Интернациональная Коммунистическая Партия

Il Partito Comunista 22

Dalla fogna elettorale uscirà un altro governo borghese, con o senza il PCI, per ingannare e reprimere gli operai

Anticipiamo il «verdetto» delle urne: non prevarranno le maggioranze! Bestemmia democratica dunque? Certo. Si confermeranno gli interessi delle classi borghesi, quale che sia il colore o i colori del governo che scaturirà dal totovoto. Governo di «destra» o di «sinistra»? Sarà comunque un governo controrivoluzionario.

Governo controrivoluzionario significa governo che rappresenta gli interessi nazionali, che nella attuale congiuntura mondiale di crisi generale dell’economia capitalistica coincidono con l’offensiva delle classi padronali contro la classe dei salariati, con la pressione crescente e perfida sui salari, sulle condizioni di lavoro, di salute, di esistenza degli operai. Il governo che sarà chiamato dal capitalismo a rappresentarne gli interessi dovrà svolgere questa funzione o dal capitalismo stesso sarà rovesciato per far posto ad un ministero inflessibile agli ordini del padronato. Tutto il resto è paccottiglia, fumo, colore, per confondere i proletari.

Ciò premesso, i partiti che aspirano al «potere» e quelli che li affiancano, si accingono a recitare la parte di fedecommessi della borghesia, di esecutori degli interessi padronali, sulla cui abilità, moralità e fedeltà sarà la borghesia stessa a decidere, non certo il numero delle schede, e sui nomi dei grandi pagliacci nella vetrina elettorale.

L’innumere esercito della piccola borghesia, dei bottegai, degli intellettuali, della pleiade dei nullafacenti ansiosi di carriera, delle aristocrazie del lavoro avvinghiate a miseri privilegi, ed anche di parte di borghesia media e di contadini, presi nel vortice del dissesto economico generale, stritolati dall’onnipotenza fiscale dello Stato, fiduciosi di poter sfuggire al crollo inevitabile, sembrano spostarsi a «sinistra», dalla parte dei partiti «operai», che promettono il ritorno al «benessere» per tutti, la funzionalità dello Stato, la tranquillità sociale, un «mondo nuovo». Non sarebbe la prima volta. È sempre stato così da quando il grande capitale finanziario domina la società civile. Ebbene, una oscillazione a «sinistra» può ben produrre un governo di «sinistra», nel quale si riconoscerebbero tutti, dal capitalista «onesto», all’industriale «operoso», dal banchiere non usuraio al funzionario integerrimo, ma anche dal bottegaio semirovinato al contadino sommerso da debiti e ipoteche, dal padrone senza soldi e divorato dagli interessi bancari all’aspirante carrierista inacidito dalla lunga attesa, dall’operaio disoccupato in cassa integrazione al proletario il cui salario è quotidianamente sbriciolato dal vertiginoso aumento dei prezzi.

Qualsiasi governo, soprattutto un governo di «sinistra», dovrà soddisfare le contraddittorie aspirazioni di queste classi, dovrà a ciascuna riconoscere il «suo» diritto di sopravvivenza economica, sociale e politica.

Cosa darà, allora, agli operai stretti nella morsa della disoccupazione e della fame quando le fabbriche si svuoteranno e le casse saranno vuote? I lavoratori sperano che una volta al governo i partiti «operai» possano andare oltre il linguaggio della diplomazia elettorale, oltre i loro programmi buoni per tutti, che servirebbero da specchietto per le allodole, per attrarre voti; sperano, insomma, che questi partiti attuino il vero programma comunista, che l’opportunità politica consiglia di tenere in serbo, dietro le scene della grande parata elettorale. E allora con quali mezzi questo governo di «sinistra» potrà far valere leggi che, nella speranza dei proletari, dovrebbero sancire i loro diritti? Le leggi non basta farle, ammesso e non concesso che si possano varare leggi a favore dei lavoratori in un regime dominato dal capitalismo, ma è indispensabile farle applicare. Ora, l’apparato statale, in cui risiede il potere effettivo, reale, vale a dire la forza dell’esercito, della polizia, della magistratura, apparato di forza del capitalismo e non del proletariato, è l’unico strumento pratico per far rispettare le disposizioni governative, le leggi emesse dal ministero. Senza questo apparato di violenza organizzata e di coercizione la legge resterebbe lettera morta.

Ammesso e non concesso che questo governo disponga la confisca di tutte le terre dei proprietari fondiari senza indennizzo, che è una delle rivendicazioni elementari del socialismo, chi eseguirà questo ordine perentorio? Forse la polizia statale da secoli diretta da funzionari al servizio del padronato, composta da elementi scelti ed educati al culto della sacra proprietà privata? Quale magistrato condannerà all’esproprio il proprietario fondiario recalcitrante? Chi arresterà condannerà imprigionerà i banchieri, i capitalisti per non aver fornito capitali alle aziende, per non aver assunto tutti i disoccupati? Perché un governo che dovesse riscuotere la fiducia proletaria, o realizza questi minimi presupposti per una seria e sicura «riforma» o questa fiducia sarebbe mal riposta. Tanto varrebbe che restassero gli attuali furfanti.

Dobbiamo onestamente dare atto a PCI, PSI e consorti che sinora non hanno raccontato frottole circa le loro intenzioni: essi sono per il mantenimento dei privilegi della proprietà privata, essi non promettono nulla agli operai che sia in contrasto con lo stato attuale delle cose.

IL TERRORISMO DELLA BORGHESIA

Ma il problema della borghesia è molto più serio e tragico del varo di un nuovo governo. La borghesia è cosciente che la sua sopravvivenza è strettamente legata all’inesorabile dispotismo sulla classe operaia e che la sua dittatura, democratica o meno, non può cessare di esercitarla, quale che sia l’esecutivo governativo. La borghesia non può sfuggire al suo terrore perché non può rinunciare ad intensificare la sua offensiva economica sociale e politica contro le condizioni degli operai.

Non siamo nel 1946, quando il capitalismo mondiale, uscito vittorioso sulla crisi del suo sistema economico con la guerra distruttrice di sovrapproduzione relativa di ricchezza, base materiale della guerra imperiale, e dominante sulla classe operaia internazionale per mezzo del tradimento degli ex partiti operai e dei sindacati di classe, aveva di fronte un lungo periodo di ricostruzione economica e di sviluppo produttivo. Nel 1976 questo ciclo di accumulazione capitalistica sta per chiudersi di nuovo, stanno risorgendo le stesse ragioni economiche e produttive che determineranno la seconda guerra. Allora la classe operaia fu costretta a rinunciare a liberarsi dal capitalismo in cambio di promesse di un po’ di pane e di un po’ di lavoro e della fine del massacro con cui era stata sanguinosamente terrorizzata. Le classi proprietarie promisero un lungo periodo di relativa stabilità. Oggi la prospettiva vicina non è la stabilità, né lo sviluppo produttivo, nemmeno pane e lavoro, ma la loro progressiva perdita spinta sino alla minaccia di un terzo conflitto mondiale.

A che valgono allora i «sacrifici», continuamente offerti dai partiti e dai sindacati al regime capitalista, sulla pelle dei salariati, se la salvezza del regime, sempre più ingordo e insaziabile, riposa esclusivamente sullo schiacciamento del tenore di vita e delle condizioni di lavoro delle masse proletarie? Nella propaganda dei falsi partiti operai e dei falsi sindacati di classe, in questo ben sostenuta dai partiti costituzionali tutti, «governo popolare», governo di «salute pubblica», con la partecipazione di tutti i partiti in un rinnovato patto di «unità nazionale» di tutte le classi, dovrebbe scongiurare la dittatura aperta ed esplicita. L’appello all’«unità nazionale» e ai governi di emergenza è la classica direttrice della borghesia quando intravede l’eventualità che il proletariato si muova in modo indipendente, sotto la spinta di eventi materiali che possono mettere in discussione il potere stesso delle classi ricche, quali la guerra, la crisi economica. Puntualmente, raggiunto lo scopo di bloccare la classe operaia nella difesa del regime borghese, in pace o in guerra, il regime non si è indebolito, la classe operaia non ha avuto modo di riprendere il suo cammino. Le condizioni posteriori offerte al proletariato sono state sempre più feroci e oppressive.

Che si nasconde, allora, dietro l’appello solenne alla «solidarietà nazionale», lanciato da tutti i partiti, ma in particolare dai partiti «operai» e dai sindacati? «Solidarietà nazionale» significa comunanza di interessi delle classi. Quale comunanza può esservi tra il salario operaio e il profitto capitalista, che per definizione si affrontano in perenne contrasto? Quale solidarietà quindi può esservi tra le due classi che incarnano il salario e il profitto, tra operai e borghesi? Nessuna! Allora chiamare gli operai a solidarizzare con i padroni e con il loro Stato, sotto la formula dell’«unità nazionale» o di altra formula più suggestiva, significa soltanto mantenere la classe operaia ai piedi del potere borghese, potenziarne la difesa indebolendo la pressione operaia, in breve significa sollecitare la borghesia ad intensificare la sua azione offensiva contro la condizione degli operai, tenuti prigionieri dalla politica di conciliazione sociale. Ecco quello che significa l’appello dei partiti e dei sindacati del tradimento!

PCI E SOCI GUARDIA BIANCA DEL CAPITALE

L’esperimento del PCI per un governo di «sinistra» non è nuovo, anzi è preceduto da illustri esempi. Nel primo dopoguerra in Germania, come si rileva dal nostro studio sulla tattica comunista, la socialdemocrazia tedesca, che si era guadagnata, anch’essa come il PCI e C., la fiducia delle classi possidenti sul campo del massacro mondiale su cui aveva trasportato la formidabile classe operaia tedesca, si presenta al proletariato come il partito del «rinnovamento», della ricostruzione, anzi, di più, addirittura della «rivoluzione». Ebbene la socialdemocrazia partorì Noske, cioè la funzione più spregevole che si possa immaginare di un partito «operaio», «socialista», «rivoluzionario»: l’uso feroce da parte di questo partito dello Stato politico del capitale contro gli operai e i comunisti rivoluzionari. Noske fu il profeta di Hitler. La socialdemocrazia fu l’evocatrice del nazismo.

È possibile, oggi, in Italia, il noskismo, la difesa del regime borghese cioè da parte dei partiti «operai» con la violenza repressiva dell’apparato statale? Sì! Il metodo politico dei falsi partiti e sindacati operai, basato sulla solidarietà con lo Stato del capitale, è identico a quello della socialdemocrazia tedesca e dei suoi Noske e va verso la confluenza nel fascismo, sintetizzatore di tutti i metodi di oppressione sulla classe operaia. Al PCI e soci manca soltanto l’elezione al governo dello Stato per esprimere il noskismo che portano in seno.

Le continue insistenti esibizioni lealiste di questi organi ex operai verso lo Stato, come l’appoggio incondizionato alla politica dei sindacati costituzionali di intesa col padronato per tamponare le falle dell’economia, come la direttiva pacifista e collaborazionista con le classi possidenti, falsamente contrapposta alla posizione detta di «muro contro muro», in assenza di una situazione rivoluzionaria, peraltro costantemente impedita proprio da PCI e compagni, significano che si debba soltanto collaborare col nemico, anziché incalzarlo per strappare condizioni che favoriscano e radicalizzino la classe operaia.

Questi atteggiamenti portano il PCI ad un fronte comune con lo Stato capitalista e, al contrario, ad adottare proprio esso una politica di «muro contro muro» verso gli interessi generali del proletariato, e di conseguenza verso l’avanguardia rivoluzionaria comunista, oggi contro le posizioni programmatiche del comunismo rivoluzionario. È da questo indirizzo noskista che sorge l’attitudine da «guardia bianca» del PCI e dei suoi alleati, che lo abilita a carnefice della rivoluzione, sia che conquisti o meno la maggioranza dei suffragi cartacei, sia che venga o meno cooptato nel governo della Repubblica borghese.

IL PARLAMENTARISMO DEL PCI E CAMERATI

Nel movimento internazionale comunista, sorto nel 1919, si discussero due temi di tattica circa la posizione da tenere verso il parlamento borghese. Nessuna divergenza sul modo di considerare la democrazia, che restava, comunque imbellettata, una forma della dittatura capitalista. Le due linee, come si sa, furono dette di «parlamentarismo rivoluzionario» e di «astensionismo tattico».

Il PCI, che vanta i nostri stessi natali — Livorno, gennaio 1921 — e pretende continuità leninista, ha scoperto una terza linea tattica, quella… borghese-socialdemocratica, ovvero il parlamentarismo senza aggettivi, quello liberale, nemmeno giacobino, oggi velleitario ma meno irrispettabile, che sosteneva i rappresentanti del popolo alla tribuna dell’Assemblea mostrando picche, sciabole e ghigliottina, se mai avessero disatteso i bisogni delle folle rivoluzionarie. Con questa terza via, al «socialismo», anche il PCI vanta di aver «completato» il marxismo-leninismo, ritornando indietro, nel passato remoto della storia della borghesia, che oggi rivoluzionaria più non è ma reazionaria.

Di qui il parlamentarismo democratico legalitario della «sinistra» costituzionale ha dato ad intendere che tutto venga deciso nell’Assemblea nazionale, mostrando una fervida attività parlamentare che trae in inganno i proletari. Il fatto gli è che, mentre le decisioni vengono sistematicamente prese dal governo e dai partiti, e attuate dall’amministrazione statale, con un meccanismo tipicamente extraparlamentare caratterizzato da Decreti Legge, da accordi preventivi tra vertici di partiti, da atteggiamenti ritardatori o acceleratori a seconda dei casi dell’apparato burocratico, il Parlamento, per bocca dei suoi pappagalli sgonfioni, avalla il già deciso e nulla può fare per realizzarlo. Mentre la borghesia manovra i suoi interessi in siffatto modo, coprendoli con la finzione democratica e maggioritaria, il proletariato viene suggestionato dalle finzioni che gli vengono propinate come sostanza. In sintesi, la borghesia non crede da tempo nel parlamentarismo per se stessa ed è pronta a disfarsene anche con la violenza, come Benito insegnò; il proletariato, invece, resta ancora abbacinato dalla regia costituzionale chiamato da PCI e affini a difenderla e praticarla.

Il parlamentarismo è stato affossato dal fascismo nel 1924. Ne è rimasto soltanto un guscio vuoto, una parodia macabra, recitata con sussiego dai capi del tradimento e dai politicanti borghesi, soddisfatti che la classe operaia sia ancora invischiata nella legalità democratica, e consapevoli di doverla difendere con le armi dal vero pericolo per le istituzioni legali, dal pericolo della rivoluzione comunista. «Siamo contro ogni attacco alla legalità repubblicana», proclamano arditamente i partiti costituzionali, capofila il PCI. Quindi, commentiamo noi, vi ritroverete tutti assieme con le armi in pugno quando la vostra legalità sarà presa d’assalto dal proletariato rivoluzionario.

Il parlamentarismo è una trappola tesa al proletariato. E per parlamentarismo intendiamo non solo le recite teleguidate di Montecitorio e Palazzo Madama, ma anche tutti gli altri e più sconci teatrini regionali, provinciali, comunali, ora anche rionali o di quartiere, costituiti per corrompere i lavoratori «chiamati» a «partecipare» alla «vita del paese», allo stesso modo che i padroni chiamano gli operai a «partecipare» alla «vita dell’azienda».

Per questo gli interessi proletari sono antidemocratici, perché non coincidono con quelli delle altre classi, anzi ne sono antitetici, contrapposti. Di conseguenza proclamiamo la nostra antidemocrazia e indichiamo nella separazione netta e nella contrapposizione delle classi la condizione elementare e necessaria per l’affermazione del proletariato e dei suoi interessi. Da ogni parte vengono gettati «ponti» tra la classe operaia e le altre classi, al fine di vincolare il proletariato.

IL NOSTRO ANTIPARLAMENTARISMO

Nel 1976 più che di «astensionismo tattico», che fu nostro nel 1919, si tratta di «antiparlamentarismo» strategico, cioè di rifiuto totale ad utilizzare una «tribuna» che la presenza, impossibile, dei comunisti rivoluzionari nobiliterebbe, incrementando l’inganno democratico, vera catena che lega il proletariato al regime capitalista. Ma questa sarebbe sterile posizione e vaniloquio letterario, se non si accompagnasse ad un’azione metodica, per piccola che possa essere, allo scopo di ritessere una rete di classe, sotto la spinta al soddisfacimento dei bisogni materiali immediati degli operai. Perché il comunismo non resti un «bell’ideale», occorre aver sempre presente che esso è innanzitutto «libertà dal bisogno» economico, e pertanto irrealizzabile senza l’abbattimento del regime presente che, invece, del bisogno economico fa una ragione d’esistenza e di oppressione. È questa verità concreta che lega l’azione istintiva delle masse operaie all’azione cosciente del partito, e non una sorta di fatalismo oggettivo né di taumaturgica predisposizione del partito.

In questo clima di euforia elezionistica generale, in cui domina il «civismo», il perbenismo politico, in sintesi l’«ordine» (è questa la lettera di credito del PCI e consorti) noi, perché sappiamo che queste etichette estetiche e morali coprono la paura e l’odio per il ritorno del proletariato alla lotta di classe, noi ripetiamo agli operai la necessità inderogabile della separazione netta dei loro interessi economici sociali e politici da quelli delle altre classi e sottoclassi. In tal modo il nostro partito deve presentarsi autonomo e indipendente da tutti gli altri non solo quanto a programma, indirizzo e organizzazione, ma anche nella tattica, perché soltanto così il partito rivoluzionario di classe può far valere gli interessi contingenti e generali della classe operaia in contrapposizione a quelli delle altre categorie sociali e agire, di conseguenza, senza avere le mani legate.

Com’è vero, che la semplice difesa classista del pane e del lavoro dei salariati è in aperto e irriducibile contrasto con la difesa dell’economia aziendale, locale, nazionale, è altrettanto vero che la lotta per la difesa di questi bisogni minimi degli operai non è rappresentata né da chi cerca di renderla compatibile con l’economia del profitto, con gli interessi padronali, con la sopravvivenza del regime esistente, né è rappresentata dalle centrali sindacali ufficiali, né dai partiti «operai» esistenti, né tanto meno dai partiti dichiaratamente borghesi. Il paradosso è che più precarie sono le condizioni degli operai, e più sacrifici vengono richiesti ai proletari da parte dei loro falsi rappresentanti, che si spingono sino a giustificare il sacrificio di «pochi» operai per salvaguardare gli interessi della «comunità» nazionale, che significa sacrificare le condizioni dei proletari a favore del mantenimento del regime di sfruttamento degli operai stessi: i sacrifici degli operai, per mantenere in vita la macchina oppressiva degli operai! È il colmo! Dinanzi a queste constatazioni sarebbe cecità non trarre la conclusione che nessun partito attualmente esistente, nessun sindacato, nessun altro gruppo politico è al servizio della classe operaia, né per i suoi immediati interessi né tanto meno per i suoi interessi storici.

