1926: Un anno cruciale della storia del movimento comunista internazionale
È passato esattamente un secolo da quel fatidico 1926 che rappresentò la sconfitta, a livello mondiale, del movimento comunista rivoluzionario, lasciando il proletariato vittima e completamente nelle mani dei suoi traditori. La sconfitta fu così totale e potente che, dopo cento anni, ancora il proletariato internazionale non riesce a dare apprezzabili segnali di riscossa e di ripresa della lotta di classe su larga scala, ma solo sporadiche fiammate.
Oltre a una guida politica presente in modo diffuso nella classe e nei diversi paesi, mancano dei veri sindacati di classe che organizzino e guidino l’azione intransigente per la difesa e per l’attacco. I sindacati di classe dovranno risorgere e, non c’è dubbio, risorgeranno; però ad oggi non esistono. Ricordiamoci sempre le due alternative avanzate dalla Sinistra comunista.
Se la difesa degli interessi materiali ed economici del proletariato può essere garantita da sindacati veramente di classe, è tuttavia necessario che all’interno di questi forte sia l’influenza del partito comunista per cui il proletariato possa fare il necessario salto di qualità dalla difesa del pane e del lavoro, alla lotta per la conquista del potere.
Quindi la guida di un partito forte e radicato su vasti strati di lavoratori, attraverso l’azione dei quali il sindacato diventi “cinghia di trasmissione” tra il partito e le masse proletarie, è un fattore indispensabile.
E neanche tale partito, ad oggi, esiste.
Ai fini della ripresa della lotta di classe sarebbe stato preferibile che la sconfitta fosse stata determinata dallo scontro diretto con le armate reazionarie degli Stati borghesi; invece questa sconfitta, ancora più bruciante, che ha colpito così tanto e così a lungo, fu effetto della degenerazione, dall’interno, della massima organizzazione del comunismo rivoluzionario: l’Internazionale di Mosca, proprio quella di Lenin.
Il 1926 rappresenta d’altronde anche un aspetto cruciale della battaglia vittoriosa della sola Sinistra comunista contro ogni tipo di degenerazione e inquinamento della dottrina marxista rivoluzionaria.
Con orgoglio possiamo affermare che si trattò di vera e propria vittoria: la battaglia condotta nel 1926 contro la degenerazione del partito e dell’Internazionale, i documenti e le tesi programmatiche di allora, rappresentano un corpo unitario di dottrina, programma, tattica e tradizione dalla cui base dovrà necessariamente riprendere vita il partito comunista della rivoluzione internazionale.
Al momento attuale il compito nostro, della nostra piccola organizzazione, è di mantenere intatta la continuità di quel filo rosso che collegherà l’esperienza passata della Sinistra comunista a quello che dovrà essere il futuro e possente partito comunista internazionale. Compito non facile se pensiamo a quanti siano gli odierni raggruppamenti politici che, sebbene inquinati da ideologie piccolo-borghesi, si camuffano da eredi della Sinistra.
Ma torniamo al 1926 che fu un anno cruciale della storia del movimento comunista internazionale, quando la degenerazione del movimento comunista rivoluzionario aveva ormai infettato i massimi organi dirigenti.
Per quanto riguarda l’Italia la domanda che ingenuamente un militante potrebbe porsi è: “Come fu possibile che il Partito nato a Livorno, fondato su simili capisaldi sia così degenerato?” La risposta è che non si trattò di un problema nazionale, ma internazionale e i partiti della III Internazionale per ragioni storiche nacquero spuri, da scissioni più o meno a sinistra dei vecchi partiti socialdemocratici, da unioni tra gruppi non omogenei, e nemmeno il Partito Comunista d’Italia poté sottrarsi del tutto a questo difetto di origine. Il processo degenerativo dipese in larga parte dalle debolezze che storicamente avevano contraddistinto il processo di formazione della nuova organizzazione internazionale che, quando si verificò il riflusso rivoluzionario, pesarono sulle sue capacità di reazione alla situazione sfavorevole.
Gli errori tattici dell’Internazionale avevano portato ad una lunga serie di sconfitte, a cominciare da quella della rivoluzione in Germania, pagata con la impossibilità di conquistare, dopo il primo, un altro grande paese alla rivoluzione, di decisiva importanza per lo sviluppo della vittoria mondiale.
Naturalmente le fasi degenerative della III Internazionale non potevano non riflettersi anche all’interno del Partito Comunista d’Italia.
Come scrivemmo oltre mezzo secolo fa «la storia della III Internazionale è, purtroppo, anche la storia del suo graduale allontanamento dalla sua via maestra; è quindi anche la storia di come si uccide il partito. […] Il 1926 è l’anno del “socialismo in un solo paese” con tutto il suo necessario contorno (bolscevizzazione, schiacciamento dell’Opposizione di sinistra russa sotto il rullo compressore della disciplina-per-la-disciplina). […] È il vero anno della morte del Komintern: il resto non sarà che una macabra danza intorno alla sua bara».
La degenerazione maturò su piani diversi che, intrecciandosi e sviluppandosi tra loro, portarono alla corruzione, prima, e alla distruzione poi della vera unità del movimento comunista internazionale sostituendola, nel 1926/27, con una unità puramente formale e militaresca, adatta solo ad avallare e mascherare ogni libertà del centro dirigente di calpestare fino all’ultimo brandello del programma, della tradizione e della dottrina.
«Avevamo chiesto con insistenza che a base della formazione dei partiti comunisti (meglio ancora, dell’Internazionale come partito comunista mondiale unico) fosse posta una piattaforma teorico-programmatica definita per sempre, da prendere o lasciare. […] Dovevano essere irrevocabilmente escluse, grazie a questo sbarramento teorico-programmatico, non solo le dottrine della classe dominante […], ma anche le scuole godenti un certo seguito nella classe operaia, dal riformismo socialdemocratico, pacifista e gradualista, al sindacalismo svalutatore dell’azione politica della classe operaia e della necessità del partito come supremo organo rivoluzionario; dall’anarchismo ripudiante per principio la necessità storica dello Stato e della dittatura proletaria come mezzi di trasformazione dell’assetto sociale e della soppressione della divisione in classi, fino allo spurio ed equivoco “centrismo”, sintesi e condensato di analoghe deviazioni al coperto di una fraseologia pseudo-rivoluzionaria».
