-truffa

Decidere, una volta in alcuni anni, quale membro della classe dominante andrà ad opprimere e schiacciare il popolo nel Parlamento, ecco la vera essenza del parlamentarismo borghese, non solo nelle monarchie parlamentari costituzionali ma anche nelle Repubbliche più democratiche.

(Lenin, Stato e Rivoluzione).

Sangue e ancora sangue contro dollari

Quotidianamente, la stampa staliniana lancia feroci strali contro i governi infeudati al super-Stato statunitense, biasimando con parole di fuoco la compravendita di carne da cannone che l’imperialismo americano, tramite i finanziamenti di Stato, effettua nella parte del pianeta che più o meno intimamente controlla. La predica non può dirsi ingiusta, ma da qual pulpito viene?

Recentemente, in una dichiarazione resa alla stampa, il senatore democratico Pat Mac Carran affermava che negli ultimi 12 anni, praticamente dallo scoppio della seconda guerra mondiale, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato lo stanziamento della «somma fantastica di 100 miliardi di dollari per gli aiuti agli altri Paesi» come risulta da un rapporto della sottocommissione per gli stanziamenti da lui presieduta. Una cifra astronomica, se espressa in povere lirette: decine e decine di migliaia di miliardi. Il tutto sparito nelle fauci della guerra gigantesca. Ma il meravigliato senatore non spiegava a chi sono andati gli utili di codesto immenso investimento nella redditizia industria che è la guerra imperialistica.

Sfortunatamente la stampa da cui deduciamo queste informazioni non pubblicava la distinta dei versamenti di dollari, limitandosi a citare i casi dell’Inghilterra e della Russia sovietica. La Gran Bretagna ha beneficiato di poco meno di un terzo degli aiuti complessivi concessi, ossia di 31.559.000.000 di dollari. Alla Russia, cioè allo Stato che oggi dirige la campagna mondiale contro la supremazia finanziaria e militare degli Stati Uniti, sono andati 11 miliardi e 241.000.000, per la maggior parte in base agli affitti e prestiti. Notizia non nuova. È noto a tutti che il Governo di Stalin ha finanziato in parte lo sforzo bellico russo con materiali strategici e rifornimenti, tra cui quelli concessi dall’U.N.R.R.A., con i dollari degli odiati (attualmente) nemici di Wall Street. Del resto in fonti ufficiali e ufficiose di parte staliniana si trovano agevolmente ammissioni in merito. Anzi, si tende a presentare l’indebitamento russo verso l’America come una astuta mossa tattica (quante ce ne hanno propinate in trent’anni!) diretta a utilizzare le armi del nemico contro esso stesso. Non ci fermeremo a dire che un tale artificio propagandistico potrebbe essere adoperato pure dagli stessi governi «atlantici» che ricevono odiernamente gli aiuti M.S.A. In fondo costoro non sostengono che gli aiuti americani servono principalmente a garantire l’indipendenza nazionale e la sovranità degli Stati? Sembra a taluni che lo stalinismo sia il caposcuola dell’inganno demagogico e dei falsi propagandistici, ma costoro riflettono su tutte le ricette ciarlatanesche che lo stalinismo apprende dal politicantismo tradizionale?

Non regge la tesi che la Russia rifiuti di saldare i debiti con Wall Street, come disgusta profondamente la spudorata ipocrisia del governo statunitense presentantesi come la vittima della solidarietà cristiana e della ingenuità filantropica. Che i russi abbiano pagato i debiti contratti con l’America, e come!, stanno a provarlo le decine di milioni di morti di parte russa nell’immane conflitto e le apocalittiche distruzioni materiali provocate dalle armate tedesche: il conto quadra perfettamente. Se oggi l’America spadroneggia da Berlino a Tokio e da Narvik a Città del Capo, ciò si deve in parte ai generali russi. In parte, diciamo, dato che altri hanno svolto lo stesso lavoro di braccio secolare dell’imperialismo americano, reclutatore opulento di carne da cannone. Gli affitti e prestiti, di rooseveltiana memoria, sotto altre forme ed etichette, continuano, né la furibonda opposizione russa riesce a realizzare altro effetto che non sia quello ritardatore, proprio dell’ostruzionismo. I «sottili» distinguo dei raffinati machiavelli del Cremlino cadono in frantumi di fronte alla realtà. I 100 miliardi «sacrificati» dalla antifascista e progressiva amministrazione di Roosevelt, amica ed alleata di guerra di Mosca, fruttano grossi interessi agli eredi repubblicani, cui spetta il compito di radicalizzare la repressione contro i rivoltosi (nel senso borghese) di Mosca. Mentre il planisfero va coprendosi di basi aero-navali americane, si disvela il fondamento bluffistico delle campagne propagandistiche del Cominform. La Russia è assediata. Cioè, l’America non si ritiene ancora quietanzata.

Retroscena dell’alleanza anglo-americana

I rapporti tra Stati Uniti ed Inghilterra, dietro la facciata della amabilità diplomatica, continuano innegabilmente a tendersi. L’ex leader del capitalismo mondiale, regnante con formidabili flotte su tutti i mari, che accentrava a Londra i traffici commerciali e le transazioni finanziarie del mondo, male si adatta al ruolo di seconda potenza impostagli dalla traboccante strapotenza degli Stati Uniti. Nel suo recente viaggio in America, Churchill, il vecchio lupo sdentato dell’imperialismo britannico, in varie occasioni si è lasciato andare a pungenti botte polemiche sull’atteggiamento del governo di Washington riguardo alle pressanti richieste di appoggio rivoltegli dal Governo di Londra. La spina confitta nel cuore del capitalismo inglese è lo stato fallimentare della bilancia dei pagamenti, le tremende difficoltà che il commercio inglese incontra nella snervante fatica di Sisifo della corsa al pareggio delle importazioni e delle esportazioni. In altri tempi, i finanzieri della City risolvevano problemi del genere con l’appoggio della flotta di S. Maestà Britannica, i cui cannoni costituivano l’argomento più convincente dei commessi viaggiatori della industria inglese. Ma oggi? A stento sono riusciti a conservare a capo della flotta inglese nel Mediterraneo un ammiraglio inglese.

Recentemente, a qualche giorno dagli abboccamenti di Churchill con Eisenhower il Cancelliere dello Scacchiere (Ministro del Tesoro) Butler ha concesso al periodico statunitense U.S. News and World Report una intervista, impostata apertamente su un preciso ricatto al Governo americano. In sostanza, Butler ha posto brutalmente il dilemma ricattatorio: o gli Stati Uniti attenuano le restrizioni alle esportazioni inglesi in America, oppure debbono ingoiare il rospo dell’espansione dei nostri traffici commerciali con la Russia e le democrazie popolari. Come è noto, i paesi legati dal Patto Atlantico sottoscrissero a suo tempo all’impegno di astenersi dal vendere a Mosca e alle capitali satelliti merci di importanza «strategica». Né l’America è disposta a transigere su tale punto.

«Il nostro commercio con i Paesi al di là della cortina di ferro – dichiarò testualmente Butler – è limitato a determinate categorie di merci. Questo è stato deciso d’intesa con i nostri alleati della N.A.T.O. Ma se non potremo procurarci le merci da altre fonti, e se non potremo pagarle (una condizione importante, visto che, da altre fonti, con ogni probabilità, dovremo pagarle in dollari) potremmo fare a meno di quelle provenienti da oltre la cortina di ferro solo con serio danno per la nostra economia in generale, e per i rifornimenti alimentari che occorrono al nostro popolo… Continueremo ad osservare l’intesa che abbiamo concluso con i nostri alleati. Ma ci riserviamo, entro questo limite, di decidere che cosa più ci convenga di fare per determinate merci in qualsiasi determinato momento».

Purtroppo, quello che per Londra dovrebbe essere un ricatto, in realtà costituisce una minaccia a vuoto, un bluff. Le richieste fatte a Washington si possono catalogare in due ordini: 1) abbassamento delle tariffe doganali americane allo scopo di permettere l’afflusso di merci inglesi sul mercato nazionale americano; 2) sovvenzioni in dollari, dirette o attraverso il Fondo Monetario Internazionale. Esisterebbe una terza alternativa, e cioè l’aumento del prezzo dell’oro, che dal 1934 è rimasto invariato a 35 dollari per oncia: acconsentendo a pagare un prezzo superiore, gli Stati Uniti, che sono i maggiori acquirenti di oro del mondo, farebbero salire i ricavati in dollari dei Paesi produttori di oro del Commonwealth, in testa ai quali sta il Sud Africa. Riguardo all’abbassamento delle barriere doganali e all’aumento del prezzo dell’oro il governo di Londra non ha nulla da sperare: gli americani sono incrollabilmente fermi sulla negativa, e si capisce il perché. Però rimane possibile la concessione, tramite il Fondo Monetario Internazionale, di crediti atti a finanziare gli scambi internazionali, di cui si gioverebbero l’Inghilterra e il Commonwealth.

Ma perché le affermazioni di Butler, tendenti a far apparire la Gran Bretagna in grado di sottrarsi alle restrizioni e ai controlli americani, costituiscono un bluff? Egli minacciava di contravvenire agli obblighi assunti con gli Stati Uniti, aumentando il volume delle esportazioni britanniche oltre la cortina di ferro. Ma in pratica in che misura sarebbe possibile attuare la minaccia? Dopo di aver annunciato che il consumo civile sarà inferiore in Inghilterra del 2 o del 3 per cento rispetto al 1950, il che sarà ottenuto evidentemente riducendo ancora le importazioni, già decimate nell’anno scorso, e dopo di aver fatto notare che gli investimenti civili (cioè non interessanti l’industria di armamenti) sono stati mantenuti all’incirca al livello del 1950, Butler aggiungeva: «Nonostante tutto questo, le nostre più promettenti industrie di esportazione sono state gravemente ostacolate. Parlo delle industrie produttrici di beni strumentali, per le quali è avvenuto che, proprio quando il peso del riarmo si abbatteva in pieno su di loro, le loro possibilità di crescita sono state fortemente rallentate dalla scarsezza di materie prime per fabbricare l’acciaio. Perciò esse hanno dovuto rifiutare sostanziali ordinazioni dall’estero e dilazionare di molto la data di consegna oltremare. In tutti i mercati del mondo ci siamo trovati così in grande e continuo svantaggio ed abbiamo perso molti affari, a vantaggio dei nostri concorrenti, compresi la Germania e gli Stati Uniti».

