International Communist Party

Il Partito Comunista 7

Il vero volto del regime capitalistico

Mentre l’opportunismo, pontefice massimo Berlinguer (vedi relazione preparatoria del XIV congresso del P.C.I.) fa appello penosamente a tutte le forze «della ragione, del progresso e della pace», perché la già intricata crisi del capitale non sfoci nella «irrazionalità», perfino ambienti notoriamente «illuminati» della borghesia ammettono che è sempre più insistente il richiamo alla guerra (vedi Espresso 17.11.1974). Tutto questo prima ancora che il volto di Kissinger, perennemente sorridente e distensivo, non avesse calato la maschera mettendo in mostra i denti rapaci del lupo da guardia di Sua Maestà l’Imperialismo.

Non è semplicemente, si ammette, questione di petrolio, di crisi monetaria, di toppe da appiccicare qua e là; tutti questi fatti, apparentemente slegati, sono invece in stretta connessione tra loro. Purtroppo il loro significato è estremamente allarmante: ciascuno di essi, e tutti insieme, dimostrano che l’economia mondiale è entrata in un tunnel senza uscita; o meglio: con una sola uscita, la guerra.

Ma allora, questa tanto deprecata violenza (quella dei proletari!) con tutti i mezzi esorcizzata e camuffata da tavole rotonde, negoziati, congressi, è ragionevole o no? A sentire borghesi ed opportunisti in congiura, dopo trenta anni di appelli alla ragione, all’«uomo adulto» contro «l’infantilismo dei popoli e dei demagoghi» questo flagello (classico termine fideistico e medievale) sembra riapparire come uno spettro, improvvisamente.

L’«intelligenza» uscirebbe ancora una volta per un incomprensibile «astuzia della ragione» o «sragione», e troverebbe la democrazia impreparata, la verginella! E invece non è così.

Noi non abbiamo mai accettato di scindere le due facce del Capitale, democratico, e in apparenza accomodante, quando può distribuire briciole dal banchetto pingue ai poveri lazzari di proletari, protervo e bieco quando la torta si restringe e troppi invitati cominciano a darsi spintoni per raccogliere i rifiuti. Abbiamo respinto fin dal 1922 la pretesa di opportunisti impenitenti e borghesi furbi che il proletariato dimenticasse per un momento le sue rivendicazioni e finalità di classe per aver ragione della «nuova», feroce, forma di dominio dei cosiddetti reazionari fascisti armati di manganello e olio di ricino.

Sostenemmo, soli, che quello era il terreno più adatto per smascherare una volta per tutte la «democrazia», l’illusione del Capitale di comporre pacificamente e ragionevolmente le sue forze infernali in ebollizione.

La nostra passione e lucidità non ebbe «ragione» delle obiettive forze rimesse in gioco dalla «stabilizzazione» capitalistica, dalla ritirata proletaria favorita dalle incertezze e dal tradimento.

Respingemmo con le esigue forze rimaste la pretesa che il proletariato si schierasse a difesa della «ragione» democratica e anglo-sassone, contro la «follia teutonica» dell’imbianchino sanguinario: non avemmo timore di ribadirlo anche senza l’illusione che la controrivoluzione non fosse passata come un rullo compressore sulla volontà di lotta della classe operaia. Ma, nonostante tutto non abbassaamo mai la guardia nei confronti della dilagante «intelligenza» della troppa «scienza e cultura» davanti alle allettanti promesse di pace e di benessere; e non perché affetti dalla mistica malattia dell’«isolamento» e della purezza rivoluzionaria, ma perché la nostra «ragione» è diversa, antagonistica e incompatibile con quella borghese, democratica o fascista non importa. Non abbiamo mai creduto ad un’unica Ragione, al di sopra delle classi sociali e dei loro antagonistici interessi ed ideali, abbiamo creduto alla lotta inevitabile perché si affermasse la ragione di classe. Per questo ci sentiamo esaltati, e perché no, anche nella nostra intelligenza, quando i signori detentori del ferro e della scienza sono costretti ad ammettere la loro impotenza, la loro paura, e a fare appello alla tanto deprecata «barbarie», alla violenza e alla guerra.

Ed allora, chi sono i sanguinari, i folli, i mistici? Di fronte al fallimento di tutte le tecniche riesplode perentorio il conflitto insanabile e non per mancanza di benessere o di scienza o di cultura (ce n’è anche troppa!!) ma perché il benessere e la scienza borghese sono segno del privilegio della classe, che non ha mai avuto altra preoccupazione che quella di escogitare gli strumenti, accattivanti o minacciosi, per impedire ai nullatenenti l’accesso al godimento dei beni prodotti dal loro sangue e la loro fatica. Nello sbandamento generale il nostro Partito ha saputo mantenere fermo il metro di misura, la visione del movimento complessivo delle forze sociali. Anche quando, al momento delle «vacche grasse» ci si poteva illudere che il capitale fosse capace di correggersi, di avere un volto umano, e si additavano le stridenti contraddizioni come frutto di «ritardi» inevitabili e colmabili a forza di scienza e tecnica, non abbiamo abbandonato il nostro barometro, capace di prevedere la tempesta anche quando quello dei nemici di classe sembrava fermo sul sereno.

Oggi, l’impotente scienza del Capitale vede flagelli da tutte le parti, riconosce che il cosiddetto «terzo o quarto» mondo è affamato, oppresso da spregevoli distorsioni, da élite dirigenti ingorde e truci; allora non si vergogna di fare appello a tutte le stregonerie, perfino al Demonio tenuto sotto naftalina da parassiti e istituzioni chiesastiche per ogni eventualità. Una vera vergogna per la «ragione borghese!».

Questo è il vero volto del Capitale, incapace da oltre un secolo, da quando cioè noi facciamo datare la sua fase imperialistica, di determinare sviluppi progressivi per l’umanità, costretto dall’incalzare della sola classe capace di rivoluzione sociale, il proletariato, a riportare in auge le vecchie forze del passato, con tutto il loro apparato oscurantista e repressivo.

Così, sottovoce oggi, scompostamente domani, il Capitale si inoltra nel sentiero di guerra, che non ha mai abbandonato: non teme di minacciare l’annientamento totale. Per noi è una conferma, contro tutte le illusioni sulle possibilità di «coesistenza pacifica» di impossibili «equilibri del terrore» e altri mezzi degni della più squallida letteratura fantascientifica.

La guerra è l’espressione necessaria dell’impossibilità del modo di produzione capitalistico di svolgersi in forma pacifica, secondo le «magnifiche sorti e progressive» tanto decantate dalla bolsa socialdemocrazia e coniugate dai traditori staliniani nella presunta nuova teoria della «irreversibilità della distensione».

La guerra è preparata ogni giorno dalla violenza di un modo di produzione che per estorcere plusvalore non può fidarsi esclusivamente dei sorrisi e delle promesse, ma ha bisogno di strumenti materiali di pressione capaci di passare dalle minacce ai fatti brutali.

Parafrasando Clausewitz, visto che tanti oggi lo citano con sussiego, la guerra per il capitale è la continuazione della politica con altri mezzi; è la constatazione che un certo assetto economico e politico è inadeguato allo sviluppo delle forze produttive e ai rapporti sociali che ne scaturiscono. L’irresistibile, obiettiva necessità del Capitale non solo di riprodursi, ma di riprodursi in forma allargata, travolge le barriere che gli vengono opposte, travolge trattati, dichiarazioni dei diritti, professioni di fede, belati più o meno sinceri.

Ma, si dirà, come si è detto per oltre venti anni a base di marce della pace, oggi in disuso, di sit-in di pacifisti, di congressi e agapi varie: «la borghesia non può premere il bottone atomico perché salterebbe in aria anch’essa!». Si dimentica che non solo il «fascismo reazionario» e il «nazismo barbaro» non hanno esitato a scatenare la guerra con le sue brutture, ma che la «democratica, pacifica America» ha dato il primo esempio dell’uso dell’arma atomica, e quello che è peggio, alla fine del 2° conflitto mondiale, maramaldeggiando con un nemico ormai fuori causa, per aumentare il suo peso al tavolo della «pace».

Il Capitale nel momento cruciale in cui è in gioco la sua dominazione, fa appello alle sue «istintive» risorse, alla sua passione di classe, alla sua volontà di conservazione: altro che irrazionalità, barbarie e infantilismi di vario genere! Quanto più la pratica si fa vergognosa, tanto più il linguaggio si fa sublime, come dice Marx: mai si è parlato tanto bene in questi tempi di umanità, di pace, di giustizia! È la conferma che il regime borghese non è in grado di procurarla, che si impone il ricorso all’arma esclusiva: la guerra.

La guerra fa parte integrante dell’«intelligenza» della borghesia. È troppo comodo relegarla nel teatrino delle atrocità, nei fumetti dell’orrore. Ugualmente falso è pretendere che il capitalismo imperialistico dopo la disfatta del proletariato e oltre cinquant’anni di controrivoluzione staliniana non abbia coinvolto nella sua logica anche i cosiddetti paesi in fase di sviluppo, come si ama dire. In mancanza di un proletariato in piedi, sotto la guida ferrea e disciplinata del suo partito mondiale, le borghesie nazionali hanno potuto perpetrare le più grandi atrocità nei confronti della classe operaia indigena, dove essa è sviluppata, e dei contadini poveri che ancora esprimono larga parte del lavoro vivo di vastissime aree geografiche. Ciò non significa affatto che questi proletari non abbiano profuso tesori di sacrifici e di sangue, nella rabbiosa lotta contro l’imperialismo di diversa marca, ma la lucidità rivoluzionaria non può che amaramente constatare l’impotenza di questi sforzi mancando un saldo riferimento ad una guida rivoluzionaria mondiale metropolitana.

In queste tragiche condizioni, mentre l’opportunismo moscovita e cinese pretendono di individuare nelle borghesie nazionali a sfondo autocratico-feudale un alleato del movimento rivoluzionario antimperialistico, tanto per fare qualche esempio un faraone del tipo di Anwar El Sadat può impunemente e sfacciatamente dichiarare di aver ordinato nell’ottobre 1973 la guerra contro Israele «per salvare l’Egitto da una totale bancarotta…»: «la nostra situazione economica aveva raggiunto quota zero, e fui costretto a riunire i membri del Consiglio di sicurezza nazionale sei giorni prima dello scoppio delle ostilità per far sapere che non avevamo altra alternativa che entrare in guerra. Se non fossimo entrati in guerra forse non saremmo riusciti quest’anno a dare al nostro popolo neppure un pezzo di pane quotidiano». Sadat ha aggiunto che la guerra ha dato i suoi frutti e l’economia egiziana ha cominciato a riprendersi dopo aver ricevuto cinquecento milioni di dollari dagli arabi e dagli altri stati. (Giornale di Sicilia 28.8.74). Perfetta conclusione, di netta marca materialistica inconscia, tenuto conto della salda fede mussulmana di Sadat con una piccola postilla che ci permettiamo di annettere: la guerra ha dato i suoi frutti, ancora una volta, alla borghesia egiziana, succhiona e sfacciata, che trae vantaggio dal sacrificio di migliaia e migliaia di proletari, di fellah (contadini) mandati, come in tutte le guerre borghesi, al macello. Non solo, è da precisare che i cinquecento milioni di dollari non sono semplicemente l’aiuto (non certo disinteressato) dei «fratelli arabi», ma delle «democratiche repubbliche occidentali o socialiste» che hanno tratto dalla guerra vantaggi ben più cospicui, politici ed economici, basti pensare che ad un anno dal conflitto del Kippur, sia Egitto che Israele sono meglio armati di prima, con grande soddisfazione dei mercanti d’armi, spina dorsale dell’industria dei paesi metropolitani.

Ecco che cos’è la guerra, questo «flagello» tanto irrazionale agli occhi di democratici e traditori che mentono vergognosamente.

Alla guerra imperialistica locale o generalizzata, opponiamo il nostro classico appello alla guerra delle classi, consapevoli che alle radici di ogni conflitto tra stati, grandi o piccoli, sta lo scontro delle classi antagonistiche, borghesia e proletariato, l’una detentrice gelosa degli strumenti di produzione e dei prodotti, l’altra detentrice semplicemente della sua forza potenzialmente micidiale e capace di tagliare definitivamente il nodo gordiano delle contraddizioni insanabili che oppongono possidenti e nullatenenti. Solo se il proletariato saprà opporre la sua «egoistica» ragione di classe, saprà distruggere alle radici il bubbrone della guerra, solo allora sarà possibile la «ragione» di specie, la ragione dell’umanità, contro le resistenze che la natura oppone all’uomo.

Questo, se fa piacere, a consolazione di chi teme la fine della storia, e rimpiange in anticipo la fine delle brutture che la società borghese nella sua fase putrida continuamente produce e riproduce.

Questo, contro chi non sa concepire un solo tipo di dialettica, quella che definisce il regno della necessità, la lotta dell’uomo contro l’uomo.

Queste le condizioni obiettive e deterministiche che il partito comunista mondiale, detentore esclusivo della teoria scientifica e rivoluzionaria della società ribadisce per il passaggio al «regno della libertà», in una esaltante prospettiva di sempre più alta integrazione delle forze sociali tra di loro e nel rapporto con l’intera realtà.

Ubriacatura elettoralesca

La ubriacatura elettorale per gli «organi collegiali» della scuola continua a coinvolgere tutta la classe operaia. Noi comunisti consideriamo questo fatto, cioè l’interesse purtroppo dimostrato dagli operai per questa ennesima farsa, come una sconfitta della classe operaia nei confronti del padronato e dello Stato borghese, un ribadimento della sua soggezione, per ora, alla politica opportunista. Perché sappiamo bene dalla storia come l’imbonimento democratico, l’«allargamento della democrazia», i piani di «gestione sociale» sono sempre serviti alla borghesia per far passare un reale schiacciamento delle condizioni di vita e di lavoro degli operai nel senso immediato e a cercar di impedire il ritorno della classe operaia ad una prospettiva rivoluzionaria, in senso generale. Molto si è scritto da ogni parte sui cosiddetti «organi collegiali»: chi li ha visti come un «piccolo passo in avanti» e chi come un «grande passo indietro», sulla via di una «reale democratizzazione», di una «reale partecipazione sociale», di una «radicale riforma» della scuola. C’è chi ha potuto vedervi una ulteriore «fascistizzazione» delle strutture scolastiche, un colpo terribile della borghesia per mettere in ginocchio tutte le speranze di «rinnovamento» e chi, viceversa, ha potuto gridare alla vittoria dell’«antifascismo», della «libertà» finalmente conquistata ecc. Questa stessa possibilità di multiformi ed opposte interpretazioni di una legge dello Stato in se stessa estremamente materiale e chiara, dà l’idea di trovarsi di fronte ad una folla chiassosa di ubriachi o di drogati i quali per vedere le cose come stanno abbisognano di una buona doccia fredda. E la doccia fredda è già in atto: si chiama crisi, disoccupazione, inflazione e svalutazione del salario, cassa integrazione ecc. Non sembra ancora abbastanza fredda perché gli operai, che vengono cullati in una specie di torpore dai loro falsi dirigenti politici e sindacali proprio con espedienti tipo «organi collegiali», riescano a svegliarsi. Ma diventerà necessariamente sempre più dura e alla fine gli operai saranno costretti a battersi decisamente per la difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro. Ma allora si accorgeranno di una cosa apparentemente alquanto strana: lo Stato democratico, lo Stato «di tutti», quel «bene supremo» senza il quale, si dice da tutte le tribune anche ultrasinistre, la classe operaia piomberebbe nella barbarie più oscura e che perciò essa deve difendere come la pupilla dei propri occhi, si presenterà di fronte a loro, nelle piazze e nelle strade, come un mostruoso meccanismo di violenza organizzata, disposto a tutto pur di schiacciare la lotta degli operai. Ancora più strano apparirà all’operaio appena risvegliato il vedere lo Stato «legale» allevare nel suo seno e con tutte le sue forze un’armata «illegale» per scagliarla contro i salariati in lotta. E più strano ancora sarà per gli operai la constatazione del fatto che tutta questa preparazione all’uso della violenza organizzata «legale» ed «extralegale» contro la loro classe, il potenziamento e la messa a punto del meccanismo di guerra rivolto contro la classe operaia, è avvenuto proprio nel momento in cui lo «Stato di tutti» mostrava di maggiormente aprirsi ad ulteriori «conquiste di libertà e di democrazia», alla partecipazione «sociale», alla «gestione sociale». Il 1974-75 sono gli anni di inizio di una crisi economica che si estende alla scala mondiale, il 1974-75 sono gli anni dei primi «sacrifici» richiesti agli operai sotto forma di una prima massiccia depressione del loro tenore di vita; ma il 1974-75 sembra essere anche il periodo della maggiore «disponibilità» dello Stato in senso «democratico». Nell’arco, non ancora trascorso di due anni le vittorie «democratiche» della classe operaia non si contano: il divorzio strappato in una violenta zuffa cartacea a chi voleva soffocarlo ancora in fasce, la «gestione sociale della scuola», il voto ai diciottenni, l’aborto. Di più: lo Stato stesso si è preso l’incarico di eliminare «i pericoli che possono provenire alle istituzioni democratiche» da parte di «rigurgiti fascisti» e la «caccia al fascista» sembra aver sostituito l’altro sport che fino a ieri era tipico dello Stato: la caccia agli operai in sciopero, il loro imprigionamento, la loro uccisione. In pochi anni (il 1960 degli eccidi operai e il 1969 di Avola e Battipaglia non sono poi così distanti) sembra che l’apparato statale italiano abbia deciso di «procacciarsi gloria» in maniera del tutto opposta alle sue abitudini centenarie: i «diritti» e le «libertà» fioccano quotidianamente sulla classe operaia al posto delle pallottole di mitraglia e dei candelotti lacrimogeni. Il nesso fra questi tre elementi della situazione attuale può sfuggire solo a chi ha completamente dimenticato le lezioni della storia e non ricorda o non ci tiene a ricordare che sempre l’allargarsi ed il farsi più variopinto del sipario democratico ha coperto il potenziamento della macchina statale in funzione antioperaia ed ha costituito sempre la premessa necessaria allo scatenarsi della violenza della borghesia contro un proletariato i cui occhi devono essere abbagliati dal rutilante e variopinto sipario delle riforme e della democrazia.

Di questo corso necessario, la cui chiave di volta sta nell’opera quotidiana di tradimento e di disarmo operata nella classe dall’opportunismo politico e sindacale, sono una esemplificazione chiarissima i cosiddetti «organi collegiali», la cosiddetta «gestione sociale» della scuola. (E in questo senso ripetiamo che la partecipazione della classe operaia alla farsa elettorale odierna indica una sconfitta della classe stessa che si dimostra ancora incapace di sottrarsi all’oppio soporifero delle illusioni democratiche).

Infatti gli «organi collegiali» non hanno esattamente alcun significato ed alcuna funzione, né positiva, né negativa, né in meglio, né in peggio, né in più né in meno per quanto riguarda la gestione, cioè il governo della scuola il quale rimane, come prima sottoposto in maniera completa e totalitaria alla burocrazia statale. Non modificano questo governo né di un millimetro in più «verso la democrazia», né di un millimetro in più «verso il fascismo». La loro reale funzione risiede altrove.

