International Communist Party

Il Partito Comunista 23

Operai polacchi contro il capitale: un esempio per tutti i proletari

Dopo cinque anni dai fatti di Stettino e Kiel che videro gli operai dei cantieri navali ribellarsi allo Stato «socialista» polacco, questa volta gli operai polacchi hanno scioperato improvvisamente, senza preavviso, anzi anche contro i sindacati di regime in risposta all’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Il provvedimento del governo centrale prevedeva un aumento oscillante fra il 30 e il 100 per cento, la carne e il pesce del 69 per cento, il burro e il formaggio del 50 per cento, riso, fagioli e piselli del 30 per cento, e così via.

La ribellione è partita dai cinquemila operai del turno di notte della fabbrica di trattori «Ursus», a circa dieci chilometri da Varsavia, ai quali si sono uniti gli operai del turno di mattina nel momento del cambio. Successivamente squadre di operai sono andate ad occupare i binari della ferrovia Varsavia, bloccando il traffico dei treni e interrompendo le linee elettriche della rete delle ferrovie. Mentre reparti della milizia «popolare» bloccavano gli accessi alla fabbrica Ursus, nel paese lo sciopero si estendeva a tutte le fabbriche sino ai cantieri navali della costa, paralizzando ogni attività. Immediatamente la televisione polacca metteva in onda una trasmissione per consentire al presidente della Polonia Piotr Jaroszewicz di fare delle dichiarazioni in cui invitava il governo a ritirare il provvedimento e nel contempo la popolazione ad essere «comprensiva» delle ragioni che avevano indotto il regime a varare gli aumenti dei prezzi, e cioè per consentire la copertura dei costi delle merci. Gli operai hanno organizzato riunioni plenarie nelle fabbriche e «persuaso» quegli operai che tentavano di sottrarsi al movimento di sciopero.

Questi i fatti ricavati dall’agenzia di stampa, ufficiali e quindi addomesticati. Tuttavia essi non sono sufficienti per ribadire alcune nostre considerazioni che anticipammo già per i fatti di Stettino e Kiel. Questa volta la ribellione proletaria non si è limitata ad alcune fabbriche di poche città ma si è estesa a tutta la classe operaia polacca, a testimoniare la generalizzazione delle condizioni economiche in cui versa.

Innanzi tutto è necessario ribadire che nei regimi apertamente dittatoriali non è vero che gli operai siano impediti di manifestare il loro sdegno e di scioperare. Al contrario, come abbiamo più volte stigmatizzato per Spagna franchista e Grecia dei colonnelli, nei regimi dittatoriali il proletariato riesce ad intravedere meglio il suo nemico di classe, e lo identifica subito nel governo e nello Stato, perché tutte le disposizioni contro la classe operaia partono dal centro politico del capitalismo, il governo appunto. In tal modo si realizza la condizione ottimale per la lotta di classe, cioè la cristallizzazione a due poli opposti visibili degli interessi delle due classi fondamentali della società moderna, il proletariato e la borghesia.

In secondo luogo la ribellione degli operai polacchi smentisce in maniera clamorosa le idiozie dei politicanti nostri e soprattutto la vergognosa politica di pace sociale dei falsi partiti operai e dei sindacati tricolore.

Nei paesi «socialisti», infatti si è realizzata in «assoluto» la pace tra le classi, quei dirigenti politici vantano di non esservi scioperi e conflitti sociali. Al contrario, le leggi ferree dell’economia capitalistica, sotto qualsiasi regime operano senza pietà ed obbligano governo e stato a operare nell’unico senso possibile per la conservazione del regime e del meccanismo economico del profitto. Chiunque sia alla direzione dello Stato deve operare in favore dell’economia nazionale e quindi contro la

classe operaia. L’aumento dei prezzi è stato un provvedimento che in occidente è normale, di ogni giorno. La sola differenza è che in regime democratico l’attacco alle condizioni operaie, alla svalutazione dei salari, attraverso il meccanismo del rialzo dei prezzi dei generi di prima necessità, si effettua alla chetichella, azienda per azienda, settore per settore e bisogna dire che, fatte le debite differenze tra Polonia e Italia, i sindacati e i partitacci italici si dimostrano più bravi di quelli polacchi per fare ingozzare al proletariato la riduzione reale dei salari.

I paesi di oltrecortina, che abbiamo sempre definita un «colabrodo», soffrono della stessa malattia del capitalismo occidentale, della crisi cioè, che si manifesta anche sotto forma di inflazione galoppante, da cui il rialzo dei prezzi. I borghesacci di qui non si rallegrino di quanto accade in Polonia, perché i fatti polacchi sono il preambolo di ribellioni internazionali a misura che le cause economiche investono tutti i paesi del mondo con maggiore e crescente intensità. Allora non ci sarà «patto sociale» che tenga, come Polonia insegna, non ci sarà partito «operaio» al governo che possa frenare e tanto meno impedire che il proletariato rialzi la testa e fieramente gridi in faccia ai suoi oppressori il suo odio. Se il metro polacco deve misurare l’efficacia della protezione di un governo di «sinistra» per lo Stato e gli interessi capitalistici, i governanti borghesi hanno un rebus inestricabile da sciogliere, se persino nei regimi «socialisti» non si riesce a tenere a posto la classe operaia. Noi diciamo che quando si passa la misura non c’è regime di sorta che possa bloccare la ribellione operaia.

Gli operai polacchi hanno dimostrato un altro assunto della Sinistra, e cioè che, malgrado il regime infame in cui vivono e lavorano, al pari del nostro, malgrado repressioni e polizia, riescono ad organizzare istintivamente e repentinamente una difesa economica per la quale manca soltanto il partito di classe, per farne un trampolino dell’offensiva di classe.

Che gli eroici proletari sud-africani non cadano nell’inganno democratico

Soweto, Alexandra, alcune tra le principali città del Sud Africa sono in arme. La rabbia delle masse negre supersfruttate è esplosa spontanea contro i simboli odiosi del potere borghese bianco. Sono in fiamme gli uffici pubblici, i negozi, le scuole. Tra i rivoltosi centinaia sono stati i morti, migliaia i feriti, ancora sconosciuto ma certamente altissimo, il numero degli arrestati, ma la rivolta divampa. La feroce reazione degli sgherri del regime, della polizia, della milizia che, ormai in preda al terrore, non hanno esitato a sparare su folle di giovani e giovanissimi negri, non ha potuto frenare l’esplosione dell’odio di classe.

L’ingordigia della borghesia sudafricana, il suo regime che unisce il razzismo al dominio di classe hanno fatto sì che in Sud Africa l’orrore, la crudeltà, la ferocia del modo di produzione capitalistico, si presentino in tutta la sua evidenza.

Non esiste opportunismo in Sud Africa perché non esistono mezze classi: da una parte il potere, la ricchezza della classe borghese bianca, dall’altra lo sfruttamento, la miseria, l’abbrutimento del proletariato e delle classi sfruttate negre che, private persino di una qualsiasi parvenza di «diritti democratici», sono costrette a vivere in veri e propri ghetti, completamente escluse dalla «civiltà» dei bianchi. I maldestri tentativi delle classi privilegiate bianche di cooptare al governo alcuni negri rinnegati sono miseramente falliti. L’estrema durezza dell’oppressione non permette compromessi: o la schiavitù o la ribellione violenta.

Eppure questo regime, apparentemente tanto forte, non è in una situazione molto comoda ormai; tutti i fattori che in passato avevano contribuito alla sua forza ne determinano adesso la debolezza: il suo formidabile esercito ha riportato in Angola brucianti sconfitte; il dominio sulla Namibia si sta sfaldando sotto i colpi della lotta rivoluzionaria delle masse sfruttate di quella regione; le masse di proletari ammassati nelle baracche alla periferia delle sue città, che per anni e anni con le loro sofferenze e col loro sangue hanno ingrassato un’infima minoranza di borghesi bianchi, si stanno rivoltando al loro sfruttamento e minacciano con la loro primitiva e terribile forza di scardinare i fradici pilastri del regime.

Gli stessi alleati naturali del Sud Africa, i paesi imperialisti e segnatamente gli USA, hanno compreso la debolezza del regime razzista e stanno preparando la soluzione di ricambio, sacrificando il servo stolto per sostituirlo con altro più accorto, più liberale, più democratico e magari di colore. Tentano in tal modo di rifarsi una reputazione di «difensori della libertà» agli occhi dei paesi africani; procedendo ad una democratizzazione «dall’alto» che, dando l’impressione di cambiare tutto, non cambierebbe nulla.

Le masse sfruttate del Sud Africa e della Namibia devono opporsi alle tentazioni, in cui certamente cadranno gli strati borghesi del loro movimento di lotta, di accordarsi con l’imperialismo sulla base dell’acquisizione dell’indipendenza formale, della costituzione in Stato indipendente. Esse devono appoggiare la lotta della piccola borghesia rivoluzionaria, ma devono anche essere pronte a puntare il fucile contro questi strati quando, raggiunti i loro obiettivi essi vorranno chiudere la lotta. La lotta del proletariato e delle masse sfruttate, del Sud Africa come della Namibia, non deve fermarsi all’acquisizione dei diritti democratici e dell’indipendenza nazionale, ma andare avanti fino alla completa liberazione dallo sfruttamento, dalla schiavitù salariata, fino all’instaurazione della dittatura proletaria.

I comunisti rivoluzionari non possono che salutare con profonda gioia le fiamme che hanno incendiato il Sud Africa, sperando che in un prossimo futuro i bagliori dell’incendio rivoluzionario possano illuminare le cittadelle dell’imperialismo, da New York a Mosca, da Londra a Berlino, da Parigi a Roma.

Un unico inquadramento di lotta contro la bestiale concorrenza tra sfruttati

I provvedimenti ed i «piani» per i disoccupati dimostrano che la borghesia internazionale si rende benissimo conto del pericolo per lei rappresentato dalla massa degli operai senza lavoro in continuo aumento e che cerca di correre ai ripari. Il riparo in realtà, per il regime capitalistico, non può essere che uno solo: impedire che la massa dei disoccupati si renda conto della identità dei suoi interessi con gli operai ancora alla produzione, fare in modo che i disoccupati credano davvero alla possibilità di risolvere i loro problemi in quanto disoccupati, separatamente dal resto della classe operaia.

La soluzione della borghesia a questo problema è illusoria: se l’umanità non fosse costretta a vivere sotto il dominio di un modo di produzione, quello capitalistico, in cui si produce soltanto in quanto si vende e si ricava un profitto non esisterebbe, infatti, problema di disoccupazione: avendo prodotto troppo, essendo il mondo soffocato da cumuli di merci, la soluzione sarebbe semplice: ridurre lo sforzo e l’orario di lavoro per tutta l’umanità lavoratrice, produrre di meno facendo faticare di meno la classe operaia. Il problema della disoccupazione esiste e nasce solo sul terreno del modo di produzione capitalistico. Il prodotto del lavoro è monopolio della classe che possiede i mezzi di produzione; questo prodotto assume la forma di merce, cioè, per essere consumato, deve essere venduto e dare un profitto senza il quale cessa per la classe capitalistica ogni interesse alla produzione stessa. Di conseguenza il fatto che il mondo sia strapieno di merci si trasforma per il modo di produzione capitalistico nella necessità di intensificare la concorrenza sul mercato mondiale per strapparsi i pochi consumatori ancora esistenti, cioè di abbassare i costi di produzione per fregare il concorrente, appartenga esso alla stessa «patria» o ad una «patria» diversa.

Prima conseguenza aberrante del modo di produzione: la crisi di sovrapproduzione è «relativa», cioè non è che gli uomini abbiano in realtà a disposizione troppi prodotti che non riescono materialmente a consumare, cosa che si risolverebbe aumentando semplicemente il consumo umano. In realtà il capitalismo conosce solo consumatori paganti e il meccanismo produttivo si inceppa per sovrapproduzione, mentre la massa degli uomini è ancora priva dei più elementari mezzi di sostentamento. Da una parte un cumulo enorme di merci che non possono essere vendute, dall’altra una massa sterminata di uomini che muore di fame perché non possono comprare queste merci. Fra i prodotti del lavoro e l’umanità lavoratrice sta il monopolio, sui mezzi di produzione e sui prodotti, di una classe sociale, protetta dalla forza armata dello Stato, dai codici, dalle leggi la quale è disposta a produrre solo ed in quanto dalla produzione realizza il suo profitto: se questo non è possibile, e nel sistema capitalistico diventa periodicamente ed inevitabilmente impossibile, la massa dei prodotti marcisce da una parte, mentre la massa dei produttori muore di fame dall’altra; fra le due il carabiniere, il tribunale, il giudice pronti a difendere con tutti i mezzi il sacro diritto alla proprietà privata.

Inevitabilmente dunque per il sistema capitalistico il fatto di aver prodotto troppo in relazione non ai bisogni umani o alle possibilità materiali di consumo dell’umanità, ma in relazione alle possibilità di pagamento e di realizzazione del profitto per la classe capitalistica, si trasforma in intensificazione della concorrenza ed in necessità di ridurre i costi di produzione in maniera che le merci del capitalista o dello Stato possano essere vendute sul mercato a preferenza di altre merci prodotte da altri capitalisti. Ma c’è un solo modo di abbassare i costi di produzione mantenendo inalterato il profitto della classe capitalistica: abbassare il costo delle materie prime (cioè pressione sui produttori di materie prime, imperialismo, colonialismo) o abbassare il costo del lavoro, cioè ridurre la parte del prodotto sociale che va agli operai sotto forma di salario.

Ecco dove si determina il fenomeno della disoccupazione: mentre si intensifica lo sfruttamento, il ritmo, il tormento del lavoro (lavoro a domicilio, lavoro ‘nero’, prolungamento della giornata lavorativa ecc.) per una parte degli operai, un’altra parte viene espulsa dall’attività produttiva e costretta a vivere di sussidi o morire di fame.

Altra conseguenza aberrante del modo di produzione: nella fabbrica si intensifica lo sforzo di lavoro, nella fabbrica si muore quotidianamente nei cosiddetti «omicidi bianchi» generati dalla velocità delle macchine, dal prolungamento della giornata lavorativa, ecc., cioè si muore per troppo lavoro; fuori della fabbrica una massa sempre crescente di uomini ai quali viene impedito l’accesso all’attività produttiva. Fra l’una e l’altra massa di uomini ancora una volta, il carabiniere, il tribunale, il giudice, il prete, il sindacalista tricolore, cioè l’apparato statale capitalistico sulla cui bandiera sta scritto: difesa con tutti i mezzi della proprietà privata, del diritto capitalistico a realizzare il profitto.

IL PROBLEMA DELLA DISOCCUPAZIONE NEL SENSO BORGHESE

Il disoccupato non potrà mai risolvere il problema della sua sopravvivenza come disoccupato.

Se la classe capitalistica fosse in grado di dare a lui lo stesso misero salario che dà all’operaio occupato, cioè il salario pieno ed integrale, cesserebbe lo scopo stesso per cui il sistema capitalistico produce la disoccupazione, cioè la necessità per il capitalista di ridurre i costi di produzione. Di conseguenza tutte le «provvidenze», i «piani» ecc. che la borghesia mette in atto non possono essere che mezzi per mantenere il disoccupato ad un livello inferiore a quello dell’operaio occupato, cioè non possono essere che sussidi di disoccupazione, più o meno elaborati, più o meno raffinati.

La borghesia offre possibilità di lavoro al disoccupato, ma sempre ad un livello complessivamente inferiore al costo di un operaio occupato. Questo si attua in diverse maniere: prima di tutto dividendo la massa dei disoccupati ed instaurando al suo interno la più terribile concorrenza: mai ci saranno posti di lavoro per tutti ma solo per una parte di essi; qualcuno sarà ammesso al «privilegio» di poter lavorare e di ricevere un salario mentre la massa dei suoi compagni rimane a morire di fame; in secondo luogo, impiegando i disoccupati ad un prezzo inferiore a quello degli occupati, cioè intensificando la concorrenza fra disoccupati ed occupati e facendo abbassare necessariamente il salario dei lavoratori occupati. La classe operaia è costretta a leggere ogni giorno nella sua viva esperienza questa realtà: la massa dei disoccupati preme sugli operai alla produzione i quali sono costretti, in nome della difesa del posto di lavoro, cioè per non essere sostituiti dai disoccupati, a vedersi ridurre di fatto i salari, a lavorare in condizioni sempre più disumane e a ritmi sempre più intensi. Il «privilegio» di poter soffrire e morire ogni giorno all’interno di una fabbrica diventa un bene prezioso per quella parte della classe operaia che ha la «fortuna» di poterne usufruire: che importa la quantità di salario, che importano le misure di sicurezza, che importa l’orario di lavoro, purché si abbia il «privilegio» di farsi sfruttare, di poter lavorare?

Ecco in quale maniera, se consideriamo complessivamente la somma dei salari pagati a quindici milioni di operai italiani, per esempio, cinque anni fa, vediamo che questa somma complessiva si è enormemente ridotta pur aumentando la produzione: cioè la classe operaia italiana riceve in cambio del prodotto complessivo una quantità di prodotti sociali enormemente minore di quella che riceveva cinque o sei anni fa. Si sono abbassati i costi del lavoro; le merci italiane entrano sul mercato mondiale a «prezzi competitivi», cioè possono essere vendute a preferenza di quelle giapponesi o tedesche o americane salvaguardando il profitto capitalistico. È questo il risultato che il modo di produzione capitalistico e le classi sociali che alla sua sopravvivenza sono interessate intendono raggiungere.

Ma la borghesia ed il suo Stato si ripromettono dalla separazione e dalla concorrenza fra operai occupati e disoccupati un altro risultato di carattere politico: essa sa benissimo che la crisi del suo modo di produzione andrà intensificandosi e che essa sarà costretta a schiacciare sempre di più le condizioni della classe operaia nel suo complesso. Sa anche che la classe operaia potrebbe ritrovare, in questo continuo peggioramento delle sue condizioni materiali, la spinta per attaccare ancora una volta lo Stato borghese, per tentare di spezzare una volta per sempre il monopolio sociale e politico che periodicamente porta l’umanità al massacro delle sue energie. Allora la crisi trapasserebbe da crisi economica a crisi sociale e politica, a scontro violento fra le classi per la conservazione o la distruzione di questo infame modo di produrre e di vivere. La borghesia tende tutti i suoi sforzi ad impedire questo trapasso o, quanto meno, a fare in modo che quando si verificherà la classe operaia sia il più possibile indebolita e divisa, il più possibile privata della possibilità di reagire come una sola massa guidata da un solo cervello, da una sola finalità.

L’esercito dei disoccupati serve anche a questo scopo, nella misura in cui esso si sente separato dai lavoratori occupati, nella misura in cui sente che nessun appoggio, per risolvere il problema della sua sopravvivenza, può venirgli dagli operai occupati i quali ‘pensano per sé’, ma che essa dipende esclusivamente dalle provvidenze e dalle elargizioni dello Stato borghese.

La massa dei disoccupati, disperata, ridotta a pietire un sussidio od un lavoro qualunque esso sia dal padronato e dal suo Stato, convinta che gli operai occupati sono dei «privilegiati» e che niente può aspettarsi da loro, può essere dalla borghesia mobilitata contro la classe operaia, può fornire la truppa d’assalto della borghesia contro qualsiasi tentativo degli operai occupati di reagire allo schiacciamento delle loro condizioni di vita e di lavoro. La storia del movimento operaio insegna che mille volte la borghesia è riuscita ad arruolare i carnefici della classe operaia fra le masse dei disoccupati, dei sottoproletari, degli operai a cui non restava altra scelta che quella fra il morire di fame e l’accettare le briciole meschine che la borghesia elargiva togliendole dal supersfruttamento degli occupati.