IL VERO DOPPIO GIOCO DEL PCI

Solo i cretini sono convinti che il PCI faccia il doppio gioco: democratico, liberale, «pluralista», nella divisa ufficiale; dittatoriale intollerante, egemone nella sua vocazione, che esprimerebbe in pieno al momento opportuno. Ogni serio borghese sa che questo partito è strenuo difensore e fedele assertore del regime e che non solo non nasconde velleità proletarie ma nemmeno giacobine, ché se anche le avesse avute, quelle del 1848, con la farsa del secondo risorgimento sarebbe già scomparso. Il PCI non è neppure un partito rivoluzionario piccolo-borghese, perché la borghesia si è ormai assuefatta a vivere degli avanzi del grande capitale e odia la rivoluzione che rompe questo andazzo e si vergogna persino di quella a cui fu costretta nel secolo scorso. Il PCI — e lo dimostra continuamente con i fatti — è il più coerente sostenitore dell’equilibrio tra le classi, come lo è dell’equilibrio tra gli Stati; acerrimo nemico, per contro, di chiunque osi alterare anche minimamente questo equilibrio. In sostanza, il PCI offre al potere capitalistico non una politica «nuova», ma una organizzazione efficiente, più efficiente di quella degli altri partiti, non logorata da decenni di responsabilità governative, mobilitando la quale promette che il rapporto di dipendenza del proletariato dalla borghesia non si arrovesci, né muti. Le sviolinate all’integrità morale, alla probità e all’onestà, ecc. sono motivi di pubblicità elettorale, di polemica contingente; per suggestionare i lavoratori e accaparrarsi i voti dei bottegai.

Il prossimo turno elettorale, quindi, non sovvertirà l’ordine costituito, né tanto meno segnerà l’«avanzata» dei lavoratori, perché non è in gioco il potere del capitale, ma soltanto si sorteggerà un probabile avvicendamento dei partiti al governo della Repubblica borghese. Cosicché l’unico a soffrire del doppio gioco del PCI e soci è il proletario, al quale viene fatto balenare un «nuovo» modo di governare che sfocerebbe addirittura nel «socialismo», mentre invece, di nuovo nulla ci sarà, se non la recrudescenza del totalitarismo statale sulla classe operaia.

I borghesi illuminati sono preoccupati per come potrà essere colmato il «vuoto» di opposizione che si potrebbe creare con il PCI nella maggioranza. È una tesi annunciata dalla stampa internazionale della grande borghesia, la quale riconosce la funzione di contenimento a «sinistra» dei lavoratori. Essi dicono giustamente che non esiste allo stato attuale un partito di opposizione leale al regime in grado di svolgere il ruolo del PCI. Sotto questo aspetto, trovare un argine a «sinistra» robusto ed elastico, la borghesia non ha molta scelta; ma la vocazione di sostituire il partito di Palmiro sono in tanti ad averla, soprattutto nel campo del sinistrume velleitario, dove pullulano bande affittabili ad ogni prezzo. Basti pensare all’accoppiata PSIUP-Lotta Continua, o al «blocco» delle «sinistre», che stanno dando saggi di sabotaggio nelle rare lotte operaie, collaborando attivamente con PCI e centrali sindacali nello spezzare i tentativi operai di ricostruire una organizzazione di classe. E che la si finisca una buona volta di considerare questi guazzabugli come «fermenti» della «spontaneità operaia». Spontanei sono gli operai che si ribellano all’ordine sindacale, politico, partitico, costituito anche nelle forme più impensate, e non questi democratici falliti.

Preoccupati, ma a soli fini elettorali, sono anche i partiti borghesi tradizionali che sostengono, ma con scarso vigore invero, che un PCI governativo comprometterebbe la stabilità e la sicurezza delle alleanze internazionali del capitalismo italiano, segnatamente il Patto Atlantico, sul cui in verità il PCI ha espresso più volte il parere di non contestarlo, ma di lavorare alla abrogazione di questo e del Patto di Varsavia. Che la borghesia italiana sia disponibile per un voltafaccia è nelle sue secolari tradizioni e sarebbe ingiusto addebitare soltanto al PCI un tale colpa. Ma le chiavi dell’economia italiana sono in mano agli USA e gli USA orientano la politica statale di questa avida repubblichetta. Nemmeno il PCI potrebbe, in definitiva, osare tanto se vuol mantenere il consenso delle classi borghesi, cui da decenni cerca con ogni mezzo di compiacere. E le declamazioni di indipendenza dello Stato italiano dagli imperialismi maggiori è acqua sporca perché la borghesia italiana e quindi il suo Stato sono dichiarati vassalli dell’imperialismo americano. Per intraprendere una politica indipendente dagli USA e dall’imperialismo internazionale occorre un coraggio e una forza di classe, che la borghesia esercita soltanto contro il proletariato. Soltanto la sollevazione rivoluzionaria della classe operaia può sconfiggere in Occidente l’imperialismo. Il PCI, al massimo, può tentare di sollevare l’animo del filisteo borghese… mettendogli in mano una scheda elettorale tricolore.

Questa lunga sequela di argomentazioni contro il comunsocialdemocratismo dei falsi partiti operai, letto in maniera dialettica vuol significare, in sintesi, che per la classe proletaria non c’è salvezza fuori del programma rivoluzionario comunista, da questi partiti ferocemente combattuto. Che questo gli operai constatino in maniera pratica, subendo fatti e avvenimenti che non mancheranno di manifestarsi concretamente nei prossimi mesi e anni, non esclude, anzi implica, la propaganda rivoluzionaria del nostro partito, sinché potrà farsi pubblicamente, la sua azione pratica, sebbene limitata quantitativamente. Senza questa azione complessiva ed estesa dell’unico partito politico di classe del proletariato, potranno passare anche le crisi economiche, senza che la sana ribellione operaia al regime trovi la direzione giusta verso la liberazione sociale.

Infra-parlamentari

Dunque si riapre la gazzarra elettorale. Per il proletariato ancora una volta significherà essere trascinato all’urna dello Stato padrone per «esprimere silenziosamente ed umilmente» il prosieguo del suo sfruttamento, della compressione sociale e politica che ogni giorno di più, in rapporto all’aggravarsi della crisi capitalistica, scarica sulle sue spalle licenziamenti, contratti truffa, aumento dei ritmi di lavoro.

Il trogolo elettorale, ripetiamo, ancora una volta, non interessa i comunisti rivoluzionari. Da quando nelle aree geopolitiche di occidente la rivoluzione è stata definita dalla storia come univoca ed è solo patrimonio del proletariato, i comunisti hanno lasciato che fossero i partiti borghesi ed opportunisti a sguazzarvi dentro, denunciando costantemente lo Stato capitalistico di essere una macchina la cui direzione parimenti alla locomotiva sui binari, sia essa guidata da l’una o dall’altra mano, corre sempre lungo la traiettoria imposta dagli interessi borghesi; soltanto svellendo questi binari, abbattendo questo Stato, conquistando il potere politico, si può iniziare il cammino verso il socialismo.

Non abbiamo niente di nuovo da aggiungere a queste nostre classiche posizioni, ci preme soltanto soffermarci su quello che oggi viene definito «campo rivoluzionario» che permette a quelle formazioni extra-extraparlamentari di confluire, ennesima vittoria teorica del marxismo, nella bolgia, in una serie di balli e balletti alla ricerca dell’unità a tutti i costi, della forza numerica in termini elettorali; e ribadire d’altra parte come non esista «campo rivoluzionario» da nessuna parte, sia questa quella dell’accolta elettorale o del presunto rivoluzionarismo di sinistra. Per quanto concerne i gruppi e gruppettini che si accalcano nella ricerca di unità elettorali, non abbiamo che da ribadire il nostro giudizio di sempre «i proletari votano soltanto con i pugni», ben sapendo e conoscendo il nostro avversario storico: la borghesia ed il suo Stato, e riconoscendo nei partitini extra (diremmo intra-parlamentari) di oggi le deviazioni classiche che hanno appestato il movimento operaio dalla sua nascita.

L’andare a cogliere l’uva tanto schifata un tempo, oltre a realizzare sogni e speranze di «rivoluzionari della domenica» come la sinistra ama definire questi signori, è comportamento dettato dalla storia: all’avvicinarsi infatti della riscossa operaia l’opportunismo cerca di far blocco, magari sotto le etichette più rosse possibile per imbrigliare la rinascente forza operaia; per affossare, magari in governi di «sinistra popolare», la rabbia degli operai contro lo Stato borghese, contro i sindacati ed i partiti traditori. Al maturare storico delle questioni, i nodi vengono al pettine e gli schieramenti: il borghese ed il proletario, prendono sostanza e forma. Se l’amministrazione statale, garante del sistema borghese, comincia a perdere colpi sotto l’incalzare della crisi economica internazionale, le colpe vengono addossate da questi Noske nostrani alle mani che tale macchina hanno manovrato nell’arco di tempo che corre dalla fine del secondo massacro mondiale all’oggi, si vanno perciò a ricercare le colpe negli uomini e negli scandali in cui essi sono stati coinvolti, si cerca in poche parole di far intendere ai proletari che un governo della «sinistra unita» possa risolvere i problemi dell’occupazione, del termine dei licenziamenti, dell’aumento dei salari, quindi dell’economia nazionale ed internazionale. Il raggiro dovrebbe essere evidente se cinquant’anni di controrivoluzione e di tradimento dei partiti che si richiamano alla classe operaia, non avessero infiacchito e portato confusione ed incertezza nel proletariato.

Il gioco politico di questi borghesi di sinistra, nati con il fuoco al sedere e via via sempre più ingobbiti di fronte al partitaccio ed ai suoi interessi, è per i comunisti rivoluzionari chiara acqua di fonte. Si cerca di creare un blocco «alla sinistra del PCI» per impastoiare qualsiasi frangia operaia che si ribelli alla politica del partitone ufficiale, per irretire il proletariato con fiumi di parole di idiotismo intellettuale, per far sì, che le prime avanguardie operaie perdano la testa e le forze in un inutile ed illusorio raddrizzamento di posizioni che sì, dicono questi signori, non saranno proprio corrette, ma che hanno alle spalle la forza dei «partiti popolari». E tutto infatti viene visto come movimento del popolo nel quale vengono giustamente compresi un po’ tutti, dai preti — quelli un po’ guitti, di sinistra si intende — ai pancioni dei pizzicagnoli, agli studenti più o meno di sinistra, più o meno rivoluzionari.

Ci si prostra dinanzi all’urna, alla scheda: chissà che nel reverenziale silenzio dell’urna non si possa conquistare qualche intellettuale in più che se è colto dal facile rossore e dal cupo mutismo dinanzi agli sguardi operai, può peraltro recare nel petto un cuor di leone pregno di sentimenti che potrebbero sciogliersi nel cubicolo elettorale. Questi signori non chiedono niente l’uno all’altro, importante è essere a braccetto, che la controrivoluzione ognuno la porta nel cuore.

Il Partito, definendo frangia sinistra dello schieramento della borghesia tali organizzazioni e i pasticci di queste, ribadisce che la direzione della classe operaia nel difficile cammino verso il comunismo non si spartisce con nessuno e che tale direzione è solo patrimonio di quell’organo che forgiatosi nelle lotte del proletariato dal Manifesto dei Comunisti all’oggi, si è reso storicamente idoneo a questo compito, nella teoria e nella prassi e non ha mai patteggiato la difesa operaia per una briciola di potere in questa società. Se lottatori continui, avanguardisti operai, manifestanti, e compari vari cercano disperatamente l’unità costi quel che costi, noi ne siamo ben felici, prima si sgombra il campo innanzi alla classe operaia meglio è; per ciò che ci riguarda, per ciò che riguarda il partito politico della classe operaia, riaffermiamo a chiare lettere che chi non è con noi è contro di noi, e che non accettiamo nessuna teorizzazione sui presunti «campi rivoluzionari». Il partito non ha da essere fondato o rifondato, esiste e combatte il nemico di classe ogni giorno ed in ogni occasione indipendentemente dalle forze di cui all’oggi dispone, e combatte altresì contro chiunque lo voglia inquinare con accostamenti morbosi, che lo spaccherebbero al fuoco della battaglia al pari di robusto vaso nella cui pasta siano inserite anche pur minime schegge di roccia.

I provocatori

Secondo la stampa, la televisione, la radio e, soprattutto, secondo gli opportunisti del P.C.I. ed i bonzi sindacali la situazione italiana non andrebbe poi troppo male se non ci fossero in giro i soliti «provocatori». La Fiat, secondo l’Unità, è piena di «provocatori», «elementi sospetti» penetrano nelle assemblee dei turnisti della Mirafiori, sputano addosso a Trentin e sobillano gli operai a non accettare il contratto. Provocatori si incontrano dappertutto, ma soprattutto nelle assemblee operaie e nelle manifestazioni per cui i dirigenti sindacali hanno sempre pronto un «servizio d’ordine» che deve «isolare i provocatori» ed invitano gli operai alla «vigilanza contro i provocatori». Come sta questa faccenda? Chi è questa gente misteriosa che «minaccia di far degenerare la situazione italiana?».

La borghesia come tutte le classi decadenti si è sempre sentita «provocata». Incapace di comprendere e di dominare le cause del malessere sociale generato dalle contraddizioni del suo proprio modo di produzione essa si affanna a spiegarlo con l’azione di alcuni uomini se non ci fossero i quali tutto andrebbe bene. Gli «untori» del Medioevo avevano lo stesso significato: la classe dominante incapace a trovare le cause reali del suo disastro immaginava individui che andavano in giro a spargere la peste. Ed oggi esistono, secondo la borghesia e l’opportunismo, individui che vanno spargendo la peste della violenza, della illegalità, della sovversione in una società che, senza di loro, se la caverebbe magnificamente nella pacifica convivenza fra le classi. Ogni operaio che non accetta la politica opportunista, ogni lavoratore che non vuol vedersi ridotto il salario diventa così un «provocatore».

Ma la realtà è del tutto opposta: è la società borghese, il modo di produzione capitalistico che va in pezzi sotto la spinta delle sue proprie contraddizioni e che condanna periodicamente, nelle sue crisi, il proletariato e tutta l’umanità alla disoccupazione, alla fame, alla guerra. Di fronte al disastro periodico della sua economia il modo di produzione capitalistico ha una sola speranza di sopravvivenza: che le classi sociali, gli interessi opposti ed inconciliabili sulla cui base vive la società borghese non vengano al conflitto aperto per la conquista del potere politico. O meglio che la classe proletaria giunga al momento del conflitto finale, a cui sarà spinta dalla necessità stessa della sua sopravvivenza fisica, impreparata materialmente e moralmente e perciò facile vittima della repressione delle classi dominanti. A questo compito di salvataggio ad ogni costo della società attuale lavorano tutte le forze del campo borghese, la più importante delle quali è l’opportunismo dei falsi partiti operai annidati ai vertici dei sindacati. E questo compito poggia appunto sulla tesi che la classe operaia dovrebbe continuare a difendere ad ogni costo la «pacifica e civile coesistenza», fare i necessari sacrifici per il «bene comune», difendere i «superiori interessi dell’economia nazionale» ed «allontanare da sé i provocatori». Se questo avverrà, la classe operaia, a costo dei più inauditi sacrifici, a costo dei bassi salari, della fame, del macello dei suoi figli in un prossimo conflitto mondiale, salverà di nuovo la società borghese, i profitti, le rendite, le cedole e tutto quanto il mondo dello sfruttamento capitalistico. A questo mira la campagna contro i «provocatori», cioè contro tutti coloro che a questo gioco non intendono stare, contro gli operai ai quali la situazione economica comincia a far aprire gli occhi.

Ma siccome il vero «provocatore», la crisi economica mondiale, non è dominabile da parte della borghesia e del suo Stato per quanti governi si cambino e per quante misure si studino, c’è sempre la possibilità che il suo acuirsi moltiplichi il numero dei provocatori fino ad identificarli con tutta la classe operaia scesa finalmente in lotta per la difesa delle sue condizioni di vita e nuovamente dotata di un partito politico che veda come unico possibile completamento di questa difesa la distruzione dello Stato e delle forme economiche e sociali della borghesia. A questa evenienza risponde l’armamento sempre più esteso in tutti i sensi dello Stato borghese, la creazione di una rete sempre più vasta di forze extralegali al servizio di questo Stato e rivolte contro ogni tentativo degli operai di uscire dalla cappa di piombo della collaborazione di classe. La lotta contro la «provocazione» si identifica perciò con la lotta della borghesia contro la classe operaia; la figura del «provocatore» dovrebbe esorcizzare lo spettro della lotta di classe e paralizzare la preparazione materiale e psicologica della classe operaia a questa lotta.

Noi comunisti a questa preparazione lavoriamo.

E mentre i partiti opportunisti, P.C.I. alla testa, si battono strenuamente perché, nonostante la crisi, rimanga intatta la pacifica convivenza delle classi che non può significare altro che intensificata oppressione e sfruttamento bestiale della classe operaia; e mentre il P.C.I. si prepara ad assumere in prima persona la difesa della società borghese ed il maneggio dello Stato borghese contro la classe operaia per imporle i sacrifici necessari, diciamo ai proletari che la crisi capitalistica rappresenta per loro una magnifica possibilità reale di distruggere per sempre il regime dello sfruttamento, della disoccupazione, della guerra e per entrare nella società senza classi, nella società comunista, a patto che essi rompano la pace sociale, a patto che essi non accettino nessun sacrificio delle loro condizioni di vita e di lavoro per la salvezza della società attuale, a patto che essi dedichino tutte le loro forze e tutti i loro sacrifici alla ricostituzione dei loro sindacati di classe, al potenziamento del loro partito rivoluzionario di classe. A patto che la classe proletaria senta di nuovo in sé la forza e la volontà di scatenare la guerra aperta fra le classi e di imporre a mano armata la sua propria dittatura di classe a tutta la società.

Tredici milioni di provocatori, il numero degli operai italiani: è contro questi che i falsi partiti operai, i traditori alla testa dei sindacati operai, le forze «legali» ed «illegali» dello Stato borghese si battono. E cominciano a battersi fin d’ora benché la classe operaia non sia in grado di reagire, privata dei suoi organismi economici e del suo partito politico, alle provocazioni, queste sì reali che le classi borghesi ed i suoi falsi rappresentanti mettono in atto ogni giorno contro di lei.

Il nostro augurio è che finalmente la classe operaia provochi veramente la società borghese alla guerra sociale e, spezzando i mille legami che la tengono oggi avvinta alla maledetta politica della collaborazione fra le classi, ritorni capace di innalzare il grido della suprema provocazione: «Il combattimento o la morte, la lotta sanguinosa o il nulla!».

Il patriottismo dal Piave al Tagliamento

Friuli: centinaia di morti, migliaia e migliaia di feriti, 150.000 senza tetto, eppure il disastro è stato una vera pacchia per i partitoni. In un clima elettorale che si preannunciava aspro e denso di polemiche, cosa di meglio della catastrofe nazionale per riconciliare gli animi, placare i bollenti spiriti, ritrovare la necessaria serenità? Così anche questi morti sono serviti a qualcosa. Già da parte di alcuni giornali borghesi si era fatto notare quanto avveniva nel Friuli devastato: Non più rivalità politiche, non più divisioni sociali, tutti uniti per ricostruire.