Lo sbarramento non ci fu e, poco alla volta, ripresero campo, all’interno dell’Internazionale, il sindacalismo di tipo francese, l’operaismo alla tedesca e tutta una pratica interna tipica del parlamentarismo. In questa atmosfera non poteva mancare quel miscuglio di sorelismo e idealismo crociano tipico dell’“Ordine Nuovo”.
Quando, a Lione, si svolge il III Congresso del PCd’I, a Mosca si era appena concluso il XIV Congresso del partito comunista russo, che aveva visto quasi tutta la vecchia guardia insorgere, ormai inutilmente, contro l’imperante e soffocante clima interno. Passerà poi un altro mese, e si arriverà a quel VI Esecutivo Allargato dove la Sinistra italiana portò a termine la sua ultima battaglia. Ultima battaglia che, a dispetto di tutte le interpretazioni ufficiali, non si concluse con una sconfitta, ma al contrario rappresentò la vittoria del comunismo rivoluzionario incarnato da questa unica e sola corrente. Purtroppo un analogo bilancio alla scala storica non poté essere compiuto nemmeno dalla Opposizione russa per il fatto stesso che la degenerazione aveva seguito un andamento iniziato molto prima del 1926 e nel quale essa aveva avuto la sua parte di corresponsabilità. Non così la Sinistra italiana, l’unica che da molti anni aveva messo in guardia contro quelle che sarebbero state le inevitabili conseguenze dell’eclettismo tattico del Komintern, ed ebbe quindi la possibilità e capacità di trarre il bilancio globale dei sei anni precedenti.
Il Partito dovrà riprendere uno studio approfondito della degenerazione dell’Internazionale a partire dalla crisi interna scoppiata nel partito russo. Per ora, senza voler entrare nel vivo del problema, che ci porterebbe ad allontanarci dal proposito che ci siamo prefissi, vogliamo tuttavia tratteggiare quale era la situazione vissuta dai compagni all’interno del partito comunista russo dove la controrivoluzione staliniana stava ormai registrando la sua definitiva vittoria su quanto rimaneva della tradizione rivoluzionaria e internazionalista.
Attraverso falsificazioni di documenti, invenzioni di complotti e altri simili espedienti, i nuovi capi del partito russo riuscirono ad avere ragione dei veri condottieri del 1917 rivoluzionario. Le vie della deportazione si aprirono, prima che a Trotski, a molti altri compagni, mentre il partito russo e l’Internazionale, ormai stalinizzati, imponevano come condizione per la permanenza nell’Internazionale l’accettazione della nuova teoria opportunista del “Socialismo in un solo paese”.
È noto come durante il XIV Congresso molti delegati preferirono tacere per non correre il rischio di essere deportati a Murmansek o nel Turkestan. «Questi “trasferimenti” – dichiarava la Krupskaja – creano nel partito la impossibilità di parlare sinceramente e apertamente. Se noi creiamo condizioni tali per cui un membro del partito può essere “trasferito” in un altro posto per aver apertamente espresso la propria opinione, tutte le buone intenzioni sulla democrazia interna resteranno sulla carta.»
Oltre a ciò vogliamo anche riportare uno stralcio dell’intervento, sempre della Krupskaja, al XIV congresso russo, in cui protesta contro l’abuso di appellarsi alla autorità del cosiddetto “leninismo” e delle maggioranze: «Penso che sia fuori luogo gridare che questo o quello è il vero leninismo. Ho riletto recentemente i primi capitoli di “Stato e rivoluzione”. […] Egli scriveva: “Ci sono stati casi nella storia in cui gli insegnamenti dei grandi rivoluzionari sono stati snaturati dopo la morte. Di loro sono state fatte inoffensive icone, ma, onorando il loro nome, è stata spuntata la punta rivoluzionaria del loro insegnamento”. Penso che questa amara citazione ci obblighi a non nascondere questa o quella concezione nostra dietro l’etichetta del leninismo, ma che sia necessario esaminare nella loro essenza tutte le questioni. […] Per noi marxisti la verità è quella che corrisponde alla realtà. Vladimir Ilic aveva l’abitudine di dire: “l’insegnamento di Marx è invincibile perché è vero”. […] Il lavoro del nostro congresso deve essere quello di cercare e di trovare la linea giusta. […] Bukharin ha detto con grande enfasi che quello che il congresso deciderà sarà giusto. Ogni bolscevico considera le decisioni del congresso inappellabili, ma […] non bisogna consolarsi pensando che la maggioranza abbia sempre ragione. Nella storia del nostro partito ci sono stati congressi nei quali la maggioranza aveva torto».
Il congresso terminava con l’adozione dei rapporti di Stalin e di Molotov con 559 voti contro 65.
Nel febbraio-marzo 1926, all’interno di una Internazionale non ancora controrivoluzionaria, ma ormai in pieno degrado, la Sinistra italiana si batte da sola a Mosca e rimane “sconfitta”. Nel novembre-dicembre alla VII sessione allargata dell’Esecutivo del Komintern, lo stalinismo imperante liquida l’Opposizione bolscevica.