Quale tristezza nelle parole degli ex-dominatori del mondo! E quale contrasto! Gli stessi concorrenti commerciali, gli Stati Uniti, i quali non esitano a soffiare affari ai loro cari soci ed alleati, dovrebbero offrire le loro cure gratuite alla economia britannica! Purtroppo, in regime borghese non c’è cosa che possa ottenersi senza l’impiego della forza materiale economica. La minaccia di accordarsi con la Russia, seppure possiede una carica propagandistica non indifferente e tale da innervosire il Dipartimento di Stato, in realtà viene da una pistola scarica. Infatti, le maggiori importazioni di generi di consumo dalla Russia e satelliti potrebbero essere pagate dall’Inghilterra solo con maggiori esportazioni «in loco» di beni strumentali, in genere articoli industriali. Ma è proprio la scarsità di acciaio, lamentata così accoratamente da Butler, che si oppone all’ambizioso progetto. Nessuno ha dimenticato che l’anno scorso Churchill dovette varcare l’Oceano ed andare a chiedere a Truman la concessione di un rifornimento di acciaio, che fu accordato. Altra alternativa consiste nella riduzione delle spese di riarmo, e già nello scorso dicembre il governo conservatore fece delle dichiarazioni in tale senso. Ma il decadimento del potenziale militare non si ripercuoterà dannosamente sul prestigio commerciale della perfida Albione?

Compiti e difficoltà dell’avanguardia comunista in Francia

(Dal gruppo di Parigi)

La Francia è certo il Paese in cui si sono manifestati in seno al proletariato il maggior numero di gruppi, sottogruppi e gruppetti, senza contare gli individui, le cosiddette ”personalità” che vivono, nella migliore delle ipotesi, ai margini ma più generalmente al di fuori del frastuono quasi sempre sterile di questi gruppi, sottogruppi e gruppetti. Tutti si proclamano, a sentirli, i migliori interpreti della concezione rivoluzionaria: ma che cosa ne è rimasto, di tutti questi marxisti? Nulla.

Hanno forse lasciato, almeno in un’infima minoranza di militanti marxisti francesi, gli insegnamenti atti a trasmettere alle nuove generazioni un insieme di nozioni fondamentali affinché possano lavorare al ”compito della formazione” del partito di classe? Anche su questo punto la risposta è negativa.

Nel corso dell’ultimo venticinquennio, l’attività di questi gruppi e gruppetti è stata ed è negativa perché le loro posizioni non riflettono le posizioni fondamentali del programma rivoluzionario – programma che si esprime solo attraverso la fedeltà alle tradizioni di classe e sempre in vista della formazione del partito di classe. È questo che essi non hanno capito e continuano a non capire. In particolare, non hanno capito che la milizia comunista è inseparabile dalla coerenza e continuità di un certo numero di posizioni politiche definitivamente acquisite. Al contrario, quello che capiscono molto bene è il bisogno di discutere e ridiscutere fino all’esaurimento e, quando non se ne può più, quando la confusione sconvolge la mente, allora si cambia aria e… posizioni.

Così, in tutto il corso della loro esistenza, in questi gruppi, sebbene inconcludenti e incapaci di chiarire i problemi sollevati, regna un certo numero di feticci, di ”dada”, che tornano periodicamente a galla. Per esempio: bisogna spiegare con chiarezza la natura dello Stato russo, dire se la sua economia funziona come quella del capitalismo o se si tratta di qualcosa di diverso ecc. Poiché – dicono – non è né capitalista né socialista, dovrà dunque essere altra cosa: burocrazia, capitalismo di Stato o addirittura Stato concentrazionista e poliziesco. Analisi scientifiche, studi economici e, soprattutto, necessità di discutere all’infinito, ecco il risultato e i compiti che i militanti dovrebbero assolvere. L’ultimo arrivato, ”Socialisme ou Barbarie”, non si presenta male per attirare l’ammirazione di qualche impaziente cercatore di ricette. Sui problemi post-rivoluzionari, lo stesso criterio prevale nella mente di questi cosiddetti comunisti. A parole ammettono la necessità del potere politico, sembrano capire che, con la rivoluzione vittoriosa, la classe nemica non sarà immediatamente distrutta; ma non ammettono né vogliono ammettere che, per distruggere la società di classe e dare all’umanità la possibilità concreta di liberarsi definitivamente da ogni oppressione fisica o mentale, l’intelaiatura ideologica e organica del partito di classe è necessaria e indispensabile. È solo sotto la sua energica direzione e il suo intervento negli sviluppi della trasformazione rivoluzionaria che la classe degli sfruttati potrà realizzare i suoi fini.

Lo stesso dicasi per il problema del partito: se ne riconosce la necessità, ma se ne contesta la funzione; si vuole lo strumento, ma in vetrina. Un partito, sì, come organismo di consiglieri, di gente che dà il buon esempio, ma non come organo di coercizione, non come organismo che detta la via da seguire e, in date circostanze, la impone con la forza. A queste posizioni programmatiche confermate dall’esperienza si risponde che la degenerazione della rivoluzione russa, il trionfo dei funzionari e insomma il dominio della burocrazia hanno chiuso il periodo di validità di quelle affermazioni e che avanzarle significa riaprire la via ad uno sviluppo analogo. È sulla base di questi principi maldigeriti e malcompresi che un certo numero di energie di valore del militantismo rivoluzionario sono state, in Francia, perse e disperse: comunque è certo che hanno favorito la passività e insofferenza che sono il frutto dello scoramento.

La triste eredità dei gruppi di avanguardia nel settore francese lascia questo proletariato nel buio più completo. È vero che il buio è generale; è un fatto incontestabile, la classe avversa ha vinto su tutti i fronti. Ma è del settore francese che qui ci occupiamo: data la mancanza di continuità nei concetti fondamentali negli uni e l’indifferenza e la confusione negli altri, è facile capire l’enorme difficoltà o la quasi impossibilità in cui si trovano alcuni giovani militanti di assicurare perfino l’uscita di una modesta pubblicazione sotto forma di bollettino.

Come uscirne? Come trovare la bussola che indichi ai pochi comunisti di sinistra ora in Francia la via da seguire?

I marxisti sono internazionalisti per principio. Le lotte della classe operaia che si manifestano in un dato settore, per ragioni ben precise, l’esperienza di queste lotte e i loro riflessi determinano l’insegnamento dal quale i comunisti di sinistra hanno sempre derivato il loro atteggiamento e stabilito il loro programma internazionalista di lotta. È dunque nel quadro internazionale che deve situarsi la bussola, e in quale settore se non in Italia, dove, da 30 anni, lotta un partito proletario rivoluzionario? Esso è il solo ad esprimere, nel mondo di oggi, la continuità delle concezioni fondamentali del marxismo; è anche il solo a svolgere un’opera di chiarificazione mediante la sua spiegazione delle cause che hanno portato al trionfo della controrivoluzione. È lì il solo esempio che pochi militanti francesi possano trovare e approfondire se vogliono essere gli elementi-base del partito di classe di domani.

I servi negri

Sapere, rivista di divulgazione scientifica, ha pubblicato una corrispondenza dell’etnografo A. Manduit dall’Africa del Sud, precisamente da Johannesburg, capitale del Transvaal e dell’oro. Ne citiamo qualche brano:

«Questa capitale del Transvaal, di un milione di abitanti di cui metà sono negri, sorge a 2000 metri di altitudine. È una delle più brutte città del mondo, città senza anima che attinge le sue radici nell’oro che l’ha fatta sorgere e la fa tuttora vivere… Se il centro della città è brutto, verdeggiante è invece l’immediata periferia, ove sorgono abitazioni e villette destinate ai bianchi. Oltre questa cintura se ne stende una seconda ove sorgono orrendi tuguri destinati ai ”natives”, cioè ai negri, che per spostarsi dalla zona loro assegnata devono esibire un lasciapassare controfirmato dal loro datore di lavoro.

«Questi tuguri per i negri – a Moroka, per esempio, sono parcheggiati 6000 individui – sono costruiti con lamiere, stracci, sacchi di juta, tutto ciò che il bianco butta via e che può ancora servire a proteggere contro il freddo – che a questa altitudine è frequentemente pungente – e contro la pioggia che, nella stagione delle piogge, perdura incessante per giorni e giorni.

«Johannesburg è costruita sul giacimento aurifero più importante del mondo. Questo giacimento, associato a rocce sedimentarie, forma una specie di conca. Gli orli essendo naturalmente più vicini alla superficie, le miniere periferiche sono meno profonde di quelle del centro che raggiungono i 3000 metri di profondità.

«Nel 1910 si estraevano 200 kg d’oro fino all’anno. Nel 1940 la produzione salì a 400.000 kg.; a tale segno che per evitare un rinvilio del metallo giallo si dovettero temporaneamente chiudere le miniere.

«Dall’esterno si riconosce subito il sito di una miniera per gli enormi cumuli di sabbia, vere piramidi che sorgono perfino al centro della città. Nelle gallerie sotterranee lavorano 300.000 negri per il ”regale” salario di 2 scellini al giorno, 160 lire circa. È poco, assai poco, anche se si considera che il minatore negro è ”nutrito” e ”alloggiato”. Gli utili delle compagnie sfruttatrici sono assai più copiosi! (Tralasciamo alcuni pezzi sui rapporti ”coscienti” che corrono tra minatore bianco e miniera in linea generale). «Gli uomini neri che penano nelle gallerie aurifere col petto nudo grondante di sudore in una atmosfera soffocante, sembrano fantasmi silenziosi e disperati. Da 5000 tonnellate di materiale grezzo faticosamente portato alla superficie, si ricavano una trentina di kg. d’oro, che in forma di lingotto verrà nuovamente seppellito nei forzieri. A giornata compiuta il ”native” ritorna al suo accampamento, al suo tugurio. Attraverso una porta, scorgo un vano di 20 o 30 metri quadrati, con disposte qua e là 20 o più cuccette sovrapposte: questo vano costituirà per 14 mesi – durata dell’ingaggio – il focolare del minatore negro. Dopo 14 mesi, se si sarà privato di tutto ciò che può rendere sopportabile la vita, se non avrà ceduto alle mille tentazioni cui può soccombere un essere primitivo, avrà risparmiato sì e no 40.000 lire. Dicono poi, che è molto per un negro».

L’Inghilterra, blasone del capitale socialisteggiante che si atteggia a campione di libertà ed umanitarismo, mostra qui la sua cruda essenza, la sua brutale funzione: spremere profitto dando al proletario il minimo indispensabile per rigenerare le energie spremute nel massacrante lavoro svolto nei labirinti del sottosuolo, a 3000 metri di profondità. Una dimostrazione di più dell’inconfutabilità della tesi marxista, che la società del capitale ha un unico fine: il profitto ricavato dallo sfruttamento della forza lavoro; e tutto ciò che di innovazione si è avuto nel suo seno l’ha fatto non per fini umanitari, ma per la propria conservazione, per riaddormentare i proletari che minacciavano di rovesciarla.

