Risorga potente l’opposizione proletaria ai padroni, ai partiti ai sindacati traditori, allo Stato per la difesa del salario e del posto di lavoro
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Rivolgiamo un appello a voi tutti per invitarvi a riflettere sulle vostre condizioni materiali dopo trent’anni di ristabilimento del «regime democratico borghese».
Appena cessato il secondo massacro mondiale, vi fu promessa un’era di progresso sociale e di benessere economico: soddisfazione piena dei vostri bisogni, completa e permanente occupazione, casa per tutti, fine del dispotismo in fabbrica e nella società, il «socialismo nella democrazia», ed infine pace duratura tra gli Stati e tra le classi sotto l’egida di un «nuovo» Stato repubblicano e antifascista, provvidenziale e imparziale.
Dopo trent’anni, durante i quali avete dovuto lottare strenuamente e spesso con violenza, per non farvi mettere sotto i piedi dalle classi padronali, sempre più ingorde e spietate nello sfruttamento delle vostre energie; dopo trent’anni, dove sono andate a finire le millantate promesse?
SALARIO: negli ultimi due anni è disceso del 30% in valore reale e tende ancora a scendere per effetto dell’inflazione e della svalutazione monetaria, non compensate affatto dagli irrisori e beffardi aumenti salariali in corso di acquisizione.
DISOCCUPAZIONE: mai, in tanti anni, il numero dei disoccupati, di lavoratori in cerca del primo impiego, di sottoccupati, è stato così elevato: circa 1.800.000 proletari! Ogni giorno migliaia di lavoratori vengono espulsi dai posti di lavoro, decine di fabbriche chiudono i battenti!
«LIBERTÀ» IN FABBRICA: multe, sospensioni, ricatti, vigilanza poliziesca regnano sui posti di lavoro. L’unica «libertà» consentita è quella di permettervi di vigilare sulla fabbrica, sulle macchine, sul capitale del padrone perché non vengano danneggiati da equivoci e strani «bombardieri».
PACE SOCIALE: sia che foste in lotta con il padronato o in temporaneo armistizio, lo sfruttamento non è mai cessato; anzi si è intensificato proprio nei momenti di quiete sociale.
PACE FRA GLI STATI: la seconda guerra tra mostri imperiali avrebbe dovuto, nella propaganda statale, porre fine ad ogni conflitto; la «vittoria» sul «fascismo» avrebbe dovuto chiudere un’era funesta di lutti e sacrifici. Da allora l’elenco delle guerre contro i popoli coloniali, contro le nazionalità e le razze di tutti i continenti, dall’Irlanda del Nord all’Angola, dal Vietnam del Sud al Cile, si fa sempre più lungo, interminabile, il numero delle vittime dell’imperialismo internazionale. Ogni ora le fabbriche dei paesi industrializzati sfornano armi e ordigni di guerra più potenti e micidiali in una folle corsa agli armamenti, col pretesto della salvaguardia delle frontiere, delle patrie, dei rispettivi regimi politici. A chi servono cannoni, carri armati, flotte aeree e navali?
«NUOVO» STATO: l’unica «novità» che vi è stata propinata ha consistito nella semplice e tartufesca messa in scena della sostituzione di una monarchia prona servitrice del capitalismo in camicia nera, con una repubblica altrettanto servizievole per gli stessi padroni, per l’occasione diventati antifascisti. In compenso, il «nuovo» Stato si è trasformato da Stato dei Padroni in Stato-padrone, ha ingigantito le forze repressive, si è sovrapposto ad ogni attività sociale, è divenuto STATO TOTALITARIO del capitalismo.
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Sotto l’incalzare della crisi economica in atto, che è, assieme alla guerra imperialistica, il periodico sbocco naturale del regime borghese, non solo le promesse sono svanite, se mai furono in qualche modo mantenute, ma vengono rimesse in discussione persino le vostre stesse condizioni di sopravvivenza.
Nessuno ha il coraggio di dirvi la verità. Tutti i partiti, soprattutto i vostri capi, vi nascondono la profonda portata della crisi economica, che sta investendo il mondo intero. Nessuno vi dice che CRISI significa salari di fame per i sempre meno che potranno lavorare, disoccupazione di massa, piombo e galera per i proletari ribelli. Mentre invece venite illusi che la crisi possa essere favorevolmente superata con ulteriori «sacrifici», con un regime di «austerità» economica e morale, con un «nuovo» governo, del quale voi dovreste essere il supporto. Vi chiamano, infatti, i vostri dirigenti politici e sindacali a «chiudere subito» le vertenze in corso per i rinnovi contrattuali, perché – sono essi stessi che ve lo dicono – non si esasperi con le lotte sociali il clima politico, in prossimità del referendum sull’aborto e delle elezioni anticipate. Ecco la risposta agli aumenti salariali e alla difesa del posto di lavoro che vi viene data: elezioni, elezioni, elezioni!
Tutti vi chiedono ancora «sacrifici», come se non foste sempre voi, lavoratori delle città e delle campagne, a tirare la cinghia. Ma per chi? Per rimettere in piedi un’economia basata solo sul crescente sfruttamento delle vostre braccia e delle vostre intelligenze, per prolungare l’esistenza di una società capace solo, quando va bene, di buttarvi le briciole. Nessuno vi chiede, invece, di mobilitare le vostre forze gigantesche per abbattere una volta per tutte il regime della borghesia, del padronato, delle banche, dei bottegai e dei preti.
È in atto tutta una complessa manovra, condivisa e sostenuta dalle burocrazie sindacali e dai partiti operai ufficiali, per impedirvi di acquisire la consapevolezza che solo il potere proletario rivoluzionario può rappresentare i vostri reali interessi di classe, che è chiusa per sempre la pantomima dei governi di «sinistra» che si alternano con i governi di «destra» al maneggio del potere dello Stato totalitario e oppressore.
È SOLO CON L’AFFONDAMENTO DELLO STATO ASSIEME A QUALSIASI GOVERNO CHE SI PORRANNO LE PREMESSE PER LA RICOSTRUZIONE DI UNA ECONOMIA E DI UNA SOCIETÀ EMANCIPATE DALLO SFRUTTAMENTO DELLE CLASSI POSSIDENTI.
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Il regime democratico vi sollecita a partecipare all’ennesima fiera elettorale, illudendovi che dalle urne usciranno organi politici della vostra classe, mentre i vostri capi si affannano ogni giorno per dimostrare al mondo dei padroni di essere fedeli assertori della democrazia, del rispetto verso gli interessi delle classi ricche, dei patti che il capitalismo internazionale ogni giorno intesse a sua difesa, compreso il famigerato e reazionario Patto Atlantico; essi sfornano, insomma, prove continue e persuasive alla borghesia internazionale, non solo di fedeltà assoluta allo Stato-padrone, alle istituzioni, al regime della proprietà privata, ma asseriscono di farsene custodi e difensori integerrimi contro qualsiasi «sovversione», cioè contro la classe operaia quando ritroverà la strada della rivoluzione sociale, esasperata dall’inganno e dal tradimento.
Se sotto un governo dichiaratamente borghese, come quello attuale, i vostri capi rinunciano volontariamente a difendere fino in fondo i vostri interessi economici immediati, cosa vi attendete che facciano sotto un governo da loro voluto e incarnato? Saranno loro stessi i promotori e gli artefici primi del vostro totale soccombere agli «interessi nazionali», allo Stato.
L’attuale pressione economica e sociale del padronato esige, invece, una direzione di classe delle vostre lotte, una direzione fedele, forte, consapevole, che non ammetta altri principi se non quello della «DIFESA ESCLUSIVA, SENZA ECCEZIONI, DEI SOLI INTERESSI ECONOMICI E SOCIALI CON TUTTI I MEZZI, DEI SALARIATI»!
Ma i vostri capi dimostrano in ogni circostanza di tradire questo compito elementare, si rifiutano categoricamente di mettersi al servizio esclusivo della classe operaia, tacciando di «sovversivi» e «eversori» dell’ordine costituito i compagni che non vogliono sottostare al tradimento, confermando così che la difesa del pane e del lavoro è in aperto contrasto con le loro intenzioni politiche, quando invece la lotta senza quartiere, la mobilitazione generale del proletariato in difesa delle sue condizioni economiche e materiali è inscindibile dalla lotta per la vittoria totale della classe operaia, del comunismo!
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Le vostre organizzazioni sindacali sono divenute così strumenti in mano alla conservazione sociale, organi della pace tra sfruttati e sfruttatori, mezzi per la tutela del capitale aziendale, uffici per la carriera di una banda di burocrati, succursali dello Stato, arbitri del pane, del lavoro, dell’assegno di disoccupazione, allo stesso modo che lo furono le famigerati corporazioni sindacali fasciste.
Non vi diciamo, per questo, che i sindacati non servono più ai lavoratori, come da altre parti vi viene predicato. Vi diciamo che QUESTI SINDACATI non servono i vostri interessi reali, perché si sono fatti tutori dell’economia nazionale, cioè degli interessi nazionali del regime del profitto, perché sulle loro bandiere non sta più scritto che l’emancipazione dei lavoratori è nella lotta contro il potere dello Stato, nella lotta per il comunismo.
Vi diciamo che i vostri capi hanno trasformato le vostre organizzazioni di classe, le Camere del Lavoro, se ancora esistono, in botteghe per svendere al miglior offerente il vostro sudore, il vostro sangue, le vostre fatiche.
Ma voi sapete, e talvolta le vostre ribellioni a questi capi infedeli e traditori lo dimostrano, che senza autentici sindacati proletari, senza una guida sicura e potente, non vi è possibile difendere il pezzo di pane tanto faticato, il misero posto di lavoro tanto agognato, oggi più di sempre sotto i colpi dell’offensiva padronale. È QUESTA ORGANIZZAZIONE DI CLASSE CHE DOVETE RICONQUISTARE NEL CORSO DELLE VOSTRE LOTTE.
RITORNI IMPETUOSA E TRAVOLGENTE LA LOTTA DEGLI OPERAI PER LA DIFESA DEL SALARIO E DELL’OCCUPAZIONE, PER LA RINASCITA DELL’ORGANIZZAZIONE DI CLASSE! CACCIATE DALLE VOSTRE FILE I TRADITORI, I SUCCUBI DEL PADRONE E DELLO STATO, PERCHÉ NON UN SOLO OPERAIO VENGA ESPULSO DI FABBRICA, PERCHÉ I SALARI SIANO ADEGUATI AI BISOGNI.
GIOVANI PROLETARI!
A voi un particolare appello. Non consentite di essere posti in concorrenza con i vostri compagni più anziani, seguendo l’infame direttiva dei vostri capi secondo cui dovreste essere preferiti ai salariati meno giovani. Respingete con fermezza e forza un così tremendo colpo alla solidarietà tra sfruttati, condizione prima per opporre un fronte compatto di classe all’offensiva padronale. Portatevi, invece, alla testa delle lotte di tutti i proletari con il vostro entusiasmo e disinteresse!
COMPAGNI DISOCCUPATI!
Non fatevi ingannare dalle illusioni assistenziali e paternalistiche. Le vostre forze non devono separarsi da quelle degli operai ancora occupati. Dovete esigere con tutti i mezzi di restare nell’organizzazione, che il problema tragico della disoccupazione sia affrontato nella lotta comune per il riconoscimento del SALARIO INTEGRALE SINO A CHE NON SIATE RIAMMESSI AL LAVORO. Dovete pretendere, se occorre anche con la forza di tutta la massa operaia, che il SALARIO INTEGRALE SIA AL CENTRO DELLE STESSE LOTTE CONTRATTUALI.
Respingete l’inganno dei vostri capi che vogliono subordinare le vostre condizioni agli investimenti, che i padroni non faranno perché è nella loro volontà e nei loro interessi di affamare la classe operaia, per piegarla a salari ancora più bassi, a condizioni ancora più umilianti.
OPERAI, LAVORATORI, COMPAGNI!
Ecco chi divide le vostre forze! Sono i vostri stessi dirigenti che, mentre si riempiono la bocca dell’«Unità sindacale», spezzano le lotte in mille episodi separati, e peggio ancora dividono i lavoratori in giovani e vecchi, in occupati e disoccupati, in qualifiche diverse, i quali hanno contrariamente alle affermazioni padronali e opportuniste, gli stessissimi interessi fondamentali, anziché affasciare le forze e le rivendicazioni operaie in un unico fronte di combattimento che difenda ad oltranza tutte le necessità elementari di tutti i lavoratori.
La vera unità sindacale è soltanto quella che si fonda sulla difesa contemporanea ed indiscriminata dei bisogni della massa lavoratrice, condotta con i mezzi della lotta di classe e dell’azione diretta contro e fuori le conventicole dei Ministeri statali, dei governi, delle burocrazie sindacali, «unitarie» o «autonome» che siano, dei falsi partiti socialcomunisti.
LA CLASSE OPERAIA VINCERÀ CON IL TRIONFO DELLA LOTTA DI CLASSE, CON LA RESURREZIONE DEI SUOI SINDACATI ROSSI, CON LA BATTAGLIA PER LA SUA DITTATURA RIVOLUZIONARIA CONTRO LA DITTATURA REAZIONARIA DEI PADRONI E DEI LORO LACCHÉ, PER IL COMUNISMO.
Partito Comunista Internazionale («Il Partito Comunista»)
W gli operai ribelli!
Il 23 aprile, gli operai del petrolchimico di Porto Marghera (il più grande stabilimento chimico italiano, con oltre 7 mila dipendenti) hanno rifiutato in grandi assemblee, l’infame accordo che i bonzi sindacali avevano concluso nei giorni precedenti. Inutilmente i dirigenti sindacali hanno cercato di convincere gli operai che tale accordo andava accettato data la «grave situazione economica del paese» e che grandi vantaggi sarebbero derivati ai lavoratori dal fatto che il sindacato aveva il diritto di «essere informato» sugli investimenti che le aziende programmano. Gli operai si sono dimostrati «poco comprensivi» per le esigenze delle aziende e hanno detto un deciso e minaccioso NO! a chi chiedeva loro di rinunciare alle proprie rivendicazioni in nome della pace sociale, dell’ordine democratico, dell’economia nazionale, tutti espedienti che i bonzi sindacali usano per distogliere gli operai dalla lotta di classe e per mascherare la loro volontà di difendere ad ogni costo il regime capitalistico.
La canagliesca commedia con la quale i bonzi sindacali tricolori, servendosi del loro apparato, impongono ai lavoratori in assemblee preordinate e addomesticate contratti rispondenti alle esigenze padronali, per poi proclamare che i lavoratori «democraticamente» hanno espresso la loro opinione, questa volta non è riuscita. I bonzi fingono di non sapere quali sono le esigenze degli operai; nelle lussuose sale dei ministeri e degli uffici padronali, svendono a vil prezzo le loro rivendicazioni e poi con tronfia spavalderia si presentano ai lavoratori per sapere «se la base è d’accordo», cioè per saggiare fino a che punto gli operai sono disposti a stringere la cinghia. Essi si assumono il compito di legare le mani ai proletari, di disarmarli, di indebolirli, in modo da costringerli ad accettare senza reagire la compressione delle proprie condizioni di vita e di lavoro, salvando così i privilegi delle classi ricche.
Indipendentemente dal risultato immediato, l’episodio di Porto Marghera ha per noi una grande importanza perché costituisce un tentativo operaio di rompere la dittatura che i duci dei sindacati tricolori esercitano sulla classe. Il generoso slancio di combattività dei lavoratori di Porto Marghera, deve costituire un esempio per tutti gli operai.
Un altro episodio di sana reazione si è avuto alla FIAT dove, a seguito dei ben noti atti di sabotaggio, i dirigenti sindacali, in stretta collaborazione con l’azienda, hanno creato un clima di «caccia al provocatore» che ha l’evidente scopo di intimidire gli operai più combattivi. Ecco quanto dice un bonzo di fabbrica della CGIL: «… troppi provocatori circolano liberamente nello stabilimento, sono pagati magari per non lavorare e ne combinano di tutti i colori… L’azienda afferma che la fabbrica è incontrollabile. Ma noi abbiamo replicato più volte e lo ribadiamo oggi che il grande torto dell’azienda è il suo lassismo, l’aver permesso che questa contestazione antisindacale, in definitiva antioperaia, gonfiasse a tal punto. Se l’azienda intervenisse, impedisse a certi tipi di continuare a entrare qua dentro, certo non saremmo noi a difenderli; e l’abbiamo dimostrato del resto con la recente espulsione dal sindacato dei tre delegati» (Corriere della Sera, 24.4.76).
L’espulsione dal sindacato dei tre delegati di cui parla il bonzo, è dovuta al fatto che essi avevano diffuso un volantino firmato da un «comitato operaio» in cui si diceva «NÉ UN MINUTO DI SCIOPERO NÉ UNA LACRIMA PER IL CAPOGUARDIA PALMIERI» (il suddetto guardiano è stato recentemente impallinato alle gambe). Il fatto ha naturalmente infastidito i bonzi che di lacrime per i padroni ed i loro sgherri ne versano tante.
La pressione che gli operai subiscono è talmente forte che gruppi sempre più consistenti tendono a ribellarsi alle direttive dei dirigenti sindacali opportunisti. Ed ecco allora che questi gettano la maschera e mostrano il loro vero volto di traditori venduti al nemico di classe, spie del padrone e della polizia: qualsiasi operaio che tenti di scrollarsi di dosso la loro disciplina viene automaticamente bollato come «provocatore», «brigatista» ecc. Qualsiasi operaio che voglia lottare seriamente in difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro viene accusato di delinquenza e viene additato all’azienda perché lo licenzi. Qual è infatti il senso delle ultime parole del bonzo sopracitato? Licenziate pure tutti quelli che noi non riusciamo a controllare, non muoveremo un dito per difenderli.
Svaniti i tentativi di imbonire la collera operaia, i bonzi sindacali emanazione del PCI e del PSI, passano alla repressione più feroce, si fanno strumento dell’azienda per creare un clima terroristico in ogni posto di lavoro. Ecco chi sono! Ma né il terrore, né le manovre di ogni genere sono riusciti a frenare la rabbia degli operai che il 23-4 alla FIAT Mirafiori hanno bloccato lo stabilimento con uno sciopero spontaneo, approfittando di uno scioperetto limitato proclamato dalla FLM. Fatto significativo, per il giorno stesso era stata indetta dai bonzi una delle solite «cerimonie commemorative» del 25 aprile che è fallita a causa dello sciopero; evidentemente gli operai non sono più disposti a essere presi per il culo con le solite chiacchiere. Forti picchetti hanno bloccato tutte le porte dello stabilimento. Noi comunisti salutiamo con gioia episodi come questi e dedichiamo tutte le nostre forze per estendere e collegare queste prime reazioni operaie che costituiscono i segni premonitori di ciò che succederà domani quando le masse operaie si rialzeranno in piedi. Tremino i padroni e le loro spie!
I comunisti rivoluzionari sono a fianco di ogni lavoratore che difenda il proprio pane e lavorano perché questi non restino isolati episodi di lotta ma si cristallizzino e si generalizzino in una battaglia organizzata contro la politica dei dirigenti opportunisti dei sindacati, contro i padroni ed il loro Stato, nel corso della quale la classe operaia si riapproprierà delle sue armi tradizionali: il partito ed il sindacato di classe.
Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale (Pt. 4)
I comunisti si vantano di possedere una visione dei fenomeni sociali più generale, più realistica di quella degli altri partiti; essi non limitano la loro critica al modo di produzione attualmente impiantato, ma la estendono al susseguirsi storico delle diverse classi al potere ed ai rapporti giuridici e produttivi che queste mantengono.
Il materialistico dialettico, come riflesso nel pensiero dello scontro delle forze sociali, è la forma che assume la coscienza del partito del divenire storico dei rapporti di tali forze e le tendenze, ciò che ci fa riconoscere nella strapotenza del nemico la sua stessa condanna a morte e nella più periferica, incosciente ed incerta ribellione di pochi proletari la forza che potrà affossarlo. La potenza del marxismo, infatti, a scorno della schiera di preti, teorici, poliziotti e traditori assoldati dal regime, sta nel basarsi sulla realtà: non ha criticato il metodo del salariato perché ingiusto, disumano, violento, ma lo ha accusato di assurgere a vette infernali di ingiustizia, disumanità e violenza perché improduttivo rispetto ai bisogni della specie, e non in assoluto ma relativamente a quanto più efficiente potrebbe un diversamente adeguato articolarsi delle forze produttive già esistenti.