Il 1926 fu «l’anno della prova suprema, giacché dall’esito della titanica lotta degli operai e contadini cinesi e dei proletari britannici sarebbe dipeso, in ultima istanza, il destino della Russia sovietica e dell’Internazionale, l’Opposizione russa sentirà nel corso di quell’anno la terribile urgenza dei nodi venuti al pettine della storia e, superando antichi dissapori, Trotsky e Zinoviev (per citare soltanto due nomi) faranno disperatamente blocco contro le forze incalzanti della controrivoluzione. […] Uscirà battuta, con l’Opposizione russa, la rivoluzione cinese, e sconfitto il grandioso sciopero britannico, uscirà distrutto l’intero movimento internazionale comunista». L’Internazionale portava a compimento quella degenerazione da tempo prevista e denunciata dalla Sinistra.
Ma di questo ci occuperemo approfonditamente nel seguito del lavoro; questa parte sarà invece dedicata a come si arrivò al 3° Congresso del Partito Comunista d’Italia ed alle tesi presentate dalla Sinistra comunista, la nostra corrente.
Innanzi tutto ci preme premettere che quelle tesi, sebbene presentate al congresso di un partito comunista “nazionale”, nella realtà investivano l’intero problema della tattica del movimento internazionale comunista di cui la “questione italiana” non rappresentava se non un riflesso secondario risolvibile solo all’interno di quello generale.
Quelle tesi rappresentarono un vero spartiacque nella storia del comunismo internazionale: furono un punto di arrivo, se viste sullo sfondo dei sei anni di vita vissuta della III Internazionale. Per noi però hanno rappresentato molto di più, il punto di partenza della nostra esistenza indipendente, di corrente prima e di partito poi, e delle prospettive del movimento rivoluzionario avvenire.
Se dovessimo rappresentare l’evoluzione del movimento comunista internazionale da un punto di vista dei puri accadimenti materiali, dovremmo ammettere, d’accordo con la storiografia ufficiale, la sconfitta senza possibilità di appello della Sinistra, schiacciata sotto il peso di rapporti di forza enormemente sfavorevoli. Noi invece rivendichiamo orgogliosamente per la Sinistra una vittoria a livello internazionale e storico, oltre che teorico, perché essa è stata la sola corrente che abbia saputo mantenere la continuità ininterrotta e incorrotta della dottrina, della tattica e tradizione del comunismo rivoluzionario. Solo grazie alla Sinistra il filo rosso che unisce Marx, Lenin, Livorno 1921 non ha subito soluzione di continuità. E quando finalmente ci sarà la ripresa del moto rivoluzionario mondiale questo, se vorrà portare finalmente a compimento la sua vittoria, non potrà che basarsi sulle nette posizioni della Sinistra.
Nemmeno l’Opposizione russa, caduta eroicamente nella difesa dell’internazionalismo proletario, a causa della sua partecipazione a quell’eclettismo tattico su cui si basava la degenerazione, non potrà rappresentare una base di ripartenza per il partito della futura rivoluzione trionfante.
Quella che al V Congresso dell’Internazionale aveva rappresentato una brusca “svolta a sinistra”, non aveva minimamente esaltato la nostra corrente. Noi non abbiamo mai ritenute positive le “svolte” con il loro andamento oscillatorio da destra a sinistra e viceversa.
In cosa, di fatto, consistesse la “svolta a sinistra” lo si può ben comprendere dal fatto che il V congresso internazionale, in sostituzione di quella eletta dal Congresso di Roma, aveva nominato una Centrale composta da rappresentanti del vecchio gruppo ordinovista.
Dopo i disastri del 1923 tedesco l’Internazionale, anziché trarre un bilancio sereno della sua tattica, aveva trovato molto più facile fare cadere le teste dei dirigenti accusati di deviazionismo di destra.
Da quel momento in poi il pericolo di deviazione nel campo dell’opportunismo si fece sempre più evidente e, come in altre occasioni abbiamo scritto, le prove di questo orientamento ormai dilagante non mancavano:
– Il riavvicinamento alla socialdemocrazia con il progetto di scioglimento dell’Internazionale sindacale rossa in prospettiva di una fusione con l’internazionale di Amsterdam.
– La teorizzazione del “governo di sinistra” come tappa intermedia favorevole allo sviluppo rivoluzionario.
– Il ritorno a formule equivoche di fronte unico esteso anche ai partiti borghesi di sinistra.
– Il tentativo di noyautage all’interno di frazioni di sinistra dei partiti socialdemocratici.
– La tendenza ad attenuare ogni differenziazione tra i partiti comunisti e i partiti contadini o nazional-democratici, sia nelle aree coloniali e semicoloniali, sia nel cuore dell’Europa pienamente capitalista.
– Il sistema di risoluzione dei problemi interni ai partiti con rimpasti delle rispettive direzioni, sistema tipico della democrazia borghese.
– Il rifiuto di portare nell’Internazionale la discussione sulla questione russa.
– Il sistema di umiliazione e corruzione per cui dai “reprobi” venivano pretese confessioni e abiure.
Il V congresso del Komintern aveva stabilito che il Partito comunista d’Italia avrebbe dovuto convocare il suo prossimo congresso entro i successivi sei mesi, e già faceva intravvedere quale sarebbe stata la “libertà” concessa alla Sinistra di partecipare alla discussione pre-congressuale ed esporre nelle assemblee di partito le proprie posizioni: «Nella discussione sugli organi di stampa, le opinioni espresse dalla sinistra dovranno essere sempre accompagnate da adeguate risposte della direzione. Il partito dovrà rafforzare e centralizzare la propria struttura organizzativa adottando varie misure».
E le “varie misure” non potevano che essere quelle adottate dal partito comunista di Russia, certamente nei limiti concessi dalla situazione italiana, ma con la stessa spregiudicatezza, disonestà e, per quanto possibile, l’uso della forza. Dopo il 1924 il gruppo ordinovista, instaurato alla direzione del partito, iniziò una violentissima campagna contro la Sinistra. In preparazione del suo 3° Congresso i procedimenti di voto imposti furono talmente truffaldini che la Sinistra, che un anno prima, alla conferenza di Como, aveva ottenuto l’adesione della quasi totalità dei delegati, venne confinata a una minoranza irrisoria.