A questo fine si creò una casta proletaria semi-privilegiata che si eresse a puntello del sistema, si operarono a tempo debito le varie riforme e riformette che illusero la classe operaia, mentre non servivano che a ribadirne le catene. Lo Stato, in veste socialista o no, finché manovra il capitale non ha che il compito di proteggere il privilegio con la mitraglia e, quando non lo può con questa, con la riforma.

Così avverrà per le masse di proletari del Sud-Africa se si lasceranno guidare dalle varie correnti riformiste o nazionaliste: la liberazione dei proletari bianchi o neri avverrà solo quando, al di sopra dei pregiudizi di razza e di nazionalità, essi distruggeranno l’ordine costituito per l’instaurazione della dittatura proletaria.

I trotskisti e Stalin

Nessuno è più cieco di chi non vuol vedere. Ai trotzkisti di Bandiera Rossa era stata offerta l’ennesima occasione di strapparsi dagli occhi, non dico la benda, ma le cateratte, per cui la loro visione di tutto ciò che è russo risulta grottescamente deformata, e di cominciare, non dico a capire l’essenza della struttura sociale made in U.R.S.S., ma a revocare in dubbio talune delle loro insostenibili posizioni di principio. Quale occasione, infatti, migliore della pubblicazione sul moscovita «Bolshevik» dell’ormai famoso saggio di Stalin circa i «Problemi economici del socialismo nell’U.R.S.S.»? I trotzkisti hanno sempre fantasticato di una inesplicabile sovrapposizione, nel regime staliniano, di una «politica» controrivoluzionaria e conservatrice, espressa e sostenuta dalla famigerata burocrazia statale presentata come classe dominante, ad un’ipotetica produzione socialista, proletaria, rivoluzionaria. Invero, giammai hanno saputo spiegare come da una struttura produttiva socialista possa scaturire un tipo di organizzazione sociale, quale quella russa, in cui al di sopra e contro il proletariato urbano si eleva il privilegio di ceti proprietari e mercantili e, al vertice della piramide sociale, appunto la famosa burocrazia staliniana. Tuttavia continuano a predicare sul «socialismo» dell’U.R.S.S., lo «Stato operaio degenerato», la difesa dell’U.R.S.S. ecc. Imperdonabile è che continuino a farlo dopo che Stalin, mettendo da parte una volta tanto le questioni di «tattica» relative all’azione politica dei partiti comunisti operanti in Occidente, su cui ogni sbizzarrimento se non perdonabile, è possibile, si dava, nel citato saggio, a definire i caratteri dell’economia interna russa, a fare il punto sul corso storico dell’evoluzione sociale dell’U.R.S.S. Per chi sa intendere, Stalin faceva affermazioni tali da non lasciare dubbi, per i marxisti, sul carattere intrinsecamente capitalista dell’economia russa, sforzandosi naturalmente di truccarne il contenuto con frasario marxista. Pure i sapientoni di Bandiera Rossa o non hanno saputo raccapezzarcisi oppure hanno letto il «documento», alla pari degli intellettuali del P.C.I., come una enciclica papale, innanzi a cui i fedeli non possono che prosternarsi.

Veramente non tutto il saggio è stato digerito dai redattori di Bandiera Rossa. Qualche critica si sono arrischiati a farla, ma, guarda un po’, proprio alla parte trascurabile, in ogni modo secondaria, vale a dire alla sensazionale profezia di Stalin che la guerra tra gli Stati capitalisti è più probabile che una guerra tra gli Stati capitalisti e l’U.R.S.S. (supponendo che la Russia non sia anch’essa uno Stato capitalista). Tutta la stampa mondiale entrò in stato di emergenza per l’«impressionante» previsione di Stalin. L’epidemia non ha risparmiato i trotzkisti. Del vasto materiale probante dell’intero saggio, da cui avrebbero potuto trarre la documentazione originale dell’evoluzione capitalista della Russia, lor signori hanno fatto un solo boccone, trovando tutto saporito e salutare. Un solo ossicino gli è andato di traverso. Più stalinisti di Stalin, essi non possono pensare che la guerra fermentante nelle viscere della società borghese mondiale, non possa dirigersi contro l’U.R.S.S., preteso baluardo della rivoluzione antiborghese. Ma perché tanta fregola di leggere nel futuro? Non diciamo che sia indifferente, in quanto all’influenza sull’evoluzione storica del capitalismo, il diverso configurarsi del fronte e delle coalizioni in conflitto in una futura probabile guerra imperialistica. Ma ripetiamo: perché nei trotzkisti tanta sensibilità verso ciò che riguarda il futuro immediato o remoto? Semplice: perché sono impotenti a decifrare il presente, ciò che è attuale e operante in Russia ed altrove. Altrimenti avrebbero, invece di passarle sotto silenzio come ovvie, sottoposto a rigorosa critica le affermazioni di Stalin sui caratteri dell’economia russa. Noi non abbiamo dovuto attendere certamente le confessioni (che tali sono nonostante le falsificazioni di rito) fatte da Stalin sul camuffato carattere privatistico dell’appropriazione dei prodotti nel vasto campo della produzione agricola colcosiana e in quello della piccola e media industria e delle aziende commerciali, sul fondamentale carattere capitalista anche della grande industria, in quanto produttrice di merci, ad onta della proprietà statale dei prodotti e dei mezzi di produzione, sulla tesaurizzazione, sul commercio del denaro, sul salariato, ecc., non abbiamo dovuto attendere le preziose ammissioni di Stalin su tutto ciò per definire la nostra valutazione dell’economia vigente in Russia. Bastava rifarsi all’ABC del marxismo.

Ma i trotzkisti, oltre che esimii incompetenti delle dottrine economiche del marxismo, sono (quel che è peggio per loro) pessimi strateghi della lotta rivoluzionaria, e la prova ne è fornita dalle concezioni veramente esilaranti che essi hanno della lotta di classe. La loro tesi della difesa dell’U.R.S.S., la loro parola d’ordine che la Russia di Stalin va difesa, in pace e in guerra, dall’aggressione degli Stati nemici, mediante la mobilitazione delle masse operaie, urta inevitabilmente con la realtà economica della Russia. Ma nemmeno ammettendo, per ipotesi, come loro pretendono, che l’U.R.S.S. sia il «Paese del Socialismo», sì pure contaminato e soffocato dalla diabolica burocrazia, si riesce a giustificare la serie di parole d’ordine e di misure tattiche, che loro definiscono pomposamente «lotta di classe». L’U.R.S.S., loro dicono credendo di opporsi a Togliatti, si difende con la lotta di classe. Ma andando a vedere come essi intendono la versione in pratica di tale posizione, si rimane sbalorditi: è lo stesso programma, la stessa tattica di Togliatti e Di Vittorio: lotta contro il riarmo (che pretendono: uno Stato borghese che getti via le armi?) contro la negazione dei diritti (quali?) degli operai, contro l’aumento della ferma, contro il carovita, e (dulcis in fundo) contro la truffa elettorale preparata dal Governo De Gasperi. Dal che si deduce che la legge elettorale, basata sul sistema della proporzionale, è… un mezzo della lotta di classe. Hanno mai saputo i signori trotzkisti di Bandiera Rossa che, nel 1919, l’introduzione della proporzionale, voluta dal governo borghese, fu un valido strumento per rafforzare le correnti riformiste e massimaliste del proletariato italiano, scaraventando nel bordello di Montecitorio ben 150 deputati socialisti, che così erano definitivamente perduti alla lotta di classe, cioè all’insurrezione armata? E forse che la mera lotta per il miglioramento delle condizioni di vita degli operai costituisce un atto della lotta di classe quando coloro che dirigono le rivendicazioni sono impestati di democraticismo o confondono le misure del capitalismo di Stato, per la cui realizzazione chiamano gli operai a lottare ed anche a morire (come avvenne in Bolivia per la nazionalizzazione delle miniere di stagno) con i rivolgimenti sociali del socialismo?

La verità è che se i trotzkisti di Bandiera Rossa meritano il minimo punto in materia di dottrine economiche marxiste, sono meritevoli di altrettanto in quanto a strategia rivoluzionaria. Credono di essere i paladini della lotta di classe. Fanno invece una volgare politica di partito. Cioè, non lotta di classe ma gioco a scacchi di partito. Politica. Ahimè, politique d’abord!

Comunismo marca Stalin

« Pensavamo che il pagare il massimo dei salari fosse socialistico. Ciò è assolutamente falso. Ciò.contrasta con la legge socialista di pagare secondo il merito, secondo il lavoro eseguito. Neppure nella società comunista, quando ricompenseremo a seconda della necessità, potremo evitare in un certo senso tale legge. Tanto più dobbiamo tenere presente la questione del valore del lavoro eseguito durante la costruzione del socialismo, e renderci conto costantemente se la ricompensa è pari al lavoro eseguito ».

(Zapotocki, discorso del 22 dic. 1952 al Comitato Cenarale dei Sindacati).

Federazione europea = Santa Alleanza

«Un altro elemento che, se attuato potrà esercitare una notevole influenza in senso federalistico, è costituito dal potere d’intervento riconosciuto alla Comunità politica allo scopo d’assistere le autorità di uno Stato membro a mantenere all’interno, in caso di minaccia rivoluzionaria, l’ordine costituzionale, le istituzioni democratiche e le libertà fondamentali. Questa più stretta solidarietà in campo politico varrà certamente a rafforzare i vincoli federativi tra gli Stati membri della Comunità ».

(Relaz. Internazionali, 17-1-53. a proposito dell’Assemblea pre-costituente europea di Strasburgo, 7-10 gennaio).

Capitalismo classico, socialismo romantico

Così parlò Baffone

Pure stando agli antipodi della mania dell’attualità abbiamo dato un grande rilievo alla diffusione, verso la fine di settembre 1952, di uno scritto teorico di Stalin sui problemi della economia russa, e in sostanza dello svolto storico mondiale, e vi abbiamo basato ampie trattazioni, anzi abbiamo posto in evidenza che i problemi a cui lo scritto era ricondotto erano gli stessi a cui avevamo dedicato da alcuni anni insistenti esposizioni. Non diciamo ricerche, o apporti, o contributi, ma esposizioni organiche della ben cristallizzata dottrina marxista. Noi ne traemmo in tutta luce quelli che sono i caratteri essenziali, distintivi, del programma e della rivendicazione socialista, in contrapposto a quelli della società capitalistica presente. Stalin è stato condotto a trattare lo stessissimo tema.