Il capitalismo più sviluppa le forze produttive, più rivoluziona e disciplina le energie lavorative, più assoggetta mediante la scienza la natura alle necessità della produzione, nella stessa misura accumula davanti a sé gli ostacoli da superare per la sua conservazione. La sua “missione storica” (il termine è di Marx e va inteso in senso materiale, ciò che l’ordine delle cose ha determinato che sviluppasse), il suo aspetto storicamente e socialmente utile, il suo progredire è proprio la causa del restringersi delle sue possibilità di sopravvivenza.
Questa contraddizione immanente il modo di produzione in ogni momento del ciclo produttivo e in ogni atto elementare di scambio, si manifesta in forma traumatica nella meccanica delle crisi economiche nelle quali si concentra lo squilibrio accumulato nelle precedenti fasi di slancio produttivo. Le forzature causate dal discostarsi delle leggi economiche dall’armonia delle leggi di natura, come si sarebbero espressi i primi utopisti, arrivano bruscamente al collasso, la crisi violenta distruttrice dirompe per lo squilibrio represso e permette il nuovo raccordarsi delle leggi del capitale alle condizioni del suo mercato, il raggiungimento di un nuovo equilibrio ma diverso dal precedente, permesso solo da una ulteriore crescita qualitativa delle forze produttive, origine e termine di un nuovo ciclo di accumulazione.
Tutto Il Capitale di Marx, che alla riunione non abbiamo fatto altro che riesporre leggendone direttamente alcuni passi, nella potenza della sua struttura è una rappresentazione dell’inferno capitalistico affrontato, con quel metodo scientifico che solo la passione rivoluzionaria permette nei fatti sociali; girone per girone, dai capitoli sulla merce a quelli della riproduzione semplice, giù giù in una gigantesca spirale che comunque converge in un unico imbuto: le crisi sempre più violente, l’impossibilità progressiva dell’accumulazione, dietro cui si affaccia minacciosa la rivoluzione sociale. Il capitalismo è modo di produzione storico questa la conclusione che scaturisce dall’opera gigantesca, schiaffo titanico sul viso di tutti i riformatori. Risanatori delle nazional-economie, nonostante i vostri buoni uffici, morrà.
Il Capitale non descrive il capitalismo in sé, ma nel suo divenire, non quello che è, ma quello nel quale trapassa: disegnare i limiti contro i quali urta il presente modo di vita associato – le forme della produzione – non è altro che tratteggiare le condizioni della distruzione dalle quali si libererà il futuro ordine. Se nel capitalismo il valore di scambio è forzato a coesistere e trova un limite alla sua realizzazione nel valore d’uso, nel comunismo la contraddizione si risolve nella “regolamentazione della produzione in base a un piano determinato in anticipo” e scioglie l’equazione, non mercantile ma oggettiva, fra i bisogni da soddisfare ed il tempo di lavoro sociale necessario per soddisfarli.
Tutti i movimenti rivoluzionari hanno posseduto, ben prima che le loro società si affermassero, una certa conoscenza, in positivo, del futuro assetto sociale per il quale lottavano, magari in forma di mistici avventi di regni divini. Il marxismo ne ha una negativa, descrive il presente infame e marca come non sarà il comunismo, conosce ciò che è necessariamente caduco nella società attuale, avvisa a cosa il moto rivoluzionario dovrà distruggere piuttosto che perdersi nelle congetture di ciò che si pretende costruisca. Tuttavia, per il metodo che impugna, la sua previsione della vita ventura di relazione è indicibilmente più approssimata, più vicina al possibile di quelle dei precedenti riformatori oltre che, ovviamente, della borghesia ormai cieca e superstiziosa anche sul presente.
Il rapporto esposto alla riunione mirava in particolare ad illustrare quale fosse nel marxismo la spiegazione delle cause e degli effetti delle crisi economiche periodiche.
Accumulazione semplice ed accumulazione allargata
A fini di sistematica espositiva Marx distingue la riproduzione semplice dalla riproduzione allargata. Solo la seconda è tipica del capitalismo. Nei precedenti modi di produzione i mezzi di produzione, non ancora capitale, pur producendo plusprodotto, non si accumulano sistematicamente. Basati principalmente sul lavoro agricolo, il numero e la qualità degli attrezzi cresce lentamente, e con essi la produttività del lavoro; finché può restare costante il rapporto fra il numero delle bocche da sfamare, braccia al lavoro e la terra è abbondante, non c’è bisogno di estendere la produzione più velocemente dell’avvento dei nati; cresce l’ampiezza della produzione, non la sua intensità. Solo una variazione d’elementi non immediatamente inerenti alla sfera della produzione può minacciare la conservazione di tali ordinamenti; un aumento demografico nel basso medioevo; un’invasione di merci capitalistiche in Asia. Al loro interno sono regimi statici. Al contrario il capitalismo è un continuo trasformarsi: il moto è nel contempo sua ragione e sua condizione di esistenza, “missione storica” e sua necessità. Genera in sé stesso le condizioni materiali di una nuova società, mentre crea, concentra e educa la classe che gli strapperà le armi il potere.
È il regime della instabilità perpetua, una rincorsa disperata fra il concentrarsi, da un lato di mezzi di produzione sotto forma di capitale; con bardature statali di ferro e di menzogna, dall’altro della miseria di masse proletarie sempre più concentrate e minacciose.
La produzione delle corporazioni declina, quando si rende necessario l’utilizzo contemporaneo di arti diverse ed aumenta d’importanza l’utilità della collaborazione di maggior numero di lavoratori.
La necessità tecnica di concentrare nella stessa unità produttiva uomini, mezzi e conoscenze trovò, storicamente mutata dal passato, la forma di proprietà individuale, dell’accumulazione monetaria; una necessità sociale generale per affermarsi ed esplodere è determinata a fissarsi sul sostegno di forme giuridiche preesistenti statiche ed individuali; il capitalista fa costruire ferrovie, fa creare città, ai suoi occhi tutto e soltanto per il tornaconto. Con lo sviluppo delle produzioni e dei commerci, con il concentrarsi delle fabbriche la persona del padrone svanisce in astratte anonime sigle collettive, che restano però titolari del valore del prodotto, il tornaconto, il profitto.
Ma ormai e sempre di più le conoscenze non hanno più confini fra un gruppo umano e l’altro, la sintesi di diverse civiltà ne accelera i progressi; la ricerca di nuove tecniche produttive, di nuove proprietà della natura, in sé parallela e collettiva, assume invece il carattere di concorrenza, apparentemente unico tessuto connettivo antagonistico fra gli uomini e le nazioni, lotta ad accaparrarsi e privatizzare il progresso sociale.
La selezione naturale fra le aziende però non è più arrestabile: l’irreversibile creazione del mercato mondiale rende impossibile il ritorno ad economie autarchiche del tipo medioevale o d’Asia, come anche nella impossibile e reazionaria prospettiva super-imperialistica. Tutte le aziende hanno bisogno del mercato il più esteso per esitare le loro pletoriche produzioni, sul quel terreno sopravvive l’industria che produce a costi più bassi, che a maggior dimensione e rendimento utilizza le forze naturali e le energie lavorative. Il fine meschino di perpetuare l’accumulazione di profitto spinge l’insieme del capitalismo a rivoluzionare senza pace i processi produttivi e con essi tutti gli aspetti della vita sociale.
La tendenza all’introduzione di nuove macchine, il più razionale uso di queste è una costante del capitalismo; crescono il numero ed il valore del macchinario e diminuisce il numero d’operai necessario a farlo funzionare, aumenta cioè costantemente la composizione organica del capitale, il rapporto fra capitale costante (materie prime e logorio dei mezzi di produzione) e capitale variabile (salari).
Contemporaneamente aumenta la quantità di merci gettate sul mercato.
Da un punto di vista generale, effetto dell’evoluzione del capitalismo quindi è:
1) Potenziamento della produttività del lavoro, con la stessa giornata lavorativa viene via via prodotta molto più ricchezza, merci più a buon mercato, mentre aumenta anche la parte di lavoro che l’operaio al termine della giornata trasferisce non pagato al capitalista. È questa la componente progressiva del capitalismo, benché oggi il pluslavoro se lo appropri il capitale. Che all’operaio per riprodurre la propria forza lavoro occorra un tempo di lavoro (necessario) sempre minore, in assoluto e come frazione della giornata, è condizione indispensabile a qualsiasi ordinamento sociale più elevato: la massa enorme di tempo di lavoro che, già oggi, eccede il necessario alla soddisfazione dei bisogni elementari del lavoratore e della sua famiglia, e che viene utilizzata per il mantenimento di schiere di borghesia e piccola borghesia fannullona, oltre che la folle accumulazione, potrà domani essere indirizzata, non essendo più assillo incombente la sopravvivenza biologica individuale per la grande massa dei lavoratori, verso tutte quelle attività più specificatamente umane, finalmente libere, sia collettive sia individuali, del pensiero e del corpo, così come la natura dell’uomo permette e quindi richiede, in forme ed in misure che oggi sono mascherate anche dalla previsione dell’infame commercio borghese del“tempo libero” e dello “svago”.
2) Rispetto alla medesima grandezza di capitale il valore prodotto (saggio del profitto) diminuisce. Infatti, impiegandosi il capitale in parte sempre maggiore in mezzi di produzione, i quali nel processo industriale si limitano a trasferire immodificato il loro valore al prodotto, ed in parte minore in lavoro vivente producente plusvalore, benché la produttività del lavoro cresca, la produttività del capitale diminuisce. Risulta quindi che evolvendo il capitale isterilisce, diventa meno produttivo di plusvalore e, quindi, per mantenere costante la massa di questo o per accrescerla è costretto da aumentare, e più velocemente, la dimensione del capitale totale messo in movimento, cioè ad estendere la produzione di merci.
La produzione capitalistica è sempre regolata dal risultato alterno dello scontro di queste due tendenze: portare al massimo la massa del profitto con la costante diminuzione della sua produttività specifica.
Le due tendenze inoltre s’influenzano vicendevolmente: un abbassamento del saggio del profitto induce i fabbricanti da un lato a rafforzare la loro posizione individuale sul mercato abbassando i costi di produzione, di solito aumentando ulteriormente la parte di capitale costante, dall’altro, per ottenere la stessa massa di plusvalore ad un saggio più basso sono indotti ad estendere la scala della produzione. Ma, come ben si vede, non appena la miglior tecnica, introdotta come reazione alla caduta del saggio del profitto, si sarà diffusa fra tutti i produttori, il vantaggio di produrre a costi minori diverrà la norma, significando questo una diminuzione nel valore della merce prodotta ed infine un ulteriore abbassarsi dell’inesorabile saggio del profitto.
Questo meccanismo, benché nel processo reale si complichi per fenomeni contrastanti che nel breve periodo possono anche invertire la tendenza storica, sintetizza l’anima infernale che perennemente conturba il panorama internazionale del capitalismo: nazioni che con velocità diverse assurgono a grande potenza concentrando sul loro territorio produzioni e traffici, per poi declinare e passare ad altre il predominio, flusso continuo di capitale da una regione dall’altra, da una produzione ad una concorrente, alternarsi continuo del ritmo dell’accumulazione con il tipico andamento ciclico, sempre terminante con una crisi, arresto nella capitalizzazione del meccanismo produttivo.
È evidente che, poiché la reazione alla caduta del saggio del profitto non ha l’effetto di opporsi, di rallentare il progredire di questo fenomeno, bensì di accelerarlo, l’insieme non può mai raggiungere una condizione d’equilibrio stabile, anzi si può dire che l’unico equilibrio possibile per il capitale è il moto accelerato, soltanto in un continuo estendersi della scala e della intensità della estorsione di lavoro non pagato trova una compensazione, un equilibrio dinamico fra le contraddizioni che lo scuotono. Molti esempi si potrebbero fare dei vari fenomeni che nel capitalismo presentano questo inesorabile andamento demente, che può sciogliersi solo al punto di rottura con la catastrofe.
I mercati sono ingolfati perché troppa merce è stata prodotta? In un regime non capitalistico, pre o post- borghese, la reazione della società sarebbe quella di risparmiare temporaneamente le energie lavorative o di deviarle su altre attività fintanto che l’equilibrio fra ricchezze e bisogni non sia ristabilito.
Nell’attuale modo di produzione questo è impossibile, anzi disastroso. Sembra tanto semplice, immediatamente comprensibile, congeniale alla natura del rapporto fra la sussistenza umana e l’ambiente ospite, eppure ad avanzare tale ipotesi non si trova né voce di economista né programma di alcun partito, dai destrismi agli opportunisti super radicali. A sostenere tale necessità in questo frangente di controrivoluzione oggi sono pochi comunisti stretti attorno al nostro nucleo di partito. E non a caso: questo elementare provvedimento è la morte del capitalismo, il succo del programma economico immediato della rivoluzione: disinvestire capitale, smantellare produzioni inutili.
Il terrore, che come campana a morte, tale proposta suscita in tutti i difensori dell’ordine, nazional-comunisti in testa, nasce dal riconoscere in essa la voragine nella quale il regime sta precipitando e la minaccia del muoversi del proletariato per quella esigenza indilazionabile.
Nel capitalismo un ingolfamento dei mercati, e per questo è stato rivoluzionario, non agisce da freno allo sviluppo tecnologico, ma da acceleratore: bisogna diminuire i costi unitari, introdurre macchine più veloci, aumentare la produzione; nuovi contesi mercati si aprono e sono inondati di merci, fino a che il fenomeno non si riproduce a dimensioni ancora più grandi, coinvolgendo più settori produttivi, tutte le regioni del mondo.
Il guaio per il capitalismo è che non può tornare indietro, ridimensionarsi. Ogni nuova scoperta, ogni ingegnosa miglioria nelle tecniche produttive non può essere cancellata, diviene, loro malgrado patrimonio non più dei capitalisti, ma perenne dotazione sociale, e per assurdo, è proprio la sfrenata concorrenza fra privati per la proprietà privata a diffondere e socializzare le scoperte ed a renderne irreversibile l’utilizzo generale. Obbligato quindi il capitale, in contrasto con la angustia mentale e codardia tipica del singolo borghese, a proiettarsi perennemente nel futuro, il suo procedere non può che compensare la troppa estensione con nuovo allargarsi, la troppa velocità con un’accelerazione, l’eccesso di capitale costante con l’acquisto di, magari nuovo, ma capitale costante, la sovrapproduzione con ulteriore produzione, il sottoconsumo del proletariato, che mai potrà consumare tutte le merci prodotte, con nuova proletarizzazione.
Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.11
La scelta dei mezzi tattici deve essere messa in relazione agli scopi, agli obiettivi tattici; e gli obiettivi tattici devono essere previsti e scaglionati lungo una concatenazione tesa verso la presa del potere (Lenin). La tattica di «fronte unico sindacale» costituiva la formula tattica, l’insieme della «concatenazione» tendente al potere politico. Questa tattica fu bollata di «sindacalista» dall’IC perché escludeva alleanze, intese, lettere aperte, insomma combinazioni politiche con i partiti «operai», quando invece, secondo le argomentazioni dei massimi dirigenti dell’IC, la questione del potere è questione schiettamente politica e non sindacale. La Sinistra dimostrava che il rifiuto del «fronte unico politico» secondo la formula dell’Esecutivo di Mosca, non significava affatto negazione del carattere politico della tattica che la Sinistra prospettava. La repulsa di accordi con i partiti «operai» non discendeva da considerazioni circa la pericolosità della manovra, né da considerazioni di ordine morale o estetico, ma da analisi oggettiva. Nessun «apriorismo» dottrinario, quindi, presiede alla scelta dei mezzi; ma questo non autorizza all’indiscriminato ricorso ad «ogni mezzo», non presuppone assenza di vincoli.
La questione va intesa nel senso che la dottrina è cristallizzazione di esperienza storica e non una teoria di precetti metafisici. Come tale la dottrina non è un «dogma» ma una «guida per l’azione», giusta la lezione di Lenin e del marxismo rivoluzionario. Talché è ormai indiscutibile il superamento del «parlamentarismo rivoluzionario», rifiutato dall’esperienza storica bruta sebbene anticipato dall’elaborazione del pensiero rivoluzionario sviluppata dalla Sinistra. Lo stesso non può dirsi per esempio della Dittatura Proletaria, né per il partito politico e nemmeno per il sindacato economico, checché ne pensino alcuni bottegai del revisionismo attuale. La storia seleziona non solo programmi, ma anche organi, funzioni e mezzi, invariati restando obiettivi parziali e finalità. Nessuno pensa ad una tattica militare basata sul sistema delle barricate, dopo l’esperienza della Comune parigina del 1871 (Engels).
Nemmeno è pensabile, nel campo della solidarietà pratica, l’utilizzo del sistema delle cooperative di consumo, fagocitate ormai dal mercantilismo capitalistico, e che furono a suo tempo scuola di lotta e di emancipazione operaia dalla figura del padrone borghese, ritenuto sacrosanto dominus dell’economia capitalistica.
Queste esclusioni non significano però semplificazioni nel grave e delicato problema della tattica, ma anzi obbligano il partito a sempre meglio precisare la sua azione e i mezzi della sua azione.
La storia delle scissioni del partito si presenta anche come storia delle scelte tattiche in relazione a questioni di principio che caratterizzano la natura e la funzione del partito, vale a dire la sua autonomia e la sua indipendenza. Cosicché la questione del rifiuto di alleanze in generale è da considerarsi una questione di principio, sta nel novero delle «cose che non si devono fare». Abbiamo detto «in generale» per significare che nell’area geo-politica di «rivoluzione doppia» il problema delle alleanze può essere oggetto di seria attenzione da parte del partito.
Non stiamo qui a ripetere tutte le profonde ragioni che la Sinistra svolse nel seno dei Congressi del PCdI e dell’IC. Ci limitiamo ad alcune considerazioni pratiche per riconfermare questo dato, sempre più «perplessi» dinanzi all’affermazione: «prima separiamoci da Serrati e dopo faremo un blocco con lui», che ci lasciò attoniti dopo il gennaio 1921. O le scissioni non significano nulla, oppure, se hanno un senso storico, non possono che rappresentare una continua precisazione dell’azione del partito, nel senso del rifiuto ad imboccare percorsi che non garantiscono l’integrità programmatica del partito e lo dirottano dalla «concatenazione» degli obiettivi tattici previsti. In questo caso un nuovo posteriore collegamento del partito con la parte separata annullerebbe nell’azione pratica le ragioni stesse della scissione. Perché le forze organizzate che si separano dal partito, che escono dalla sfera della sua azione rivoluzionaria, vengono automaticamente attratte dal campo nemico e sono perdute per la rivoluzione. Una via di mezzo non esiste. Questa è la storia di tutte le frazioni che si sono separate dal partito, cioè dall’organizzazione politica di classe impostata sul marxismo rivoluzionario.
Le discussioni che appassionarono i Congressi internazionali e nazionali del partito vertevano sull’opportunità di stringere alleanze con i partiti socialdemocratici al fine di conquistare le formidabili forze proletarie in essi inquadrati. Si trattava del «fronte unico politico». Tutti ci troviamo concordi, vecchi e giovani, nel ritenere la questione storicamente risolta: la socialdemocrazia e i partiti opportunisti, come PC e PS odierni, stanno nel campo della più feroce controrivoluzione. Pensare ad un’alleanza anche nel solo campo sindacale, sarebbe pura follia. Ma le ragioni che presiedono al rifiuto alleanzista e peggio frontista non poggiano soltanto e soprattutto sull’ovvia constatazione che si tratta di partiti controrivoluzionari, ma affondano le loro radici nel sottosuolo di classe, per cui i partiti politici, non identificandosi con le classi ma rappresentandone le sovrastrutture, sono suscettibili solo di essere abbattuti mai di essere conquistati; allo stesso modo per lo Stato politico, perché non va mai dimenticato che i partiti politici sono organi per la presa del potere. Lo stesso criterio vale verso qualunque partito, movimento, gruppo politico, quale che esso sia, «sinistro», «ultrasinistro», «rivoluzionario» ecc. Qui la suggestione delle etichette «forti» potrebbe giocare un brutto scherzo e di nuovo rimettere in discussione tutto il problema.