Naturalmente la volpe piciista non si è fatta scappare l’occasione e Berlinguer parlando al C.C. del PCI ha fatto l’elogio dello «sforzo ammirevole» che «i soldati, le forze dell’ordine, i vigili del fuoco, i cittadini vanno compiendo nelle zone terremotate», alludendo naturalmente al fatto che, nel disastro dell’economia italiana, ci si dovrebbe comportare come nel disastro del Friuli ed ecco che dal suo pitagorico cervello è uscita l’idea (che sembra nuova ma è vecchia come il cucco) di formare un governo a cui partecipino tutti i partiti «democratici e popolari», un governo di «emergenza nazionale». Il trucco è semplice: poiché lo Stato italiano è in crisi e c’è lo «stato d’emergenza», come nel Friuli appunto, le differenze di classe devono sparire ed ogni cittadino (la divisione dei cittadini in proletari e borghesi non esiste più per i comunisti nazionali) deve fare del suo meglio per rattoppare la barca. Naturalmente questo vuol dire che, come accadrà nel Friuli, gli operai dovranno tirar la cinghia lavorando di più e guadagnando di meno per aiutare le aziende in crisi, dovranno subire l’inevitabile disoccupazione che ne decimerà le file, dovranno rinunziare a scioperare per non mettere in difficoltà l’economia nazionale, mentre i padroni intascheranno sempre più profitti servendosi di un proletariato schiacciato da quelli che si spacciano come suoi stessi partiti, privato delle sue organizzazioni di difesa economica, diviso dal suo vero partito, comunista e rivoluzionario.

Per ottenere questi risultati si tenta di instaurare un clima di terrorismo e di paura. La radio diffonde comunicati sul terremoto friulano o sulle tragicomiche vicende della lira che sembrano bollettini di guerra. In pratica si cerca di ripetere quanto fu attuato nel secondo dopoguerra quando, di fronte all’Italia distrutta, i partiti cosiddetti operai, rifiutando di difendere le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia, andarono al governo e diedero al proletariato la parola d’ordine criminale di «Prima ricostruire, poi rivendicare» costringendo gli operai a lavorare in condizioni disumane, per un tozzo di pane, al fine di rimettere in piedi la produzione capitalistica. Si giunse così perfino a fare gli scioperi alla rovescia, cioè a far andare gli operai a lavorare senza percepire il salario. Ogni operaio ha potuto constatare sulla sua pelle a cosa ci ha portato questa politica: Ad una situazione ancora peggiore di quella degli anni ’47-’48, con i disoccupati in aumento ogni giorno, col costo della vita in vertiginosa ascesa, con uno Stato che mostra sempre più (e non manca che il PCI al governo per completare l’opera) la sua natura fascista.

Se il PCI e gli altri partiti «operai» d’accordo con tutti i partiti borghesi parlano di «sforzo comune» per riassestare le zone terremotate noi diciamo che, tanto più in queste tragiche circostanze, la classe operaia friulana non deve farsi supersfruttare, non deve andare a ricostruire le fabbriche lavorando dodici, quattordici ore al giorno, non deve accettare di fare sacrifici per i padroni.

Se il proletariato vuole aiutare i suoi fratelli friulani, invece di fare loro l’elemosina come hanno proposto i sindacati confederali, deve lottare con loro perché le loro condizioni di vita, già rese disastrose dal terremoto, non debbano peggiorare ulteriormente sotto i colpi del supersfruttamento capitalistico.

Se il proletariato d’Italia, come quello di tutti i paesi capitalistici, vuole uscire da questa crisi che attanaglia il mondo borghese, ripercuotendosi così duramente sulle condizioni di vita della classe operaia, deve porsi sul terreno della lotta aperta contro i padroni per la difesa senza quartiere dei suoi interessi di classe; deve respingere con forza le direttive di quei partiti traditori che gli propongono nel nome della salvezza della patria e dell’economia nazionale un’impossibile alleanza con la classe che lo sfrutta, dimostrando di essere, proprio loro che ogni minuto professano il loro antifascismo, i migliori allievi alla scuola di Benito.

Lo Stato è la macchina con cui una classe ne opprime un’altra e il potere non può essere diviso tra classi diverse. Se il PCI verrà cooptato a governo dello Stato italiano sarà per meglio difendere l’interesse borghese, per svolger opera controrivoluzionaria di conservazione sociale per tradire, una volta ancora, la classe operaia.

Moralizzatori nazionali eredi del mai morto fascismo

Nel giudizio dei politicanti opportunisti e borghesi siamo dei matti da legare, staccati dalla realtà «massi erratici» ed «iguanodonti» come ci definì il «frigido» Palmiro, ma, guarda caso, più si va avanti nella profonda crisi del sistema capitalistico e più, coscienti o incoscienti, sentiamo utilizzare il nostro linguaggio, manco a dirlo, per tutt’altri scopi.

È il turno della Cassandra nazionale, uno dei riconosciuti padri della Patria repubblicana UGO LA MALFA, che in una recente intervista del Corriere della Sera dedicata agli scandali ed alla dilagante corruzione ha avuto la faccia, presumiamo cosparsa di cenere e di lacrime, di «ammettere» che «siamo eredi dello Stato fascista molto più di quanto non siamo disposti ad ammettere».

Evviva le esilaranti scoperte! Quando lo diciamo noi si grida scompostamente agli «agenti della Gestapo»: ma la forza delle cose si impone, ed allora la borghesia 1976 fa la Vergognosa, e come la famosa statua di B. Gozzoli nel camposanto di Pisa, si mette le mani sugli occhi terrificata del futuro e guarda all’indietro addossando le colpe all’eredità elargitale a piene mani dal «de cuius» sempre più vivo quanto più trafugato ed esorcizzato.

Inutile ricordare chi è il «de cuius» come si dice in linguaggio paludato e curiale: è proprio lui il fascismo e il suo capo, solennemente sconfitto in battaglia e trionfalmente vincitore nella lunga guerra (per ora!) che oppone mortalmente il proletariato alla borghesia.

Il fatto che lo riconosca l’Ugo nazionale non tanto ci conforta, quanto una volta tanto ci risparmierà dalla solita accusa di «agenti del Kaiser». Noi salutiamo riconfermata la nostra ormai più che cinquantenaria tesi secondo la quale la tendenza del capitale nella sua fase imperialistica putrescente è quella di assumere sempre più le forme politiche ed economiche del totalitarismo fascista, per quanti sforzi faccia nel camuffarsi da democratico, o magari da «socialista».

Unica forza capace di invertire questa nefasta e mortifera tendenza è la ripresa su scala mondiale della lotta di classe, sotto la guida del partito unico mondiale comunista.

TUTTO il resto è moralismo e vaniloquio, tanto più bolso e filisteo quanto più pretende di «restaurare le patrie virtù» con l’apporto sfacciato ed ipocrita dei massacratori della classe operaia rivoluzionaria e dei suoi gloriosi dirigenti epurati dai boia staliniani.

La Malfa chiude la sua geremiade sostenendo che «forse bisogna tornare a leggere le pagine degli uomini del Risorgimento, per trovare la fede e combattere per una Italia Migliore».

Buon pro gli facciano quelle letture, in buona compagnia con i falsi partiti di sinistra che hanno insegnato al proletariato a raccogliere le bandiere lasciate cadere nel fango dagli indegni borghesi.

Noi gli abbiamo sempre insegnato che non solo non ne valeva la pena, ma che era tradimento insensato e letale, dal momento che la storia della moderna lotta di classe già del 1848 forniva la prova che erano mature le condizioni perché la classe operaia si battesse esclusivamente per i suoi fini, per la liberazione dal giogo borghese.

A maggiore ragione non gli abbiamo mai insegnato a piangere su Risorgimenti mancati e a prendere lezioni dai vari ministri della lesina, che, anche se avessero avuto il buon gusto di spegnere la candela dell’ufficio in nome del senso dello Stato, mai lo hanno fatto per la classe operaia e per i contadini poveri, che anzi avevano gratificato dell’odiosa tassa sul macinato!

Peggio ancora additargli ad esempio gli eroi del presunto Risorgimento, quando dopo 30 anni di repubblica democratica fondata sul lavoro uno di costoro ci viene a confessare di essere un esecutore testamentario, grazie sua in buonafede! della cosiddetta barbarie fascista.

Alla larga da simili cafoni. Il materialismo storico ed i comunisti rivoluzionari, sinistra in testa, non hanno mai indulto a piagnistei o mendicato pietà: hanno insegnato a schiere di proletari ad affrontare virilmente il nemico di classe, a non venire a patti con lui, a non confondere le sue organizzazioni autonome, sia economiche che politiche, il partito, con quelle dell’avversario.

Ed invece la masnada degli opportunisti finge di sdegnarsi dello squallore e della corruzione, cerca di spostare la lotta frontale del proletariato sul terreno delle filippiche inconcludenti contro i ladri, che guarda caso sono sempre puntualmente avvertiti in tempo perché possano prendere il largo. Si finge di scoprire la rapina che il capitale perpetra ogni giorno sul lavoro salariato, ma subito si pretende che questo fenomeno non sia altro che il vizio di pochi corrotti, i cosiddetti «speculatori».

Con la nostra proverbiale pignoleria di «Filologi» siamo in piedi per ricordare come anche i termini più nobili che la stessa borghesia rivoluzionaria ebbe occasione di onorare stanno oggi ad indicare non altro che una pratica vergognosa: ricordate?

Speculare significa, letteralmente da «speculum», vedere come nello specchio, vedere a fondo, indagare, conoscere; da qui la tanto decantata «speculazione filosofica, scientifica», e via di questo seguito. È proprio vero! «sunt nomina rerum» e la pratica vergognosa non può che trascinare con sé anche le parole più degne e cariche di storia.

Ma la speculazione non è, signori traditori, un’eccezione del sistema borghese, la sua faccia cattiva, è la sua norma quotidiana, ed è inutile promettere un… terzo risorgimento nazionale a base di «amministrazioni pulite come quella di Parma».

Ma così è; chi gratta il formaggio non può fare a meno di fare boccate di grana, altro che nobili fischi da usignoli!

Così un altro santone come Riccardo Lombardi, paziente — si racconta -, apre una copia dell’Economist e dice: ecco, qui c’è il progetto di codice di comportamento delle multinazionali. L’ha elaborato l’organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo, l’OCSE.

È un’organizzazione ufficiale internazionale, e a proposito delle bustarelle il suo codice insegna: «in materia di regali a pubblici uffici, le società possono seguire le migliori pratiche locali».

Le migliori vuol dire, naturalmente, quelle più fruttuose per le multinazionali.

Fin qui niente di male: bello è che il «socialista di sinistra Lombardi» se ne sdegna, si straccia le vesti e propone di limitare la collusione con gli esempi morali.

Ecco i presunti esponenti dei cosiddetti partiti per il socialismo che credono ancora alla «concorrenza leale», al clima morale e simili virtù. Li additiamo al disprezzo della classe operaia, che non ha bisogno di elemosine e di buoni esempi, come mentitori e nefasti portatori del tradimento di classe.

Prime avvisaglie di reazione di classe al tradimento opportunista

Durante lo svolgimento delle assemblee di fabbrica inscenate dai bonzi sindacali per imporre l’accettazione dei contratti-capestro da essi firmati per chimici, edili e metalmeccanici l’Unità ha continuamente riportato, a scopo terroristico, il numero degli operai votanti a favore o contro i contratti non risparmiando a questi ultimi la qualifica di «provocatori», irresponsabili, fascisti, etc. Lo scopo di questa campagna del fogliaccio anticomunista ed antioperaio era di dimostrare che la assoluta maggioranza, anzi la totalità degli operai è d’accordo con la politica dei bonzi sindacali, a parte alcuni «provocatori» il cui numero però è inconsistente. All’immediato il fogliaccio voleva demoralizzare i lavoratori che ancora dovevano tenere le assemblee, dimostrando loro che qualsiasi rifiuto era inutile, perché la maggioranza approvava i contratti.

In generale si trattava di una assicurazione per la borghesia italiana: «Guardate, gli operai italiani sono tutti disposti a sacrificarsi per l’economia nazionale. Basta che lo Stato e i padroni ci diano una mano per «isolare i pochi provocatori», cioè quegli operai che, come ha detto un bonzo della FIAT, «se venissero licenziati non saremmo certo noi a difenderli».

Gli elenchi, diciamo le liste di proscrizione dell’Unità, hanno, naturalmente, molte lacune. Difficile è stato spiegare come la maggioranza degli operai del Petrolchimico di Porto Marghera o quelli della Miralanza e della Vidal abbiano rifiutato il contratto. Difficile anche far passare come opera di «provocatori» la meritata, ma insufficiente accoglienza fatta dai turnisti della Mirafiori al Bonzo Trentin. A parte questi, diciamo così, incidenti la dimostrazione dell’Unità sembra lampante: solo una piccolissima minoranza di operai ha saputo rifiutare i contratti. Ma noi intendiamo rovesciare l’elenco terroristico dell’Unità: finalmente in centinaia di fabbriche italiane sorge, fra gli operai più combattivi, una opposizione alla politica traditrice dei sindacati tricolori che si è espressa nel rifiuto dei contratti. È questo un fatto di enorme importanza che, sostenuto dallo schiacciamento che la crisi economica opera sulle condizioni di vita della classe operaia, diventerà l’inizio di una battaglia contro l’opportunismo sindacale e politico e coinvolgerà nel tempo la massa degli operai combattenti apertamente contro la classe capitalistica, il suo Stato, i suoi manutengoli politici e sindacali.

Nella situazione attuale il proletariato italiano ed internazionale si dimostra incapace di reagire agli effetti della crisi capitalistica: ciò è perfettamente comprensibile: la crisi piove sulle spalle di un proletariato che ha subito l’effetto paralizzante di cinquanta anni di controrivoluzione, il salasso di una guerra mondiale, gli effetti di venticinque anni di BOOM economico che gli hanno creato delle riserve economiche e psicologiche. Il bombardamento della ideologia opportunistica dei falsi partiti operai ha potuto agire indisturbato su questa base materiale instillando nella classe operaia il mito assurdo della collaborazione fra le classi, della pacifica convivenza sociale, della democrazia. Questo mito maledetto, che il fascismo aveva dovuto imporre con le armi alla mano ad un proletariato combattente sul terreno di classe, la democrazia post-fascista lo ha potuto perpetuare nel sangue di una intera generazione operaia attraverso la tradizione dei fronti popolari, dei blocchi partigiani e della resistenza antifascista.

La classe operaia proveniente da questa debilitante tradizione, senza alcun collegamento fisico e spirituale con le sue lotte passate si è trovata di fronte alla crisi all’improvviso, insospettatamente; non la riconosce ancora come la crisi mondiale di tutto il sistema, spera che sia risolvibile in breve tempo e con qualche sacrificio, non riesce a rendersi conto del cataclisma che le sta di fronte.

L’opportunismo è la chiave, il perno del mantenimento, in seno alla classe, di questa tradizione. Tutta la sua politica è impostata in questo senso e preme in mille modi ed in mille forme sulla classe operaia.

Inoltre esso ha in mano i sindacati operai e li asservisce a questa politica. La classe operaia si trova, perciò, davanti alla crisi ed all’offensiva padronale completamente disarmata: le organizzazioni in cui crede sono direttamente al servizio dell’avversario, i suoi organismi sindacali sono divenuti strumenti per facilitare l’attacco padronale.

Essa manca perfino delle più misere possibilità di collegamento fra fabbrica e fabbrica, fra operaio ed operaio. Il suo partito politico è ridotto ad una entità inesistente dal punto di vista dell’influenza e della organizzazione.

In questo quadro generale assumono particolare importanza le assemblee per i contratti ed i loro risultati.

Solo gli sparafucile che vedono sempre la classe all’attacco e che sono incapaci di vedere i rapporti di forza tra le classi potevano pensare ad un risultato diverso.

La classe operaia non si muove per miracolo, ma per la prima volta dal 1945, è stata chiamata ad accettare dei patti sindacali che peggiorano le sue condizioni di vita. La macchina opportunista politica e sindacale si è messa in moto per presentarli come il meno peggio, un sacrificio necessario per favorire la ripresa produttiva. Nello stesso tempo era ed è chiaro che gli organismi sindacali non avevano nessuna intenzione di chiedere «un parere» agli operai: essi andavano fra gli operai a portare il diktat della borghesia e del suo Stato, un «prendere o lasciare» a cui gli operai non potevano rispondere né materialmente, né psicologicamente perché mancano delle armi più elementari. E nonostante questo, nonostante la pressione enorme esercitata da tutti i pulpiti, nonostante il cordone sanitario borghese ed opportunista, nonostante l’addomesticamento delle assemblee, i «servizi d’ordine», il terrorismo contro i possibili dissidenti equiparati a provocatori ed incendiari, additati alle rappresaglie padronali come alla Fiat, un certo numero di proletari ha saputo resistere e rispondere «no» fino all’ultimo alla politica dei bonzi.

Paradossalmente i risultati più interessanti per il futuro della lotta di classe sono quelli delle assemblee in cui solo alcuni operai, nonostante tutto il martellamento che subiscono, hanno avuto il coraggio di alzare la mano contro, in mezzo a migliaia di loro compagni che, bene o male si rassegnavano all’inevitabile: non lo hanno fatto per una semplice divergenza su 25 o 30 mila lire, sullo slittamento di un anno o di due anni. Lo hanno fatto riconoscendo che fra gli interessi della classe operaia e la politica opportunista si sta aprendo un abisso e perché riescono già ad intravedere, vagamente quanto si vuole, una strada diversa da quella della pace sociale e della solidarietà nazionale che l’opportunismo presenta alla classe come unica ed obbligata. E queste poche migliaia di operai costituiscono, purché vogliano continuare sulla strada intrapresa e non si lascino deviare da essa, una rete estesa alla maggioranza delle fabbriche italiane. Una piccola rete, è vero, ma che diventerà sempre più potente e fitta man mano che gli effetti inevitabili della crisi faranno toccare con mano agli operai le realtà del sistema capitalistico e l’entità reale dei sacrifici che esso richiede alla classe operaia per poter sopravvivere a se stesso.

Sarebbero stati felici i bonzi del P.C.I. e delle confederazioni sindacali di potere proclamare che i «no» erano soltanto l’effetto della contestazione delle loro ali sinistre extraparlamentari. Non lo hanno potuto dire, perché così non è stato. I «rivoluzionari della domenica» erano in quel periodo impegnati a parlare di elezioni e di «governo popolare», di «vittoria per la caduta del governo Moro», etc.

Sono stati i lavoratori, i proletari veri, a reagire ad una politica che colpisce le loro condizioni di vita e di lavoro. E questo risultato è determinante. La ripresa di classe, debole, dolorosa, lunga e tormentata è ricominciata. Essa condurrà a due risultati concomitanti: gli operai ricostituiranno i loro organismi economici di classe apertamente contrapposti all’attuale politica sindacale tricolore e nello stesso tempo le loro forze migliori riprenderanno ad alimentare la rete del Partito Rivoluzionario di classe ancorato all’inflessibile indirizzo marxista.

W GLI OPERAI RIBELLI: essi hanno tracciato un piccolo tratto della lunga strada del ricrearsi di una tradizione classista del proletariato, hanno scalfito di un millesimo la cappa di piombo opportunista. Ma il cammino è iniziato. E nelle parole dell’Unità c’è la paura che esso possa continuare, in noi la decisione di usare tutte le nostre forze perché esso proceda.

Nostro intervento fra i metallurgici per il rifiuto dell'accordo

Si è svolta mercoledì 5 maggio alla camera del lavoro di Viareggio l’assemblea generale di tutte le fabbriche per la ratifica dell’ipotesi di accordo per il contratto di lavoro dei metalmeccanici, ipotesi che i vertici sindacali avevano accettato insieme al padronato il 1º maggio. Non è che non sappiamo come i bonzi sindacali agiscono e organizzano le assemblee operaie per poter far passare le loro porcherie, per poi dire che sono stati gli operai a volerle, ma il modo in cui è stata preparata dai bonzi di Viareggio questa assemblea dimostra chiaramente come in realtà questi non siano altro che gli agenti della borghesia in seno alla classe operaia.