Non il grandissimo maresciallo alla testa di centinaia di milioni di uomini e non noi, che appena siamo pattuglia, fummo spinti dal semplice desiderio di aggiungere un testo in biblioteca.

Ma il fatto è che egli, assumendo di fare il bilancio di una storica e strepitosa vittoria della rivoluzione proletaria, e il progetto delle sue costruzioni future su una larga parte della terra, e noi, che dichiariamo di essere al fondo di un disastroso fallimento della forza rivoluzionaria, e alla distanza massima pensabile dalla possibilità di una parte sul teatro della storia, abbiamo dovuto trattare gli stessi quesiti.

Uno degli aspetti centrali del negativismo rivoluzionario di oggi, sta nel fatto che, attraverso un inquadramento potente e di massiccia «inerzia storica», la più gran parte della classe che della rivoluzione deve essere attrice è imbrigliata, sta a disposizione di forze ed organismi che da un lato ostentano di continuare e rappresentare la sola teoria proletaria rivoluzionaria (Marx-Engels-Lenin) dall’altra praticano una attività e una politica (Stalin) che alla rivoluzione volge la terga e alle energie di ripresa rivoluzionaria sbarra il varco e la strada.

Il fatto storico che nella Russia sovietica, ove, a dire dei commedianti del mondo libero, nessuno può fiatare in minima difformità dalla linea ufficiale, si sia nel 1951 svolta una discussione su problemi, come oggi amano dire di fondo, (anzi tanto profondi quanto sono superficiali le bagole sulla perfetta democrazia e la umana personalità) che ha messo in forse le definizioni stesse di capitalismo e socialismo come tipi storici e mondiali di organizzazione economica, e che, a tentare di concludere questa, Stalin medesimo abbia dovuto prendere la parola, segna a nostro avviso l’avvicinarsi del giorno in cui ogni scrupolo socialista sarà gettato via e salterà la colossale speculazione di un movimento proletario promosso e maneggiato da un potere capitalista.E’ da attendersi che allora, smobilitato l’immenso apparato, e ridotto davvero ad una organizzazione di ennesima colonna fuori casa, come tutti ce l’hanno, la sbarra che chiude il varco al risorgere di un movimento comunista effettivo sarà tolta, e si formeranno organizzazioni e partiti tali, che i poteri imperialisti dell’Occidente dovranno ben altrimenti tremare, che non dell’attuale gioco d’inferno sì, ma con gettoni di pastiglia.

Allo stesso tempo la storia ha mostrato promuovere una dichiarazione di fallimento della politica russa interna ed estera. Per restare nei paragoni economici, egli è quando una richiesta di fallimento incombe, che il denunziato è tenuto a squadernare i bilanci. Nessuna fama di santità e infallibilità ha salvato da questo il centro russo.

Piccoli ragiunatt saremmo noi, nella curatela di una bancarotta tanto immane. Tuttavia abbiamo riveduto i conteggi, e colla forza imponderabile della matita che somma e sottrae, abbiamo fatto venir i clamorosi spareggi.

La borghesia dialoga

Nel campo capitalistico, non si è mancato di cogliere l’importanza delle enunciazioni stalinistiche, portanti luce intensa su strutture essenziali, che all’opposto restano invisibili del tutto sotto lo spettegolante clamore dei dibattiti corbellatori in meccanismo parlamentare e pluripartitico.

Non alludiamo ai commenti immediati, e durati le solite quarantott’ore di vita che si danno ai fatti di prima grandezza, dovuti ai giornalisti di mestiere, come quelli cui ha dato la stura la notizia a sensazione sul complotto dei medici ebrei e le lotte tra due o più gruppi della stucchevole «clique» che farebbe in Russia pioggia e bel tempo. Ci riferiamo ai molti commenti di natura economica che si sono succeduti in Occidente, con i quali scrittori di tendenza conservatrice sono stati di necessità avviati ad esaminare il «confronto» tra i modi di produzione capitalistico e socialistico. Per non strana coincidenza nello stesso periodo il regime jugoslavo, che pretende fare storia a sé tra l’oriente sovietico e l’Occidente borghese, ha risollevato le stesse questioni, pretendendo di essere lui, con Tito a capo, ad ordinarsi in tutta coerenza ai principi di «Marx, Engels e Lenin»!

A noi qui interessa smistare bene tra gli argomenti che si riferiscono sul serio alla reale struttura economica e sociale, e i bagolamenti senza vita e senza fine che si avvolgono intorno alla nefandezza di Questo o di Quello, alla benemerenza di Quello o di Questo; si risolvono in dialoghi tra santi e criminali a parti invertite, come ad esempio nella piramidale sgonfiata italiana del dibattito sulla maniera di fare, con rispetto parlando, le elezioni politiche.

Orbene in Italia, a Roma e poi a Napoli, è stato il professore di economia e deputato (gradito in tale veste agli stalinoidi da qualche tempo) Epicarmo Corbino a trattare il tema in conferenze assai lodate nell’ambiente borghese su «Capitalismo e socialismo nel recente pensiero di Stalin».

Il Corbino in politica è un borghese come tanti altri, che si scioglie e si lega ai principi secondo gli svolti del gioco delle forze, ma va dato atto che in sede scientifica le sue vedute si prestano all’utile disamina, con vantaggio per una chiara comprensione delle tesi di noi marxisti, così come è stato per Croce sul terreno filosofico, il che poi non è che altra faccia del medesimo contraddittorio. Si tratta di un liberale in politica, di uno che per rara fortuna discute di socialismo senza dirsi socialista, e nemmeno semisocialista come il grosso dei politicanti borghesi di centro e di destra, fascisti cattolici o riformisti che siano. Per questo lo prendiamo in considerazione: non abbiamo di fronte la solita stucchevole tesi: il sistema capitalista è si arrivato ad una crisi e gli succederà un quid: facciamo di tutto per togliere a questo quid i connotati più aspri, e al trapasso che ad esso conduce gli svolti più tragici e catastrofici. Ci troviamo di fronte invece ad una tesi nitida: in economia non si uscirà mai dal modo di produzione basato sull’azienda e sul mercato, e quindi dal capitalismo.

Il Prof. Corbino non discute quindi il tema che poniamo noi: «Capitalismo e socialismo nella storia», essendo per noi altrettanto certa la storia decorsa del primo e quella a decorrere del secondo, e volendo solo rendere chiara nella testa nostra e non nell’avversaria i caratteri opposti dei due sistemi (ci si passi la parola). Egli ne discute «nel pensiero di Stalin». L’occasione è tuttavia buona per noi, perché sono fatti storici espressivi che hanno dettata la formulazione ultima di Stalin, e perché finalmente e a parte la perorazione cui pure arriveremo, è utile discutere con un dichiarato «economista classico» del tipo pre-Marx ed anti-Marx.

Utile in due modi: per rilevare che egli conviene che l’economia russa descritta da Stalin non è, in sede di qualificazione secondo tipi in modo pacifico definiti, socialismo, ma capitalismo – e poi per mostrare inane il tentativo di tracciare una futura curva storica senza rottura con cui si pretende che la forma capitalista conserverà la compensazione tra sforzi e bisogni, produzione e consumi.

In quanto ogni riprova che la «formula Stalin» crea più sforzo per meno benessere che la «formula occidentale» non è, per ammissione del contraddittore, che una seconda prova contro il capitalismo.

IERI

Il frutto del lavoro

Non si tratta certo qui di rispondere all’onorevole preopinante in un comune agone democratico! Prima quindi di rilevare la deduzione puramente economica del Corbino, ci vien comodo ripresentare la descrizione marxista del socialismo di domani prendendo lo spunto da una frase dell’ultima parte. Il socialismo, anche se arrecasse un pezzo di pane di più, sarebbe da respingere non solo perché si sviluppa ed attua traverso la dittatura (troppo facile il ricordare che traverso questa si attuò la società «liberale») ma perché nega «la fondamentale liberà di poter disporre del frutto del proprio lavoro».

Ebbene, non solo il socialismo abolirà questa libertà, ma dovrà farlo in quanto, se tale libertà esistesse, la specie umana, col numero attualmente raggiunto, con l’attuale livello delle sue esigenze anche strettamente fisiche, non potrebbe più sopravvivere.

Qui vi è tutta la profondità del divario tra la concezione di Marx e quelle banali di Proudhon, di Lassalle, di tanti e tanti altri, che chiamano socialismo la conquista da parte del lavoratore del frutto del proprio lavoro, allorché, ci si passi la formulazione paradossale, il socialismo consiste nella perdita di esso.

In effetti l’artigiano e il contadino proprietario avevano già attuata tale conquista individuale, e ne sono stati spogliati dal capitalismo, all’avvento del lavoro combinato.

Marx ribadì questi punti essenziali nella classica Critica al programma di Gotha del 1875, presa da Lenin come pilastro di tutta la costruzione rivoluzionaria. Marx dimostrò come fosse una frase dettata da banali concetti borghesi quella progettata: il prodotto del lavoro appartiene indeminuto (meglio in italiano indiminuito) e in parti uguali a tutti i membri della società.

Tale primo articolo del programma partiva dalla tesi: Il lavoro è fonte di ogni ricchezza. Inferocito quel giorno, Marx dice che tal frase sta in tutti i sillabari, ma è una fesseria. Quello che si vuol designare col borghese termine di ricchezza è un complesso di oggetti di uso, di cose utili al consumo e alla vita dell’uomo, nel più largo senso. Ed allora ne produce la natura anche senza intervento del lavoro umano; questo poi è una forza naturale come ogni altra. Non attribuiamo la fonte dei beni di cui oggi godiamo né alla grazia di dio né alla potenza creatrice dei genii! Non lasciamo davvero credere che, se i fautori del capitalismo sono i feticisti del capitale, noi ci riduciamo ad essere puramente i sacerdoti del feticcio-lavoro.

L’essenziale, Marx dice sempre, è il porre il rapporto quale è nella attuale società capitalista. E allora, piantandola finalmente colle verità universali, rimangiate il versetto coglione: Il lavoro è fonte di ogni ricchezza e civiltà; ed imparate a mente la tesi inoppugnabili: Prima: «Nella misura che il lavoro si sviluppa socialmente e diviene così fonte di ricchezza e di civiltà, si sviluppano povertà e desolazione del lato del lavoratore; ricchezza e civiltà dal lato di chi non lavora».

Preso fiato, imparate la: Seconda: «Nella moderna società capitalistica sono finalmente date le condizioni materiali che abilitano ed obbligano i lavoratori a spezzare quella maledizione sociale».

Libertà di inedia!

Metodo storico! Robinson e meglio il Robinson primigenio, non faceva nulla e il frutto gli cadeva in bocca, senza lavoro.