IL PARTITO COMUNISTA È L’UNICA OPPOSIZIONE DI CLASSE
Per maggiore efficacia dimostrativa, riportiamo alcuni brani tratti da uno dei cinque articoli sulla «Tattica dell’IC», apparso nel n. 24 di Ordine Nuovo del 1922, nei quali viene presa in esame la tattica del Comintern ed in particolare il «fronte unico». Il testo così si esprime: «… non giudichiamo i partiti politici col criterio col quale è giusto giudicare gli organismi economici sindacali, cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, e la classe su cui tale reclutamento si compie, bensì col criterio delle loro attitudini verso lo Stato e il suo meccanismo rappresentativo. L’«attitudine» deve rispondere all’antico interrogativo: «conquistare o distruggere la macchina statale?», cioè, «procedere alla conquista legale o illegale del potere?». Il testo continua: «Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità, ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un partito proletario, ma un partito borghese, e in un certo senso basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista o anarchico) pur ponendosi fuori dei limiti della legalità rifiuta di accettare il concetto della organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura».
Nostra chiosa all’espressione: «e in un certo senso»: ricordiamo Lenin che nel suo tagliente linguaggio sosteneva non essere sufficiente la pratica della violenza per qualificarsi rivoluzionari, ma bisognava propugnare la «Dittatura Rivoluzionaria del proletariato»! Il partito, allora, cesserebbe di essere l’organo della rivoluzione comunista «se assumesse atteggiamenti politici tali da annullare ed inficiare il suo carattere intangibile di PARTITO DI OPPOSIZIONE RISPETTO ALLO STATO E AGLI ALTRI PARTITI POLITICI» (maiuscolo nel testo). Ed è quello che puntualmente si è verificato: la politica frontista anziché spostare le masse proletarie seguaci dei partiti opportunisti verso la rivoluzione, ha fatto perdere al partito di classe «il suo carattere intangibile» di oppositore irriducibile allo Stato e agli «ALTRI PARTITI POLITICI».
Oggi si assiste all’orgia del bloccardismo, allo sforzo incessante di demolire ogni confine tra partiti, a sfumare ogni anche apparente distinzione, non per opporsi allo Stato ma per riconoscersi in esso! La politica dei fronti, dei blocchi, delle alleanze trionfa in un’era sempre più debosciata, dove primeggia chi riesce a mettersi sotto i piedi ogni principio, chi rinnega il suo passato. A questa gara oscena partecipano tutti, «sinistri» e «destri», «rivoluzionari» e «reazionari», in particolare quando si approssima una scadenza elettorale per arraffare voti e prebende.
Queste sono le ragioni oggettive del rigetto dei «fronti», alleanze e blocchi, peraltro codificato solennemente nella «Piattaforma del Partito» del 1945 e in tutti i testi di base successivi.
Come si estrinseca questa «OPPOSIZIONE»? Risponde il testo: «L’attitudine e l’attività di opposizione politica del Partito Comunista non sono un lusso dottrinale, ma, come vedremo, una condizione concreta del processo rivoluzionario. Infatti, attività di opposizione vuol dire costante predicazione delle nostre tesi della insufficienza di ogni azione di conquista democratica del potere e di ogni lotta politica che voglia tenersi sul terreno legale e pacifico, fedeltà ad essa nella critica continua e nella divisione di responsabilità dell’opera dei governi e dei partiti legali, formazione, esercitazione e allenamento di organi di lotta che solo un partito antilegalitario come il nostro può costruire, fuori e contro il meccanismo che è quello della difesa borghese».
Solo chi esercita queste funzioni ed esplica questa attività sta nel «campo della rivoluzione», soltanto, quindi, il Partito Comunista.
ESCLUSIVISMO ED INDIFFERENTISMO
Tale carattere di esclusività programmatica e tattica riferito al partito politico di classe, al solo Partito Comunista, non discende anch’esso da considerazioni pregiudiziali del tipo «siamo dei comunisti a tutta prova, sappiamo quel che facciamo, ogni nostro atto non può che essere ispirato alle finalità rivoluzionarie, e possiamo trattare anche col diavolo!»; ma da un «esame critico della situazione e dei suoi possibili sviluppi».
L’atteggiamento dei partiti di fronte alle questioni centrali del potere e dello Stato, come più sopra accennato, non è misurabile in termini di distanza tra le concezioni di questi partiti e il nostro programma, per cui sarebbero più «vicini» alla rivoluzione quei partiti che condividono la maggior parte delle nostre posizioni, e più vicino di tutti quello che tutte le abbraccia meno una. È una considerazione questa, bambinesca, di tipo democratico che fa presupporre l’esistenza di classi e strati sociali rivoluzionari oltre al proletariato. Non si tratta di essere «indifferenti» dinanzi agli altri partiti, di considerarli tutti sullo stesso piano. Ma questa non indifferenza non ci conduce a stabilire a quale e quanta distanza stanno dal partito, bensì a considerare il ruolo di questi partiti, gruppi o movimenti giocano e potranno giocare nei momenti cruciali della lotta del proletariato contro lo Stato capitalista. È questo il significato di una nota espressione della Sinistra «Chi non è con noi è contro di noi». Il partito deve vagliare e valutare in quel modo e con quanta possibilità di successo costoro gli impediscono di porsi alla testa del proletariato, smascherandoli nelle loro frasi «rivoluzionarie» con cui sono soliti coprire le loro gesta opportuniste. Il partito ha il compito di distruggere l’influenza di questi movimenti sulla classe. Ciò non toglie che le forze proletarie, inquadrate in questi partiti e persino nei partiti dichiarati borghesi, non debbano essere influenzate dall’azione del partito, come auspicava lo stesso 2º Congresso dell’IC indirizzando il suo appello di lotta anche ai lavoratori «cristiani e liberali». Ma questo è tutt’altro problema la cui soluzione, contenuto appunto nella tattica di «fronte unico sindacale» proposta dalla Sinistra, darà il risultato positivo dello svuotamento di questi partiti e non la loro cooptazione nell’«area rivoluzionaria».
Se il partito dovesse farsi suggestionare dalle movenze radicali di questi movimenti e dovesse appuntare la sua attenzione su ciò che ci unirebbe anziché demolire tale pretesa somiglianza, cesserebbe di operare come partito politico di classe e si confonderebbe nel «sinistrismo», gruppetto tra i gruppetti.
IL PIANO TATTICO DELLA SINISTRA
È assolutamente indispensabile, perciò, che il partito non sia vincolato da nessun obbligo, contratto o legame qualsiasi, che gli impedisce di sviluppare la sua azione. In questo senso abbiamo più volte dichiarato che il partito non deve mai farsi condizionare dagli umori né dalle attitudini contingenti della classe e che la sua azione seppure fa delle condizioni materiali immediate dei salariati il punto di partenza, la sua azione non è mai pretestuosa né strumentale, perché è parte intrinseca del secolare percorso storico della emancipazione di classe di cui il partito è il suo vero e unico organo. Mentre tutti gli altri partiti strumentalizzano o tentano di strumentalizzare le lotte economiche del proletariato, sicché le condizionano ai loro scopi particolari, non ultimo quello elettorale, il Partito Comunista indirizza queste lotte verso la mobilitazione generale della classe operaia in un inquadramento dal quale essa trae il convincimento pratico che non può tornare indietro, che non ha altra alternativa: o abbattere il potere statale delle classi borghesi o soccombere.
Il testo citato, così sintetizza: «Diamo per accettata definitivamente e fin da quando si basarono sul metodo marxista le nostre concezioni tattiche, la tesi che l’agitazione e la preparazione rivoluzionaria comunista si fa soprattutto sul terreno delle lotte del proletariato per le rivendicazioni economiche. Questa concezione realistica ci spiega che la tattica dell’unità sindacale è fondamentale per noi comunisti, altrettanto quanto la divisione spietata sul terreno politico da ogni accenno di opportunismo. E nello stesso tempo si dimostra opportuna e felicissima la posizione tattica che oggi in Italia è tenuta dal nostro partito con la sua campagna per il fronte unico di tutti i lavoratori contro l’offensiva padronale. Fronte unico vuole in questo caso dire azione comune di tutte le categorie, di tutti i gruppi, locali e regionali di lavoratori, di tutti gli organismi sindacali razionali del proletariato e lungi dal significare informe guazzabuglio di diversi metodi politici si accompagna alla più efficace conquista delle masse al solo metodo politico che contiene la via della loro emancipazione: quello comunista. Dottrina e pratica si incontrano nel confermare che nessun inciampo o contrasto si trova nel fatto che come piattaforma per agitare le masse siano formulate rivendicazioni economiche affatto concrete e contingenti, e come forme di azione si proponga un movimento di insieme di tutto il proletariato nel campo dell’azione diretta e guidato dai suoi organismi di classe, i sindacati. Da tutto questo risulta direttamente la intensificazione dell’allenamento proletario ideologico e materiale alla lotta contro lo Stato borghese e della campagna contro i falsi consiglieri dell’opportunismo di tutte le tinte».
«Egli è che in una tattica così delineata, a parte le varianti di applicazione che si possono pensare come dipendenti dalla varia situazione nei diversi paesi dei partiti e organi sindacali proletari, nulla si incontra che compromette le due condizioni fondamentali e parallele del processo rivoluzionario, ossia l’esistenza e il rafforzamento da una parte di un saldo partito politico di classe fondato su una chiara coscienza della via della rivoluzione, e dall’altra parte il sempre maggiore concorso delle grandi masse, sospinte in modo istintivo all’azione dalla situazione economica, nella lotta contro il capitalismo cui il partito fornisce una guida e uno Stato Maggiore». È qui enunciata la «piattaforma» tattica del partito: «fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali».
Polizia sindacale
Negli ultimi tempi vi è stata in Italia una recrudescenza di episodi di „guerriglia urbana“: attentati ad imprese industriali, violenze contro rappresentanti di queste imprese, lancio di bombe molotov contro edifici pubblici etc. Di fronte a questa situazione lo Stato ha dato l’allarme, ha chiamato a raccolta i suoi difensori, le sue guardie bianche e sono accorsi tutti, dai poliziotti, ai vari partiti parlamentari, ai sindacati.
Non è nostra intenzione prendere le difese dei quattro o più fessi che compiono questi atti di terrorismo, né conosciamo lo scopo con cui tali atti sono compiuti, né possiamo sapere se dietro alle piccole pedine stiano dei potenti giocatori (si è parlato addirittura di CIA e KGB) ed in fin dei conti non ci interessa nulla di questo. Qualunque idea abbiano in testa i «nappisti» i «brigatisti» etc., chiunque li paghi, è certo che le loro azioni non servono ad accelerare il processo rivoluzionario né a riportare gli operai sul terreno della lotta di classe, ma semmai contribuiscono a creare ancor più confusione nella testa dei pochi operai che faticosamente stanno sottraendosi all’egemonia politica con cui il PCI li tiene schiacciati.
Non è di essi che vogliamo parlare, ma di quelle organizzazioni che, come dicevamo all’inizio, hanno risposto all’appello dello Stato «minacciato» da questi gruppi e il cui peso sulla classe operaia è ben maggiore di quello di quattro scavezzacolli brigatisti: i sindacati.
I sindacati si sono incontrati più volte col Ministro dell’interno, Cossiga, per discutere sul come porre fine a queste azioni di violenza. In questi incontri lo stesso ministro ha riconosciuto loro di essersi dimostrati «forza stabilizzatrice» nel mantenimento dell’ordine pubblico (cioè che i loro scagnozzi sono più bravi dei poliziotti nel far star calmi gli operai) e sono stati discussi alcuni gravi problemi quale quello dei contratti di lavoro che, è stato auspicato, devono essere chiusi al più presto possibile onde evitare pericolose tensioni sociali. Al di là dei discorsi per gli allocchi quindi, quello che fa paura allo Stato borghese, al ministro Cossiga, ai partiti dell’arco costituzionale, ai sindacati, insomma a tutti i lerci difensori di questo lercio regime non sono né i Nap, né le Brigate rosse, né le Brigate nere. Tutti sanno benissimo che non è l’azione di «eroi» armati di bombe molotov che può mettere in crisi lo Stato.
Quello che essi temono è che la malattia della violenza si propaghi al proletariato; che sotto lo schiacciamento delle sue condizioni di vita, causato dalla crisi, la classe operaia si riappropri dei suoi strumenti classici di difesa e di attacco contro lo sfruttamento capitalistico; che essa cessi di fare da gregge ai buoni pastori del sindacalismo tricolore e passi all’attacco diretto contro il suo principale nemico: lo Stato borghese. Essi temono la violenza operaia, la violenza di una classe in lotta rivoluzionaria per la presa del potere politico.
Proprio in questo senso va vista la vigliacca iniziativa presa dai sindacati nelle città del Nord ove sono state organizzate squadre operaie per la difesa delle fabbriche da ulteriori attentati. Pare che gli operai, in turni di otto ore, assieme a poliziotti privati e statali, abbiano fatto la guardia agli enormi capannoni della Fiat, della Pirelli etc, quando le fabbriche sono rimaste chiuse.
È questo proprio un tipico esempio di come l’opportunismo tradisce la classe operaia. Il trucco sta in questo: far scomparire i limiti di classe, far apparire la società non più come fondata sulla divisione permanente tra borghesia e proletariato sempre in lotta (anche se più o meno cruenta) tra di loro, ma bensì come la società di tutti, in cui tutti si devono aiutare l’un l’altro ed in cui, in definitiva, il proletariato deve continuare a tirare il carro per la borghesia.
Vi sono stati degli attentati che hanno provocato gravi danni ad alcune grandi fabbriche. L’opportunismo grida allo scandalo e invoca i fulmini della maledizione divina sulla testa degli «irresponsabili provocatori». Noi, da marxisti, ci chiediamo: cosa importa al proletariato se le fabbriche vanno a fuoco?
Le fabbriche, fino a prova contraria, sono dei padroni o dello Stato, il che è lo stesso, devono quindi pensare loro a difenderle. È un problema loro. Per questo stipendiano un esercito, una polizia, una polizia privata, una caterva di servi prezzolati. Usino questa gente per pattugliare le fabbriche!
Questo sarebbe naturale ma renderebbe chiara la realtà: da una parte i padroni e i loro sgherri, dall’altra la classe sfruttata che sta a vedere. Questo all’opportunismo non piace. Ecco che la classe operaia va asservita agli interessi dei padroni; al posto del poliziotto, l’operaio stesso va a fare la guardia a quella che è la sua galera, poiché la fabbrica non è che la galera ove il proletario è costretto a vendere la sua forza lavoro.
Gli operai non hanno da difendere nessuna proprietà in questo regime perché essi non hanno proprietà, sono proletari, cioè la loro unica «proprietà» sono i figli. Quelli essi devono difendere e li potranno difendere solo opponendosi allo stato di assoggettamento in cui li costringe la borghesia e l’opportunismo. Gli operai difenderanno le fabbriche quando saranno loro proprietà, perché proprietà di nessuno, cioè quando non vi si produrranno più merci, non vi si estorcerà più plusvalore, quando il potere sarà in mano al partito comunista rivoluzionario!
Il signor ministro Cossiga, tenendo mano all’opportunismo, ha ribadito che i poliziotti non devono entrare nei recinti delle fabbriche per non ledere le libertà degli operai sancite dallo statuto dei lavoratori e così sono gli operai a svolgere i compiti dei poliziotti mentre le forze dell’ordine li attendono fuori dalle fabbriche, quando essi, stanchi di sgobbare e di far la guardia ai beni dei padroni si decideranno a rivendicare il loro diritto alla vita. Allora si vedrà se le fabbriche sono di tutti, se la società è di tutti, se lo Stato è di tutti o se invece nulla è cambiato, la borghesia è come sempre, pronta a difendere con tutti i mezzi i suoi privilegi ed il suo dominio sulla società. Allora si vedrà anche se gli operai di fronte ai fucili spianati che si frapporranno tra loro ed il pane per i loro figli, chineranno la testa rinfessiti dalle menzogne opportuniste oppure risponderanno al ferro col ferro ed al fuoco col fuoco.
Per prevenire l’istintiva rabbia proletaria i sindacati chiudono le lotte delle categorie
La chiusura dei contratti degli edili e dei chimici è stata salutata da un coro di unanime soddisfazione. Bonzi sindacali, capitalisti, rappresentanti dello Stato hanno ripetutamente manifestato la loro volontà di chiudere subito tutti i contratti, in modo che non si arrivi ad un «acuirsi delle tensioni» il che potrebbe turbare il clima della prossima orgia elettorale. Gli «atti di sabotaggio» che si sono poi verificati alla Fiat e in altri grandi stabilimenti, sono serviti magnificamente ai bonzi per rilanciare in grande stile la tesi della esistenza della «strategia della tensione», dove «strateghi della tensione» sarebbero ovviamente tutti coloro che «in un momento così delicato per il paese» vogliono esasperare gli animi e creare un «clima di odio».
I bonzi ed i rappresentanti dello Stato hanno colto l’occasione per lanciare un appello al «popolo», ai «cittadini democratici», perché collaborino con le «forze dell’ordine» per «vigilare» ed individuare i responsabili di atti che colpiscono la «ricchezza nazionale».
Non ci interessa stabilire se i sabotaggi facciano parte di un piano padronale o siano una nuova pagliacciata delle «brigate rosse», o nascano dalla sacrosanta rabbia individuale di qualche operaio contro il padrone e la sua roba, oppure siano opera degli stessi bonzi sindacali.
Tutto questo ha una importanza secondaria. Ciò che conta è che la «mobilitazione popolare» che si sta creando sull’onda di questi episodi, debitamente gonfiati, mira a bloccare gli operai instaurando nelle fabbriche un clima di terrore e di caccia alle streghe, ed a legare loro le mani affogando le loro rivendicazioni in un abbraccio popolare.
Tutte queste manovre mirano ad un unico scopo: impedire che gli operai si muovano, fare in modo che accettino passivamente la falcidia dei salari, i licenziamenti, la intensificazione dei ritmi di lavoro.
È in questo clima che i bonzi hanno firmato il contratto degli edili e poi quello dei chimici, che costituiscono un tradimento aperto degli interessi più elementari degli operai.
Il contratto degli edili prevede: – scadenza al 31-12-78 il che significa il blocco delle retribuzioni per tre anni; – 20.000 lire mensili di aumento dal 1-4-1976; altre 5.000 dal 1-4-1977; – il contratto era scaduto il 31-12-1975, e quindi le 20.000 lire avrebbero dovuto essere corrisposte a partire da gennaio; perciò l’accordo prevede la concessione di una somma «una tantum» di 50.000 lire di cui 25.000 a maggio e 25.000 in agosto.
Come si vede, bonzi e padroni riescono a scaglionare nel tempo persino gli arretrati.
L’accordo dei chimici prevede il solito aumento di 20.000 lire a partire dal 1-4-1976, più altre 5.000 dal 1-1-1977. Tale aumento viene però considerato «elemento distinto dalla retribuzione», e cioè legato alla presenza in fabbrica. Ciò significa che se un lavoratore si ammala si troverà alla fine del mese la busta paga alleggerita in misura proporzionale ai giorni di assenza dal lavoro: ammalarsi è un lusso per gli operai!
Questa clausola – bontà loro – non vale nel caso di infortunio sul lavoro. A partire dall’aprile 1977, queste 25.000 lire faranno parte integrante della retribuzione.
Anche per i chimici è poi previsto lo «scaglionamento degli arretrati»: una tantum di 70.000 lire di cui 35.000 a maggio e 35.000 a luglio.
Gli stessi bonzi sindacali hanno riconosciuto che questi aumenti sono irrisori e nemmeno sufficienti a compensare l’aumento dei prezzi e la svalutazione della lira, e ciò è per essi motivo di vanto, perché tengono a dimostrare ai padroni la loro buona volontà e capacità di sacrificare le esigenze degli operai per la cosiddetta «economia nazionale». Anzi, se non fosse stato per l’«irrigidimento» dei padroni, loro i contratti li avrebbero già firmati da un pezzo perché al disopra di tutto pongono «l’interesse del paese». Da esperti conoscitori degli operai, hanno più volte messo in guardia i padroni che il loro atteggiamento «irresponsabile» avrebbe portato ad una radicalizzazione delle lotte.