Questi signori si sono adoperati in modo che la partecipazione all’assemblea fosse la più limitata e che si svolgesse nel più breve tempo possibile in modo da impedire agli operai che non erano disposti ad accettare il contratto di organizzarsi. Infatti nei giorni successivi all’accordo e precedenti l’assemblea generale, fissata alla camera del lavoro dalle 10 alle 12, nelle fabbriche non c’è stata nessuna discussione sull’ipotesi di accordo, ma si è addirittura cercato di impedire che gli operai sapessero dell’assemblea in quanto non è stato diffuso nessun volantino che l’annunciava, ma l’unica cosa che è stata fatta è stata quella di affiggere nella bacheca sindacale, solo il giorno prima, la comunicazione che l’assemblea si sarebbe svolta utilizzando due ore di quelle pagate dall’azienda per le assemblee di fabbrica, un modo semplice per impedire all’assemblea di prolungarsi oltre le due ore.

La mattina dell’assemblea, subito dopo le 10, la sala della Camera del lavoro era talmente piena che alcuni operai rimangono sulle scale, altri addirittura se ne vanno, si calcola che ci siano stati circa 1.000 operai delle diverse fabbriche che per Viareggio è una grossa partecipazione. Il bonzo locale dopo aver rimproverato gli operai che solo quella mattina erano presenti dicendo che una partecipazione del genere avrebbe dovuto esserci anche durante la lotta e non soltanto quella mattina, (come se il fatto che durante la lotta, gli operai non siano stati presenti fosse colpa loro, mentre in realtà i bonzi hanno sempre fatto, per tutta la durata della lotta, riunioni ristrette ai consigli di fabbrica e al comitato di agitazione impedendo così la partecipazione diretta alla maggioranza degli operai) si è messo ad illustrare l’ipotesi di accordo facendola passare come una vittoria e dandone un giudizio positivo, per far questo ha usato anche il metodo di informare male gli operai, per esempio, come hanno precisato dopo alcuni operai, il bonzo ha parlato della riduzione a 150 ore delle ore straordinarie mentre, per le aziende al di sotto dei 200 operai come tutte quelle di Viareggio, le ore concesse per straordinario sono 200 l’anno.

Il bonzo, da solo, per illustrare le meraviglie del contratto agli operai ha impiegato quasi un’ora delle due a disposizione e aprendo il dibattito ha invitato coloro che avessero avuto intenzione di intervenire ad essere brevi «per dare la possibilità a tutti di intervenire», così agli operai è rimasta a disposizione nemmeno un’ora in quanto nell’ora rimasta si doveva svolgere anche la votazione. Gli interventi dato il tempo limitatissimo, sono stati complessivamente otto, di questi, sei contrari all’ipotesi di accordo mentre i due a favore sono stati fatti dai loro attivisti.

Un operaio della FERVT che si è espresso contrariamente aveva fatto la proposta di riportare la discussione nelle assemblee di fabbrica considerando che il modo in cui era stata preparata l’assemblea non permetteva, mancando il tempo necessario, una valutazione serena dell’accordo, dopodiché rifare una assemblea generale. La proposta è stata subito bocciata dai bonzi dicendo che la lotta l’avevano condotta i consigli di fabbrica e il comitato di agitazione e che questi organi avevano deciso che l’assemblea attuale doveva essere l’unica e che quindi si doveva uscire dall’assemblea con l’approvazione o meno.

Gli unici due interventi che hanno criticato negativamente l’ipotesi di accordo in maniera generale, dicendo agli operai che quello che i dirigenti sindacali avevano accettato insieme al padronato non era altro che il risultato logico della politica collaborazionista che predomina oggi nei sindacati operai e del modo con cui i nostri dirigenti ci hanno fatto lottare, modo che invece di cercare di unire in un solo blocco tutte le categorie in lotta le ha divise il più possibile, sono stati quelli di due operai che fanno parte del «Comitato metalmeccanico per la rinascita del sindacato di classe». Questo comitato che è sorto fin dall’inizio della vertenza contrattuale e di cui fanno parte anche i nostri compagni, si è distinto nella lotta da tutti gli altri raggruppamenti che si richiamano alla classe operaia (da notare che all’assemblea c’è stato un solo intervento, anch’esso contrario, dei cosiddetti «sinistri») per aver preso sempre delle vere posizioni di classe indicando agli operai in contrapposizione diretta con i vertici sindacali delle rivendicazioni ed un modo di lottare che rispecchiano veramente le esigenze di vita e di lavoro della classe operaia.

Dopo l’intervento di un loro attivista chiamato direttamente a parlare dal dirigente sindacale che ha esaltato in maniera positiva l’accordo, rimproverando quelli che hanno parlato contro accusandoli di non capire niente, si è chiusa l’assemblea e si è passati alla votazione. I favorevoli sono stati circa 80-100, i contrari 32, gli altri operai presenti si sono astenuti.

Per noi comunisti è un risultato molto importante che 32 operai abbiano avuto il coraggio di mettersi contro la politica dei vertici sindacali e dei partiti opportunisti dicendo chiaramente che quel contratto, anche se passato, per loro ha significato solo la svendita delle loro rivendicazioni. È un risultato che non si era mai verificato nella nostra zona e che dimostra come i vertici sindacali stiano perdendo credibilità di fronte agli operai, nonostante tutto l’apparato che questi usano contro gli operai stessi; è un risultato che il partito comunista deve cogliere per poter portare avanti la lotta contro tutti i traditori della classe operaia.

Schedatura sindacal-padronale degli operai

Sindacati e padroni stanno perfezionando un nuovo strumento, che con lo scopo dichiarato di salvaguardare la salute e l’«integrità psico-fisica» dei lavoratori, si traduce per la classe operaia in un ulteriore mezzo di controllo e di schiacciamento: il libretto sanitario.

Già oggi esiste in tutte le aziende uno schedario in cui vengono riportati i dati riguardanti i singoli operai, le ore perdute per malattia, per scioperi, le assenze ingiustificate etc., tutto ciò insomma che riguarda il rapporto lavoratore-fabbrica. Mentre tale schedario rimane all’interno della singola fabbrica, il libretto sanitario, unito al libretto di lavoro, l’operaio se lo porta con sé in ogni cambiamento di lavoro, esso si trasforma quindi in una specie di passaporto che permette al nuovo padrone di assumere quegli operai che sono più «sicuri», meno «assenteisti» e che danno quindi maggiori garanzie di rendimento e di profitto.

Dopo aver tanto starnazzato sulla nocività del posto di lavoro, ponendosi come obiettivo la prevenzione delle cause che portano a tale nocività, la sola prevenzione che padroni e sindacati riescono a fare è quella di eliminare in modo indolore tutti quegli operai che a tale nocività non reggono. Il libretto infatti, attestando lo stato di salute del singolo operaio, diventa un mezzo che si ritorce sugli operai stessi. Quindi la «grande innovazione» dei sindacati tricolori non solo non serve agli operai, ma mette immediatamente in pericolo il loro posto di lavoro. Se l’assenteismo è l’arma più immediata con cui gli operai cercano di difendersi dai ritmi snervanti imposti dal padronato e dai suoi scagnozzi sindacali, proprio la lotta condotta da questi contro tale difesa mostra altresì il vero volto di simili traditori ormai completamente asserviti ai padroni e all’economia nazionale, alla quale subordinano apertamente e senza alcuna remora gli interessi dei proletari.

La classe operaia deve quindi rifiutare tutti quegli strumenti e mezzi, che come il libretto sanitario, hanno lo scopo di impedire attraverso forme di ricatto e di controllo la sua battaglia in difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro smascherando nel contempo in ogni manifestazione di classe, in ogni assemblea, quella politica traditrice dei vertici sindacali che tali attacchi permette.

I lavoratori degli enti locali devono organizzarsi contro i dirigenti corrotti

Come già previsto nel numero di aprile del giornale i lavoratori degli enti locali sono trascinati alla scadenza del loro contratto senza che i sindacati abbiano nemmeno preparato la piattaforma rivendicativa.

Il malumore fra i lavoratori sta crescendo, specialmente fra i peggio pagati, bidelli e stradini, costretti fra l’altro ad intensificare il lavoro ed a prestare straordinario quasi obbligatorio per la politica di blocco delle assunzioni adottata dalle amministrazioni.

Il bisogno dei lavoratori di reagire al completo abbandono in cui sono lasciati dai loro dirigenti si era già espresso in due documenti approvati in due scuole della provincia di Firenze ove si condannava l’atteggiamento dei sindacati e che — mostrando una sostanziale anche se ancora inespressa sfiducia nei canali di informazione della gerarchia sindacale — i lavoratori hanno sentito il bisogno di ciclostilare e far pervenire a tutte le scuole sparse nella provincia ove siano distaccati dipendenti dell’ente. Sentiti i lavoratori della sua scuola un nostro compagno ha convocato una riunione ove ha presentato all’approvazione una mozione, nella quale si condannava il metodo di non informare i lavoratori, disorganizzarne le lotte e se ne prevedeva esplicitamente l’invio a tutti i lavoratori dell’ente e concludeva con la richiesta di convocazione dell’assemblea.

Contemporaneamente si prendevano accordi con gli estensori delle altre lettere di sfiducia e si organizzava presso un liceo, fuori dall’orario di lavoro, com’è buona usanza per il lavoro sindacale, una riunione per decidere l’atteggiamento che i lavoratori avrebbero dovuto assumere per costringere i dirigenti a difendere le loro condizioni. Era presente un bonzetto ma, quando ha preteso, come sono soliti fare, di alzare la voce per intimidire un custode che sfogava la sua giusta rabbia, è stato azzittito facendogli notare che in quella riunione, convocata dalla base, il terrorismo della gerarchia non aveva cittadinanza. Si è anzi denunciata a tutti i presenti la reazione isterica alla notizia della riunione «illegale», alla quale i bonzi in capo dell’ente si sono abbandonati con goffe minacce. Lo sappiamo, i dirigenti gradiscono la cosiddetta «dialettica interna» solo se individuale, giammai organizzata, cioè del tutto impotente nei confronti del monopolio bonzesco sull’organizzazione. Ciò che li ha mandati in bestia è che un seppur piccolo gruppo di lavoratori sia stato capace di riunirsi per parlare dei propri interessi senza passare attraverso i nulla-osta e le limitazioni dell’apparato sindacale ufficiale.

Dopo che molti dei presenti avevano avuto modo di rammentare la gravità delle condizioni di lavoro della categoria e la insufficienza delle retribuzioni in risposta alle quali i sindacati non chiamano i lavoratori a «battersi in tutta chiarezza e senza cedimenti o compromessi di sorta», il nostro compagno ha fatto la previsione che i dirigenti non si disciplineranno mai nella conduzione della vertenza alle decisioni della base, nemmeno se espressa in votazioni formali; ciò che aspetta la categoria è di veder trascinato il contratto ancora fino all’autunno almeno. È necessario quindi che il risultato della riunione non vada disperso, che rimanga un collegamento, che i lavoratori siano in grado di riunirsi in qualunque momento nel corso della vertenza, che i grandi capi opportunisti lo vogliano o meno.

Si è chiusa infatti la riunione fissando una nuova convocazione alla vigilia dell’assemblea generale.

La strada dell’opposizione sindacale organizzata è l’unica che possa garantire la difesa degli interessi dei dipendenti degli enti locali; in questo senso sembra che ci si stia incamminando; i comunisti saranno sempre presenti per indicare ai lavoratori i mille trabocchetti che saranno loro tesi dai falsi «compagni» assessori al personale in combutta coi «compagni» ben sistemati nelle carriere del sindacato, mentre già si presentano i falsi sinistri, oppositori «leali», pronti a sollevare fra la tracotanza dei bonzi e la decisione proletaria una cortina di parole fumose e concilianti.

Il nostro volantino

COMPAGNI METALMECCANICI!

Ecco il contenuto dell’accordo capestro con il quale i vostri dirigenti sindacali intendono chiudere la lotta:

1) Salario: aumento di 25.000 lire mensili con decorrenza dal maggio 1976 come elemento distinto della retribuzione, cioè non sulla paga base e perciò senza incidenza sulle altre voci del salario. L’immissione delle 25.000 lire e delle precedenti 12.000 (contingenza) nella paga base avverrà (se avverrà) … fra un anno (dal 1º maggio 1977); il conglobamento nel salario base dei 103 punti di contingenza avverrà … dal 1º gennaio del 1979, cioè fra due anni e mezzo, proprio quando dovranno iniziarsi le trattative per il nuovo contratto.

Una truffa per gli operai: la questione del conglobamento è rimandata al prossimo contratto. In compenso il padronato guadagna cinque mesi di mancati aumenti salariali (il contratto scadeva a gennaio e quindi i nuovi salari dovrebbero avere decorrenza da gennaio) e se la cava con 30.000 lire una tantum.

2) Orario di lavoro: è stata «conquistata» la mezz’ora per i turnisti … ma dal 1º luglio 1978 cioè fra più di due anni. Un altro modo per dire che la mezz’ora per i turnisti non è stata conquistata.

I lavoratori siderurgici hanno ottenuto le 39 ore settimanali … ma sotto forma di un riposo retribuito ogni otto settimane. In realtà continuano a lavorare 40 ore settimanali ed ogni due mesi (necessità aziendali permettendolo) avranno un giorno di riposo in più. È da notare che questa «conquista» era già contenuta, ma non applicata, nel vecchio contratto.

Viene riconfermato l’obbligo del lavoro straordinario fino a 150 ore l’anno e fino a 200 ore per le aziende con meno di 200 dipendenti (la gran parte delle aziende metalmeccaniche italiane). Un regalo per i piccoli padroni! Mentre i lavoratori metalmeccanici vengono licenziati a migliaia e si ingrossa l’esercito dei disoccupati, gli occupati faranno lo straordinario 200 ore l’anno, un mese l’anno; un operaio su 12 senza lavoro. E questo nel gergo dei vostri dirigenti sindacali si chiama «difesa dell’occupazione».

Che cosa significa la clausola relativa al Mezzogiorno secondo cui «a livello nazionale sarà esaminato fra le parti l’applicazione presso i nuovi insediamenti produttivi del Sud di articolazione e di regimi di orario diversi da quelli previsti con lo scopo di assicurare un ampliamento dei livelli di occupazione ed una più elevata utilizzazione degli impianti»? Cosa altro se non che si lascia libero il padronato di invocare le «speciali condizioni» del Sud per sfruttare meglio gli operai?

Che cosa significa la clausola «l’operaio turnista che abbia in via eccezionale prolungato la sua prestazione per le 8 ore del turno successivo ha la facoltà di effettuare un riposo compensativo non retribuito, di pari durata nella giornata seguente. Nel caso in cui il lavoratore abbia prolungato la sua prestazione di 4 ore, il relativo riposo compensativo non retribuito potrà essere effettuato entro il mese successivo». Non è altro che un incitamento ai turni di 12 ore come nelle industrie tessili. Straordinario mascherato e neanche pagato come tale! Un altro modo di difendere l’occupazione!

COMPAGNI METALMECCANICI! OPERAI DI TUTTE LE CATEGORIE!

L’accordo siglato dai vostri dirigenti come quello ancora peggiore degli edili, dei chimici, e quelli che si preparano per le altre categorie, è il frutto di una politica che subordina gli interessi della classe operaia a quelli del padronato e dello Stato capitalistico in nome della pace sociale della salvezza della economia nazionale, della salvaguardia delle «istituzioni democratiche» cioè dello Stato borghese.

Questa politica emanante dai falsi partiti operai che sono i sostenitori più accaniti della CONSERVAZIONE SOCIALE, domina i vertici delle vostre organizzazioni sindacali distruggendone la natura di organismi di combattimento per la difesa del pane e del lavoro rendendoli «cinghia di trasmissione» degli interessi capitalistici nel seno della classe operaia.

Questi falsi partiti operai e le loro emanazioni ai vertici dei sindacati vogliono farvi credere che se rinuncierete alle vostre sacrosante rivendicazioni economiche, lo farete non a vantaggio del padronato ma in nome di un «nuovo modello di sviluppo» dell’economia di cui sarebbe garanzia la loro assunzione al governo. Questo è falso, la trasformazione dell’economia capitalistica può avvenire solo per via rivoluzionaria attraverso la distruzione violenta dello Stato borghese e l’instaurazione della dittatura della sola classe proletaria diretta dal partito comunista rivoluzionario. Perciò l’andata al governo dei falsi partiti operai non potrà risolvere la crisi del sistema capitalistico e servirà soltanto alla borghesia per costringervi a sopportare sacrifici anche maggiori di quelli che vi sono imposti ora.

COMPAGNI METALMECCANICI! OPERAI DI TUTTE LE CATEGORIE!

Ricordatevi il 1945-48! Ricostruiste le fabbriche, rimetteste in moto la economia nazionale sopportando disoccupazione, salari di fame, ritmi di lavoro impossibili, fiduciosi di aver instaurato un regime non più capitalistico, uno Stato non più borghese: la democrazia. Ma vi accorgeste che nulla era cambiato, sotto le cariche della polizia democratica, lasciando i vostri morti per le strade, sotto le condanne della magistratura «democratica» mentre il padronato in fabbrica licenziava ed affamava gli operai colpevoli di aver scioperato.

Oggi la borghesia, per mezzo dei falsi partiti operai che vi tradirono a quei tempi, tenta di salvare i suoi interessi con lo stesso inganno: farvi accettare, come nel ’45-’48 i sacrifici necessari a salvare i profitti senza che possiate reagire.

Questa politica di collaborazione con la borghesia ed il suo Stato rende impotenti le vostre organizzazioni sindacali ed impedisce ogni efficace difesa contro l’offensiva padronale; l’espulsione di questa politica e dei vostri dirigenti che la propugnano è l’opera che la classe operaia deve intraprendere. È un punto di partenza obbligato, sul quale devono attestarsi e combattere tutti gli operai coscienti: la difesa incondizionata e con tutti i mezzi delle condizioni di vita e di lavoro, il rifiuto di ogni loro peggioramento sotto qualsiasi pretesto; l’organizzazione perciò di una opposizione su basi di classe alla politica degli attuali vertici sindacali, che ricostituisca il tessuto di una vera organizzazione sindacale di classe.

La volontà di difendere senza condizioni il salario e l’occupazione, la rinascita dei sindacati di classe, significheranno al tempo stesso la possibilità di reagire ai colpi del padronato e dello Stato ed il ricostituirsi del terreno sul quale la classe operaia si ricongiungerà con la sua guida politica rivoluzionaria: il partito comunista rivoluzionario.

COMPAGNI METALMECCANICI! OPERAI DI TUTTE LE CATEGORIE!

Rifiutate il contratto capestro concordato dai vostri dirigenti ed affermate la vostra volontà di lotta.

Nella coscienza che questo non sarà possibile se non viene sconfitta la politica di tradimento dei vertici sindacali sorga e si organizzi sui posti di lavoro e nei sindacati l’opposizione sindacale di classe.

Si organizzino e si colleghino fra loro tutti i proletari disposti alla lotta.

  • RIFIUTO DEI CONTRATTI CAPESTRO!
  • DIFESA INTRANSIGENTE DELLE CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO DELLA CLASSE OPERAIA.
  • ORGANIZZAZIONE DELL’OPPOSIZIONE SINDACALE DI CLASSE!
  • RINASCITA DEI SINDACATI CLASSISTI CONTRO LA POLITICA DI TRADIMENTO DEI VERTICI SINDACALI TRICOLORI!