Nel Partito nato a Livorno nel 1921, ormai in via di completa stalinizzazione, fin dal 1925 una vera repressione interna era iniziata nei confronti di esponenti della Sinistra: espulsioni, sospensioni, campagne stampa denigratorie, azioni palesemente provocatorie divennero pratica ordinaria.
Il 3° Congresso del partito italiano doveva portare alla sconfitta della Sinistra, queste erano le direttive di Mosca, e quindi tutti i mezzi sarebbero stati buoni alla bisogna; d’altra parte come il partito avrebbe potuto “imparare a manovrare abilmente fra tutti gli ostacoli”, se non si fosse sbarazzato della Sinistra?
Sradicare dalla base del partito l’influenza esercitata dalla Sinistra era, per l’Internazionale e la direzione centrista, compito prioritario. Non si sarebbero potuti permettere una consultazione del partito svolta su di una onesta contrapposizione delle rispettive posizioni di programma, troppo recente era lo smacco subito alla Conferenza illegale di Como. Neanche l’alleanza con gli eterogenei elementi della destra; l’ingresso, con l’onore del grado, dei “terzini”, ripudiati dal PSI; la nuova leva di iscritti del 1924; tutti questi espedienti non avevano però modificato più di tanto gli equilibri interni.
Fallito il tentativo di riassorbire nei ranghi del Komintern il PSI, la conquista della frazione dei “terzini” fu considerata come la prova della giusta tattica dell’Internazionale: «La fusione con la frazione dei terzinternazionalisti deve effettuarsi subito e nella forma più clamorosa. Deve essere poi sfruttata al massimo al fine di provocare un movimento di unificazione al partito comunista, per dimostrare al proletariato che sarà il PCd’I ad attuare l’unità proletaria e per indebolire l’influsso del partito socialista all’interno delle masse dei lavoratori». (chi lo dice?)
I terzini, accolti con tutti gli onori nel PCd’I nel 1924, dopo essere stati espulsi dal partito socialista, vi erano entrati come frazione organizzata, e come tale si comportavano. Quale sia stato il risultato di questa grande conquista ci viene confessato proprio da un esponente del nuovo partito, che possiamo esser certi non abbia mai avuto grandi simpatie per la Sinistra: Gramsci, costretto ad ammettere che i terzini cooptati nel partito altro non erano che un gruppo di opportunisti.
«La situazione generale è stata aggravata l’anno scorso dall’ingresso nelle nostre file della frazione terzinternazionalista […] la quale da due anni e mezzo viveva in forma autonoma nel seno del partito massimalista creando vincoli interni fra i suoi aderenti che dovevano prolungarsi anche dopo la fusione. […] Fu assorbita interamente dalla lotta interna […] che fu prevalentemente di carattere personale e settario e solo episodicamente trattò di questioni fondamentali, sia politiche che organizzative».
Infatti, in una relazione all’Internazionale, nel novembre 1924, Togliatti scriveva: «La posizione delle diverse tendenze nel partito è la seguente: la destra non ha nessuna influenza, essa è limitata all’azione individuale di qualche compagno. […] i due gruppi nei quali si raccoglie il partito sono il centro e la Sinistra. Non è possibile dire in questo momento quale è il rapporto di forze. Nei recenti congressi federali il partito ha approvato in generale le risoluzioni del V Congresso e la politica seguita in Italia. Ma tale approvazione non può essere considerata come uno spostamento definitivo perché la grande massa non ha ancora preso coscienza delle reali divergenze tra quelle direttive e l’atteggiamento preso dal gruppo Bordiga al V Congresso. Per questo motivo la solidarietà ancora possibile di una frazione del partito con il compagno Bordiga ha una importanza relativa perché rappresenta soltanto in scarsa misura una adesione effettiva al suo pensiero ed al suo atteggiamento politico, ma è piuttosto l’effetto dell’influenza personale che Bordiga esercita sul partito, influenza che è destinata fatalmente a diminuire […]».
Se epuriamo queste contraddittorie ed imbarazzate affermazioni dall’“ottimismo d’ufficio” possiamo rilevare:
1. Che i centristi devono ammettere il perdurare di una forte influenza della Sinistra sul partito, e dato che non possono confessare a se stessi e ai dirigenti moscoviti di non essere riusciti a “conquistare le masse” del partito, sono costretti a mantenersi nel vago affermando di non “poter dire in questo momento, quale sia il rapporto di forze”.
2. Che anche nei congressi federali essi si erano ben guardati dal chiarire i reali punti di contrasto esistenti tra la Sinistra e la politica ufficiale del Komintern.
3. Che la loro battaglia contro la Sinistra avrebbe assunto il carattere dell’attacco e della denigrazione personale.
Ma, sempre Togliatti, il successivo 15 febbraio, era costretto a confessare che nelle tradizionali roccaforti del partito la Sinistra manteneva la maggioranza: in particolare a Torino (patria dell’Ordine Nuovo), Alessandria, Novara, Biella. Milano, Pavia, Como. Bergamo, Trento, Modena. Roma, Napoli, Ancona, Teramo, Macerata, Aquila, Foggia, Taranto, Cosenza, Cremona.
Molto difficile sarebbe stato strappare alla base del partito la predominante influenza della Sinistra attraverso una corretta ed onesta contrapposizione di programma e tattica. Si trattava di un terreno in cui il centrismo sapeva bene che sarebbe stato sconfitto, ma la soluzione adottata fu quella della “lotta politica” da condurre all’interno del partito.
Riguardo al metodo della “lotta politica all’interno del partito” i non giovanissimi compagni non potranno dimenticare la sua riapparsa teorizzazione, oltre mezzo secolo fa e, recentemente, la sua rinnovata pratica.
Il cavallo di battaglia del centrismo nella sua calunniosa lotta contro la Sinistra fu la questiona della “disciplina”.