Ora che le trattative sono concluse, essi presentano i contratti come un qualcosa che è stato strappato a viva forza contro l’intransigenza padronale. Si tratta della solita commedia recitata per convincere gli operai che è stato fatto il possibile per difendere le loro rivendicazioni.
L’ingordigia dei capitalisti è ben nota, essi piangono rovina anche per la più piccola concessione fatta agli operai, anche lo stretto necessario per sopravvivere sembra loro uno spreco, e sono sempre pronti ad accusare gli operai di essere dei fannulloni o dei dissipatori di ricchezza.
Ma in questo caso, grazie all’opera dei bonzi, non hanno concesso proprio niente perché i miseri aumenti previsti sono stati già in precedenza assorbiti dall’aumento dei prezzi e dalla svalutazione della lira, che ha reso più concorrenziali le merci delle industrie italiane.
Questi accordi perciò non fanno che sancire la diminuzione reale dei salari e l’attacco alle condizioni di vita di tutto il proletariato.
Agli operai i bonzi dichiarano che, data la gravità della situazione, si è ottenuto tutto ciò che si poteva e, come compenso per l’aggravarsi delle condizioni di vita e di lavoro, fanno intravedere l’esca di un prossimo rivolgimento politico che metterebbe le redini dello Stato nelle mani dei falsi partiti operai e di un «maggior potere» in fabbrica conquistato attraverso il controllo degli investimenti. Conquista illusoria perché il capitale è una forza sociale che se ne frega della volontà di chicchessia e si sposta laddove è più alto il tasso di profitto. Gli stessi capitalisti, e nemmeno il loro Stato, non sono in grado di decidere o programmare nulla, ma sono essi stessi comandati dalle leggi ferree dell’economia.
I capitalisti vogliono ad ogni costo salvare i loro privilegi di classe, e la difesa dei loro privilegi richiede lo schiacciamento e l’immiserimento delle masse operaie, il che viene oggi generalmente espresso con la formuletta «diminuzione del costo del lavoro» su cui tutti, con diverse sfumature, si dichiarano d’accordo.
Ma la borghesia non può assumere in prima persona la difesa dei propri interessi, ed è perciò che li maschera dietro un preteso «interesse generale» e si nasconde dietro il paravento dei partiti opportunisti. Sono i bonzi sindacali, emanazione diretta dei partiti pseudo-operai, che si assumono il compito di legare le mani agli operai in modo da costringerli ad accettare senza reagire l’aggravamento delle loro condizioni di esistenza. Con tutti i mezzi essi cercano di distogliere i proletari dalla lotta intransigente in difesa del pane e del posto di lavoro, che è ciò che la borghesia teme più di ogni altra cosa.
A tale scopo viene montata la campagna allarmistica contro le fantomatiche «trame eversive» che mettono in pericolo le «libertà democratiche», o contro le «interferenze straniere». È per distogliere le energie proletarie dal terreno dell’azione di classe che viene sapientemente giocata la carta delle «conquiste democratiche»: aborto, femminismo, elezioni anticipate, ecc.
Mentre vengono spietatamente schiacciati i lavoratori delle categorie più deboli (come il pubblico impiego) e quelli delle piccole e piccolissime aziende, attorno alle grandi fabbriche del nord viene creato un vero e proprio cordone sanitario attraverso la mobilitazione delle mezze classi. Gli operai assieme agli studenti, ai preti, alla cittadinanza; le loro rivendicazioni affogate in un mare di putrido populismo. Lo studente, il prete, l’artista, il sindaco, il bottegaio, che sommergono gli operai in un coro belante di piagnistei sullo sfruttamento, sulla disoccupazione, sulla miseria, sono la più sicura garanzia per il regime.
Ma da un momento all’altro un gigantesco scrollone della classe operaia potrebbe far crollare questa macabra impalcatura e allora vedremo le stesse «dame di carità» che oggi versano calde lacrime sulla condizione dell’operaio infessito e soggiogato, scagliarsi violentemente contro i «pezzenti» che osano rialzare la testa.
È questo che la borghesia e i suoi servi opportunisti temono, ed è perciò che i bonzi sindacali si scagliano con vera ferocia contro ogni minimo tentativo autonomo di gruppi di lavoratori di porsi su un terreno di difesa intransigente delle loro condizioni materiali, contro ogni movimento, anche limitato, che rischi di rompere la pace sociale.
Le organizzazioni operaie, i sindacati, sono oggi dominate da una politica che subordina le esigenze vitali dei proletari alle necessità di sopravvivenza del regime capitalistico. Tale politica viene imposta per mezzo di una struttura e di una disciplina che tendono ad impedire qualsiasi reazione classista degli operai. Gli operai saranno spinti a tornare sul terreno della lotta di classe in difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro. Ma nel far questo dovranno necessariamente cozzare contro la politica dominante nei sindacati, far saltare la loro struttura, rompere la disciplina imposta dai bonzi sindacali. È nel corso di questa azione che risorgerà il vero sindacato di classe ed è nel corso di questa azione che il partito comunista rafforzerà ed estenderà la sua influenza fra i proletari. È questa la nostra prospettiva per la quale noi lavoriamo. È perciò che il partito indica agli operai la necessità di organizzarsi per lottare su due fronti contro i padroni ed il loro Stato e contro l’opportunismo, il più valido sostegno del regime capitalistico.
L’opportunismo spinge i giovani proletari a mendicare impotenti l’assistenza dello Stato
È noto che il famigerato Prodotto Nazionale Lordo è stato nel ’75 inferiore del 5% all’anno precedente. Avanziamo un’ipotesi: se le chiacchiere a vuoto di commissioni e sottocommissioni parlamentari, incapaci di varare anche delle moderatissime leggine, fossero merci, cioè prodotti del lavoro umano aventi un valore d’uso e di scambio, il nostro PNL sarebbe in iperbolica ascesa.
Ma tant’è, il parlamentarismo con i suoi prodotti non ha corso nella Borsa delle merci, serve soltanto ad addormentare e corrompere le masse lavoratrici, ecco perché assistiamo contemporaneamente ad una diminuzione della produzione e dei consumi e ad una crescita sproporzionata delle chiacchiere per far sopportare stoicamente ai proletari il peggioramento delle proprie condizioni di vita. Come dire: prima la malattia poi la cura!
Non poteva non essere preso in esame da dei riformatori tanto abili come i politici italiani, il problema della disoccupazione giovanile e anche questa volta il PCI ha fregato tutti sul tempo (la solerzia nel puntellare lo status quo non gli fa difetto!) e fieramente ha fatto mostra in questi ultimi tempi del suo „piano per dare lavoro ai giovani“. Occupiamocene.
La soluzione del partitone prevede una partecipazione di 150-200 mila giovani sotto i 26 anni in cerca di prima occupazione (620 mila nel ’74 secondo le statistiche) a corsi di „riconversione professionale“, metà studio e metà lavoro, 100 mila lire mensili come retribuzione senza oneri sociali, tutto totalmente a carico dello Stato, cioè paga Pantalone. La parte lavoro consisterebbe nell’impiego dei giovani in „opere e servizi sociali, in determinati comparti di terziario pubblico qualificato, quali ad esempio settore dei beni culturali e dei servizi sociali“ e con „esclusione tassativa dai settori della produzione industriale agricola commerciale, questo per evitare l’aprirsi di nuove e gravi contraddizioni in questi comparti del mercato del lavoro“.
Chiaramente, „la partecipazione al piano è di durata annuale non reiterabile e non dà diritto automatico ad assunzione“, ma corrisponde solamente ad una misura straordinaria, di emergenza, da „fortezza assediata“.
Fin qui testuale L’Unità del 26-3 che per l’occasione ha sfornato l’espressione di beni culturali forse ammiccando alla possibilità di trasformare per la prossima stagione turistica i giovani disoccupati in custodia per musei e gallerie prendendo così la palla al balzo per risolvere la crisi in quel settore.
I cialtroni del partitone hanno creduto con queste perle di sfornare chissà quali novità, novità che invece nascono morte e putrescenti e perfettamente conosciute dall’arcaico marxismo ortodosso.
Un passo indietro, Francia 1848, il governo provvisorio venuto fuori dalla rivoluzione del febbraio e composto in larga parte dai piccoli borghesi repubblicani deliberò la costituzione dei cosiddetti Ateliers nazionali in cui centomila operai parigini venivano applicati in lavori di sterro, noiosi, monotoni, improduttivi per un pugno di lenticchie. Furono fatti passare come un frutto del Lussemburgo (il ministero del lavoro) in mano a Luis Blanc, rappresentante operaio, e l’equivoco che fossero un’idea dei socialisti fece sì che tutta l’Europa mise il socialismo alla berlina. Ma proprio per quest’equivoco, non per il contenuto, diventarono la protesta vivente del proletariato contro l’ordinamento borghese e gli operai degli Ateliers saranno l’esercito per la sommossa che nel giugno inevitabilmente scoppiò.
Ma in quanto al contenuto Marx condannò energicamente sia gli Ateliers che il Lussemburgo con i suoi sogni di organizzazione del lavoro generati dall’immaturità di tutta la classe operaia francese:
«… Organizzazione del lavoro! Ma il lavoro salariato è l’attuale organizzazione borghese del lavoro. Senz’esso, né capitale, né borghesia, né società borghese. Uno speciale ministero del lavoro! Ma i ministeri delle finanze, del commercio, dei lavori pubblici, non sono forse i ministeri borghesi del lavoro? Accanto ad essi un ministero proletario del lavoro non sarebbe stato che un ministero dell’impotenza, un ministero dei pii desideri, una commissione del Lussemburgo… Una classe, nella quale si concentrano gli interessi rivoluzionari della società, non appena si è sollevata, trova immediatamente nella sua stessa situazione il contenuto ed il materiale della propria attività rivoluzionaria: abbatte i nemici, adotta le misure suggerite dalla necessità della lotta; poi le conseguenze dei suoi propri atti la spingono oltre. Essa non subordina il suo compito a ricerche teoriche. La classe operaia francese non si trovava a quest’altezza di vedute; ella era ancora incapace di portare a compimento la propria rivoluzione…».
E con questo Lussemburgo ed Ateliers sono sistemati.
Passano gli anni, lo Stato borghese, già primo veicolo dell’accumulazione capitalistica, e che per vari decenni si era limitato a fiancheggiare come stato di polizia e ad assicurare e garantire l’azione del capitale privato, incomincia per fini politici e sociali ad investire ed „esercitare“.
Non c’è niente di meglio per evitare le rivolte dei disoccupati che dare via libera ai demagogici lavori pubblici e in questo campo la borghesia italiana nata in ritardo, già riformista, ha da insegnare a tutti. Lavori pubblici! e questa volta non solo per il contenuto, ma anche per il titolo, per ciò che ha rappresentato non esprime altro che sottomissione agli interessi del capitale di tutta la società; non sono come gli Ateliers anche una protesta vivente contro l’ordinamento borghese di cui sono invece una valvola di sfogo, giusta la tesi che la malattia, la Rivoluzione cioè, va prevenuta.
Il ciclo dei lavori pubblici, dagli Ateliers parigini, giunge così a compimento, e logicamente nelle varie fasi del processo si è badato bene a scartare tutto ciò che poteva rappresentare qualcosa di rivoluzionario.
Il prodotto finito è così a disposizione di tutti i buffoni che lo possono modellare a proprio piacimento secondo le esigenze del momento. L’importante è che il regime capitalistico si sviluppi e si rafforzi e che il capitale continui la sua riproduzione, eternizzata la formula D-M-D‘.
Sbarazziamoci quindi di tutto il blaterare sui cosiddetti beni sociali che per il marxismo non esistono, il capitalismo è modo di produzione sociale delle merci contemporaneamente valori d’uso e di scambio, beni sociali non ne conosciamo, e presentiamo la nostra soluzione sia per uscire dalla crisi che per dare lavoro ai giovani: soluzione semplicissima che si basa sulla distruzione del valore di scambio delle merci e su una produzione pertanto di soli valori d’uso. Esempio: si produce 100; 20 è quota per l’ammortamento degli impianti, per il sostentamento di tutti coloro che non possono lavorare (bambini, anziani ecc.); il restante 80 viene diviso fra il rimanente della popolazione dedicata al lavoro. Punto distintivo della nostra immaginaria società, destino storico del proletariato, è nessun contrasto fra capacità d’acquisto e capacità di consumo in quanto non esistono più valori di scambio. Caliamo il nostro esempio, che ha come postulato la distruzione violenta di tutti gli ordinamenti esistenti, sulla nostra Italietta: impiego dei 150-200 mila giovani nell’agricoltura e nell’industria (proprio i settori scansati dal PCI) con evidente riduzione della giornata di lavoro, visto che il numero di chi lavora aumenta. Difficoltà di smercio dei prodotti come è oggi? Manco per idea, se i magazzini sono attualmente stipati di merci invendute non è perché le pance dei proletari siano piene, che sia cioè in difetto la capacità di consumo, ma perché la capacità di acquisto della maggioranza della popolazione è limitata cioè i salari sono bassi. Si risolverebbe la cosa aumentando i salari ma non toccando tutto il resto? Niente affatto, questa crisi come le altre si presenta dopo un periodo di salari alti.
Il PCI poveretto vuole indirizzare i giovani disoccupati verso i non ben definiti servizi sociali e beni culturali, vediamo perché: il suo ragionamento è lineare, industria ed agricoltura sono in crisi se si immette in questi settori nuovi scaglioni di forza lavoro si fa più male della grandine perché la strada della ripresa capitalistica passa per: 1) maggior competitività delle merci italiane su scala internazionale, bisogna esportare di più e importare di meno; 2) aumento della divisione del lavoro e impiego di macchine più perfezionate; 3) espulsione dalla produzione degli operai sostituiti dalle macchine e diminuzione dei salari di coloro che rimangono.
Il ragionamento non fa una grinza e fila perfettamente ma ha un difetto: non esce dai confini del modo di produzione capitalistico, ecco perché paventa di utilizzare i giovani in quegli strani settori.
Il piano del PCI è un chiaro esempio di assistenzialismo, mutata la forma è una riproposizione bella e buona dei classici lavori di sterro, noiosi, monotoni, improduttivi, il tutto condito con demagogia popolaresca, e come tutti i piani assistenziali si deve basare su un accresciuto sfruttamento dei lavoratori ancora inseriti nel processo produttivo, perché sono loro la fonte di plusvalore che finanzia l’assistenza.
Queste chiacchiere fanno il paio con quelle sulla „riqualificazione professionale“ dei giovani per indirizzarli, chissà quando verso „il lavoro produttivo dell’industria e dell’agricoltura“ (ancora L’Unità del 26-3); queste baggianate si basano sull’idea totalmente falsa che una parte notevole dei disoccupati attuali sarebbe assorbita dalla produzione se questi fossero degli specializzati, la cui mancanza ci deve indurre a costruirne in vitro.
Qui proprio il partitone si dimentica completamente di tutto lo sviluppo storico delle forze produttive e della forza-lavoro che nel regime capitalistico ha subito una costante diminuzione di valore proprio in quanto i singoli mestieri vengono via via resi più semplici, di più facile apprendimento, mentre la cosiddetta „professionalità“ dell’operaio viene sempre più surrogata da macchine perfezionate e che abbisognano di operatori sempre meno abili, questo fin dai tempi della manifattura.
I disoccupati pertanto non hanno sbarrata la strada per il soddisfacimento dei propri bisogni da una mancanza di professionalità o di capacità di svolgere determinati lavori invece di altri, ma dal fatto che il lavoro morto (il capitale) domina il lavoro vivo (forza lavoro) e che il processo produttivo è solo funzione della riproduzione e accumulazione del capitale e dell’estorsione di plusvalore.
La nostra parola d’ordine per i giovani disoccupati è pertanto la stessa che il Partito dà ai fratelli di sventura più anziani e per i quali ancora non è stato varato nessun piano per dar lavoro; la stessa che dà ai proletari che hanno ancora l’onore di accrescere la produzione del Capitale: ABBATTIMENTO DI QUESTA PUTRIDA SOCIETÀ.
Spezzare il mito aziendale per abbattere il regime borghese
Prima di una lunga serie, annunciata con clamore dai sindacati e dal PCI, si è svolta a Pomigliano d’Arco il 12 aprile la Conferenza di produzione dell’AlfaSud. Queste conferenze, altre ce ne saranno a breve termine fra metalmeccanici e telefonici, sono l’ultima scoperta dell’opportunismo che ha avuto la bella idea di riunire in proficua discussione dirigenti industriali ed operai che per l’occasione si sono scannati vicendevolmente per dimostrare di possedere la chiave capace di far marciare l’azienda in questione e l’industria nazionale tutta. Non si tratta che dell’aspetto aziendale, e quindi ad un livello ancora più trito, della famigerata politica degli investimenti: i nostri solerti sindacalisti, che negli ultimi contratti hanno conquistato il diritto di essere notificati dagli imprenditori delle loro scelte in materia di investimenti e di scelte produttive, non perdono occasione per il bene della Produzione (P maiuscola si intende!) di criticare l’organizzazione dell’azienda fin nei minimi particolari, dai gabinetti su su fino ai singoli reparti e allo smercio del prodotto finito. Qualsiasi inghippo che può ostacolare la Produzione loro sono lì apposta per rimuoverlo e ogni ingranaggio dell’azienda è suscettibile di essere pulito e lubrificato gratuitamente da questi signori, per caratterizzare i quali non c’è di meglio che – sostituendo «camerata» con «compagno» e «duce» con «Paese» – uno slogan mussoliniano: «Compagni il Paese premia qui la Fede la Disciplina il Lavoro!»
In questa dibattuta conferenza, riferiscono le cronache, sindacati e dirigenti si sono palleggiati la responsabilità del disastroso andamento della fabbrica meridionale scossa nel ’74 e nel ’75 rispettivamente da 1437 e 1480 scioperi di cui solo 85 nel primo anno e 58 nel secondo sono stati proclamati dai sindacati nazionali e provinciali. La cosa è grave, Trentin ha paventato perfino una perdita di credibilità del sindacato se tutte le cause che hanno determinato quelle fermate selvagge non verranno prontamente rimosse dalla direzione aziendale che con la sua incapacità di razionalizzare e modernizzare i metodi di lavorazione susciterebbe e alimenterebbe queste incontrollate esplosioni di collera proletaria.
Infatti, lor signori giornalmente si genuflettono davanti alla dea Produzione e sono pertanto organicamente incapaci di prendere la testa di scioperi limitati e grezzi, corporativi pure, nei quali dei semplicciotti si curano solamente di difendere le loro condizioni di lavoro e di vita; per quei signori queste condizioni potrebbero costantemente peggiorare e loro si accontenterebbero di far presente alla direzione aziendale il fatto registrato, dopodiché sta a lei rimuovere, con una gestione intelligente ed oculata, da borghesi buoni, tutte quelle cause che generando esacerbati conflitti potrebbero ledere, oibò, il prestigio del sindacato.
Nostra semplicissima ricetta da illetterati ed ignoranti: un fracco di legnate a questi traditori e smantellamento di cotali sindacati, quindi sostituzione di queste disfattiste organizzazioni con sindacati di classe che conducano e dirigano in prima fila i 1400 scioperi annuali con il risultato che il prestigio del sindacato, rosso questa volta e non tricolore come gli attuali, sale ad altezze vertiginose.
Il momento culminante della conferenza è stato però un altro e precisamente la lunga elencazione da parte dei sindacati delle deficienze dell’azienda da eliminare per il bene di tutti.
Cortesi, presidente dell’Alfasud, è uscito col dire: «Vedo che posso anche andarmene dal momento che qui ci sono parecchi che aspirano alla carica di presidente», al che l’Unità ha risposto che il Cortesi con la sua sufficienza non aveva capito un bel niente non accorgendosi che i lavoratori, ed è questo il fatto nuovo, caricandosi dei problemi dell’azienda non si presentano più come controparte avversaria ma come protagonisti alla pari. In poche parole, quindi, nessuna scalata alla presidenza, funzione da preservare in eterno, ma qualcosa di più: abbiamo di fronte un tentativo di simbiosi sindacati e dirigenti tradizionali per il buon andamento dell’azienda e con questo il ciclo del tradimento si è chiuso.