Nel giugno del 1848 gli operai di Parigi insorti, trovarono di fronte a sé non solo i fucili degli «epiciers», dei bottegai ai quali il grande capitale aveva elargito una dilazione nel pagamento delle cambiali, ma anche la «guardia mobile» arruolata fra gli operai disoccupati e ridotti al rango di sottoproletari. In tempi più recenti dagli strati sociali della piccola borghesia semirovinata e del sottoproletariato trassero le loro falangi il fascismo ed il nazismo per portare colpi vigorosi contro le organizzazioni di classe del proletariato.

LA MALEDETTA POLITICA OPPORTUNISTA

È questa la posta che la classe operaia sta giocando. Ma il tentativo della borghesia di dividere a proprio vantaggio le forze della classe diventa possibile soltanto ed esclusivamente per il tramite della politica veramente corporativa che l’opportunismo politico e sindacale impone agli operai. È proprio sul problema della disoccupazione che spicca il carattere borghese dei falsi partiti operai, come il P.C.I. o i partiti socialdemocratici ed il carattere antioperaio della politica sindacale attuale da essi ispirata e voluta. Questa banda di carogne in veste di dirigenti operai svolge particolarmente in questo la sua funzione di agente della borghesia separando la sorte degli operai occupati da quella dei disoccupati e abbandonando questi ultimi alla mercé dello Stato capitalistico. Con questo essa prepara la strada alla reazione borghese contro la classe operaia; prepara, sotto le sue declamazioni «antifasciste», la strada del fascismo. Questa politica si sta già attuando, non è cosa del futuro, ma del presente ed addirittura del passato.

In tutti i contratti di lavoro firmati quest’anno e nell’ultimo dei tessili in particolare è contenuta: 1) L’accettazione del lavoro straordinario, il principio del miglior utilizzo degli impianti, la possibilità per un operaio di fare turni di 12 o 16 ore. Questo significa possibilità per il padrone di fare la stessa produzione con un numero minore di operai, cioè un tradimento delle migliaia di operai che aspettano fuori dei cancelli delle fabbriche. 2) L’accettazione della cassa integrazione, della riduzione del personale e della sua «mobilità». Questo significa la possibilità per il padrone di aumentare il numero dei disoccupati. 3) L’ammissione ed addirittura la codificazione del ricorso al lavoro ‘in conto terzi’, del lavoro a domicilio e delle altre forme di lavoro ‘nero’ (vedi contratto tessile). Questo significa possibilità di sfruttare lavoratori ridotti a disoccupati in forme di sottoccupazione, con salari di fame, col ricorso al lavoro minorile ecc.

E mentre la politica opportunista che dirige i sindacati separa gli occupati dai disoccupati favorendo il supersfruttamento degli uni e degli altri, i disoccupati vengono separati dai loro compagni anche da un punto di vista fisico. L’organizzazione sindacale a cui appartenevano fino al giorno prima non li accoglie più neanche statutariamente dato il metodo infame della iscrizione per delega il quale presuppone che l’operaio possa essere iscritto al sindacato solo in quanto ha un padrone, non in quanto è un operaio. Nello stesso tempo si favorisce in tutti i modi la creazione di un ‘sindacato dei disoccupati’, il quale dovrebbe portare avanti gli interessi dei disoccupati, le rivendicazioni dei disoccupati come se queste potessero esistere in se stesse senza divenire necessariamente la richiesta di elemosine allo Stato borghese. Si scava cioè un abisso fra operai occupati ed operai disoccupati separando questi ultimi perfino psicologicamente dal resto della classe operaia.

Ma non basta: quando gli operai disoccupati si scagliano, spinti dalle loro improrogabili esigenze di vita, contro le istituzioni del regime borghese, allora si invoca la calma dei lavoratori occupati per ‘isolare i provocatori’ e si plaude alla repressione statale contro ‘la violenza’. È grazie a questa politica che il capitale internazionale può varare i suoi ‘piani’ per i disoccupati i quali hanno un unico significato: mettere i disoccupati contro gli operai alla produzione dal punto di vista della concorrenza economica, fare dei disoccupati una massa di manovra contro l’insieme della classe operaia da un punto di vista sociale e politico.

LA VERA POLITICA DI CLASSE VERSO I DISOCCUPATI

La crisi economica, grazie al predominio della politica opportunista su tutti gli organismi operai, favorisce la disgregazione della classe operaia in reparti contrapposti. A questa disgregazione la classe operaia può reagire in un solo modo: assumendo su di sé globalmente la difesa delle condizioni di vita degli operai occupati e di quelli disoccupati. La forza effettiva della classe operaia sta negli operai alla produzione. La questione della difesa dei disoccupati deve essere dunque al centro delle lotte e delle rivendicazioni degli operai occupati. Si deve lottare per esigere che agli operai disoccupati, licenziati, pensionati venga corrisposto il salario integrale in quanto membri della classe operaia; si deve lottare perché si riduca l’orario e lo sforzo di lavoro e contro tutte le forme di lavoro ‘nero’ in maniera che i disoccupati, ‘nuovi investimenti o meno’, vengano riammessi alla produzione. Si deve lottare contro tutte le forme di supersfruttamento a cui gli operai disoccupati vengono sottoposti esigendo che, qualora essi vengano impiegati in qualsiasi lavoro, lo siano alle stesse identiche condizioni di tutti gli altri operai.

Si deve esigere che l’operaio disoccupato appartenga di diritto alla organizzazione sindacale alla quale apparteneva quando era occupato, così come l’operaio pensionato, e si deve rigettare qualsiasi tentativo di escluderlo dalla sua categoria e di dar vita alla categoria ‘speciale’ dei disoccupati organizzata separatamente dai lavoratori occupati.

La classe operaia alla produzione deve sentire ed esprimere la sua solidarietà con gli episodi di violenza che i disoccupati rivolgono contro le istituzioni borghesi e deve essere lei, che ha in mano le leve della produzione, a dire alla borghesia che, investimenti o non investimenti, profitti o non profitti, competitività o non competitività essa non permetterà che milioni dei suoi membri vivano alla mercé delle elemosine capitalistiche.

Salario pieno ai disoccupati. Abolizione di qualsiasi lavoro straordinario. Riduzione dell’orario e del carico di lavoro. Ecco le rivendicazioni che uniscono occupati e disoccupati in un unico fronte di classe contro il profitto capitalistico e la sua conservazione che va sotto il nome di ‘economia mondiale’.

Certamente queste rivendicazioni elementari vanno direttamente contro l’economia capitalistica. Essa non può sopravvivere, non può uscire dalla crisi che la attanaglia a livello mondiale se la classe operaia esige la soddisfazione di queste rivendicazioni. Ma questo significa soltanto che il regime capitalistico può salvarsi ancora una volta soltanto schiacciando le condizioni di vita della classe operaia fino alla fame generalizzata, fino al massacro sui fronti di una nuova guerra mondiale.

Questa è l’alternativa che sta di fronte alla classe operaia oggi: o sacrificare se stessa e i suoi figli affinché sopravviva il privilegio delle classi possidenti o intraprendere il duro cammino della difesa senza quartiere, con tutti i mezzi e contro tutti, delle proprie condizioni di vita e di lavoro, della ricostituzione su questa base dei propri sindacati di classe, del riallacciamento al partito rivoluzionario di classe. Non esiste altra strada né per gli occupati né per i disoccupati.

Dove la classe dovrà ritornare

Il 1920 è un anno cruciale della lotta proletaria, le classi privilegiate tremano solo al sentirne parlare. Le masse proletarie e i contadini poveri di tutto il mondo, dopo essere state portate dai capi socialtraditori della II Internazionale, a scannarsi sui fronti della prima guerra mondiale (facendo fare affari d’oro ai capitalisti) sono state ricompensate come sempre con la miseria, fame, disoccupazione.

Gli sfruttati d’occidente e d’oriente, dei paesi industrializzati e di quelli arretrati guardano a Mosca pieni di speranza. È la grande rivoluzione comunista dell’ottobre 1917, che, accolta con entusiasmo dagli operai di tutto il mondo, ha costretto le canaglie imperialiste alla conclusione della frettolosa pace di Versailles. Di fronte al pericolo rosso le varie borghesie dimenticano le loro rivalità: il «militarismo prussiano», i residui dello zarismo, le «democrazie occidentali», francese, inglese, americana, nonché la cialtrona borghesia italiana si trovano uniti contro il primo Stato proletario e contro il risorto partito mondiale del proletariato: la III Internazionale. La Repubblica dei Soviet, Lenin, l’Internazionale sono la bandiera degli sfruttati, dei diseredati, dei derelitti di tutto il mondo che trovano la forza di rialzare la testa minacciando con le armi in pugno i privilegi delle classi ricche e le loro macchine statali.

Sembrano lontani questi avvenimenti oggi, a oltre 50 anni di distanza: gli uomini che furono protagonisti sono ormai morti, due generazioni di proletari si sono succedute; la prima è stata di nuovo chiamata dall’interesse capitalistico a scannarsi sui campi della II guerra mondiale, la seconda ancora più prostrata, ha attraversato la fase della «ricostruzione», del trionfo della «pace», della democrazia, della «libertà» dell’instupidimento per mezzo di un effimero e falso «benessere», fase quest’ultima non meno segnata da sacrifici e miseria per la classe proletaria.

I partiti che ancora oggi portano il nome glorioso del comunismo, parlano un linguaggio ben diverso da quello della III Internazionale, mentre gli Stati borghesi mettono in atto un nuovo terribile schiacciamento delle condizioni di vita degli operai allo scopo di salvare i privilegi delle classi ricche, essi seminano tra i proletari la demoralizzazione, li disarmano, li invitano ad inchinarsi di fronte ai feticci della «Libertà» e della «Democrazia», li invitano a sacrificarsi per salvare un regime che si può reggere solo sullo schiacciamento delle masse sfruttate, cercano di tenerli in stato di soggezione nei confronti dei bolsi rappresentanti della fetida «intellighenzia» borghese. Ancora una volta le masse sfruttate, sono state trascinate alle urne nella illusione che le loro condizioni di vita possano migliorare attraverso l’acquisizione da parte dei partiti opportunisti della maggioranza parlamentare e attraverso un pacifico avvicendamento di partiti alle redini dello Stato. Siamo al culmine di un processo che ha visto la sconfitta della Rivoluzione in Germania, la degenerazione della III Internazionale, la fine del primo Stato proletario, il passaggio dei partiti Comunisti di allora nel campo avversario, il rimanere di un piccolissimo gruppo di militanti sulle posizioni di sempre del Comunismo Rivoluzionario.

È stata la più terribile sconfitta che il proletariato abbia mai subito, ma è stata anche una preziosa lezione per le generazioni proletarie future: oggi, a 56 anni di distanza, possiamo dire che il nemico non ci ha battuto sul campo di battaglia, ma con l’inganno e con la mistificazione democratica. In Italia non furono le bande fasciste a sconfiggere il proletariato, ma l’inganno e il tradimento dei capi socialisti. A Empoli, Prato, Sarzana, Foiano, Bari, Ancona, Parma, Trieste, ecc., mentre i capi socialisti firmavano il «patto di pacificazione», i fascisti subirono dure batoste da parte delle squadre comuniste. Furono i partiti opportunisti in Germania, in Ungheria, come in Italia che, dopo aver indebolito e disarmato le nostre forze con le illusioni democratiche, legalitarie, pacifiste, ci dettero il colpo di grazia, usando contro il proletariato le armi legali ed extralegali dello Stato. Gli attuali falsi partiti operai svolgono e svolgeranno, con una ferocia cento volte maggiore, la stessa funzione di aguzzini del capitalismo dei capi socialdemocratici e socialisti di allora, anche se dobbiamo dare atto al vecchio Turati, che egli non avrebbe mai usato il linguaggio così spudoratamente antioperaio degli attuali Lama e Berlinguer.

Gli attuali campioni della democrazia offrono alle masse, quale contropartita dello schiacciamento delle loro condizioni di vita, ancora una volta il logoro feticcio della libertà, della pace, ecc. e fanno minacciosamente balenare all’orizzonte il «pericolo» della «dittatura fascista» che affosserebbe tutte le libertà, ucciderebbe la democrazia. Ma si tratta di un volgare trucco! La borghesia non avrà alcun bisogno del manganello fascista finché gli operai si lasceranno «liberamente e democraticamente» sfruttare per poi essere gettati «pacificamente» in mezzo a una strada, finché gli operai accetteranno supinamente di stringere la cinghia per salvare i privilegi dei capitalisti. È quando gli operai cominceranno a rialzare la testa, quando non ascolteranno più le parole degli opportunisti e difenderanno con l’azione di classe le loro condizioni materiali, che la borghesia DOVRÀ GETTARE LA MASCHERA e ricorrere ai suoi sgherri armati, dando magari il benservito ai suoi imbonitori, non più necessari.

È perciò che i comunisti rivoluzionari di sempre indicano agli operai che il loro peggior nemico sono le illusioni democratiche che i partiti opportunisti seminano nelle loro file; i contrasti di classe, che oggi in questa foia elezionistica, sembrano quasi scomparire, saranno presto posti all’ordine del giorno dal procedere inesorabile delle determinazioni economiche. I nodi verranno presto al pettine, tutti dovranno fare i conti con la storia e ancora una volta agli occhi delle masse proletarie si presenterà prepotentemente l’alternativa di sempre: Democrazia borghese o Dittatura del Proletariato. «Libertà» per i capitalisti e schiacciamento delle masse sfruttate, oppure schiacciamento dei capitalisti e liberazione del proletariato. Risuoni di nuovo nei cuori e nelle menti dei proletari, il grido di battaglia del Manifesto del 1848, speranza delle classi oppresse e terrore per gli oppressori: «Tremino pure le classi dominanti davanti a una rivoluzione comunista.

I proletari non hanno nulla da perdere in essa fuorché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare».

Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale (Pt. 5)

Produzione e consumo

Il capitalismo, abbiamo visto, è caratterizzato da una continua evoluzione della quantità e della intensità del suo modo di produrre alla quale corrisponde una opposta costanza delle forme giuridiche, dei rapporti di produzione nel quale la società è incardinata.

Marx, quando parla della vendita della forza-lavoro, afferma: «Il rapporto capitalistico durante il processo produttivo si rileva soltanto perché esso in sé esiste nell’atto della circolazione, nelle differenti condizioni economiche, nelle differenti condizioni economiche fondamentali in cui si contrappongono compratori e venditori, sul loro rapporto di classe» (Il Capitale, Vol.2, I.I.I).

Il capitalismo si definisce come rapporto fra gli uomini ed i mezzi di produzione, fra proletariato e monopolizzatori dei mezzi di produzione, prima del processo produttivo con la vendita della forza-lavoro, dopo nella ripartizione del plusprodotto fra le classi dominanti e nella distribuzione della ricchezza. In questo senso: «il processo di produzione appare solo come interruzione del processo di circolazione del valore capitale» (Vol.2, I.I.III). Anche da qui la nostra tesi che il regime da abbattere è asserragliato fuori dalla sfera della produzione immediata, fuori dalle fabbriche.

Parimenti tutto il processo s’inceppa periodicamente non per l’insorgere di difficoltà tecniche relative ai sempre più complessi processi produttivi, seppure sia infernale per i proletari il lavoro nelle galere capitalistiche, ma per la non rispondenza di questa produzione giganteggiante con la quantità di proletari che si offrono sul mercato e con la possibilità delle diverse classi di acquistare i mezzi di sussistenza prodotti. Nonostante la storicamente dimostrata caduta tendenziale del saggio di profitto il ciclo del capitale, per quanto riguarda il solo processo produttivo, potrebbe continuare all’infinito. Nel momento in cui la produzione si arresta gli impianti sono, infatti, al massimo della loro efficienza e capacità e chiedono solo di essere messi in movimento. Lo stesso per quanto riguarda la disponibilità di capitali. Capitali ce ne sono anche troppi, basterebbe che si… investissero (Investiamoli! suggerisce, trionfante per la tautologia discoperta, l’imbecillità opportunista). Ma il marcio non è lì: in teoria, da un punto di vista materiale, almeno fino ad esaurimento delle materie prime e dell’energia dei proletari del mondo, sarebbe possibile andare avanti in questa demente orgia produttiva, tanto è vero che in certi settori di particolare pestilenza già la produzione urta contro i limiti delle stesse leggi di natura.

La caduta del saggio di profitto ha come effetto immediato il dilatarsi della massa di capitale, nella grandezza che la storia ha mostrato, non essendo data alcuna misura né sociale né naturale; l’illusione del capitale è di produrre al solo fine di produrre. Il brusco risveglio si ha, quando le montagne di merci invendute protestano energicamente che una merce che si rispetti (sul mercato), prima o poi, deve servire a qualcos’altro che non sia la produzione stessa, che dal ciclo del capitale si esce solo con il lasciapassare del valore d’uso.

Da notare che l’utilità di una merce non è un dato assoluto, benché il capitalismo crei in continuazione nuovi e più estesi bisogni, anche del proletariato, la parte del reddito destinato al consumo individuale cresce, (quando cresce) in proporzione di gran lunga minore alla massa del plusvalore estorto. La sproporzione nasce quindi fra una mostruosa macchina produttiva di ricchezza (a parte la nostra critica di cosa e come viene prodotto) ed una massa di lavoratori che da questa ricchezza sono, e nel capitalismo saranno sempre, inesorabilmente separati. Per definizione il plusvalore si trasferisce al di fuori del proletariato. La spersonalizzazione del capitale e la concorrenza a coltello limitano inoltre anche la quota del plusvalore che l’industria può permettersi di distribuire al consumo improduttivo delle classi dominanti.

L’opportunismo si lamenta coi compari per le “Cattedrali nel deserto” (ci vorrebbero piccole canoniche intorno ove sarebbe più facile arraffare elemosinucce). Ma tutta la macchina produttiva capitalistica è una “cattedrale” che si è fatta il deserto intorno, che sottomette e centralizza in sé tutte le meno agguerrite unità produttive, concentrando in sé il mezzo ed il fine del suo movimento.

Quando la sovrapproduzione mondiale ha raggiunto un determinato livello, basta un niente, un fatto anche accidentale per innescare la crisi, un’imprevista oscillazione della domanda, un’alternanza stagionale ed il panico si diffonde improvviso fra gli agenti del capitale. Improvvisamente ci si rende conto che la enorme massa di merci già prodotta non potrà essere venduta al suo valore, che non ha valore, che i giganteschi impianti non potranno mai funzionare a regime tutti, contemporaneamente. Ma è solo grazie a quest’illusione che il capitalismo ha potuto procedere fino a quel punto e cerca di spingere ancora l’accumulazione anche quando i primi sintomi della sovrapproduzione si sono manifestati. È questa la situazione attuale. La prima reazione dei fabbricanti è di nascondere le difficoltà ai creditori, alle banche dal fido delle quali dipendono, di accelerare la produzione per abbassare i costi unitari e ritagliarsi un po’ di mercato.

Alla domanda, rivolta ad un agente di cambio dal giornale La Repubblica il 10 giugno, circa lo stato attuale dei bilanci delle imprese, quello risponde: «Malissimo. Molte aziende per procurarsi il denaro di cui hanno bisogno spendono l’8-10% del loro fatturato. In queste condizioni è impossibile che possano stare in piedi. Fino a quando riusciranno a farlo, nasconderanno le loro colossali perdite fra le pieghe dei bilanci, poi salteranno. E non sto parlando di piccole e medie imprese, ma di alcune fra le maggiori società del paese». È chiaro che tali imprese non solo stanno già producendo al di sotto del profitto medio, non solo al di sotto del tasso d’interesse bancario, ma addirittura con profitto negativo se vogliono accedere al mercato. È evidente che solo grazie all’intervento del credito finanziario che la situazione è così drammatica, ma anche che proprio per il suo intervento ha potuto trascinarsi tanto avanti.

Per mezzo del credito, infatti, non solo si può produrre prima e senza che esistano i compratori, ma si permette anche di utilizzare mezzi di produzione e materiali prima che esistano i loro equivalenti, sottratti alla società in cambio solo della speranza della continua folle espansione capitalistica. Si produce con capitali il cui valore ancora non è stato prodotto, inventando capitali, barando al gioco dello “scambio onesto” che è troppo angusto, ogni capitalista fidando d’aver terminato il suo ciclo prima che lo scandalo esploda. Tutti gli agenti del capitale hanno quindi un comune interesse a mollare i freni al carrozzone a misura che la china si trasforma in precipizio, né, del resto, potrebbero fermarlo, anche se volessero.