Poi trovò Venerdì e gli casse in bocca il frutto del lavoro di Venerdì.

Ma quando vi fu una tribù con tanta terra da poter vivere lavorandola, anche nella più semplice forma sociale, dovette avere alcuni utensili, ed imparare che sono le «scorte», accantonando sementi, riserve varie, ecc.

Se alla fine della stagione ogni «membro» della tribù, pregato lo stregone di compulsare l’ordine della divinità, avesse disposto, pappandoselo, di tutto il frutto del suo lavoro, liberamente, come Corbino vuole, indeminuto, come Lassalle insegnò, non dopo una generazione ma dopo un’annata la tribù era morta.

Ma arriviamo alla società capitalistica e ammettiamo per un istante che ognuno sia ivi libero di disporre del frutto del proprio lavoro. Non fermiamoci a dare qui ragione a Proudhon e Lassalle: per il proletario è un frutto diminuito del plusvalore, per il capitalista è un frutto accresciuto dei profitti.

Stiamo alla formula che userebbe Corbino: salario, stipendio o dividendo che sia, ognuno è libero o di mangiar tutto o di «risparmiare» una parte, ed è libero di farlo sia a titolo di riserva per consumi futuri (previdenza) sia di acquisto di mezzi di produzione fruttiferi (investimento). Che io debba elucubrare tale decisione su mille lire, e tu su cento milioni, significa poco, purché ognuno dei due sappia che l’altro lo fa con completa fondamentale libertà.

Orbene, tale libertà va tolta non solo al capitalista (ricco e civile di lavoro a fonte altrui) che allo stesso lavoratore. Corbino, avete ragione.

Marx si mette con pazienza a spiegare perché il «frutto del lavoro» non sarà, nel socialismo, nella «società comunistica», indeminuto.

Ritorniamo al concetto di «lavoro vivente» contrapposto a «lavoro morto» che abbiamo in altri scritti ricordato dal «Manifesto» e ravvivato di splendide citazioni di tutta l’opera di Marx. Aggiungiamo la formula di «lavoro da nascere». Il capitalismo è la forma in cui pochi dispositori di lavoro morto (capitale costante) dispongono, per forza della legge e del potere politico, del lavoro vivo (capitale variabile) e quindi ne fissano ad arbitrio le condizioni di impiego prelevandone quanto e come credono ai fini di «conservare e crescere il lavoro morto» e di «assicurarsi il lavoro nascituro».

Ora è certo che a queste due finalità dovrà provvedere anche il modo di produzione socialistico. Ed ora possiamo intendere il passo di Marx, ove mostra che il frutto del lavoro va diminuito per una serie di partite.

«In primo luogo: si deve detrarre quel che vale a sostituire il consumato mezzo di produzione». Debito pagato al «lavoro morto». Gli impianti, le attrezzature innumeri derivate dagli sforzi e dalle trovate inventive «di tutti i morti» e che sono un regalo, in quanto ci fanno risparmiare tanto lavoro a parità di prodotto e consumo, si logorano e vanno conservati, rinnovati: anche gli economisti classici sono in questo lugubri come noi, definendo la faccenda: spese di ammortamento.

«In secondo luogo: la parte che si aggiunge per l’estensione della produzione». Questo è un debito verso il «lavoro di domani». Non solo il numero degli uomini e quindi dei lavoratori aumenta continuamente, ma nuove risorse formano bisogni nuovi. In tempo e lingua capitalista questo si chiama dedicare parte dei redditi a maggiori investimenti di capitale, alla compera di nuovi beni strumentali. La misura da parte della società si prenderà lo stesso in tempo socialista, e sempre a carico del lavoro attuale.

«In terzo luogo: Fondo di riserva o di assicurazione contro infortuni, danni per eventi naturali, ecc.». Questo è debito del lavoro vivo verso il «lavoro vivo», e l’economista corrente lo chiama premio contro rischi.

Dopo di ciò Marx ricorda le spese «pubbliche» di oggi: amministrazione generale, assistenza agli impotenti al lavoro: insomma tutto quanto oggi si fa con le imposte e tasse, e altri oneri e ritenute.

Detratto tutto questo, rimane quanto il lavoratore dedicherà ai suoi consumi personali prelevandoli dal fondo sociale (e qui il famoso passo su due stadi) prima di misura del tempo di lavoro dato, poi a suo piacere. Ma fermiamoci.

In filosofia è di rigore l’inno alla libertà dello spirito. Ma in economia è certo che se tutte quelle operazioni indispensabili alla fisica conservazione della specie e in linguaggio borghese della civiltà si lasciassero all’arbitrio di ciascun singolo, non si avrebbe capitalismo né socialismo, ma si avrebbe, ci si faccia grazia del termine, un casino. E poi – è ovvio – un cimitero.

La contesa pel valore e il «socialismo romantico»

Ma vi è di più. Marx non irride solo alla scempiaggine che il frutto resti indeminuto, ma anche alla formula della ripartizione tra tutti i membri della società in parti uguali.

Voi, dice ai compilatori del programma, avete ben detto che i mezzi di lavoro saranno proprietà comune. Ma l’espressione frutto del lavoro o prodotto del lavoro è vaga e imprecisa. È il valore totale del prodotto, o solo la parte che vi ha aggiunto il lavoro nell’ultima trasformazione?

Prodotto o frutto del lavoro, dice Marx, è un termine lassalliano che ha confuso esatti concetti economici. E per fare le ora dette detrazioni, ammesso che prodotto del lavoro significhi «importo del lavoro», attribuisce un senso soltanto al «complessivo prodotto sociale» che costituisce «l’importo del lavoro sociale».

Da ciò emerge che il socialismo non è la restituzione all’operaio di tutto il prodotto del suo lavoro, formula che sarebbe pienamente liberale e sorriderebbe ai professori. Il socialismo dà l’attribuzione, e la disposizione, di tutti i prodotti del lavoro sociale non ad individui, non ad aziende ed unità simili (magari cooperative), ma alla società. Nessuno avrà, come individuo, possibilità di disporre dei prodotti del lavoro di chicchessia, e nemmeno proprio.

Ove vi fosse proprietà del lavoro, vi sarebbe proprietà del capitale: dunque capitalismo.

Una forte proporzione di dichiarati marxisti resterebbe interdetta alla tesi: il socialismo manterrà il sopralavoro e non pagherà di lavoro necessario.

Nel sistema capitalistico, nel quale vige il concetto di valore e la legge del valore, ossia lo scambio tra equivalenti (e ben rileva il Corbino che Stalin, ospitando in Russia tali categorie, vi ospita il confessato capitalismo) nel sistema capitalistico, la ripartizione è questa: il valore di tutto il prodotto, o massa di merci, per una prima parte (capitale costante) restituisce al capitalista le materie e mezzi materiali anticipati, per una seconda parte (lavoro pagato, lavoro necessario) diviene salario del lavoratore, e infine per una terza parte è profitto. Quantitativamente il profitto vale plusvalore, ossia insieme al salario forma tutto quanto il lavoratore ha aggiunto nel valore del prodotto, il quale e tutto del capitalista. A questi rimane dunque: capitale costante anticipato, più salario anticipato, più profitto: un capitale ingrandito.

Quale, a questo punto, la proposta socialista? è forse questa: lasciamo tutto il prodotto al lavoratore? Non avrebbe più alcun senso in quanto i lavoratori non hanno più, dalla fine del periodo artigiano, capitale costante da rianticipare. È forse questa: lasciamo tutto il prodotto al capitalista, o all’azienda, o anche allo Stato capitalista, e diamo al lavoratore, in moneta, non solo l’importo del suo salario, ma anche una certa quota su tutto il profitto, in modo che gli entri lavoro necessario e plusvalore, ossia salario e plusvalore?

Marx già 75 anni fa, in quello stesso scritto, ha detto: «Poggiandosi appunto su questo, da cinquant’anni in qua gli economisti hanno dimostrato che il socialismo non possa eliminare la miseria di origine naturale, ma possa solo generalizzarla, distribuendola contemporaneamente su tutta la superficie della società».

Non restiamo dunque indietro di 125 anni, al socialismo umanitario, liberale, libertario, in una parola a quello che ben si può dire socialismo romantico, tanto più che siamo in lotta con l’economismo classico. Non sembri strano, ma Stalin è un socialista romantico.

La proposta socialista e comunista è ben altra. Alla fine del ciclo non ci si esprimerà in termini di valore, ma si dirà semplicemente: la società prende da tutti il loro lavoro, spontaneo fin che può e quando necessario coatto: dà a tutti il loro consumo, illimitato fino a che può e quando necessario contingentato.

Nel ciclo di transizione a questi due, del comunismo inferiore o coatto e superiore o spontaneo, possiamo per farci capire, dare la formula in termini di valore: la società socialista, rappresentata dalla classe proletaria dittatrice e dal suo partito, seguita a prendere dal lavoratore il sopravalore e lo passa dall’imprenditore e dall’azienda alla società stessa, inoltre prende dal lavoratore il lavoro necessario, ma tende a ridurlo progressivamente in virtù della crescente produttività del lavoro, il che al capitalismo era impossibile.

Signori teorici del capitalismo: il punto è questo. La quota di lavoro non pagato che oggi va al vostro profitto andrà a contributo sociale: cresciuta se occorre. Ma se il valore della forza di lavoro per le scoperte tecniche è divenuto decuplo, dieci volte minore deve essere lo sforzo e il tempo, e tendere a zero quel lavoro che oggi, solo, voi pagate. All’uomo lavoratore si saranno conquistate ore, non frottole, di libertà. Qui sta la discussione in tema economico.

OGGI

Stalin mercatore

Non è il caso di diffondersi sulle tesi economiche del Corbino: da un lato non abbiamo che testi di resocontisti, dall’altro nei vari «Fili», e nei quattro del «Dialogato», abbiamo a sufficienza mostrato come siano del tipo capitalistico i caratteri di produzione e distribuzione riferiti dal testo di Stalin come attuali e futuri nell’ U.R.S.S.

Il conferenziere batteva sul parallelo ovvio tra i fatti economici in Russia e nell’Occidente borghese. Ove vige lo scambio secondo la «legge del valore» sulla base di produzione di merci, siamo in vero e proprio capitalismo. Ove vi sono lagnanze su aziende che risultano nel bilancio deficitarie, non solo resta confermato che si tratta di produzione capitalistica e salariale ma si riecheggiano le lagne occidentali sulle aziende statizzate in tutto o a metà, che sono aziende passive e mantenute a spese del pubblico erario; naturalmente l’oratore ne trasse spunti di tipo liberista: è noto quanto siano inutili tali nostalgie sotto qualunque clima.