L’istituzione degli «organi collegiali» serve non a modificare la gestione della scuola, ma a coprire un attacco massiccio dello Stato e del padronato alle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori della scuola e di tutta la classe operaia. I lavoratori della scuola vedono peggiorare nettamente le proprie condizioni e non soltanto sotto il profilo specificamente economico, ma anche sotto quello disciplinare: vengono sottoposti ad un regime punitivo ben peggiore di quello passato e rivolto in maniera specifica contro ogni possibilità di movimento collettivo. È attraverso il cosiddetto «stato giuridico» e non attraverso la «gestione sociale» che lo Stato capitalistico intensifica la sua pressione sulla scuola e su coloro che in essa lavorano. È caratteristico il fatto che tutti, dirigenti sindacali e politici opportunisti alla testa, hanno dimenticato perfino l’esistenza dello «stato giuridico». Quando se lo sono per caso ricordato è stato per affermare che in fondo si trattava di volgari questioni economiche e che la cosa importante erano invece gli «organi collegiali». Per mesi e mesi l’attenzione dei lavoratori della scuola è stata assorbita da questa «novità» e si è dimenticato non solo la lotta per il miglioramento delle proprie condizioni di vita, ma in particolare, il fatto che lo Stato operava a mettere in pratica le norme contenute nello «stato giuridico». Quando si risveglieranno dalla sbornia elettorale i lavoratori della scuola si ritroveranno di fronte la realtà vera, cioè le norme per il reclutamento del personale, l’aumento dell’orario di lavoro, il nuovo codice disciplinare adatto a colpire qualunque movimento di lotta. È di fronte a questa realtà che essi vedranno che la «gestione sociale» non ha servito ad altro che a far passare senza reazioni lo «stato giuridico», che non serve e non può servire ad altro. E risvegliatasi dalla sbornia elettorale la totalità della classe operaia si troverà di fronte al fatto che la sua «gestione» niente può cambiare, né migliorare in quelle che sono le sue vere esigenze di classe nei confronti della scuola: che ci sia un numero di scuole sufficienti a contenere tutti i bambini, un numero sufficiente di asili d’infanzia ecc.; una attrezzatura per cui i bambini, che pesano tremendamente sulle spalle della donna operaia possano rimanere a scuola tutto il giorno; un numero di assistenti e di insegnanti sufficienti per dare ai giovani almeno le più rudimentali nozioni tecniche e scientifiche, sufficienti ad evitare che la scuola divenga una galera per i figli degli operai. Gli operai vedranno allora che le loro esigenze nei confronti della scuola sono state brillantemente mistificate ed aggirate proprio chiamandoli alla «gestione» della scuola, cioè coinvolgendoli nella farsa di «governare» la struttura scolastica attuale: lo Stato non costruisce una stanza in più, non assume un insegnante in più, blocca gli organici dei non insegnanti, aumenta il numero dei bambini per classe e dichiara apertamente che finora si è speso troppo per la scuola e che bisogna ridurre le spese. Stabilito questo invita gli operai a partecipare alla «gestione». Essi non hanno più scuole, ma «governano» la scuola; i loro bambini non entrano nelle aule di asilo, ma essi «gestiscono» gli asili, i loro figli diventano nevrotici chiusi per ore ed ore nella stessa stanza, ma in compenso essi «sono al governo».

Per questo abbiamo contrapposto alla farsa degli «organi collegiali» la ripresa della lotta in difesa delle condizioni di vita e di lavoro degli operai. È solo attraverso questa lotta che gli operai possono imporre allo Stato capitalistico il soddisfacimento, seppure limitato e parziale, delle loro esigenze vitali anche nei riguardi dell’assistenza e della educazione dei loro figli. Non attraverso una fasulla «partecipazione al governo della scuola» che è la quintessenza della ubbia piccolo borghese che pretende di cambiare le strutture economiche, sociali e politiche modificando le «forme di direzione» di esse. Ma la conduzione efficace di questa lotta sarà possibile solo nella misura in cui la classe operaia saprà liberare le sue organizzazioni economiche dall’influenza dell’opportunismo. Ma questo coinciderà necessariamente con lo smascheramento della mistificazione democratica e la lotta contro di essa. E da un punto di vista fenomenico si avrà il segnale della ripresa delle grandi battaglie di classe quando gli operai in lotta per la difesa del loro pane quotidiano saranno capaci di rispondere alle profferte di «allargamento della democrazia», di «gestione sociale», di «partecipazione» con l’unica parola che queste vili turlupinature si meritano: merda!

Per addormentare la classe perfezionato sodalizio tra padroni e lacchè

Dal 1° febbraio sono aumentati i salari e le pensioni. Queste ultime di 13 mila lire: una miseria. I salari sono cresciuti di 12 mila lire mensili a carattere forfettario e la contingenza in modo variabile sia rispetto all’età che alla categoria. I lavoratori minori di 21 anni fruiscono di una indennità minore di quelli di età maggiore. Le consuete differenze per tenere sempre viva la concorrenza tra gli operai. Una rivendicazione in più per la gioventù proletaria. Un aspetto saliente di questi aumenti sta nel fatto che non si è trattato di una rivalutazione importante, tale, se non da colmare la differenza tra i salari e la loro svalutazione reale, almeno da avvicinarvisi assai; ma di un ritocco, come si dice, di una briciola. Anche le briciole hanno, tuttavia, la loro importanza a seconda di come si ottengono. Se vengono graziosamente concesse dall’alto, come è in questo caso, significano debolezza e mortificazione. Se vengono strappate dalla lotta decisa e diretta, costituiscono un motivo di forza e di fierezza di classe. Aumenti, quindi, attorno al 12% ed in termini monetari dalle 16.750 lire dell’operaio comune alle 17.000 dell’operaio specializzato, riferite al salario-netto, non a quello lordo che interessa al fisco e non all’operaio. Si cianciava di rivalutazione dei salari più bassi, mentre le distanze sono restate le stesse.

Inoltre la parte forfettaria dell’aumento, le 12 mila lire, non costituiscono base per il calcolo dell’indennità di malattia e infortunio, degli aumenti periodici di anzianità, dei premi di produzione, cottimi, congedo matrimoniale, gravidanza (e l’uguaglianza tra i sessi!), del lavoro straordinario, festivo, notturno e a turni. Molti elementi costitutivi del salario effettivo sono stati esclusi da questa parte principale della «rivalutazione», tra cui spicca il lavoro straordinario e il cottimo, forme di cui si avvale l’operaio, per guadagnare qualche soldo oltre la paga normale, e l’azienda per strappare le residue energie al lavoratore. Di contro la capacità d’acquisto del salario, il salario reale, per ammissione statistica, che è pur sempre uno specchio deformante (si ricordi la storiella vera dei polli!) è diminuito del 25%. Cioè il salario al 1° gennaio 1975 dell’operaio comune metalmeccanico, «rivalutato», di L. 147.812 nominali, corrisponde a reali L. 110.850. La stessa considerazione vale per le pensioni proletarie, da tenere distinte da quelle privilegiate, che non sono poche. Come pure il vantato 80% di salario «garantito» per i disoccupati si riproporziona al medio 70-72%, per effetto della detrazione fiscale, e di un quarto per quello della svalutazione monetaria. Queste le considerazioni da un punto di vista economico. Da un punto di vista politico, si deve riconfermare quanto sopra accennato, e cioè che gli aumenti salariali ottenuti in questo modo in perfetta concordia con il padronato e con lo Stato a cui si dichiara lealtà e sottomissione non giovano alla classe operaia, anche se alleviano un po’ le condizioni economiche dei singoli operai, nel senso più volte esposto che nelle lotte per i miglioramenti economici i quali poi arrivano sempre molto dopo che il salario è stato depresso e decurtato, il rafforzamento dell’organizzazione operaia, la mobilitazione crescente della massa proletaria, la consapevolezza della forza del numero, l’accrescimento della capacità di urto contro il regime presente, sono le caratteristiche che costituiscono l’aspetto più importante e duraturo del movimento economico operaio. Senza questi risultati, il rapporto tra operai e aziende non rappresenta una lotta di classe contro classe, non esce dall’ambito della mera contrattazione mercantile, di una merce, la forza-lavoro, contro un’altra merce, il denaro, il salario appunto.

Se queste elementari verità possono sfuggire al singolo lavoratore, dati i tempi di sguaiata imbonitura collaborazionista, non sfuggono però ai dirigenti del movimento sindacale, i quali sono perfettamente consapevoli di questo significato, e tutti i loro sforzi sono rivolti a comprimere la classe lavoratrice nei limiti borghesi della specifica contrattazione a tavolino.

Ecco perché le attuali organizzazioni sindacali anziché essere l’espressione della lotta di classe e dell’aspirazione del proletariato alla sua liberazione, rappresentano un coefficiente, uno dei principali coefficienti, assieme a quello dei partiti opportunisti, per la sottomissione economica, sociale e politica della classe operaia al regime borghese.

Una conferma, peraltro non richiesta, di quanto andiamo dicendo, è data dall’apprezzamento esplicito del presidente del patronato italiano sul recente concordato sindacale per la “rivalutazione” salariale. In polemica con gli stessi politici borghesi, il “lungimirante” Agnelli ha precisato che sarebbe stato molto temerario e imprudente non concordare gli attuali aumenti salariali, perché sarebbe pericolosamente spronata la classe operaia sulla strada della radicalizzazione delle lotte in un momento di incertezza del regime politico italiano e di instabilità dell’economia mondiale, sottoposta a recessione produttiva. Non si era mai verificato dice Agnelli un accordo così importante in maniera così rapida e “indolore”, senza bisogno, cioè, di un minimo di agitazione sindacale. Il grande capitalismo, non ha illusioni sulla crisi economica, sa molto bene che si scatenerà sulle condizioni degli operai, che stritolerà i privilegi della piccola e media borghesia, delle aristocrazie del lavoro, che rivoluzionerà gli attuali assestamenti economici, sociali e politici, insomma che solleciterà i proletari a difendersi a viso aperto, con la violenza diretta. Conscio di questo naturale sbocco, è chiaro, che un figlio di tanto padre, memore delle lezioni del passato, del 1920, occupazione delle fabbriche, e viceversa del 1945 con il pacifico accordo con i sindacati operai, pensi al domani, in cui si giocheranno le sorti non tanto sue quanto della classe che rappresenta: la borghesia. Quindi ammicca ai socialisti, elogia le virtù democratiche del PCI, si fa promotore di una collaborazione permanente con i sindacati, stabile assetto per la salvaguardia dell'”economia nazionale”. È il massimo dirigente della borghesia, oggi, che rimprovera di non realismo coloro i quali vorrebbero usare subito la maniera forte contro la classe operaia, esortandoli a riservarla quando la classe rappresenterà un pericolo effettivo per il regime.

Egli segue la politica del “lascia star il can che giace”, ed intanto si appresta ad impugnare il bastone per quando il cane proletario spezzerà la catena, con cui è tenuto avvinto, perché nemmeno le briciole gli verranno più date. Ha ragione di sostenere che “gli aumenti salariali sono compatibili con le risorse”, intendendo non solo quelle economiche, ma anche quelle politiche, sindacali. Vale a dire che esistono ancora riserve di briciole che sarebbe stolto non concedere ai lavoratori in nome di un conservatorismo miope, in attesa di mettere a punto l’utilizzo delle riserve politiche costituite dalle forze politiche dell’opportunismo e sindacali delle Centrali tricolori.

Questa politica “illuminata” sarebbe, quindi, impossibile ed impensabile se non esistessero partiti e sindacati disponibili per accreditarla e realizzarla, se del caso. Ma non allontana, come si vorrebbe far credere, l’uso della violenza esplicita da parte dello Stato, non è una alternativa alla politica del knut. Al contrario il metodo politico di “sinistra”, collaborazionista, pacifista, che si sostanzia nella totale sottomissione dell’opportunismo traditore agli interessi dello Stato borghese, implica, copre, alimenta il rafforzamento delle capacità repressive dello Stato stesso contro l’immancabile ritorno alla lotta delle masse lavoratrici. Illude i lavoratori sulle possibilità di un superamento pacifico, indolore delle infami contraddizioni di cui si alimenta il regime della proprietà privata, che mentre inneggia alla pace degli Stati, per ora, schiaccia i popoli coloniali, le nazioni deboli, le classi subalterne, le masse diseredate di continenti interi; mentre inneggia alla infallibilità del “consenso popolare”, elabora leggi repressive, aumenta il numero dei gendarmi, sforna montagne di armi, inquina le file dei proletari con provocatori, spie, manutengoli, imbonitori.

Si mettano accanto tutti questi elementi reali, non ipotetici o illusori; questa interminabile teoria di “aumenti salariali”, di salario “garantito”, di riforme, di voto ai diciottenni, di referendum, sempre in caldo, di questa immonda regia, cui tien bordone il pretume di ogni colore, e apparirà in luce meridiana quanto sia carognesca la politica per la “vera democrazia”, per le “riforme di struttura”, per un “governo forte”, propagandata e attuata dalle centrali sindacali “nazionali” e dai falsi partiti operai.

Referenze del "Socialismo" Portoghese

«Forse siamo presuntuosi, ma noi speriamo veramente di costruire un modello di società socialista originale, un socialismo alla portoghese che non dovrà niente a nessuno».

Così ha dichiarato recentemente il Maggiore Melo Antunes, esponente del M.F.A. (Le Monde 4-2-75).

Alla fine di gennaio sono state annunciate le misure che il governo intende prendere in campo economico, e cioè: controllo statale delle maggiori industrie estrattive, dei trasporti pubblici, del commercio estero; municipalizzazione del suolo urbano, creazione di un istituto di sviluppo industriale e di un istituto di gestione delle partecipazioni finanziarie dello stato (La Nazione 23-1-75).

E così siamo agli ultimi ritocchi; il «socialismo portoghese» è ormai quasi pronto: qualche nazionalizzazione, una fraseologia democratoide, una etichetta sulla porta. e il gioco è fatto. I «socialismi» di questo genere sono spuntati come funghi; secondo la ben nota equazione stalinista: controllo statale della produzione e del commercio=socialismo.

Ma il «socialismo portoghese» non manca di referenze; ha già ricevuto la benedizione di Mosca e satelliti, ed il segretario del P.C.P. Alvaro Cunhal, noto caporale stalinista ha dichiarato il 4-2-75: «Il capitalismo portoghese sta attraversando una crisi molto profonda, incapace com’è dopo mezzo secolo di dittatura fascista, di adattarsi a un ordinamento democratico» (L’Unità, 5-2-75).

Affermazione questa quanto mai carognesca, che tende a far credere che l’attuale governo portoghese sia in contraddizione con il regime capitalistico, portando come prova il fatto che le aziende portoghesi sono in crisi! Ma tutta l’economia è in crisi, crisi di sovrapproduzione, di saturazione dei mercati, e le misure che il governo portoghese prende in campo economico, non hanno nulla di socialista, ma sono proprio un tentativo di combattere gli effetti di questa crisi. Si può anzi facilmente dimostrare che queste stesse misure sono già state attuate da molti anni, ad esempio dal governo italiano (si pensi all’IRI, alle partecipazioni statali, alla nazionalizzazione dei trasporti, all’ENEL, alla SIP, ecc.).

L’intervento statale nella economia, quello che i borghesi chiamano «dirigismo economico» non ha nulla di socialista, è un fatto normale nell’epoca imperialistica. Le misure che il governo portoghese prende, non sono volte a realizzare un programma «socialista», ma a tentare di controllare l’economia per scongiurare gli effetti della recessione.

Ma i dirigenti portoghesi, non sono certo degli ingenui sperimentatori di socialismo, essi sanno benissimo tutto ciò, e tuttavia devono nascondere le loro misure dietro l’etichetta del socialismo.

Questo comportamento è imposto da necessità di conservazione sociale. Lo stesso esponente del MFA citato prima, ha affermato: «Il rialzo del costo della vita suscita del malcontento. È logico. I portoghesi hanno creduto che il 25 aprile aprisse le porte dell’Eldorado… Bisognerà che noi spieghiamo il senso dei sacrifici chiesti in questo piano triennale che prepariamo» (Le Monde 4-2-75).

È proprio questo il nocciolo della questione. La crisi produce disoccupazione, le condizioni di vita delle masse operaie si aggravano. I governanti portoghesi, P.C.P. in testa, temono che queste si rimettano in movimento.

Chi poteva chiedere agli operai di fare sacrifici? Non certo il governo Caetano; e qui sta la vera causa del cambio della guardia del 25 aprile 1974, salutato da tutti come una «rivoluzione».

Ma in nome di che cosa si potevano chiedere questi sacrifici? Non certo in nome del capitalismo, ma in nome della democrazia e del socialismo. E qui sta la vera ragione per cui i governanti portoghesi si travestono da «socialisti» e cioè per far «digerire» agli operai i sacrifici necessari per il salvataggio di questo sporco regime.

La vile borghesia etiopica 

La borghesia etiopica, rappresentata dal DERG (comitato militare) sta raccogliendo quello che ha seminato. La questione contadina era la chiave della rivoluzione, ma essa non ha voluto o saputo affrontarla.

Ha imprigionato l’imperatore e pochi suoi cortigiani, senza avere il coraggio di giustiziarli. Ha destituito il vecchio Haile Selassie, ma non ha avuto nemmeno il coraggio di proclamare la repubblica (infatti, il titolo di «imperatore» è stato assegnato al principe Asfa Wossen, il quale ha accettato, ma per ora se ne sta prudentemente in Svizzera).

Pare anzi che nelle campagne, numerosi contadini non sappiano nemmeno della caduta dell’imperatore. A Dessié (nella regione centrale) quando un gruppo di studenti diffuse la notizia affermando che «la terra appartiene a chi la coltiva», immediatamente i mezzadri rifiutarono di consegnare la parte dei prodotti spettante ai proprietari (Le Monde, 30-1-75).

La semplice notizia della caduta di Haile Selassie, può mettere in movimento le masse dei contadini diseredati e ridotti alla disperazione. La rivoluzione ha abbattuto la Monarchia, ma non ha intaccato la vecchia struttura feudale, che è ancora in piedi nelle campagne.

Il DERG, non ha avuto il coraggio di attuare una riforma agraria radicale, il che avrebbe significato mettere in movimento le masse contadine, e armarle contro le classi reazionarie. Il DERG ha invece duramente represso le rivolte contadine e ha sparato sugli operai in sciopero. È in questa situazione che hanno preso fiato le spinte autonomistiche, alimentate dai vari «Ras», provvisti di proprie milizie personali i quali, sfruttando le differenze razziali, etniche e religiose, stanno trascinando una parte di contadini nella lotta di secessione.

Il tentativo di secessione dell’Eritrea si inquadra in questo processo. La secessione dell’Eritrea è alimentata dagli interessi di alcuni paesi arabi. La Libia e l’Arabia Saudita aiutano il FLE in denaro e in armi. Nelle dichiarazioni degli esponenti del FLE non si accenna alla questione della terra. Il programma del Fronte arriva fino alla proclamazione della indipendenza da Addis Abeba. Si capisce perciò perfettamente, come ad esso possano aderire gente come l’ex capo della polizia di Asmara che il 22/1 è fuggito con 100 uomini unendosi al Fronte, o il «Ras» Mangascia, con il suo esercito privato.

Il DERG non ha affrontato la questione della terra, ha sempre rinviato la riforma agraria. È per questo che ora, in condizioni di estrema debolezza, con un esercito di poche migliaia di uomini, in un paese estesissimo e quasi privo di comunicazioni, si trova a dover affrontare queste spinte secessionistiche.

La borghesia è nata già reazionaria, ha fatto una «rivoluzione a metà» e più oltre non è riuscita ad andare. Anzi, reprimendo le lotte dei contadini non ha fatto altro che respingerli nelle braccia dei loro padroni, mandandoli così ad ingrossare le file dei secessionisti.