LOSANNA: cronaca di uno sciopero proibito nel paradiso della pace sociale

I capitalisti svizzeri nuotano in una situazione di «congiuntura favorevole» che nel 1975 è continuata fino ad assumere caratteri «scandalosi» per la forte massa di profitti.

Contemporaneamente la necessità di contrarre i costi di produzione sulla pelle degli operai per guadagnare i sempre più indebitati mercati esteri porta a licenziare ed ad abbassare il livello dei salari.

«I negoziati per il rinnovo della convenzione collettiva di lavoro nel settore della falegnameria sono falliti. Le parti sociali non si sono accordate in particolare sull’introduzione di una tredicesima mensilità; i datori hanno inoltre rifiutato una compensazione legale (da 46 a 45 ore) del lavoro settimanale nonché la compensazione normale del rincaro. Le parti sociali sottoporranno le divergenze affiorate nel corso dei negoziati alle istanze federali di conciliazione. La convenzione collettiva in vigore sino ad oggi sarà eccezionalmente prolungata sino alla fine giugno». (Corriere del Ticino, del 9-3-76).

Il risultato di queste trattative come quelle degli edili è che sono completamente fallite; altro risultato negativo per il settore abbigliamento e distribuzione mentre per la categoria metalmeccanici e orologiai un misero 3,4% in più.

Una sana reazione a questa svendita delle condizioni contrattuali, senza nemmeno mobilitare la categoria, si è avuta alla fabbrica Matisa.

Matisa S.A.: il suo programma produttivo comporta la produzione di macchine per la costruzione e la manutenzione delle ferrovie. 900 sono i dipendenti raggruppati in sei centri di distribuzione.

«Fino al 1969 era in mano svizzera, fu venduta dall’azionista principale — specialista in ‘acquisto e vendite di aziende ‘redditizie’ — al gruppo canadese CANRON.

La casa madre, a Montreal, con alle dipendenze 6.500 collaboratori (cifra d’affari annua 780.000.000 di franchi) ha rapidamente ristrutturato la succursale svizzera per farne un centro di profitti». (Lotta sindacale 26-3-76).

Ristrutturazione che significa diminuzione di operai (nel 1975 nella fabbrica Matisa ne sono stati licenziati 55), ed attuazione dell’orario ridotto dal settembre 1975. Alla fine di febbraio 1976 la direzione decide di licenziare altri 43 operai. Iniziano le trattative fra datori di lavoro e bonzi sindacali: risultato non si intende annullare la decisione.

Dei fatti susseguenti l’organo della Federazione sindacale scrisse:

«Oggi si può sostenere e provare che la decisione di scioperare è maturata tra i ‘colletti blu’ nettamente svantaggiati nei riguardi dei ‘colletti bianchi’ fra l’altro per l’orario flessibile. La condizione favorevole fermentava da più settimane.

La nostra Federazione non indossa l’abito della ‘accusata’ poiché lo sciopero non è stato promosso per sua volontà. Tanto più che per l’esame delle rivendicazioni era stata seguita la strada convenzionale anche se, fino allo scoppio dello sciopero, non era stata trovata nessuna soluzione.

Nel Canton Vaud, per fortuna, esiste un obbligo legale di ricorrere per ogni conflitto collettivo di lavoro all’Ufficio cantonale di Conciliazione». (Lotta sindacale, 26-3-1976).

Il 4 marzo in un’assemblea di fabbrica i bonzi sindacali annunciano che le rivendicazioni richieste: 1) nessun licenziamento; 2) indennità di carovita; 3) assegni familiari, 4) nessuna rappresaglia; 5) remunerazione delle ore di sciopero, sono state respinte.

In successive assemblee gli operai hanno cercato sempre l’appoggio del sindacato, ma nonostante il suo categorico rifiuto, l’8 marzo su votazione i 300 operai della Matisa decisero di entrare in sciopero. Viene eletto un comitato di sciopero il quale ha il compito di trattare con il padronato sulle richieste degli operai.

All’esterno della fabbrica si forma un comitato di sostegno, appoggiato da diversi partiti e organizzazioni chiamato «comitato di solidarietà» il cui compito è di raccogliere le collette a cui hanno partecipato sindacati, partiti, colonia libera, gruppettari e contadini.

Questo sciopero viene appoggiato dal sindacato cristiano dei lavoratori metallurgici (FLMO) sin dal primo giorno, solo perché in cerca di facili adesioni; la Federazione lavoratori metallurgici e orologiai (FOMO), ha assunto l’atteggiamento convenzionale neutrale, appoggio alle rivendicazioni a parole, ma rifiuto categorico al sostegno dello sciopero nei fatti, per la semplice ragione che un appoggio significherebbe rompere la «pace del lavoro». Solo nella seconda settimana di sciopero la FOMO decide di «esprimere» il suo appoggio ufficiale.

In un documento diffuso dal «Comitato Operaio di Base (COB)» aderente al comitato di sciopero si legge:

«Fin dal primo giorno i colleghi della Matisa hanno fatto vedere di non voler a nessuna condizione perdere la direzione ed il controllo della loro lotta per la realizzazione delle loro rivendicazioni.

L’assemblea generale ha eletto il comitato di sciopero (composto di operai della fabbrica per occuparsi dei lavori tecnici). Il comitato di sciopero non aveva competenze all’infuori di quelle conferitegli dall’assemblea generale. Le assemblee generali dei lavoratori venivano convocate una o due volte al giorno… Il comitato di sostegno, composto di diversi gruppi e organizzazioni politiche e sindacali, era sottoposto direttamente al comitato di sciopero. Anche il comitato di sostegno non intraprendeva niente senza l’approvazione dell’assemblea generale.

Lo stesso modo di procedere democratico veniva usato nei confronti del sindacato. Attraverso il comitato di sciopero e la assemblea generale quale istanza decisiva, i colleghi della Matisa si sono dati la garanzia che non venissero intavolate trattative senza il loro consenso, che non venisse deciso niente a porte chiuse, negli uffici della direzione, senza che lo sapessero.

Non l’opinione e la disposizione al compromesso di alcuni funzionari era determinante, ma la volontà della base.

Con la forza della base ci si assicura il sostegno del Sindacato.

Il caso della Matisa ci ha dimostrato una volta di più che la FOMO è disposta a dare una solidarietà pratica e un appoggio solo se viene costretta da un largo movimento di massa. All’inizio la FOMO ha creduto di potersi tener fuori con una caratteristica tanto svizzera: la ‘neutralità’ e con dei compromessi (le rivendicazioni sì, lo sciopero no) per non intaccare la pace sociale… Gli operai non hanno voluto accettare un tale comportamento da parte dei loro rappresentanti, e con la loro attività e la loro organizzazione alla base sono riusciti a fare della FOMO un loro strumento raggiungendo così una vittoria del movimento».

A questa lotta va tutta la solidarietà dei comunisti rivoluzionari, ai proletari che sono stati fermi e decisi per ingaggiare una lotta contro la direzione aziendale e contro i più bastardi e luridi traditori della classe operaia, i bonzi sindacali e partiti opportunisti e gruppettari.

Lo sciopero è durato quattro settimane, ma come era prevedibile la sconfitta di questa lotta, seppure decisa, non si è fatta attendere; nonostante i belati dei «comitati di solidarietà» è mancata la solidarietà di classe, a questa lotta è mancata una direzione centrale. Questo sciopero avrebbe avuto un altro risultato e possibilità di successo soltanto con l’appoggio della classe operaia, appunto lo sciopero generale.

Nessuno si è appellato alla classe operaia, anche se i teorizzatori dei gruppetti hanno fatto la voce grossa; da una parte l’aperto sabotaggio della direzione sindacale, dall’altra i cosiddetti «rivoluzionari generici», negatori dell’azione generale centralizzata di classe. Il ruolo di tutti costoro è stato di freno e deviazione, chiamando durante il movimento economico alla solidarietà del «popolo» anziché all’appoggio di classe, scartando la direttiva della generalizzazione dello sciopero, parola d’ordine che solo i comunisti rivoluzionari possono sostenere.

Il 16 Marzo il Comitato Federativo della FLMO in un’assemblea con gli operai scioperanti comunicò di aver «deciso di sostenere lo sciopero dei lavoratori della MATISA. È risultato decisivo, fra gli altri, il fatto che i rappresentanti della Associazione svizzera degli industriali della metalmeccanica rifiutavano «per principio» qualsiasi trattativa o discussione che non fosse preceduta dalla cessazione dello sciopero» (Lotta sindacale 26-3-1976).

E sarà invece l’azione dei bonzi che spezzerà la lotta, fingendo demagogicamente di appoggiare lo sciopero e condurre le trattative. In una votazione 81 operai sono per l’interruzione dello sciopero mentre il totale degli scioperanti è di circa 300; malgrado la maggioranza si esprima per la continuazione, esso viene interrotto.

Il 24 marzo, secondo la procedura della «Pace del Lavoro» («Deve essere inoltre ricordato come la FLMO si sia appellata all’Ufficio cantonale di conciliazione per consolidare il principio della trattativa fra le parti», Lotta sindacale 26-3-1976), la decisione arbitrale cantonale respinge tutte le rivendicazioni degli operai della MATISA (il documento del «Comitato operai di base» afferma che sono state realizzate solo in misura minima). In una seconda votazione viene deciso all’unanimità di riprendere immediatamente la lotta, «se le successive trattative tra sindacato, comitato di sciopero e padrone non dovessero portare nessun risultato concreto».

Il 2 Aprile l’accordo MATISA è approvato dai lavoratori. Tutte le richieste degli operai della Matisa sono state respinte nelle trattative condotte per la parte operaia da un comitato aziendale allargato assistito dai sindacalisti. L’accordo di composizione della vertenza Matisa è stato approvato col metodo puritano della votazione segreta: Votanti 216, a favore dell’accettazione dell’accordo 137, contro 33, nulle 5, bianche 41; il sindacato cristiano sociale FCOM sezione metallurgici aveva invitato a votare scheda bianca.

Questi i termini della sconfitta immediata subita dal movimento (dal testo dell’accordo): «Licenziamenti. La direzione si impegna a riclassificare i lavoratori licenziati se possibile (!) nell’azienda e sulla base salariale del posto offerto (!), o nella regione losannese o nei dintorni, e questo su una base salariale uguale a quella attualmente in vigore presso Matisa (o corrispondente al posto offerto se il lavoratore si dichiara d’accordo (!). La direzione è l’unica abilitata a giudicare le eventuali possibilità di riclassificazione nell’azienda. La commissione aziendale può fare suggerimenti a questo proposito. Se questa riclassificazione non avviene entro il 31 ottobre 1976, le parti riprenderanno contatto per studiare le misure da adottare (!). La riclassificazione diventa effettiva dopo la decorrenza del termine di prova presso il nuovo impiego.

La direzione si impegna a non dar corso ad altri licenziamenti collettivi per ragioni economiche fino alla fine di settembre 1976. I licenziamenti per motivi giustificati sono esclusi da questo impegno.

Compensazione del rincaro. Si conviene, dietro questa richiesta dei sindacati, di sottoporre ad un tribunale arbitrale il problema della compensazione di rincaro del costo della vita.

Pagamento delle ore di sciopero. I lavoratori dichiarano di non voler utilizzare l’offerta di compensazione parziale delle ore perse con ore lavorative fatta dalla direzione. La direzione mantiene tuttavia una simile possibilità».

Localismo, accordi, patti e blocchi con partiti e gruppi di «sinistra», qui sta la limitatezza di questo comitato di sciopero. La conduzione dell’azione ne dimostra tutti i lati deboli.

Non è la forma del comitato di sciopero che ci interessa, ma è il contenuto, è il suo indirizzo immediato. Si sono dimostrati errori determinanti negare la necessaria centralizzazione, fidarsi del sindacato, appunto la FLMO, la cui funzione e compito è stato da pompiere.

Sui comitati di sciopero abbiamo infatti scritto: «importante fenomeno sono i comitati di sciopero, eletti dagli operai, non tanto per quello che rappresentano nell’immediato ma per la loro tendenza e per ciò che potranno essere domani. Il nostro partito ha sempre denunciato i limiti di ogni organo spontaneamente sorto sulla base di un movimento locale, dimostrando come tutti gli organi spontanei, senza la centralizzazione sindacale e senza partito, degenerano immediatamente quando viene a mancare la base su cui sono fondati e cioè l’azione aggressiva degli operai. Infatti finché durò la combattività degli scioperanti i comitati ebbero forma e direzione classista esprimendo la tendenza a realizzare la carica anti-opportunista. Ma fu proprio il loro localismo ad impedire di vedere la necessità dell’azione generale…».

Tutti i contatti presi dal comitato di sciopero, influenzato dall’opportunismo sindacale, sono generali nel senso di invitare il «popolo» alla sola solidarietà economica e non i proletari all’azione comune.

Vogliamo ribadire alcuni punti elementari (da «I comunisti e l’organizzazione di classe»).

«Stante l’assenza di una ripresa generale e radicale delle lotte rivendicative gli attuali tentativi sporadici e circoscritti di svincolarsi dalla presa delle direzioni traditrici dei sindacati possono essere soffocate per la loro limitatezza aziendale locale ed anche corporativa, nel senso di chiudersi in una sorta di autonomia territoriale e professionale, erroneamente ritenuta come garanzia protettiva dalle pressioni congiunte del regime borghese e della bestiale politica del sindacalismo tricolore, che poggia proprio sulla separazione dei vari reparti della classe operaia e su tutti gli elementi di divisione, economici, salariali, normativi, ecc. (Il Partito Comunista n. 17)».

Noi comunisti, che siamo abituati a lottare solo per gli interessi della classe proletaria, sappiamo da ormai secolare esperienza che le rivendicazioni degli operai debbono vertere su punti essenziali e immodificabili come:

  1. Estensione ed unificazione delle lotte di tutti i lavoratori sino allo sciopero generale;
  2. per l’aumento generale dei salari;
  3. Per il pieno salario ai disoccupati e ai pensionati;
  4. Contro il padronato e lo Stato capitalistico;
  5. Superando di slancio tutte le direttive sindacali e politiche che tendono ad addomesticare il vostro sacrosanto diritto al pane e al lavoro!

La classe proletaria organizzata nel Sindacato di classe, temperata dalla incessante guerra contro il capitale, si stringerà allora intorno al programma del vero partito comunista centralizzato, il quale la guiderà nel grande compito riservatole dalla storia stessa di distruggere violentemente lo Stato Capitalista, lo Stato della schiavitù salariale, e la condurrà alla vittoria di classe, alla dittatura proletaria, al comunismo.

Sodalizio confederali-autonomi per sabotare la lotta dei lavoratori della scuola

Come è loro consuetudine, i bonzi sindacali hanno chiuso la vertenza per il rinnovo del contratto dei lavoratori della scuola, con un ennesimo pateracchio nei corridoi del ministero. Il 17 maggio i bonzi sindacali confederali si sono dichiarati «soddisfatti» dopo l’incontro col Ministro e perciò hanno revocato lo sciopero che avevano precedentemente proclamato per il giorno 21 maggio. Che cosa avevano ottenuto? 23.000 lire scaglionate in due anni (tutte insieme fanno male) per il personale non insegnante, più una serie di «impegni» del ministro che i lavoratori sanno bene cosa vogliono dire. Intanto, i loro degni compari, dirigenti dei sindacatini cosiddetti autonomi, recentemente unificatisi con l’alto patrocinio del Ministro, recitavano la parte di «intransigenti» con la proclamazione del «blocco degli scrutini». Essi si erano improvvisamente ricordati delle 20.000 lire che altre categorie del pubblico impiego avevano ottenuto otto mesi fa e al solo scopo di fare concorrenza ai confederali, chiamavano ora la categoria a lottare per questa rivendicazione.

Questa improvvisa sparata degli autonomi, gonfiata ad arte dalla stampa e dalla televisione, che presentavano il blocco degli scrutini come l’apocalisse, aveva suscitato lo sdegno dei bonzi confederali, i quali già in precedenza avevano escluso il ricorso a questa forma di lotta con la solita motivazione che «danneggia le famiglie e gli studenti». E non esitavano a chiedere al ministro misure repressive nei confronti di chi avesse attuato il blocco e facevano apertamente appello al crumiraggio organizzato, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Loro principale scopo dichiarato era non difendere le condizioni dei lavoratori della scuola, ma «assicurare la normale chiusura dell’anno scolastico» che è appunto lo stesso scopo che si propone lo Stato.

Ma quella degli autonomi, era solo una nuova pagliacciata per riacquistare un certo credito tra i lavoratori e ciò si è ben presto reso evidente; quando, dopo qualche giorno di «eroici» colloqui con il ministro, essi ritirarono la loro «rivendicazione» delle 20 mila lire anche ai lavoratori della scuola, con manifesta soddisfazione dei bonzi confederali. Era ovvio che anche il blocco degli scrutini, che tutti i benpensanti paventavano come una specie di cataclisma (come avrebbero fatto le persone per bene a partire per il mare con i loro poveri ragazzi?) avrebbe fatto la stessa fine e infatti il giorno 27 maggio, due giorni prima che potessero iniziare gli scrutini, è arrivata puntualmente la revoca. «Abbiamo ottenuto quanto volevamo» dichiara il segretario generale dello SNALS.

Ed ecco che cosa volevano: «Impegno del Ministro» ad attuare una «riparametrazione» delle carriere del personale e «impegno del Ministro» a corrispondere a partire dal 1-6-76 una «congrua anticipazione» su questa non meglio definita ristrutturazione dei parametri. Soddisfatto il ministro, soddisfatti i bonzi confederali: «È da sottolineare con soddisfazione come in questa occasione la ragionevolezza abbia prevalso nei gruppi dirigenti autonomi». Non una parola sul lavoro precario, sulla disoccupazione, sull’orario di servizio: ma ciò che conta per i bonzi sindacali è che l’anno scolastico si chiuda «regolarmente».

Le cose non potevano andare diversamente: non c’è stato un tradimento dinanzi al tavolo delle trattative; il tradimento è avvenuto prima, quando i bonzi sindacali hanno presentato e tentato di far approvare ai lavoratori delle «piattaforme rivendicative» che contenevano solo aggravi di lavoro, e che probabilmente erano già state concordate con lo Stato. Giocando abilmente sulla tradizionale divisione della categoria, i bonzi autonomi e confederali hanno prima finto di litigare su due piattaforme apparentemente contrapposte, ma poi si sono trovati perfettamente d’accordo nel genuflettersi assieme di fronte alle necessità dello Stato padrone. E ciò è perfettamente logico perché essi fanno la stessa identica politica che sottomette le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori alle esigenze del «buon funzionamento del servizio».

Solo garanzia dei lavoratori della scuola — come di tutte le altre categorie — è di far saltare questa politica di fiancheggiamento e di subordinazione allo stato che domina in tutte le organizzazioni sindacali e che le rende inadatte a difendere anche i più elementari interessi dei lavoratori. Ciò è stato sempre sostenuto dai nostri compagni organizzati nella «opposizione sindacale di classe» (gruppo di lavoratori della scuola organizzati indipendentemente dalle opinioni politiche per difendere le loro condizioni contro la politica dei vertici sindacali) che hanno sempre invitato i propri compagni di lavoro a rifiutare le piattaforme dei vertici sindacali e ad opporsi alle loro direttive disfattiste con una azione organizzata condotta all’esterno e all’interno dei sindacati per cacciarne la politica traditrice emanante dai falsi partiti operai e per fare in modo che i lavoratori reimpugnino le loro tradizionali armi della lotta di classe e della azione diretta, le uniche che possono metterli in grado di difendersi contro l’attacco dello Stato capitalistico.