Più di 55 anni fa durante l’occupazione delle fabbriche nel rosso 1919 la Sinistra insorse vigorosamente nel ribadire che il movimento doveva puntare allo Stato, alla caserma dei carabinieri, alla prefettura e non rinchiudersi nell’azienda che pure veniva presidiata con fucili e mitragliatrici. Dopo il bruciante insuccesso iniziò nelle file del movimento operaio e sindacale un’accesa e lunga discussione e polemica sul «controllo operaio», sulla funzione cioè che i consigli operai, allora in auge, dovevano assolvere in quell’epoca di sommovimenti sociali che facevano balenare davanti agli occhi delle masse lavoratrici una società costituita non su basi capitalistiche ma socialiste.
La tesi tanto cara all’ordinovismo era che, dimostratasi la borghesia incapace di sviluppare ed organizzare la produzione, bisognava incominciare fin da quel momento a costruire la società nuova appropriandosi delle singole funzioni tecniche che prima spettavano al capitalista: dal rifornimento delle materie prime allo smercio dei prodotti all’occupazione integrale delle imprese sabotate o sottoposte a serrata o del tutto abbandonate dagli imprenditori. Sia chiaro, i fervidi intellettuali torinesi non arrivarono mai a richiedere commissioni paritetiche, né tanto meno a proclamazioni sulla base di un’uguaglianza di diritti fra «lavoro e capitale», che nella loro visione consigliariistica mantenevano sempre la figura di irriducibili avversari.
Era un’ingenua utopia, perché non basta abbracciare il lato tecnico della produzione per costruire una nuova società se il lato finanziario della produzione e il problema politico della conduzione statale non vengano scalfiti, quindi a gran voce la Sinistra ribadì che il «controllo operaio», anche utile strumento di propaganda rivoluzionaria, si risolve nella lotta per il potere tra proletariato e borghesia cioè nella rivoluzione socialista, in quanto non si trattava di surrogare il singolo capitalista ma di escludere la classe capitalistica dalla produzione: «… il controllo operaio sulla produzione si presenta per noi comunisti come una prima fase verso il socialismo, verso la gestione collettiva dell’azienda da parte dello Stato proletario. Esso è il primo postulato per realizzare il quale però è indispensabile che il potere politico sia già passato nelle mani del proletariato. Ed ecco perché i comunisti ogni qual volta vedono che praticamente nell’officina questo problema fin da ora si prospetta come un bisogno per gli operai, specialmente quando sentono dire che l’officina si deve chiudere e si devono fare i licenziamenti perché non vi è più possibilità di collocare i prodotti, quando gli operai sentono questo bisogno istintivo di andare a vedere perché questa macchina della produzione che dà loro la vita non può più funzionare, allora i comunisti devono intervenire col dire che essi potranno guardare la macchina, potranno cominciare a gestirla, prepararsi alla gestione nel supremo interesse collettivo solamente a costo che sia guadagnata la grande battaglia generale unica politica contro il potere della borghesia, che sia stata realizzata l’organizzazione di dominio del proletariato, la quale faccia sì che la forza armata dello Stato non intervenga più a proteggere gli interessi dei capitalisti, ma ci sia un’organizzazione opposta di forze che faccia rispettare gli interessi delle maestranze…» (da «Dall’economia capitalistica al comunismo», 2-7-1921).
Oggi è evidente che non c’è da confutare delle deformi interpretazioni del processo rivoluzionario, quanto invece si tratta di sconfiggere dei potenti organismi a difesa della conservazione sociale; d’altronde per molti versi la lezione dell’ieri è applicabile agli schifosi tempi moderni, tempi nei quali i nostri avversari amano sciacquarsi la bocca con i termini di sociale e di socialità e tutte le volte che confezionano «piani» che non si sollevano di un millimetro da un timidissimo e sgangherato riformismo subito lo bollano con il termine di piano sociale. Più si trastullano con questi pomposi termini più si trincerano a difesa dell’economia capitalistica mercantile ed aziendale, e qui ben inteso non ci si cura della misera impresa Alfasud o Fiat ma dell’azienda Italia, economia che intende la parola «sociale» solo nel senso di estorsione sociale di plusvalore.
Il pericolo degli anni venti era che nella foga di picchiare sul capitalista singolo ci si dimenticasse di elargire delle solenni bastonate anche allo Stato capitalistico, fatale errore che avrebbe precluso al proletariato di minimamente influire sul complesso della struttura produttiva e quindi di fare «nazionalmente» tutti i passi necessari per sviluppare un’economia collettivistica, che il socialismo è fatto internazionale, post rivoluzione internazionale.
Pericolo di oggi è invece che si contrabbandi come minimi passi in avanti il progressivo inquadramento di sindacati pseudo-operai nelle strutture aziendali e che si diriga volutamente il cannone della polemica verso i singoli capitalisti imprenditori managers, ecc. incapaci secondo la favola di non saper organizzare la produzione e l’impresa, per rafforzare ulteriormente la macchina statale: ecco il vero obbiettivo celato dietro i fumi della demagogia popolaresca.
Una vecchia formula dei capitalisti per legare gli operai al buon andamento degli affari di chi li sfrutta consisteva nel far partecipare gli operai agli utili dell’azienda, formula che rivelava i suoi evidenti limiti tutte le volte che il sistema capitalistico veniva percorso dalle sue crisi periodiche, gli utili si riducevano, le aziende chiudevano e gli operai venivano espulsi dalla produzione. Il tempo è passato ed ha insegnato: non basta far partecipare agli utili gli operai, occorre investirli del buon andamento dell’azienda, allontanati i dirigenti incapaci, e chissà che questa volta non si riesca a convincerli per il bene della produzione ad abbassarsi i salari o a licenziarsi.
Altra semplice ricetta frutto di un bilancio secolare della lotta di classe: tutte le volte che il bonzo di turno parla dell’azienda e del suo «bene» prepararsi a buttare il cialtrone dalla finestra.
Marx in «Lavoro salariato e capitale» nell’illustrare la migliore condizione di esistenza dell’operaio, l’accrescimento più rapido possibile del capitale produttivo, scrive che «sino a tanto che l’operaio salariato è operaio salariato la sua sorte dipende dal capitale» e che «dire che la condizione più favorevole per il lavoro salariato è un aumento più rapido possibile del capitale produttivo, significa soltanto che, quanto più rapidamente la classe operaia accresce e ingrossa la forza che le è nemica, la ricchezza che le è estranea e la domina, tanto più favorevoli sono le condizioni in cui le è permesso di lavorare ad un nuovo accrescimento della ricchezza borghese, a un aumento del potere del capitale, contenta di forgiare essa stessa le catene dorate con le quali la borghesia la trascina dietro di sé». Di seguito Marx avverte che l’accrescimento del capitale produttivo significa pure estensione della divisione del lavoro e impiego in misura sempre maggiore delle macchine, ergo aumento della concorrenza fra gli operai, contrazione dei loro salari, aumento dei terremoti industriali e commerciali e crisi nelle quali il Capitale, signore ad un tempo barbaro e grandioso, trascina nell’abisso interi reggimenti di operai che periscono.
I nostri eroi, non contenti di teorizzare nei momenti di floridezza della produzione e del commercio una pretesa identità di interessi fra Lavoro salariato e Capitale, vogliono incatenare anche nei momenti di crisi il proletariato alla sorte del Capitale che corre verso la sua rovina.
Il proletariato rivoluzionario dovrà passare sopra di loro.
Come si smascherano i bonzi nelle assemblee
Il 10 aprile passato, il personale dell’istituto forestale di Pieve S. Stefano ha avuto l’alto onore di essere visitato dal dirigente nazionale della CISL Colombi e da un bonzetto provinciale. Questi signori ci hanno illustrato la piattaforma contrattuale delle tre confederazioni e il valore, più «morale» che materiale, delle «conquiste».
Il bonzetto provinciale ha tenuto a precisare (giurando poi di non averlo mai detto) che compito dei lavoratori della scuola è quello di sensibilizzare il governo e l’opinione pubblica sul fatto che la scuola non è un apparato parassitario, ma di primaria importanza nella società moderna e indispensabile allo sviluppo del paese. Il paese ha bisogno di una «cultura nazionale» capace di svolgere una politica autonoma dal condizionamento estero ecc.; fatto questo, e crisi economica permettendolo, si può anche chiedere un aumento salariale che non sia puramente simbolico.
Riguardo poi ai metodi di lotta, ha asserito che i sindacati, lungi dall’essere affetti da scioperomania (c’era da dubitarne?) si sforzano di scoprire nuovi e più «fantasiosi» sistemi di pressione: es. lo sciopero alla rovescia.
Come si vede queste affermazioni fanno il paio con quanto era scritto nella Carta del Lavoro fascista.
Queste affermazioni e questa analogia alla politica fascista hanno fatto scattare l’istinto proletario di un censore del convitto che ha seccamente ribadito che: 1) non è compito nostro spiegare la «necessità» dell’istruzione, ci pensi il padrone Stato, visto che la scuola è la sua; 2) che si deve adottare, come mezzo di pressione, l’arma dello sciopero, in blocco, compatto e nei momenti in cui abbia più efficacia, es.: blocco degli scrutini, chiusura completa della mensa ecc.
A questo punto i nostri «dirigenti» han cominciato a sudar freddo affrettandosi a dire che lo sciopero era bello, giusto, ma solo quando non arrechi danno ai lavoratori. Gli è stato gridato dal pubblico che si facesse un solo esempio di sciopero che non arrechi «disagio» a un qualche lavoratore. Visto che i sindacalisti se ne restavano muti e a bocca aperta, la stessa voce ha proseguito che dire che lo sciopero non deve arrecare danno alle masse «popolari» equivale a proibire ogni forma di sciopero. Il bonzo provinciale in uno scatto d’ira (a Colombi dobbiamo dar atto di una grande furbizia e di un buono spirito di autocontrollo) ha allora avuto la pessima idea di far l’esempio dei ferrovieri «ultrasinistri» che, secondo lui, si sono alleati ai fascisti per paralizzare l’Italia in un momento delicato. Il sopracitato compagno non ha potuto, a questo punto, trattenere delle sacrosante imprecazioni e trattare come si meritano questi loschi figuri affossatori di ogni rivendicazione salariale da parte delle masse super sfruttate e pronti a tacciarle di fascismo quando, spinte dalla miseria e dalla fame, si ribellano (orrore) allo Stato democratico. Il nostro compagno gli ha gridato sul muso che sono delle canaglie e dei traditori.
Venuti al problema della mensa, questi egregi signori ci han detto che per il personale di cucina non è più possibile mangiare gratis come in passato (anche questa sarebbe una conquista). Da parte di altri è stato prospettato di fare un prezzo «politico» per personale di cucina, bidelli, professori; ma i sindacati, in difesa dei nostri diritti, si sono opposti. Infatti se facessero un prezzo «politico» tutto il personale della scuola verrebbe ad ingrassarsi con la sbobba passata dal convento-stato con conseguente aggravio del lavoro degli addetti alla mensa. Quindi, per venirci incontro, nessuno potrà più mangiare né gratis, né a prezzo «politico», ma a prezzo da ristorante. Evviva le conquiste sindacali!
La riunione si è poi chiusa tra vari battibecchi. Dopo la riunione un addetto alla mensa ha espresso l’unico concetto che può essere espresso da chi ha diritto di fregiarsi del nome di lavoratore e cioè che mai gli attuali sindacati, di nessun tipo e in nessun momento, faranno i nostri interessi se noi stessi non ci organizziamo dal basso investendo i vertici con le nostre giuste rivendicazioni. Questa la sacrosanta verità.
Occorre che ci uniamo nell’istituto; occorre che ci uniamo nella categoria, occorre unirci a tutti i lavoratori salariati, occorre spazzare via i traditori dal sindacato.
Lavoratori dell'aria traditi dai dirigenti dei sindacati
Dopo mesi di trattative, rinvii, incontri, scioperetti congegnati in modo da non provocare disagi, la rabbia dei lavoratori dell’aria è esplosa ed in assemblee infuocate a Roma ed a Milano, il 13/4, i lavoratori hanno imposto lo sciopero ad oltranza che è durato tre giorni. Quello che doveva essere nelle intenzioni dei bonzi sindacali uno dei soliti scioperi innocui puramente dimostrativi, è stato trasformato dai lavoratori in una azione di lotta ad oltranza che ha bloccato gli aeroporti.
Nelle assemblee i bonzi sono stati messi con le spalle al muro. A nulla sono valsi i tentativi di corruzione dell’Aigasa (una delle decine di società in cui sono divisi i lavoratori dell’aria) la quale offriva 500 mila lire ad ogni suo dipendente purché sospendesse lo sciopero. Il «disagio» causato da questa magnifica azione di lotta non ha mancato di suscitare la costernazione dei «benpensanti» e delle «autorità». «La giunta comunale di Milano ha rivolto un appello alle organizzazioni sindacali chiedendo l’immediata sospensione dello sciopero a fronte dell’impegno di concludere nella giornata di oggi le trattative» (l’Unità del 15/4). I bonzi della FULAT si sono affrettati a precisare che questo sciopero era dovuto non alla loro volontà ma alla rabbia dei lavoratori che essi non erano più in grado di contenere. L’Unità del 15/4 scrive dopo aver descritto i fatti: «È da questa situazione che il governo ha provocato, che nasce la tensione, la rabbia fra i lavoratori. Solo così si spiega la forma di lotta esasperata di bloccare gli aeroporti, fatto questo che pone grossi interrogativi e problemi al movimento sindacale. Al ministero del lavoro le riunioni sono in corso da molte ore. Davanti una folla di lavoratori ha continuato a manifestare. Se ancora una volta il governo tergiversa si assume responsabilità sempre più gravi con il rischio di far precipitare una situazione già drammatica». «… la decisione di un blocco a tempo indeterminato degli aeroporti, che pure è emersa nella concitata assemblea di ieri a Linate, è stata giudicata dalle sezioni del PCI e del NAS del PSI una forma di lotta profondamente sbagliata che rischia di isolare i lavoratori dell’aria dal resto del movimento impegnato in questi mesi in difficili vertenze e di compromettere l’esito della Fiera Campionaria e le speranze ad essa legate di una ripresa della economia milanese e italiana».
Ecco qual è l’atteggiamento degli opportunisti di fronte alle rivendicazioni operaie: l’importante è che gli aeroporti funzionino, non importa se per far ciò si passa sulla pelle di migliaia di lavoratori. Il disagio di lavoratori snobbati e presi in giro per 15 mesi, non li commuove; ma come sono comprensivi di fronte al disagio degli «operatori economici» che volevano visitare la fiera di Milano. Trattandosi di aerei, che come è noto non costituiscono l’abituale mezzo di trasporto dei «pendolari», ci viene questa volta risparmiata la solita solfa sul danneggiamento di «altre categorie di lavoratori» che in effetti, in questo caso, sarebbe di pessimo gusto.
Questa esplosione di rabbia operaia, ha indotto i bonzi a chiudere frettolosamente il 15/4 le trattative e a firmare il contratto il 15/4, mentre si concludevano anche i contratti dei chimici e degli edili. Come per le suddette categorie il contratto prevede dei minimi aumenti salariali, già concordati da tempo con i padroni e con lo Stato e già ampiamente rimangiati dall’aumento dei prezzi.
I bonzi hanno mobilitato tutto il loro apparato, hanno fatto sentire tutto il peso della loro organizzazione su una categoria debole e divisa e, approfittando della stanchezza dei lavoratori, hanno imposto la fine dello sciopero. La magnifica combattività dei lavoratori li ha fatti tremare per un attimo, ma poi sono riusciti a imporre la loro politica, perché hanno nelle mani le leve della organizzazione dei sindacati.
Questo episodio dimostra che qualsiasi lavoratore che voglia difendere le sue condizioni di vita e di lavoro, è costretto a cozzare contro il muro creato dai bonzi sindacali a difesa della pace sociale, dei privilegi, dell’ordine capitalistico. Gli operai che vogliono difendere il pane devono abbattere questo muro, e perciò devono organizzarsi non solo contro lo Stato e i padroni, ma anche contro i dirigenti opportunisti degli attuali sindacati i quali emanano dal PCI e dal PSI e rappresentano la lunga mano dei capitalisti nelle file degli operai.
[RG-3] Fascismo e Resistenza nella continuità dello Stato borghese Pt.4
IL FASCISMO ORGANIZZATORE DELLA BORGHESIA IN CLASSE SOCIALE
In quest’ultima parte ci occupiamo del «programma e del metodo di governo» del fascismo.
Dicemmo al V congresso dell’Internazionale: «Il fascismo non rappresenta la negazione storica dei vecchi metodi di governo della borghesia; rappresenta soltanto il fine logico e dialettico completo della fase precedente dei governi borghesi detti democratici e liberali».
Intendevamo dire che tra i due metodi di governo non esiste un’antitesi ma ambedue corrispondono a due diversi e successivi periodi dello sviluppo storico sia delle forze produttive che dell’industria e del commercio mondiale; «periodi dello sviluppo storico» l’uno legato in modo indissolubile all’altro e che la letteratura marxista ha raffigurato con i classici termini di: libera concorrenza ed espansione pacifica del capitalismo (il riformismo domina, come metodo di governo e in un campo proletario, come metodo d’azione); e di: monopoli ed imperialismo, periodo caratterizzato – vedi Lenin – da forme politiche di oppressione e di tirannia, ma che pur tuttavia eredita dalla fase precedente le istanze riformiste di gradualismo e di collaborazione fra le classi.
«Il capitalismo degli ultimi decenni ha presentato caratteristiche ben note, inquadrate nell’Imperialismo di Lenin.
Queste nuove forme economiche di collegamento, di monopolio e di pianificazione lo hanno condotto a nuove forme sociali e politiche. La borghesia si è organizzata come classe sociale oltre che come classe politica; ha inoltre divisato di organizzare essa stessa il movimento proletario inserendolo nel suo Stato, e nei suoi piani, come contropartita ha messo nei suoi programmi la gamma delle riforme tanto a lungo invocate dai capi gradualisti del proletariato.
Con ciò la borghesia, divenuta fascista, corporativa, nazional-socialista, ha gettato via più o meno palesemente l’ordinamento di libertà individuale e di democrazia elettorale che le era stato indispensabile nel suo avvento storico, e che era ossigeno per essa, non concessione alle classi che dominava e sfruttava, né utile ambiente per l’azione di queste».
Così commentavamo in «Tendenze e socialismo», Prometeo gennaio 1947, volgendo lo sguardo al passato per trarne le lezioni; merita qui soffermarci sulla espressione: «la borghesia si organizza in classe sociale», espressione con la quale si volle caratterizzare il seguente processo storico che così riassumiamo. La libera concorrenza ha generato i monopoli; cartelli, sindacati, trusts, holdings finanziarie sono le tappe di questa evoluzione che vide crollare oltre al mito del capitano d’industria soppiantato dall’affarista avido quanto sprovvisto di cognizioni tecniche della produzione, quello altrettanto classico dell’iniziativa privata, l’azienda isolata che liberamente si batteva nel mercato nazionale ed internazionale fidandosi del buon fiuto del suo timoniere. Tutto ciò è soppiantato, lentamente ma costantemente, da un coordinamento ed una pianificazione della produzione delle merci e della loro distribuzione che spinge sempre più la classe dominante ad attrezzarsi in forme politiche di stretto controllo e direzione unitaria di tutta la società.
È evidente come questo risultato politico «storico» non sia che il riflesso degli avvenimenti succedutisi in campo economico; alla borghesia non manca certo la possibilità di prevedere e ritardare le sue crisi e catastrofi, e lo fa attestandosi su nuove e più sicure posizioni dettate dalle leggi impersonali che regolano il suo modo di produzione; la borghesia si accorge, pena la sua distruzione come classe, di non poter continuare a muoversi in campo economico sociale e politico come piccole unità indipendenti e combattenti le une con le altre, ma deve affasciare queste unità in blocchi compatti sempre più grandi e mostruosi.
Se in campo economico «naturalmente» nacquero e si svilupparono monopoli e capitale finanziario, in campo politico si assistette ad una crescita veloce dell’apparato statale che è penetrato ormai con i suoi tentacoli in tutti i meandri della società civile: tale apparato gigantesco richiede totalitarismo.