La “disciplina” è la ipocrita risorsa a cui, ogni volta, un Centro di partito degenerato si appella per mettere la mordacchia a tutti coloro che lo richiamano ai suoi doveri.
Uno sbandierato esempio di indisciplina, compiuto da parte dei compagni della Sinistra, sarebbe stato per i centristi il rifiuto di far parte del C.C. e del C.E. del partito. Anche se ciò fosse stato vero si sarebbe trattato di un atto di autentica e piena disciplina alla direzione del partito, la Sinistra lo aveva ben chiarito, ritenendo necessario che gli organi centrali del partito dovessero avere una composizione il più possibile omogenea e non un miscuglio di correnti che, di fatto, creando contrasti e antagonismi interni, ne avrebbe compromesso il funzionamento. D’altra parte queste erano pure le direttive dell’Internazionale: «La Direzione del partito sarà costituita da compagni decisi ad applicare la tattica dell’Internazionale e a intraprendere la lotta, sia sul piano ideologico che su quello organizzativo, contro il revisionismo antimarxista dell’estrema destra come contro quello dell’estrema sinistra per indirizzare la massa degli aderenti al partito sulla via dell’Internazionale comunista».
Abbiamo scritto: “anche se ciò fosse stato vero” ed in effetti vero non era «che il V Congresso abbia invitato compagni della Sinistra a far parte della Centrale del partito. Colle sue conclusioni contro di noi […] il V Congresso ha di fatto ratificato la nostra destituzione decisa all’Allargato del giugno 1923, contro cui del resto mai nulla abbiamo eccepito in linea di procedura, se pure resta il caso unico del genere nella storia dell’Internazionale. Inoltre il V Congresso ha votato unanime le conclusioni della Commissione italiana, che […] ha deliberato di costituire senza di noi la Centrale del partito».
Si vede bene, quindi, come l’invito alla partecipazione agli organi centrali del partito fosse del tutto strumentale, dal momento che l’Internazionale stessa ordinava alla nominata nuova Direzione di combattere su ogni piano la Sinistra.
Nel corso del “dibattito” pre-congressuale alla Sinistra venne impedita la possibilità di svolgere qualsiasi attività. Si iniziò con la soppressione della rivista Prometeo.
Le sezioni in cui la Sinistra è dominante vengono sciolte, i compagni della Sinistra vengono allontanati dagli incarichi direttivi, i loro articoli e documenti censurati o non pubblicati; se pubblicati, vengono affiancati da ampi cappelli redazionali, a volte più lunghi degli articoli stessi, in cui, falsandone il contenuto, si tentava di screditarli presentandoli come frazionisti, compiacendosi soprattutto di attribuire alla Sinistra opinioni e atteggiamenti apertamente contrari alla realtà. All’interno del partito si afferma un regime di sospetto e intimidazione, di disciplina caporalesca e burocratica. Un clima di vero terrorismo ideologico.
Ma di lì a poco la Centrale avrebbe potuto avere la “prova” dell’opera frazionista e disgregatrice compiuta dalla Sinistra, la formazione di un “Comitato di Intesa”.
In data 1° giugno un gruppo di compagni della Sinistra inviava al C.E. del partito una lettera in cui lo si informava dell’avvenuta costituzione di un “Comitato di Intesa”. La lettera, dopo aver ribadito la necessità di un dibattito il più possibile ampio e libero da qualsiasi forma di prevenzione terminava avanzando le seguenti richieste:
«a) Che sia dato alla discussione uno spazio di tempo quale lo stato di impreparazione delle masse del partito e l’importanza delle questioni richiedano;
«b) Che i congressi provinciali siano tenuti solo dopo una esauriente discussione avvenuta sulla stampa del partito;
«c) Che ai congressi provinciali sia data facoltà di parlare in contraddittorio ai compagni rappresentanti riconosciuti delle diverse tendenze;
«d) Che la nomina dei delegati al Congresso del partito sia fatta dai rispettivi congressi federali; nel caso però che tale nomina venga fatta con altri sistemi, sia data facoltà di scelta degli elementi chiamati a far parte di eventuali comitati ai fiduciari provinciali delle diverse correnti;
«e) Che sia infine riconosciuto il diritto di nominare e disciplinare gli oratori che illustreranno al congresso il pensiero di questa o quella corrente.
«È evidente che il lavoro di preparazione congressuale è tale che richiede da tutti attività e disciplina.
«I compagni firmatari della presente portano perciò a conoscenza del Comitato Esecutivo l’avvenuta costituzione di un “Comitato di Intesa” tra gli elementi della Sinistra».
In una comunicazione interna al Cd’I, del 6 giugno, i compagni della Sinistra venivano avvisati che «l’Esecutivo ha già preso provvedimenti disciplinari contro tutti i compagni firmatari della lettera inviata all’organo centrale del partito, lettera nella quale alcuni compagni della Sinistra chiedevano come secondo loro doveva essere condotta la campagna precongressuale per giungere ad una vera chiarificazione nel partito».
Infatti, il giorno successivo il quotidiano del partito informava compagni ed avversari (fascisti e polizia compresi) che «il C.E., unanime, ha giudicato che i compagni del Comitato di Intesa, compagni Damen, Repossi, Lanfranchi, Venegoni, Manfredi, Fortichiari, si sono resi colpevoli di un attentato contro il partito che potrebbe essere sanzionato con la loro espulsione e ha deciso di rinviarli al giudizio della prossima sessione del Comitato centrale, sospendendoli nel frattempo da ogni lavoro o incarico». Il 4 giugno, con circolare ai segretari interregionali, venivano date disposizioni di «abbattere senz’altro coloro che criminosamente […] indeboliscono la nostra compagine. […] I membri del C.E. hanno assoluta necessità di stroncare radicalmente ogni tentativo e ogni attività diretta a sgretolare la saldezza del partito, a diminuirne la forza, a tramutarlo in un mascherato partito socialdemocratico».