Né un liberista classico né un socialista romantico possono intendere che il programma marxista non è già di rendere l’azienda redditizia, sostituendo semplicemente alla gestione dell’imprenditore quella del personale di essa o anche dello Stato. Il programma è spezzare i limiti dell’azienda e abolire ogni bilancio monetario. Nel periodo immediato non importerà nulla che una data azienda sia passiva, fino a che si facciano calcoli in moneta o tra equivalenti, potendosene spostare materie prime e prodotti secondo il «fisico» piano centrale che si va razionalmente a stabilire, e senza contropartite.

La prova che siamo in capitalismo non sta nel fatto che molte aziende sono in deficit, ma in quello che Stalin e Malenkov se ne lagnino, e che il piano generale sia condizionato dalla famosa «redditibilità»: talché i piani periodici famosi sono piani finanziari ed economici solo nel senso stretto, non sono piani di produzione e distribuzione trattati con misura di grandezze fisiche: numero di uomini, ore, giorni, chilogrammi, metri cubi, cavalli vapore e così via.

Interessante è il punto del mercato mondiale dove anche Corbino dà la nostra stessa dimostrazione: dato che l’industria sovietica produce per il mercato internazionale, oltre che per quello interno e che la politica economica dichiarata dall’U.R.S.S. È di tendere a scambi su grandissima scala con i prodotti dell’Occidente, ove sono complementari dei propri, e ovviamente a concorrenza sugli stessi mercati ove i prodotti sono similari, tali relazioni non potrebbero sussistere se anche la produzione russa non avvenisse secondo le leggi dell’economia classica. È chiaro che per la teoria liberista se lo Stato può intervenire sul mercato interno frenando e magari invertendo l’effetto della concorrenza libera, nessuno è presente che possa fare tanto sul mercato internazionale, ove la legge degli equivalenti trionferà. Ed è chiaro per la economia marxista che su tale piede di concorrenza non si può che lottare per produrre in eccesso e a costi più bassi, e quindi stare in controsenso alle stesse misure «immediate» e «dispotiche» che aprono la via al socialismo: ridurre le ore di lavoro e alzare i salari, dunque crescere i costi di produzione, e, nei paesi attrezzati (come svolto nella nostra riunione di Forlì) abbassare il volume del prodotto, disciplinando il consumo coattivamente.La conclusione del Corbino è netta: non si potrà costruire socialismo in un paese fin a quando esisterà nel mondo un solo paese capitalista! La tesi è per noi valida, nel senso che per la costruzione del socialismo pieno, sia pure di stadio inferiore, bisognerà avere raggiunta la condizione che una gran parte dei grandi paesi industrializzati abbia visto il proletariato arrivare al potere e spezzare il vecchio apparato statale.

Confronto o conflitto?

La questione del mercato mondiale e della sua frattura in due conduce alla questione della emulazione o, in alternativa, della guerra e all’esame dell’ultima tesi di Stalin: la guerra potrà scoppiare fra gli Stati capitalistici di Occidente, prima che tra America e Russia. Corbino combatte la tesi di Stalin che noi abbiamo invece condivisa. Pensa comunque che la terza guerra mondiale (indubbiamente essa attirerebbe il capitalistico Stato russo) non possa distare dalla seconda meno di 25 anni (ne passarono 21 tra il 1918 e il 1939) per motivi di tecnica preparazione. Mettiamoci d’accordo in tre, per il 1970. Il problema è se in questo decorso di 18 anni abbiamo una «alternativa» rivoluzionaria mondiale. Non schedaiola, alla Nenni!

Indiscutibile ci pare che, ove la guerra anticipi o precipiti, questa alternativa rivoluzionaria di classe non c’è: vi saranno al più concomitanti quinte colonne e resistenze partigiane, da cui siamo ben staccati.

Ma prima della prospettiva della guerra, interessa quella del confronto. Corbino parla della «gara» tra le due economie, ma dice di non poterla arbitrare. Come economista classico e capitalistico, egli vorrebbe farlo con criteri di rendimento, ossia giudicare chi produce più a buon mercato, tra l’Occidente ormai statal-controllista in buona misura, e l’oriente statindustriale in pieno. Questo deriva logicamente dall’adire gli stessi mercati, per la «gara». Invero Corbino accenna a paragonare anche il tenore di vita medio delle masse, e afferma che le statistiche dal lato di Oriente vengono meno.

Corbino contesta la tesi di Stalin che restringendosi la sfera d’azione del blocco imperialista di Occidente questo dovrà ribassare la sua produzione e cadere in crisi interna. Anche Truman, nel dare l’addio al «caminetto» ha voluto fare sul capitalismo previsioni ottimiste, ed ha asserito che in dieci anni di pace l’America, pure conducendo una potentissima preparazione bellica, vedrà crescere la sua produzione del 40 per cento fino a 500 miliardollari, con un esercito industriale che andrà da 76 a 90 milioni di lavoratori in senso esteso. Il tenore medio di vita starebbe in ragione di quasi due milioni di lire italiane a testa, ossia dieci volte circa quello italiano attuale. Truman ammette che si potrà per l’uso di utensili migliori, scendere un poco le ore settimanali.

Ecco il punto: quale dei due sistemi scende più presto le ore settimanali? Dice il Corbino che bisognerebbe sapere il risultato del sistema economico stalinista applicato in America rispetto a quello americano applicato in Russia, per sentenziare: per ora i capitalisti si vantano di non accusare «una deficienza di risparmio che scenda al di sotto del limite di equilibrio con la pressione demografica». Il capitalismo dunque sostiene di riuscire a far vivere le masse pure accantonando abbastanza da conservare in efficienza il lavoro morto e investire quanto basta a far mangiare e lavorare quelli che verranno, il lavoro nascituro.

Il nostro confronto è un altro: se la popolazione cresce, cresce però anche il rapporto dei suoi membri attivi al totale. Frattanto nei vostri confronti tra decenni e trentenni la produttività della forza lavoro, dovuta alla mutata tecnica, è divenuta diecine di volte maggiore. Anche consumando due volte di più si dovrebbe già lavorare cinque volte di meno: invece nella sua storia di due secoli il capitalismo non ha saputo nemmeno dimezzare la giornata di lavoro, che, umanamente anche sotto lo schiavismo non passava 16 ore su 24.

Il confronto sarebbe questo: dateci l’attrezzatura americana e lasciatevi applicare non il metodo Stalin, bensì … il metodo Marx. Allora potremo fare il confronto con la Russia attuale in prosperità e benessere generale, e non confronteremo costi, pressi e volumi di produzione, bensì le condizioni di impiego del vivente lavoro, che sono le condizioni stesse di vita dell’uomo.

Tutto questo si può ben studiare e calcolare, non occorrendo le cifre della Russia, ma le stesse cifre ufficiali sull’America, poniamo, 1848 – 1914 – 1929 – 1952 di cui sono state recentemente date anche per i profani alcune sintesi.

Quanto alla Russia, ella fa quello che logicamente può fare, dato che in nessun altro paese il capitalismo fu politicamente battuto dopo il 1917: sviluppa la costruzione del capitalismo dopo una rivoluzione antifeudale, e la sviluppa giusta l’ambiente tecnico-economico corrispondente a questo tempo mondiale.

Non occorrono tutti, ma in partenza almeno uno degli Stati sviluppati, in possesso della dittatura proletaria, per risolvere anche il problema del conflitto, dopo quello del confronto. La guerra imperialista, intercapitalista, è (giusta Lenin) via da prendere col disfattismo ovunque, e senza partigianismi. Ma non occorre pensare a futura «guerra santa» di Stati capitalistici contro Stato socialista, nell’ipotesi prima fatta, poiché il proletariato di un paese attrezzato, dandosi non a compiti capitalistici come i piani di superproduzione e supersforzo di lavoro, ma mostrando come si avvia il piano di razionale produzione e consumo appena si prende a rompere il limite di mercantilismo e del profitto aziendale positivo, indurrà l’esplosione in tutti i paesi della guerra interna di classe.

L’altezza dello spirito

Dal ragionare in cifre sulle possibilità di benessere del capitalismo e del socialismo, si passa di norma alla perorazione sulla nobiltà dello spirito che nel disprezzo della vile materia economica stabilisce essere, a qualunque prezzo, da preferire la libertà umana alle dittature. La conclusione dal calcolo scientifico lasciata nell’ombra, risplenderebbe luminosa nella regione dell’ideale, con la indiscussa vittoria dei «valori» dell’Occidente.

Infatti il comunismo, ridotto lo sforzo e il tormento di lavoro, aumentato il cibo e l’alimento materiale per tutti e in tutte le contingenze, avrebbe però tarpate le ali ai voli in quelle altezze imperscrutabili e allontanata l’umanità dal poterle sondare e possederne le misteriose rivelazioni.

Qui veramente, in questo punto di arrivo, che suscita le emozioni di tutti quelli che ben giungono a palpare ogni giorno con sicura materialità il calcolo del reddito attivo, davvero nulla più possiamo riconoscere di originale, di men che ritrito e banale.

Nel precedente filo citammo un passo di Marx dove appare lo «spirito», nella lapidaria accusa al capitalismo odierno, cresciuto, adulto, deteriore rispetto a quello «romantico» di Stalin, di sfruttare bassamente «il lavoro generale dello spirito umano».

E’ per noi prodotto dello spirito umano l’insieme delle nozioni, delle capacità, che le generazioni precedenti ci hanno tramandato, e che si concretano materialmente non solo nelle attrezzature che vivono più a lungo dell’essere e della generazione umana, ma anche nella possibilità di realizzarle a nuovo con la forza del lavoro presente. Questo accumulo incessante non scevro di travagli e rinculi storici, non è un attingere contingente di ogni cervello pensante ad una specie di metafisico «serbatoio», dato fuori del tempo e dello spazio, al quale rapporto basterebbe il duetto di due personaggi imponderabili: l’ Io «cosciente», da un lato, e dall’altro lui, lo Spirito, che vi si travasa, ed era, dal principio e dovunque, uno, completo ed assoluto.

Per lo stesso fatto di avere la parola, ossia un mezzo più completo – e meno faticoso, come sempre – di comunicare col suo simile, la nostra specie non evolve solo per l’affinarsi delle membra e anche delle cellule sensorie e cerebrali, ma per l’organica trasmissione dell’esperienza delle generazioni che passano. L’insieme di queste possibilità, di questi dati, non è che il risultato, il distillato, il concentrato degli effetti e dei riflessi di miriadi fisici atti di vita, di sforzo, di lavoro, di lotta, indipendentemente dalla coscienza del loro soggetto; e si organizza in una dotazione sociale generale, a cui nessun individuo e nessun episodio passato rimane estraneo ed inutile.