Il credito è lo strumento ultimo e più perfezionato del capitalismo nella illusoria tendenza ad emanciparsi dai suoi stessi limiti, del mercantilismo, dello scambio fra equivalenti.

È nel contempo la disfatta del principio liberistico per i quali i bisogni dei cittadini eserciterebbero una severa azione di selezione sui traffici capitalistici imponendo quella proporzione fra le varie branche produttive rispondente alla “domanda”. Non solo terribili crisi mondiali – maledette certo da tutti – sono scoppiate ed hanno avuto l’epicentro proprio nei paesi ove tale dottrina più rigorosamente informava la legislazione commerciale, ma è risultato all’evidenza che la fame di plusvalore ha dittato anche sulla natura della “domanda”, ritenuta sovrana modellandola a seconda dei suoi stravaganti bisogni.

Il credito si occupa, trasferendo capitale da un ramo all’altro secondo le evoluzioni del saggio particolare del profitto, di rendere contemporanea la crisi in tutte le sfere produttive ed in tutti i paesi. Non si tratta più, come può accadere, di sovrapproduzione di una determinata merce ma sovrapproduzione di merci, cioè di capitale – merce che non può proseguire la sua metamorfosi. È sovrapproduzione di capitale.

Date le particolari condizioni del mercato si manifesta improvvisamente la sproporzione fra la massa del capitale e la scala ristretta della riproduzione. Solo una parte del capitale esistente può continuare a produrre plusvalore, mentre una aggiunta di nuovo capitale avrebbe l’effetto, provocando il crollo dei prezzi, di ridurre la massa del plusvalore anziché accrescerla. La congiuntura per il capitalismo non ha via d’uscita, stretto da un lato dalla minore produttività del capitale, dall’altro dalla necessità di contrarre la scala della produzione. Gli effetti non possono essere che: drammatico crollo del saggio del profitto e parziale distruzione del capitale inutilizzato.

Distruzione di mezzi di produzione anche per il semplice fatto di restare inutilizzati o perlomeno sospensione della forma di capitale.

Le obbligazioni, le azioni ed in generale i titoli di proprietà su quote del plusvalore futuro perdono il loro prezzo di mercato in misura che tali futuri redditi perdono di certezza.

Il capitale che trovasi nella fase di capitale-merce, se lo si vuole trasformare in capitale-denaro, lo si deve scambiare ad un prezzo che è solo una piccola parte del reale prezzo di produzione: il capitalismo, nel periodo precedente la crisi ha assorbito una quantità di tempo di lavoro esorbitante il “socialmente necessario”; nella crisi la proporzione è ristabilita violentemente con lo scambiare la massa delle merci sovrabbondanti soltanto contro il corrispondente del “necessario sociale”.

Il capitale che trovasi nella forma di denaro, se oro od argento cessa semplicemente di circolare come capitale, di scambiarsi contro mezzi di produzione e forza-lavoro e si fissa come depositario di valore. Ma banconote a corso forzoso, titoli commerciali trovano la loro misura nella garanzia del loro funzionamento, nella circolazione stessa. La catena dei pagamenti, per l’insolvenza di capitalisti e commercianti si spezza. Con la perdita di valore delle merci svanisce anche il valore dei titoli di credito garantiti su queste merci. Il capitalismo si accorge improvvisamente del gigantesco bluff internazionale che per anni ha montato col sudore di milioni e milioni di proletari.

Con l’evolversi del regime, le strutture nazionali e mondiali si sono specializzate nel ritardare il momento della crisi sia economica sia sociale, nel rilanciarsi la bomba innescata al di sopra delle frontiere. Il successo imperialistico non è mancato, tanto è vero che, a prezzo dell’oppressione bestiale di masse enormi di proletari e semi-proletari, i periodi fra crisi e crisi, come già notava Engels, si sono prolungati, ma tanto più terribili si sono manifestate in questo secolo, fino ad assumere l’aspetto di vere e proprie catastrofi mondiali del regime capitalistico. La massa di capitale in eccesso è di così mostruose dimensioni che solo uno specifico e organizzato intervento distruttivo, concertato fra tutti gli Stati, può ristabilire l’equilibrio. Solo nel capitalismo le guerre sono così immediatamente mezzo di produzione, integrate nel suo ciclo ormai a ritmo semisecolare.

La crisi economica purtroppo, con le distruzioni che comporta, non segna, di per sé, la fine del capitalismo. La dottrina insegna e la storia ha dimostrato che la crisi, culmine e crollo dopo un abnorme periodo d’euforia produttiva, è anche la premessa materiale per adeguare le condizioni della produzione, del mercato e della disponibilità della forza-lavoro, ad iniziare un nuovo ciclo col saggio di profitto abbassato, adeguato alle rammodernate strutture produttive.

Marx nella terza sezione del terzo libro, che curò di ultimare personalmente, ove considera la legge della caduta del saggio del profitto con le sue contraddizioni cioè, il cuore infame del capitalismo, avverte che: «Il rallentamento sopravvenuto nella produzione avrebbe preparato – entro limiti capitalistici – un ulteriore aumento della produzione. E così il ciclo tornerebbe a riprodursi. Una parte del capitale, il cui valore era diminuito in seguito all’arresto della sua funzione, riguadagnerebbe il suo antico valore. Ed a partire da questo momento il medesimo circolo vizioso avrebbe ripetuto con mezzi di produzione più considerevoli, con un mercato più esteso e con una forza produttiva più elevata”. La sottolineatura è nostra.

L’esempio più significativo è quello della crisi del 1929 che, trascinatasi con alterne vicende, trova la sua soluzione internazionale nella guerra. Oggi il ciclo allora iniziato volge al termine e gli sconvolgimenti economici attesi sono di simile profondità.

Ma i falsi partiti marxisti e comunisti che dirigono le masse operaie sono scesi al di sotto della dottrina socialdemocratica dello sviluppo progressivo e pacifico. Di fronte all’evidenza della crisi, della quale, fino ad ieri escludevano anche il ritorno, pretendono di mettere a disposizione della borghesia la teoria economica marxista per lo scopo opposto a quella per cui nacque, vogliono “fare uscire il paese dalla crisi”. Noi sappiamo che il capitalismo mondiale uscirà sì dalla sua terribile crisi periodica, ma con distruzioni immani, mettendo i proletari alla fame.

La piccola borghesia si terrorizza, maledice lo sviluppo tecnico, il ricambio internazionale delle conoscenze, esprime previsioni apocalittiche nelle quali la sua rovina come cortigiana del capitale è assunta come fine medesimo della civiltà. Implora il capitale di frenare la sua corsa. Veramente vorrebbe frenare proprio tutto: frenare i consumi e fermare le nascite, che altrimenti saremmo in troppi e rischia di mangiare meno, frenare la produzione, ma non i suoi redditi che da questa le provengono, frenare l’eccesso di libertà insieme l’eccesso d’autorità, insomma prospetta un “medioevo prossimo venturo” fatto di tanti bunker ove, abolito per legge il mercato mondiale e con una riserva di manzo in scatola, possa aspettare rintanata al calduccio che la grandinata atomica tra i giganti imperialistici sia passata.

Al proletariato, ovviamente, tale prospettiva è preclusa dalle cose (e anche dalla stessa piccola borghesia naturalmente). Nella fase attuale il capitalismo sta cercando di ritardare l’esplodere della crisi, il blocco della produzione, il crollo verticale dei prezzi, milioni e milioni di disoccupati. Accordi internazionali fra Stati borghesi, divisi su tutto, sono d’accordo nel ridurre la parte del capitale in salari a parità di tempo di lavoro assorbito, mentre, ne parliamo anche in altra parte di questo numero di giornale, i sindacati traditori si mettono in prima fila per dare all’uopo il loro contributo di quinte colonne.

Tocca al proletariato rispondere fin da ora sul terreno economico, colpo su colpo, perché rinunciare oggi “perché c’è la crisi” costituirebbe grave ipoteca sul movimento, quando, chiuse le fabbriche nel pieno del crollo o alla sua conclusione, si tratterà di difendere la vita stessa del proletariato contro l’apparato politico e la disciplina militare internazionale del capitale, per disarmare una volta per sempre i suoi guardiani.

Manovre fra sindacati e governi per prevenire la rivolta dei lavoratori emigrati Pt.1

Le contraddizioni capitalistiche che si accentuano e si esasperano mettono sempre più in evidenza e ci confermano la tesi marxista della necessità dello scontro diretto, ci confermano che tutte le azioni dirette dall’opportunismo internazionale parlano lo stesso linguaggio: fingere di riformare il sistema per conquiste graduali invocando sempre la pace fra sfruttatori e sfruttati.

Se torniamo sull’argomento della «Pace del lavoro» è per mettere in evidenza che non è assolutamente una «questione svizzera» ma internazionale. Le borghesie e i loro Stati affermano l’esistenza di interessi comuni tra il Capitale e il Lavoro e tutte le centrali sindacali internazionali e partiti opportunisti si comportano di conseguenza.

La politica pacifista e collaborazionista per il controllo della classe operaia, sogno di tutte le borghesie internazionali, sarebbe impossibile senza questo vigliacco compito di vero tradimento di tutte le centrali sindacali e dei partiti opportunisti.

Inquadrata in siffatte organizzazioni la classe operaia si trova completamente indifesa.

È un processo internazionale. Dappertutto, mentre in ogni paese si intensifica l’offensiva padronale, nelle fabbriche si aumentano i ricatti, e a mano a mano che le condizioni economiche si aggravano, si fa sempre più minacciosa la dittatura del capitale, i capi traditori sindacali e politici tengono congressi internazionali per cercare il modo di inquadrare sempre meglio le organizzazioni economiche proletarie nelle strutture capitalistiche, una strada a senso unico: il corporativismo fascista è il modello, stringendosi fedelmente alla salvaguardia degli interessi specifici degli stati borghesi.

Al recente congresso della CES a Londra ha partecipato per la prima volta la CGIL col suo Lama per affermare che «occorre una azione coordinata». È l’Internazionale della repressione. I temi trattati in questo congresso sono stati disoccupazione, inflazione; riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali.

Lo scopo dei dirigenti sindacali è di illudere il proletariato europeo che la questione della disoccupazione si possa risolvere pacificamente con l’intervento dei governi, che si creino nuovi posti di lavoro con la riduzione dell’orario, il pensionamento anticipato, ecc.

Vecchia canzone, solo chiacchiere che non hanno impedito al Capitale, per la particolare necessità di riorganizzare la produzione, di chiudere fabbriche, licenziare operai e ridurre sì l’orario di lavoro, ma a zero ore per cui nei paesi della comunità economica europea, i disoccupati sono oltre 5.200.000. «Nel 1975 il numero totale dei giovani tra i 14 e i 29 anni che risultano disoccupati in Italia, ammontava a 1.200.000 unità» (Unità 21-5-76).

La menzogna consiste nel supporre che si possa avere capitalismo senza disoccupazione. Utopia assoluta. L’abolizione della disoccupazione sotto il capitalismo è demagogia. Solo il comunismo la realizzerà!

Sulla questione poi della riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore ai bonzi sindacali, che si dicono «concreti», chiediamo come intendono risolvere oggi il problema della riduzione dell’orario di lavoro. I bonzi sono dei veri venditori di fumo, propagandano in mezzo alla classe operaia che la durata della giornata lavorativa, questione fra l’altro internazionale, si possa determinare restando nell’ordine della legalità borghese, istituendo commissioni e incontri con i padroni e Stato e non invece come risultato di un rapporto di forza. Con questo metodo è chiaro che si tende ad immobilizzare la classe e qualsiasi azione generale degli operai.

Nell’attuale concorrenza sfrenata, dove tutti gli operai del mondo lavorano dieci ore e più, è impossibile che nel quadro di un paese si possa strappare la settimana di 40 ore, per la Svizzera, o come intendono i bonzi al congresso europeo, di 35 ore senza che ciò implichi il fallimento dell’economia nazionale dinanzi alla concorrenza straniera. Ma è ciò che dice la borghesia italiana al proletariato italiano, quella tedesca ai lavoratori tedeschi, l’inglese agli operai inglesi e la Svizzera agli operai svizzeri! Allo stesso modo si diceva loro anche quando dovevano difendere il laboratorio, l’officina, la categoria, e dunque non intraprendere che movimenti parziali, limitati nello spazio e nel tempo, preavvertiti, tutto marciume questo che il proletariato deve far saltare in aria, dando un esempio internazionale di lotta agli operai di tutti i paesi.

Altro congresso si è tenuto recentemente a Stoccarda il 20-22 maggio, con la partecipazione di 38 centrali sindacali di 22 paesi d’Europa e del Mediterraneo, il cui tema non poteva che essere: «Crisi economica ed emigrazione».

Questo congresso, come tutte le conferenze tenute nel passato sull’emigrazione, ha seguito la solita strada, «contatti di cooperazione concreta tra sindacati di diverso orientamento, in difesa degli emigrati, compresa la costituzione e il sempre più intenso funzionamento di commissioni sindacali… come quella italo-svizzera, italo-tedesca, turco-tedesca, jugoslava-tedesca» (Unità, 19-5-76).

Difatti questa è l’unica «conquista» che i bonzi sindacali hanno ottenuto: in tutti i paesi di emigrazione si contano centinaia di associazioni che vanno da quelle cattoliche ai partiti «dell’arco costituzionale», le quali si trasformano poi tutte in organismi assistenziali e para-sindacali.

Questa politica associazionistica porta necessariamente alla frantumazione degli emigranti in una serie di compartimenti stagni impedendo una qualsiasi azione generale, non vista evidentemente come «questione emigranti» ma come lotta della classe operaia.

I fronti verso cui si svolge questa divisione sono due: l’uno confessionale: «tra gli emigranti italiani, nell’Europa occidentale operano 118 missioni cattoliche, nei paesi d’oltremare sono invece presenti 574 missioni» (Gli emigrati, Ed. Riuniti).

L’altro fronte è rappresentato dai partiti opportunisti tradizionali, in Svizzera abbiamo le «Colonie libere italiane» che sono associazioni di emigranti italiani ad orientamento democratico, «non sono quindi un sindacato e tanto meno pretendono di sostituirsi ai sindacati. La tutela dei lavoratori emigrati si svolge su un triplice piano: quello delle autorità diplomatiche e consolari italiane secondo gli accordi, le convenzioni e le norme del diritto internazionale, quello delle CLI che svolgono attività assistenziale generica, culturale, e ricreativa, ecc. e tendono a mantenere unite le comunità italiane in Svizzera; infine quello specifico sindacale che è compito dei sindacati svizzeri» (Fernando Santi).

Dal 1949 al 1968 assistiamo in Svizzera al periodo delle espulsioni degli operai più ribelli, è il periodo dell’intervento diretto del terrorismo statale.

Nell’articolo 10 dell’Ordinanza d’esecuzione (del 1-3-1949) leggiamo: «Nello stabilire la durata del permesso, l’autorità terrà conto dello scopo della dimora e della situazione del mercato del lavoro, e inoltre, quando si tratta di prolungare il permesso, della condotta dello straniero».

Di regola, chi svolgeva attività sindacale era indesiderato, difatti nel 1952 6 operai della Brown Boveri vengono espulsi, dal giugno al dicembre 1955, 80 operai seguono la stessa sorte.

Inaugurando la loro politica di accerchiamento le CLI convocano il 2º Convegno sul tema dei «Diritti democratici dei lavoratori emigrati» (1963), in cui si ribadisce la volontà di difendere gli emigrati nel loro «diritto di opinione, espressione e associazione».

Come e con quale organizzazione si poteva nel 1963 e oggi 1975 difendere i lavoratori emigrati, le CLI molto spudoratamente lo dicono: «Quanto ai rapporti tra CLI e Unione Sindacale Svizzera (USS) va detto che non sempre quest’ultima accettò favorevolmente gli interventi delle CLI nel campo delle rivendicazioni sociali, mentre, dal canto suo, le CLI nel desiderio di vedere modificato lo status dell’emigrato nella Confederazione (e in prospettiva ricomposta l’unità del movimento operaio e aumentata la sua forza complessiva di contrattazione), non avevano forse tenuto abbastanza conto delle peculiarità storiche del movimento sindacale svizzero, e quindi le ragioni di certe sue «lentezze». Ma la polemica non raggiunse mai toni veramente aspri visto che le CLI non cessarono mai di fare opera di sindacalizzazione tra gli emigrati».

«Lentezze dell’USS»? Ma quali lentezze, dobbiamo rispondere a questi carognoni quando sono state attuate e pubblicamente annunciate nella prima «Convenzione sulla pace del lavoro» già dal lontano 1937. I dirigenti opportunisti dell’USS non hanno mai nascosto alla classe operaia il loro legame netto e preciso di stretta collaborazione alla difesa dello Stato capitalista.

Non è mai esistita nessuna «lentezza» da parte dell’USS, non è una posizione che scaturisce dall’oggi al domani, è il risultato della vittoria della politica controrivoluzionaria, demolizione completa di un indirizzo di classe, nessuna distinzione dalla politica dello Stato borghese, ma costante adesione «non per opporsi allo Stato, ma per riconoscersi in esso». L’opportunismo è sempre stato garante presso il suo Stato, si è sempre sottomesso, tanto che l’inginocchiatoio si è sfondato, per dimostrare la sua decisa volontà di collaborare per il buon funzionamento della macchina di oppressione.

Ma la convergenza nel piano antioperaio si ha anche da parte dei sindacati socialdemocratici. L’atteggiamento dell’USS nei confronti di tutti gli altri sindacati europei, ma in special modo verso la CGIL, partitacci e organizzazioni di lavoratori emigranti è il medesimo dei sindacati opportunisti di ogni paese di emigrazione.

Nel periodo 1945-1965, della cosiddetta «guerra fredda», la borghesia svizzera non vuole assolutamente avere contatti con nessuna delle organizzazioni ufficiali e le polizie degli stranieri sono alla caccia di chi svolge qualsiasi attività sindacale. L’USS si rifiutava di avere contatti con la CGIL, mentre ne manteneva con la CISL e la UIL; in un raduno a Ginevra sempre nel 1963, con la partecipazione della CISL, UIL, e USS era stata esclusa la CGIL con la motivazione che essa non aderiva alla «Confederazione dei sindacati liberi».

In questa situazione l’organizzazione politica e sindacale della emigrazione era costretta a muoversi sul terreno dell’illegalità, per esempio tutte le riunioni e congressi del partitaccio erano segrete.

A spianare la strada al riconoscimento ufficiale delle organizzazioni di «sinistra» da parte della democrazia svizzera, tedesca, belga e del mondo intero sarà la lunga mano dell’opportunismo tradizionale, le CLI non soltanto svizzere ma europee hanno collaborato a cancellare il ricordo nella classe operaia del suo grido di guerra: Proletari di tutto il mondo unitevi.

Da un documento approvato a Olten infatti si legge: «Le Colonie libere esistenti nelle varie località della Svizzera e che riconoscono al di fuori e al di sopra dei loro fini particolari, il valore normativo generale degli ideali di libertà, di giustizia e di pace che hanno animato il Risorgimento nazionale, costituiscono una Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera».

E ancora: «Che la grande massa degli italiani sappia per mezzo loro che può trovare nelle CLI un ambiente in cui sarà fraternamente accolta sol che mostri volontà di collaborare alla creazione di un’Italia libera giusta e di separarsi definitivamente dalla classe politica che ha condotto il paese alla rovina. Per gli italiani che hanno intelligenza e coscienza non v’è che una via: riunirsi all’estero nelle CLI e raggrupparsi in Italia intorno al CLN». (Libera Stampa, organo del Partito Socialista Ticinese). La scelta politica delle CLI era così compiuta ed era volta ad evitare quelli che saranno definiti gli «errori di due generi opposti, e cioè: il rinchiudersi in uno sterile e rabbioso settarismo che tiene lontana la grande massa degli italiani dai gruppi scelti dell’antifascismo, e d’altro canto il cedere alle manovre conciliazionistiche delle autorità consolari».