La soluzione per noi sarebbe stata una sola: armare i contadini, guidarli nella lotta contro i proprietari fondiari, proclamare la fine di tutti i privilegi feudali, confiscare le terre dei latifondisti.

Di fronte a questo obbiettivo, nessun contadino sarebbe stato fuorviato da rivalità razziali o da aspirazioni autonomistiche.

La questione nazionale (come tutte le altre questioni) non si può risolvere che con metodi rivoluzionari; e questi fatti ne sono una ulteriore dimostrazione.

L’emancipazione della donna è nell’abolizione della proprietà privata, nel comunismo Pt.1

«Quando mezzo secolo fa si fece una inchiesta sul femminismo, misera deviazione piccolo borghese dell’atroce sottomissione della donna nella società proprietaria, il valido marxista Filippo Turati, rispose con queste parole: La donna… è uomo. – Voleva dire: lo sarà nel comunismo, ma per la nostra società è un animale, un oggetto».


Nella Rivoluzione tradita, nel capitolo riguardante la famiglia, i giovani e la cultura, Trotskij così lega l’involuzione della legislazione sovietica nei riguardi della donna con lo sviluppo delle forze sociali in Russia: «L’ipocrisia delle opinioni dominanti si accresce sempre e dovunque al quadrato o al cubo degli antagonismi sociali: tale è press’a poco la legge storica dello sviluppo delle idee tradotta in termini matematici».

La società italiana che per ragioni materiali e storiche ha subito e subisce, pure da un punto di vista capitalistico, uno sviluppo contorto e contraddittorio, presenta pertanto uno sviluppo dell’ideologia dominante lento e bigotto. Le leggi della nostra sgangherata repubblica, nonostante l’apporto «innovatore» della Costituente, non possono essere che intrise di bigottismo. Sono le leggi che questa società si merita e niente porta piagnucolarvi sopra. La spiegazione dei ritardi della «società civile» italiana, nei confronti degli altri paesi cosiddetti progrediti, è questa e non risiede negli uomini che in questo trentennio ne sono stati al timone. Costoro non hanno diretto un bel niente hanno solo eseguito gli ordini di forze sociali ben più grandi di loro.

Gli anni ’50 e ’60, gli anni dello sviluppo e dell’apparente benessere, sono ormai un ricordo lontano e le speranze e le chimere di quegli anni si sono ormai dissolte come neve al sole davanti alla realtà dei mercati ingolfati di merci, del mostro strisciante dell’inflazione, dello spettro della recessione. Gli strati della piccola borghesia, gli intellettuali, gli studenti, minacciati di precipitare – volenti o nolenti – nel proletariato, minacciati di veder spezzata la loro lurida scalata sociale, la loro spietata caccia al posto al sole, si agitano, sbraitano e formulano teorie sconnesse e deformi. Giocattoli della storia non possono fare a meno di illudersi di essere i direttori dell’orchestra, confondendo i loro meschini interessi con gli interessi di tutta l’umanità: si sentono i portatori del verbo rivelato e molta della loro aggressività dipende dal fatto che non sono riconosciuti come tali, che non sono accolti dalle masse operaie con feste ed inni per le loro strabilianti scoperte.

Questi «fabbricanti di frottole» toccano, analizzano, studiano, risolvono ogni problema sociale, dal piccolo al grande; il loro setaccio implacabile non ne manca uno e l’avvento di una nuova società, in cui tutti saranno felici, dicono sia solo questione di tempo. Qualche corteo con relativo sit-in o scontro con la polizia, a seconda dei casi, qualche altro referendum e l’Eden scenderà in Italia. Oggi, ad esempio, dopo l’ubriacatura del referendum sul divorzio, è il turno dell’aborto, sul quale si scrive giornalmente pagine su pagine, sul quale si convocano conferenze e dibattiti, si raccolgono firme e chissà che un giorno più o meno lontano non si voti.

Il problema dell’aborto ha mobilitato stormi di femministe, di radicali e, ultimi, di extraparlamentari, che si danno ad una propaganda falsamente estremista sui diritti della donna, ecc., ripresentando con enfasi posizioni vecchie e aggrinzite.

Le leggi per la difesa della stirpe del regime fascista, accolte benevolmente dalla Repubblica antifascista, «laica e progressista» solo a parole, sono il bersaglio di questi radicali critici. O meglio sono un bersaglio, perché l’altro è rappresentato dalla D.C. con i suoi notabili, accusata di essere il pilastro più solido della reazione, del privilegio, della sopraffazione, dello sfruttamento e, colpevole unica delle insufficienze e delle dimenticanze del sistema legislativo italiano, per quanto riguarda la donna. Questi critici radicali che scoprono oggi – e in pieno vigore – le leggi fasciste di 40-50 anni fa, non possono fare a meno di indagare su chi ha impedito, alla scopa del Nuovo Risorgimento, di sbattere fuori dal «nuovo edificio democratico», i detriti e le mostruosità del vecchio edificio fascista «abbattuto e distrutto». Il fatto è che, fra Stato fascista e Stato democratico, c’è stato un completo passaggio di consegne, cioè non c’è stata nessuna distruzione di edifici vecchi per costruirne di nuovi: si è solo gettato nell’immondezza qualche suppellettile che non stava proprio più in piedi, poi, imbiancate le pareti, si è cambiata la targhetta alla porta. Il gioco è fatto.

La rivoluzione bolscevica non lasciò pietra su pietra dell’edificio zarista e la sua costituzione resta un modello anche di come i comunisti intendono agire nei confronti della donna, della famiglia, dell’educazione, una volta conquistato il potere.

Niente di simile la Costituente del ’46, in cui si scontrarono partiti che facevano del rispetto e della conservazione della proprietà privata, della famiglia e della religione, il loro emblema. Collimazione perfetta quindi fra destra, centro e sinistra parlamentare che non poterono e non possono fare a meno di genuflettersi umilmente davanti all’ordine costituito; la falsa intransigenza laica o clericale che talvolta ostentano, non è altro che un tentativo per procacciarsi ulteriori simpatie ed adesioni. Fazioni falsamente opposte sono, in verità, tutte conformiste conservatrici e filistee.

Ma in questo breve lavoro non ci interessa prendere in esame e controbattere le tesi di chi, nel lontano ’46 confermò l’attuale sistema legislativo con le sue catene sulla donna, la famiglia, l’aborto ecc., quanto confutare le posizioni dei giovani leoni nostrani, spacciate per rivoluzionarie.

Ribadiamo pertanto dimenticate e classiche enunciazioni della nostra dottrina. Già il Manifesto esponeva sinteticamente il programma comunista riguardo la famiglia e la posizione della donna nella società comunista:

«… Abolizione della famiglia! Persino i più estremisti fra i radicali si scandalizzano di così ignominiosa intenzione dei comunisti.

Su che cosa si basa la famiglia odierna, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Nel suo pieno sviluppo la famiglia odierna esiste soltanto per la borghesia; ma essa trova il suo complemento nella mancanza di famiglia dei proletari e nella prostituzione pubblica.

La famiglia del borghese cadrà naturalmente col venir meno di questo suo complemento, e ambedue scompariranno con lo sparire del capitale.

Ci rimproverate voi di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei loro genitori? Noi questo delitto lo confessiamo.

Ma voi dite che sostituendo l’educazione sociale alla educazione domestica noi sopprimiamo i legami più intimi.

Ma non è anche la vostra educazione determinata dalla società, dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dall’intervento più o meno diretto o indiretto della società per mezzo della scuola, ecc.? Non sono i comunisti che inventano l’influenza della società sulla educazione; essi ne cambiano soltanto il carattere; essi strappano l’educazione all’influenza della classe dominante.

Le declamazioni borghesi sulla famiglia e sull’educazione, sugli intimi rapporti fra genitori e figli diventano tanto più nauseanti, quanto più per effetto della grande industria, viene spezzato per i proletari ogni legame di famiglia, e i fanciulli vengono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro.

Ma voi comunisti volete la comunanza delle donne – ci grida in coro tutta la borghesia.

Il borghese vede nella propria moglie un semplice strumento di produzione. Egli sente che gli strumenti di produzione debbono essere sfruttati in comune e, naturalmente, non può fare a meno di pensare che la sorte dell’uso in comune colpirà anche le donne.

Egli non si immagina che si tratta appunto di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione.

Del resto, nulla è più ridicolo del moralismo sgomento dei nostri borghesi per la pretesa comunanza ufficiale delle donne nel comunismo. I comunisti non hanno bisogno di introdurre la comunanza delle donne: essa è quasi sempre esistita.

I nostri borghesi, non contenti di avere a loro disposizione le mogli e le figlie dei loro proletari – per non parlare della prostituzione ufficiale – trovano uno dei loro principali diletti nel sedursi scambievolmente le mogli.

Il matrimonio borghese è, in realtà, la comunanza delle mogli. Tutt’al più si potrebbe rimproverare ai comunisti di voler sostituire alla comunanza delle donne, ipocritamente celata una comunanza ufficiale, palese. Si comprende del resto benissimo che con l’abolizione degli attuali rapporti di produzione scompare anche la comunanza delle donne che ne risulta, vale a dire la prostituzione ufficiale e non ufficiale».

È poi Bebel in La donna e il socialismo a sviluppare le enunciazioni del Manifesto, sulla scorta dei successivi lavori di Marx e di Engels e con l’avallo di tutti i prodotti della scienza dell’epoca che non avevano fatto altro che confermare la giustezza del metodo d’analisi del marxismo: il materialismo dialettico.

«… La donna ha i diritti stessi dell’uomo, l’accidentalità della nascita nulla può mutare. Mettere fuori dal diritto la donna, perché nacque donna e non uomo – del che l’uomo ne ha tanto merito quanto la donna – è altrettanto iniquo, quanto il far dipendere il godimento dei diritti dalla professione di fede religiosa o politica, e altrettanto insensato quanto allorquando due uomini si considerano nemici, perché appartengono entrambi, per l’accidentalità della nascita, a razze o nazionalità diverse. Tali sentimenti sono indegni di un uomo libero, e il progresso dell’umanità consiste nel togliere al più presto possibile tutte le barriere. Verun’altra inuguaglianza è giustificata all’infuori di quella che la natura pose al raggiungimento de’ suoi scopi naturali apparentemente eterogenei, ma sostanzialmente omogenei. Ma nessun sesso oltrepasserà i limiti segnati dalla natura perché esso non farebbe con ciò che distruggere gli scopi stessi a cui da natura è chiamato. Verun sesso è autorizzato a imporre limitazioni all’altro, allo stesso modo che una classe non può imporle a un’altra…».

«… Da qualunque punto si parta per criticare le nostre condizioni, si finisce sempre col mettere capo alle stesse conclusioni: essere necessaria una trasformazione radicale delle condizioni sociali, e per mezzo di questa della posizione dei sessi. Siccome però la donna abbandonata a se stessa, non raggiungerebbe la meta, deve cercarsi degli alleati che si uniscano a lei nella agitazione del proletariato, che è poi l’agitazione della classe degli oppressi. Il ceto operaio ha già cominciato da lungo tempo a combattere la tirannia delle classi, che comprende anche il predominio di un sesso sull’altro. Questa fortezza rappresentata appunto dagli interessi di classe deve essere circondata da ogni parte di trincee e costretta alla resa con artiglierie di ogni calibro. L’esercito combattente trova da ogni parte ufficiali e le munizioni più adatte…».

«… Noi poniamo quindi per base che in un dato momento del tempo tutti i mali e gli inconvenienti da noi esposti arrivino a tale punto che, non solo saranno visibili alla grande maggioranza della popolazione, ma si faranno sentire così da parere insopportabili, e tutta la società sarà dominata da un desiderio così irresistibile di una radicale trasformazione da farle parere come più adatto e rispondente allo scopo l’aiuto più pronto e sollecito. Ora, se è vero che tutti i mali sociali senza eccezioni trovano la loro sorgente nell’ordinamento sociale, e si rendono più acuti nel sistema di economia capitalistica, che riposa sullo sfruttamento e sull’oppressione dell’uomo per mezzo dell’uomo, e solo per ciò il capitalismo può essere il padrone degli strumenti di lavoro, e cioè della terra, delle macchine, dei mezzi di trasporto, dei generi alimentari, se è vero tutto ciò è necessario in prima linea trasformare cotesta proprietà privata per via di una grande espropriazione in proprietà sociale o collettiva (comunismo)…».

«… In questa società (comunismo) la donna è così socialmente come economicamente, del tutto indipendente, non è soggetta più ad alcuna apparenza di tirannia né allo sfruttamento, trovandosi oramai di fronte all’uomo libera ed eguale, padrona di sé e del suo destino.

La sua educazione è eguale a quella dell’uomo, eccetto là dove la differenza del sesso rende necessario un trattamento speciale. Essa può sviluppare, date le condizioni di esistenza conformi a natura, tutte le sue forze e attitudini fisiche e morali, e di esercitare la sua attività in quel campo che meglio si addice e risponde alle sue inclinazioni, al suo talento ai suoi desideri. Essa è, date le stesse condizioni non meno capace ed abile dell’uomo. Operaia in qualche industria o mestiere, di lì ad un’ora essa diventa educatrice e maestra, per esercitare subito dopo qualche arte od occuparsi di qualche scienza, per compiere dopo qualche funzione amministrativa. Essa studia e si diverte, conversa co’ suoi simili o cogli uomini, come le piace e come l’occasione le si presenta. In amore essa è libera di scegliere, precisamente come l’uomo; chiede il matrimonio, ovvero si fa chiedere, e stringe il vincolo senza alcun altro riguardo della sua inclinazione. Questo vincolo è un contratto privato senza l’intervento di alcun funzionario, come fu contratto privato il matrimonio fino agli ultimi anni del periodo medioevale. Perciò il socialismo non viene a creare in questa materia nulla di nuovo, ma non fa che ristabilire in un grado più alto di civiltà e sotto forme sociali nuove, ciò che vigeva generalmente nei primi stadî della civiltà e prima che la proprietà privata dominasse la società…».

E la rivoluzione bolscevica marciò su queste direttive, date 60 anni prima, alla faccia di tutti gli apologisti dell’«attualità e dell’aggiornamento»: Trotskij: da La rivoluzione tradita:

«… La Rivoluzione d’Ottobre mantenne onestamente la sua parola verso le donne. Il nuovo potere non si accontentò di dare alla donna gli stessi diritti giuridici o politici dell’uomo, fece molto di più, cioè fece tutto ciò che poteva, e in ogni caso infinitamente di più di qualsiasi altro regime, per aprirle realmente l’accesso di tutti i campi economici e culturali. (…) La rivoluzione tentò eroicamente di distruggere il vecchio nucleo famigliare, stagnante, istituzione arcaica, dominata dalla routine, soffocante, nella quale la donna delle classi lavoratrici è votata ai lavori forzati dall’infanzia alla morte. Alla famiglia, considerata come una piccola azienda chiusa, doveva sostituirsi, nell’intenzione dei rivoluzionari, un sistema completo di servizi sociali: maternità, nidi, giardini d’infanzia, mense, lavanderie, dispensari, ospedali, sanatori, organizzazioni sportive, cinema, teatri, ecc. L’assorbimento completo delle funzioni economiche della famiglia da parte della società destinata a legare tutta una generazione alla solidarietà e nell’assistenza reciproca doveva apportare alla donna e di conseguenza ai due coniugi una vera emancipazione dal giogo secolare…».

Le citazioni dimostrano ampiamente che il marxismo ha affrontato in maniera esauriente il problema della donna, proprio perché è l’unico a non affrontarlo come problema a sé stante, come problema specifico ma come un aspetto della più vasta e complessa «questione sociale», il modo di produzione capitalistico. Questione sociale con una sola soluzione: abolizione della proprietà privata.

Come siete teorici! Diranno femministe, radicali e compagnia che «vagolano» nella realtà «quotidiana» ad occhi bendati, sbattendo, «praticamente ed empiricamente», il naso su questioni particolari e specifiche la cui risoluzione il marxismo – povero lui! – rimanda a chissà quando. Si tratta invece secondo costoro, di agire nella realtà odierna e di trapiantarvi, con un intervento di alta chirurgia, soluzioni comuniste. Oggi l’emancipazione della donna, domani quella del fanciullo, dopodomani chissà quella dell’operaio.

Mettiamo pertanto in evidenza la ridicolaggine delle proposte femministe spalleggiate nel loro agitarsi da radicali e gruppetti; ecco delle perle fra le più lucenti: Salario alle casalinghe! Casa, scuola, fabbrica saranno i nostri Vietnam! Comune! Non ci sarà rivoluzione socialista senza liberazione della donna!

Tralasciamo l’ultima proposta, già trattata dalle citazioni precedenti, e occupiamoci delle altre su cui la critica marxista non si era fino ad oggi soffermata, anche perché nessuno aveva avuto il coraggio di propugnarle. Il comunismo è distruzione della famiglia, è superamento dei ristretti ruoli che occupano in questa società l’uomo e la donna, è superamento della differenza fra lavoro intellettuale e materiale, e questi «rivoluzionari» vorrebbero far assurgere a lavoro salariato, istituzionalizzandolo, il lavoro o meglio la schiavitù domestica. È la fine dei pratici!

In quanto al Vietnam in casa, fino ad ora avevamo creduto che l’unica famiglia nella quale si è mantenuto un minimo di rapporti umani fosse la famiglia proletaria. Mai e poi mai ci è passato per la testa di far prendere coscienza (sempre la vecchia ubbia) alle casalinghe del loro stato di abbrutimento, al quale questa società le riduce, per spingerle alla lotta contro il loro uomo, colpevole di stare otto ore in fabbrica e di essere pertanto ignorante e non all’altezza di capire l’uguaglianza uomo-donna. Non è una questione individuale l’asservimento materiale della donna all’uomo, ma fatto sociale…

Riguardo poi alla «comune», nelle sue mille forme – agreste o cittadina, ambosessi o no – prodotto piccolo borghese importato dagli USA, non c’è bisogno di infiorare con grandi frasi sul superamento della famiglia, sulla vita e l’educazione dei figli in comune, ecc., la necessità di ridurre le spese e di uscire dal ghetto della famiglia patriarcale classica. Questa scoperta moderna ci ricorda un po’ (non ce ne voglia) Fourier e i suoi falansteri, solo che quel geniale socialista utopista, nel suo disegno, non si limitava ad attaccare una singola istituzione della società capitalistica, quale la famiglia, ma le basi della società stessa, la piaga del lavoro salariato e coatto.

Dopo questa rapida carrellata sulle novità del momento, utile per dimostrare che questi paladini della donna non sono altro che degli ostacoli per la vera emancipazione della donna che coinciderà con l’emancipazione del proletariato, ritorniamo all’aborto; è noto che i comunisti sono per l’aborto libero e gratuito, misura che la Rivoluzione d’Ottobre prese e che la controrivoluzione stalinista diluì.

Lenin: da La classe operaia e il neomalthusianismo:

«… La classe operaia non corre verso la rovina, ma cresce, diventa più forte e più matura, diventa compatta, si educa e si tempra nella lotta Noi siamo pessimisti sulle sorti del feudalesimo, del capitalismo e della piccola produzione, ma siamo ottimisti e pieni di entusiasmo per quanto riguarda il movimento operaio e le sue mete Noi gettiamo già le fondamenta del nuovo edificio e i nostri figli lo porteranno a termine.