Scricchiola la “pace del lavoro”

Lo spettro della crisi capitalistica avanza e colpisce con più o meno forza tutti i paesi industrializzati; anche per il «fiorente» capitale svizzero la crisi ha segnato la fine di un periodo durato circa 30 anni e sta segnando anche la fine della pace sociale. Dalla fine del secondo macello imperialistico la Svizzera annunciava di essere lo Stato del «benessere», negatore di ogni lotta sociale; l’opportunismo tradizionale: partiti e sindacati annunciavano che ogni problema economico sarebbe stato risolto «per il bene di tutti» e senza differenze tra «le parti nel mercato del lavoro».

Come abbiamo sempre sostenuto i nodi vengono al pettine, così anche per la «tranquilla e laboriosa» Svizzera con lo scoppio della crisi l’armonia tende a svanire. Arresto dell’espansione economica, abbassamento e blocco dei salari, con aumento dei ritmi, del cottimo e dei prezzi, aumento della disoccupazione interna e rientro di migliaia di emigrati, (con chiusura delle frontiere all’immigrazione), di conseguenza i primi movimenti economici proletari.

Il costo della vita alla fine del febbraio 1976 si è situato a 165,8 punti (settembre 1966=100), risultando del 3% sopra il livello di 160,9 dell’anno precedente. Nel mese di gennaio il tasso d’aumento generale era ancora del 3,4% e nel febbraio 1975 addirittura dell’8,4 per cento.

A fine gennaio erano annunciati, presso gli uffici del lavoro, ben 31.579 disoccupati totali: 5.300 circa in più che a fine dicembre (+20,3%). Nei confronti di fine novembre, alla fine d’anno si era già riscontrato un aumento di circa 5.900 (+29,2%). La proporzione dei disoccupati totali nei confronti della popolazione attiva era, a fine gennaio, di circa 1,1%. Ma per avere un quadro completo dell’effettiva estensione della recessione, bisogna tener soprattutto conto anche del fatto che in un anno in Svizzera sono scomparsi più di 200.000 posti di lavoro (emigrati che i bonzi non contano). Da ricordare poi anche il grande numero dei disoccupati parziali che, a fine dicembre 1975, erano circa 137.000. (Lotta Sindacale, 27-2-1976).

Sono queste le gravi condizioni che pesano sulla classe operaia svizzera, che da decenni sembrava completamente addormentata, vincolata e regolata da leggi, clausole e patti di «tregua sociale» fra le centrali sindacali ed i loro governi democratici.

Vediamo alcuni punti sull’ultimo rinnovo dell’accordo capestro detto «PACE DEL LAVORO», in vigore in Svizzera fin dal 1937 (Convenzione del luglio 1974), stipulata tra le 5 maggiori Federazioni sindacali e le associazioni svizzere degli industriali.

In questo accordo l’Unione Sindacale svizzera si impegna per 5 anni a non organizzare alcuno sciopero, nemmeno in questo periodo di attacco padronale a salari e ad occupazione, anzi a reprimere eventuali moti spontanei operai.

«La presente Convenzione si propone di promuovere, attraverso sane condizioni di lavoro, lo sviluppo dell’industria svizzera della metalmeccanica nell’interesse comune dei datori di lavoro e dei lavoratori.

La Convenzione si prefigge:

  • di fissare e aggiornare diritti e doveri contrattuali nello spirito di una reciproca comprensione;
  • di promuovere la collaborazione tra datori di lavoro e i lavoratori e tra le loro rispettive organizzazioni;
  • di trattare, conformemente alla presente Convenzione, importanti divergenze e conflitti;
  • di mantenere la pace del lavoro.

Le parti contraenti s’impegnano a mantenere in modo assoluto la pace del lavoro per tutta la durata della Convenzione e a farla rispettare dai loro membri…

Di conseguenza è esclusa ogni misura di lotta, quale la serrata, lo sciopero o il boicotto, anche nei casi di divergenze attinenti a questioni non regolate dalla presente Convenzione. Questa pace assoluta del lavoro vale anche sul piano individuale sia per i datori di lavoro, sia per i lavoratori. Divergenze d’opinione ed eventuali conflitti vanno trattati conformemente alla procedura prevista dall’art. 6».

«(Art. 6)… In caso di controversia, le pretese del singolo lavoratore derivanti dal rapporto di lavoro vanno deferite ad un tribunale ordinario. In questo caso il lavoratore può farsi assistere dal suo sindacato o da un altro rappresentante legale».

Per i nuclei di avanguardie operaie che si permettono di uscire dall’ordine costituito, dalle leggi del dominio assoluto della borghesia, si prepara il licenziamento, il tribunale le multe.

Dal 1937 in Svizzera regna la «pace del lavoro» per cui il padronato e il sindacato s’impegnano sia «all’aumento della produttività come premessa per ogni miglioramento delle condizioni di lavoro», e sia alla rinuncia «ad ogni misura di lotta, quali l’interdizione, lo sciopero o la serrata» e versano 250 mila franchi ciascuno come garanzia per l’eventuale violazione dell’accordo, mentre obbligano anche gli operai non iscritti a pagare un «Contributo di solidarietà dei lavoratori non organizzati»:

«I lavoratori assoggettati alla Convenzione… che non sono membri di una parte contraente, versano un contributo di solidarietà per le spese derivanti dall’applicazione della Convenzione, a condizione che si trovino in un rapporto di lavoro duraturo e risultino occupati almeno per il 50% della durata normale di lavoro.

Per gli uomini a partire dal ventesimo anno di età il contributo di solidarietà ammonta a fr. 84. annuali e rispettivamente fr. 7. mensili, mentre le donne, come pure per i giovani al di sotto dei vent’anni, esso risulta di fr. 60. annuali e rispettivamente fr. 5 mensili». (Lotta Sindacale, 24 gennaio 1975).

La banca di proprietà del sindacato svizzero aumenta così il suo capitale.

Con un periodo così lungo di dominio dell’opportunismo sulla classe operaia e di sviluppo «pacifico» del capitalismo, rafforzato da tutti gli accordi e leggi che immobilizzano la classe operaia, appare e appariva eroico lo sforzo dei comunisti i quali hanno sempre indicato che la classe operaia si potrà risollevare soltanto con «l’arma dello sciopero» perché gli scioperi sono «una scuola di guerra», scuola nella quale gli operai imparano a fare la guerra contro i loro nemici. (Lenin)

È vero che l’opportunismo ha strappato «dalle menti e dal cuore» della classe operaia la sua elementare e necessaria arma, appunto lo sciopero, ma è anche vero che sono le condizioni economiche che riportano tra le file del proletariato la tendenza a ricostruire nuclei di avanguardie operaie pronte a battersi sia contro le direttive dei bonzi, e sia, specialmente in Svizzera, contro l’infame terrore sostanzialmente fascista di Stato e sindacati.

Purtuttavia la classe operaia quando è spinta da condizioni economiche gravi, si ribella e giunge a mettersi sul terreno della lotta aperta. Di certo che siamo solo all’inizio di questa tendenza, ed è anche vero che la strada di questa ripresa è lunga e difficile, ma quel che interessa ai comunisti rivoluzionari è che il segnale rosso della ribellione sia scattato.

Cosa sta dunque succedendo in Svizzera, e in generale in tutto il settore produttivo di grandi e piccoli complessi, e che sta maturando nella classe operaia, che mette in imbarazzo i dirigenti dell’ordine costituito? Semplicemente: la crisi capitalista si dilata, e come tragica conseguenza sulla classe operaia si traduce in: difesa del posto di lavoro, delle condizioni di esistenza, del salario, contro l’assillo crescente dei capi ciurma della produzione ecc.

È questa situazione che impone alla classe operaia il risveglio alla lotta di classe, come richiederà anche l’estendersi della sua avanguardia dirigente comunista, ovunque alla testa della rivolta proletaria.

Grecia - Proletari in piazza contro le leggi antioperaie del governo democratico

Il generoso proletariato greco ha dato un’altra prova della sua combattività. Circa un anno fa, proprio nel primo anniversario della caduta dei colonnelli, mentre tutti i partiti parlamentari, dalla destra alla «sinistra» si apprestavano a brindare alla riconquistata libertà e democrazia, la classe operaia fece sentire la sua potente voce di accusa e di sfida al «nuovo» regime in duri scontri che per molte ore impegnarono la pur bene attrezzata polizia cittadina greca, la maledetta «Astinomia».

Ai primi di aprile di quest’anno minatori dell’isola di Eubea, durante uno sciopero, si sono ancora scontrati con la polizia di regime: Pochi giorni fa Atene è stata di nuovo teatro di durissimi scontri tra proletari in sciopero e polizia. All’avanguardia della lotta gli edili, che rappresentano la parte più numerosa e combattiva della classe operaia ellenica ed hanno alle loro spalle una dura tradizione di lotte e di sanguinosi scontri con le milizie della borghesia.

Come sempre di fronte alla rabbia operaia che esplode ed esce dai limiti del turpe ed ingannevole gioco democratico vi è stata la dura condanna dei partiti di «sinistra» e dei sindacati. Quella canaglia di Mavros, esponente del partito di centro, lo stesso partito a cui apparteneva il tanto osannato eroe della resistenza Panagulis per la cui morte ogni «sinistro» ha creduto opportuno spargere una lacrima, ha detto che questi avvenimenti sono simili a quelli che hanno preceduto la dittatura dei colonnelli, facendo così una palese minaccia al movimento operaio: se non vi calmate sappiamo noi come tenervi buoni!

Il sindacato degli edili ha parlato di «provocatori» che avrebbero cercato di pescare nel torbido ed ha accusato la polizia di aver lasciato fare per creare un clima «propizio all’adozione della legge antisciopero». Naturalmente i cosiddetti partiti di sinistra parlano di «provocatori» perché non vogliono né possono ammettere che l’intero proletariato è un provocatore contro la borghesia e che, prima o poi, dovrà trovarselo davanti pronto ad abbatterla.

Il motivo dello sciopero generale durante il quale si sono verificati gli scontri era l’opposizione della classe operaia alla famigerata legge antisciopero che nei giorni scorsi era in discussione al Parlamento greco. Questa legge che pone dure limitazioni al diritto di sciopero, vietando gli scioperi politici ed imponendo la presenza in fabbrica in caso di sciopero del 20% della mano d’opera, è la risposta del governo democratico di Caramanlis ai primi, embrionali tentativi di riorganizzazione sindacale da parte della classe operaia greca. Dalla caduta dei colonnelli gli operai di varie fabbriche stanno lottando, spesso veramente in modo eroico, per migliorare le loro misere condizioni di vita, tentando contemporaneamente di far risorgere una rete sindacale, essenziale per condurre la lotta con la speranza di vittoria. Sono così sorti in molte fabbriche degli organismi di tipo sindacale spesso ferocemente osteggiati dai padroni che sono arrivati a licenziare gli operai che ne facevano parte, in molti casi fatti in seguito riassumere dopo le dure lotte dei loro compagni.

Di fronte a questa offensiva proletaria la borghesia sta reagendo in due modi: da una parte agisce il governo con la repressione più dura verso gli scioperanti, verso i sovversivi ed adesso con la legge antisciopero, dall’altra agiscono i partiti opportunisti, dal PASOK, al P.C. dell’Interno, al P.C. dell’estero, cercando di istituzionalizzare i sindacati e di portarli sotto il loro controllo per farne strumenti per i loro sporchi giochi parlamentari. Gli operai i loro diritti li hanno sempre conquistati nelle piazze, con la lotta più dura. La classe operaia greca ha fatto l’esperienza di questo sulla sua pelle, nelle prigioni di Macronisos, di Yaros, nella continua dura lotta contro un regime che, dalla fine della seconda guerra mondiale non ha mai nascosto la sua natura antioperaia ed anticomunista. Il governo Caramanlis, nonostante i pretesi comunisti greci si beino dei suoi discorsi patriottici antiturchi ed antiamericani, non fa certo eccezione.

Se gli operai greci vorranno conquistare le loro libertà sindacali dovranno farlo nelle piazze, nella lotta contro il regime ed i suoi servi, poliziotti ed opportunisti. Solo usando la sua forza la classe operaia vincerà.

Gran Bretagna - Sulla linea del secolare tradimento laburista

L’attenzione che i giornali italiani hanno recentemente dedicato agli avvenimenti inglesi non è senza fondamento: infatti l’opportunismo britannico, sia politico che sindacale, sta mostrando chiaramente la sua politica antioperaia, mostrata come esempio di una sana reazione alla febbre inflazionistica che colpisce anche la nostra penisola; questa politica dei redditi, che ha come precedente il patto sociale dell’anno scorso, ha fatto diminuire l’inflazione del 50% dall’agosto scorso, e se ne prevede una ulteriore diminuzione di un altro 50%. Come è stato possibile questo «miracolo»? Nell’unico modo che la borghesia conosce, comprimendo cioè i salari della classe operaia.

La «incomes policy» di Healey prevede un aumento massimo del 5% dei salari, così articolato: per i salari fino a 50 sterline la settimana l’aumento massimo sarà di 2,50 sterline, per i salari da 50 a 80 sterline sarà del normale 5%, cioè da 2,50 a 4 sterline, mentre chi guadagna più di 80 sterline la settimana avrà comunque un aumento massimo di sole 4 sterline. Secondo l’Economist queste limitazioni si risolveranno in un aumento medio di solo il 4,5% dei salari, in quanto il 30% dei lavoratori guadagna più di 80 sterline, ed i loro aumenti saranno inferiori in percentuale. Apparentemente i più beneficiati sarebbero quel 30% di lavoratori che guadagnano meno di 50 sterline, perché i loro aumenti supererebbero il 5%. In realtà così non è: in primo luogo l’aumento è un massimo che va conquistato, e non è detto che lo sia per intero, poi un aumento di 2,5 sterline, che è di circa 16.000 lire mensili, è talmente basso che se non fosse concesso nemmeno quello, date le pessime condizioni di vita in cui già si trova la classe operaia inglese, sarebbe condannata alla fame; va anche tenuto conto che parte dell’aumento verrà comunque assorbito dalle tasse, come già lo è quasi un terzo della paga nominale.

Non molto migliori saranno le condizioni di quei lavoratori che guadagnano da 50 a 80 sterline la settimana; essi costituiscono il 40 per cento degli operai e comprendono la maggior parte degli specializzati della grande industria. È soprattutto con loro che padroni e sindacati dovranno fare i conti per far passare questi provvedimenti.

Quelli apparentemente più danneggiati dal patto sono coloro che guadagnano più di 80 sterline la settimana, ma rientra nella tendenza generale del capitalismo rigettare nella massa degli operai quelle aristocrazie che aveva precedentemente tirato su per i suoi fini; ora che non se lo può più permettere li butta a mare tranquillamente. In ogni modo questo strato di impiegati, capi-reparto, managers, ecc. ha trovato dei buoni difensori: i capi delle organizzazioni sindacali dei metalmeccanici e dei trasportatori hanno dichiarato che «a lungo andare sarebbe dannoso elargire a tutti gli stessi aumenti di retribuzioni, senza tener conto di fattori selettivi quali il tipo di lavoro svolto e l’incentivo della produttività. Livellare il malessere comune nei tempi di crisi va bene ma appiattire salari e stipendi ad oltranza significa scivolare verso il più dannoso tipo di collettivismo».

Questi rilievi si conciliano con la tesi espressa da sir Campbell Adamson, direttore generale della Confindustria britannica, il quale ha definito «ingiusta e mostruosa» la pretesa di voler concedere ai managers delle aziende le medesime quattro sterline di aumento settimanale delle retribuzioni che verranno corrisposte all’usciere e alla dattilografa. L’efficienza richiesta e le responsabilità connesse con i diversi lavori non possono essere ignorate, dice sir Campbell, se non vorremo creare una classe dirigente «demoralizzata e soggetta a una forma di discriminazione invertita». Non si capisce più a questo punto chi è che difende gli interessi degli operai e chi quelli dei padroni, ed il dilemma si risolve solo se si comprende che in nome del famigerato «uscire dalla crisi» entrambe le organizzazioni hanno l’intenzione di vendere la pelle degli operai per finanziare l’economia britannica.

Ma i pirati con la bombetta non nascondono la verità; l’Economist ammette che «i salari reali sono già calati e Mister Healey non nasconde che si attende un altro calo dell’1-2% entro i prossimi 18 mesi. Ecco perché l’inflazione è già stata dimezzata e lo sarà di nuovo».

La sola via di uscita per gli operai inglesi all’immediato sta nel rifiutare, nelle assemblee e nei congressi, questo patto infame, che già è stato accettato a larga maggioranza dai capi dei sindacati, ed imporre con la lotta contro i padroni, e anche contro gli attuali dirigenti sindacali, contratti che permettano loro una vita umana, non cedendo di un centimetro all’attacco che i capitalisti quotidianamente portano loro dietro lo schermo del governo «popolare» del lurido laburismo britannico.

Concludiamo con un commento dell’Economist dell’8-5-76, rivista fra le più reazionarie, porta-voce autorevole degli umori della City, circa il «socialista» Healey: «Ma è significativo che, nel cinquantesimo anniversario dello sciopero generale del 1926, il governo ed i sindacati abbiano raggiunto l’accordo generale e anti-sciopero del 1976, durante il quale i salari reali degli operai scenderanno ancora per il secondo anno consecutivo. Mister Healey merita una lode per il suo coraggio e per i suoi successi».

Queste lodi borghesi si trasformeranno in condanna a morte quando il traditore Healey e compari saranno giudicati dal tribunale della rivoluzione proletaria.

RFT - Riappare lo spettro

Non possiamo che salutare con gioia gli scioperi che in questi giorni, scuotendo l’Editoria tedesca, hanno impedito l’uscita di tutti i maggiori quotidiani germanici. Il trionfo borghese tedesco, che ha ereditato la sua fisionomia di maiale dal nazismo di Hitler e dal socialpatriottismo di Noske e Scheidemann, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale non ha potuto leggere il suo quotidiano. È uno scandalo! A cosa è servito allora spezzare in due la Germania, tenere Berlino sotto l’occupazione permanente di ben quattro eserciti, mandare i socialdemocratici al governo, creare sindacati parastatali se poi, all’improvviso, il terribile spettro riappare, gli operai scendono in piazza per rivendicare i loro diritti? «Ma questa è lotta di classe, ma questo è comunismo» grida il maiale borghese, liberale o socialdemocratico che sia. È vero, non v’è tattica o piano borghese che possa scongiurare per sempre lo spettro della lotta di classe. Finché vi sarà capitalismo vi sarà sfruttamento disumano del proletariato che prima o poi dovrà porsi nuovamente in lotta contro il sistema che lo sfrutta, come magnificamente fece, e la Germania è un esempio, cinquant’anni fa in gloriose lotte che scossero l’Europa e il mondo.

I tipografi tedeschi si sono messi in lotta per ottenere aumenti salariali; sono scesi in piazza per impedire la vendita di un giornale crumiro che mentre i maggiori quotidiani erano bloccati dallo sciopero, tentava ugualmente di uscire; si sono scontrati con la polizia, ovviamente schierata in difesa del diritto borghese. Nella Germania del socialdemocratico Brandt, impregnata del nazismo che avrebbe dovuto restare sepolto sotto le macerie delle città rase al suolo dai bombardamenti a tappeto delle potenze democratiche, che massacra con metodi degni delle SS gli aderenti ai gruppuscoli filoanarchici e «di sinistra», che allontana gli operai «estremisti» dagli impieghi statali, instaurando un clima di terrorismo anticomunista, la lotta intrapresa dai tipografi tedeschi è coraggiosa e, qualunque siano le idee con cui questi operai l’hanno intrapresa, essa si pone oggettivamente contro tutta la struttura statale borghese e ne preannunzia la fine.