Tutto lo sforzo di queste organizzazioni è stato quello di fornire alle autorità, allo Stato tutte le garanzie circa l’apartiticità dell’organizzazione, stemperare costantemente lo statuto e inviare osservatori alle riunioni della Giunta dell’Esecutivo.

I bonzi chiudono senza un’ora di sciopero il fallimentare contratto della scuola

Il rinnovo del contratto di lavoro del personale della scuola si è concluso senza un’ora di sciopero. I dirigenti confederali non hanno più bisogno dell’appoggio della categoria per vincere le «loro battaglie»; essi vivono ormai di una funzione propria, completamente staccati dalla base, questa non serve più ai loro fini. Infatti fra confederazioni e governo non c’è più nessun contrasto, entrambi hanno un fine comune: uscire dalla crisi, salvare l’economia nazionale. Non essendoci divergenze sulle linee di principio, è facile accordarsi se dare 20 mila lire al personale docente, oppure a quello non-docente, ecc.

Questo tradimento degli interessi dei lavoratori viene portato avanti su tutta la linea: pubblico impiego, metalmeccanici, tessili, edili, chimici stanno imparando sulla loro pelle quali sono i «punti qualificanti» dei contratti e quanta è grande la sfacciatataggine dei dirigenti confederali che dichiarano «di non voler svendere o svalutare il rinnovo dei contratti con delle richieste salariali». Così ad una svalutazione della lira negli ultimi 12 mesi del 30% circa, che per un salario medio di 240.000 lire rappresenta 80.000 lire di perdita, vengono contrapposte, in linea di massima, 20.000-25.000 lire di aumento, il più delle volte scaglionate. Per il personale docente non ci saranno nemmeno queste, in quanto i confederali hanno preso a cuore solo il problema dei non-docenti, soprattutto perché questi sono poco più di 100.000 mentre i docenti sono più di 700.000. I non-docenti «godono» attualmente di uno stipendio medio di 180.000 lire, governo e sindacati li hanno gratificati con 11 mila lire dal 1 luglio ’76 e con 12.000 lire dal 1 luglio ’77 ed inoltre con tanti auguri di buona salute fino al 1 giugno ’78!

Come si può constatare, i dirigenti sindacali, in nome dell’economia nazionale, continuano la migliore tradizione del sindacato del lavoro fascista: i «sensali» del lavoro, oggi come allora, si incontrano per decidere, «fermo restando lo sforzo per raggiungere la parità della lira col dollaro», cosa si può fare; oggi come allora la risposta è sempre la stessa: schiacciare la classe operaia, contrarre i costi di produzione, aumentare la produzione individuale e perciò controllare l’assenteismo, acconsentire alla mobilità del lavoro e all’aumento della disoccupazione.

Nella strategia sindacale la scuola ha un ruolo importante: in questi 30 anni mai come adesso si è parlato della scuola: decreti delegati, gestione sociale, tempo pieno, 150 ore ecc. I dirigenti confederali sanno benissimo che continuando su questa strada porteranno gli operai a ribellarsi alla disciplina sindacale; essi si preparano perciò a fronteggiare l’attacco che gli operai sferreranno alla politica e alla dirigenza attuale del sindacato; essi si stanno adoprando in tutti i modi per dividere ed isolare la classe operaia. In questi ultimi tempi si stanno scagliando in particolar modo contro le condizioni di vita dei lavoratori della scuola.

Lama in un’intervista su La Repubblica: «L’Italia è poi anche il paese dove le prestazioni di larga parte dei pubblici dipendenti sono organizzate per produrre disaffezioni e assenteismo organizzato. Per esempio la scuola è finita praticamente il 20 maggio e riprenderà realmente a novembre. A parte le feste che punteggiano i mesi di scuola, l’anno scolastico da noi s’è ridotto a un semestre effettivo. Se viene fatto seriamente quello degli insegnanti è un lavoro a mezzo tempo». A parte la falsità di ciò che dice (non è colpa dei lavoratori della scuola se essa ha chiuso i battenti il 29 maggio, come non è colpa dei lavoratori se la burocrazia ministeriale non riesce ad assegnare per tempo il posto di lavoro) c’è da notare come le condizioni privilegiate di orario di lavoro di una determinata categoria non vengono indicate dai sindacati come mete da raggiungere per tutti i lavoratori, ma al contrario esse vengono stigmatizzate e indicate agli altri operai come piaghe, disfunzioni che devono essere eliminate. Tutto ciò non viene detto a caso. Si tenta di isolare la categoria di modo che possa essere facilitato il peggioramento delle condizioni di lavoro dei lavoratori della scuola. Infatti la scuola sarà proprio l’illusione che i sindacati intendono proporre come ricompensa al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutte le categorie operaie.

Due proposte sindacali chiariscono questo concetto: scuola a tempo pieno ed elevazione a 16 anni dell’obbligo scolastico.

La scuola così assolverebbe meglio alla sua funzione di parcheggio e di argine graduato all’immissione di nuove forze sul mercato del lavoro. Inoltre può essere sventolata la bandiera di una scuola migliore per i figli degli operai, i quali non saranno per le strade, mentre i genitori lavoreranno con turni disumani nelle fabbriche. Questa scuola, nuova e migliore, non verrà fatta assumendo nuovo personale o costruendo più aule, perché ciò, a parere del padrone e dei sindacati, comporterebbe ancora più inflazione, ma sfruttando più «razionalmente» il personale e gli impianti: per il personale un solo mese di ferie e il raggiungimento in prospettiva di 36 ore settimanali con lo stesso salario; per gli impianti doppi e tripli turni e aumento del numero di alunni per classe. La scuola così, anche da un punto di vista didattico, sarà tutt’altro che migliorata, ma sarà solo un ghetto dove verranno rinchiusi i figli degli operai.

Viene spontaneo chiedersi come mai i sindacati portano avanti così spudoratamente questa linea antioperaia; la risposta è semplice: i dirigenti sindacali hanno completamente affossato il concetto di classe che è all’origine della nascita dei sindacati: essi non hanno più come scopo la difesa, a qualsiasi costo delle condizioni di vita e di lavoro dei propri iscritti, ma al contrario la difesa dell’economia nazionale, la difesa dello Stato capitalista; servono perciò solo come «sensali», corrotti dal padrone, al quale svendono la classe operaia. Per questo c’è solo una via d’uscita per sottrarsi a questa politica, per scrollarsi di dosso questo giogo: gli operai devono organizzarsi sui posti di lavoro su basi di classe per la difesa delle proprie condizioni, non facendo nessuna discriminazione di carattere ideologico, e soprattutto devono lottare per buttare fuori dai sindacati gli attuali dirigenti e con essi la loro politica antioperaia e collaborazionista.

Una tregua per madama democrazia

I partiti i sindacati opportunisti hanno bloccato ogni azione di lotta delle categorie operaie per permettere «l’ordinata conclusione della campagna elettorale» dimostrando come, per loro, le manifestazioni di demagogia interclassista non solo siano più importanti ma addirittura inconciliabili con la mobilitazione di classe. Ma anche qualora l’occasione elettorale fosse – ma non è – una forma di reale scontro sociale fra classi, interrompere le lotte in corso, indebolire il fronte proletario, significa concedere una tregua unilaterale al nemico. La forza della classe operaia si manifesta soltanto con la sua mobilitazione; il proletariato può contrapporsi al potere padronale solo minacciando lo sciopero perché solo lo sciopero dimostra ai padroni non solo il malumore degli individui, ma la capacità di organizzarsi, di richiedere compatti il soddisfacimento dei propri interessi di lavoratori.

A sabotare, a deviare e stemperare questa unione mirano i falsi dirigenti che, anche quando, sempre più raramente, indicono manifestazioni di piazza, l’organizzazione fin dai luoghi di lavoro è trascurata, l’informazione tardiva mentre l’istinto di classe che spinge i proletari alla confluenza è ammorbato dalla partecipazione di ogni tipo di strato piccolo borghese e dai deprimenti evanescenti contenuti rinunciatari che vengono prospettati alla «lotta».

È poi invalso l’uso di sospendere anche tali false mobilitazioni in ossequio a varie vicende dei governi e dello Stato borghese. Lo Stato non è lo Stato di tutti, è lo Stato dei proprietari, armato contro ogni ribellione alla soggezione del proletariato. Si pretende da parte degli operai il rispetto delle regole oneste del gioco e dell’onore, come se si trattasse di una regola di buona creanza, come se non si trattasse per gli operai della loro vita, del posto di lavoro, di dar da mangiare alle proprie famiglie. Che forse i padroni rispettano le regole quando mantengono, anche se per contratto, fermi i salari mentre i prezzi crescono ogni giorno? Che forse durante la tregua elettorale sono stati riassunti tutti i disgraziati di senza lavoro, che forse è stato pagato nelle buste paga un extra temporaneo per compensare la svalutazione?

Per la borghesia la lotta contro la classe operaia è perenne perché è organizzata come classe dominante in modo stabile. In modo altrettanto efficiente e continuo, ed anche di più se possibile, deve essere inquadrato il proletariato. Lo potrà essere solo quando avrà sbattuto fuori dal movimento sindacale i dirigenti che hanno rese delle farse anche le ultime contrattazioni di categoria dove di scioperi ne hanno fatti il minimo, giusto per smorzare la rabbia operaia. Tutto era già stato stabilito molto prima fra sindacalisti, padroni e governo – si rileggano i numeri del nostro giornale di mesi fa – una mancia di 20.000 lire per tutti condita con molto fumo sulla «occupazione».

A questo punto, il movimento già piegato, possono anche permettersi di fare la bella figura con il loro Stato di ordinare la tregua o un falso sciopero per l’uccisione di un giudice borghese. Contro queste tregue si deve rispondere con l’indisciplina.

Violenza e lotta di classe

Pubblichiamo qui di seguito un volantino diffuso a Viareggio dal «Comitato Metalmeccanico per la Rinascita del Sindacato di Classe», un gruppo di operai organizzati su una base di classe per difendere le loro condizioni di vita e di lavoro contro bonzi e padroni.

I comunisti non possono che solidarizzare con quanto questi operai affermano sulla questione della violenza di classe.

OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!

I recenti fatti di violenza e le conseguenti prese di posizione dei nostri dirigenti sia sindacali che politici ci impongono sia di dare una valutazione di questi atti, sia di prendere una posizione che stia (a differenza di quelle che hanno preso i bonzi sindacali e i partiti che falsamente si richiamano alla classe operaia) veramente su un terreno di classe.

In quello che diremo per spiegare la nostra posizione cercheremo di analizzare i fatti che determinano questi atti di violenza alla luce della società divisa in classi in cui oggi viviamo e che vede da una parte gli operai sempre più sfruttati, che con il loro lavoro mantengono tutto il resto della società, e dall’altra il padronato che con il suo Stato cerca di spremere ancora di più le già misere condizioni della classe operaia. CI TENIAMO IN PRIMO LUOGO A PRECISARE CHE NOI NON SIAMO NÉ VIOLENTI, NEL SENSO CHE TEORIZZIAMO LA VIOLENZA FINE A SE STESSA, COME AZIONI RECENTI DI BRIGATE «ROSSE» O «NERE» FANNO, MA ANZI LA GIUDICHIAMO IN MANIERA NEGATIVA IN QUANTO ASSUME UN CARATTERE INDIVIDUALE E NON È COLLEGATA AL MOVIMENTO DELLA CLASSE. NÉ PACIFISTI, NEL SENSO STRETTO DELLA PAROLA O COME VORREBBERO FARCI CREDERE DI ESSERE I NOSTRI DIRIGENTI SINDACALI E POLITICI, CHE PACIFISTI SONO ESCLUSIVAMENTE PERCHÉ VOGLIONO MANTENERE LA CLASSE OPERAIA NELLO STATO DI SOGGEZIONE IN CUI SI TROVA OGGI. Infatti per loro la violenza è solo quella che viene usata contro l’attuale stato di cose, mentre non è violenza quella che quotidianamente lo Stato capitalista, imbellettato con il mantello democratico, usa contro la classe operaia per poter mantenere i profitti delle classi possidenti.

COMPAGNI OPERAI!

I RAPPORTI UMANI NELLA SOCIETÀ SONO ALL’INSEGNA DELLA VIOLENZA NELLE FORME PIÙ SVARIATE: NELLA SOCIETÀ CAPITALISTICA IL GRADO DI VIOLENZA SOCIALE (CIOÈ LA VIOLENZA CHE IL PADRONATO ATTRAVERSO IL SUO STATO ATTUA SULLA CLASSE DEGLI SFRUTTATI) RAGGIUNGE IL SUO MASSIMO PROPRIO PERCHÉ L’OPPRESSIONE DI CLASSE HA RAGGIUNTO LIMITI CHE NELLE VECCHIE SOCIETÀ ERANO SCONOSCIUTI.

Questa violenza che si svolge in mille forme nello svolgimento della vita quotidiana contro la classe operaia, anche se è meno appariscente del colpo di pistola o della bomba molotov, fa un numero di vittime molto superiore a quello che può fare una pistola od una bomba. Questa violenza perpetrata direttamente dallo Stato capitalista o indirettamente dalle classi possidenti sulla classe operaia è la condizione prima perché il padronato possa continuare a sfruttare gli operai. Ed è per mantenere questa condizione e questo Stato che i nostri dirigenti ci chiamano a lottare. In parole povere significa essere chiamati a lottare per la difesa degli interessi dei nostri padroni e del loro Stato ribadendo così da noi stessi i chiodi delle nostre catene.

OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!

Queste forme di violenza di cui i fatti recenti ci impongono di parlare non hanno, secondo noi, nulla a che fare con la lotta di emancipazione della classe operaia, ma trovano la loro materiale spiegazione nel quadro più generale e sofisticato della violenza capitalistica sulla classe operaia, si può dire che sono il frutto della disgregazione del capitalismo che è costretto, per sopravvivere, a schiacciare le condizioni di vita degli operai. Si sdegnano tutti, partendo dal padronato e arrivando a coloro che dicono di essere i nostri dirigenti, quando viene usata violenza contro questo stato di cose senza dire però che è proprio questo che la genera. Ma nessuno si sdegna quando quasi due milioni di operai sono costretti a vivere con il sussidio di disoccupazione, perché la società attuale non è in grado di farli lavorare.

Nessuno si sdegna quando migliaia e migliaia di operai sono costretti a vivere nelle baracche perché non possono permettersi di pagare un affitto di una casa decente mentre centinaia di migliaia di case si trovano sfitte da tutte le parti.

Nessuno si sdegna quando milioni di pensionati operai, dopo aver lavorato tutta la vita sono costretti a vivere con una pensione che nel migliore dei casi arriva all’80 per cento del già misero salario che percepivano quando lavoravano, mentre le pensioni dei non operai superano a volte il già grasso stipendio che percepivano prima.

Nessuno si sdegna quando ai disoccupati viene tolta anche l’assistenza medica per sé e per i loro figli.

Nessuno si sdegna, e non si fa nemmeno lo sciopero generale, quando un giovane di 15 anni viene ucciso dalla polizia, magari perché ha rubato una ‘vespa’, mentre coloro che rubano miliardi sopra miliardi viaggiano indisturbati, anzi sono protetti dalla polizia.

Si fa uno sciopero generale, perché viene ucciso un servo del padronato (e bisogna dirlo che quello era un servo non perché vogliamo difendere le Brigate «Rosse» o chiunque l’abbia ammazzato, ma perché, riportiamo da l’Unità del 9-6, è stato quello che già fin dal tempo del fascismo aveva condotto l’inquisizione contro gli operai in difesa degli intrallazzi del padronato, e quello, per citare i fatti più significativi, che ha condotto la pubblica accusa contro gli occupanti delle terre nel Sud, quello che ha insabbiato l’inchiesta sul crollo di Genova dove morirono 18 persone, è quello che ha insabbiato l’inchiesta sull’inquinamento e fatto insabbiare l’inchiesta sullo scandalo dei petrolieri di Genova). Ma non si fa niente quando, solo in Italia, sei operai al giorno muoiono sul lavoro, perché si fanno lavorare in condizioni di completa mancanza di sicurezza, come le tre ragazze di Napoli che sono morte nell’incendio della fabbrica dove mancava persino l’uscita di sicurezza.

COMPAGNI OPERAI!

È questa la vera violenza che la classe padronale usa contro la classe operaia per poter mantenere in vita questa società che è ormai in putrefazione e che solo la violenza organizzata del suo Stato e il servilismo a questo dei dirigenti attuali della classe operaia permettono che viva ancora. È questa la ragione per cui nascono gli atti di violenza individuale o di gruppo sia essa politica che comune.

Non abbiamo quindi, nello stesso momento in cui non riconosciamo come valide per l’emancipazione della classe operaia dal lavoro salariato le manifestazioni di questi gruppi, nemmeno da associarci ai pubblici lamenti della borghesia e dei suoi lacché, ma diciamo che queste sono manifestazioni della sua violenza cioè della violenza prodotta dal suo regime di classe e perpetrata dai suoi stessi figli.

COMPAGNI OPERAI!

Se la violenza di questi gruppi non serve alla lotta per l’emancipazione della nostra classe perché non incide per nulla sul sistema stesso che la produce e che produce nello stesso tempo anche quella violenza più generale e sofisticata di cui abbiamo parlato sopra e da cui oggi noi siamo oppressi; se non vogliamo continuare ad essere oppressi in maniera totale da questa società bisogna che noi ci poniamo con le nostre stesse lotte su un terreno di classe, bisogna che si ricrei come era nel passato una vera solidarietà fra tutti gli operai sfruttati mettendo al bando come non nostra (e quindi come cosa che non ci interessa) qualsiasi manifestazione che non riguardi la nostra classe ed i membri di questa.

PER FARE UN ESEMPIO: NOI NON RICONOSCIAMO NEI FATTI DI GENOVA NULLA CHE POSSA RIGUARDARE GLI OPERAI, MA UN FATTO CHE RIGUARDA ESCLUSIVAMENTE LA CLASSE DOMINANTE E I SUOI MEMBRI E PERCIÒ NON SIAMO DISPOSTI AD ESPRIMERE NESSUNA SOLIDARIETÀ. VICEVERSA RICONOSCIAMO COME UN FATTO CHE CI INTERESSA DIRETTAMENTE E PER CUI SIAMO DISPOSTI A DARE LA PIÙ AMPIA SOLIDARIETÀ SIA MORALE CHE DI LOTTA ALLE TRE RAGAZZE DI NAPOLI CHE SONO MORTE PER COLPA DI QUESTA SOCIETÀ IN PUTREFAZIONE E DI COLORO CHE QUESTA SOCIETÀ VOGLIONO DIFENDERE. IL PROCURATORE GENERALE DI GENOVA ERA UNO CHE DIFENDEVA QUESTA SOCIETÀ E QUINDI UN BORGHESE, LE TRE RAGAZZE DI NAPOLI ERANO DELLE NOSTRE COMPAGNE DI CLASSE E QUINDI SOLO QUESTE NOI RIVENDICHIAMO COME NOSTRE.

OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!

Per arrivare a questo bisogna che gli operai, partendo dal terreno economico, cioè dalla difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro, si pongano su un terreno di classe. Bisogna che nel porre le nostre rivendicazioni si tenga conto esclusivamente delle nostre esigenze di vita e di lavoro senza curarsi delle necessità dell’economia nazionale che non è altro che l’economia del padrone basata sullo sfruttamento del lavoro salariato.