Il quadro è quindi completo, da una parte il giganteggiare dei monopoli e del capitale finanziario, dall’altro l’affermarsi dell’interventismo e del dirigismo statale: «Man mano che il tipo di organizzazione capitalista invade il tessuto sociale e i territori mondiali e suscita, con la concentrazione della ricchezza, e la spoliazione delle classi medie, le contraddizioni e i contrasti di classe moderni, levando contro di sé la classe proletaria già sua alleata nella lotta antifeudale, la borghesia trasforma sempre più il legame di classe tra i suoi elementi da una vantata pura solidarietà ideologica, filosofica, giuridica, in una unità di organizzazione per il controllo dello svolgimento dei rapporti sociali e non esita ad ammettere apertamente che questi sorgono non da opinioni ma da interessi materiali (Prometeo, Proprietà e capitale).
Certo questi non sono i «frutti» del fascismo, né ha importanza alcuna che in Italia tale metodo di governo abbia ricevuto notevole slancio e vigore dal regime fascista, altri paesi tipo Francia, Inghilterra ed USA ad esempio sono arrivati allo stesso punto di sviluppo dei rapporti di classe senza passare per questo dalle coreografiche camicie nere. Ecco un’altra ragione per spiegare l’interesse del Partito per queste determinanti vicende passate, toccò infatti al fascismo far da maestro e questo non per una particolare e spiccata intelligenza dei suoi capi ed ideologi, ma perché la lotta di classe deflagrando bruciò i mezzi termini e costrinse anche il nostro nemico di classe a parlare senza veli ed a proclamare a chiare lettere questa tendenza latente del modo di produzione capitalistico ed a dettare ai suoi futuri avversari militari la direttiva unica per la sopravvivenza del regime del Capitale: lo Stato totalitario.
Per riassumere: «Il fascismo adunque può dal punto di vista economico definirsi come un tentativo di autocontrollo e di autodelimitazione del capitalismo tendente a frenare in una disciplina centralizzata le punte più allarmanti dei fenomeni economici che conducono a rendere insanabili le contraddizioni del sistema. Dal punto di vista sociale può definirsi il tentativo da parte della borghesia, nata con la filosofia e la psicologia dell’assoluto autonomismo e individualismo, di darsi una coscienza collettiva di classe, e di contrapporre propri schieramenti ed inquadrature politiche e militari alle forze di classe minacciosamente determinatesi nella classe proletaria.
Politicamente, il fascismo costituisce lo stadio nel quale la classe dominante denuncia come inutili gli schemi della tolleranza liberale, proclama il metodo del governo di un solo partito, e liquida le vecchie gerarchie di servitori del capitale troppo incancreniti nell’uso dei metodi dell’inganno democratico» (da «Il corso storico del dominio politico della borghesia»).
CONDUZIONE UNITARIA DELLO STATO
Sorge ora spontanea una domanda, come possiamo cioè definire le forme politiche degli Stati odierni con i quali il proletariato mondiale inevitabilmente si scontrerà in un futuro che ci auguriamo il più vicino possibile?
Il fascismo sovrastruttura di ciò che si è manifestato e si manifesta in campo economico – monopoli ed imperialismo – è la forma politica alla quale tende il mondo moderno, forma che deve sostituire il liberalismo classico; questa sostituzione è all’oggi già avvenuta sia in campo economico che politico, e questo, sta qui la fregatura, senza buttare al macero il baraccone democratico che anzi sia in Italia che in Germania è stato restaurato. Affermiamo questo in quanto non c’è Stato moderno che non si sia data una struttura esecutiva tanto fortemente centralizzata e gerarchica, struttura che agisce secondo ben determinate regole a prescindere e indipendentemente da ciò che avviene nel pomposo campo legislativo, e dai partiti chiamati a presiedere il governo di turno; tant’è possiamo ben dire che il Parlamento non solo non serve al proletariato come tribuna dalla quale svolgere la sua propaganda rivoluzionaria, ma non serve nemmeno alla causa della sopravvivenza del regime borghese visto che gli effettivi centri di potere decisionale si sono spostati nelle mille Confindustrie, Banche d’Italia, NATO, ONU, e chi più ne ha più ne metta.
Il fatto che nel Parlamento siedano i rappresentanti di venti partiti e che non si possa formalmente parlare di governo di un solo partito è in definitiva una cosa del tutto trascurabile se, come è nella realtà, tutti sono ugualmente incapaci di poter dirigere la macchina statale secondo la loro volontà, e dalle esigenze di conservazione della quale fanno derivare i loro strombazzati programmi. Sono solo lì per distogliere il proletariato dai suoi obiettivi di classe.
Tutto insomma è pronto per l’investitura di un partito unico a capo della vita politica e civile dei vari paesi, atto logico di un processo evolutivo delle forme statali di dominazione borghese; traguardo inevitabile per la classe capitalistica se le contraddizioni insite nell’economia e nel regime borghese richiederanno una specie di comitato di «salute pubblica» che detti se è necessario anche su singole e determinate frangie della borghesia, e in questo caso il proletariato non può che opporre a questa dittatura la sua; oppure il prossimo attacco rivoluzionario del proletariato costringerà lo Stato a rassodare le sue difese utilizzando il disfattismo dell’opportunismo.
In nessuno dei due casi si tratterebbe di un colpo di Stato, gli Stati odierni con il loro ciclopico apparato non si fanno violentare, tant’è immensa la loro forza, si possono invece prostituire ai primi avventurieri e cialtroni di passaggio… In questo aspetto della questione non abbiamo che da riprendere il giudizio stilato 54 anni fa post marcia su Roma: «La marcia su Roma non è stata né una battaglia né una rivoluzione. E se si obietta che c’è stato un cambiamento insolito nel governo, un colpo di stato, non mi attarderò molto su questo punto, perché la questione si riduce in ultima analisi a un gioco di parole. Anche quando si parla semplicemente di colpo di stato si designa un cambiamento di governo che non si è limitato ad un cambiamento puro e semplice di persone, a un semplice rimpiazzamento dello Stato Maggiore al potere, ma che elimina in maniera violenta il tipo di governo fino allora esercitato» (V congr. dell’IC).
Si usa pertanto il termine «commedia e farsa» per raffigurare un’intesa da lunga data preparata, tra due complici (lo Stato democratico e il fascismo), costretti a recitare la figura dei contendenti per meglio fregare il proletariato. Così come è vero che il futuro non ripresenta le passate forme della lotta di classe senza prima adattarle alle condizioni materiali che vigono in quel momento della storia, noi crediamo anche che sostanzialmente non ci sarà riservato niente di nuovo, esiste un solo «golpista» ed è lo Stato.
DITTATURA PROLETARIA CONTRO LO STATO CORPORATIVO
Vediamo adesso le «caratteristiche» e «il programma» del fu PNF; il tornare indietro nel tempo ci serve per meglio penetrare le nebbie del futuro, crediamo infatti che il divampare della lotta di classe farà nuovamente ritornare alla luce partiti e movimenti i quali rassomiglieranno per molti versi al movimento mussoliniano sia, come vedremo, per compiti che per programma.
Ciò è inevitabile, «il vivente fascismo è in tutti i partiti attuali», dicemmo nel 1960, il proletariato all’attacco lo farà uscire allo scoperto.
Torniamo brevemente a quegli anni: «Il tentativo di esporre una ideologia fascista densa di critiche demolitrici di vecchi sistemi, anche, e soprattutto, nella veste di brillanti paradossi, si è risolta in una serie di affermazioni che non erano né nuove una per una, né legate nella novità della sintesi da un legame qualsiasi, ma rimasticavano senza alcuna efficacia motivi della polemica politica già ripetutamente palleggiati da questa a quella scuola, e cucinate in tutte le salse dalla morbosa mania di incessanti mutazioni che tormenta i politicantucci della decadenza borghese contemporanea… tutto ciò ci mette solo di fronte ad un movimento che dispone di una effettiva e forte organizzazione, che oltre che militare può essere anche benissimo politica ed elettorale, ma che manca di una sua ideologia programmatica (da «Il fascismo» 1921, commento al congresso del PNF).
Ancora: «la nostra critica ci induce alla conclusione che, quanto all’ideologia e al tradizionale programma della politica borghese, il fascismo non ha apportato niente di nuovo. La sua superiorità e la sua caratteristica distintiva consistono interamente nella sua organizzazione, nella sua disciplina, e nella sua gerarchia. L’offensiva controrivoluzionaria imponeva la necessità di riunire, nella lotta sociale e nella politica di governo, le forze della classe dominante. Il fascismo è la realizzazione di questa necessità» (IV congr. dell’IC).
Il primo punto distintivo che quindi a noi interessa rilevare e rilevare è la mancanza di un programma politico e di una ideologia precisa e delimitata, mancanza che faceva risaltare ancor di più un’organizzazione militare extra-statale per quei tempi veramente imponente. Il fascismo è «tutta organizzazione» dicemmo, e non poteva essere altrimenti; le masse proletarie all’attacco si sconfiggono con le armi non con i discorsi o con le teorizzazioni più audaci, chi ha del ferro ha della scienza! Dal fascismo il capitalismo richiedeva botte ed ancora botte sui lavoratori, la mancanza di una teoria ed un’ideologia nuove pertanto, gli era indispensabile per assolvere a questo compito di guardia bianca: egli doveva infatti riuscire ad inquadrare tutta la classe borghese e semi borghese, sia la liberale che la democratica, la monarchica e la riformista.
Insomma prima di tutto salvare il regime capitalistico, in quanto al resto si vedrà a tempo e luogo.
Come la lezione sia stata diligentemente imparata da tutti i partiti usciti dalla Resistenza lo dimostra il fatto che questi appena sentono parlare di questioni di «principio» e di «fine ultimo», che significa anche possedere delle chiare e ben delimitate regole d’azione, saltano su col dire che sono cose passate ed ammuffite e che noi poveretti siamo così staccati dalle masse proprio perché ci attardiamo su questioni di lana caprina. Non c’è che dire, i loro possenti carrozzone viaggiano spediti sui binari della controrivoluzione!
A questo blocco delle forze borghesi intorno ad un organismo tutta organizzazione come può opporsi il proletariato? Semplice! rispondemmo allora: può opporsi stringendosi in un blocco altrettanto compatto intorno al Partito Comunista il quale espressione di una classe ancora rivoluzionaria lega in modo indissolubile i termini di azione, organizzazione e teoria. Legame che esiste in quanto il proletariato deve ancora realizzare il suo programma storico, la società senza classi, il socialismo, mentre il suo antagonista – la borghesia – è su di una posizione di conservazione di un modo di produzione e di un relativo assetto sociale quello per intenderci della Liberté, Fraternité ed Égalité in cui tutti i cittadini sono teoricamente uguali di fronte alla legge e allo Stato per diritti e doveri, società che come le precedenti si è rivelata fondata sulla divisione in classi e sul loro antagonismo. Di conseguenza tutte le volte che i contrasti sociali esplodono e lo Stato e le milizie borghesi devono intervenire per reprimerli nel sangue, la borghesia vede lacerarsi tutti i suoi canoni teorici e programmatici, ed è logico che si rifugi nell’organizzazione in sé dimostrando sterilità teorica ed incapacità ad accompagnare la sua azione con lapidari principi, è tutto il suo mondo che fa bancarotta!
Se il fascismo non riuscì a definirsi a suo tempo deve stupire in definitiva poco se si pensa che ancor oggi, come più volte abbiamo fatto risaltare da queste colonne, è un «enigma» per tutti i democratici.
Quindi, a conclusione di questa nostra escursione nel passato, abbiamo due partiti uno il comunista l’altro il fascista che rappresentano in toto gli interessi delle due classi avversarie, proletariato e borghesia, due partiti di classe che si affrontano alla macchina statale con intenzioni contrapposte, il primo per demolirla e rimpiazzarla con lo Stato della Dittatura del proletariato, ed il secondo per irrobustirla e potenziarla e a questo scopo va bene pescare nel liberalismo come nel riformismo: ecco un altro effettivo vantaggio di non possedere delle definitive tavole programmatiche e ideologiche: «Il partito di classe risolve il problema di unificare lo sforzo che sorge da quegli interessi in una direzione unica facendo tacere nell’interesse generale, e in quello del successo finale, i secondari appetiti contrastanti. Il partito dirige allora la macchina statale in tal senso e realizza il massimo di forza della classe che rappresenta nella lotta contro nemici esterni e interni. Tale nella dottrina e nella prima realizzazione russa, la funzione politica del partito comunista.
Ora, il compito dell’organizzazione fascista può considerarsi analogo, rispetto alla classe borghese ed ai vari ceti semiborghesi. Tra gli interessi di questi e di tutte le frazioni della borghesia esistono innumeri conflitti i quali mettono a serio rischio il successo della difesa contro la rivoluzione proletaria. Con una organizzazione unitaria in partito di governo, il fascismo interviene a centuplicare la forza di resistenza controrivoluzionaria. Ed il partito fascista, postosi alla testa dello Stato borghese, sostituisce i vecchi aggruppamenti di politicanti con una sintesi unitaria delle forze sociali che stavano, nel caos della disorganizzazione politica borghese, dietro di quelli…. Il fascismo adunque, secondo una tale interpretazione, è il partito unitario, ad organizzazione centralizzata e fortemente disciplinata, della borghesia e delle classi che gravitano nell’orbita di questa. È lo Stato democratico-borghese, completato da una organizzazione dei cittadini. Come lo Stato di tutti ha benissimo servito alla amministrazione degli interessi di pochi, così vi servirà un partito di massa» (da «Roma e Mosca», 17-1-1923).
Quella forma particolare di Stato di tutti sostenuto da un partito di massa fu chiamato Stato Corporativo, creatura diletta della controrivoluzione che spinse la sua audacia legislativa fino al punto di proibire sia gli scioperi che la serrata, spacciando la manovra come «la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la subordinazione agli interessi superiori della produzione», testuale dalla Carta del Lavoro.
Non è forse questo il grande desiderio di sempre di opportunismo e democrazia antifascista e che oggi viene vieppiù propagandato per il dilagare della crisi economica del capitalismo che fa vacillare queste stantie forme di produzione che soffocano il libero sviluppo delle forze produttive e che mina l’armistizio decennale fra proletariato e Stato capitalista? Capitale e forza lavoro che amichevolmente collaborano, il fascismo lo realizzò con la forza, era questo il suo limite e per questo non ci fece mai paura.
Ma siccome lo Stato corporativo, lo Stato cioè che concilia Capitale e Forza Lavoro riducendoli a termini che hanno come comune denominatore il bene della produzione e del Paese è una solenne balla che cela il proletariato in ginocchio sotto il diktat dello Stato totalitario capitalista, non valgono le chiacchiere per realizzare blocchi ultrademocratici o ultrapopolari capaci di far camminare sui binari della convivenza sociale gli interessi contrastanti delle classi moderne. Oggi come ieri l’unico linguaggio comprensibile è quello delle armi.
Risposta del proletariato rivoluzionario non potrà che essere che la Rivoluzione sociale e la Dittatura del suo Partito di classe contro tutte le altre forze e dissensi.
Ecco ciò che può riservarci il futuro.
Violenza e Terrore rivoluzionario, di qui passa l’unica strada per il comunismo, la società senza classi, non esistono vie più facili meno sanguinose, meno rischiose ed a ragione possiamo riprendere le parole di Marx quando ebbe a dichiarare: «noi diciamo agli operai: voi dovete attraversare 15, 20, 50 anni di guerre civili e di lotte popolari non soltanto per cambiare la situazione ma anche per cambiare voi stessi e per rendervi capaci del dominio politico…».
Il Partito di oggi, continuatore ed erede dell’opera di coloro che negli anni venti virilmente affrontarono e contrastarono la tempesta che si abbatteva sul proletariato europeo e mondiale, è pronto a ricoprire il ruolo che gli spetta nello scontro sociale futuro che la crisi economica mondiale annuncia vicino.
Il marxismo rivoluzionario unica scienza nella putrescente società borghese
Una delle menzogne più stomachevoli che storicamente sia stata prodotta dall’opportunismo, prima socialdemocratico, poi staliniano, è che il capitale, specie in certe aree geografiche, sarebbe incapace di recepire e utilizzare le risorse della tecnica: di qui la necessità che le forze «progressive e riformiste» spingano nella direzione dell’affinamento e dell’impiego della scienza, della cultura, e perché no, anche dell’arte, per rimediare all’attitudine crassamente materialistica del capitalismo di mirare esclusivamente all’accumulazione e al profitto. I più raffinati (s’intende i più infami) degli ideologi opportunisti danno fondo alle loro risorse accademiche perfino… marxologiche, per prendere atto (naturalmente con rammarico) che in certe aree geografiche che hanno conosciuto un tardivo sviluppo capitalistico con conseguente analoga unificazione nazionale, tipo Italia, c’è una permanenza di sovrastrutture arretrate, incapaci di rinnovare e apprezzare il valore della «cultura scientifica e tecnica». Questa constatazione vuole giustificare l’impegno per una politica di riforme di struttura, appunto, capaci di colmare il «gap» tecnologico con i cosiddetti paesi più progrediti, la legittimazione della via nazionale al socialismo.
Sull’argomento il grande opportunismo PCI sta profondendo tutto il suo ingegno mobilitando i suoi «professori» e uomini di cultura, trasformati per l’occasione in «cavalieri della tavola rotonda» dal momento che sembrano bivaccare da mane a sera in interminabili incontri col fior fiore della borghesia «progressiva» e «produttiva», tecnocrati e imprenditori illuminati.
In una seduta (vedi il Contemporaneo 4-4-75) dedicata alla «scienza e alla tecnica» ci si è lamentati dell’arretratezza delle scienze sociali rispetto alle scienze naturali e alla tecnologia, come ha precisato Umberto Colombo, direttore del settore strategia e ricerche della Montedison: è la confessione, nella traduzione marxista, che il campo delle forze produttive sviluppate dal capitale non riesce ad essere dominato da un piano umano cosciente in grado di conoscere e indirizzare l’immensa serie dei dati forniti dalla tecnica nel verso della utilità sociale generale. È la vecchia ottocentesca verità scoperta dal marxismo, che mette a nudo la contraddizione, insanabile all’interno del quadro politico borghese tra i prodotti del lavoro sociale e i loro produttori, tra le immense possibilità offerte dalla scienza e dalla tecnica, come si sono potenziate in virtù dello sviluppo del capitalismo moderno, e l’appropriazione (uso ed abuso) privata (non importa se statale!) di esse, con conseguente impedimento violento all’accesso e al godimento da parte dello Stato capitalistico nei confronti della classe operaia e del proletariato. Noi paleo-marxisti questo lo sappiamo da oltre un secolo, ma i vari Colombi devono fare sempre le finte di scoprire in virtù delle loro doti di scienziati, ogni giorno, il loro bravo… uovo di Colombo: altrimenti a chi servirebbero? Per loro la scienza è sempre e necessariamente la novità, non la conoscenza dei nessi tra il patrimonio ideale accumulato e l’emergere della realtà storica, sociale e naturale, in divenire.
La borghesia, che nella sua fase ascendente aveva saputo esprimere una lucida e spietata scienza sociale, basti pensare al Principe di Machiavelli o al Leviatano di Hobbes, deve oggi far ricorso a tutte le sue arti mistificatrici per nascondere il suo stato di impotenza nei confronti della pressione delle forze produttive incapaci di essere contenute entro rapporti di produzione putrescenti e mantenuti in piedi da apparati di forza di inaudita potenzialità distruttrice, leniti e oleati nell’ambito della cosiddetta «società civile» da una enorme marea di istituzioni più o meno ieratiche, più o meno rispettate, più o meno ignobili, la cui funzione parassitaria viene oggi esaltata come utile per la difesa della concordia sociale. Come pretendere allora di polemizzare contro i responsabili dell’arretratezza della «scienza sociale» come viene definita la capacità umana di dominare i suoi prodotti (materiali ed ideali, lo sappiamo!), quando gli interlocutori privilegiati sono proprio gli autori ed i responsabili degli apparati di forza e di consenso che garantiscono al capitale di tenere a bada i demoni che giornalmente scatena?