Nella circolare si parla di «responsabilità delittuosa dei costitutori della frazione», di «opera intrapresa da un gruppo di nemici del partito», della necessità di «svolgere un’opera di purificazione delle nostre file».
Ma, bontà loro, i centristi auspicavano che «i pochi compagni responsabili dello scandalo […] verranno indotti a riconoscere il contenuto delittuoso della loro colpa ed a ravvedersi […] sotto le bandiere del leninismo».
L’intimazione di scioglimento del Cd’I da parte del rappresentante in Italia dell’Internazionale porta la data del 3 luglio, ma viene pubblicata sull’Unità solo il giorno 19, assieme al documento di accettazione da parte della Sinistra che la Centrale aveva da circa una settimana. Questo ritardo nella pubblicazione permetteva alla Centrale di proseguire sul giornale la calunniosa campagna di accusa contro il reiterato frazionismo della Sinistra.
Così si presentava, il giorno 19, la terza pagina del quotidiano di partito.
A tutta pagina, su sei colonne troneggiava il titolo a caratteri giganti: “I membri del Comitato d’Intesa contro la Internazionale”, e sotto, su tre colonne: “Degenerazione politica e miseria morale”.
Invece sopra il documento del Comitato di Intesa veniva messo, sempre su tre colonne, il titolo seguente. “Un documento indegno di comunisti”. Questo era il clima che si respirava nel “partito fondato da Gramsci e Togliatti” (Come veniva detto un tempo. E in questo caso l’attribuzione della paternità era giusta!).
Del documento della Sinistra riporteremo solo un significativo passaggio: «I comunisti giudicheranno il nostro operato. A noi non importa acquistarci una loro adesione o simpatia superficiale e accumulare voti per il congresso, ma giungere a portare il dibattito e la coscienza del partito un po’ più oltre gli atteggiamenti superficiali e meschini su cui si specula quando si vuole togliersi con poca fatica il fastidio di vedersi discussi e criticati. Se si vuole continuare ad organizzare invece l’inganno demagogico e ad industrializzare il confusionismo e lo smarrimento, si faccia, ma non si creda di costituire nulla di stabile: il male al partito resterà ma non si salverà la posizione dei gruppi e gruppetti artefici di un metodo così politicantesco, scenario volgare destinato a cadere ben presto lasciando vedere i pericoli dell’opportunismo e della degenerazione del partito.» Riflettano i compagni quanto queste parole siano attuali.
Nella sua opera denigratoria il centrismo ha sempre giocato sul fatto che la massa dei compagni si rifiuta di pensare che dal centro del partito vengano affermate cose del tutto false e prive di fondamento e questo genuino istinto fa buon gioco, ogni volta, al frazionismo dall’alto.
D’altra parte il C.E. del Komintern, in vista del 3° Congresso del PCd’I, fin dall’aprile 1925 aveva scatenato il suo attacco contro la Sinistra italiana. Al V Esecutivo Allargato in una “risoluzione sulla questione italiana” veniva affermato che «l’ostacolo principale alla bolscevizzazione del partito è costituito dalla ideologia bordighista e che pertanto il massimo sforzo deve essere rivolto alla eliminazione di tale ostacolo».
In tale risoluzione non sarà possibile trovare una indicazione sui compiti e la tattica che il partito avrebbe dovuto realizzare, essa era costituita interamente da un attacco alla “ideologia” della Sinistra italiana, dichiarata “sottoprodotto della seconda internazionale” ed in contrasto con il “leninismo” su tre punti fondamentali: astensionismo, ruolo del partito, tattica.
«Compito urgente del partito – affermava la risoluzione – è di giungere entro le sue stesse file ad una completa chiarificazione ideologica e di combattere tutte le deviazioni, soprattutto quelle del compagno Bordiga, che al momento attuale sono le più pericolose per il movimento. Il congresso nazionale dovrà decidere se approva la politica condotta dal Comitato Centrale del partito a partire dal V Congresso mondiale, d’accordo con l’Internazionale. Nello stesso tempo dovrà esprimere la sua scelta tra la tattica bordighiana e il leninismo. Soltanto se avrà compreso la necessità di porsi senza riserve sulla piattaforma leninista, il Partito Comunista d’Italia sarà realmente forte e realmente in grado di assolvere il suo ruolo storico di guida delle masse nella rivoluzione proletaria».
Per quanto riguarda la tattica leninista il documento specificava: «Il leninismo rappresenta una tattica duttile, che si adatta di continuo alla mutevole situazione economica e politica nel mondo, al fine di mobilitare tutte le forze anticapitaliste e di cogliere il momento favorevole all’intervento del partito, mentre esso, di conseguenza, è pronto a modificare rapidamente le sue parole d’ordine e il suo atteggiamento, al fine di rimanere in contatto con le masse e trascinarle con sé».
Nelle intenzioni dei centristi il 3° Congresso «doveva chiudere tutta una epoca di vita del partito», e così fu.
Perfino la decisione di portare il congresso all’estero fu una mossa, non tanto dovuta a questioni di sicurezza, quanto ad una manovra politica.
Paolo Spriano nella sua “Storia del PCI” ha scritto: «L’Esecutivo ha deciso da tempo di tenere il congresso all’estero; si sceglie dapprima Vienna, ma chi sta preparando ivi l’organizzazione […] si ammala gravemente. Si decide allora Lione». Quindi Lione fu un ripiego dell’ultimo momento.