Ecco la ragione, la sola ragione, per cui siamo decisamente nemici del neomalthusianismo, di questa tendenza propria delle coppie piccolo-borghesi, che, nella loro meschinità e nel loro egoismo, biascicano impaurite: ci conceda Iddio di vivacchiare noi stessi in qualche modo; in quanto ai figli, meglio non averne.

Questo, naturalmente, non ci impedisce di esigere l’abrogazione di tutte le leggi che vietano l’aborto o vietano la diffusione degli scritti medici riguardanti i sistemi preventivi, ecc. Queste leggi non guariscono le piaghe del capitalismo, ma le rendono particolarmente maligne e gravi per le masse oppresse. Una cosa sono la libertà della propaganda sanitaria e la difesa dei fondamentali diritti democratici per i cittadini di ambo i sessi e un’altra la dottrina sociale del neomalthusianismo. Gli operai coscienti condurranno sempre la lotta più spietata contro i tentativi di imporre questa dottrina vile e reazionaria alla classe che nella società attuale è la più avanzata, la più forte, la più preparata alle grandi trasformazioni».

Trotskij: da La rivoluzione tradita:

«… La nascita di un bambino è per molte donne una seria minaccia… Ed è proprio per questo che il potere rivoluzionario ha assicurato alla donna il diritto all’aborto, uno dei suoi diritti civili, politici e culturali essenziali sinché durano la miseria e l’oppressione famigliare, checché ne pensino gli eunuchi e le zitelle».

Ed è qui che casca l’asino! Finalmente – dicono gli abortisti – ci troviamo d’accordo! Presto venite ad ingrossare le nostre file! Purtroppo le cose non sono così semplici come sembra e compito irrinunciabile del partito è sapersi districare in questa selva di lotte per «diritti civili» offesi e calpestati, che da 50 anni a questa parte bruciano tutte le energie rivoluzionarie del proletariato. Spettò al III congresso dell’I. C. codificare i compiti dei partiti comunisti nei confronti delle donne con le «Tesi per la propaganda tra le donne», tesi che ribadiscono, in completa coerenza con l’azione svolta fino ad allora, che solo con il comunismo si realizzerà l’emancipazione della donna, e che sottolineano il legame indissolubile che esiste tra la condizione sociale e la condizione umana della donna per tracciare una linea chiara ed indelebile di distinzione tra la nostra politica ed il femminismo. Questo punto sarà anche la base su cui sarà trattato il problema della donna come parte della questione sociale, come problema che tocca i lavoratori, per collegarlo solidamente con la lotta di classe del proletariato. Le Tesi, che si rivolgono essenzialmente alle donne operaie e contadine, rivendicano dalla società borghese anche una legislazione a favore della donna come madre, rivendicazione che i partiti comunisti utilizzano al pari delle altre, per «suscitare l’attività delle masse al fine di affrettare la rivoluzione sociale»

«… Il III congresso mostra allo stesso tempo alle operaie del mondo intero che la loro liberazione dall’ingiustizia secolare, dalla schiavitù e dalla disuguaglianza è realizzabile soltanto con la vittoria del comunismo.

In nessun caso il movimento femminista borghese saprebbe dare alle donne ciò che il comunismo darà loro. Finché esisterà la dominazione del capitale e della proprietà privata, l’affrancamento della donna non è possibile.

… Il III congresso dell’Internazionale comunista conferma i principi fondamentali del marxismo rivoluzionario secondo i quali non esistono “questioni specifiche femminili”; qualsiasi avvicinamento dell’operaia al femminismo borghese, come qualsiasi appoggio che essa prestasse alla tattica delle mezze misure e dell’aperto tradimento dei socialcoalizionisti e degli opportunisti non farebbe che indebolire le forze del proletariato e, ritardando la rivoluzione sociale, impedirebbe allo stesso tempo la realizzazione del comunismo, cioè l’affrancamento della donna.

Noi non perverremo al comunismo che attraverso l’unione nella lotta fra tutti gli sfruttati; non per l’unione tra le donne delle due classi antagoniste.

… Dissuadendo le operaie di tutti i paesi da qualsiasi specie di collaborazione e di coalizione con le femministe borghesi, il III congresso dell’Internazionale comunista le avverte, allo stesso tempo, che qualsiasi appoggio che esse fornissero alla Seconda Internazionale o agli elementi opportunisti che vi si avvicinano non può comportare che il peggior male per il loro movimento. Le donne devono sempre ricordarsi che la loro schiavitù ha tutte le sue radici nel regime borghese.

… il lavoro tra il proletariato femminile deve essere condotto dai partiti comunisti di tutti i paesi sulle seguenti basi. Riconoscere la maternità come funzione sociale, prendere ed applicare tutte le misure necessarie alla difesa della donna nella sua qualità di madre.

… il III congresso dell’Internazionale comunista riconosce la necessità che il partito comunista impieghi metodi particolari di lavoro fra le donne e ritiene utile che in tutti i partiti comunisti si formino degli organi speciali incaricati di questo lavoro.

A ciò il congresso è spinto dalle seguenti considerazioni: le funzioni speciali imposte alla donna dalla sua stessa natura, cioè la maternità e le particolarità che ne derivano alla donna, con la necessità di una maggiore protezione delle sue forze e della sua salute, nell’interesse di tutta la società.

… Tutto il lavoro delle commissioni [femminili] deve tendere a questo unico scopo, lo sviluppo dell’attività rivoluzionaria delle masse al fine di affrettare la rivoluzione sociale».

Le Tesi (1921) non apportano niente di nuovo; già in Lenin in La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (tesi) aveva ribadito i caratteri dell’azione dei comunisti nei riguardi della lotta per i cosiddetti «diritti democratici».

Lenin da La rivoluzione socialista ecc..:

«… tutte le rivendicazioni essenziali della democrazia politica sono “realizzabili” nell’epoca imperialistica soltanto in modo incompleto, deformato e in via di rara eccezione… Ma da questo non deriva affatto che la socialdemocrazia dovrebbe rinunciare alla lotta immediata e decisa per tutte queste rivendicazioni (facendolo, farebbe soltanto il gioco della borghesia e della reazione); deriva appunto, invece, che essa deve formulare e porre tutte queste rivendicazioni in modo rivoluzionario e non riformista, non limitandosi al quadro della legalità borghese, ma spezzandolo; non accontentandosi dei discorsi parlamentari e delle proteste verbali, ma attirando le masse alla lotta attiva, allargando e rinfocolando la lotta per ogni rivendicazione democratica fondamentale sino all’attacco del proletariato contro la borghesia, cioè sino alla rivoluzione socialista che espropria la borghesia».

Lenin tratteggia qui magnificamente la tattica del partito nell’epoca dell’imperialismo nella quale diviene impossibile la realizzazione degli obbiettivi democratici all’interno del sistema capitalistico (per via riformista) e questi obbiettivi, in quanto corrispondono a reali esigenze della classe operaia, vengono posti dal partito come leve e supporti della lotta rivoluzionaria per la conquista del potere la quale soltanto può realizzarli in una forma non «incompleta e deformata», in una forma veramente utile al proletariato e che non costituisca per lui una beffa delle classi dominanti. La stessa posizione, in spietata lotta con i partiti della sinistra borghese e i loro fasulli programmi popolari e riformisti, nelle Tesi di Roma (1922) della Sinistra Comunista.

«… 32. – Compito essenziale del partito comunista per la preparazione ideologica e pratica del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la dittatura, è la critica spietata del programma della sinistra borghese e di ogni programma che voglia trarre la soluzione dei problemi sociali dal quadro delle istituzioni democratiche parlamentari borghesi. Il contenuto dei dissensi tra la destra e la sinistra borghese per la massima parte viene a commuovere il proletario solo in virtù di falsificazioni demagogiche, che naturalmente non possono essere sventate attraverso una pura opera di critica teorica ma devono essere raggiunte e smascherate nella pratica e nel vivo della lotta. In generale le rivendicazioni politiche della sinistra, che nelle sue finalità non ha affatto quella di fare un passo innanzi per porre il piede su di uno scalino intermedio tra l’assetto economico e politico capitalistico e quello proletario, corrispondono a condizioni di miglior respiro e di più efficace difesa del capitalismo moderno tanto nel loro intrinseco valore tanto perché tendono a dare alle masse la illusione che le presenti istituzioni possano essere utilizzate per il loro processo di emancipazione. Questo deve dirsi per i postulati di allargamento del suffragio e altre garanzie e perfezionamenti del liberalismo, come per la lotta anticlericale e tutto il bagaglio della politica «massonica».

Non diverso valore hanno le riforme legislative di ordine economico o sociale o la loro realizzazione non si avvererà o si avvererà solo nella misura e coll’intento di creare una remora alla spinta rivoluzionaria delle masse.

… 42. – Non sempre un movimento generale iniziato dal partito comunista per il tentativo di rovesciare il potere borghese potrà essere annunciato con questo aperto obiettivo. La parola d’ordine di ingaggiare la lotta potrà salvo caso di eccezionale precipitare di situazioni rivoluzionarie che sommuovano il proletariato, riferirsi a capisaldi che non sono ancora la conquista del potere proletario, ma che in parte sono realizzabili solo attraverso questa suprema vittoria …

… 43. – Gli obiettivi parziali sono dunque indispensabili per conservare il sicuro controllo dell’azione, e la loro formulazione non è in contrasto colla critica del loro stesso contenuto economico e sociale in quanto le masse potrebbero accoglierli non come occasioni di lotte che sono un mezzo e un avviamento alla vittoria finale, ma come finalità di valore intrinseco sulle quali si possa soffermarsi dopo averle conquistate … »

Le consegne dateci sono chiare. L’azione del partito, pur tenendo conto dei rapporti di forza attuali, non può prescindere da questi postulati:

  1. Attualmente, in pieno imperialismo, ogni rivendicazione «democratica» (tipo divorzio o aborto o qualsiasi altra esigenza materiale) è irrealizzabile e se lo è, lo è «nella misura e coll’intento di creare una remora alla spinta rivoluzionaria delle masse».
  2. Nonostante questo il partito, davanti a movimenti delle masse che si battono per tali «diritti ed esigenze» non è indifferente; svela la demagogia dei riformisti e compagni che si accontentano «dei discorsi parlamentari e delle proteste verbali», e con i quali non può esserci nessun accordo nemmeno temporaneo, e usa queste occasioni per una sua penetrazione nella classe.
  3. Davanti alla presentazione di leggi, tipo quelle Fortuna sul divorzio e l’aborto, con relativo referendum, il partito non dice al proletariato di rimanere impastoiato nella legalità borghese, genuflettendosi davanti alle briciole che la borghesia ha lasciato inavvertitamente cadere, ma di pronunciarsi nella maniera più «radicale», di ritornare sul terreno della lotta di classe e di lottare per l’abbattimento di questa società, condizione sine qua non per l’attuazione di qualsiasi riforma legislativa sociale ed economica.

Queste semplici considerazioni sono confermate da tutto il lavoro fin qui svolto dal partito. Abbiamo sempre affermato che non esiste attualmente, né esisterà in futuro, una società «pura» dal punto di vista borghese: qui è calpestato un diritto democratico, là ci sono residui di feudalismo, ecc. ecc. Nonostante questo, il partito considerando l’epoca storica in cui agisce – imperialistica, fase suprema del capitalismo – si è sbarazzato di ogni programma minimo. Esiste, per noi solo un programma massimo e tutte le energie del partito sono volte nella direzione di prender la testa del proletariato. Non basta il proselitismo, né la propaganda, né l’agitazione, ma occorre partecipare a tutte le lotte costituendo in tutte le organizzazioni del proletariato, l’avanguardia che indica alle masse esitanti come bisogna condurre la battaglia e rivelando in tal modo il tradimento di tutti i partiti non comunisti, etichetta a parte. I comunisti non proporranno in nessuna lotta nessun programma minimo che finisce per trasformarsi in un sostegno e in un perfezionamento dell’edificio del capitalismo. La rovina di questo edificio resta il nostro fine, il nostro compito attuale.

Ecco perché i comunisti appoggiano ogni rivendicazione che costituisce una necessità della classe operaia, compatibile o no con gli ordinamenti di questa società. Ecco perché i comunisti non cessano, qualunque siano i rapporti di forza, di indicare alla classe proletaria la via per la realizzazione delle sue rivendicazioni: abbattimento del regime capitalistico.

Si crede di non essere ascoltati da nessuno? Può darsi, ma in tal caso è inutile invitare la classe operaia sia ad accettare le briciole e il programma minimalista (referendum sul divorzio e sull’aborto) che la borghesia offre, sia a pronunciarsi per i suoi reali interessi (divorzio ed aborto libero e gratuito) e di lottare per la realizzazione di queste rivendicazioni.

Si crede e si spera invece di venir minimamente ascoltati da due, da tre, da quattro operai? Un motivo di più, allora, per non nascondere nessuna nostra posizione.

Il partito, pur nei limiti delle sue forze, non perde mai occasione, nemmeno nel più microscopico minimalismo, di propagandare i suoi princìpi, metodi e fini, non perde mai occasione di agitare la sostituzione dei metodi della lotta di classe con quelli della legalità borghese, in tutte le questioni pidocchiose e meschine che siano.

Queste sono le nostre posizioni di sempre e su queste il partito dovrà riconquistare la testa del movimento operaio; su queste posizioni il partito dirigerà la lotta finale, passaggio obbligato anche per l’abolizione della famiglia patriarcale e delle sue miserie: «… La vera famiglia socialista, liberata dalla società dai pesanti e umilianti fardelli quotidiani, non avrà bisogno di nessuna regolamentazione e la sola idea di leggi sul divorzio e sull’aborto non le parrà migliore del ricordo delle case di tolleranza o dei sacrifici umani».

No alla delega! No al sindacato coatto!

I comunisti rifiutano l’adesione al sindacato sottoponendosi alla condizione intimidatoria di firmare la “delega”. Fu detto allorché questo principio fu sanzionato tra sindacati e padronato, e lo ripeteremo ogni volta che un lavoratore comunista dovrà organizzarsi sindacalmente. Quando in un sindacato operaio, che addirittura si definisce di classe, cioè con una direzione che persegue soltanto ed esclusivamente gli interessi degli operai contro gli interessi delle altre classi, che trovano compiuta espressione politica nella rituale forma della “economia “nazionale”; quando in questo sindacato vengono poste delle condizioni speciali per aderirvi, all’infuori di quella, ovvia, di essere dei lavoratori, è evidente che siamo in presenza di una organizzazione operaia la quale ritiene che la sua forza principale risieda nel suo bilancio finanziario, anziché nell’azione coerente agli interessi economici ed immediati della massa proletaria. A suo tempo gli ineffabili sindacalisti della CISL avanzarono l’ipotesi se non fosse “giusto” obbligare tutti i lavoratori a pagare forzatamente, cioè attraverso una adeguata ritenuta sulla busta-paga esercitata dalle aziende, una quota al sindacato, dal momento – questa era la giustificazione truffaldina – che anche i non iscritti godevano dei “benefici” della lotta contrattuale e dell’azione politica dei sindacati. Questa “ipotesi” non si è ancora avverata per motivi di opportunità, e probabilmente perché i bonzi attenderanno tra le altre “riforme” anche quella di una specie di “servizio sindacale nazionale”, efficacemente insegnato e sperimentato dal fascismo del ventennio. È chiaro che i sindacati hanno una fame sempre crescente di quattrini per mantenere l’esercito sempre più numeroso dei funzionari della interminabile gerarchia sindacale, per finanziare le mille “iniziative”, come quella costosissima della “scuola” di Ariccia, e di altri centri-studio (per fregare i lavoratori appunto con intelligenza!). Un sindacato di classe, innanzitutto non si struttura con una elefantiaca burocrazia, ed è ad adesione libera, senza preclusioni di nessun genere, nemmeno politiche né partitiche. Quindi non può stabilire un accordo con il padronato, che dovrebbe essere il suo naturale nemico, con cui le aziende mettono a disposizione del sindacato le loro amministrazioni per esigere i soldi dai loro operai per il sindacato! Quando mai si è visto che i nemici si scambiano favori, che reciprocamente li rafforzano? Anche da questo lato si può constatare che gli “scontri” tra padroni e sindacalisti sono ad uso della platea, per ingannare i lavoratori sulla vera essenza dei loro rapporti, che sono di accordo, di sostegno, di comprensione.

La “delega”, quindi, non è un mezzo “tecnico” per riscuotere le contribuzioni operaie, ma un mezzo politico per obbligare gli operai a farsi controllare sia dalle direzioni aziendali, sia dai bonzi, per obbligare i lavoratori a ritenere la tessera sindacale come la tessera del pane. In tal modo il sindacato attuale si avvia a trasformarsi in sindacato “coatto”, come è un sindacato fascista, cioè un non-sindacato, cioè una galera per i proletari.

Queste indicazioni non valgono soltanto per i lavoratori comunisti, ma per tutti i lavoratori. I comunisti non sono uomini speciali, una parte speciale della classe operaia, né soprattutto sono una parte che abbia interessi diversi da quelli della classe operaia. Per cui, l’indirizzo del Partito è rivolto a tutta la classe, sebbene sia consapevole che solo una esigua minoranza oggi è in grado di seguirlo. È una questione questa di principio, che serve a segnare un tracciato di differenziazione tra il vero Partito comunista e tutti gli altri partiti che falsamente si richiamano al proletariato. Preannuncia a tutti i lavoratori i motivi di fondo della battaglia che coinvolge, per ora, solo una esigua schiera di lavoratori, quelli comunisti. Ma questi motivi non devono essere conservati nelle intenzioni ma esprimersi, pur con i mezzi ridotti ora a disposizione. Uno di questi motivi di fondo è il risorgere della battaglia contro il tradimento dei paladini della difesa dello Stato, dell’economia, della patria, smascherando i falsi dirigenti della classe operaia. È un compito di primo piano che il Partito non può delegare ad altri movimenti e partiti, anche se si dichiarano “radicali”.

Risorgano i sindacati di classe - Punti fermi della Sinistra Comunista Pt.3

Nel numero precedente, abbiamo constatato, in Marx e Lenin, che l’associazione economica degli operai sorge sulla base della difesa delle condizioni fisiche dei proletari e che per queste ragioni è indispensabile al proletariato, malgrado il carattere effimero e transitorio delle « conquiste » e un « certo carattere reazionario » dei sindacati. Abbiamo anche rivelato come, malgrado questi aspetti limitativi, i comunisti debbano lavorare organizzati nei sindacati, trasferendo in essi le direttive rivoluzionarie, per farne degli organismi non fini a se stessi, ma delle « leve » per la lotta politica rivoluzionaria contro il regime capitalistico.

FASE DEL TOTALITARISMO STATALE

Con l’apparizione del fascismo, lo Stato si appresta e si attrezza ad assorbire i sindacati operai, tende a sottometterli alla sua dittatura, rendendoli giuridicamente capaci di potere contrattuale, ed inserendoli progressivamente nel suo ingranaggio amministrativo. Lo stato-padrone tende a monopolizzare tutti gli aspetti della vita sociale ed economica, oltre ad essere l’organo per eccellenza della dittatura politica. Il capitalismo « entra così nella sua terza fase, quella dell’imperialismo », nella quale « la classe borghese dominante, parallelamente alla trasformazione della sua prassi economica da liberistica ad interventistica, ha la necessità di abbandonare il suo metodo di apparente tolleranza delle idee e delle organizzazioni politiche per un metodo di governo autoritario e totalitario: ed in ciò sta il senso generale dell’epoca presente ».