Togliendo il monopolio di una tale dotazione della specie a gruppi, a caste, a gerarchie, e portando in base ad essa ed alle sue risorse divenute immense dopo la scrittura, la stampa, la scienza naturale moderna, ad una riduzione radicale dall’Arbeitsqual, della pena di lavoro, la rivoluzione comunista attingerà i risultati positivi della fine della specializzazione nello sforzo di lavoro e nella professione. In uno a tutti gli altri capovolgimenti dei rapporti presenti sociali ciò consentirà, grazie al grande tempo libero conquistato, che ognuno dei componenti della specie possa collegarsi a tutto il complesso immenso del lavoro generale dello spirito umano, che le braccia e i corpi hanno nei millenni edificato.

Nulla di meno monotono e uniforme, nulla di più vario e di più grande di questa prospettiva finale, la cui indispensabile premessa è la battaglia per svincolare da condizioni inumane il vivente lavoro.

Nel campo che invece del materialismo, eleva a sua bandiera la libertà dello spirito, non si vede giungere ma sempre più svanire equilibrio e serenità. Lo strazio della carne ogni giorno più vi domina, e mentre si esalta la persona umana ideale, quella fisica, in numeri incredibili, è ogni giorno di più falciata da conflitti, sopraffazioni, esecuzioni, stritolamenti di ogni genere: tanto che l’atrocità ed il sanguinoso strazio del vivente uomo sono oggetto generale, nel tempo e nel mondo libero, di letteratura popolare e di spasso, ogni giorno di più.

Rosa e giallo

Mentre il marxismo è contrapposizione frontale di obiettivi economici sia lontani che immediati con la classe nemica, ed anche, come i teorici di questa dicono, di valori su tutti i campi, l’involuzione del movimento che da Stalin prende nome collima, nella identità dei trattati compiti economici, e negli stessi richiami al mondo dello «spirito». In Russia si lavora a fare capitalismo, all’estero si sbandiera democrazia, libertà, patria, religione perfino, etica borghese in ogni campo. La società russa, rimasta sola nella internazionale proletaria, ha dovuto risentire la sete di tutto questo bagaglio «romantico» che la rivoluzione borghese aveva portato con sé sul mondo, ed ha quindi ideologicamente rinculato dalla negazione materialista di così suggestivi valori spirituali.

Il linguaggio dei partiti stalinisti è oggi un intruglio di invocazioni alla umanità, alla giustizia, al diritto, alla stessa libertà di Corbino, in nulla diverso da quello contro cui si gettò al suo sorgere il marxismo, svergognando il socialismo piccolo borghese, borghese, fabiano, di cento tipi.

Il sangue, le persecuzioni, i complotti, i processi, le deportazioni e magari il riadoperato knut, non vietano che oggi si possa definire questo ibrido movimento che infesta il proletariato mondiale, come romanticismo, anche quello smaccato e sciocco del culto per gli eroi.

Anche la letteratura, dal tempo del romanzo rosa, è passata al romanzo giallo; e sarebbe offesa la sacra libertà dello spirito se in America e paesi satelliti non si lasciasse ogni giorno più insegnare ai giovani come si ammazza, si stupra e si rapina, come gli impotenti si eccitano nel bacio altrui.

Il borghese romanticismo dell’ottocento non fu del resto imbelle né alieno dalla violenza del campo di battaglia e della barricata. La Russia di oggi è costretta a copiarne l’economia e l’ideologia. Altro che scienza filosofia, estetica «marxiste»!

Quindi al presentato Stalin (e non diremo la millesima volta che per noi la persona e il nome non sono che simbolo, per convenzione didattica, di fattori medi collettivi) economista classico, le cui carte sono state trovate in tutta regola dal professore universitario napoletano, noi aggiungiamo in piena coerenza lo Stalin socialista romantico, guardando a lui come Marx, spinoso ed irsuto, guardava al bel cavaliere Lassalle, pur se non ci interessa di scoprire anche al gran maresciallo una contessa di Hatzfeldt, e la data di un duello dietro il muro del convento.

Moti coloniali e rivoluzione proletaria

Torniamo sulla pseudo-rivoluzione effettuata in Bolivia dal partito ”Nazionalista Rivoluzionario”, avvenimento due volte interessante perché permette di dimostrare la buaggine politica di stalinisti e trotzkisti insieme, e perché offre l’occasione di ribadire il nostro punto di vista sui movimenti nazionali dei paesi coloniali, o semplicemente arretrati, quale appunto la Bolivia. Già abbiamo presentato in note precedenti la caratterizzazione che del rivolgimento politico di La Paz hanno fatto la stampa staliniana e quella apparentemente avversaria dei trotzkisti. Secondo l’unanime sentenza dei feroci nemici, la guerra civile scatenata dal Movimento Nazionalista Rivoluzionario e la misura legale più vistosa attuata da questo, una volta al potere, e cioè la statizzazione delle miniere di stagno, erano rispettivamente un mezzo e un obiettivo rivoluzionario.

Fu facile ribattere a suo tempo che la lotta armata, l’impiego della violenza extra-legale, il sovvertimento pretoriano della macchina governativa, non implicano necessariamente, anche se tra gli assalitori armati figurano elementi proletari, un contenuto rivoluzionario dell’azione. Nell’odierna fase di imperialismo, in cui il ricorso alla guerra civile e la sostituzione a mezzo della violenza militare dei governi, costituisce ormai fatto di ordinaria amministrazione, non basta vedere le armi nelle mani del miliziano proletario per concludere che questi si è messo sulla via della rivoluzione. Occorre guardare agli obiettivi della sua lotta, per poter trarre un giudizio su di essa. Dicemmo, all’indomani della presa del potere da parte di Paz Estensoro mediante una sanguinosa lotta nelle vie di La Paz, costata molte vite di operai, che gli obiettivi del regime vittorioso non uscivano di un millimetro dal quadro dei rapporti borghesi. La nazionalizzazione delle miniere di stagno, sbandierata demagogicamente dal regime nazionalista rivoluzionario come un colpo vibrato al capitalismo imperialista, non era fatto nuovo, non diciamo nel mondo borghese, ma nell’America. Già nel 1938, il governo del Messico nazionalizzava le compagnie petrolifere straniere. Nulla mutò per ciò in senso anticapitalista. La sostituzione della proprietà statale a quella privata (espressa nella titolarità personale o in quella anonima ed impersonale delle società per azioni) non è affatto, come pretende tutta una fauna saprofita di criticonzoli, un ”salto” qualitativo dalla caratteristica dell’economia capitalistica ad un problematico tipo ”nuovo” di economia, che gli stessi inventori non sanno in quale campo collocare, o addirittura identificano con il socialismo. Le misure di nazionalizzazione esprimono solo un cambiamento quantitativo inevitabile nell’insopprimibile processo di concentrazione dei mezzi di produzione, che accompagna il capitalismo dalla nascita alla morte.

Cento passi di Marx stanno lì a dimostrare che il capitalismo si origina dialetticamente concentrando i mezzi di produzione e la forza di lavoro, che l’economia precapitalista fondata sul mestiere e sulla produzione patriarcale mantiene dispersi. Perché dunque gridare al miracolo se misure radicali di Stato intese a favorire lo sganciamento della produzione sociale dagli antiquati modi e rapporti, sono adottate proprio da Governi di paesi arretrati? Per sviluppare appieno il capitalismo in Bolivia, come in Cina o in Egitto, non possono servire che radicali misure statali volte ad avviare la produzione dal parcellamento alla concentrazione capitalistica dei mezzi di produzione, così come abbisognò alle prime forme di governi borghesi della storia, cioè i Comuni e le repubbliche marinare medioevali, intervenire ”dispoticamente” nell’economia, recidendo il cordone ombelicale che saldava il nuovo tipo di produzione al circostante nemico mondo feudale.

L’altro argomento, concordemente usato da stalinisti e trotzkisti nel valutare il carattere del regime di Paz Estensoro, fu, e resta, la tesi che la sottrazione del diritto di gestione delle miniere alle banche statunitensi faceva progredire la lotta ”democratica” contro l’imperialismo. Al solito, si tirava in ballo quanto Lenin scrisse sulla questione dell’atteggiamento dei comunisti di fronte ai movimenti anti-imperialistici dei paesi coloniali o semplicemente assoggettati al grande capitale internazionale. La questione fu trattata a fondo nell’articolo ”Oriente” apparso in Prometeo (anno 1951, n. 2). Le rivolte ”nazional-popolari” nelle colonie contro i centri metropolitani imperialisti costituiscono un fatto indifferente per il movimento proletario di classe? Al capzioso quesito che gli opportunisti son soliti muovere, si rispondeva ristabilendo la giusta posizione sostenuta da Lenin nella Terza Internazionale. Fatto indifferente assolutamente non sono oggi, 1953, come non lo erano ieri, 1920. Gli opposti effetti delle rivolte coloniali contro le Potenze imperialistiche non possono assolutamente giudicarsi indifferenti – come vedremo – ai fini della stabilità mondiale della conservazione capitalistica. Ma l’atteggiamento dei comunisti di fronte ai movimenti rivoluzionari nazionalisti delle colonie e dei paesi semi-coloniali non si può definire indipendentemente dalle condizioni generali del movimento internazionale rivoluzionario del proletariato e dalle condizioni dell’equilibrio mondiale dell’apparato di potere capitalistico.

I marxisti degni di questo nome si rifiutano di accettare che i paesi coloniali ed arretrati debbano passare, per arrivare al socialismo, attraverso le infamie della rivoluzione borghese. Apertamente sostengono la possibilità e la necessità del ”salto” dal precapitalismo al socialismo nei paesi coloniali d’Africa, Asia, Oceania, come nei paesi semi-coloniali e arretrati dell’America del Sud. Identica strategia si proponevano Marx ed Engels per la Germania del 1848; Lenin e i bolscevichi per la Russia 1917. Condizione indispensabile del salto, ieri per Germania e Russia, oggi per i paesi coloniali e arretrati, è la dittatura del proletariato trionfante nei grandi paesi di super-industrializzato capitalismo: ieri l’Inghilterra, oggi la zona geografico-sociale che abbraccia tutta l’Europa, compresa la Russia, e il Nord-America. Solo alla condizione di tenere in pugno il potenziale industriale immenso di tale spazio, la Rivoluzione proletaria potrà far avanzare l’economia e i rapporti sociali dei paesi coloniali ed arretrati, ”saltando” la fase capitalista. Da tale gigantesco piano strategico discende coerentemente il criterio da seguire nell’atteggiamento politico di fronte ai moti nazionalisti nelle colonie. Se il movimento rivoluzionario internazionale è lanciato nella suprema lotta contro i centri mondiali dell’imperialismo per la conquista del potere in Europa e in America, e la guerra di classe contro le metropoli capitalistiche è in atto, come lo era nel 1917-1920, si comprende che la lotta nelle retrovie imperialistiche, vale a dire le insurrezioni nazional-popolari nelle colonie, si inserisce nella strategia rivoluzionaria del partito mondiale del proletariato in quanto contribuisce a disgregare le difese dell’imperialismo, ad allargare le guerre delle classi. La rivoluzione proletaria trionfante lavorerà, una volta atterrata la fortezza capitalista, a liquidare senza scosse i residui nazionalismi piccolo-borghesi. E come? La risposta per un marxista non può essere che una: mediante l’inquadramento dei paesi coloniali, alfine liberi da secolari oppressioni, nel ”piano di economia proletaria mondiale”.