Al riguardo è bene evidenziare una cosa sempre taciuta dalla storiografia ufficiale, è cioè che, come ebbe a ricordare Bruno Fortichiari, «la federazione di Milano, la cui organizzazione era ancora efficiente e della quale alcuni dirigenti erano elementi dell’Ufficio I del partito, offerse al centro di assicurare una sede adatta in Milano per una riunione clandestina, garantita e difesa. Il centro rifiutò l’offerta senza controllarne la serietà. Aveva deciso la sede di Lione anche o anzi proprio perché era più facile “filtrare” i delegati che avrebbero dovuto recarvisi clandestinamente. Rifiutare la convocazione in una metropoli di grande movimento in ogni suo quartiere, con scambio costante di migliaia di persone in transito anche dall’estero, disponendo inoltre di decine di ambienti adatti a riunioni controllabili e di centinaia di compagni allenati e fidati […] era una prova di sovrana inettitudine o di cautela appropriata ad un fine evidente».
I delegati, dovettero raggiungere la Francia passando illegalmente la frontiera per undici diverse vie di accesso. I congressisti avevano abbandonato illegalmente il territorio italiano, ma altrettanto illegalmente erano entrati in quello francese. Il congresso si svolge spostandosi in vari locali segreti poiché la polizia francese, allertata, era sulle tracce dei congressisti. Quindi illegale fu l’espatrio, clandestino il congresso, illegale il ritorno dei congressisti in Italia. Come si vede la percentuale di rischio fu abbastanza alta (e qualcuno cadde nella rete della polizia francese), ma ciò permise alla Centrale di avere il controllo totale e la scelta dei partecipanti al congresso.
Lo stesso Giuseppe Berti, notoriamente idrofobo nei confronti della Sinistra, di cui era transfuga, fu tuttavia costretto ad affermare: «Obiettivamente […] bisogna dire che se la conferenza di Como fu preparata poco, anzi per nulla, e diede, quindi, i risultati ben noti, il congresso di Lione […] fu, forse, preparato un po’ troppo nel senso che preliminarmente la conferenza di dicembre […] fece in modo che a Lione l’estrema sinistra […] venisse rappresentata in maniera non adeguata alle forze che ancora essa contava nel partito».
Che la democrazia rappresenti un elemento di inganno attraverso il quale la classe dominante esercita la sua dittatura è cosa del tutto naturale per i comunisti. Che il metodo democratico possa essere utilizzato anche dal partito della classe operaia, in una fase del suo sviluppo, è anche questo naturale e non scandalizza affatto. Ma che questo metodo venga usato all’interno del partito, da chi ne detiene la direzione, per stroncare correnti interne è veramente vergognoso; però, una volta ammessa la “lotta politica”, anche questa diventa un’arma della quale il frazionismo dall’alto si serve per mantenere un potere acquisito.
I risultati ufficiali del congresso attribuirono il 90,8% dei voti a favore delle tesi centriste e il 9,2% per la Sinistra.
Le manovre della centrale falsarono in modo clamoroso la maggioranza della Sinistra, sempre dominante nel partito, anche sfruttando l’impossibilità da parte di molte sezioni di far pervenire i loro voti. Ebbene, molto originale fu la trovata dei centristi: venne stabilito che tutte le tessere di iscritti per cui non risultava il voto sarebbero state calcolate a favore delle tesi del centro. Ma questo meccanismo democratico raggiunse una tale raffinatezza che perfino il voto di Amadeo risultò dato a favore delle tesi della centrale.
Sulla portata della battaglia sostenuta dalla Sinistra al 3° Congresso del partito torneremo in maniera approfondita in un prossimo articolo.
Il fronte europeo della contesa imperialistica è sempre più caldo
Ad ormai un anno dall’incontro tra Trump e Putin in Alaska, che aveva rappresentato il punto più alto delle trattative sulle sorti della guerra in Ucraina, quel tentativo di accordo tra le due grandi potenze, che, seppur attraverso l’Ucraina, si fronteggiano in una guerra che dura ormai da quattro anni e mezzo, ha ormai lasciato il passo alla continuazione delle ostilità.
Fin dai primi giorni dell’inizio della guerra in Ucraina, si sono susseguiti incontri diplomatici e trattative per trovare una soluzione al conflitto.
La Russia, che non era riuscita a provocare, attraverso l’invasione dell’Ucraina, un cambio al vertice del potere ucraino, installando a Kiev un governo fantoccio, aveva tentato immediatamente la via del negoziato. Prima in Bielorussia e poi in Turchia, russi ed ucraini erano giunti molto vicino ad un accordo già a due mesi dall’inizio della guerra, ma il tutto saltava per l’opposizione dei veri padroni di Kiev, l’imperialismo americano in primis e poi quello britannico, che ambivano a sconfiggere la Russia sacrificando la pedina ucraina in una guerra che avrebbe messo in ginocchio la Russia, non solo sul campo, ma soprattutto sul terreno economico con una guerra combattuta a suon di sanzioni.
Il cambio dell’amministrazione a Washington aveva inizialmente portato ad una ripresa dei colloqui tra americani e russi, culminati nell’incontro di Anchorage.
Ma, al di là delle volontà politiche di giungere a qualche forma di accordo, a prevalere sono comunque gli interessi economici, dalla necessità di recuperare i miliardi già spesi per la guerra alla prospettiva di una spartizione del bottino più favorevole, passando per la continuazione di una guerra che è sempre un buon affare per la borghesia e una boccata d’ossigeno per il marcio mondo del Capitale nel suo complesso, in quanto nell’epoca dell’imperialismo, la guerra ha fondamentalmente una natura economica data dalla necessità del modo di produzione capitalistico di superare la sua profonda crisi di sovrapproduzione attraverso una immane distruzione di merci in eccesso e di proletari.