Per noi è una ennesima conferma.

«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall'insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.6

Nel precedente capitolo abbiamo introdotto la citazione delle nostre Tesi di Roma ad un punto che ora ci preme riprendere: «Totalmente erronea sarebbe quella concezione dell’organismo di partito che si fondasse sulla richiesta di una perfetta coscienza critica e di un completo spirito di sacrificio in ciascuno dei suoi aderenti singolarmente considerato e limitasse lo strato della massa collegato al partito ad unioni rivoluzionarie di lavoratori costituite nel campo economico con criterio secessionista e comprendendo solo quei proletari che accettano dati metodi di azione… (Tesi 16)». Sono queste due facce della stessa medaglia, di una concezione estranea al marxismo ed al suo modo dialettico di considerare «la formazione della coscienza di classe». In questa concezione il partito diviene l’unione degli individui «coscienti», mentre nel campo economico si organizzano solo quei proletari che hanno acquisito la coscienza della necessità di determinati metodi di azione.

È una concezione culturalistica, tipicamente anarchica, che vede la lotta di classe come un prodotto della coscienza individuale. La concezione marxista è opposta: è il partito come organo collettivo storico che possiede la coscienza di classe, ma la esprime non come fatto intellettuale anche se si presenta in veste teorica, bensì come arma di battaglia di una formazione organizzata, come capacità di indirizzo della battaglia di classe. Il Partito è «ovunque e sempre senza eccezioni» un organo di combattimento della classe. La sua azione in seno alla classe per indirizzarne e condurne il combattimento a qualunque livello esso si trovi a svolgersi, è inscindibile — nel tempo e nello spazio — dal possesso della coscienza teorica, della capacità di spiegazione dei fatti sociali, che è l’arma formidabile dell’azione stessa. Conoscere serve al Partito, per agire per combattere nel vivo della lotta sociale non certo per creare dei buoni intellettuali. Uccide il Partito chi separa anche per un solo momento queste funzioni che vivono in stretto collegamento ed in precisa simbiosi l’una con l’altra: la capacità di interpretazione dei fatti e di previsione secondo la invariante dottrina, l’azione pratica del partito di indirizzo e di guida della lotta sociale, l’organizzazione sempre più vasta e precisa dell’organo di combattimento.

Perché la base dello scontro tra le classi non è la coscienza, tanto meno quella individuale, ma le forze materiali, i loro rapporti reciproci, la loro azione. Sono le contraddizioni materiali della società che spingono le classi ad affrontarsi, e quanto più lo scontro è vasto e profondo, irriconciliabile ed irrisolvibile, più si alimenta di questa linfa materiale la coscienza collettiva della classe, cioè il suo Partito. Ecco perché, dall’altro lato, i marxisti sono sempre stati contro la scissione degli organismi economici che stavano sul terreno della lotta di classe, anche quando questi sono stati diretti ed influenzati da direttive contrastanti con le nostre. Quanto più è vasta l’azione di classe, cioè l’azione del proletariato sul terreno economico, tanto più questa azione è suscettibile di indirizzarsi nel senso indicato dal Partito. Ma il Partito non guida la classe perché le insegna la verità rivoluzionaria, non conquista la classe perché dimostra teoricamente, al cervello dei proletari, che il comunismo è l’unica possibile uscita dalle contraddizioni della società presente.

Al contrario il Partito conquista la classe perché è capace, sulla base della sua visione totale e generale, di definire un indirizzo di azione pratica nel vivo delle lotte operaie che distingue materialmente il Partito da tutte le altre tendenze politiche, che è capace di presentare il partito come l’unico organo che può dirigere gli sforzi della classe verso un fine unico che corrisponda agli interessi degli operai stessi. In sintesi, fra la coscienza del Partito e il movimento della classe sta un termine ineliminabile: l’azione pratica del Partito, l’intervento del Partito nelle battaglie, anche limitate che i proletari conducono per le loro esigenze, la dimostrazione pratica che i comunisti sono «i migliori compagni di lotta di tutti i proletari». Provate ad eliminare per un momento soltanto, questo tramite, questo pratico elemento, ed il Partito non esiste più: non esiste più perché non è più un organo di combattimento e di battaglia, ma una accolta di intellettuali che guardano dall’alto la misera realtà quotidiana, la miseria del proletariato che «sciupa» le sue energie nella lotta per il pisciatoio di fabbrica, al quale il piccolo cenacolo di marxologi si accosta per moralizzarlo, per sussurrargli all’orecchio che, in fondo, esistono ben altre ragioni per lottare, risolvendo così in un problema di comprensione e di coscienza quello che è un problema di forza. Distruggete, anche per un attimo, questa caratteristica del Partito, ed avrete distrutto il Partito in quanto tale compresa la sua coscienza teorica che non può sussistere se non come arma di un organo collettivo di azione e di combattimento.

IMPORTAZIONE DELLA COSCIENZA DEL PARTITO NELLA CLASSE

Non si tratta di un effetto di ordine pedagogico, e noi della Sinistra siamo sempre stati anticulturalisti. La difesa e la restaurazione contro ogni deformazione della teoria del Partito, il suo lavoro di propaganda e di proselitismo non può che presentarsi integrato costantemente dalla partecipazione e dall’intervento del Partito nelle lotte che i proletari conducono quotidianamente contro il capitale. Intervento e partecipazione che non è soltanto di propaganda delle posizioni del Partito, ma è di indirizzo dell’azione proletaria, di incitamento e di incoraggiamento ad essa, di definizione di un indirizzo pratico di azione che si contrappone a tutti gli altri e che permette ai proletari in lotta di riconoscere praticamente il Partito. Si tratta di elementi che devono andare insieme senza mai scindersi nella consapevolezza del modo dialettico di formarsi della coscienza di classe. Questo «modo dialettico» consiste nel fatto che i proletari spinti a lottare, vedono nel Partito Comunista e nei proletari comunisti «i loro migliori compagni di lotta», quelli che stanno in prima fila nelle loro battaglie, quelli che hanno un indirizzo di azione più chiaro e più adeguato alla conduzione della lotta stessa; e, di conseguenza, si stabilisce fra la massa proletaria e l’organo combattente — il Partito — un rapporto di fiducia fondato sull’esperienza stessa dei proletari, i quali materialmente sono condotti a sperimentare che solo il partito comunista è quello che sta alla testa delle loro lotte, quello che non tradisce, quello che non abbandona i proletari. Fallisce in questo compito, che solo è in grado di stabilire il collegamento fra partito e classe, sia l’atteggiamento che vede l’intervento nelle lotte proletarie come un intervento di ordine propagandistico (le lotte proletarie permettono agli operai di meglio comprendere i principi del partito), sia l’atteggiamento che «si mette al servizio» delle lotte stesse riducendo la sua funzione a quella di un appoggio ai proletari in lotta, ad una pura e semplice «esaltazione» delle loro lotte. La fisionomia del partito deve spiccare nelle lotte proletarie: è il campo naturale in cui essa può spiccare in contrapposizione a quella di qualsiasi altro partito politico, ma né perché si predicano gli «eterni principi», né perché ci si sfiata a gridare evviva ai proletari in lotta, ma perché il partito è l’unico capace di indirizzare praticamente i proletari, di indicare loro la strada che devono percorrere e gli ostacoli che su di essa incontrano, di far toccare loro con mano che il seguire qualunque altra strada porta necessariamente alla sconfitta delle forze proletarie. È in questa capacità di raccordare qualsiasi movimento, anche limitato della classe, alle finalità generali ed universali della classe stessa per mezzo del suo indirizzo pratico di azione che il partito si distingue da tutti gli altri agli occhi anche degli ultimi dei proletari. È questo l’intervento del partito nelle lotte proletarie: è questa l’azione sindacale del partito.

SOLENNE ERRORE E DEVIAZIONE PEDAGOGICA

Ma questa nostra visione discende dal considerare il partito, sempre e dovunque, organo di combattimento che inquadra teoria e visione corretta del processo storico, come per operare in maniera coerente è capace di concepire il «modo dialettico» del formarsi della coscienza di classe. Si esce da questo campo e dal campo della rivoluzione quando, se ne presuppone l’acquisizione individuale, intellettuale, cerebrale e la trasmissione per la stessa via. Allora viene deformato non solo il metodo di intervento del partito fra i proletari, ma anche il partito stesso ed è facile dedurre che sia più vicino al marxismo ed al partito l’intellettuale politicizzato ed «impegnato» piuttosto che l’operaio analfabeta, che non si occupa di politica. In fondo perché non dovrebbe essere più facile, testi alla mano, salda preparazione dottrinaria in testa, convincere della «verità marxista» un giovane intellettuale che conosce Marx anche se arriva a qualche conclusione sbagliata, piuttosto che un operaio che non riesce a vedere al di là della difesa del proprio pane quotidiano? Ma è proprio il fatto che la «verità marxista» non si impara e non si insegna, non si trasmette per mezzo della scuola neanche della scuola di partito e non si acquisisce in un «dialogo» o in «tornei teorici». È vero il contrario: come il partito è in grado di comprendere il marxismo soltanto collettivamente e perciò nella sua azione organizzata, nel suo lavoro, così il proletario analfabeta perviene al marxismo per via non cerebrale, ma spinto dalla sua lotta, dai suoi interessi materiali, dal suo istinto e, se vogliamo, dalla sua fede. Ed è più vicino al partito, tesi che ormai nel campo della Sinistra dovrebbe essere definitiva, l’operaio ignorante, ma capace di combattere per un pezzo di pane per sé e per la propria famiglia, del gruppettaro figlio delle mezze classi con il cervello pieno di testi di Marx, ma organicamente incapace di una vita che superi le aule delle università borghesi. La piccola borghesia intellettuale, anche i «figli di operai» svirilizzati dalla cultura borghese, ha saputo produrre il semi-marxismo ed il semi-rivoluzionarismo degli attuali gruppuscoli extra parlamentari. Fra essi ed il partito di classe c’è un abisso, non di nozioni teoriche ma di interessi materiali. Il proletariato, la massa dei lavoratori salariati costretti a combattere per un pezzo di pane e decisi finalmente a farlo forniranno gli elementi innumeri che sapranno «imparare» il marxismo; lo impareranno non con il cervello e non nelle università, lo impareranno nelle strade e nelle piazze con i muscoli e con il cuore, nella lotta fisica di classe contro classe, di violenza contro violenza, di dolore contro dolore dove la complessa ed «incomprensibile» verità marxista si presenterà loro come «l’elementare verità» della loro esistenza, come «l’elementare via» della loro battaglia per la vita «tutti sappiamo che quando la situazione si radicalizzerà elementi innumeri si schiereranno con noi in una via immediata e spontanea e senza il menomo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche».

Il trattare della pur limitata attività pratica del partito ci porta, come si vede, a ribadire tutti i cardini delle posizioni comuniste: è inevitabile perché il partito di classe deve essere in grado di impostare l’indirizzo della sua azione pratica, il suo comportamento in essa in maniera coerente a ciò che esso è, a quello che è la sua essenza.

Tutto quello che abbiamo detto ci conduce ad una considerazione la cui conferma ritroviamo in tutte le manifestazioni della vita del partito e che deve essere presente ai giovani militanti come ai proletari che ci leggono e che soprattutto seguono la nostra attività. Nel 1926 si apriva un ciclo sfavorevole alla lotta rivoluzionaria di classe, ciclo prevedibile non di breve durata per il congiungersi di una serie spaventosa di elementi negativi che la Sinistra rimase da sola ad enunciare. In questa catastrofe del movimento rivoluzionario mondiale le forze che si attestavano sulle basi della Sinistra non intesero mai la salvaguardia e la difesa dei principi del partito come un fatto intellettuale. Esse passarono di generazione in generazione non solo una teoria, non un insieme di tesi da imparare a memoria, ma una tradizione di partito. Nel restringimento dei suoi effettivi che la potenza controrivoluzionaria operava, il partito non rinunziò mai a nessuno dei suoi compiti e, mentre ribadiva le verità della scienza marxista in faccia al nemico vittorioso, svolgeva questo stesso compito come battaglia, come combattimento non come accademia ed opera di studio e lo svolgeva nello stesso tempo in cui, con le sue pur deboli forze, non rinunziava ad entrare in ogni spiraglio in ogni frattura che la società borghese potesse offrire; non rinunziava all’azione di indirizzamento e di incoraggiamento dei moti proletari spontanei, all’azione nei sindacati e negli organismi operai per salvaguardarvi e difendervi una tradizione di comportamento e di azione genuinamente proletari, per chiamare gli operai a resistere allo svilimento ed alla deviazione delle proprie lotte e delle proprie organizzazioni anche quando i rapporti di forza erano di uno a diecimila e qualsiasi successo era escluso in partenza.

Se ci immaginassimo il lavoro di questi cinquant’anni come il mantenimento e la trasmissione per via cerebrale di una corretta interpretazione del mondo, come il passaggio di una verità posseduta da alcuni «cervelli sapienti» ad altri «cervelli sapienti», in attesa che questa verità di accademia e di scuola possa calare un giorno ad illuminare le masse umane in movimento, tutta la storia del partito è falsata e si apre la via a qualsiasi deviazione. La generazione che aveva vissuto Livorno ed il I dopoguerra intese trasmettere e trasmise alle nuove generazioni il partito, unico in teoria ed in prassi e lo fece sempre nella battaglia e nel combattimento fisico. Sempre ed in qualsiasi momento. È questa l’ennesima ragione per cui noi parliamo del piccolo raggruppamento attuale come del partito e lo contrapponiamo a tutti gli altri: è in questo piccolo raggruppamento che si è condensata, sotto i colpi della controrivoluzione una tradizione di teoria, di prassi, di metodi di lavoro, di organizzazione e di esperienza che, messi insieme, costituisce e distingue il partito di classe.

Si tratta di ben altro che di confrontare un «apporto» od un «contributo» della Sinistra; l’elaborazione marxista della Sinistra italiana! Non si tratta di ricerche filosofiche nello stile delle accademie borghesi; si è trattato e si tratta di una trincea di combattimento contrapposta a tutte le altre trincee in teoria ed in prassi. Si tratta del partito.

Tutte le nostre tesi dicono questo: chi ha smarrito la capacità di comprenderlo è perché si trova nei confronti del partito su altra sponda; come ci sia finito e quale sia il suo nome (e ne conosciamo di onesti e di valorosi) non interessa a nessuno.

Demagogia opportunista per la piccola borghesia agricola oppressa dai rapporti proprietari

Il grande partito opportunista italiano ha organizzato una sua «IV Conferenza Agraria». Lo scopo è esplicito, testuale: «sbaglia chi pensa che sia possibile governare senza o contro il consenso di questo vasto strato di piccoli e medi produttori delle campagne» (ed è questa evidente verità per ogni partito). Si tratta perciò per il PCI di ereditare simpatie fra quella piccola borghesia agraria che principalmente paga il prezzo della crisi economica.

Che nessun rapporto leghi questo squallido programma di nemmeno riforme al rivoluzionamento dei putridi rapporti proprietari nelle campagne non deve ormai stupire nessuno: «l’obiettivo è quello di produrre di più e meglio, per dare all’agricoltura un ruolo diverso»; che il proletariato agricolo si declassi e sparisca come movimento nel generico contadiname, che in questo non si discerna più, ai fini del progredire della rivoluzione, fra piccoli contadini lavoranti in proprio, medi e grandi capitalisti è tradimento consumato da tempo e che il bracciantato saprà vendicare quando ritornerà alle sue tradizioni di classe. Anche il riferimento sterilizzato a Lenin e, i bastardi, agli «elementi di socialismo di cui va arricchito lo sviluppo democratico nel nostro Paese» non mascherano altro che un programma agrario molto al di sotto, per inconsistenza e demagogia, alle mussoliniane battaglie del grano. Non solo la rivoluzione comunista espropriatrice, ma anche la strada per arrivarci, anche l’autonomia di lotta bracciantile stanno nella direzione opposta all’interclassismo di simili «elementi di fascismo» col quale intendono arricchire lo sviluppo democratico del loro paese.

Il socialismo, o ultimi degeneri rinnegati, al quale ancora mostruosamente vi riferite sui vostri fogliacci, cominciava sì a penetrare nelle arretrate campagne russe, ma dopo la presa bolscevica del potere, dopo la completa nazionalizzazione della terra, primo provvedimento dello Stato proletario (inezie?). E gli «elementi di socialismo» consistettero nelle prime embrionali forme di produzione associata, non mercantile, non aziendale, che all’immediato non produssero la bieca «agricoltura ricca», all’americana coi «campi sportivi», ma costarono scontri di classe armati, disorganizzazione e regresso nella produzione, anni di carestia. Voi vorreste una agricoltura ricca per grassi mezzadri e capitalisti, ricca sullo sfruttamento del lavoro salariato e sullo schiacciamento della misera piccola conduzione. Il proletariato e la rivoluzione vanno in direzione contraria, ma solo loro vedranno il superamento della arretratezza nelle campagne.

Ma se tradito è il proletariato rurale, anche i tanto corteggiati strati di piccoli produttori non sono considerati che greggi elettorali: se non possono aspettarsi alcuna riforma, alcuna difesa da parte dei partiti dichiaratamente borghesi, sono ugualmente ingannati ed incatenati all’arretratezza dei rapporti agricoli che li schiacciano dall’opportunismo nazionale.

Cos’è che anche nei paesi a capitalismo maturo e in specie in tempo di crisi opprime il piccolo contadino? Da un lato la proprietà fondiaria, l’indebitamento cronico, l’ipoteca che annichila la giuridica proprietà della terra. E poi la cronica bassa produttività del loro lavoro, bassa relativamente alle aziende più ricche, medie e grandi, condotte con metodi tecnicamente più moderni, relativamente alla concorrenza internazionale. Sono i piccoli contadini, insieme al proletariato a pagare le maggiori spese della crisi. In tempi difficili il misero agricoltore marginale, per non essere precipitato nel proletariato non ha che da intensificare il proprio autosfruttamento e, seppure sterilmente, mancando di ogni omogeneità politica e prospettiva generale riformatrice, tali strati costituiscono pericolo potenziale di rivolta sociale che qua e là esplode.

Naturale che da un lato il partito proletario tenda ad indirizzare queste forze contro i proprietari fondiari ed il grande capitale, mentre lo Stato capitalistico è costretto a reprimerle con la forza.

L’opportunismo stalinista, come già prima di esso il programma agrario dei riformisti condannato da Engels, prospetta ai contadini, ad esempio nel 1945: «sviluppo tecnico, tranquillità ai lavoratori della terra, rispetto assoluto della piccola e media proprietà (ma anche della grande se non latifondista)», cioè una conferma dello stato attuale nelle campagne, un ribadimento delle tristi condizioni di oppressione. Bandito per principio l’uso della forza, sparisce ogni prospettiva anche di riforma borghese non vedendosi come si possa arrivare a «liquidare il latifondo» marciando sulla strada della «tranquillità dei lavoratori» e della «difesa della proprietà», perché non si colpisce la grande proprietà senza infrangere pericolosamente la proprietà in generale. È chiaro che questi non sono né programmi di riforma alcuna e nemmeno svolte di governo, tanto che mai i discorsi indurranno i contadini a «produrre di più e meglio».