PER DIFENDERE LE PROPRIE CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO, LA VITA PROPRIA E DEI PROPRI FIGLI CHE, COME ABBIAMO DIMOSTRATO SOPRA, VIENE OGNI GIORNO SCHIACCIATA DALLA VIOLENZA PADRONALE E STATALE, I LAVORATORI DEVONO ESSERE DISPOSTI AD USARE TUTTI I MEZZI, NON DEVONO LASCIARSI INGANNARE DALL’OMAGGIO AD UNA LEGALITÀ CHE È QUELLA DELLO STATO CAPITALISTICO CONTRO LA CLASSE OPERAIA, AD UNA PACE CHE È QUELLA NECESSARIA A MANTENERE LO SFRUTTAMENTO PADRONALE. MA L’USO DELLA VIOLENZA, IN TUTTE LE FORME NECESSARIE, DEVE ESSERE SUBORDINATO AGLI INTERESSI GENERALI DELLA CLASSE OPERAIA E PERCIÒ DEVE ESSERE PROGRAMMATO DALLE SUE ORGANIZZAZIONI DI CLASSE. IL PRIMO COMPITO CHE SI PONE ALLA CLASSE OPERAIA È DI RICOSTITUIRE QUESTE ORGANIZZAZIONI ELIMINANDO DALLE PROPRIE FILE COLORO CHE HANNO AVUTO LA VERGOGNOSA IDEA DI CHIAMARE GLI OPERAI AD UNO SCIOPERO IN FAVORE DI UN MEMBRO DELLA CLASSE BORGHESE MA CHE IMPEDISCONO AD ESSI QUALSIASI MOVIMENTO PER DIFENDERE I MEMBRI DELLA PROPRIA CLASSE. QUESTO È IL PRIMO ATTO DI VIOLENZA CHE LA CLASSE OPERAIA DEVE COMPIERE.

Gli episodi di violenza attuale non si inseriscono in questo piano di difesa della classe proletaria e di ricostituzione delle sue organizzazioni, anzi deprimono ancora di più gli operai e permettono il rafforzamento nel loro seno dell’ideologia della pace sociale e della difesa dell’economia nazionale. Per questo, in buona fede o no, vengono a far parte del piano borghese per impedire agli operai di muoversi. Per questo gli operai devono essere contro questa azione campata in aria.

MA GLI OPERAI NON DEVONO NÉ SENTIRE NÉ ESPRIMERE SOLIDARIETÀ PER I COLPI CHE DA QUALSIASI PARTE VENGONO SUBITI DAI SERVI E DAI DIFENSORI DELLO STATO CAPITALISTA. PER QUESTO NON ABBIAMO ADERITO ALLO SCIOPERO DI MERCOLEDÌ SCORSO CHE AVEVA PRECISAMENTE QUESTO SIGNIFICATO. GLI OPERAI DEVONO ESSERE DISPOSTI AD USARE TUTTI I MEZZI E TUTTI I SACRIFICI IN DIFESA DELLA LORO CLASSE, MA NESSUNA SOLIDARIETÀ DEVE ESSERE SPESA PER L’ECONOMIA E PER LO STATO DEI PADRONI!

CONTRO LA POLITICA SINDACALE ATTUALE SI RICOSTITUISCANO I SINDACATI DI CLASSE!

DIFESA SENZA QUARTIERE E CON TUTTI I MEZZI DELLE CONDIZIONI DELLA CLASSE OPERAIA!

ADERITE AL COMITATO METALMECCANICO PER LA RINASCITA DEL SINDACATO DI CLASSE!

Commercio: come si demoralizza una lotta

Il contratto del commercio che scadrà il 30 giugno, grazie alla tregua elettorale stipulata tra vertici sindacali e Stato, subirà probabilmente uno scivolone sino all’autunno o, in alternativa, sarà siglato nel periodo estivo, quando ferie e turni di riposo riducono la capacità combattiva della categoria. Non dobbiamo meravigliarci, il nostro contratto non è un caso particolarmente «sfortunato», bensì la politica bonzesca della triade sindacale insegna come questa sia la prassi «normale» di operare per fiaccare le energie dei lavoratori, che nel caso specifico del commercio sono ancor più atomizzate e divise di quelle di altri settori.

Il contratto, per stessa ammissione dei bonzi, dovrebbe rappresentare un passo avanti per la sola piccola distribuzione, (aziende al di sotto dei 15 operai) tenendo «momentaneamente» fermi i bisogni e le richieste della grande distribuzione; sappiamo bene che non si tratta di favorire i più sfruttati, si cerca altresì di dividere sempre maggiormente l’unità e la compattezza della categoria, proponendo singole contrattazioni a livello aziendale per la grande distribuzione per poi rimanere fermi o meglio fare due passi indietro nel contratto nazionale. Fanno fede a queste accuse gli stessi punti base della «proposta di piattaforma» stilata dai bonzi: l’introduzione ad esempio della Cassa Integrazione (anche per la piccola distribuzione), che non rappresenta in principio un passo indietro bensì un passo innanzi nella difesa dei lavoratori, ma in pratica in questo momento in cui la crisi comincia a mostrare l’aspetto generale ed internazionale, si tradurrebbe in un’arma micidiale per colpire i lavoratori di un settore già fatto seriamente segno ai colpi del padronato. Niente altro che far finta di chiudere la porta ai licenziamenti per poi farli passare per la finestra della Cassa evitando con un lento stillicidio che i proletari possano trovare uniti la forza per respingere queste misure.

Altro punto è quello dello straordinario: i lavoratori infatti sono ancora una volta lasciati completamente soli dinanzi all’avidità aziendale, considerato il fatto che nel contratto di lavoro è detto: «È facoltà del datore di lavoro di richiedere prestazioni d’opera straordinaria a carattere individuale nel limite di 200 ore annue». Questa formula, ribadita in altri termini nella nuova proposta di bozza, rappresenta un esplicito compromesso da parte confederale a favore della classe padronale, lasciando così completamente nelle mani dei padroni la possibilità di estorcere forza lavoro per 200 ore oltre l’orario normale, con una remunerazione oraria di solo il 15% superiore a quella della misera paga base. Cosa significa poi che «devono essere le strutture sindacali di base a contrattarne la gestione?». I lavoratori conoscono fin troppo bene la risposta: ratifica delle decisioni aziendali e controllo sui lavoratori stessi per evitare assenteismo e bassa produzione.

Si potrebbe continuare molto a lungo nell’analisi delle porcherie messe in atto dai bonzi sindacali, ci soffermeremo soltanto sulla voce salario, che in una recente assemblea il bonzo di turno ha avuto la «delicatezza» di lasciare – dulcis in fundo – al finalino di carattere politico-piagnistesco. Si chiedono 30.000 lire uguali per tutti, si chiedono ben inteso ed i lavoratori sanno bene sulla loro pelle che nelle contrattazioni il totalizzatore dei loro interessi scende del 40 per cento.

Noi comunisti diciamo ai lavoratori del commercio, come a tutti i proletari: la crisi ha già svilito di un buon 30% il vostro potere d’acquisto e l’avanzare della crisi tende ancor più a ridurre il già misero salario; dobbiamo opporci con tutti i mezzi alla svendita del nostro contratto, alla riduzione di aumenti già ampiamente rimangiati dalla svalutazione della moneta e dall’aumento del costo della vita. I lavoratori devono far blocco contro il tentativo delle classi padronali e dei dirigenti sindacali di comprimere i loro salari e di rendere peggiori le loro condizioni di vita e di lavoro. I lavoratori devono dar vita ad una opposizione sindacale, che muovendosi sul terreno di classe tenda a riunire tutti i lavoratori del settore per aumenti salariali proporzionali all’aumento del costo della vita ed inversamente proporzionali per i peggio pagati, che li impegni nella lotta contro i licenziamenti con l’arma dello sciopero; perché sia garantito ai licenziati il salario pieno; per l’eliminazione dell’apprendistato; per la riduzione dell’orario di lavoro (che nel commercio non è soltanto quello che si è costretti a passare nel magazzino o nel negozio, ma che riguarda più ampiamente tutta la fascia oraria che corre circa dalle 9 del mattino alle 19-20 della sera), a parità di salario.

La lotta dei lavoratori del commercio, come quella di tutto il proletariato, deve oggi dar vita, se vuol veramente essere una lotta che ha speranze di vittoria, a dei comitati, a dei nuclei di lavoratori che sappiano indirizzare e che dimostrino a tutti i loro compagni di lavoro la via di classe da seguire contro padronato e bonzi, fregandosene dei lamenti di queste carogne sull’economia nazionale in pericolo o sulla mano da dare ad eventuali blocchi «di salute pubblica» post 20 giugno.

Nei fatti e non nelle parole si riconoscono le giuste posizioni di chi dice di voler realmente difendere la classe operaia.

Il “corporativo” accordo per i tessili

La stampa borghese ha salutato in questi giorni la parte «politica» dell’accordo dei tessili come fatto estremamente positivo nella attuale situazione economica del settore (Il Sole 24 Ore, 17-6-1976). Altrettanto positiva è la valutazione data dagli industriali tessili; e fin qui niente di strano. Quello che fa stupire è che da parte confederale si parla addirittura di vittoria: come è possibile ciò? I rappresentanti di due classi sociali diverse, i padroni, i quali tendono a ridurre al minimo i costi di produzione nel solo modo loro possibile, e cioè riducendo di fatto i salari ed aumentando l’intensità del lavoro, e gli operai, la cui lotta economica consiste principalmente nel difendersi dagli attacchi della borghesia alle loro condizioni di lavoro, alle loro paghe e alla occupazione, si incontrano; a questo incontro ognuno dei due contendenti si porta appresso la forza che la sua classe è capace di esprimere: è evidente che lo sconfitto sarà quella classe che è più debole o che non è capace di esprimere la sua forza. Invece no: apparentemente tutti escono dalla tenzone vincitori, tutti sono soddisfatti. Evidentemente i miracoli non li fanno solo i santi.

Ma le cose non stanno così. A prescindere dall’accordo sui salari ed inquadramenti, che mentre scriviamo non è stato ancora deliberato ma che si ridurrà senza dubbio alla solita mancia di 20-25.000 lire mensili, niente in confronto all’aumento del costo della vita negli ultimi 3 anni, l’accordo a giusta ragione detto «politico» consiste, in tutti i suoi punti (Occupazione-Investimenti, Contrazione orario di lavoro, Lavoro esterno, Regolamento lavoro a domicilio, Mobilità della manodopera), nella istituzionalizzazione di periodici incontri e scambi di informazioni fra associazioni di imprenditori e sindacati. Perché? Per tenere sotto controllo la situazione, per fare le scelte più appropriate, per decidere: ecco la grande conquista, ciò che per i sindacati è il bene supremo: l’accesso alla sala dei bottoni. Altro che conquiste salariali, dicono i sindacati, roba da medioevo, l’importante è che gli operai tengano d’occhio quei furbacchioni dei padroni, i quali, se non vengono sorvegliati, sono capaci di buttare all’aria l’economia nazionale.

Ma in cosa consiste esattamente questo preteso nuovo «potere» sindacale nell’azienda? Per quanto riguarda l’occupazione e gli investimenti, è stipulato che le associazioni padronali forniranno annualmente ai sindacati «elementi conoscitivi globali per settori, comparti produttivi e cicli di lavoro, riguardanti le prospettive produttive, i programmi di investimento, ecc.». A richiesta di una delle parti «seguirà un incontro allo scopo di effettuare un esame congiunto sulle implicazioni prevedibili: sui livelli occupazionali; sulle condizioni ambientali». Quindi padroni e sindacati potranno effettuare un esame congiunto per «esprimere la loro autonoma valutazione in ordine: alla occupazione, alle condizioni di lavoro, alla organizzazione del lavoro». Circa la contrazione dell’orario di lavoro la solfa è la stessa: cassa integrazione, sospensioni, ferie forzate, ecc. vengono tacitamente accettati come inevitabili; in più anche in questo caso ci sarà un altro «esame congiunto».

Circa il lavoro esterno l’accordo dice: «Le parti, nel prendere atto del ricorso strutturale nell’ambito del settore T.A., a lavorazioni presso terzi per l’effettuazione di produzioni presenti o meno nel ciclo di lavoro delle aziende committenti, affermano che il lavoro presso terzi debba avvenire nel rispetto delle leggi e dei contratti». Nell’industria tessile il lavoro commissionato a terzi ha una importanza molto maggiore che per altri settori produttivi: la tendenza delle ditte è stata inizialmente quella di dare a terzi lavori complementari del ciclo produttivo principale, per poi gradualmente decentrare anche questo; in molti casi oggi la ditta committente si riduce ad un ufficio che riceve gli ordini e li trasmette ad una miriade di più o meno piccole aziende, spesso artigianali e familiari. In questo modo la ditta committente può imporre più facilmente le sue condizioni alle piccole ditte oberate dai debiti, e non ha problemi di obsolescenza delle macchine, di manodopera, di ristagni produttivi. D’altronde le piccole aziende, oggi in condizioni quanto mai critiche, sono spinte, da una parte a ristrutturare comprando macchine migliori, coprendosi di debiti e licenziando operai, dall’altra a sfruttare all’inverosimile la manodopera di cui dispongono, la quale, in tali condizioni di isolamento, non è capace di esprimere nessuna forza contrattuale. Davanti a questa situazione materiale del settore, fa ridere il modo in cui si intenderebbe risolvere il problema: «Le aziende committenti lavoro presso terzi, inseriranno nel contratto di commessa apposita clausola richiedente alle imprese esecutrici l’impegno all’applicazione del CCNL di loro pertinenza e delle leggi sul lavoro». È chiaro che né la clausoletta scritta, né una eventuale Commissione, possono far rispettare alle piccole aziende il contratto di lavoro e le norme di sicurezza: tale rispetto significherebbe nella maggior parte dei casi la morte delle aziende stesse. In questo senso sarebbe stato molto più vantaggioso per gli operai che fosse posto un freno alla smobilitazione delle ditte madri, e che in ogni caso queste ultime avessero avuto a loro carico gli oneri relativi al rispetto del contratto. Così, se non altro, si sarebbero date basi più concrete ad eventuali lotte di categoria. La soluzione approvata dà invece un’arma formidabile in mano alle ditte committenti per ricattare le ditte più piccole le quali, non potendo mai rispettare pienamente il contratto, potranno essere elegantemente liquidate dalla ditta madre in qualsiasi momento; dovranno quindi fare di tutto per ingraziarsela, vendendo a bassi prezzi e quindi sfruttando in modo ancora più bestiale i loro operai.

Non migliore è la situazione per il lavoro a domicilio: anche qui Commissioni a iosa, impegni al rispetto del contratto, precisazioni su contingenza e cottimi; ma il lavoro a domicilio è drammatico e disumano in sé stesso, e la violazione del contratto è ancora più normale che nel caso precedente. I sindacati, poggiando sulla forza degli operai delle grandi fabbriche, dovrebbero tendere a dare un colpo mortale a questo sistema di supersfruttamento; invece il contratto implicitamente consacra il diritto degli industriali e degli intermediari parassiti ad utilizzarlo.

Mobilità della manodopera: carta bianca per i padroni. L’unica «limitazione» nelle aziende con più di 200 dipendenti è una preventiva informazione dei sindacati.

È chiaro che in questo caso, come d’altronde anche negli altri ultimi contratti di lavoro, i rappresentanti dei lavoratori hanno calato le brache davanti al padronato. L’economia nazionale in pericolo è diventato argomento sufficiente per svendere la classe operaia in cambio di un po’ di fumo. Infatti che cosa può succedere quando padroni e sindacati si siedono intorno ad un tavolo per uno dei famosi «esami congiunti?». Qualsiasi porcheria i padroni vorranno far passare, basterà che dipingano nera la situazione economica per trovare i bonzi riverenti ai loro voleri, perché la situazione economica è davvero nera e l’unico modo borghese per superarla è passare sulla pelle degli operai.

Ma la risposta veramente proletaria a questi signori è che la crisi è la loro, perché gli operai sono sempre in crisi e non hanno niente da guadagnare dal superamento della crisi, se non un rafforzamento delle catene che li legano alle macchine. Se i borghesi non sanno come fare è affar loro, se ne vadano e lascino i mezzi di produzione alla classe operaia, la quale saprebbe come farli funzionare senza pericolo di crisi produttive. Nel frattempo il proletariato deve lottare intransigentemente perché le sue condizioni di vita non vengano peggiorate, non curandosi dei lamenti di classi e mezze classi, solo, perché i suoi interessi non coincidono con quelli di nessuna altra classe.

Lo Stato c’è (e come), e va distrutto

In una sua solenne ammonizione unita ad una implicita minaccia, il superbonzo Lama ha «sputato» la sua aggiornata teoria sullo Stato, affermando che ormai è vecchia la tesi marxista che esso sia «la macchina repressiva d’una classe» (quella borghese) sull’altra (quella proletaria) e che l’amministrazione statale non sia altro che l’oligarchia dei «grands commis» del capitale.

Attendiamo da quasi 50 anni di sapere in che consista, secondo «l’articolata analisi del fascismo», che cosa sia lo Stato borghese nella fase imperialistica: ma attenderemo invano, poiché per l’opportunismo politico e sindacale è chiaro che lo Stato ha perso da tempo i connotati di macchina repressiva per diventare una grande madre assistenziale sempre pronta a dar la poppa ai suoi figli denutriti e affamati, un po’ severa e tirchia, è vero, ma pur sempre una mamma.

L’opera di smantellamento di ogni residua memoria di classe in seno alla classe operaia ha superato i livelli di guardia, l’oppio pacifista e corporativo è stato inoculato senza risparmio, dalla I edizione di Stato assistenziale, il fascista, e a piene mani dallo Stato democratico «fondato sul lavoro» uscito dalla Resistenza; l’abile opera di copertura della violenza statale attraverso la foglia di fico della «democrazia» rappresentativa e referendaria ha avuto il pregio di far perdere al proletariato la nozione marxista di lotta di classe con tutti i suoi corollari tattici e strategici, ma ciò non toglie che oggi come non mai lo Stato c’è, più armato e efficiente che mai, anche se non imbattibile, e come tale, da distruggere!

In barba al mito dell’autonomia di funzioni tra partito e sindacato, buona solo per i gonzi che abboccano, il boss Berlinguer, nello stendere l’ennesimo documento tra partiti fratelli col collega di turno Santiago Carrillo (made in Spagna), è stato più esplicito, sostenendo che nell’area occidentale di capitalismo avanzato le riforme sono possibili solo nel quadro dello Stato e nel rispetto delle «libertà civili e politiche», come dire che non è neanche pensabile di opporsi allo Stato, la cui macchina schiaccia-proletari è ormai a mezzadria, dopo la fondazione della Repubblica fondata sul lavoro. L’opportunismo neostaliniano svolge la sua funzione di sinistra borghese e come tale si sforza di apparire capace di «riformare» senza mettere in discussione il quadro politico, specie nel momento in cui sta affrontando gli esami per ottenere la licenza di maturità in democrazia.

Nei confronti della classe operaia che deve tenere a bada, ora digrignando i denti, ora distribuendo le magre briciole dello squallido Stato-governo, comunale, provinciale e regionale, deve dimostrarsi sufficientemente convincente nel fare intendere che il problema dello Stato non esiste più, dal momento che «non siamo più nell’Ottocento» e per lo meno che esso non è più quel bau-bau che il marxismo delle caverne ha dipinto: tutt’al più è il caso di bonificarlo, di razionalizzarlo, e saremo ben presto nel migliore dei mondi possibili. Se qualche volta è costretto a spaventare i disoccupati, come nel recente caso di Napoli, non si tratta d’altro che dell’imperizia politica di qualche questore – che va naturalmente sostituito e rieducato. Se in trent’anni di Stato democratico le cosiddette forze anti-fasciste non sono state in grado di fare una «riforma» che non costa, come si usa dire, e cioè l’abrogazione delle norme di dichiarata marca fascista, ciò dipenderebbe dalle lungaggini dell’assetto parlamentare che va snellito e reso più operativo.