Questo giudizio della Sinistra nell’immediato secondo dopo-guerra (« Il ciclo storico dell’economia capitalistica ») ha riscontro nel « Corso storico del movimento di classe del proletariato », nel senso che la borghesia « modifica la sua azione nei riguardi delle organizzazioni operaie », che prima « aveva autorizzate e lasciate crescere », perché « comprende che non può né sopprimerle, né lasciarle svolgere su piattaforma autonoma, e si propone di inquadrarle con qualunque mezzo nel suo apparato di Stato »; in cui « si creano dei posti di dorata prigione per i capi del movimento proletario ». Questo processo, iniziato con l’avvento del fascismo, è continuato anche nel post-fascismo, durante il quale « lo stesso movimento di organizzazione economica del proletariato verrà imprigionato, esattamente con lo stesso metodo inaugurato dal fascismo, ossia con il tendere verso il riconoscimento giuridico dei sindacati, che significa la loro trasformazione in organi dello Stato borghese. Riuscirà palese che il piano di svuotamento del movimento operaio, proprio del revisionismo riformista (laburismo in Inghilterra, economismo in Russia, sindacalismo puro in Francia, sindacalismo riformista alla Cabrini-Bonomi e poi Rigola-D’Aragona in Italia) coincide sostanzialmente con il sindacalismo fascista, del corporativismo di Mussolini, e del nazionalsocialismo di Hitler ».

Questo processo è « irreversibile », ed è contenuto nel complesso generale « della lotta capitalistica per togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo ». (« Le scissioni sindacali in Italia »). In tal modo i sindacati attuali, anche quelli che pretendono origini « rosse », come per esempio la CGIL, sono cuciti « sul modello Mussolini », sono cioè orientati nel senso della loro totale inserzione nell’ingranaggio statale borghese, quale che sia l’etichetta che esibiscono. Queste Centrali sindacali « servono » lo Stato, come lo servono in Inghilterra, America e Russia, nella formula dell’« economia nazionale » avanti tutto, della sottomissione degli interessi immediati della classe operaia a quelli immanenti di conservazione sociale della classe borghese e del suo regime. È mera finzione quella di sostenere che, tuttavia, i sindacati lottano contro il padronato, quando si sa che i sindacati fascisti sorsero « suonando sull’accordo nazionale il motivo della lotta al padronato » (si veda l’utile e significativo discorso di Mussolini a Dalmine), appunto perché la nota dominante della fase imperialistica non è tanto il « datore di lavoro » singolo, quanto il sistema nel suo complesso, sintetizzato dal suo vertice statale, il quale è costretto, sempre a fini di conservazione, a mantenere un gioco di equilibrio tra le diverse forze sociali e tra gli stessi elementi di classe di cui rappresenta i totali interessi. Il regime capitalistico è disposto anche a sacrificare i singoli padroni al fine della sua conservazione, come ha insegnato Engels quando prevede nell’Antidühring l’eclisse della borghesia e la sua sostituzione con un esercito di servi prezzolati da parte dello Stato.

DIALETTICA STORICA

Il processo di assorbimento dei sindacati nello Stato, che la Sinistra ha definito « irreversibile », ha fatto esclamare a certuni che è giunto il momento di volgere le spalle al sindacato operaio e di dedicarsi al movimento « politico ». Abbiamo già visto che questo atteggiamento cozza inesorabilmente contro il programma del partito, ma ancor prima cozza contro la dottrina marxista. Questa posizione fa il paio con quella tipicamente anarco-sindacalista che il partito politico è superato, essendo passati i vecchi partiti « comunisti » al servizio del regime borghese. Con Marx abbiamo rilevato che le associazioni economiche operaie non sorgono per fede, volontà, ma per necessità insopprimibile dei proletari a difendere il pezzo di pane e il posto di lavoro, contro cui il capitalismo preme costantemente, pur sapendo di sollecitare la classe operaia a mobilitarsi e ad aprirsi così alle iniziative rivoluzionarie del partito. Queste condizioni sono tanto insopprimibili, quanto è insopprimibile per il capitalismo la necessità di ritardare, frenare, contrastare l’associazionismo economico dei proletari, usando il mezzo, congeniale con la sua fase totalitaria imperialista, di catturarlo imprigionandolo nel suo ingranaggio statale. Ciò, tuttavia, non sopprime le ragioni, le cause prime delle contraddizioni di classe che sono appunto insanabili in regime borghese.

Le masse ritorneranno alla lotta quando non tollereranno più la pressione crescente ed inesorabile dell’economia capitalistica che, malgrado tutti i ripieghi e trucchi dello Stato, in definitiva procede inasprendo il suo carattere anarchico.

In economia lo Stato tenta di pianificare, che significa di controllare queste sue insanabili contraddizioni. Non può prescindere da questo tentativo, impostogli dalla centralizzazione e concentrazione capitalistica. Ma qualunque tentativo è votato all’insuccesso, sebbene sia « irreversibile », cioè sebbene il capitalismo non possa ormai più tornare al liberismo, alle condizioni precedenti la sua fase monopolistica.

Per arrivare a queste considerazioni non abbiamo avuto bisogno del fascismo. Il riformismo socialdemocratico percorreva già questa strada, quella dello svuotamento del carattere di classe del movimento economico operaio. Il fascismo infatti erediterà il riformismo delle bonzerie sindacali. Oggi questa linea di continuità permane.

Ne consegue che la tendenza dello Stato è di sottomettere i sindacati economici operai, e quella della classe è di impedirlo. La lotta di classe, i rapporti di forza dirimeranno questa contraddizione, e non la negazione dell’antagonismo, o l’abbandono nelle mani nemiche per sempre del sindacato operaio che significa abbandono nelle mani del nemico del campo proletario.

Nel movimento economico proletario si scontrano tre posizioni. Quella negatrice del sindacato, quella del sindacato parastatale, quella del sindacato di classe. Alla prima appartengono coloro i quali ritengono il sindacato superato come coloro che propugnano un sindacato di partito o organismi aziendali sostitutivi del sindacato economico. Alla seconda appartengono le attuali centrali sindacali mistificando la propria « autonomia » in una mera contrapposizione o non subordinazione formale « ai partiti, al governo, ai padroni », ma sostenendo di voler subordinare gli interessi immediati operai a quelli « superiori » dell’« economia nazionale », che significa dello Stato, della classe borghese. Alla terza aderiscono quelli che si battono per il risorgere di un movimento economico proletario a direzione classista, rosso.

La politica dei due primi gruppi è obiettivamente convergente sia nell’attuale situazione di dominio incontrastato del bonzume tricolore, sia in una situazione in cui, la necessità del sindacato rosso sarà prepotente. Il primo gruppo si rifiuta di contrastare il passo ai « filo-statali » sognando forme « nuove », affidando a forme anziché a forze il rovesciamento della dittatura del nemico. Si pone fuori del marxismo e del campo della rivoluzione che, non ci stancheremo mai di ripetere, trae la sua ragion d’essere da determinazioni economiche e non dal mondo delle idee. Il campo di battaglia è sempre quello, i capisaldi su cui la rivoluzione resta attestata sono sempre il partito politico, il sindacato di classe, la classe dei puri salariati. Non riconoscerne anche uno solo significa lasciarlo nelle mani del nemico che non esiterà a usarlo, contro la rivoluzione. È la storia di questi ultimi cinquanta anni. Pretendere, per esempio, che, siccome il proletario si è imborghesito (infame tesi cara agli extra-parlamentari), bisogna andare a scovare un’altra « classe » che lo surroghi, e individuarla nei caleidoscopici sussulti esistenzialistici di gruppi di nullafacenti, significa trasformarsi da « professionisti » della rivoluzione a mercenari della controrivoluzione, sempre pronti a porsi al servizio della prima avventura.

POLITICA ORIGINALE DELLA SINISTRA

Il primo obiettivo cui tende il vero partito comunista è « … essere il centro della lotta e della riscossa contro la centralizzazione reazionaria capitalistica tendente ad imporsi su una classe operaia sparpagliata e dispersa e definitivamente abbandonata a se stessa dalla burocrazia opportunista » (da « La tattica dell’Internazionale Comunista – V Congresso »). Lo stesso testo si apre con la perentoria affermazione che non basta la propaganda ideologica e il proselitismo, ma che è necessario partecipare « a tutte quelle azioni a cui i proletari sono sospinti dalla loro condizione economica ». Nelle « Tesi di Lione », dinanzi alla posizione comoda e disfattista di penetrazione delle corporazioni fasciste, la parola d’ordine della Sinistra suona perentoria: « La parola di ricostruzione dei sindacati rossi deve essere contemporanea alla parola contro i sindacati fascisti », che apparivano neanche formalmente come associazioni volontarie delle masse, ma … veri organi ufficiali della alleanza tra padronato e fascismo.

Questa posizione viene ripresa nelle « Tesi caratteristiche » del 1951, che costituirono la « base d’adesione al partito » e cioè vincolanti per tutti. In esse, dopo aver ribadito che « … il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell’influenza del partito tra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si estenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta percentuale numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale) »; dopo questa riaffermazione canonica della secolare posizione del partito rispetto al movimento economico proletario, immutata anche in questa « terza » fase imperialistica di « irreversibile » tendenza del capitalismo alla cattura dei sindacati, le « Tesi » sanciscono che « Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria è di prevedere le forme e incoraggiare l’apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, che nell’avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato di industria, consiglio d’azienda e così via. Il partito incoraggia sempre le forme di organizzazione che facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse ».

È questa la « politica rivoluzionaria », di controcorrente, della Sinistra, che nessun altro movimento politico sedicente di « sinistra » condivide e che anzi avversa, e che si può esprimere nella formula di « riconquista, magari a legnate, dei sindacati attuali o del risorgerne di nuovi », idonei a contenere nel loro seno la rete dei comunisti organizzati.

In questa situazione particolarmente depressa, il partito non si attende dalla sua incessante ed intelligente partecipazione alle lotte operaie uno spostamento apprezzabile di forze, sinché il movimento di lotta non riprenderà in intensità ed estensione. È in questa ripresa di classe il terreno fertile per lo sviluppo della complessa attività del partito tra le masse dei salariati sia per strappare la direzione dei sindacati esistenti alla direzione tricolore sia per « incoraggiare » nuove organizzazioni economiche operaie, nelle quali il partito possa « liberamente » svolgere la sua azione classista e rivoluzionaria. Oggi, sebbene i sindacati siano praticamente preclusi ai comunisti rivoluzionari, in forza dello strapotere della politica tricolore delle dirigenze sindacali, che si manifesta anche in forme di sbarramenti legali, come quello famigerato della « delega », che costituisce una vera e propria forma di coartazione, di tendenza del sindacato a trasformarsi in sindacato « coatto », qualità tipica del sindacato fascista, i comunisti non li abbandonano volontariamente e svolgono la loro attività non solo nel senso di partecipare alle lotte operaie, ma anche nella battaglia irriducibile contro la politica traditrice delle centrali. Questo è uno dei motivi fondamentali dell’azione del partito, per mostrare ai proletari le conseguenze nefaste della politica sindacale ufficiale e anticipando la necessità inderogabile di un totale arrovesciamento di questa politica. Questa lotta è quindi un distintivo della Sinistra Comunista contro il blocco opportunismo-Stato borghese. Il partito sa che senza una decisiva influenza sulle masse proletarie organizzate non può nemmeno pensare ad un piano tattico. Deve quindi penetrarle con i suoi opportuni organi sindacali e di fabbrica. Questi raggruppano e organizzano i proletari comunisti alle dirette dipendenze del partito e vi coinvolgono anche i simpatizzanti. Costituiscono la rete del partito nella classe, ed assieme ad altri organi specifici espressi dalle reali condizioni della lotta di classe, formano un sistema assimilabile a quello della circolazione del sangue nel corpo umano, per il cui mezzo il corpo della classe viene irrorato incessantemente dalla linfa vitale del programma, della direttiva, degli scopi del comunismo rivoluzionario. E in siffatto modo che si realizza la « preparazione rivoluzionaria » e non certo con esercitazioni volontaristiche e organizzative.

Tramite i gruppi il partito entra in contatto con gli operai organizzati da altri partiti e movimenti politici sul terreno economico e della lotta. È su questo terreno che si misurano, coi fatti, con le azioni, i programmi, le intenzioni le volontà e gli scopi politici, in cui il partito dimostra ai lavoratori di essere l’unico a possedere un arsenale completo ed insostituibile per il raggiungimento della effettiva, reale e completa emancipazione della classe dallo sfruttamento capitalistico.

È evidente che le forze dell’opportunismo alleate con lo Stato borghese nel blocco legalitario dirigente il movimento sindacale e politico degli operai non tralasciano alcun mezzo per impedire che i gruppi sorgano e si sviluppino, come frappongono ogni ostacolo al diffondersi della propaganda e del proselitismo svolti dal partito. È ineluttabile che la diffusione su larga scala della rete dei gruppi comunisti sarà uno dei segnali del ritorno della classe operaia sul terreno della lotta diretta, quanto mai fertile per la penetrazione e lo sviluppo dell’azione rivoluzionaria del partito.

I gruppi non sostituiscono i sindacati né alcun altro organismo di difesa economica. Il partito non ha interesse a costituire organismi sindacali formati da soli comunisti, che sa essere una minoranza della classe, mentre è consapevole che la vittoria del comunismo sarà possibile alla condizione preliminare che la sua influenza si estenda alla massa non ancora inquadrata né controllata dal partito stesso, condizione che gli si presenta nell’unitaria organizzazione economica di classe che sia « neutra politicamente » in principio accessibile ai soli e puri salariati, e in cui possa svolgere lavoro politico e organizzativo liberamente.

VERSO IL SINDACATO DI CLASSE

Il ricrearsi di queste condizioni che caratterizzano il « Sindacato Rosso » non dipende dal partito né dalla sua azione, ma trovano la spinta deterministica e prima nel ritorno della classe operaia sul terreno della lotta diretta generale. In questa fase le attuali dirigenze sindacali e politiche del proletariato tenderanno a stringersi sempre più in difesa del regime capitalistico, sventolando i vecchi stracci della difesa dell’economia, dell’unificazione contro il risorgente fascismo a protezione della riconquistata democrazia, per coprire l’unico modo con cui le classi borghesi e privilegiate possono conservare la loro supremazia economica, sociale e politica, cioè schiacciando la classe, riducendone i salari, terrorizzandola con la disoccupazione di massa la miseria la fame la disorganizzazione, la minaccia di una nuova guerra, con il potenziamento delle forze repressive statali e irregolari. Il loro vero volto di servi del capitalismo apparirà in tutta chiarezza alla massa. Gli operai non avranno altra scelta che difendere il salario, il posto di lavoro, prima di tutto cozzando contro i loro stessi dirigenti, e quindi forgiandosi strumenti e forme di organizzazione e di combattimento che rispondano a questi bisogni immediati.

Il partito nel prevedere sin d’ora questo realistico svolgimento, si abilita ad occupare un posto preminente nel combattimento di classe e nella nuova organizzazione di classe. Per tali ragioni si deve intensificare l’azione critica e la battaglia contro tutta la politica non comunista, incoraggiare quei fermenti di classe che vengono sollevati dall’approssimarsi della radicalizzazione delle lotte e dall’inasprirsi della pressione sui lavoratori, prevedere e incoraggiare tutte quelle forme di associazione che si pongono in contrasto e in opposizione al sindacalismo ufficiale e che « facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse » (Tesi caratteristiche del Partito – 1952). In questo senso recenti e anche meno recenti manifestazioni di lotta economica autonoma in alcune fabbriche industriali e tra i ferrovieri, sono condannate a restare episodi poco fertili di sviluppi di classe se non tenderanno a collegarsi tra di loro, ad aprirsi, appunto, ad operai di diverse località e categorie, spezzando preclusioni soggettive di carattere politico, partitico o addirittura settario. Il collegarsi di queste spinte potrebbe essere foriero del ritessersi di una rete di classe quanto mai feconda e suscettibile di rappresentare un primo passo verso organismi economici di classe catalizzatori delle prossime lotte.

TRA MILLE INGANNI UNA META SICURA

Quanto abbiamo svolto, inoppugnabile nello svolgimento storico e nella tradizione marxista, approda inevitabilmente nella previsione sicura della rigenerazione o resurrezione classista del movimento economico operaio. Consapevoli di costituire una voce nello squallido deserto in cui il tradimento di falsi partiti operai ha trasformato il fertile e rigoglioso terreno dello scontro sociale, non proponiamo ricette miracolistiche, nemmeno agitiamo le nostre scarse forze di fronte all’incantesimo di moderne fate morgane, forse inconsapevoli di cancellare l’angusto ma netto sentiero tracciato dall’opera nostra.

Questa opera che consiste nella conservazione e preservazione della secolare dottrina, si prefigge di mantenere netti e taglienti i connotati dell’azione di classe del proletariato, quando da ogni parte mille sforzi vengono compiuti per sfumarli, corromperli, deformarli col risultato certo di prolungare il semisecolare stato di soggezione degli operai al nemico, col pretesto di « più moderne » visioni, infallibilmente riconducibili al potere borghese.

Sono da respingere inesorabilmente influenze contestatrici di strati sterili ed informi, che, privi di « una scuola di pensiero e di un metodo d’azione », passati al vaglio sicuro della storia, pretendono di denigrare il partito politico di classe e il sindacato di classe, in nome di un rivoluzionarismo da operetta, che nasconde la bramosia di star tra i primi, i migliori, gli eletti.

È da respingere parimenti il tentativo di diffondere l’indeterminatezza, e l’incertezza, quando invece alla sicumera e alla improntitudine delle bande nemiche va contrapposta, in assenza oggi di fisiche forze materiali di uguale peso, la certezza che la classe si schiererà in un domani forse non più molto lontano sul fronte del combattimento.

Sono da ributtare indietro, a costo di un ancora prolungato silenzio, i mille tentativi, ancorché generosi, per uscire dal ghetto in cui è stata cacciata finora la rivoluzione, di appoggiarsi sulle strampalate contorsioni della insoddisfatta pleiade dei « lavoratori del deretano » e dei loro aspiranti, cercando di piegare la incorrotta dottrina al riconoscimento di iniziative non classiste, commettendo il vecchio errore, che segnò la morte dell’Internazionale Comunista, cioè che la piccola borghesia potesse esprimere un movimento politico autonomo e indipendente, o peggio un « radicalismo » suscitatore della ripresa classista delle lotte proletarie.

Il proletariato ritornerà alla lotta sotto la spinta delle determinazioni economiche, e non « pressato » da sollecitazioni ideali. Su questo terreno i sindacati di classe dovranno risorgere e risorgeranno, perché la rivoluzione riprenda la sua marcia.

Le Questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della sinistra Pt.3

Nella terza parte, che segue, si evidenzia ancora con specifici argomenti che il partito non coincide con la classe. La questione non era ovvia né ieri né tanto meno oggi, tant’è che le tesi tattiche vere e proprie sono precedute dalla riesposizione di capisaldi di dottrina e programma, svolti col massimo rigore. L’importanza, data dalla Sinistra, a questo lavoro di precisazione, sempre, in ogni circostanza, sta nel fatto che senza basi dottrinali precise e corrette non si può ottenere un piano tattico coerente ed efficace.