Il capitalismo in tempo di crisi è costretto a schiacciare anche la piccola borghesia agraria: l’alternativa all’autarchia è vincere la concorrenza internazionale, aumentare la produttività. Ma il grande capitale industriale non può presentarsi in prima persona coi suoi partiti a chiedere supersfruttamento, lo fa dire all’opportunismo paludato, fra l’altro, anche dagli ormai logori stracci populisti: «questi imprenditori possono assolvere una funzione positiva se la loro iniziativa muove verso lo sviluppo produttivo investendo capitali e valorizzando la terra». Non si accorgono che investire capitale porta necessariamente alla concentrazione delle aziende, alla loro selezione naturale, infine a calpestare l’adorata «tranquillità dei lavoratori della terra»? Queste, contrabbandare come rivendicazioni contadine, sono le direttive della grande industria che ordina mezzi di sussistenza più economici per i propri salariati, bilancia dei pagamenti in attivo, ulteriore proletarizzazione e, premessa di tutto, pace sociale e stabilità politica. «La politica del compromesso storico è un riferimento ad uno schieramento sociale». Verissimo, e, aggiungiamo, guidato dalle necessità di conservazione del grande capitale contro ogni indisciplina sociale da ogni parte provenga.

Alla ripresa del moto proletario di classe, organizzato in modo proprio, autonomo, indirizzato dal solo suo partito, si proporrà ai contadini poveri uno schieramento opposto al blocco borghese; i comunisti diranno ai contadini: i partiti controrivoluzionari vogliono conservare il vostro stato di oppressione così come è attualmente; il nostro programma prevede la dittatura su borghesia e fondiari, l’esproprio da ogni loro diritto, il superamento rivoluzionario di ogni forma di proprietà della terra, la coltura e la ripartizione sociale (non associata!) dei prodotti, inquadratevi nel partito del proletariato.

Attraverso tutta la società da un lato avremo il fronte compatto borghese con l’opportunismo stalinista e socialdemocratico, dall’altro solo il partito, altri partiti contadini o piccolo borghesi autonomi dal grande capitale non esistendo più.

Scodinzolii piccolo-borghesi

Il contenuto delle rivendicazioni avanzate nelle recenti agitazioni degli studenti francesi mostra quanto sia lontano da essi il percorso della classe operaia e quanto estranei ne siano i suoi interessi. Chi non ha la mente annebbiata e il deretano mosso dal prurito di un successo immediato può trarvi le nostre conclusioni di sempre: che il proletariato non ha niente da spartire con i movimenti incoerenti di questi strati sociali e che anzi il compito del partito di classe è quello di mettere operai contro studenti nel momento in cui questi si organizzano in movimento ed entrano in agitazione per la difesa della loro condizione di privilegio e dei loro interessi specifici.

I fatti sono i seguenti: in Francia ogni anno 20-30 mila laureati rimangono disoccupati e si prevede che negli anni a venire il ministero della pubblica istruzione potrà assumere solo un professore liceale su otto forniti dalle facoltà umanistiche; l’università, si dice, è divenuta una «fabbrica di disoccupati», una area di parcheggio per migliaia di giovani in cerca di primo impiego. In questa situazione il governo francese ha varato una riforma che collega in maniera diretta gli indirizzi e il contenuto dei corsi, il numero e la qualità dei diplomi, alle necessità dell’economia, una «professionalizzazione» insomma dell’insegnamento universitario con eliminazione degli istituti inutili e meno efficienti.

Questa riforma non introduce in fondo niente di nuovo. La scuola e l’istruzione, come ogni altro istituto della società borghese si modella e prende forma in funzione delle necessità del capitalismo e dei bisogni del suo Stato, in modo quasi naturale, senza bisogno di apparati speciali di controllo; il fatto che oggi questo rapporto venga codificato non cambia i termini della questione.

Il fatto piuttosto è che la crisi incalza e lo Stato deve ridurre le sue spese, eliminare gli enti inutili e parassitari (quante volte ce lo sentiamo strombazzare), evitare gli sprechi e l’inefficienza, ristrutturare, sfoltire insomma tutto quel sottobosco che vegeta alla sua ombra. Interi strati sociali che si nutrono alla sua greppia del plusvalore estorto all’unica classe che lavora, intellettuali e preti, artisti e politicanti si vedono così gettati sul lastrico.

L’università deve essere meno cara e più efficiente, questo è il senso della riforma, l’unica possibile che lo Stato possa attuare; quanto ai 30 mila disoccupati all’anno, essi rimarranno tali e quali, con o senza laurea.

La reazione degli studenti è stata giustamente una reazione da studenti, da intellighenzia spodestata che rifiuta di riconoscersi nella massa di migliaia di disoccupati che attendono davanti ai cancelli delle fabbriche e rivendica invece i suoi privilegi calpestati, il paradiso perduto che il capitale non può più concederle. Contro la riforma, giudicata «utilitaristica», si sono inalberate le bandiere imbrattate di sterco della «libertà di cultura» della «autonomia della scienza», in nome del nobile stomaco che alimenta la fulgida mente dell’intellettualità borghese.

Si sbraita contro l’asservimento dell’università, tempio della scienza e della cultura, al capitale, ma è da sempre che scienza e cultura celebrano e alimentano le oscene imprese del mostro capitalista. Su queste bandiere non solo ha sputato il proletariato rivoluzionario, ma più e più volte la stessa borghesia e i suoi reggicoda, studenti in testa, quando si è trattato di indossare la camicia nera e di brandire il manganello contro il nemico di classe.

Si dice che in Francia si respira aria del maggio ’68, ma non è il nostro maggio, quello della magnifica impennata di classe dei proletari francesi. Definimmo allora la contestazione studentesca servendoci delle parole del socialista Deferre, vecchia canaglia parlamentare: «come il surrealismo spaventò il borghese dell’epoca, così il movimento di Nanterre e della Sorbona incute paura. Eppure questi giovani non sono dei veri rivoluzionari, altrimenti sarebbero bastati 4 o 5 mila di essi per impadronirsi del palazzo del governo, dell’Eliseo e della sede della radiotelevisione. Essi non l’hanno fatto e credo sia troppo tardi perché lo facciano. Quello che i giovani vogliono è di riuscire a esprimersi liberamente. Il loro delirio verbale non va giudicato con severità. Certo, gli studenti diffidano dei partiti e degli uomini politici, ma devono capire che i partiti sono i garanti della democrazia e della libertà di espressione e bisogna aiutarli a capirlo. La soluzione consiste nell’entrare nei partiti ed animarli». Ben detto, commentammo allora, la contestazione studentesca non fu che il surrealismo della riforma, un fresco soffio rinnovatore, non distruttivo, che investì i vecchi e incancreniti partiti della taccagna e bigotta borghesia francese. Essa non offriva un nuovo terreno di lotta al proletariato né un nuovo coefficiente di forza che si pone sulla strada della rivoluzione, né definiva un nuovo indirizzo opposto a quelli di tutti i partiti che la storia ha messo alla gogna. Essa fu al contrario la fonte dalla quale tutti attinsero un momentaneo respiro. Il movimento studentesco non dette al proletariato il Partito che gli mancava: al contrario si apprestò a fornire delle forze vive a tutti i partiti che tradiscono la classe rivoluzionaria.

Non sembrava facile anticipare queste conclusioni nel momento in cui si innalzavano le barricate nei quartieri di Parigi e gli studenti si scontravano faccia a faccia con la polizia. La dimostrazione venne dopo, quando si spense lo slancio coraggioso dei proletari, chiusi nelle fabbriche, impantanati nelle formule pseudo-rivoluzionarie che, con la pretesa di combattere l’opportunismo dichiarato, sboccavano nello stesso riformismo: quello dell’autogestione.

Oggi la dimostrazione è lampante: nella putrescente palude di questa squallida agitazione di parassiti che rincorrono i privilegi perduti, ha fatto ritorno la contestazione studentesca, esaurite le parole d’ordine infuocate e la messa in scena «rivoluzionaria», a viso scoperto, mostrando senza veli i suoi obiettivi con i quali la classe operaia non ha niente a che spartire.

I partiti opportunisti fiancheggiano questo movimento esaltando le «esigenze culturali» da cui prende le mosse questa «naturale ribellione contro i metodi autoritari… contro una riforma che contiene in sé la negazione della libertà di scelta culturale e dei valori della cultura», rivendicando «il diritto per ciascuno di scegliere la propria strada, l’autonomia degli istituti universitari rispetto alle strutture economiche capitalistiche, il dovere per lo Stato di assicurare a ciascun laureato un impiego corrispondente alle conoscenze acquisite» (da l’Unità del 15 aprile).

Così facendo essi lusingano le aspirazioni di successo e di privilegio di migliaia di giovani proprio nel momento in cui il capitalismo distrugge queste possibilità e nega loro perfino il diritto di diventare studenti, limitando l’accesso alle facoltà universitarie, e rigettandoli nella grande massa non dei «disoccupati intellettuali», ma dei disoccupati tout court. Essi illudono in tal modo i giovani di poter recuperare un terreno perduto, ritardando il riconoscimento degli interessi che li accomunano, non come studenti, ma come disoccupati, a quelli della classe operaia.

Noi comunisti non abbiamo, a questi giovani, da promettere una nostra versione di riforme del sistema sociale. Non abbiamo da conquistare i loro voti, o da lusingarne le individuali aspirazioni con promesse di carriere meglio remunerate; prospettiamo loro l’inevitabile caduta nelle file del proletariato, che segnerà la fine di tutte le aspirazioni di successo e di promozione in questa lurida società del capitale.

Non possiamo avanzare né avanzeremo loro, come gli equivoci gruppi di falsa sinistra, demagogiche tappe intermedie d’ordine riformistico e democratico, abbiamo da prospettare l’unica tappa storica decisiva, quella dell’abbattimento violento del potere capitalistico.

Statizzati anche i sindacati

Un’altra perla si aggiungerà alla collana di tradimenti che il sindacato si è mano mano costruita dal dopoguerra all’oggi. Da più parti dello schieramento borghese ed opportunista si chiede infatti che i sindacati, al pari dei partiti, vengano completamente istituzionalizzati, che ad essi lo Stato versi le sue sovvenzioni. Il sogno dei bonzi nostrani è quello di seguire la buona sorte dei «compagni» francesi che a questa «ben meritata» ricompensa sono già giunti. Nella forsennata corsa all’inserimento statale pare non ci siano più ostacoli, il corporativismo statale fascista è quasi raggiunto; da una parte si richiede (col parere favorevole degli industriali) la cogestione operaia della fabbrica, per mascherare ancor più la linea di classe che divide questa dal suo avversario, dall’altra si richiede come premio per buona condotta verso l’economia capitalistica di arraffare un po’ di miliardi; per poter gestire insomma alla pari gioie e dolori, diciamo così, di questa società di merda.

Sarebbe immaginabile che, se lor signori si ingrasseranno con i soldi di Sua Eminenza lo Stato, gli operai possano sgravarsi da ritenute e simili e non è del tutto impensabile che tale panzana faccia proprio parte integrante della pubblicità che si farà a favore di questa carognesca azione che lega, se di più si può, la difesa operaia allo Stato ed alle sue casse. Noi comunisti d’altra parte sappiamo bene che gli operai continueranno a pagare di tasca loro come e più di prima.

Vogliamo ricordare alla classe operaia, e lo dimostriamo mettendo in luce le porcherie che i sindacati ufficiali compiono ogni giorno, che la difesa di classe non passa attraverso le mani dello Stato, non si delega come oggi avviene né sul piano della lotta immediata né su quello del mantenimento finanziario dell’organizzazione sindacale. Se abbiamo detto no alla delega definendone l’instaurazione primo passo verso il sempre maggior inserimento del sindacato nell’orbita statale, non possiamo oggi che chiamare alla lotta i proletari contro queste proposte, lotta che è prima di tutto in difesa del salario, del posto di lavoro, con tutti i mezzi nessuno escluso, e di conseguenza, lotta per la riconquista degli attuali sindacati sbattendo fuori a calci nel sedere i dirigenti venduti, o se questo non sarà possibile loro ricostruzione ex novo su corrette posizioni di classe. I proletari tutti devono rendersi conto che proposte quali quella del finanziamento statale sarebbero respinte con forza da un sindacato che fosse realmente impegnato in una lotta ai ferri corti per la loro difesa e che di converso questo mercanteggiare non dimostra altro che la volontà dei sindacati tricolori di vendere i bisogni operai alle esigenze dell’economia capitalistica.

A questo continuo intrallazzare da lenoni deve opporsi con forza la classe operaia nella convinzione che soltanto una sua organizzazione di difesa economica poggiante su basi — anche finanziarie — classiste potrà costituire lo strumento con il quale passare al contrattacco spezzando la pressione che la borghesia esercita su di essa attraverso partiti e sindacati traditori.

Comunisti e no

«… Tutti i partiti che aderiscono all’Internazionale Comunista devono cambiar nome. Ogni partito che desideri aderire all’Internazionale comunista deve chiamarsi Partito Comunista di… (sezione della Terza Internazionale Comunista). Questa questione del nome non è una pura formalità: ha un’importanza politica considerevole. L’Internazionale comunista ha dichiarato una guerra senza tregua a tutto il vecchio mondo borghese e a tutti i vecchi partiti socialdemocratici gialli. È importante che agli occhi di tutti i lavoratori sia ben chiara la differenza tra i partiti comunisti e i vecchi partiti socialdemocratici o socialisti ufficiali, che hanno venduto la bandiera della classe operaia».

Queste parole risuonarono il 6 agosto 1920 in una sala gremita di rappresentanti del proletariato rivoluzionario di tutto il mondo. Era la diciassettesima condizione di ammissione alla Internazionale Comunista. Il cambiamento di nome che si chiedeva non era solo una questione tattica, un mezzo per distinguere il Partito Comunista da tutti gli altri partiti a base operaia; esso soprattutto sintetizzava la lezione che era stata tratta dalle esperienze delle lotte operaie nel mondo, dalle vittorie e dalle sconfitte che il proletariato aveva sperimentato; esso significava scuotersi di dosso una volta per tutte quelle ideologie e quei metodi che si identificavano nelle parole d’ordine di pacifismo, riformismo, difesa della patria, e che avevano gettato la classe operaia nel grande mattatoio imperialistico della prima guerra mondiale.

L’aggettivo «Comunista» significava guerra ad oltranza alla borghesia ed ai suoi servitori, anche se sedicenti marxisti, e poneva il partito operaio internazionale di nuovo sulla traccia già segnata da Marx ed Engels, che fin dal 1848 intendevano il partito comunista come unico ed internazionale organo di guerra senza quartiere alla società borghese.

Anche il modo di raggiungere il comunismo, la società senza classi, fu tracciato scientificamente da Marx ed Engels in innumerevoli scritti; non con le elezioni parlamentari, né con una graduale convinzione di tutti i componenti della società, ma seguendo ben altre strade: «… tanto per la produzione in massa di questa coscienza comunista quanto per il successo della cosa stessa è necessaria una trasformazione in massa degli uomini, che può avvenire soltanto in un movimento pratico, in una rivoluzione; che quindi la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessun’altra maniera, ma anche perché la classe che l’abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società». (da L’ideologia tedesca, corsivi di Marx). «… Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato…».

(da Critica del Programma di Gotha).

Su queste basi si poneva l’Internazionale comunista, e su queste basi si posero le sezioni che si formarono nei vari paesi. In Italia il Partito Comunista d’Italia nacque dalla separazione del P.S.I. in due distinte organizzazioni: i destri ed i centristi di Turati e Serrati, che mantennero nome e programma del vecchio Partito Socialista, ed i rivoluzionari che, capeggiati dalla Sinistra, fondarono il nuovo partito; il partito che nacque a Livorno nel 1921 poté a buon diritto chiamarsi comunista, in quanto il suo programma era chiaramente ed intransigentemente rivoluzionario: «… 3. Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese. 4. L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito Comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; essa ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato».

Di tutto questo, di questo monolitico insieme di dottrina e di metodo di azione, niente è rimasto nei partiti che oggi nel mondo fanno precedere alla indicazione nazionale l’aggettivo «comunista». Prendendo le mosse dalla sconfitta del proletariato negli anni ’20 e dall’avvento nefasto dello stalinismo, questi partiti hanno pian piano portato il proletariato alla collaborazione di classe in nome della difesa della democrazia e dello stato «socialista» russo, fino a ripetere il grande tradimento delle socialdemocrazie, e cioè fino a coinvolgere gli operai dei vari paesi in un’altra guerra fratricida, la seconda guerra mondiale.

Oggi di questi partiti, rappresentati in Italia dal Partito Comunista Italiano, si può dire che la loro evoluzione non dà più motivi di stupore, perché le posizioni che sempre più apertamente manifestano erano già scritte nel loro destino da quando abbandonarono nei fatti la via rivoluzionaria. Non può far meraviglia il sentir parlare di democrazia, di pluralismo, di riforme, di pacifismo, di economia di mercato, rinnegare la dittatura del proletariato e della rivoluzione. Essi sono in questo senso molto più a destra delle vecchie socialdemocrazie che Lenin rinnegò come traditrici.

Ma resta loro quel nome, quella parola per la quale milioni di rivoluzionari hanno lottato, e sembra assurdo che queste organizzazioni, per le quali il nome di «socialdemocratiche» sarebbe già troppo di sinistra, continuino ad autodefinirsi «comuniste». È per questa ragione che il 10 aprile, a Mantova, in un convegno di giovani industriali cui il P.C.I. ha partecipato, è stato chiesto a Luciano Barca, lo scagnozzo di turno, perché non viene cancellata dal nome del partito quella «orribile» parola. Barca ha candidamente ammesso che qualche anno fa il P.C.I. considerò l’opportunità di cambiare nome: se ne discusse in comitato centrale, poi l’idea fu accantonata. Peccato, perché sarebbe stata un’ottima idea. Ma Berlinguer & C. sanno bene che quella parolina è molto importante, perché rappresenta una tradizione di lotta che il P.C.I. ha sfruttato per 50 anni per far passare le sue direttive controrivoluzionarie ed antioperaie nel seno del proletariato; ora che è necessario per questi traditori rimboccarsi le maniche affinché gli operai non si muovano mentre la borghesia li spinge in condizioni di vita sempre più critiche, non possono permettersi il lusso di rinunciare a nessuna carta utile.

Ma che ci riescano non è scontato; il proletariato non è ancora svirilizzato a tal punto da non poter riconoscere nel momento critico chi sono i traditori e da che parte invece rivolgersi per ritrovare una guida per la lotta. Collegarsi al Partito Comunista Internazionale, l’unico al mondo che non ha rinnegato gli insegnamenti di Marx e dell’Ottobre, e rinforzarne i ranghi in vista dell’assalto ai centri del potere borghese, è la sola via d’uscita, da questa come da tutte le altre crisi, che il proletariato si possa augurare. Fuori dalla via rivoluzionaria per il comunismo esistono miseria, disoccupazione, guerra. A chi ci chiede, chi siamo e che cosa vogliamo, rispondiamo con le parole del Manifesto dei comunisti del 1848: «I comunisti ricusano di celare le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro scopi possono attuarsi solo tramite l’abbattimento violento di tutto l’ordinamento sociale sin qui esistito. Le classi dominanti tremino di fronte a una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perdervi se non le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare. PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI!».