Viceversa, l’appoggio dato ai movimenti nazionalistici nelle colonie (vedi la politica di stalinisti e trotzkisti in Indocina, Malesia, ecc.) e nei paesi arretrati (Egitto, Bolivia, ecc.) si tramuta in mero compito borghese, nelle attuali condizioni del movimento rivoluzionario ridotto a pura potenzialità, e ferma restando l’onnipotenza dei mostri statali imperialisti imperanti indisturbatamente sul mondo intero. Infatti, l’eventuale successo dei movimenti nazionalisti perseguenti l’indipendenza nazionale sulla base dello sviluppo dell’industria nazionale, non può considerarsi come un effetto disgregatore dell’equilibrio imperialista, essendo questo garantito dalla assenza della lotta di classe nelle metropoli e dalla corruzione opportunista delle masse proletarie, seppure aggrava i motivi della crisi permanente del capitalismo e affretta lo scoppio delle rivalità egemoniche.

L’eventuale successo dei moti nazionalisti non avrebbe altro effetto che l’instaurazione di una comune repubblica borghese, lanciata irresistibilmente sulla via dell’industrializzazione e quindi dello sfruttamento del salariato. In tali condizioni l’appoggio dato dai marxisti alle rivoluzioni nelle colonie si tramuterebbe in collaborazione col capitalismo, in strumento ausiliare della soluzione in senso conservatore delle gravi crisi che tormentano l’imperialismo nella periferia coloniale del suo schieramento.

Altro giudizio dell’operato dello stalinismo e del trotzkismo di fronte alla ”rivoluzione” (la 179esima nella storia della Bolivia) del partito semi-fascista di Paz Estensoro: appoggiando e esaltando tale avvenimento non hanno fatto altro che appoggiare ed esaltare il nazionalismo borghese, l’impulso della giovane borghesia boliviana ad imitare, sul piano economico e sociale, i ”nemici” di Wall Street. Il colpo di mano tentato dalla destra apertamente fascista del partito nazionalista rivoluzionario, la Falange Socialista Boliviana, ridottosi del resto a puro gesto di dilettanti, mancava di fondamento; gli obiettivi borghesi della ”rivoluzione” erano raggiunti in pieno dal governo di Paz Estensoro, non per nulla ex ministro delle Finanze nel gabinetto filonazista di Gualberto Villarroel, impiccato ad un lampione nella rivolta del 1946.

Ma quanto fin qui detto non significa che il successo delle rivolte indipendentistiche nelle colonie e nei paesi arretrati costituisca un fatto indifferente per lo svolgimento delle contraddizioni imperialistiche. Una cosa è rifiutarsi di affittare il partito proletario a rivolgimenti borghesi, altra è negare l’influenza obiettiva che l’eventuale successo della scissione statale dei paesi coloniali dalle compagini imperiali plurinazionali esercita sul processo di maturazione delle premesse del crollo finale del capitalismo. La fusione dei popoli, senza di che il socialismo è inconcepibile, non si otterrà con mere misure costituzionali (federazione, confederazione, ecc.), ma mediante l’assorbimento e la spersonalizzazione delle economie nazionali nel piano economico mondiale proletario. A ciò si opporranno i pregiudizi nazionali piccolo borghesi, che traggono alimento dall’ambiente sociale determinato dalla produzione agricola minuta, dall’arretratezza, dalla dispersione del proletariato. Di conseguenza, se i paesi coloniali ed arretrati riescono, approfittando delle contraddizioni imperialistiche, a scindersi dagli inquadramenti statali metropolitani, rivolgimenti siffatti, in quanto mirano a concentrare alla maniera capitalistica i mezzi di produzione, a creare una industria nazionale che liquidi i residui feudali e patriarcali, debbono necessariamente concentrare in masse considerevoli il proletariato indigeno, creando nuove reclute per la futura rivoluzione. D’altra parte, l’esperienza del governo nazionale indipendente varrà a guarire le masse sfruttate dall’infatuazione nazionalistica inculcata dalla nascente borghesia indigena, che presto o tardi dovrà mostrare il suo volto di sfruttatrice ed apparire non meno oppressiva dei dominatori bianchi. Ciò è senza importanza per il marxista che spia lo accumularsi delle nuvole temporalesche nel sistema capitalista?

Venga pure la rivoluzione nazionale in Tunisia, Algeria, Marocco, Indocina, Malesia, venga pure l’acceleramento dei tempi dello sviluppo integrale del capitalismo in Cina, India, Bolivia, Brasile, ecc. se non è possibile operare oggi il ”salto” rivoluzionario (di quei paesi) dal precapitalismo al socialismo. Significa che applaudiamo a Mao-tse-tung o al Pandit Nehru o a Paz Estensoro? Che i fessi lo dicano significa che nulla hanno capito della dialettica marxista di cui si atteggiano comicamente a depositari. Forse che Marx, quando nel famoso passo della talpa si felicitava della progressiva centralizzazione della macchina statale della borghesia, in cui vedeva la premessa dell’assalto frontale rivoluzionario del proletariato, professava con ciò una ammirazione e un appoggio politico al totalitarismo borghese in evoluzione? Eh no!

La scissione di Stati nazionali dalle vecchie compagini imperiali a supremazia bianca, l’instaurazione di un potere esecutivo indigeno fondato sulla borghesia, chiarifica i rapporti tra le classi, disdice crudamente l’alleanza insurrezionale delle classi contro l’oppressore bianco, oppone lo Stato nazionale al proletariato. Ogni misura atta a rafforzare il potere acutizza le contraddizioni sociali, concentra contro di esso gli sfruttati e gli oppressi, conquista all’idea della necessità della rivoluzione mondiale larghe masse. Come Marx non parteggiava per il Terzo impero e Napoleone III, pur gioiendo del continuo accentramento del potere governativo della borghesia francese, che così smascherava il monopolio politico capitalista e con ciò spingeva il proletariato a prendere coscienza; così noi non parteggiamo, né attivamente né passivamente, per le forze politiche che montano nelle colonie e nei paesi arretrati la mostruosa macchina statale borghese.

Piccola filosofia elettorale

A Cervia, il 9 c.m., repubblicani e stalinisti hanno tenuto un comizio contraddittorio sul tema: « Come si difende la Costituzione », Si trattava della solita storia: i repubblicani sono per la nuova legge elettorale perché più democratica …. gli stalinisti sono contro perché è antidemocratica e perciò, se fosse votata, ne risulterebbe una truffa a danno del non meno solito popolo.

Un nostro compagno ha chiesto la parola che gli è stata concessa per un solo quarto d’ora, e ha osservato che il compito gli era reso più facile dal fatto che i due oratori avevano, malgrado loro, riconosciuto che sia la precedente legge elettorale che quella ora in votazione sono due truffe, Infatti, l’oratore republicano aveva sostenuto che la precedente non era sufficientemente democratica e la attuale lo è in pieno lo stalinista che la precedente era buona e la attuale cattiva e truffaldina; ne risulta che dall’una e dall’altra i proletari sono stati e saranno allegramente menati per il naso. Ma la nostra critica non si limita a due leggi particolari: essa colpisce ogni sistema elettorale borghese, tutte truffe ai danni delle masse lavoratrici, e la tanto decantata democrazia repubblicana, che dà ai proletari il solo diritto di farsi sfruttare e di crepar di fame. Questo, naturalmente, i due oratori duellanti per la difesa dell’« onestà » democratica contro la « truffa » si sono ben guardati dal dire, così come hanno passato sotto silenzio il fatto che tutti i partiti della democrazia dirigono i loro sforzi esclusivamente verso l’obiettivo di mantenere i proletari nel rigido quadro della legalità, cioè dell’osservanza delle norme della società dello sfruttamento e del profitto.

Quanto a noi, se interveniamo a dire la nostra in queste discussioni, non è per far propaganda elettorale ma per ricordare ai proletari che l’urna è sempre stata e sarà sempre un inganno. Dopo questo intervento-bomba, il comizio si è sciolto in silenzio: i commenti i proletari li hanno fatti a tu per tu, ed è facile immaginare quali fossero.

Il corrispondente

Vita del Partito

Table of Contents

Riunioni

In seguito al provvedimento che unifica in federazione unica con centro a Genova le sezioni della Liguria, l’11 u.s. si è tenuta, per iniziativa dei compagni genovesi, una riunione ad Oneglia, alla quale hanno partecipato anche i compagni di Ventimiglia. Chiuso il bilancio 1952 anche dal punto di vista amministrativo, e delineato il programma di lavoro comune per il 1953, si sono discussi i diversi problemi politici e si è rilevato il sostanziale accordo dei militanti sulle questioni centrali del movimento. Le riunioni saranno periodicamente ripetute al fine di un coordinamento più efficace dell’attività.

La riunione di sezione di Portoferraio ad apertura del 1953 si è tenuta il 18-1 con l’intervento di un compagno fiorentino.

A partire dal 23-1 riprende normalmente il ciclo a settimane alterne delle riunioni allargate ed interne della sezione milanese.

COMUNICATO

Si è verificato nel 1952 – e si annuncia fin da ora nel 1953 – un promettente e continuo aumento degli abbonati, e una notevole richiesta di opuscoli, collezioni e numeri isolati della rivista, da parte di simpatizzanti e lettori delle nostre pubblicazioni. Notevole, in particolare, il numero di abbonati che la federazione di Forlì ha procurato al giornale, e quello di pubblicazioni varie richieste o fatte richiedere dalle federazioni o sezioni di Napoli, Trieste, Gruppo W., ecc. 

Tutti i gruppi, le sezioni, i compagni isolati sono invitati a mettere il massimo impegno in questo lavoro, vitale sia per l’irradiazione della propaganda, sia per l’incremento economico della nostra attività.