Ma quando si tratta di «ristrutturare» le forze armate o di decidere il finanziamento pubblico (con il prelievo di plusvalore dalle tasche operaie) il parlamento funziona e legifera per direttissima. La farsa sta assumendo i toni della tragedia, perché ogni riforma si dimostra un nuovo colpo di maglio sulla testa del proletariato. Siamo di fronte ad un processo sociale che gli «studiosi alla moda» chiamano di «denominazione»: le classi sociali sono diluite nel «popolo», lo Stato tradizionale ed il suo apparato di violenza tende a mascherarsi dietro l’alibi della partecipazione alla gestione della cosa pubblica.

Il fascino falsamente ingenuo ed accattivante si spreca, si vorrebbe che gli apparati non facilmente truccabili come i corpi di polizia si comportassero sempre più «civilmente», come organismi al servizio della collettività; ed allora ecco l’ingegno dei sindacati tricolori per ottenere il sindacato dei poliziotti con tanto di trattamento economico rivisto e di divisa leggera, mimetica, e possibilmente «borghese». Quando poi scoppiano le contraddizioni di ogni mascherata, e due ufficiali dei servizi segreti spianano la pistola contro il sottoufficiale che ha bevuto alla lettera il nuovo clima di decantata democrazia, scatta la macchina repressiva e per di più «segreta», in nome del classico: «su le mani, lei non sa chi sono io!».

Noi non chiediamo nessun sindacato per i poliziotti o per i carabinieri. Al di là delle persone fisiche che indossano una divisa, sta la nostra delimitazione tra sfruttati e sfruttatori, tra rappresentanti dello Stato borghese, anche se arruolati tra i figli del «popolo» come si dice, e il proletariato contro il quale sono armati e mobilitati. Non ci sono dietro a questa distinzione polemiche o pietismi che tengano. Saranno le condizioni rivoluzionarie a spingere i singoli e le categorie sul fronte giusto della lotta, non le lisciatine di spalle o le promesse di «civili condizioni di vita».

Lo Stato per noi esiste a maggior ragione quando non si preoccupa di nascondere la bocca del cannone e di custodire al riparo di occhi indiscreti le sue armi micidiali pronte all’uso non solo contro eventuali nemici esterni, ma prima di tutto contro i suoi naturali nemici interni, i proletari.

Mentre tutta la «teorica» del revisionismo prima e dell’opportunismo poi si è mossa e si muove nella direzione dell’adattamento, magari «creativo e geniale» della dottrina critica del marxismo dello Stato, la nostra mira alla «restaurazione» ed alla difesa di essa, consapevoli come siamo che le teorie rivoluzionarie non nascono ad ogni angolo di strada e che valgono nella loro ossatura per tutta un’epoca storica.

La macchina statale borghese nella fase imperialistica, lungi dal disarmare, tende a farsi sempre più efficiente e totale (da qui il termine tanto sfruttato ed equivoco di totalitarismo), e la sua attitudine a penetrare in tutti i gangli della società civile non corrisponde alla funzione già svolta nell’epoca delle grandi rivoluzioni radicali borghesi, allorché poteva presentarsi come un tutt’uno col «popolo» (che in quel periodo costituiva una miscela esplosiva effettivamente sovversiva): la sua destinazione attuale è la repressione violenta di ogni conato sovversivo dell’ordine costituito. Per questo ribadiamo che la macchina statale borghese non può essere utilizzata dalla classe operaia. All’alba del 18 marzo 1871 Parigi fu svegliata da un colpo di tuono: «Vive la Commune!».

Che cos’è la Comune, questa sfinge che tanto tormenta lo spirito dei borghesi? «I proletari di Parigi – diceva il Comitato Centrale nel suo manifesto del 18 marzo – in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle classi dominanti hanno compreso che è suonata l’ora in cui essi debbono salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione dei pubblici affari… Essi hanno compreso che è loro imperioso dovere e loro diritto assoluto rendersi padroni dei loro propri destini, impadronendosi del potere governativo.

Ma la classe operaia non può mettere semplicemente la mano sulla macchina dello Stato bella e pronta, e metterla in movimento per i propri fini…». (Dall’Indirizzo del Consiglio generale dell’Associazione Internazionale degli operai sulla Guerra Civile in Francia nel 1871).

Come è chiaro, non è il compromesso storico con la prevista polizia in borghese! Noi siamo con la Comune e con l’Associazione Internazionale degli operai, oggi Partito Comunista Internazionale, da sempre. D’altro canto, lo Stato e i suoi «Grands Commis» chiedono aiuto, anzi dichiarano bancarotta: vi ricordate lo slogan di Lord Beveridge? «Dalla culla alla bara». Bene, dopo aver celebrato i suoi fasti (nefasti sempre per il proletariato) ora è davvero giunto alla bara. Non siamo noi a sostenerlo, gli apocalittici, i catastrofisti di sempre, ma guarda caso gli eredi legittimi del Lord, i signori laburisti inglesi, per bocca del ministro Healey (ex comunista, si dice). Vi ricordate le promesse dello Stato assistenziale? Più case, più scuole, più ospedali! Ma ora Wilson and company hanno deciso di «pianificare la recessione e, dato l’addio alle belle favole dello Stato assistenziale» propongono di «licenziare parecchie decine di migliaia di statali, di fabbricare meno scuole, ospedali, strade, case e trasporti pubblici». Il tutto considerando che «bisogna accettare la regola che il dipendente dell’azienda che non produce nulla deve trovare qualcosa di utile da fare altrove, perché è inconcepibile tenere in piedi delle imprese che non servono più a nulla con la cassa integrazione».

Ora i nostri «laburisti» di casa, dal vecchio e accattone P.S.D.I. al P.C.I., possono, se lo vogliono, continuare a chiamare lo Stato assistenziale con nomi diversi, come «riforme di struttura», ma noi, come è vero che il vecchio è un ammonimento per il giovane, un’immagine da studiare bene per rendersi conto quale destino lo aspetta, diciamo forte alla classe operaia che con questa specie di traditori non avrà mai case, scuole, ospedali, ammesso che siano la sua aspirazione, ma non avrà di sicuro che la bara.

Per non fare la figura così spesso, e a buon mercato rimprovverataci, di mentecatti e seminatori di zizzania, pubblichiamo lo schema di spesa pubblica prevista per il 1978-79 resa nota dal Labour Party:

  1. Difesa (come sempre in testa, evviva la pace!) −4,2%;
  2. Aiuti esteri, sviluppo ex-colonie (viva la solidarietà dei popoli!) −5,8%;
  3. Agricoltura e foreste e pesca (campa cavallo che l’erba cresce) −24,2%;
  4. Industrie Centri di riqualificazione, Commercio (viva le attività «produttive») +30,2%;
  5. Fondi di dotazione industriali di Stato −10,0%;
  6. Trasporti pubblici e strade −21,4%;
  7. Edilizia pubblica −10,1%;
  8. Ambiente −7,1%;
  9. Scuola, Biblioteche, musei, ricerca scientifica (viva la scienza!) −9,3%;
  10. Medicina di Stato, servizi sociali (Mens sana in corpore sano) −2,7%;
  11. Sicurezza sociale +0,4%;
  12. Sussidi collettivi −6,4%;
  13. C.C.N., Voce aiuti esteri sviluppo ex colonie (tredici, come bara!) −5,8%.

Non è necessaria una grande cultura marxista per notare come il «Partito Operaio Britannico» stravede per gli investimenti produttivi (+30,2%) (Leggi «Accumulazione del Capitale», sviluppo del settore A, e non ci vede proprio per la produzione dei mezzi di sussistenza, Settore B).

Ma non temete, appena le cose andranno bene, si riparlerà di… scuole, case, ospedali! Ecco la fine miserevole di un mito che ha abbagliato per 50 anni e passa le povere menti dei proletari di occidente, dal momento che, come è noto, anche la speme, ultima dea fugge… la bara!

Noi, i profeti di sventura, non ci abbiamo mai creduto, ma siamo ancora in piedi per accompagnare al cimitero lo Stato assistenziale.

Ma prima di seppellirlo (ne siamo certi!), ci sia permesso un breve epitaffio.

Dunque: la borghesia perennemente funebre, oscillante tra l’individualismo anarchico e l’autoritarismo paternalistico, ha sempre covato un insuperabile odio-amore per lo Stato inteso come macchina organizzativa dotata di forza capace di reprimere ogni manifestazione di ostilità e di insofferenza nei confronti del modo di produzione capitalistico. Nel suo ciclo storico ha all’inizio teorizzato e messo in atto l’attacco violento contro lo Stato feudale, poi si è presentato come l’unica classe storica capace di porsi ideali validi per tutta la specie umana, idealizzando (mistificando) il suo Stato, come condizione elementare ed insostituibile di equilibrio e garanzia di libertà per tutti; quando l’acuirsi delle contraddizioni insite nella produzione capitalistica ha spinto il proletariato all’attacco dello Stato, ha ideato una macchina di repressione relativamente elastica, capace cioè di intervenire con violenza contro la sovversione operaia ma anche in grado di ammansirla con promesse di interventi riequilibratori, di contrappesi capaci di illudere il proletariato di avere acquistato «un posto al sole» nell’orbita della sua visione del mondo.

Solo i marxisti rivoluzionari, da sempre, cioè, dall’appello del Manifesto ad oggi, non hanno cessato di ammonire i proletari di tutto il mondo che sia lo Stato di polizia, sia l’attuale Stato assistenziale non hanno puntualmente mancato di intervenire con la violenza della classe che rappresentano ogni volta che gli interessi fondamentali di essa sono stati messi in discussione.

Se nella fase centrale del suo sviluppo la borghesia ha avuto buon gioco a svolgere un’abile commedia esprimendo nel suo seno correnti cosiddette «progressiste» contrapposte alle cosiddette «reazionarie», quando nella fase imperialistica del capitalismo la pressione del movimento operaio si è trasformata in attacco rivoluzionario e l’economia capitalistica precedentemente quasi protetta dallo schermo delle sue istituzioni rappresentative politiche è «penetrata» compiutamente nello Stato, quest’ultimo da apparente spettatore neutrale ha dovuto togliersi la maschera e accentuare la sua organizzazione militare repressiva, ora dispiegando apertamente la violenza, ora cercando di conquistare tra bastone e carota, al suo controllo le roccheforti del nemico di classe, organizzazioni operaie, sindacati, cooperative, etc.

Da questo momento lo Stato tende a presentarsi come il tutto che a tutto provvede, dall’assistenza del lavoro al tempo libero (dopolavoro), dalle colonie marine e montane a quelle… imperiali libiche e africane. Il tutto nello spirito della continuità dell’etica statuale, che sia in Italia che in Germania (sì, proprio quella di Hitler) ebbe l’accortezza di non abrogare (e come avrebbe potuto) ma di rafforzare principi e norme utilizzabili alla bisogna. Così Mussolini poté ottenere l’incarico di formare il suo primo governo da S. M. il Re, secondo le norme dello statuto albertino (in barba a tutte le polemiche giuridiche di costituzionalisti liberali o meno), come d’altro canto, a sua volta, sempre in omaggio alla continuità dello Stato, Sua Maestà poté licenziare, statuto alla mano, il Duce ormai ingombrante, per passare la mano allo… antifascismo, maturo per riassumere nelle proprie mani la guida del governo borghese, guardandosi bene, nonostante gli schiamazzi dei radicali e degli opportunisti da fare piazza pulita del Codice Rocco, ancora una volta in omaggio alla continuità dello Stato e dei suoi eterni valori. Allo stesso modo l’art. 48 della Costituzione di Weimar (mai abrogata «et pour cause», del regime nazista salito al potere nel 1933 in Germania) aveva permesso a Hindenburg di firmare il 28 febbraio 1933 un decreto presidenziale di emergenza «per la protezione del popolo e dello Stato».

Ciò avveniva il giorno dopo l’incendio del Reichstag, quando Hitler aveva assicurato al maresciallo l’esistenza di un «grave pericolo di insurrezione comunista» (come è noto tanto fuori di quel tempo dopo il tradimento e la fallita insurrezione del 1919).

Quel decreto fu dunque firmato nel quadro della Costituzione democratico-liberale, così come il regime nazional-socialista era giunto «legittimamente» al potere in seguito ad elezioni indette nel quadro politico previsto dalla stessa Costituzione.

Come recentemente ha detto il curiale e volpino Andreotti, i governi passano, ma la burocrazia statale resta, col suo apparato militare, politico e repressivo. Ma qui la naturale «legittimità» del Codice Rocco, alla stessa stregua della Legge Scelba 1952, apparentemente opposta ma nata dalla stessa preoccupazione di salvaguardare la cornice statale e politica borghese, anche se invocata da quel P.C.I. che a suo tempo la individuò come macchinata contro la sua organizzazione.

Ecco, fuori dalla terminologia pretesca, in che consiste il tristo eufemismo di «Stato assistenziale»: in un apparato di prepotenza e di sopraffazione di una classe sull’altra che intende «proteggere» il proletariato dalla tentazione di riprendere la lotta frontale contro una macchina la cui esclusiva funzione essenziale è quella di schiacciare la ribellione degli sfruttati. Ma dietro la pelosa formula si celebrano oltre che i fasti della scienza politica borghese anche i segni del suo inevitabile declino.

Ormai lo Stato non può più permettersi il lusso di disinteressarsi del minimo conflitto sociale che se espresso in forma violenta e frontale può innescare la reazione a catena delle forze sociali ionizzate: la minestra non basta più. Il modo di produzione capitalistico ha indotto una serie di bisogni sociali che se hanno fatto gridare ai soliti moralisti scandalo in nome del cosiddetto «consumismo», stanno spingendo i proletari alla sempre più marcata insofferenza verso la brodaglia.

Per questo salutiamo la crisi economica, puntuale e tremenda secondo le nostre scientifiche previsioni, nella crisi si rafforzerà il Partito e il suo rapporto con la classe!

Inghilterra insegna: affamare i lavoratori

La resa degli operai britannici davanti al nuovo patto sociale ha fatto tirare un sospiro di sollievo alla borghesia inglese, ma non solo ad essa. In tutto il mondo le lodi si sprecano sul senso di responsabilità della Trade Unions, e si fa l’occhiolino ai sindacati nazionali perché capiscano l’antifona.

« Dobbiamo essere un esempio per il mondo » ha detto Norman Willis, vice-segretario del TUC; per Callaghan, il primo ministro, « ciò rappresenta una espressione della volontà nazionale di sconfiggere l’inflazione, di portare la Gran Bretagna sulla strada della ripresa economica e della diminuzione della disoccupazione ». Jack Jones, il capo di uno dei più importanti sindacati inglesi, spinge il suo zelo di schifoso servo dei padroni ancora più in là; infatti « Egli ha invitato il governo a iniziare subito trattative sul meccanismo di controllo degli aumenti salariali che dovrà sostituire quello in vigore ora per evitare, ha detto, che il ritorno alla contrattazione libera si rifletta in ‘una esplosione senza freno delle spinte salariali e inflazionistiche’ ». (Il Sole 24 Ore, 17-6-1976).

Così il governo « di sinistra » laburista, fedelmente sostenuto dalle direzioni dei sindacati, è riuscito a far passare un accordo che nessun governo conservatore era mai riuscito a far passare, un accordo che condanna la classe operaia inglese a condizioni di vita che da trenta anni non conosceva più, alla implicita accettazione dell’attuale alto tasso di disoccupazione, e tutto ciò in nome dell’economia nazionale, della difesa del governo « progressista » dagli attacchi della bieca reazione conservatrice la quale, poverina, ha il solo difetto di chiamare le cose col loro nome, e di apostrofare gli operai come operai e non come « compagni ». Questo patto sarà un esempio per il mondo, certo, ma come esemplare coronamento di un’opera durata decenni di tradimento ai danni dei proletari inglesi.

In cambio degli scarsi aumenti salariali viene promessa da parte del governo una diminuzione della tassazione; quanto serie siano queste promesse lo fa capire un articolo che è apparso sul Financial Times accanto a quello che illustrava l’accordo, il 17-6-1976: vi si dice che da parte del capitalismo finanziario, le banche, si auspica un pronto aumento della tassazione indiretta, ritenuta indispensabile per aumentare la dotazione monetaria del governo, a sua volta indispensabile per far fronte ad investimenti, spese pubbliche, ecc. La situazione è ben descritta da Mick McGahey, capo dei minatori scozzesi, per il quale « I lavoratori sono stati ancora una volta costretti a sostenere il peso di una crisi non causata da loro per salvare un sistema sopravvissuto a se stesso. Il nuovo accordo abbasserà ulteriormente il livello di vita dei lavoratori e non avrà in nessun modo effetti sull’inflazione né arresterà la disoccupazione ». Se questo sindacalista parla così significa che esistono forti minoranze operaie che non sono d’accordo. È da questo che dovrà partire il prossimo attacco alla borghesia britannica, non prima però di aver spazzato via i cani politici e sindacali traditori.

«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall'insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.7

La serie di articoli che andiamo pubblicando sul giornale ci ha condotto a ribadire la seguente tesi fondamentale per il partito marxista.

Netta distinzione fra partito, classe, azione della classe che si esprime nei suoi organismi immediati sia a carattere economico-sindacale, sia, in determinati momenti storici come armamento del proletariato in vista della conquista del potere politico (soviet ecc.). Siamo sempre stati e restiamo sostenitori della seguente tesi: l’azione proletaria si esprime sul terreno materiale delle rivendicazioni economiche e perciò in organismi la cui caratteristica è di essere adatti alla conduzione di questa azione (organismi economici che comprendono tutti i proletari decisi a battersi per la difesa del loro pane quotidiano, organismi la cui caratteristica di classe consiste nel comprendere i soli operai ad esclusione dei membri delle altre classi sociali e nell’alta partecipazione numerica dei proletari). In determinati momenti critici, nei quali l’azione in difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro assume oggettivamente, cioè per la materiale causa della profondità delle contraddizioni capitalistiche e dell’impossibilità del sistema capitalistico di mantenere agli operai le minime condizioni di esistenza, una estensione ed una radicalità che diviene lotta armata e generale, questi stessi organismi possono divenire organizzazioni degli operai armate e tendenti alla conquista del potere politico, oppure possono sorgere, accanto agli organismi operai economici, altri organismi del proletariato in armi (soviet come in Russia) i quali sono però caratterizzati sempre dal loro essere operai, cioè da un fatto materiale di appartenenza ad una determinata classe sociale, non da un dato di coscienza.

La coscienza della classe si esprime infatti soltanto nel partito politico, cioè in un organo definito, non dalla posizione sociale dei suoi membri, bensì dalle sue finalità: nel partito si condensa, al di sopra delle vicende della lotta sociale e perciò del manifestarsi, scomparire, corrompersi degli organismi operai immediati, la coscienza della classe proletaria. La classe esprime una coscienza in quanto esprime il partito, cioè l’idea di una finalità generale interessante non singoli reparti, gruppi, categorie della classe. La nozione di questa finalità, comune a tutta la classe, al proletario della grande azienda e della piccola officina, al metalmeccanico e al tessile, al ferroviere ed al povero travet impiegato, all’operaio inglese o cinese, può manifestarsi solo in una minoranza di elementi della classe stessa ed in un organo particolare rivolto a quella finalità e legato, per mille fili, ai movimenti parziali dei proletari che si tratta di integrare e di collegare.