Quando si rifiuta di riconoscere che solo il socialismo è in grado di rovesciare il dominio dei prodotti sui produttori, quando ci si illude di addomesticare il capitale con limatine e accorgimenti, si lavora per allungare la sua agonia e soprattutto per aumentare le sofferenze del proletariato che alla scala mondiale è sempre più escluso dal godimento dei beni prodotti. Ecco perché non solo diffidiamo, ma bolliamo col marchio del tradimento, quanti chiedono più «scienza», più tecnica o addirittura di essere meglio eruditi in questo campo vitale. Se puzza la «filosofia» del capitale, è perché puzza in modo nauseante la sua scienza, che è poi la sua pratica, la sua tecnica, la sua arte, i suoi quotidiani conati per tenere saldo lo sbarramento eretto contro il proletariato. Scrivevamo nel 1953 (n. 4 del Programma Comunista) «quanto grande sia la distanza tra il marxismo e la filosofia della borghesia morente, di cui è buon esponente Croce, si rivela dal fatto che mentre il primo, che conosce la derivazione del proletariato dall’avvento capitalista, dà giusta valutazione e utilizzazione ai tre fattori nazionali e dialetticamente svolge la nuova teoria internazionale del proletariato; Croce all’opposto elimina senza riguardi l’empirismo inglese semplicemente in quanto non filosofia, ma pura statistica di fatti e di eventi, il pensiero francese in pretesa pura posizione «teologica», e s’inchina solo al valore storicistico del pensiero tedesco. Ciò avviene appunto perché in questa terza forma lo storicismo è rimasto innocuo e non ha preso forme demolitrici ed è vuoto sia di prospettiva che di tradizione rivoluzionaria, ben attagliandosi ad una classe ormai solo conservatrice».
Tanto più penosa nel 1975 la pretesa di riesumare sotto etichette luccicanti tipo neo-empirismo, neo-positivismo ecc. quelle correnti che noi riconosciamo capaci di prendere forme demolitrici, ma solo nel loro secolo.
I «Cavalieri della tavola rotonda», di magra figura in magra figura, hanno l’ardire di spolverare le incrostazioni neo-idealistiche con l’illusione di riscoprire, con la pura arma della critica, sotto al deposito di spazzatura, «il pensiero positivo», razionale e progressivo. Ma, non casualmente, queste operazioni non hanno avuto altro sbocco che la ricaduta nel misticismo sociologizzante che ha imperversato dal ’68 studentesco e piccoloborghese o nella Canossa di pentimenti ed autocritiche da scontarsi in «esercizi… spirituali» nella casa madre di tutti gli opportunismi, il grande partito staliniano. Esempio «classico», si fa per dire: in mancanza d’altro, il cavaliere Asor Rosa, grande intellettuale e critico del movimento degli intellettuali che in illo tempore (68 e seguenti) sosteneva che la scienza, forza produttiva speciale, era integrata alla struttura economica capitalistica al punto che le forze produttive (di cui essa è parte privilegiata) sarebbero state «compenetrate (!)» nei rapporti di produzione. Traduzione: la rivoluzione non è più possibile perché ormai i rapporti di produzione (Stato, istituzioni) e forze produttive (Classe operaia, forze sociali materiali) vanno perfettamente a braccetto.
Noi non neghiamo che la preoccupazione costante del capitale è di neutralizzare la portata dirompente delle forze produttive e della scienza che è una «costruzione spontanea dei risultati della tecnica e del lavoro nei suoi procedimenti più vantaggiosi, che è irreversibile in quanto nessuno riuscirà a rinunciarvi per motivi di principio o puramente ideologici. Come il lavoro associato passa ogni frontiera, così lo è la registrazione e descrizione dei processi naturali, ma una volta rimossi gli ostacoli delle vecchie scuole e cenacoli teologici e non teologici per l’opera della demolizione critica, diventa abbattimento di poteri statali. Già nel moderno mondo, irretito di menzogne ideologiche ormai più di quello medioevale, la tecnica e la scienza della natura non hanno più patria. Non per nulla Croce le pone fuori della filosofia e vuole che questa si tenga l’umana storia. Quando anche questa sfuggirà alle tenebre del transumanato spirito, anche la scienza di essa storia non avrà più patria e alla fine non avrà più classe». (Programma Comunista n. 4, 1953), ma neghiamo nettamente, altrimenti dovremmo rinunciare alla rivoluzione comunista, che il capitale e i suoi funzionari, in servizio permanente o di complemento, siano in grado di piegare per l’eternità ai suoi fini le forze infernali che incessantemente evoca. Come la Germania di Marx elevata all’ennesima potenza, l’orbe terracqueo dominato dagli opposti imperialismi, marca USA o URSS non importa, è ammalato di troppo sviluppo in alcune aree, e di poco in altre; ma questa perdurante contraddizione non può essere risolta attraverso piani di armonizzazione o di omogeneizzazione. La natura del capitalismo è proprio quella di vivere di questa opposizione. Figuriamoci allora il dispetto degli ideologi della «via nazionale al socialismo», impermaliti che la scienza possa essersi fermata ai confini del patrio suolo, quando bloccata dai solerti doganieri borghesi, quando imbizzita e restia a metter piede nel «bel paese»; il cav. Fantini, lancia in resta, la spunta contro gli antipatriottici capitalisti d’Italia: «Il meccanismo di sviluppo voluto (sottolineato da noi) dal capitalismo italiano non sapeva che farsene della scienza, preferendo puntare sullo sfruttamento intensivo della forza-lavoro, anziché sul rinnovamento tecnologico e sulla competitività qualitativa della nostra produzione. Dobbiamo ora chiederci in questo processo di riconsiderazione del ruolo della scienza, quali obiettivi può dare in positivo, nella situazione della crisi attuale che è essenzialmente frutto di questo meccanismo di sviluppo».
Per questi cavalieri di tanto ardimento e passione, il capitalismo vuole e disvuole a suo piacimento i suoi meccanismi di sviluppo. Lo sfruttamento intensivo della forza-lavoro per questi don Chisciotte non è il frutto della divisione internazionale delle frazioni del capitale, più accentrato dove la composizione organica ha raggiunto tassi più alti; inoltre s’illudono che lo sviluppo tecnologico, in regime capitalistico comporterebbe alleviamento della fatica fisica e mentale della classe operaia, e non come è ferrea legge, espulsione dal posto di lavoro di parte del proletariato sostituito dalle macchine e cacciato ad ingrossare l’esercito di riserva!
Ma a questo punto questi cavalieri hanno poco da criticare lo storicismo di don Benedetto (che almeno non avrebbe mai detto che la tecnologia può risolvere lo sfruttamento, e che pur dopo aver tentato vanamente di smentire armeggiando maldestramente (ma ammettendolo!) con numeri e frazioni (vedi Materialismo storico ed economico marxista), «pur svolazzante nell’eterno spirito della sua libertà, repellente ai nostri schemi e binari storici»… nelle sue manifestazioni sia pure empiriche, come uomo politico, si era schierato dalla parte delle due crociate che nel corso della sua vita hanno guidato alla distruzione del tedesco per reato di innata bestialità»; essi sono i naturali eredi di mille falliti tentativi di mettere in non cale le ferree leggi del capitale, che il cranio di Marx si è limitato a formulare registrando i suoi fenomeni con la precisione delle scienze naturali. Gira e rigira, come avevamo esattamente previsto 50 anni fa, l’ideologia antifascista è riuscita a partorire il topolino neo-positivista, neo-empirista, ancor più piccolo e teoricamente fasullo del sorcio di città della scuola di Croce.
Nonostante la teoria neo-idealistica, il fiuto empirico di don Benedetto gli aveva suggerito di schierarsi contro il fascismo, dopo averlo lusingato e salutato come portatore sano dello Stato forte (s’intende contro il proletariato), e di dar vita alla specie degli «antifascisti che imperversano, ma che ancora non hanno saputo partorire» una teoria dello Stato che non sia quella borghese, una teoria della lotta di classe che non giustifichi la sacra collaborazione e concordia sociale in eterno.
È da allora diventato perfino «fatale» che il blasonato Giovanni Berlinguer, nel clima nepotistico da basso impero del regime demo-opportunista lamenti: «il fascismo ha impedito lo sviluppo scientifico: è una scelta arretrata del capitalismo italiano in funzione autoritaria, favorendo così gli altri paesi» (come a dire che il fascismo è stato troppo poco nazionalista, troppo poco patriottico; ed ha ragione! perché la formula ultra-nazionale non può che essere la via nazional… socialista) «ovunque il fascismo col suo tardo colonialismo non ha esaltato a sufficienza lo sviluppo della scienza e del capitale». Un modo come un altro, come si vede, per ribadire l’aberrante teoria che il capitale ha immense riserve in corpo che soltanto una conseguente democrazia sarebbe in grado di far fruttare. Ed è questa la strada che batte l’opportunismo; inchini e genuflessioni della peggior tradizione positivistica alla tecnica e alla scienza, non importa se agli ordini dello Stato Borghese. Da queste geremiadi al tocco finale e sintetizzatore del filosofo Cerroni il passo è obbligato: costui auspica una «essenziale unità della conoscenza» costernato di fronte ai limiti del metodo scientifico e all’impossibilità di costruire «una scienza unitaria della natura e della società sul dualismo insopprimibile del mondo e perciò anche dei metodi di conoscere». Il dualismo diventa, così espresso, metafisico, una condanna di stampo cristiano-protestantico-borghese-kantiano. Non casualmente infatti costui prosegue: «in tale linea s’incontrano il dualismo kantiano che al mondo della casualità oppone quello della teleologia, il monismo hegeliano che la sussume e dialettizza la scienza nella filosofia, la husserliana registrazione delle crisi della scienza, il neo-kantiano rilancio della contrapposizione tra scienze naturali o nomotetiche e scienze spirituali o ideografiche, la rifondazione esistenzialistica della metafisica heideggeriana e perfino la sociologia comprendente di Max Weber».
Non c’è che dire, dotto, no? Ma lo sbocco?
Niente complicazioni: Le riforme! che dovrebbero rimuovere le prevenzioni nei confronti delle scienze e della tecnica, e spianare la strada alla «transizione al socialismo»! Un po‘ troppo comodo e un po‘ troppo facile: una messe così complessa di contraddizioni si squaglierebbe come neve al sole di fronte alla profilassi delle riforme. Una malattia così grave come la metastasi imperialistica potrebbe essere risolta dalla medicina preventiva. Troppo tardi! Per il comunismo rivoluzionario s’impone il taglio chirurgico della rivoluzione proletaria, capace di far scoppiare il bubbone delle contraddizioni e di intervenire solo dopo, perché solo dopo è possibile, con graduali e razionali riforme. Respingiamo così sul terreno teorico, la pretesa dei signori cavalieri della tavola rotonda di neutralizzare la tanto deprecata «filosofia» con un semplice critico colpo di spugna per far posto alla tanto corteggiata «scienza». La critica teoretica e la scienza sono soltanto il riflesso, seppur potente, della profonda trasformazione che la lotta tra capitale e lavoro ha prodotto nella storia moderna, e non semplicemente «quel metodo sperimentale che ha consentito in tutta una serie di discipline di mettere a riposo la filosofia»: noi stiamo col lucido Engels che quando dice che «il tracollo della Naturphilosophie genera le moderne scienze» non dimentica che «questo tracollo non è un risultato del puro pensiero, ma una necessità della produzione capitalistica, non un’operazione di logica formale, ma un tragico e faticoso processo dialettico».
«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall'insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.5
TRADIZIONE DI COMPORTAMENTO DEL PARTITO NELLE LOTTE OPERAIE
La polemica sull’atteggiamento dei comunisti nelle lotte economiche risale a Marx, incoraggiatore, contro Proudhon, delle coalizioni operaie, a Lenin, sostenitore della necessità dei sindacati economici aperti a tutti i proletari, alla III Internazionale in lotta contro il consiliarismo gramsciano e kapedeista fondatore di sindacati «rivoluzionari». L’Internazionale viene ancora oggi accusata dagli spontaneisti di aver tirato indietro il proletariato tedesco per avere impedito la scissione dei grandi sindacati diretti dagli opportunisti ed aver costretto i comunisti a rimanere in essi per lavorare alla loro conquista. In effetti nel primo dopoguerra si contrapposero in seno al movimento operaio due linee: la comunista marxista con la parola di «conquista dei sindacati», l’anarchia e spontaneità con la parola di «distruzione dei sindacati». Contemporaneamente, e non a caso il comunismo marxista fu per la netta distinzione del partito nei confronti degli altri organismi di classe, l’anarchismo spontaneista, al contrario, per una progressiva «proletarizzazione», cioè diluizione del partito negli organismi operai. La polemica si ripresenta oggi chiara e netta e per questo tutte le nostre tesi avvertono che l’azione sindacale del partito è un tratto distintivo di esso contro tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito marxista è il più accanito sostenitore della necessità di tutti gli operai di organizzarsi sul terreno della difesa economica, della necessità degli organismi operai «apolitici», cioè aperti a tutti i proletari che vogliono combattere contro il capitale per la loro difesa fisica, senza preclusioni di ordine ideologico o politico; nello stesso tempo, e proprio per questo, il marxismo è il sostenitore più accanito della «chiusura» del partito politico, della sua intransigenza dottrinaria e teorica, della sua rigida selezione organizzativa.
Questa linea storica percorre tutte le vicende del movimento operaio, perché è legata alla concezione marxista stessa della lotta di classe; mentre l’altra è legata ad una concezione idealista, educazionista e culturalista della classe. Per il partito marxista la lotta delle classi nasce sul materiale terreno economico delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico. È lo svolgersi di queste contraddizioni che porta, costringe la classe operaia a combattere. Ed è nel corso di questo combattimento, che gli operai sono costretti ad ingaggiare per non condannare se stessi alla fame, alla miseria, alla morte, che viene alimentata e rafforzata la visione del superamento rivoluzionario della società attuale, visione che si compendia nel partito, cioè in un organo la cui caratteristica è il possesso della coscienza storica della classe. Questa coscienza non è dei proletari per la loro posizione nella produzione, né degli organismi che essi formano per la loro difesa nei confronti del sistema capitalistico: è di un organo speciale a visione completa del processo storico, cioè del partito di classe. Ma fra lotta della classe operaia e potenza del partito politico esiste un nesso inscindibile: è nella misura in cui gli operai ingaggiano il combattimento per la difesa del loro pane quotidiano, nella misura in cui questa difesa urta sempre più contro le strutture capitalistiche, nella misura in cui si generalizza e si estende, che l’indirizzo totalitario del partito penetra per mille legami in seno alla classe, che il partito costruisce la sua potenza organizzativa accogliendo nel suo seno i migliori proletari, quei proletari che l’azione stessa ha condotto all’altezza della visione generale e storica del partito. Così le nostre tesi hanno sempre tracciato questo parallelo: man mano che la lotta operaia sul terreno economico decresce e si affievolisce, l’organo partito si restringe e perde i suoi collegamenti con la massa proletaria; l’estendersi della lotta proletaria di difesa economica fornisce, al contrario, al partito di classe il terreno del suo rafforzamento e del suo collegamento con il grosso del proletariato. Il marxismo, infatti, non è una ideologia: è la descrizione scientifica del percorso della classe proletaria verso la sua totale emancipazione. E questo percorso diventa accessibile ai proletari nella misura in cui essi sono capaci di ingaggiare il combattimento per la difesa delle proprie condizioni di vita. La potenza della lotta operaia economica è, perciò, garanzia di rafforzamento del partito, alimento al ritessersi della sua potente organizzazione di battaglia. Senza questa base, fin dai tempi di «Lavoro salariato e Capitale», i comunisti hanno affermato che la classe operaia si rende impotente a combattere per qualsiasi superiore esigenza.
Le nostre tesi di Roma del 1922 presentano di questo inscindibile nesso un quadro chiaro e definitivo:
- Il partito comunista, partito politico della classe proletaria, si presenta nella sua azione come una collettività operante con indirizzo unitario. I moventi iniziali pei quali gli elementi ed i gruppi di questa collettività sono condotti ad inquadrarsi in un organismo ad azione unitaria sono gli interessi immediati di gruppi della classe lavoratrice suscitati dalle loro condizioni economiche. Carattere essenziale della funzione del partito comunista è l’impiego delle energie così inquadrate per il conseguimento di obbiettivi che, per essere comuni a tutta la classe lavoratrice e situati al termine di tutta la serie delle sue lotte, superano attraverso la integrazione di essi gli interessi dei singoli gruppi e i postulati immediati e contingenti che la classe lavoratrice si può porre.
- La integrazione di tutte le spinte elementari in una azione unitaria si manifesta attraverso due principali fattori: uno di coscienza critica, dal quale il partito trae il suo programma, l’altro di volontà che si esprime nello strumento con cui il partito agisce, la sua disciplinata e centralizzata organizzazione.
- Presentando il massimo di continuità nel sostenere un programma e nella vita della gerarchia dirigente (al di sopra delle sostituzioni personali di capi infedeli o logorati) il partito presenta anche il massimo di efficace ed utile lavoro nel guadagnare il proletariato alla causa della lotta rivoluzionaria. Non si tratta qui semplicemente di un effetto di ordine didattico sulle masse e tanto meno della velleità di esibire un partito intrinsecamente puro e perfetto, ma proprio del massimo rendimento nel processo reale per cui, come meglio si vedrà innanzi, attraverso il sistematico lavoro di propaganda, di proselitismo e soprattutto di attiva partecipazione alle lotte sociali, si effettua lo spostamento dell’azione di un sempre maggior numero di lavoratori dal terreno degli interessi parziali e immediati a quello organico e unitario della lotta per la rivoluzione comunista.
- La delimitazione e definizione dei caratteri del partito di classe, che sta alla base della sua struttura costitutiva di organo della parte più avanzata della classe proletaria, non toglie, anzi esige, che il partito debba essere collegato da stretti rapporti col rimanente del proletariato.
- La natura di questi rapporti discende dal modo dialettico di considerare la formazione della coscienza di classe, e della organizzazione unitaria del partito di classe che trasporta una avanguardia del proletariato dal terreno dei moti spontanei parziali suscitati dagli interessi dei gruppi su quello della azione proletaria generale, ma non vi giunge con la negazione di quei moti elementari, bensì consegue la loro integrazione ed il loro superamento attraverso la viva esperienza, con l’incitarne la effettuazione, col prendervi parte attiva, col seguirli attentamente in tutto il loro sviluppo.
- L’opera di propaganda della sua ideologia e di proselitismo per la sua milizia che il partito continuamente compie è dunque inseparabile dalla realtà dell’azione e del movimento proletario in tutte le sue esplicazioni; ed è un banale errore il considerare contraddittoria la partecipazione a lotte per risultati contingenti e limitati con la preparazione della finale e generale lotta rivoluzionaria. La esistenza stessa dell’organismo unitario del partito con le indispensabili condizioni di chiarezza di visione programmatica e di saldezza di disciplina organizzativa, dà la garanzia che mai verrà attribuito alle parziali rivendicazioni il valore di fine a sé medesime, e si considererà soltanto la lotta per raggiungerle come un mezzo di esperienze e di allenamento per la utile e fattiva preparazione rivoluzionaria.
- Il partito comunista partecipa, quindi, alla vita organizzativa di tutte le forme di organizzazione economica del proletariato aperte a lavoratori di ogni fede politica (sindacati, consigli di azienda, cooperative, ecc.). Posizione fondamentale per l’utile svolgimento dell’opera del partito è il sostenere che tutti gli organi di tal natura debbono essere unitari, cioè comprendere tutti i lavoratori che si trovano in una specifica situazione economica. Il partito partecipa alla vita di questi organi attraverso la organizzazione dei suoi membri che ne fanno parte in gruppi o cellule collegate alla organizzazione del partito. Questi gruppi, partecipando in prima linea alle azioni degli organi economici di cui fanno parte, attirano a sé e quindi nelle file del partito politico quegli elementi che nello sviluppo dell’azione si rendono maturi per questo. Essi tendono a conquistare nelle loro organizzazioni il seguito della maggioranza e le cariche direttive divenendo così il naturale veicolo di trasmissione delle parole d’ordine del partito. Si svolge, così, tutto un lavoro che è di conquista e di organizzazione, che non si limita a fare opera di propaganda e di proselitismo e campagne elettorali interne nelle assemblee proletarie, ma si addentra soprattutto nel vivo della lotta e dell’azione, assistendo i lavoratori nel trarne le più utili esperienze.