In questa parte, quindi, s’imposta e si chiarisce la corretta relazione tra partito e classe e s’individua il campo su cui si deve, si «esige», «che il partito debba essere collegato da stretti rapporti col rimanente del proletariato». Lo studio delle relazioni tra partito e classe, giustamente, viene prima della relazione tra il partito e gli «altri movimenti politici proletari». Premesso che il partito non è la classe, non si identifica né confonde in essa, ma ne è l’organo, ed inquadra solo una minoranza di proletari, è chiaro che il restante del proletariato, la grande massa dei lavoratori in parte non è politicamente inquadrata, in parte è inquadrata in altri partiti, anche borghesi. Si tratta allora – è la questione della tattica – di unificare la classe sotto la direzione del suo organo, che implica la sottrazione delle forze proletarie all’influenza degli altri movimenti politici che le organizzano, per trasportarle dal campo dell’errore, del compromesso, del tradimento, del nemico, in quello della rivoluzione comunista. I mezzi per realizzare questo «trasporto» costituiscono, appunto, la grave e complessa questione della tattica.

RAPPORTI FRA IL PARTITO E LA CLASSE PROLETARIA

La tesi 10) afferma che «la delimitazione e definizione dei caratteri del partito di classe … esige che il partito debba essere collegato da stretti rapporti col rimanente del proletariato». Questi rapporti si realizzano non «con la negazione» o il disinteresse per i «moti spontanei parziali», per i «moti elementari» della classe, bensì «con l’incitarne l’effettuazione, col prendervi parte attiva, col seguirli attentamente in tutto il loro sviluppo», non col fine di considerarli a se stanti (riformismo), ma allo scopo della «loro integrazione e il loro superamento attraverso la viva esperienza» (tesi 11).

La tesi 12) sancisce che non vi è contraddizione tra «la partecipazione a lotte per risultati contingenti e limitati con la preparazione della finale e generale lotta rivoluzionaria». La propaganda ideologica e il proselitismo è «inseparabile dalla realtà dell’azione e del movimento proletario in tutte le sue esplicazioni». Per cui la lotta per le «rivendicazioni parziali» è «mezzo di esperienze e di allenamento per la utile e fattiva preparazione rivoluzionaria».

Da queste considerazioni consegue (tesi 13) che «il partito comunista partecipa alla vita organizzativa di tutte le forme di organizzazione economica del proletariato aperte a lavoratori di ogni fede politica (sindacati, consigli di azienda, cooperative, ecc.)» attraverso i suoi «gruppi, o cellule», collegati e dipendenti dal partito. Questi gruppi devono partecipare «in prima linea» all’«azione degli organi economici» proletari, per attrarre nel partito gli operai più sensibili, per conquistarne l’influenza e la direzione, penetrandoli con l’indirizzo politico del partito, non limitandosi a «campagne elettorali interne», ma anche aiutando gli operai a trarre da queste vive esperienze gli opportuni insegnamenti di classe.

Per tali ragioni il partito deve dare la sua massima cura per organizzare la rete più fitta ed estesa possibile di gruppi comunisti nei posti di lavoro e nei sindacati, perché (tesi 14) «tutto il lavoro e l’inquadramento dei gruppi comunisti tende a dare al partito il definitivo controllo degli organi dirigenti degli organismi economici» principalmente delle «centrali sindacali nazionali». Non ha senso l’obiezione che oggi il partito dispone di un così scarso numero di effettivi da non potersi interessare di questa attività. Né ha senso l’altra obiezione che oggi non esistono sindacati rossi e che gli attuali sindacati impediscono sia l’ingresso dei comunisti rivoluzionari nelle organizzazioni economiche operaie, per mezzo della «delega» o con la semplice espulsione per «indisciplina», sia la possibilità di organizzare in seno ad essi una frazione del partito, che, invece, è consentita agli altri partiti, anche schiettamente borghesi. La prima obiezione è da respingere perché se fosse fatta propria dal partito, questi cesserebbe di esistere come partito comunista e si trasformerebbe in una scuola, in una accademia. La seconda obiezione, che in un certo senso si riallaccia alla prima, dimentica che il proletariato è sempre stato preda di posizioni controrivoluzionarie o arivoluzionarie e che i suoi sindacati hanno sempre espresso una direzione non comunista, salvo rari esempi storici in cui la lotta puntava decisamente ad incrementare l’influenza del partito nelle masse, come nel periodo storico della 1.a Internazionale, e nell’Internazionale Sindacale Rossa di Mosca, segnando una fase rivoluzionaria. Giusta Lenin, se dovessimo pretendere che l’opportunismo, alleato naturale dello Stato borghese, consentisse liberamente ai comunisti di minare il suo potere, cioè la sua autorità di fatto nei sindacati e nel movimento operaio, noi staremmo sempre ad attendere questa ora fatale, perché non verrebbe mai. Queste obiezioni, come si vede, hanno tipico sapore socialdemocratico, opportunista. Il testo, poi, precisa anche che i membri del partito dovranno sottostare alla disciplina dell’azione intrapresa da direzioni sindacali anche non comuniste, «pur svolgendo la più aperta critica dell’azione stessa e dell’opera dei capi». Questa «disciplina» è dovuta anche oggi, nel senso che i comunisti non inciteranno al sabotaggio, né disereranno le lotte operaie, seppure dirette da sindacati «tricolori», benché gli scioperi siano «flebili e poco estesi»; fermo restando l’obbligo dei comunisti a denunciare instancabilmente «l’azione stessa e l’opera dei capi», anzi con maggior vigore ed implacabilità di ieri.

Il partito non deve limitarsi a penetrare i sindacati esistenti per conquistarne la direzione, ma deve anche «porre in evidenza con la sua propaganda quei problemi, di reale interesse operaio che nello svolgimento delle situazioni sociali possono dar vita a nuovi organismi di lotta economica» per dilatare e rafforzare la sua «influenza che per mille legami si estende dalle sue file organizzate a tutto il proletariato approfittando di tutte le sue manifestazioni e possibilità di manifestazioni nell’attività sociale» (Tesi 15).

Al punto 16) si riprende il concetto che il partito non fonda sindacati secessionisti, con la adesione di soli operai comunisti, che sarebbe indirizzo pregiudizievole alla conquista di una influenza decisiva sulla massa proletaria, in stragrande maggioranza non comunista, da cui ci vedremmo fisicamente e organizzativamente separati nel complesso e vasto campo dell’azione pratica.

Il partito nemmeno si pone lo scopo della «conquista della maggioranza del proletariato», essendo la rivoluzione non un fatto statistico ma politico e dinamico. Il partito tende a divenire l’organo esclusivo della classe operaia, dirigendone l’azione e gli organismi che l’organizzano.

Il partito, cioè, fa leva sui rapporti di forza, che potrebbero anche esprimersi in consensi maggioritari, ma non confida nel consenso maggioritario, statisticamente espresso o peggio elettoralmente espresso, per constatare la sua decisiva influenza sulla classe e trarne la conclusione che questa sarà disponibile per l’azione decisiva. Questo accenno alla «conquista della maggioranza» non si riferisce soltanto ai dibattiti che stavano già spuntando in seno al partito e all’Internazionale, allora, e che arrivarono, nell’esasperazione polemica, sino a prevedere in quale proporzione dovesse ravvisarsi la «maggioranza», se nel 50% più uno, o nel 60-70% o più. Interessa oggi, soprattutto oggi, a dimostrazione che le Tesi sulla tattica non volevano essere un contributo per la soluzione subitanea delle questioni del tempo, ma un tracciato di regole da seguire nella generale lotta contro il capitalismo.

L’ossequio odierno ai dettati della maggioranza è tale che, sebbene la classe operaia sia quasi totalmente inquadrata in partiti e sindacati che si definiscono di classe, si assiste alla impotenza assoluta del proletariato, quando un inquadramento di questa portata avrebbe, ieri, posto all’ordine del giorno addirittura la data dell’insurrezione. La debolezza di siffatta consistenza numerica risiede nel falso indirizzo programmatico e politico, per cui a fronte di essa sta uno Stato onnipotente, anziché in via di decomposizione e di confusione. Conquista di una influenza decisiva sulla classe, ma non ad ogni costo, sebbene sulla strada della rivoluzione. Ogni altro tipo d’influenza è almeno dubbio, se non addirittura controrivoluzionario, come appunto quello dell’opportunismo odierno. Questa, che allora poteva essere una debolezza nella tensione di tutte le forze e nell’utilizzo di tutti i mezzi per stanare l’alleato principale del capitalismo, l’opportunismo socialdemocratico, e gettarlo fuori dal movimento operaio, è oggi prova del tradimento e della consegna al nemico dell’esercito di classe. Chiunque, anche nel soggettivo sforzo di conquistare adesioni al partito rivoluzionario, si sottomette alla pratica demomaggioritaria e all’implicita commistione di contradittori indirizzi e programmi, si pone fuori del campo della rivoluzione e del comunismo, e si dispone a percorrere la stessa strada che è dei falsi partiti operai attuali.


In questa terza parte e nella quarta successiva, viene messo in costante evidenza il terreno su cui il partito entra in «reciproco contrasto» o in «azione comune» con «partiti e correnti politiche proletarie dissidenti».

Questo terreno è quello delle lotte economiche e dell’organizzazione economica del proletariato. È questo un punto fermo ed essenziale per la realizzazione di qualsiasi tattica. All’organizzazione sindacale, che ha tutte le caratteristiche per l’inquadramento potenziale di tutti e i soli salariati, fa carico l’espletamento di tutta l’azione della classe. Sorge appunto da questa funzione precipua degli organismi economici proletari l’impegno inderogabile per il partito di conquistarne la direzione. Per tali ragioni il partito postula un’organizzazione unica sindacale e respinge soluzioni scissionistiche.

RAPPORTI DEL PARTITO COMUNISTA CON ALTRI MOVIMENTI POLITICI PROLETARI

In questa quarta parte vengono affrontate le aggrovigliate questioni di «Quali siano e come si possano stabilire le condizioni a cui debbono rispondere i rapporti tra il partito e la classe operaia per rendere possibili ed efficaci date azioni».

Abbiamo già notato che il compito che il partito si prospetta è quello di spostare la classe dal terreno avversario a quello dell’azione rivoluzionaria. La classe, quindi, si presenta al partito «unita» sul terreno economico, e divisa su quello politico, frazionata in partiti e movimenti politici non comunisti. «Tutti i partiti borghesi – recita la tesi 17 – hanno aderenti proletari, ma soprattutto qui ci interessano i partiti socialdemocratici e le correnti sindacaliste ed anarchiche», cioè la stragrande maggioranza del proletariato inquadrato nel movimento politico.

Può suonare male che la Sinistra consideri «movimenti politici proletari» i partiti opportunisti sia di «destra» che di «sinistra», quando, con Lenin e l’Internazionale Comunista, ha sempre considerato la socialdemocrazia come una congrega di «agenti», «luogotenenti» della borghesia in seno al movimento operaio, «ala sinistra della borghesia». I partiti opportunisti non solo hanno una base prevalentemente operaia, monopolizzano i sindacati operai, influenzano tutte le manifestazioni proletarie, ma si rifanno nominalmente alla tradizione di lotta della classe, usano il vocabolario del socialismo e del comunismo, paludano la loro teoria antirivoluzionaria con formule prese a prestito dal marxismo. Infatti, se così non fosse, se l’opportunismo si rivelasse esteriormente, esplicitamente per quello che in effetti è, non riuscirebbe ad arruolare che i lavoratori corrotti e i mezzani piccolo-borghesi, e la rivoluzione avrebbe trionfato da oltre mezzo secolo.

Il movimento anarchico e sindacalista, che ha radici lontane nella storia del movimento operaio, quando era costretto a lottare nel più complesso movimento radicale democratico tra sottoproletari, semi-proletari e piccolo-borghesi, arruola i lavoratori che la flaccidità della società capitalistica ha reso disperati e nostalgici di una libertà astratta e letteraria, per cui sono portati a negare teoria, organizzazione e milizia politica, in fondo riconducendosi al liberismo, al democratismo, al settarismo.

Oggi, dopo l’avvento del fascismo, non come fenomeno coreografico accidentale di mussolinismo o hitlerismo, ma come storico incedere del totalitarismo statale capitalistico, queste correnti, che offrirono non pochi capi e sotto-capi al movimento fascista del ventennio, come consegnarono tutti i loro effettivi più o meno sparuti o dispersi al movimento controrivoluzionario resistenziale dell’antifascismo e del post-fascismo, non hanno alcun seguito apprezzabile nel movimento operaio. Quelli che, poi, vengono definiti «extraparlamentari», più per impotenza elettorale statistica che per aspirazione, se hanno un seguito tra i lavoratori questo non è rilevabile perché si confondono nelle posizioni dell’opportunismo dei grandi falsi partiti socialcomunisti e delle centrali sindacali «tricolori», nelle quali, tra l’altro, non oserebbero neppure organizzare frazioni. D’altronde, la loro massima aspirazione verso la «vera democrazia», cioè il connubio lavoratori-intellettuali-studenti, li porta irresistibilmente nelle braccia del PCI-PSI, e del pansindacalismo odierno, in cui si sono realizzate, sulla scia del corporativismo fascista, le antiche illusioni del sindacalismo soreliano per un governo «sindacale». Ciò non esclude che, quando la lotta di classe riprenderà impetuosa e a scala mondiale, non risorgano e prendano più reale consistenza queste illusioni devianti e corruttrici, alimentate dalla pressione schiacciante da un lato dell’offensiva capitalistica e dall’altro dalla controffensiva proletaria e comunista, illusioni proprie delle mezze classi travolte dalla tragedia storica di un mondo che deve morire ma che non vuol morire.

È anche in funzione di questa eventualità che il partito deve «svolgere una incessante critica dei loro programmi, dimostrandone l’insufficienza agli effetti della emancipazione proletaria», cosicché «Questa polemica teorica sarà tanto più efficace quanto più il partito comunista potrà dimostrare che le critiche da esso fatte da tempo a tali movimenti secondo le proprie concezioni programmatiche vengono confermate dall’esperienza proletaria: per questa ragione nelle polemiche di tal natura non deve essere mascherato il dissenso tra i metodi anche per la parte che non si riferisce unicamente ai problemi del momento ma riflette gli sviluppi ulteriori dell’azione del proletariato» (punto 18). Aggiungiamo noi che tale lotta deve condursi in modo da non ingenerare il sospetto che il partito tenda ad accostamenti politici, a «filtraggi», a innesti, o, il che è lo stesso, a ammiccamenti diplomatici o di volgare furbizia, allo scopo, che si dimostrerebbe falso ed esiziale, di aumentare i suoi effettivi, di potenziare la sua azione. Ciò è tanto vero, e la storia dell’Internazionale Comunista lo prova con esempi clamorosi, che se il partito pensasse questo si precluderebbe la possibilità di contrapporre il suo metodo rivoluzionario e di dimostrarne la assoluta superiorità rispetto a quelli degli altri movimenti.

Infatti la lotta teorica e «Simili polemiche debbono, d’altra parte, avere il loro riflesso nel campo dell’azione» (tesi 19), in questo campo vitale in cui si dimostra efficacemente «come questa azione», l’azione delle organizzazioni economiche proletarie dirette da altri movimenti, nelle quali si organizzano i comunisti, «ad un dato punto del suo sviluppo viene resa impotente o utopistica a causa dell’errato metodo dei capi, mentre col metodo comunista si sarebbero conseguiti risultati migliori e utili ai fini del movimento generale rivoluzionario».

La tesi 20) dà la chiave dell’impostazione della tattica del partito, come abbiamo premesso all’inizio e che caratterizza il modo con cui «il partito comunista» realizza il suo «scopo essenziale» di «guadagnare terreno in mezzo al proletariato accrescendo i suoi effettivi e la sua influenza a scapito dei partiti e correnti politiche proletarie dissidenti». Il mezzo per pervenire a questo risultato è quello della partecipazione del partito «alla realtà della lotta proletaria». È questo il «terreno», e non quello degli incontri, accordi, pastette tra partiti, il «terreno» che può essere contemporaneamente di azione comune e di reciproco contrasto, a condizione di non compromettere mai la fisionomia programmatica ed organizzativa del partito, sul quale si stava efficacemente sviluppando la tattica di «fronte unico» impostata dalla Sinistra, e che potrà ancora rinnovarsi allorché la classe operaia ritornerà sul fronte della lotta diretta. Nel punto successivo (21), questa condizione cardine della tattica comunista si esprime nel rifiuto di principio di «costituire in seno» «ad altri movimenti politici» «gruppi e frazioni organizzate di comunisti o simpatizzanti comunisti»; e si ribadisce, al contrario, che questo criterio deve essere adottato nei sindacati operai, organi conquistabili alla direzione del partito. Questo postulato viene categoricamente sancito nella tesi 23), nella quale è fatto espresso divieto ai membri del partito «di dare adesione al tempo stesso ad un altro partito» e «anche a quegli organismi che non hanno il nome e la organizzazione di partito pur avendo carattere politico, e a tutte le associazioni che pongano a base della accettazione dei loro membri tesi politiche».

Al punto 22) si dà una indicazione preziosa di come si deve premere, oltre che con il corretto indirizzo rivoluzionario nel campo dell’azione sul «terreno» economico e sindacale, sui «molti lavoratori» sindacalisti e anarchici «che, mentre erano maturi per la concezione della lotta unitaria rivoluzionaria, sono stati fuorviati solo per una reazione alle passate degenerazioni dei partiti politici guidati dai socialdemocratici». Questa indicazione sta esattamente nella «asprezza della polemica e della lotta contro i partiti socialisti», costituisce «un elemento di prim’ordine per riportare quei lavoratori sul terreno rivoluzionario».

È anche a questo scopo che il partito, oggi, come ieri, impegna gran parte dei suoi sforzi contro l’opportunismo dei falsi partiti operai, PCI, PSI e fiancheggiatori, sebbene i lavoratori anarchici e sindacalisti siano assai ridotti di numero rispetto ad allora, e sebbene questi movimenti non si possano considerare, a cuor leggero e per le prove finora fornite, «maturi per la concezione della lotta unitaria rivoluzionaria». Al 1975 di movimenti «maturi», quale che sia la loro consistenza numerica, non c’è che il partito comunista rivoluzionario. Non dobbiamo dimenticare che gli altri «movimenti» cosiddetti «dissidenti», a chiacchiere, dall’opportunismo ufficiale, sono invece confluenti con l’azione politica dei partiti traditori dietro il paravento dell’antifascismo, della vera democrazia, delle riforme. In questi ultimi cinquant’anni la spinta della concentrazione non si è solo manifestata e realizzata nel campo dell’economia, del potere statale, a dispetto spesse volte delle apparenze, ma si è in effetti concretizzata anche nel campo politico dei partiti, dei movimenti politici e sindacali. Sono spariti sindacati anarchici, dissidenti «bianchi» del tipo cosiddetto «migliolino», nel senso che le espressioni di queste correnti sono state assorbite dal pansindacalismo tricolore. Così è accaduto per le rispettive correnti politiche, cadute nella cloaca massima del resistenzialismo e del post-fascismo democratici. Di questi risultati, dello sviluppo storico il partito deve tener conto nello stabilire sino a che punto la tattica rivoluzionaria dovrà «contare» sul risorgere eventuale di queste «forze», in quanto forze organizzate.

Con i netturbini napoletani

A Napoli ha vissuto ore di estrema tensione lo sciopero proclamato ad oltranza dai netturbini, i quali hanno puntato i piedi per la retroattività di vecchi aumenti di stipendio non corrisposti. Il bonzume sindacale ha criticato la forma di questa lotta, che i netturbini hanno portato avanti ad oltranza con una combattività che ricorda tempi migliori.