La coscienza della classe operaia che è dato di scienza e di analisi teorica, si esprime perciò solo nell’organo partito, cioè nell’organo che ha la visione della identità degli interessi di tutti i proletari al di sopra delle distinzioni di spazio, di categoria, di tempo. Il compito del partito si presenta perciò non come negazione dei moti anche minimi della classe, ma come ‘integrazione e superamento’ di essi nella nozione dell’interesse generale e storico di tutta la classe proletaria. In altre parole, e per spiegarci una volta per sempre, il collegamento fra i proletari di un’azienda tessile della Sicilia e gli impiegati di una banca di Berlino, l’affermazione della identità di interessi che intercorre fra di loro e della necessità che la lotta degli uni sia di sostegno a quella degli altri, può essere posseduta non dal sindacato siciliano dei tessili, che comprende tutti gli operai tessili della Sicilia e deve comprenderli se vuol condurre uno sciopero, né dal sindacato degli impiegati di Berlino, ma da un organo specifico che ponga a base della sua azione appunto la visione della identità di interessi dei proletari di tutto il mondo e di tutte le epoche storiche e che inserisca la lotta dei siciliani e quella dei berlinesi in un piano unico rivolto ad un’unica finalità. Questo organo, che può anche non comprendere né un operaio tessile della Sicilia, né un impiegato di Berlino è il partito politico di classe. Il suo compito non sarà quello di dichiarare troppo limitata l’azione dei siciliani e dei berlinesi per il pane quotidiano, ma di metterne in rilievo, potenziarne ed estenderne gli aspetti che sono suscettibili di stringere i collegamenti fra le due lotte, di combattere contro tutti gli aspetti e le forze che tendono a mantenere separati e ristretti i due movimenti. È chiaro che questa ‘integrazione’ costituisce anche un ‘superamento’ nel senso che la lotta salariale in Sicilia termina materialmente con la concessione degli aumenti richiesti e così a Berlino; l’idea di continuare la lotta in Sicilia per non sabotare lo sciopero dei proletari berlinesi costituisce già un ‘superamento’ della pura e semplice azione difensiva, esige cioè una coscienza che, sia ai siciliani che ai berlinesi, può essere portata dall’esterno, da un organo che abbia una visione globale e generale della lotta di classe e per averne una visione generale deve per forza averne una visione storica.

È fin dal Manifesto del 1848 che i marxisti difendono questa posizione: ‘Organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico’ dice il Manifesto esprimendo che solo per il tramite dell’organo partito i proletari possono agire come una classe, cioè con unicità di intenti e di interessi. E il Manifesto aggiunge: ‘In che rapporto stanno i comunisti con i proletari in genere? I comunisti non sono un partito particolare contrapposto agli altri partiti operai. Essi non hanno interessi diversi da quelli di tutto il proletariato…’. C’erano, ai tempi del Manifesto, organismi politici operai che si proponevano l’abbattimento violento del potere borghese, la conquista del potere politico da parte del proletariato. Di fronte a questi organismi i comunisti, siccome non hanno interessi diversi da quelli di tutto il proletariato, non si contrappongono come partito particolare, in base a determinati principi teorici o filosofici che siano loro propri, cioè in base a proprie idee particolari. «Il fine immediato dei comunisti è identico a quello di tutti gli altri partiti proletari: 1º (ci permettiamo la numerazione dei capisaldi che distinguono gli ‘altri partiti operai’) Costituzione del proletariato in classe (quindi separazione degli interessi immediati e generali della classe operaia da quelli del ‘popolo’, della ‘nazione’, della ‘società’, cioè delle altre classi). 2º Abbattimento del dominio della borghesia (quindi identificazione dello Stato democratico parlamentare come ‘dominio della borghesia’, niente democrazia, niente Resistenza, niente Stato di tutti i cittadini). 3º Conquista del potere politico da parte del proletariato (quindi sostituzione della macchina statale borghese, con una macchina statale proletaria, dominio di classe, ma della classe proletaria, niente diritti politici alle classi possidenti e non operaie). Di fronte a simili ‘partiti operai’ i comunisti non si contrappongono come un altro partito, perché ‘Le affermazioni teoriche dei comunisti non si basano assolutamente su idee, su principi che siano stati inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo. Esse sono soltanto espressioni generali dei rapporti reali di un’attuale lotta di classi, di un movimento storico che si sta svolgendo sotto i nostri occhi…’. Di conseguenza i comunisti non hanno da contrapporsi ai proletari che vogliono diventare una classe, abbattere il dominio borghese, stabilire il dominio proletario. Al contrario essi: «Non avanzano principi particolari sui quali intendano modellare il movimento proletario». È una proposta di ‘fronte unico politico’ a tutti i partiti che si dicono proletari? Ma assolutamente no! Anzi, i comunisti «si differenziano dagli altri partiti proletari per il solo fatto che da un lato nelle varie lotte nazionali dei proletari, danno risalto e fanno valere quegli interessi comuni di tutto il proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità, mentre d’altro lato, nelle diverse fasi di sviluppo attraversate dalla lotta tra proletariato e borghesia, sostengono sempre l’interesse del movimento nella sua totalità. In pratica, dunque i comunisti sono la parte più energica, che sempre si spinge lontano, dei partiti operai di tutti i paesi; sotto l’aspetto teorico essi hanno il vantaggio, nei confronti della rimanente massa del proletariato, di penetrare le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario». Marx ed Engels, il Partito comunista del 1848, ci tenevano a stabilire una cosa essenziale, essenziale anche per noi oggi: che l’organizzazione di cui stavano stendendo il programma, il manifesto, non era una setta che, scoperto un nuovo vero, intendesse dire ai proletari combattenti contro lo schiacciamento capitalistico di tutti i giorni, di tutte le aziende: cessate di combattere per i vostri miseri obiettivi quotidiani e meschini, sostituite ad essi queste altre idealità che noi vi proclamiamo; solo per esse vale la pena di spargere il proprio sangue. Ci tenevano a mettere in chiaro che il partito comunista ‘non ha interessi diversi da quelli di tutto il proletariato’ cioè, in altri termini, i suoi interessi sono gli stessi della massa dei proletari che scende in battaglia per la difesa della propria vita e per la liberazione di se stessa dalle condizioni disumane e bestiali in cui la costringe il sistema capitalistico. Il partito comunista «non avanza principi particolari sui quali intenda modellare il movimento proletario». Esso esprime soltanto le condizioni generali della lotta proletaria che si svolge sotto i nostri occhi, le sue necessità, i suoi bisogni, lo sbocco a cui essa inevitabilmente deve tendere per realizzarsi, per non essere sconfitta: «Le affermazioni teoriche dei comunisti sono solamente espressioni generali dei rapporti reali di un’attuale lotta di classi, di un movimento storico che si sta svolgendo sotto i nostri occhi…».

Il partito comunista non è una setta caratterizzata dalla adesione a principi astratti, filosofici; è il partito di classe, della classe in lotta e lo è in quanto esprime la coscienza dei termini generali della lotta stessa, in quanto riesce ad essere «l’espressione generale dei rapporti reali di un’attuale lotta fra le classi… che si svolge sotto i nostri occhi». I comunisti non hanno il compito di deviare, in base a loro idee, il movimento, l’azione di classe dai suoi obiettivi, dal suo svolgimento naturale. Hanno il compito di indirizzarla dimostrandone i termini, i rapporti di forze, il campo di battaglia, lo schieramento effettivo del nemico che essa deve sconfiggere o rassegnarsi a perire. Di fronte ad un proletariato le cui energie erano tese alla propria liberazione come classe e che sapeva ingaggiare la battaglia su questo terreno, il partito comunista non si presentava come un elemento estraneo e contrapposto agli sforzi proletari: esso «ha il vantaggio, nei confronti della rimanente massa del proletariato, di penetrare le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario». Ha il vantaggio è termine preciso che nega l’atteggiamento sprezzante dell’intellettualità borghese, verso la massa operaia ritenuta incapace di comprendere. È termine da ‘migliori compagni di lotta’, non termine da moralizzatori ‘colti’ della lotta fra le classi! E quando parleremo dell’azione pratica del partito, promessa fatta all’inizio della serie di articoli che ci occupa? Si promette di parlare di azione pratica svolta in questo anno di grazia 1976 e poi si continua per numeri e numeri a parlare del partito e delle sue caratteristiche. Ne parleremo, ne parleremo! Non si spaventi il lettore impaziente! Ma vogliamo prima imprimere nella memoria di tutti che il soggetto dell’azione pratica è il partito di classe e, se non esiste questo, con le sue caratteristiche inconfondibili, è inutile parlare di azione pratica. L’indirizzo tattico del partito, lo ricordiamo al lettore impaziente di scoprire la ricetta dei nostri piccoli o grandi successi pratici, non consiste nella geniale scoperta di mezzi o di obiettivi magari intermedi. Non ci serve un capo geniale, un generale astuto (l’espressione più alta del sentimento piccolo borghese sta nel sostenere che Lenin e Trotski avrebbero avuto questa caratteristica, grazie alla quale vincemmo e per temporanea obnubilazione della quale poi perdemmo, mentre furono militanti soltanto (soltanto!) seri e devoti del partito di classe, al quale diedero, con l’ultimo dei proletari di Russia e del mondo, le loro forze poche o tante che fossero senza mai preoccuparsi che fossero tante o poche, ma preoccupati che fossero tutte e soltanto di questo!).

Non ci serve, dicevamo, un capo geniale che ci inventi dei buoni espedienti: serve solo un corpo di militi, di soldati semplici della rivoluzione che siano capaci di mantenersi fedeli da una parte ai caratteri del partito, dall’altra ai caratteri dell’azione di classe. Fissata questa abitudine di fedeltà nel corpo collettivo del partito, l’indirizzo tattico discende dal rapporto fra questi due termini e la coscienza ‘dei rapporti reali dell’attuale lotta fra le classi’. Non c’è niente da scoprire e niente da inventare, c’è solo da capire. Allora ci permetta il lettore di propinargli ancora a lungo questa analisi sul partito. Un giorno gli parleremo anche cosa abbiamo fatto e si accorgerà che era quasi inutile parlarne, perché il modo in cui abbiamo affrontato i problemi dell’azione pratica, perfino nei particolari più minuti e giornalieri, non è altro che il modo tipico, caratteristico ed inconfondibile in cui il partito comunista ha sempre affrontato questi problemi.

La III Internazionale ebbe un atteggiamento che farebbe onore oggi a molti scopritori di ‘cose nuove e di nuove situazioni’, se la loro natura di classe permettesse loro di adottarlo. Dovendo stabilire nel 1920 i suoi statuti si rifece integralmente a quelli della I Internazionale del 1864. Non lo fece per dire ai socialdemocratici, agli anarchici, ai sindacalisti che andavano per la loro strada perché erano costretti ad andarci: «Aspettate un momento, cerchiamo di discutere; le vostre opinioni sono sbagliate. Alla fine della discussione condotta con documenti inoppugnabili, converrete con noi, perché avrete compreso». Lo fece per dire che su quella strada segnata, la strada unica della emancipazione proletaria, c’erano rimasti solo loro, i comunisti riuniti a Mosca in quell’anno e che solo essi costituivano il partito del proletariato combattente. Gli Statuti del 1864 dicono: «Considerando – che l’emancipazione economica della classe operaia è dappertutto il fine essenziale al quale ogni movimento proletario deve essere subordinato come mezzo. Che ogni sforzo in vista di raggiungere questo grande obiettivo è fallito a seguito della mancanza di solidarietà fra i lavoratori delle diverse branche di lavoro in ciascun paese e della alleanza fraterna fra i lavoratori dei diversi paesi. Che l’emancipazione non è per nulla un problema locale o nazionale, ma un problema sociale che abbraccia tutti i paesi dove esiste il regime sociale moderno e la cui soluzione dipende dalla collaborazione teorica e pratica dei paesi più avanzati. Che il rinnovarsi attuale simultaneo del movimento operaio nei paesi industriali dell’Europa sveglia in noi da un lato nuove speranze, ma dall’altro ci dà un avvertimento solenne a non ricadere nei vecchi errori e ci chiama al coordinamento immediato del movimento che fino al momento presente non è stato per nulla coerente… la III Internazionale ha dichiarato solennemente in faccia al mondo che essa si incarica di proseguire e portare a compimento la grande opera intrapresa dalla I Internazionale dei Lavoratori…».

Il partito è l’organo materiale ed ideale di collegamento fra le lotte proletarie immediate che senza di esso rimangono necessariamente slegate nel tempo, nello spazio, nelle finalità. Rimangono ‘incoscienti’, cioè non possono e non potranno mai, nel loro ambito ristretto, della fabbrica, della categoria, della nazione esprimere una coscienza comune a tutta la classe proletaria. Per questa ‘coscienza di classe’ deve esistere un organo particolare di collegamento, un organo, né della fabbrica, né della categoria, né della nazione, ma semplicemente della classe: il partito politico di classe. Quest’organo non si caratterizza per ‘idee particolari’ di ordine filosofico ‘scoperte da questo o quel riformatore del mondo’, ma per essere il vertice della piramide in cui si esprime la classe e la sua lotta contro il dominio capitalistico, l’anello di congiunzione che unifica tutte le singole lotte che il proletariato conduce. Perché? Per dati di fatto altrettanto materiali: 1) Perché impugna una teoria interpretativa che gli permette di leggere i fatti sociali e storici e di conseguenza riesce a spiegarsi il comportamento di tutte le classi sociali ‘nei loro rapporti reciproci e nei loro rapporti con lo Stato’ cosa in cui consiste la coscienza politica. 2) Perché il suo organamento materiale non è limitato nello spazio, non è chiuso nella fabbrica, nella professione, nella categoria, nella nazione. (Nostra polemica contro la cosiddetta bolscevizzazione del 1924-26). 3) Perché la sua organizzazione e la sua azione non è limitata, né discontinua nel tempo, ma allaccia, al di sopra del tempo, la lotta e l’esperienza di lotta delle singole generazioni operaie (le mille trappole che la borghesia ha saputo tendere agli operai di cinquant’anni fa non sono patrimonio di esperienza dei giovani che lavorano oggi nelle fabbriche, non possono materialmente esserlo; ma sono patrimonio dell’organo politico di classe che possiede una chiave di lettura scientifica ed una continuità di azione la quale lega gli avvenimenti di cinquant’anni fa a quelli di oggi). Intendiamo mostrare con queste nostre note che fra coscienza di classe ed azione di classe, fra partito, dotato di un formidabile e dogmatico bagaglio teorico, programmatico e tattico che si esprime in tesi, testi, studi e norme scritte e classe proletaria con le sue lotte quotidiane, misere magari e limitate per le minime rivendicazioni non esiste alcuna contraddizione. Sono due elementi dello stesso problema, due termini senza il congiungersi dei quali si realizza, come si è realizzato finora, un risultato negativo per la ’emancipazione economica degli operai’ che è il problema materiale alla risoluzione del quale va la piccola spinta del gruppo di sfruttati che rivendica il pisciatoio di fabbrica congiuntamente alla formidabile teoria della società futura, del comunismo. Norma di azione semplice e concreta che anticipiamo al lettore impaziente. Il partito non solo non disprezza gli sforzi di un piccolo gruppo di operai di Torino per difendere semplicemente il loro salario, ma neanche chiede loro, all’interno della loro fabbrica, di possedere una coscienza che vada al di là del fatto che il salario serve per dar da mangiare a se stessi, le loro donne, ai loro figli, né si scandalizza se quegli operai svolgono la loro richiesta in parole che non sono l’esatta visione marxista della lotta di classe e magari non hanno neanche l’idea di appartenere ad una classe. Il partito sa che quegli operai non possono possedere, in quanto tali, la coscienza di classe: sa di possederla lui solo. Il suo compito sarà quello di incoraggiare la lotta, di indicare agli operai i nemici che si trovano di fronte e gli strumenti per portarla avanti, aiutando, nello stesso tempo quegli operai a fare la loro esperienza ed a trarne le debite conclusioni, indicando loro amici e nemici, metodi che fanno andare avanti e metodi che soffocano e debilitano. Il partito indirizzerà la lotta, cioè saprà dire per quale strada essa debba passare per vincere e si dimostrerà ‘il miglior compagno di lotta’ per quei lavoratori. Per questo tramite e per quello della propaganda delle sue posizioni il partito farà in modo che la spinta degli operai non si esaurisca con il venir meno delle ragioni immediate che l’hanno provocata indicando ad essi la necessità dell’organizzazione permanente sul terreno economico per poter reagire costantemente alle pressioni padronali ed arruolando nel partito gli elementi ‘i quali durante la lotta stessa si saranno resi maturi per questo’. «… Come quindi è respinta ogni concezione di azione individuale o di azione di una massa non legata da preciso tessuto organizzativo, così lo è quella del partito come raggruppamento di sapienti, di illuminati o di coscienti, per essere sostituita da quella di un tessuto e di un sistema che nel seno della classe proletaria ha organicamente la funzione di esplicarne il compito rivoluzionario in tutti i suoi aspetti e in tutte le complesse fasi». (Tesi caratteristiche dal partito, 1952).

Edili in Svizzera: il feticcio del contratto arma dei bonzi

Dal 1937 il padronato svizzero in virtù della famigerata «pace del lavoro» schiaccia i lavoratori sotto il peso di contratti che, anno dopo anno, taglieggiano in misura sempre crescente i salari, sottopongono gli operai ad aumenti dei ritmi produttivi, mantengono i proletari immigrati nella continua incertezza, il posto di lavoro infatti, come dimostrano i passati ed i più recenti licenziamenti in massa, è ben lungi dall’essere sicuro.

In un paese dove lo sciopero e la lotta di classe sono armi di cui il proletariato deve riappropriarsi, dove le favorevoli condizioni di sviluppo del capitale hanno reso sino ad oggi facile il compito a sindacati traditori e Stato nel controllare e nel deviare la classe operaia, il rinnovo contrattuale dell’edilizia dà un quadro chiaro della via intrapresa dalla borghesia svizzera e del completo asservimento dei bonzi sindacali a questa. Non si tratta qui, come pure nei contratti che dovranno essere rinnovati, di strappare quel minimo – che seppure poco – rappresenterebbe il normale adeguamento di un contratto ai bisogni della classe operaia determinati dal crescente costo della vita, si tratta invece di un vero e proprio passo indietro che costringe gli operai, schiena al muro, ad assistere impotenti al furto che si sta realizzando sul loro salario.

Infatti il punto più importante della piattaforma è quello che concerne l’adeguamento dei salari al carovita, che nel caso specifico dell’edilizia si svolge con trattative annuali e sulla base di un aumento diretto del salario orario. Per questo punto l’accordo prevede che gli aumenti per gli anni 1975 e 1976 saranno pagati soltanto nel 1977 mediante un aumento di salario, adattato per altro alle condizioni congiunturali del settore in quel momento. Questo dimostra che la carognesca politica dei bonzi ha permesso e permette che per due anni i salari siano stati praticamente bloccati, e che il loro adeguamento non sarà per niente automatico, anzi esso sarà sottoposto ad una ulteriore trattativa che in questa tendenza potrà rinviare a chissà quando i tanto attesi aumenti, sottoponendoli ad una ipotetica migliore situazione del settore, condizione che i lavoratori sanno bene quanto sia improbabile data l’attuale crisi internazionale.

Il piano di schiacciamento operaio non viene neanche parzialmente nascosto da fumose promesse di salvaguardia dell’occupazione, come viene cianciato in altri lidi, nessun accordo sancisce che non si proceda a licenziamenti nel corso dell’anno. Nessuna miglior condizione è stata quindi raggiunta, o meglio è stata la classe padronale che ancora in una occasione ha rimpinguato le sue casse facendo stringere di un altro foro la cinghia agli operai.

La classe operaia svizzera, i proletari immigrati, devono riacquisire – e saranno le condizioni materiali a spingerveli – le nozioni di sciopero e di contratto di lavoro come armi, da impugnare contro l’avversario in occasioni difensive, che rappresentano fasi di una continua guerriglia tra sfruttati e sfruttatori, tanto più in un paese dove non si può parlare di contrattazione diretta tra padronato e lavoratori, ma di vere e proprie «leggi» statali unilateralmente proposte ed approvate. La lotta non deve essere dunque tesa soltanto alla riconquista di «veri» contratti di lavoro, che non rappresentano altro, in qualsiasi maniera vengano stipulati – anche la migliore – che un patto con il quale vengono fissate per un certo periodo le condizioni a cui la classe degli sfruttati deve vendere la sua forza lavoro. I patti di lavoro devono considerarsi come strumenti essenziali, ma puramente difensivi del salario e delle condizioni di vita operaie, per questo essi devono essere rigettati e stracciati quando, come nel nostro caso, non rispondano più alle esigenze dei lavoratori.