- Tutto il lavoro e l’inquadramento dei gruppi comunisti tende a dare al partito il definitivo controllo degli organi dirigenti degli organismi economici, e in prima linea delle centrali sindacali nazionali che appaiono come il più sicuro congegno di direzione dei movimenti del proletariato non inquadrato nelle file del partito. Considerando suo massimo interesse l’evitare le scissioni dei sindacati e degli altri organi economici, fino a quando la dirigenza ne resterà nelle mani di altri partiti e correnti politiche, il partito comunista non disporrà che i suoi membri si regolino nel campo della esecuzione dei movimenti diretti da tali organismi in contrasto con le disposizioni di essi per quanto riguarda l’azione, pur svolgendo la più aperta critica dell’azione stessa e dell’opera dei capi.
- Oltre a prendere parte in tal modo alla vita degli organismi proletari naturalmente sorti per la pressione dei reali interessi economici, e all’agevolare la loro diffusione e rafforzamento, il partito si sforzerà di porre in evidenza con la sua propaganda quei problemi di reale interesse operaio che nello svolgimento delle situazioni sociali possono dar vita a nuovi organismi di lotta economica. Con tutti questi mezzi il partito dilata e rafforza la influenza che per mille legami si estende dalle sue file organizzate a tutto il proletariato approfittando di tutte le sue manifestazioni e possibilità di manifestazioni nella attività sociale.
- Totalmente erronea sarebbe quella concezione dell’organismo di partito che si fondasse sulla richiesta di una perfetta coscienza critica e di un completo spirito di sacrificio in ciascuno dei suoi aderenti singolarmente considerato e limitasse lo strato della massa collegato al partito ad unioni rivoluzionarie di lavoratori costituite nel campo economico con criterio secessionista e comprendendo solo quei proletari che accettano dati metodi di azione.
Questo modo dialettico del formarsi della coscienza di classe, secondo il quale i migliori operai si selezionano all’altezza del partito attraverso la lotta e l’esperienza in essa acquisita e la propaganda del partito non è «pedagogia rivoluzionaria», ma poggia sul dato materiale dell’appoggio e dell’intervento in ogni lotta spontanea, dell’incitamento a condurla, nel suo essere in prima fila nelle lotte economiche.
Questo entusiastico appoggio che il partito mostra verso ogni episodio anche minimo di reazione operaia all’oppressione borghese, l’entusiasmo per ogni episodio in cui il proletariato o reparti anche limitati di esso ingaggiano la lotta per la difesa del pezzo di pane dall’ingordigia padronale, senza sapere, senza conoscere, spinti solo dalle determinazioni del loro stomaco o della loro sopravvivenza, questa lealtà per cui l’operaio comunista non è il «sapiente, il cosciente, l’apostolo o l’eroe», ma il migliore compagno di lotta dei suoi fratelli sfruttati e li assiste nel trarre le più utili esperienze dalle loro lotte stesse, è un tratto distintivo del partito di classe, da Marx in poi: è Carlo Marx che in «Lavoro salariato e Capitale», dimostra la validità delle lotte proletarie per il pezzo di pane, la loro necessità e distrugge il falso scientificismo dell’economia borghese per la quale, ogni aumento di salario determinando un conseguente aumento dei prezzi, avrebbe reso inutile la lotta e l’organizzazione economica degli operai. Marx dimostra che ciò non è vero, che i rapporti di forza fra le classi determinano la divisione del prodotto sociale, che l’operaio non deve accettare come un dato di fatto inevitabile l’abbassamento dei salari, ma deve difendere la sua vita fisica contro l’assalto quotidiano delle classi avversarie e conclude con l’ammissione che la lotta economica è sì lotta contro gli effetti e non contro le cause stesse dello sfruttamento capitalistico, ma, afferma, questo non per diminuirla o per prenderne le distanze, bensì per affermare che, se gli operai «rinunciassero per viltà a questa lotta», si chiuderebbero con ciò stesso la strada per le lotte più grandi e più generali. Ogni episodio in cui un gruppo seppur minimo di operai è capace di non «rinunciare per viltà» alla difesa del pane quotidiano, in cui una parte anche limitata della classe è disposta a fare argine, anche nelle forme più imperfette e contraddittorie, per la difesa di se stessa e della sua vita fisica, non è visto dal partito con la sufficienza dell’intellettuale che vorrebbe vedere la classe muoversi per motivi un po‘ meno meschini, un po‘ più ideali, e che, secondo le tesi di Roma, richiede «perfetta coscienza critica e completo spirito di sacrificio in ciascuno dei suoi aderenti singolarmente considerato», altra faccia dell’intellettualistico «fondare associazioni operaie nel campo economico con criterio secessionista, cioè accogliendo solo quei proletari che accettano determinati metodi di azione»; è visto con l’entusiasmo proprio del militante rivoluzionario che sa come ciò costituisca una garanzia della ripresa futura in grande del moto di classe, una manifestazione anche piccola, di ciò che la classe potrà essere in situazioni più favorevoli e più esplosive, e potrà esserlo proprio perché non è vile, fosse pure in uno solo dei suoi reparti, nella battaglia quotidiana contro le classi possidenti. Tutte le nostre tesi tendono a mettere in evidenza uno spirito, una fisionomia che è tipica del partito di classe contro tutti gli altri. «I proletari non ci giudicano da quello che diciamo, ma da quello che facciamo!» dicemmo nel 1922 e quello che i comunisti fanno, da quando il marxismo è nato si riassume così:
«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che rivendica un tozzo di pane e lo difende dall’ingordigia padronale, ma contro lo stato presente, le sue istituzioni i suoi partiti».
L’anarco-sindacalismo non ha mai rappresentato una sopravvalutazione dell’azione difensiva del proletariato sul terreno economico contrapposta all’azione generale politica; è consistito in una negazione di tutte e due le azioni contemporaneamente: è solo il partito marxista che, chiuso e dogmatico nel suo indirizzo politico, esalta la lotta del proletariato anche sul terreno puramente economico e «corporativo».
È questo lo spirito che distingue il Partito e dà a tutta la sua azione un carattere particolare, attraverso il quale i proletari saranno portati a riconoscerlo ed a seguirlo. Perché i proletari non faranno un esame di marxismo ai raggruppamenti politici esistenti, ma sentiranno e vedranno il loro partito in prima linea nelle loro lotte, nei posti più avanzati e pericolosi della trincea di classe.
Questo spirito proletario del partito, questo entusiastico appoggio ai più limitati movimenti degli operai si ritrova anche nelle Tesi della Internazionale Comunista. Intendiamo metterlo in rilievo, perché è essenziale per il partito il quale non sbaglierà mai per insufficienza di preparazione teorica individuale dei suoi militanti, non sbaglierà per aver male interpretato un versetto di un testo, ma, per quanto piccolo, organizzativamente inesistente, deve mantenere il suo spirito di battaglia in seno alla classe operaia perché la perdita di esso costituirebbe errore irreparabile.
Bisogna condurre l’agitazione comunista tra le masse proletarie in modo tale che i proletari militanti riconoscano la nostra organizzazione comunista come quella che deve dirigere lealmente e coraggiosamente, con previdenza ed energia, il loro movimento verso un fine comune. A tal fine i comunisti devono prendere parte a tutte le lotte spontanee a tutti i movimenti della classe operaia e prendersi cura della salvaguardia degli interessi operai in tutti i conflitti contro i capitalisti a proposito della giornata lavorativa ecc. Facendo ciò i comunisti devono occuparsi energicamente delle questioni concrete della vita degli operai, aiutarli ad affrontare tutti i problemi che hanno, attirare la loro attenzione sui più clamorosi abusi, aiutarli a formulare esattamente, in forma pratica, le loro rivendicazioni ai capitalisti e allo stesso tempo sviluppare fra loro lo spirito di solidarietà e la coscienza della comunanza dei loro interessi e di quelli degli operai di tutti i paesi, perché interessi di una classe unica, che costituisce una parte dell’esercito mondiale del proletariato. Soltanto prendendo costantemente parte a questo lavoro quotidiano capillare assolutamente necessario, impegnando tutto il suo spirito di sacrificio in tutte le lotte del proletariato, il partito comunista può svilupparsi in un vero partito comunista. Sarà soltanto grazie a questo lavoro che i comunisti si distingueranno dai partiti socialisti puramente propagandistici e reclutatori, che hanno fatto il loro tempo e la cui attività consiste soltanto in riunioni dei membri, in discussioni sulle riforme e nell’utilizzazione delle possibilità offerte dal parlamentarismo. La partecipazione cosciente e devota di tutta la massa dei membri di un partito alla scuola delle lotte e degli scontri quotidiani tra sfruttati e sfruttatori è non soltanto la premessa indispensabile per conquistare, ma in misura ancora più larga per realizzare la dittatura del proletariato. Soltanto ponendosi alla testa delle masse operaie nelle costanti scaramucce contro gli attacchi del capitale il partito comunista può diventare capace di trasformarsi in tale avanguardia della classe operaia, di imparare sistematicamente a dirigere di fatto il proletariato e di acquistare i mezzi per preparare coscientemente l’abbattimento della borghesia. I comunisti devono essere mobilitati in gran numero per prendere parte al movimento degli operai soprattutto durante gli scioperi, le serrate e gli altri scontri di massa. I comunisti commettono un errore assai grave se si richiamano al programma comunista e ai temi della battaglia decisiva per giustificare un atteggiamento passivo o negligente o anche ostile nei confronti delle lotte quotidiane che gli operai ingaggiano oggi per miglioramenti anche poco importanti delle loro condizioni di lavoro. Per quanto limitate e modeste possano essere le rivendicazioni per soddisfare le quali l’operaio è già pronto, oggi, a scendere in campo contro i capitalisti, i comunisti non devono mai prenderle a pretesto per tenersi fuori dallo scontro. La nostra attività di agitazione non deve dar luogo all’idea che i comunisti siano istigatori ciechi di scioperi stupidi e di altre azioni insensate; dobbiamo invece guadagnarci dappertutto, tra gli operai militanti, la fama dei migliori compagni di lotta (Tesi del III Congresso).
Questo atteggiamento del partito verso le lotte proletarie è valido per tutti i paesi e per tutti i tempi e non subisce variazioni con il variare delle situazioni storiche.
LOTTA ECONOMICA E LOTTA POLITICA
Infatti per il marxismo, il trapasso fra la mera e limitata difesa del pane quotidiano e le forme difensive ed offensive più ampie della lotta operaia non è il prodotto di soggettiva volontà, ma di dati oggettivi: la profondità delle contraddizioni capitalistiche, l’estensione del movimento operaio economico, la sua durata, il suo resistere alle pressioni capitalistiche, il suo urtare contro la impossibilità del regime capitalistico a mantenere in vita la massa degli operai, la tradizione combattiva dei salariati e delle loro organizzazioni, la presenza del partito; sono questi gli elementi che determinano l’ampiezza ed anche la «coscienza relativa» del moto di classe.
I proletari europei del I dopoguerra erano in grado di impostare la difesa delle loro condizioni di vita in forme ed a livelli oggettivamente rivoluzionari, avevano una chiara nozione non solo del combattimento in sparsi gruppi per il pane ed il lavoro, ma anche della necessità di azioni più ampie, difensive ed offensive, contro la reazione padronale e statale, avevano netta l’idea dell’uso della violenza e delle armi nella lotta di classe e furono sul punto di ingaggiare la lotta aperta per la conquista del potere politico. Ma questo avveniva non nella negazione o nel superamento del mero terreno rivendicativo economico, sindacale, bensì nell’approfondirsi della lotta su questo terreno. Più la lotta per la difesa del pane divampava ed urtava contro le terribili difficoltà del regime capitalistico, più si faceva aspra la necessità di difendere un posto di lavoro, più gli operai acquistavano la nozione di essere una classe, più si presentava alla loro stessa esperienza la questione del potere politico. Agivano in questo senso tradizioni di battaglia entrate da decenni nella carne e nel sangue anche dell’ultimo degli operai, tradizioni tradite, ma non spente di lotta feroce contro lo sfruttamento capitalistico a prezzo di morti sulle piazze e di anni di galera comminati ad operai e scioperanti, agiva in questo senso il ricordo vicino del fucile impugnato per combattere sui fronti di guerra e che pure l’operaio aveva così imparato a maneggiare secondo la meravigliosa espressione di Lenin.
Di conseguenza il proletariato del primo dopoguerra fornì partiti comunisti a centinaia di migliaia di effettivi e fu capace di reazione classista organizzando la sua difesa contro le bande fasciste e le forze statali. Non era questo qualcosa di più della lotta economica, era la lotta economica assurta a lotta generale e, perciò, di classe, ad una profondità e ad un livello di radicalità che si esprimeva particolarmente nella forza del partito politico.
La lotta rivoluzionaria di classe non è un superamento della lotta economica: è la lotta economica giunta ad un grado di asprezza e di estensione determinati ed in presenza di un partito politico al quale le vicende della lotta stessa hanno dato la possibilità di esercitare un’influenza su tutta la classe operaia, ricostituendo tra l’altro in questa lotta la sua propria rete organizzativa. Ci serviamo di questi semplici elementi della nostra dottrina per ricacciare nel ridicolo le scoperte gruppettare di «comitati di autodifesa proletaria contro il fascismo» e simili. Ha ben risposto il nostro giornale che i proletari che non riescono a difendere il loro pane quotidiano contro il padronato, a svolgere un’azione, seppur minima, sul terreno salariale ed economico non possono esprimere nessuna autodifesa contro nessun fascismo.
La rinascita degli organismi economici di classe è premessa indispensabile alla possibilità di una lotta talmente ampia della classe che trapassi dal terreno puramente difensivo all’offensiva rivoluzionaria.
DESCRIZIONE DELLA TRAGEDIA STORICA DI CINQUANTA ANNI
Termini della situazione nel I dopoguerra: il proletariato europeo dotato di una tradizione di battaglia formidabile, di organizzazioni economiche di classe a milioni di effettivi, di organismi politici che mai hanno cessato, almeno verbalmente, una certa preparazione anche psicologica all’attacco contro lo Stato borghese, si trova precipitato nella catastrofe della guerra ad opera dei suoi capi traditori. Il dopoguerra segna immediatamente una ripresa della lotta di classe che, poggiata sulla base di una crisi generale del sistema capitalistico, raggiunge vertici di radicalità rivoluzionaria. I sindacati, diretti da opportunisti e socialdemocratici, ma con tradizioni e strutture classiste, divengono i veri focolai della resistenza operaia. L’indirizzo opportunista si scontra quotidianamente con la vivacità delle reazioni operaie che tendono ad approfondire e generalizzare le lotte economiche. L’influenza internazionale del partito insieme alla profondità della crisi economica pone oggettivamente la questione del trapasso dalla lotta di difesa economica all’assalto rivoluzionario armato e generale. I sindacati operai passano sul terreno rivoluzionario, si trasformano in sindacati rossi e questo esprime l’imminenza della battaglia finale.
Questa battaglia il proletariato europeo l’ha perduta. Si sono concatenati vari fattori che hanno contribuito alla sconfitta: il riflusso delle lotte proletarie demoralizzate dal disfattismo socialdemocratico, e già visibile nel 1921, gli errori tattici dell’Internazionale che non solo hanno favorito questo riflusso, ma hanno deformato lo stesso partito ricacciandolo nella palude opportunista, il crollo della dittatura proletaria nella Russia isolata e l’affermarsi dello stalinismo nel movimento operaio mondiale.
Questa colossale e totale vittoria capitalistica sulla classe proletaria ha fatto sì che le tendenze già insite nello svolgersi del modo di produzione capitalistico e nella politica dell’opportunismo socialdemocratico non abbiano più trovato ostacoli al loro realizzarsi. Parallelamente al dissolversi del partito di classe, alla rottura dei mille fili che lo legavano alla classe si è potuta svolgere, senza remore ed ostacoli, la vicenda della trasformazione degli organismi economici di classe in sindacati tricolori in tutti i paesi industriali del mondo; parallelamente si è potuta potenziare la funzione, non a noi sconosciuta, del riformismo statale, della creazione di spesse stratificazioni di aristocrazia operaia, delle mille forme assistenziali con cui lo Stato borghese ha potuto circondare la classe operaia, auspice e maestro il fascismo italiano e tedesco.
Da cinquanta anni si svolge in maniera totalitaria una azione di demolizione della tradizione di classe in tutte le forme in cui essa si manifestava nel primo dopoguerra. Non è solo una demolizione di ordine ideologico e psicologico che il nemico compie, ma di ordine pratico, materiale, organizzativo anche, finanziario perfino. L’espressione più chiara di questa opera di demolizione che in Italia dovette compiersi a mano armata dalle bande fasciste, ma che si è compiuta, purtroppo pacificamente o quasi, in tutti i paesi europei, sono i sindacati operai del II dopoguerra. In essi è scomparsa ogni ombra del vecchio sindacalismo di classe. Anche in questo senso il fascismo ha vinto la II guerra mondiale: lasciando in eredità ai vincitori il suo sindacalismo tricolore subordinato in politica ed in prassi ed anche in organizzazione agli interessi «generali» dell’economia nazionale e dello Stato borghese. «Gli interessi operai entro i limiti della Nazione!» era il grido dei riformisti del 1922, realizzato dal fascismo ed ereditato da tutte le organizzazioni operaie del post-fascismo.
Che cosa significa questo? Il partito è il solo a comprendere che questo è un risultato storico dello svolgersi sfavorevole dei rapporti di forza fra le classi a livello mondiale non una «novità» del sistema capitalistico. La classe proletaria riempita di ideologismi patriottici e nazionali, le sue riserve materiali e psicologiche, i mille legami che la uniscono psicologicamente e materialmente al resto del popolo, al «proprio» Stato, alla «propria» economia da una parte, la riduzione del partito di classe ad un piccolo raggruppamento senza collegamenti con la classe operaia e senza nessuna influenza su di essa dall’altra, sono due facce della stessa medaglia.
Questa situazione reale è stata sempre riconosciuta dal partito il quale in tutte le sue tesi si è posto il compito di trasportare la fiaccola della rivoluzione attraverso l’arco storico di cinquant’anni di sconfitta e di ritirata. Il trasporto non è di sole nozioni teoriche, il che sarebbe assurdo, ma di indirizzo e di metodi d’azione, cioè del partito in quanto tale anche se i suoi ranghi sono ristretti e la sua influenza è nulla e che sarà compito delle vicende materiali rafforzare organizzativamente e ricollegare con le masse in lotta. Perciò la ripresa, sotto la spinta della crisi capitalistica, avverrà anch’essa su tutti e due i fronti sui quali si è operata la sconfitta: la classe si doterà di nuovo di una rete economica associativa di classe e del partito politico, termini inscindibili del processo rivoluzionario.
Il proletariato non salterà lo stadio rivendicativo economico della lotta e della organizzazione per passare a pretese «forme superiori» di azione. I percorsi possono essere accelerati non saltati. L’importante è, per noi, il postulato della rinascita, dal seno delle contraddizioni economiche capitalistiche, della lotta operaia per la difesa delle materiali condizioni di vita e di lavoro e della conseguente organizzazione economica di classe, dei sindacati di classe che si contrapporranno frontalmente al sindacalismo tricolore attuale. Tutte le nostre tesi parlano in questo senso e ripropongono la posizione già citata, di Marx: la classe proletaria deve superare la «viltà storica» in cui è stata gettata in questi cinquant’anni. La ripresa delle lotte e dell’organizzazione sul terreno economico da parte proletaria creerà il terreno favorevole al rafforzamento autonomo del partito rivoluzionario di classe che, nelle vicende della lotta, riorganizzerà le sue file e ristabilirà la sua influenza sul proletariato.
Non c’è altra strada, non ci può essere altra strada senza che tutta la costruzione marxista crolli. E l’aver menomamente confuso questa prospettiva ha danneggiato fino a spezzarle la nostra organizzazione nel 1973. Perché fuori da questa prospettiva non c’è altro che l’extraparlamentarismo intellettualistico e falsamente rivoluzionario.
Siamo in una situazione arrovesciata rispetto al primo dopoguerra, ma questo non cambia i compiti e l’atteggiamento del partito verso la classe operaia. E definire i termini della situazione attuale deve servire al partito per comprendere quali siano i modi e gli strumenti adatti a ripercorrere una strada che non può essere che quella di sempre. Non si cambierà strada!