Tutto è cominciato quando il Sindaco di Napoli ha respinto le loro richieste, dalla stessa CGIL definite «strettamente corporative» e poi a malincuore da questa subite. Col pretesto che i rifiuti puzzano e la salute della cittadinanza ne soffre, il prefetto di Napoli ha denunciato 904 dipendenti comunali addetti alla nettezza urbana con un’ordinanza nominativa notificata dalla P.S. La risposta, nonostante la minaccia (ai sensi di legge) di denuncia all’autorità giudiziaria, è stata un secco «no», ragion per cui sembra inevitabile che la faccenda vada a finire in Tribunale. Il Comune è stato costretto ad organizzare squadre di emergenza per la rimozione dei rifiuti ammucchiati ad ogni angolo della città, facendo arricciare il naso e gridare all’indecenza e allo scandalo i benpensanti.

Ma chi dovrebbe avere paura di questa atmosfera di tensione?

Non certo gli operai, che si battono per difendere un diritto già acquisito, ma i cosiddetti dirigenti; visto che la partita si mette male per loro, redarguiti dalle «superiori autorità» e «dall’opinione pubblica», di fronte alla quale addirittura calano le brache. Si riuniscono urgentemente nel palazzo municipale, col Sindaco, la giunta e le altre autorità, per trovare una via d’uscita alla situazione. La lunghissima riunione si conclude con una proposta di accordo, concedendo a malincuore ai netturbini gli arretrati richiesti con decorrenza 1 luglio 1970.

Lo sciopero di questi lavoratori acquista grande importanza, in quanto sono riusciti a far resuscitare un morto: LO SCIOPERO AD OLTRANZA; per dieci giorni sono riusciti a mettersi sotto i piedi l’abituale trantran delle agitazioni a termine, care alle centrali tricolori (compresa la fascista CISNAL), dando vita a una mirabile sfida alle forze della reazione borghese raggruppate attorno al governo e ai suoi sbirri, malgrado le enormi difficoltà obiettive che hanno intralciato la lotta di questa categoria di primaria importanza.

Lo sciopero non è una vacanza decretata da inaccessibili Uffici Confederali. È lotta dura e ostinata. Ciò hanno capito i netturbini di Napoli, malgrado la stampa di tutte tinte che parla di «sciopero assurdo per il modo come è stato proclamato e portato avanti irresponsabilmente».

Infatti, la C.G.I.L. non vi si è associata, perché «non condivide né la forma di lotta, né la motivazione dichiarata assurda» (Paese Sera, 3-2-1975). È chiaro: i lavoratori fanno paura solo se si muovono sul serio, con tutta la loro forza. Le confederazioni sindacali che si disputano il controllo del mercato del lavoro, da decenni lavorano a cancellare qualsiasi memoria di un’arma gloriosa di combattimento del proletariato, anzi dell’unica arma che nelle infami condizioni borghesi permette ai lavoratori di piegare la prepotenza padronale: LO SCIOPERO AD OLTRANZA E SENZA PREAVVISO.

Contro la mortificazione che la classe operaia sta subendo ad opera delle forze sindacali e politiche che la controllano, noi Comunisti Internazionali siamo i soli a batterci, smascherando gli opportunisti in ogni occasione, svergognando senza pietà i bonzi sindacali e politici, partecipando ad ogni lotta contro i padroni e il loro Stato, denunciando agli operai in lotta l’indirizzo opportunista delle rivendicazioni e condannando i metodi di lotta adottati.

Perciò noi diciamo ai proletari in lotta: CONTINUATE. SIETE SULLA BUONA STRADA. NOI SIAMO CON VOI!

La logica di Mao, ovvero “Quella notte in cui tutte le vacche sono nere”

Ci sembrava impossibile che un «riformatore» del marxismo, un «creatore» di razza come Mao, tra i tanti aggiornamenti del materialismo storico non proponesse una correzione della logica dialettica. Questa volta ha preso di mira la cosiddetta «questione delle tre categorie». Ad essere sinceri, Mao, in fin dei conti un buon contadino molto più serio dei suoi interessati epigoni ed agitatori di libretto, non avrebbe, per pudore, mai detto pubblicamente cose che forse aveva in mente di proferire solo al cospetto di Dio, evento al quale, almeno si dice, si sta preparando da tempo; ma il fatto è che per diatribe e lotte intestine gli hanno fatto il brutto tiro di pubblicare un «inedito» che abbiamo già preso in considerazione in un nostro primo commento (vedi il partito comunista n. 6).

Nella didascalia che presenta il prezioso documento un certo K’ang Sheng chiede a Mao di dire «qualcosa» sulla questione delle tre categorie, ed il santone Presidente, dietro tante premure ed insistenze, non si è lasciato sfuggire l’occasione di dare libero sfogo al verbo. Vittima di turno della severa correzione è nientemeno che quel timido scolaretto di Federico Engels, incappato, al dire del Pensiero-Presidente, in una serie di ingenuità e di reticenze.

Ma sentiamo: «… Engels ha parlato delle tre categorie, ma per quanto mi riguarda io non credo a due di queste categorie (categorico, lui non crede!). La unità degli opposti è la legge fondamentale, la trasformazione di qualità e quantità una nell’altra è l’unità degli opposti qualità e quantità, e la negazione della negazione assolutamente non esiste (da notare che, come tutti i «formalisti» ed idealisti, Mao parte dalla qualità). Mettere sullo stesso piano la trasformazione di qualità e quantità una nell’altra, la negazione della negazione e la legge dell’unità degli opposti è “triplismo”, non monismo. La cosa fondamentale è l’unità degli opposti. La trasformazione di qualità e quantità una nell’altra è l’unità degli opposti quantità e qualità. Non è negazione della negazione».

Fermiamoci un momento per non essere travolti dalla corrente dello «slancio vitale». In attesa che Mao possa sciogliere il mistero del triplismo e del monismo (ridotto ad una sorta di disputa teologica sull’unità ipostatica delle tre persone davanti all’eterno), ci permettiamo di notare che il passaggio dalla quantità alla qualità e viceversa inteso nel senso dell’impossibilità della negazione della negazione, comporta la riduzione della dialettica, come già (figurarsi!) rimproverava Hegel al mistico Schelling, a «quella notte in cui tutte le vacche sono nere». A forza di tuffarsi nel fiume della secolare, anzi millenaria saggezza, Mao non solo ha oltrepassato a ritroso nel tempo Confucio, contro il quale, come è noto, è stata scatenata una dura battaglia, ma è approdato ai lidi dell’eraclitismo, dove si pesca dialettica, ma della specie idealistica e meccanicistica.

Non che Mao neghi il movimento, dal momento che per dialettici del suo calibro già Eraclito va a rilento, solo che il movimento viene inteso piuttosto che come reale e materiale, come pura funzione del pensiero, un suo trascurabile accidente nella sostanza sempiterna dell’Uno. Sostenere che la negazione della negazione non esiste, significa giungere alle conclusioni della «logica formale» del sillogismo aristotelico, rivisto e corretto non certo alla luce della dialettica materialistica, bensì, a ritroso, del divenire alla Cratilo, che radicalmente, contro Eraclito stesso, secondo il quale non è possibile bagnarsi più di una volta nello stesso fiume, sosteneva che non possiamo scendere nemmeno una volta nella stessa acqua (e pensare che Mao, stando almeno all’agiografia corrente, sarebbe sceso almeno una volta nello Yangtze, anche se, non casualmente, sottili sinologi hanno parlato di bluff e di fotomontaggio…).

In sostanza per Mao è vera la trasformazione della qualità nella quantità, fermo restando che il mutamento è accidentale, l’essere sostanziale. Di fronte alle ipostasi aristoteliche dei tre principi della logica: 1) A=A (principio d’identità); 2) A non è B (principio di contraddizione); 3) o A è B, o A non è B (principio del terzo escluso), Mao corregge accettando, secondo la moderna logica dialettica, che A è B e B è A, ma conclude aristotelicamente, che «tertium non datur».

Mutato l’ordine dei fattori, il risultato non cambia, e cioè la negazione della negazione non esiste. Così il Presidente, in nome dell’ortodossia marxista che ha sempre proclamato la verità della concezione monistica della natura e della storia, dandosi le arie di «puro» mastino, difensore di essa contro ogni eretico «triteismo» di cui si sarebbe macchiato l’«eterodosso, positivista» Engels, riduce la dialettica ad un mistero di cui lui solo sa sondare la profondità, collegato a filo diretto con l’Uno.

E pensare che lo stesso Hegel, come tutti sanno rimesso «in piedi» da Marx-Engels, è tanto «materialista» da dire: «etwas ist die erste Negation der Negation!» (cioè: «qualcosa è già la prima negazione della negazione»), mentre Trendelenburg commenta che la legge della contraddizione è applicabile non al movimento in sé (che non esiste) ma unicamente agli oggetti creati da questo. Sentiamo ora un ortodosso del marxismo, Plekhanov, che se devierà al punto da essere tacciato di traditore da Lenin, mai giunse all’audacia e alla temerietà da vero acrobata come Mao: «… ogni movimento è un processo dialettico, una contraddizione vivente. Di fatto non esiste un solo fenomeno naturale che non possiamo spiegare senza fare appello, in ultima istanza, al movimento. Bisogna concedere a Hegel che la dialettica è l’anima di ogni conoscenza scientifica, e ciò non riguarda soltanto la conoscenza della natura… Hegel qualificava di metafisica l’attitudine dei pensatori tanto idealisti che materialisti che, incapaci di comprendere il divenire, buon grado mal grado, si rappresentano e presentano i fenomeni come fissi, senza legame tra loro, né possibilità di passaggio dall’uno all’altro. A questa attitudine egli opponeva la dialettica che li fa conoscere nel loro divenire, e di conseguenza nel loro legame reciproco» (Saggio sullo sviluppo della concezione monista della storia, 1885). Ogni movimento è dunque un processo dialettico, e dunque reale, in cui se la negazione della negazione non esistesse, come pretende Mao, non avrebbe senso il tanto decantato movimento, ma si ridurrebbe ad un circolo vizioso, ad una armonia prestabilita nella quale l’origine starebbe nella fine e la fine nel principio, come in tutte le teologie.

Come tutti i mistici e mistificatori, Mao, nel rifiuto di riconoscere la logica formale come aspetto e parte della logica dialettica, si appella al principio della coincidentia oppositorum, laicizzato e mondanizzato, ma pur sempre un modo metafisico di tagliare la testa al toro.

Partito da queste auree premesse è poi comprensibile che innesti spericolatamente la marcia diretta e tutto d’un fiato si permetta di tradurre per i meno provveduti e per le «masse» la sua teoria della società in soldoni di questo tipo: «… la società schiavista ha negato la società primitiva, ma rispetto alla società feudale costituiva l’affermazione. La società feudale costituiva la negazione rispetto alla società schiavista, ma era a sua volta affermazione rispetto alla società capitalista. La società capitalista era la negazione rispetto alla società feudale, ma l’affermazione rispetto alla società socialista. Che cos’è il metodo della sintesi? È possibile che la società primitiva esista fianco a fianco della società schiavista? Esistono contemporaneamente, ma questa è una piccola parte del tutto. Nel quadro generale la società primitiva è condannata a sparire.

Lo sviluppo della società ha tuttavia luogo per stadi: anche la società primitiva si divide in molti stadi… Una cosa distrugge l’altra, le cose emergono, si sviluppano e sono distrutte, dappertutto è così. Se le cose non vengono distrutte da altri, si distruggono da sole… Perché la gente muore? Perché gli aristocratici muoiono? Certo, è una legge naturale. Le foreste vivono più a lungo degli esseri umani, ma anch’esse durano al massimo qualche migliaio d’anni. Sarebbe insopportabile se non ci fosse la morte. Pensate se ci fosse ancora in giro Confucio vivo, come potrebbe il mondo ospitare tanta gente?».

È evidente che in questa summa colloquiale e falsamente ingenua Mao è completamente in trance: non una parola sul determinismo duro e materiale della lotta di classe attraverso il quale il marxismo spiega il passaggio da una forma di società ad un’altra, forse dal momento che nel «celeste impero» ormai la lotta si svolge all’interno dell’Uno, è una pura propaggine del gran fuoco che è il «popolo» e lo «stato socialista». Così almeno lui crede.

Le società si susseguono secondo il classico, olimpico metro delle teorie provvidenzialistiche ed evoluzioniste del Progresso e dell’Idea, fermi restando gli «stadi», veri e propri massi erratici che oscurano la corrente spirituale da cui scaturiscono uomini e cose. Non possiamo fare a meno di esclamare, parafrasandolo… «pensate se ci fosse ancora in giro Mao, come potrebbe il mondo ospitare tanta gente?» Ma non ce l’abbiamo con lui persona; altro non essendo che il risultato di eventi storici e terribili per il proletariato, come sono e, speriamo per poco ancora saranno, i suoi petulanti e mediocri epigoni nostrani, che di creativo altro non hanno se non la capacità di ripetere le giaculatorie del maestro.

Non contento di aver abbracciato con audace disinvoltura le società passate e la presente, Mao intraprende un’incursione, anzi un vero e proprio raid nell’avvenire, con lo spirito di chi ne ha già contemplato le forme, e, ormai stanco, ha già abbondantemente oltrepassato la società comunista: egli vive oltre i lidi delle società umane e della natura materiale, egli è la coincidentia oppositorum fattasi carne: ma sentiamo dalla viva voce: «… anche il socialismo sarà eliminato, perché se non fosse così non potrebbe esserci il comunismo. Io non credo che non ci saranno cambiamenti qualitativi durante il comunismo che non sarà diviso in stadi qualitativamente lo stesso, immutato per milioni di anni. Questo è impensabile alla luce della dialettica. Poi c’è il principio (tra le altre cose… n.d.r.) da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. Voi credete che si possa andare avanti per milioni di anni con la stessa economia? Ci avete mai pensato su? Se fosse così non avremmo bisogno di economisti, potremmo farcela in un solo libro, e sarebbe proprio la fine della dialettica (poverina!)».

E di stadio in stadio eccoci alla strigliata contro Engels, che rosso in faccia poco ci manca che non venga messo in castigo: «… la vita della dialettica è un continuo movimento verso gli opposti. Anche il genere umano alla fine sparirà. I teologi parlano della fine del mondo per spaventare la gente. Noi diciamo che la fine del genere umano è qualcosa che produrrà qualcosa d’altro di più avanzato del genere umano. Il genere umano è ancora nello stadio dell’infanzia.

Engels ha detto che bisogna passare dal regno della necessità al regno della libertà, e ha detto che la libertà è la comprensione della necessità. Ma Engels dice le cose a metà (è dunque reticente). La libertà è la comprensione della necessità e anche la trasformazione della necessità, qualcosa per cui bisogna lavorare, quindi. (pensate cosa era sfuggito ad un marxista come Engels… la prassi!).

Basta forse mangiare senza aver niente da fare e limitarsi a comprendere? Quando scopri una legge devi essere capace di applicarla, di ricreare il mondo daccapo, devi dissodare la terra ed elevare costruzioni, scavare miniere, industrializzare. In futuro ci sarà ancor più gente e non ci sarà cibo a sufficienza, così gli uomini dovranno trarre cibo dai minerali».

Eccole le scoperte del Presidente. A parte il «ricreare il mondo daccapo» aspirazione comune a tutti i mistici che vogliono «cogliere il sole nella culla», il resto è una litania di scempiaggini che l’ideologia borghese e perfino il dio della Bibbia da tempo immemorabile predicano a piene mani. Ricordate?: «… tu uomo mangerai il pane col sudore della tua fronte». Il padreterno poverino si era dimenticato, è vero, di condannare l’uomo ad «industrializzare», ma Mao e compagnia lo hanno degnamente aggiornato! La prassi di cui Engels si sarebbe distrattamente o forse colpevolmente dimenticato viene ridotta alla costatazione ovvia che la libertà è necessità e la necessità libertà, secondo l’unità degli opposti che a Mao sta tanto a cuore. Non un cenno alle forme che il lavoro umano assume nelle diverse società, nei diversi modi di produzione o stadi, come preferisce; il lavoro viene presentato come lavoro generico astratto, «umano», appunto, senza nessuna altra determinazione. Non un cenno al lavoro salariato e al capitale ed al loro nesso contraddittorio e antagonistico, alla necessità dello scontro per la soppressione di esso per realizzare veramente il «lavoro umano di specie».

Ma l’abbiamo detto: Mao naviga nei lidi empirei dove anche il comunismo è già soppresso. Beato lui! se tutto ciò non fosse una enorme balla che milioni di cinesi gialli e bianchi bevono inebriati e rincoglioniti.

La disoccupazione crescente evoca lo spettro della grande crisi

Sono 1,2 milioni in Italia, come nella Repubblica Federale, 6,5 milioni negli Stati Uniti i disoccupati registrati all’inizio dell’anno. Gravi le condizioni in particolare dei lavoratori emigrati, in Germania, in Svizzera e delle minoranze proletarie più oppresse: negli Stati Uniti sono disoccupati il 12,8% dei lavoratori negri, il 18% dei giovani proletari e il 15% degli edili.

Opportunisti e borghesi si stupiscono che l’attuale meraviglioso ed eterno modo di produzione possa produrre simili anomalie, che il dirigismo statale sulla economia nel mondo sia occidentale sia in quello falsamente detto socialista non abbia potuto evitare la bancarotta internazionale. Tutta colpa di «scelte sbagliate» afferma perentorio il partitone che si spaccia per materialista e comunista: e chi sceglie e che cosa? È la classe «dirigente», come i rinnegati chiamano la borghesia, che è scelta dal capitale impersonale per ottemperare alle sue alterne necessità. Solo chi ha rinunciato alla prospettiva rivoluzionaria per la collezione di voti piccolo borghesi può dare ad intendere che siano gli uomini, buoni o cattivi, a disporre della vita sociale; finché esisterà dittatura del capitale, con necessaria superstizione della volontà popolare, democraticamente consultata, gli uomini, e tanto più quanto più potenti sembrano, saranno sempre schiavi e vittime del prodotto delle loro stesse mani. Ciò che spinge fuori delle fabbriche gli operai, li costringe all’ozio forzato e domani potrebbe scaraventarli in un nuovo conflitto mondiale è lo sfrenato lavoro di ieri, la «enorme accolta di merci» idiotamente prodotta in miliardi di ore di straordinari, di ritmi frenetici al solo scopo di far circolare capitale.

Similmente allo sviluppo «pacifico» che produzione e commercio ebbero negli ultimi decenni del secolo scorso, tali da far affermare a Lenin che il 1900 portava l’inizio dell’ultima fase del capitalismo, dalla fine della seconda guerra fino alla vigilia della crisi in cui il mondo sta precipitando si è avuto una enorme crescita del volume del capitale; questi i coefficienti di incremento annuo della produzione industriale mediamente dal 1913 al 1938 e mediamente dal 1938 al 1968: Gran Bretagna: +1,5% nell’anteguerra contro il +3,0%, il doppio, dopo la seconda; per Stati Uniti: +1,4% contro +5,5%; per Italia prima +2,3%, poi +5,7%. Parallelamente il dilatarsi della produzione riesce ad assorbire i larghissimi strati di disoccupati solo intorno al 1960 nei predetti Paesi: il capitalismo, dotato di tecnica e mezzi enormi, è riuscito a mantenere il cosiddetto pieno impiego, nei paesi più ricchi, solo per una quindicina d’anni, a prezzo di inezie come due guerre mondiali, Corea e Vietnam. Purtroppo borghesi ed opportunisti hanno la memoria corta: questi sono accidenti, inconvenienti eliminabili, magari con un po’ di partecipazione dal basso, normalmente il «progresso» trionfa, ad esso si sacrifica l’indipendenza della dottrina e dell’azione della classe proletaria, per esso si abbandonano i movimenti contadini di rivolta all’imperialismo nei paesi non industrializzati al seguito di imbelli borghesie nazionali. Ci si scorda che in tutto il periodo dalla prima alla seconda guerra i disoccupati non furono mai, per esempio in Gran Bretagna, meno del 10% dei lavoratori, con punte del 18% e del 30% in Germania e del 27% negli Stati Uniti.