Il riappropriarsi dell’arma dello sciopero è essenziale per il proletariato svizzero, come essenziale e necessario alla sua difesa è il ristabilire la prassi di stipulare dei veri contratti di lavoro che rappresentino il reale – anche se parziale – soddisfacimento dei suoi bisogni, contrattati finalmente con i pugni e non attorno ai tavolini padronali.

Ma se tutto questo è necessario non è però condizione sufficiente: la lotta non deve esaurirsi in questa prospettiva di più o meno lunga realizzazione, deve allargarsi sino a saldare tutto il proletariato in un fronte di battaglia, che abbandonando il terreno difensivo passi al contrattacco per la conquista del potere politico, per la conquista della sua società dove soltanto non esisterà più sfruttamento e divisione in classi. Diciamo questo perché fin troppe volte la borghesia, partendo da posizioni nettamente di forza come in Svizzera, ha deviato, grazie ai suoi servi: sindacati e partiti traditori, la lotta operaia sul falso obiettivo del contratto come presunto «potere» operaio, nella visione di una società in cui la «vera» trincea da difendere fosse proprio quello che è al contrario soltanto il primo dei gradini della «scalata al cielo». Il contratto come feticcio non è dunque che una arma in mano alla borghesia. Il contratto, di per sé, non muta la forma capitalistica dell’economia, non concede alcun potere agli operai ma sancisce il dispotismo del capitale sul lavoro. Restare fermi al contratto significa non fare un passo innanzi verso l’emancipazione, significa cullarsi nella falsa speranza che il contratto di domani apporterà altri miglioramenti, che il riformismo concederà agli operai nuove conquiste.

Non solo si dimostra nei fatti che i partitacci e bonzi non combattono per alcun miglioramento, ma al contrario tirano indietro il movimento e distruggono le sue conquiste passate, ma si dimostra che anche le eventuali conquiste, in regime capitalistico, non hanno fatto avanzare di un solo millimetro la lotta verso il comunismo, verso l’emancipazione dal lavoro salariato. Devono i proletari di Svizzera rendersi conto che senza la riconquista delle basilari armi di classe, le loro rivendicazioni verranno sempre schiacciate dai padroni e più o meno apertamente rinnegate dai sindacati traditori che sono i veri sacerdoti del diritto contrattuale, al pari di avvocati borghesi.

Ad ogni classe le armi che le sono più naturali e congeniali; ai borghesi il loro Stato, i loro preti, i loro servi con o senza divisa, ai proletari lo sciopero, la insurrezione armata, la rivoluzione comunista.

Specchio del futuro: il PCI al governo in Italia 1945-48 Pt.1

Le elezioni ci sono sempre state, è vero e sempre tutto il «popolo» ha svolto il suo dovere di routine andando a mettere la scheda nell’urna; ma dalla fine della seconda guerra mondiale (quando il PCI governò per tre anni) è la prima volta che si riassocia il risultato elettorale con la possibile soluzione di grossi problemi sociali. Non a caso solo ora, dopo trent’anni si ritorna alla eventualità del PCI al governo. I borghesi vedono nell’eventuale governo «di sinistra» la possibilità di continuare a licenziare e ridurre i salari senza timore di reazioni classiste da parte del proletariato; gli operai vi vedono la possibilità di riprendere il lavoro senza incertezze e il ritorno a quel «benessere» degli anni precedenti.

Noi abbiamo sempre denunciato le elezioni come una truffa contro la classe operaia, come un modo per distoglierla dalla sua azione diretta e violenta contro padroni e Stato ben sapendo che il voto serve solo per decidere quale partito o partiti possano meglio condurre lo sfruttamento della forza lavoro. Ma tanto più abbiamo sempre denunciato i governi di sinistra come il culmine di questa truffa: non a caso il PCI, partito di opposizione nei periodi di sviluppo capitalistico diventa o si predispone a diventare partito di governo nei momenti di crisi acuta e di dissesto economico. Nel primo caso non è necessario il partito operaio al governo in quanto la sicurezza del salario non fa prevedere nessuna radicalizzazione delle lotte operaie che si svolgono «pacificamente» attraverso la periodicità dei contratti di lavoro. È chiaro però che questa viene interrotta dall’impossibilità a contrattare un salario e un lavoro che va sempre più esaurendosi per l’effetto della crisi economica e questa situazione non può che spingere – a lungo andare – a serie rivolte operaie, a lotte radicali per il salario e per il pane e che sempre più saranno destinate a radicalizzarsi non essendo i capitalisti in grado di soddisfare nemmeno alla metà dei bisogni elementari della classe operaia.

Queste lotte non solo impedirebbero all’economia borghese di riassestarsi (cosa possibile se le migliaia di disoccupati accettassero di fare i disoccupati e se i pochi operai rimasti alla produzione accettassero di sgobbare anche per quelli che non ci sono più), ma metterebbero in serio pericolo le stesse basi del sistema capitalistico creando una situazione prerivoluzionaria in cui gli operai sarebbero nuovamente disposti ad imbracciare il fucile per difendere le loro condizioni di sopravvivenza.

Ecco perché il governo di sinistra e la proposta dello stesso PCI al governo: il cosiddetto «benessere» lo può gestire qualsiasi partito mentre solo il falso partito comunista può indurre gli operai ad accettare fame e sovrumano sfruttamento per puntellare lo Stato borghese.

Ecco perché noi, al di là di qualsiasi risultato elettorale, di qualsiasi spostamento a sinistra in termini di percentuali di voti, fino al PCI al governo (solo o in degna compagnia), vogliamo smascherare questo disegno antioperaio che sta da sempre nei piani della borghesia e dei partiti opportunisti e che solo ora viene rispolverato proprio perché si sta aprendo un nuovo periodo in cui sarà necessario difendere gli interessi borghesi, non osannando il modo di produzione capitalistico con le fabbriche piene di operai come il massimo paradiso terrestre per il proletariato (com’è nel boom) ma controllando le piazze e le strade dilaganti di disoccupati e i bagni penali nel vero senso della parola che saranno diventate le poche fabbriche produttive.

Non è la nostra un’acida profezia di marxisti intransigenti ma la chiarezza del partito di classe che non ha dimenticato i fatti storici del passato, che le generazioni attuali degli operai viceversa non conoscono, soprattutto i giovani. Ci riferiamo al non lontano 1945 quando il PCI – lo stesso PCI di oggi – governò per tre anni, cioè giusto il tempo per permettere allo Stato capitalistico italiano, messo in crisi dalla sconfitta militare e dal conseguente dissesto economico di riprendere la sua marcia in avanti sulle spalle della classe operaia. È il PCI stesso che si richiama a quella tradizione, che rivendica di essere stato allora il salvatore della Patria e dell’economia nazionale. Soltanto che questo salvataggio della Patria fu fatto sulle spalle della classe operaia la quale fu ridotta dal suo preteso partito e dai suoi dirigenti sindacali, con il plauso di tutti i partiti borghesi, al rango di una massa di schiavi affamati, colpiti nello stesso tempo dalla disoccupazione nonché dalle fucilate della polizia democratica, indirizzata dall’allora ministro di grazia e giustizia Togliatti che, nella famosa circolare ai prefetti, ordinerà loro di attaccare i proletari che, nella morsa della fame, davano l’assalto ai negozi di alimentari nelle varie città. Dal 1946 al 1949 la classe operaia italiana ricostruì l’industria nazionale, a costo della fame, della galera e della morte permise la sopravvivenza dei profitti capitalistici.

Questo fu possibile unicamente per la presenza del PCI al governo. Nel 1976 il PCI dovrebbe svolgere la stessa funzione contro la classe operaia: è quello che vuole e che proclama a tutti i venti. Se la borghesia esiterà ad adottare questa soluzione sarà solo perché sa benissimo che la crisi attuale non ha per sbocco prossimo una ripresa economica come quella successiva al 1948. Si riserva questa carta per il momento più opportuno. Gli operai della vecchia generazione risentiranno nelle citazioni che seguono l’eco dei loro sacrifici di allora e giudicheranno se sia il caso di ripeterli. I giovani verranno a conoscenza dell’unica cosa che può fare, che sarà chiamato a fare, il PCI al governo dello Stato borghese. L’immagine di quello che faranno è scritta in quello che hanno fatto 30 anni fa.

Le citazioni che riportiamo sono tutte tratte da Il Lavoro organo della CGIL dal 1945 in poi. Intercaliamo le citazioni con brevi commenti che servono a dare una descrizione globale della situazione di allora.

L’economia italiana alla fine della guerra si trovava di fronte in particolare alle necessità di espellere la manodopera adoperata per lo sforzo produttivo bellico. Il numero di operai occupati nell’industria, che aveva servito a produrre armi e strumenti per la guerra, era ora eccedente i bisogni della produzione nel quadro internazionale in cui veniva a trovarsi l’economia italiana. Come detto nelle citazioni successive il padronato avrebbe utilizzato il mezzo drastico del buttare sul lastrico tutti i lavoratori eccedenti contando per la repressione di eventuali movimenti degli affamati sulle forze dello Stato. «Tragica miopia» avverte l’organo della CGIL: in questa maniera si sarebbe scatenata la guerra civile da parte degli operai proprio in un momento in cui l’economia italiana aveva estremo bisogno del credito statunitense e d’altra parte lo Stato non possedeva nessuna forza armata valida a reprimere un movimento generalizzato della classe operaia. Occorreva buttare sul lastrico gli operai eccedenti i bisogni del capitale senza intaccare la pace sociale. Fu la CGIL ad incaricarsi di questo. È il famoso accordo sullo sblocco dei licenziamenti:

Testo dell’accordo sullo sblocco dei licenziamenti (Il Lavoro 22-1-1946): «… Durante il mese di febbraio potrà essere licenziato il 5% dei lavoratori occupati alla data del 31 dicembre 1945; dal 1 al 15 marzo un altro 4% e dal 16 al 31 marzo un altro 4%. La percentuale dei licenziamenti da effettuarsi nel mese di aprile sarà fissata in un nuovo accordo da concludersi il 10 marzo 1946. Potranno essere licenziati i lavoratori assunti dopo il 10 giugno 1940 che si trovino nelle seguenti condizioni: a) che siano sospesi dal lavoro da oltre due mesi; b) che abbiano in famiglia altri cespiti di sussistenza; c) se per ogni quattro membri della famiglia vi sia un lavoratore con reddito continuativo; d) che provengono da altri settori economici; inoltre potranno essere licenziati i lavoratori inosservanti dei doveri di disciplina e di normale attività … Questi licenziamenti avverranno sotto il controllo delle C.I. …».

Il significato che l’accordo rivestiva è ben descritto nel seguente articolo de Il Lavoro del 19-1-1946:

«Alla delegazione operaia è stato possibile ottenere che i licenziamenti non superino il 5% nel primo scaglione e il 7% nel secondo scaglione Per il terzo scaglione che avverrebbe di primavera le due parti si sono riservate di discutere verso la fine di marzo se sarà possibile apportare un maggiore alleggerimento alle industrie che sono pericolanti. Ma la cosa importantissima dell’accordo è che i rappresentanti dei lavoratori hanno ottenuto che nessun licenziamento può avvenire se non sia sulla base di criteri particolarmente stabiliti ed ai quali abbiamo accennato … Se la dura necessità di cercare di salvare l’industria italiana nelle proporzioni del possibile in tempo di pace ha reso inevitabile un alleggerimento della manodopera divenuta superflua dalla fine della guerra i rappresentanti dei lavoratori sono riusciti a limitare al minimo possibile il sacrificio più doloroso che viene imposto ad un certo numero di lavoratori».

Nell’articolo intitolato «Contro il sabotaggio della ricostruzione» del 2-3-1946 la CGIL si difende dall’accusa di demagogia e spiega in che maniera abbia proceduto nella questione della smobilitazione e dei licenziamenti: in un primo tempo subito dopo la fine della guerra essa si era opposta ai licenziamenti per ragioni di ordine pubblico; successivamente, calmatasi un po’ la situazione, li accetta e li sottoscrive per la stessa ragione, di mantenere la pace sociale; si opporrà ad ulteriori licenziamenti una volta raggiunto l’obiettivo di salvare l’industria italiana:

«Non appena cessata l’insurrezione vi è stato il tentativo di non pochi industriali di riprendere completa libertà chiudendo le fabbriche o licenziando gran parte dei lavoratori. In una atmosfera arroventata come quella vissuta e che tuttora viviamo la CDL di Milano e le consorelle dell’Alta Italia non avevano altra scelta: o le sommosse della strada con le dolorose conseguenze facilmente immaginabili o l’opposizione ai licenziamenti. Noi scegliemmo la seconda soluzione convinti di ben fare per il paese. Non potevamo dimenticare che altrimenti, nel caso cioè di tumulti e di lotte, sarebbe venuta a mancare la fiducia degli Alleati verso la nostra sventurata Patria. Sapevamo noi pure che la soluzione adottata, se guardata con occhio miope, appariva antieconomica. Ma avevamo il diritto di ritenere che, nel frattempo, industriali e governo avrebbero escogitato tutti quei provvedimenti atti a creare condizioni di lavoro per le maestranze che nelle fabbriche risultavano esuberanti … Cosicché anche dopo il concordato per lo sblocco dei licenziamenti, assistiamo ad una corsa affannosa di industriali che pretenderebbero tramutare le nostre organizzazioni in curatele fallimentari senza peraltro por mano agli ingenti patrimoni personali di cui dispongono … Dove si andrà così a finire? Che ne sarebbe se le folle sospinte dal bisogno, esacerbate da visibili e troppi contrasti sociali, irrompessero per le vie per compiere quella giustizia che da tempo invano essi reclamano nelle forme legali e pacifiche? Noi rinnoviamo il monito severo. Fate in modo che la necessità di una più equa giustizia sociale non sia compresa troppo tardi».

Nel 1945 gli operai del Nord Italia avevano ancora in mano le armi usate contro i fascisti e i tedeschi: ogni tentativo di buttarli fuori dalle fabbriche avrebbe significato la sommossa e la rivolta. La CGIL accetta dunque la soluzione «non economica» di mantenere gli operai al lavoro. Nel 1946, passata l’effervescenza della fine della guerra e disarmati gli operai, i licenziamenti vengono accettati. Ma si dice ai capitalisti italiani: non pretendete troppo perché le condizioni delle masse operaie sono tali che potrebbero ancora sfuggirci di mano. In pratica la funzione del partitaccio si presenta in questo modo: la borghesia è miope, segue soltanto i suoi interessi immediati; se si lasciasse fare ai borghesi succederebbe che essi provocherebbero l’insurrezione degli operai. Per fortuna c’è qualcuno che riesce a vedere più in là dell’immediato, agli interessi supremi della nazione e della Patria e ad ottenere perciò il risultato di imporre sacrifici agli operai senza che questi abbiano a ribellarsi.

La borghesia è tanto miope che non saprebbe nemmeno salvaguardare – se dipendesse da lei – il credito, cioè i quattrini degli Alleati. È lo stesso articolo che lo dice in altro punto: «Siamo stati tacciati di demagogia anche quando abbiamo asserito, come asseriamo, che l’Italia possiede un grande patrimonio: le braccia e l’intelligenza dei suoi lavoratori e che è delitto non sfruttare razionalmente questo patrimonio. Ci si è tacciati di demagogia quando abbiamo ricordato il lungo e doloroso calvario dei nostri lavoratori. Mentre le turbe mal pagate, deperite invadevano le strade reclamando di che vivere, le classi dirigenti incapaci di comprendere che la produttività è in ragione non solo dell’intelligenza, ma anche dell’efficienza fisica del lavoratore, non trovano di meglio che scatenare la insensata repressione».

Nell’articolo intitolato «Riattivare il ciclo produttivo» del 20-1-1946 la CGIL afferma: «La firma dell’accordo per lo sblocco dei licenziamenti è un buon segno. Dovrebbe infatti lasciar supporre che finalmente gli industriali cominciano ad intendere che il loro problema è il problema del Paese: migliorare, aumentare, intensificare la produzione. Da questo punto di vista era partita la Confederazione del lavoro nel fare adottare nell’accordo di tre mesi orsono il principio dell’introduzione dei cottimi e dei turni di lavoro. Al punto di vista contrario erano rimasti ancorati, durante il trimestre gli industriali non dando praticamente luogo né ai cottimi né ai turni. Speriamo che il nuovo accordo odierno segni il ripudio della politica del non produrre e di un’effettiva spinta alla ripresa produttiva italiana …».

In realtà la borghesia ed il capitalista singolo non sono per la «politica del non produrre» e non lo erano nemmeno nel 1946. Sono per produrre ai minori costi e perciò col maggior profitto possibile. È perfettamente vero che nelle condizioni dell’Italia del 1946, in cui nessuna garanzia esisteva che lo Stato riuscisse a tenere a freno gli operai, né nessuna effettiva garanzia di sbocco delle merci italiane sui mercati esteri, il capitalista singolo preferisse tenere in banca il suo capitale piuttosto che «arrischiarlo» in un’impresa produttiva. Le garanzie contro i rischi della borghesia le offre il PCI: manodopera a basso prezzo, sicurezza contro movimento violento della classe operaia, spinta per tutti gli operai a ricostruire – per i padroni s’intende – l’apparato produttivo.

Come vedremo in altri articoli il PCI fu capace di offrire alla borghesia italiana: il capitale fisso delle aziende a costo zero (gli operai rimettevano spontaneamente in sesto le macchine, gli edifici, i mezzi di comunicazione distrutti dalla guerra); capitale variabile a costo ridotto (sottosalario, lavoro senza salario, disoccupazione ecc.); sicurezza sociale (gli operai non avrebbero rotto la pace sociale né minacciato l’ordine pubblico. Comunque in previsione che non fosse del tutto possibile trattenerli fu affidato al PCI il compito di riarmare la forza pubblica e di riaprire le galere statali).

In queste condizioni il borghese italiano poteva tirar fuori il suo capitale: «… Speriamo che il nuovo accordo odierno (cioè l’accordo che condannava alla fame il 15% della classe operaia italiana) segni il ripudio della politica del non produrre e dia un’effettiva spinta alla ripresa produttiva italiana …».

In altre parole: pensiamo di avervi dato sufficienti garanzie che potete investire i vostri capitali in tutta sicurezza. Non avete nulla da rischiare!

La borghesia italiana capì perfettamente il regalo che le veniva fatto dal PCI e dalla CGIL e li ringraziò pubblicamente attraverso il discorso del suo rappresentante più autorevole allora: Alcide De Gasperi. Quando poi lo stesso personaggio dichiarò nel 1948 terminata la funzione del PCI al governo perché esso aveva assolto tutti i suoi compiti e minacciava di diventare, nel clima della spartizione del mondo, nella «guerra fredda», un inciampo all’affluenza dei capitali americani, il PCI mostrerà il massimo scandalo per la sua defenestrazione. Dopo tanti servigi messo alla porta!

Ecco il riconoscimento della borghesia italiana al falso partito operaio: «… Ho ascoltato con commozione il discorso di Mariani che, rappresentando la CGIL di Milano, è l’interprete di uno dei più grandi centri operai e soprattutto mi sono rallegrato della notizia che mi ha portato ieri il Ministro del lavoro (Gullo, del PCI), annunciando l’accordo fra industriali e operai per la smobilitazione dell’industria, con grandi sacrifici dalle due parti ma in particolar modo degli operai. Bisogna prendere atto di questo trionfo della moderazione, della ragionevolezza, della coscienza di solidarietà degli uni e degli altri, specie dei lavoratori. Bisogna prenderne atto per la cosa in sé, e bisogna prenderne atto anche in una discussione di politica estera, perché purtroppo in qualche giornale anche estero si esagerano talora i movimenti operai, quasi che l’Italia tutta fosse in una convulsione continua, scambiando inevitabili manifestazioni di malcontento, come uno spirito di decomposizione dello Stato. Ora preghiamo i giornalisti di prendere atto che ben più importante è questo accordo di solidarietà che dovrebbe incitare anche dall’altra parte il credito anche estero ad essere meno restio nell’esercitare la sua funzione …».