Spetterà al futuro lavoro di partito lo studio delle somiglianze e delle differenze fra la congiuntura capitalistica attuale e corrispondenti punti nel passato della spirale della riproduzione del capitale. Un confronto meccanico di alcune soltanto delle grandezze non è certamente indicativo: per esempio, prendendo come indice solo la percentuale dei disoccupati il momento attuale troverebbe un riscontro nel 1959 in Italia, nel 1955 nella Repubblica Federale, nel 1958 negli Stati Uniti. Ma un simile accostamento sarebbe del tutto ingiustificato in quanto allora la produzione capitalistica si trovava in una fase di generale espansione alla scala mondiale. Si avevano sì i medesimi valori per la disoccupazione ma erano questi in rapido declino mentre oggi, al termine di un trentennio di capitalizzazione forsennata, quei numeri subiscono una impennata. Infatti oggi a differenza di allora, per esempio, il capitalismo è stretto nella morsa, tipica delle crisi di sovrapproduzione, fra recessione ed inflazione; ogni stimolo alla domanda, ogni riduzione fiscale all’industria provocherà un innalzamento ulteriore dei prezzi.

Scrive l’Economist del 26 ottobre: «… Un mondo che ha visto la massima crescita, la massima inflazione, i più alti saggi di interesse che mai prima, ed un crollo del mercato peggiore di quello del 1929 non può escludere la possibilità che ne segua il massimo della disoccupazione a meno che non sia fatto qualcosa di drammatico, come il congelamento dei salari all’interno e la cooperazione internazionale…». A parte l’utopia della collaborazione internazionale in un mondo di ladroni bardati di ferro come mai, intorno ad un bottino sempre più magro, la soluzione che la classe operaia si deve attendere è chiara: congelamento dei salari, iper svalutati, e «… due milioni di disoccupati a sussidio nell’inverno 1975/76 e di più in seguito (solo in Gran Bretagna, dice l’Economist)».

Quella è la necessaria soluzione borghese, appoggiata in pieno dall’opportunismo: «Urgono misure di ripresa produttiva» su sei colonne dell’Unità, contro gli effetti della concentrazione del capitale si rimedia con più capitalismo, maggiori investimenti, cioè aggravando le cause che quegli effetti hanno generato. Questa è la condanna di un mondo in cui ancora è assente la luminosa prospettiva eversiva comunista e quando la controrivoluzione inibisce o devia ogni sana reazione operaia di classe: ad ovest come ad est – sì, dai paesi «socialisti» attendiamo per certo informazioni sul dilagare anche colà della crisi capitalistica – si inganna il proletariato che la sua rivolta, la sua mobilitazione è impossibile e inutile, si illude che l’unica salvezza stia nella benevolenza dello Stato del capitale, nelle varie forme effimere di sussidi, di integrazione salariale, ritardando così la presa di coscienza dei diseredati e la loro solenne spallata ad un mondo tanto fradicio che sopravvive della sussistenza a se stesso.

Mentre l’economia, nelle osservazioni stesse dei miopi e empiristici «dottori» borghesi, sta ritornando nei suoi prevedibili prossimi sconvolgimenti a ripercorrere tappe lontane nel tempo, precedenti questi decenni di falsa pace sociale, mentre ovunque gli Stati si preparano a ritornare apertamente alle loro forme dittatoriali di classe, noi comunisti ci prepariamo, che anche il proletariato ritorni al suo passato di classe, alla sua tradizione di cui, è un fatto, siamo i soli depositari.

Lettera dall’Inghilterra: Picchetti e “diritto” degli operai

Si possono ritrovare in Inghilterra i casi più recenti di picchettaggio operaio, come a Shrewsbury, dove sono ancora in galera due operai. I cosiddetti «comunisti» inglesi dimostrano e protestano basandosi sul fatto che questi due operai sono in galera perché la violenza fisica era stata usata mentre si stava sviluppando uno sciopero nel settore industriale, e cioè in conformità della legge che permette il formarsi di picchetti operai, ma solo in modo pacifico. Secondo loro questo «diritto» sarebbe stato violato. Ora vediamo che cosa significa questa posizione opportunista e la vera natura del «diritto».

La Camera dei Lords ha sostenuto che uno degli operai è stato riconosciuto reo di aver ostruito di sua spontanea volontà la strada, stando in piedi davanti ad un camion per nove minuti, perché voleva convincere «pacificamente» il camionista a non scaricare il suo camion in un cantiere edile durante lo sciopero. Secondo i Lords, i picchetti possono invitare i camionisti a fermarsi, ma non hanno nessun «diritto» a forzarli a farlo.

Nel secondo caso l’ingresso ad un cantiere venne impedito dalla polizia per far passare un pullman pieno di crumiri, che stava arrivando dalla strada principale, per impedire ai picchetti di parlare con il conducente del pullman. Fra l’autista e il picchetto sorse un diverbio ed il poliziotto prese il pretesto per arrestare un operaio del picchetto. Il poliziotto dichiara che aveva proceduto all’arresto perché, essendoci stati nel passato altri picchetti che in questo cantiere erano stati coinvolti in scontri del genere, si impedisse il disordine e la violazione dell’ordine pubblico.

Non si è trattato, quindi, di una azione non pacifica, ma semmai intimidatoria. Nella legge sulla «Cospirazione e preservazione della proprietà privata» del 1875, l’«intimidazione» non è ben chiara come reato, ma i magistrati hanno sempre dato l’interpretazione nel senso che l’intimidazione contiene l’intenzione di usare violenza fisica.

Da questo punto di vista, si può osservare come i picchetti, i crumiri e i camionisti siano tutti degli operai, sebbene uno di contro all’altro. Tutti, però, si trovavano di fronte al «diritto» nella stessa posizione, cioè si venivano a trovare nella condizione di confermare che l’unico «diritto» reale è quello esercitato dai Lords, dai magistrati, dal poliziotto, che esemplificano l’autorità dello Stato, educati ed autorizzati a far valere questo potere che si manifesta nella contrapposizione di una parte di operai contro l’altra.

Dov’è quindi il «diritto» dell’operaio e per l’operaio? Letteralmente il diritto di un uomo è quello naturale. Ma Marx ci ricorda che «un uomo che non ha niente oltre la sua forza-lavoro, è uno schiavo della classe capitalista» e può essere «libero» solo nel senso che ha il «diritto» di conformarsi, assoggettarsi a questa schiavitù.

Si può rispondere a questi falsi comunisti che i «diritti» di questi picchetti non sono stati negati né violati, perché i picchetti degli operai, gli operai in lotta, con le armi della lotta, non hanno «diritti» da rivendicare. La vita di un operaio in regime borghese non è sua. In regime di classe la vita di un uomo è l’adattamento alla legge, uno schema prefissato dalla classe dominante.

L’operaio ha il «diritto» non formale, di usare la sua forza per schiacciare il suo nemico; come il suo nemico ha lo stesso «diritto». L’operaio questo diritto se lo prende, non lo richiede a nessuno, né implora pietà e comprensione se viene temporaneamente battuto. È semplicemente ridicolo, per non dire peggio, di chiedere al magistrato, al Lord, al poliziotto, se l’operaio ha agito in pieno rispetto del «diritto», della legge, per difendere i suoi interessi. Questo atteggiamento vuol dire che i rappresentanti ufficiali degli operai affidano le sorti della classe allo Stato, alla classe nemica, alla borghesia, anziché alla lotta, alla forza organizzata di classe.

Questi piccoli e semplici episodi confermano che il movimento operaio è sotto la dittatura dello Stato capitalista, in ogni paese esercitata sia direttamente che attraverso la tutela sulle organizzazioni proletarie da parte degli agenti della borghesia in seno alla classe operaia.

Non basta essere antilegalitari per stare nel campo comunista

Il brano che segue sintetizza in quale considerazione il partito comunista deve tenere tutti gli altri partiti che pur si richiamano al proletariato ed anche quelli che si definiscono «rivoluzionari» e «antilegalitari». Tutti questi partiti, per il solo fatto di non propugnare la «dittatura del proletariato» stanno in un certo senso sul terreno «borghese». Questa intransigenza non porta alla conclusione che il partito comunista neghi le iniziative che questi partiti possono prendere nel fuoco della lotta, per richieste della massa lavoratrice; ma, al contrario, il partito giunge ad una «utilizzazione» di queste iniziative in maniera coerentemente rivoluzionaria, sottolineando che devono essere perseguite «attraverso l’azione diretta», premendo su partiti e Stato, in modo del tutto indipendente. Questo ricordiamo, come inciso nella più vasta questione della tattica, a mo’ di precisazione, nel caso in cui i raddoppiatori di turno rivendichino credenziali di «sinistra» per il solo fatto di non negare le lotte operaie. Il che è troppo poco.

* * *

«L’attitudine, l’attività di opposizione politica del Partito comunista non sono un lusso dottrinale, ma, come vedremo, una condizione concreta del processo rivoluzionario.

Infatti attività di opposizione vuol dire costante predicazione delle nostre tesi della insufficienza di ogni azione di conquista democratica del potere e di ogni lotta politica che voglia tenersi sul terreno legale e pacifico, fedeltà ad essa nella critica continua e nella divisione di responsabilità dall’opera dei governi e dei partiti legali, formazione, esercitazione e allenamento di organi di lotta che solo un partito antilegalitario come il nostro può costruire, fuori e contro il meccanismo che è quello della difesa borghese.

Metodo questo che è teorico per quel tanto in cui la coscienza teorica è indispensabile sia posseduta da una minoranza dirigente ed è organizzativo nella misura in cui la maggior parte del proletariato non è matura per una lotta rivoluzionaria; si provveda alla costituzione e alla istruzione dei quadri dell’esercito rivoluzionario.

Sotto questo aspetto, noi, fedeli alla più fulgida tradizione della Internazionale Comunista, non giudichiamo i partiti politici col criterio col quale è giusto giudicare gli organismi economici sindacali, cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, e la classe su cui tale reclutamento si compie, bensì col criterio delle loro attitudini verso lo Stato e il suo meccanismo rappresentativo.

Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità, ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un partito proletario, ma un partito borghese, e in un certo senso basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista o anarchico) pur ponendosi fuori dei limiti della legalità rifiuta di accettare il concetto della organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura. Non vi è qui che la enunciazione della piattaforma difesa dal nostro partito – fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali.

Non vogliamo però tacere che se la collaborazione parlamentare e governamentale sono escluse completamente dal momento che si adotta una tale piattaforma, non si rinunzia però, ad una utilizzazione molto migliore e meno arrischiata di quelle rivendicazioni che le masse sono portate a portare come richieste al potere dello Stato o ad altri partiti, in quanto si possono indipendentemente sostenere come risultati da raggiungere attraverso l’azione diretta, la pressione dall’esterno e la critica stessa della politica del Governo e di tutti gli altri partiti, attraverso l’esperimento di essa.

(Ordine Nuovo – Anno II – n. 24 – Torino – 24 gennaio 1922)».

Il Dott. Pangloss formato ’75

Mentre tutte le cassandre della borghesia internazionale e nazionale si cospargono il capo di cenere e si stracciano le vesti di fronte all’ottusità di quelle teste dure di operai che non sembrano capire la gravità della crisi economica, continuando a spendere e spandere, finalmente un ottimista, un autentico dott. Pangloss formato ’75: si tratta del «futurologo» Hermann Kahn, direttore dello Hudson Institute di New York, che, come riferisce il Corriere della Sera del 26 settembre, ha tenuto una conferenza all’Istituto per la formazione quadri Olivetti sul tema: «Crisi dell’energia e inflazione, il possibile futuro dei prossimi anni». Illustrando – riferisce il cronista – le sue idee generali sulla povertà, sullo sviluppo economico, sul prodotto mondiale lordo e sull’espansione demografica, Kahn si è detto fiducioso sulla possibilità che la tecnologia attuale e dell’immediato futuro risolverà la maggior parte dei problemi di sviluppo, anche con una popolazione mondiale aumentata.

Quanto a capacità di previsione non c’è che dire: al suo cospetto gli antichi aruspici, tra interiora di animali e voli di uccelli, fanno la figura di computers; la moderna «tecnologia» borghese, che fra le tante delizie ha partorito questa razza di scienziati che vanno sotto il nome di «futurologi», sotto la forma di auguri generalissimi e di sorrisetti standard, cerca di bilanciare, perché i gonzi abbocchino, la dura realtà dei fatti, che giornalmente recita cifre apocalittiche, inflazione non più semplicemente galoppante, ma sprintante, caduta degli investimenti «produttivi», come amano distinguere le teste d’uovo, disoccupati a caterve. Ma una parola d’ordine accomuna cassandre e dott. Pangloss: lavorare di più, consumare di meno.

Altro che «fascino discreto della borghesia»: ormai, questa classe putrescente, anche quando prova a sorridere, non riesce a nascondere la macabra realtà fatta di fame, di lotta al coltello per un tozzo di pane, di grassazioni quotidiane, di colpi gobbi dei cosiddetti «speculatori».

Il dott. Kahn abbaia bene ma razzola male: la sua scienza è una sequela di frasi fatte, la tautologia è il suo linguaggio, la contemplazione dei «grandi problemi» la sua religione. La sua futurologia, che sembrerebbe suonare «arte di prevedere le novità» è vecchia quanto la borghesia, e promette le stesse cose dell’89: progresso e felicità a base di scienza e di tecnica; ma per quanto apparentemente «Candido», come si addice ad un dott. Pangloss, è, e lo sa, un gran fetente, proprio quando precisa che «c’è da aspettarsi un grande boom, ma dopo il 1976».

A parte le nostre riserve sulla profezia in quanto al tempo, siamo costretti a riconoscere che la lezione la sa a memoria: «la condizione per il boom è quella che sappiamo da sempre, e cioè investire, investire, investire».

Per Kahn il termine «risorse» è legato strettamente allo sviluppo di nuovi processi, a loro volta collegati ad investimenti di capitali, che consentirebbero di risolvere i problemi dell’energia e dell’alimentazione; entrando in dettaglio nella questione energetica ha detto che Stati Uniti e Giappone, i quali insieme producono il 40 per cento del prodotto mondiale lordo, attueranno politiche di energia ad alto costo per rimanere indipendenti. Tuttavia i paesi produttori di petrolio, riuniti nell’OPEC, saranno costretti ad abbassare i loro prezzi, perché la produzione del petrolio è in eccesso sulla domanda. Kahn ritiene che questi paesi non riusciranno ad organizzare un piano comune di comportamento.

Però, dobbiamo ammettere che questo Kahn la sa lunga; futurologo sì, ma con «juicio». Ha ragione, ma se non gli dispiace, la sua scienza è un ammasso di luoghi comuni, è proprio «dogmatica» come viene rimproverato alla nostra. Sono ormai 50 anni che andiamo battendo lo stesso tasto: mentre l’opportunismo dilagante, ha sostituito il classico appello «proletari di tutto il mondo unitevi» con l’altro, bolso, «popoli e… stati di tutto il mondo unitevi», dando per possibile l’alleanza dei cosiddetti «paesi poveri» contro i «paesi ricchi», noi abbiamo sempre sostenuto che l’alleanza tra stati, fossero pure straccioni, è sempre un’alleanza di borghesi, satolli o affamati non importa.

Dunque siamo d’accordo: i paesi dell’OPEC non riusciranno ad organizzare un piano comune di comportamento, perché la contrapposizione di comodo tra «paesi produttori e paesi consumatori» è un’altra balla che non regge. Esistono paesi ad alto sviluppo capitalistico e stati borghesi di più o meno recente «indipendenza», che nella incessante guerra commerciale imperialistica tentano di valorizzare al massimo la loro merce, in tutto soggetti alla comune legge inesorabile del modo di produzione capitalistico: «produrre al più basso costo per vincere la battaglia della concorrenza». Su una «bagattella» non siamo d’accordo: mentre per il signor Kahn l’investimento di capitale è la cosa più normale che si possa immaginare, una vera e propria legge di natura, per noi è la dannazione del sistema capitalistico, ed a pagare il suo scotto sono sempre i soliti ottusi, spendaccioni, operai.

Per Kahn la formula è: investimenti = progresso per tutti, per noi: più investimenti = più sfruttamento e catene per il proletariato.

Ed allora se lui è disposto a «sorridere sinistramente» di questa dannazione, noi siamo al contrario determinati a «lottare sinistramente». Ecco perché il dott. Pangloss può disquisire ai «quadri… astratti» del comm. Olivetti e proporre analisi arcinote: perché fino all’analisi, fosse pure «marxista», come tutti proclamano, ci vuol poco ad essere d’accordo; il difficile viene quando si tratta di trarre delle conclusioni di fare cioè la sintesi, e non puramente contemplativa, ma attiva, capace di rivoluzionare un sistema che fa acqua da tutte le parti. A questo punto anche il dott. Pangloss, candido ed amabile, si farà paonazzo di rabbia, dovrà ammettere che i «booms» non sono un lieto evento fatto di sorrisi e pacche sulle spalle, ma il frutto di rapporti sociali fondati sulla violenza tra classi sociali e stati, tra «paesi ricchi e paesi poveri», come ama dire. Il futurologo salta bene, e specialmente gli anni: non ci dice perché l’economia dovrebbe ingranare la quinta dopo il 1976. Tace sulla fase che stiamo attraversando, né gli passa per il capo la possibilità che per «stasare» il mercato dalle merci di sovraproduzione relativa, le nazioni potranno essere costrette a passare dai sorrisi alle cannonate: oh!, no, questo non è affar suo; dimenticavamo che nella divisione del lavoro capitalistico, altri, sono gli addetti alle minacce, in divisa o meno. Lui deve solo sorridere, solleticare, e… formare quadri.

In conclusione, parlando delle prospettive dell’economia mondiale, prevede per il periodo 1976-85 il più alto tasso medio di sviluppo economico mai raggiunto, pari al 6% annuo. «Saranno questi – ha detto – i migliori anni della storia mondiale». In questo periodo le attuali istituzioni monetarie, finanziarie, subiranno trasformazioni, ed anche i valori tradizionali, come quelli del pensiero, cambieranno completamente. Gli effetti della II guerra mondiale che ancora condizionano il mondo contemporaneo, spariranno». Come si vede ormai il Kahn naviga nel suo elemento naturale, il futuro, ma si dimentica di spiegarci in che modo spariranno gli effetti della II guerra mondiale: forse perché cominceranno quelli della III, o perché, e noi ce lo auguriamo, e per questo lottiamo, il proletariato, dopo aver toccato il fondo della crisi controrivoluzionaria, avrà rialzato la testa, opponendo tutta la sua potenziale forza contro il regime borghese e l’economia del Capitale, dopo aver riconosciuto ed accettato la guida del partito storico e formale della rivoluzione, il partito comunista internazionale.

Lanciamo la nostra sfida a tutti i Pangloss borghesi, Kahn o chi per lui, perché non crediamo alle loro false promesse, ai loro macabri sorrisi da «grand guignol», e facciamo appello al proletariato perché si liberi dalle false sirene che lo hanno puntualmente attratto nelle secche della disoccupazione, della miseria, della guerra fratricida.