Pertanto, la tragedia che si sta consumando sul suolo ucraino, con le centinaia di migliaia di soldati massacrati al fronte, le sofferenze della popolazione civile, le città sventrate, non appare avere il suo epilogo in una più o meno vicina cessazione delle ostilità. Anzi, la direzione intrapresa dalla contesa imperialistica in Europa, a meno di profondi sconvolgimenti economici tali da determinare un crollo delle principali potenze impegnate nella guerra ucraina, la Russia da un lato o i sostenitori di Kiev dall’altro, porta ad un conflitto diretto tra le grandi potenze imperialiste in Europa. Una volta finita la carne da cannone ucraina, o la resa alla Russia, che però non è un’opzione per le fameliche e sanguinarie borghesie del cosiddetto Occidente, o un allargamento della guerra, che faccia cadere la maschera ai sostenitori di Kiev, finora impegnati nella guerra contro la Russia inondando l’Ucraina di armi e miliardi, che si vedranno inevitabilmente costretti ad inviare i propri soldati a combattere contro il nemico russo.
La Russia sta vincendo sul campo
Che la situazione della guerra in Ucraina volga sempre più a favore di Mosca lo si può ravvisare in almeno tre elementi: l’avanzata russa in Donbass e sugli altri fronti, il blocco dei porti ucraini e lo scontro tra i vertici politici e militari a Kiev.
Dopo la caduta in mano russa della roccaforte di Konstantynovka, l’esercito russo è in vista delle città-fortezza di Kramatorsk e Sloviansk, gli ultimi due grandi agglomerati nel Donbass ancora controllati dall’Ucraina, la cui conquista rappresenterebbe il raggiungimento di uno dei principali obiettivi russi, ossia la presa di tutto il Donbass. Si registrano progressi russi anche nelle regioni di Kharkiv e di Dnipropetrovsk, mentre gli ucraini temono anche che i russi possano aprire nuovi fronti come quello nella zona Chernihiv-Kiev.
Al di là delle direzioni dell’avanzata russa, le notizie che vengono riportate confermano una progressiva conquista russa in territorio ucraino, concentrata in particolare nel Donbass, che si avvia verso le battaglie finali attorno ai grandi centri di Kramatorsk e Sloviansk, nonché le difficoltà dell’esercito ucraino che continua a perdere posizioni e si trova sempre più con carenza di uomini, tanto che proprio Syrsky, da poco rimosso dal vertice dell’esercito ucraino, aveva dichiarato che per la difesa degli ultimi due bastioni ucraini nel Donbass sarebbero stati necessari almeno altri 150/200 mila soldati.
La situazione ucraina è ulteriormente peggiorata agli inizi di luglio per gli attacchi russi con missili e droni contro i porti ucraini sul Mar Nero e sul Dniepr. Gli attacchi russi hanno devastato il porto di Odessa e altri scali, bloccando di fatto le attività portuali dell’Ucraina, che ora si trova in enormi difficoltà per l’esportazione di grano e altre merci. Risultano colpiti non solo le infrastrutture portuali e i silos ma anche diversi mercantili. In tal modo, la devastazione nei porti e l’indisponibilità di armatori e assicuratori di rischiare operazioni in questo contesto ha fatto crollare il commercio marittimo ucraino. Le alternative per l’esportazione delle merci ucraine, attraverso la Romania o via ferroviaria verso ovest presentano delle difficoltà dal punto di vista logistico ma potrebbero anche portare a forti tensioni con i vicini, a causa della concorrenza dei prodotti agricoli ucraini.
L’inasprimento degli attacchi russi ai porti ucraini è pertanto un duro colpo per l’economia ucraina, già prostrata dopo oltre quattro anni di guerra e fortemente dipendente dagli aiuti finanziari dei suoi sostenitori occidentali, e segna anche un aggravamento del conflitto stesso, rappresentando la reazione russa alla mancanza della prospettiva di un accordo e agli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo.
La sistematica distruzione economica, infrastrutturale e militare dell’Ucraina provoca dei contraccolpi tra i vertici politici e militari, determinati dalla necessità di trovare un capro espiatorio sul quale scaricare le responsabilità del disastro, evitando che la rabbia e la sofferenza della popolazione si scagli contro la borghesia ucraina e i suoi passacarte politici. Ne hanno fatto le spese il ministro della Difesa ucraina, Mykhailo Fedorov, e il capo dell’esercito, generale Syrsky. I due sono stati presentati dalla stampa borghese come in conflitto fra loro circa la modalità di conduzione della guerra. Da una parte, c’era la visione “sovietica” del generale Syrsky, legata ad un modo di combattere dove a predominare ci sono i diversi tipi di armi, le munizioni, la logistica e soprattutto i soldati, tanto che il generale è conosciuto anche come “il macellaio”, per la sua disponibilità ad assecondare i voleri dei vertici politici, mai disposti a far arretrare i soldati anche in situazioni disperate, provocando un gran numero di perdite; dall’altra, la visione più moderna di Fedorov, al quale viene attribuito il merito di aver sviluppato il massiccio uso di droni. Tali ricostruzioni servono solo a gettare fumo negli occhi ad una popolazione martoriata dalla guerra. L’andamento della guerra dimostra che non c’è una reale contrapposizione tra questi due modi di combattere, essendo ormai l’utilizzo dei droni pienamente integrato nelle operazioni da una parte e dall’altra del fronte. Personaggi alla Fedorov sono utili alla narrazione che si possa combattere senza dover ricorrere ad una continua caccia per le strade delle città e dei villaggi d’Ucraina di uomini da gettare nel tritacarne della guerra. Ma è appunto una narrazione, la borghesia ucraina, foraggiata dalle borghesie d’Occidente, ha bisogno di centinaia di migliaia di soldati per continuare a svolgere il suo ruolo di combattente contro la Russia. In fin dei conti, il licenziamento di Fedorov risiede nel suo tentativo di modificare il sistema di appalti legato al Ministero della Difesa, come da lui stesso sostenuto in un’intervista: “La ragione è legata agli appalti, alle gare d’appalto e al fatto che abbiamo iniziato a ristrutturare i processi in questa direzione: ciò ha causato grande insoddisfazione”, aggiungendo che “al ministero della Difesa non avrei mai immaginato che potessero esserci persone nominate a capo di dipartimenti da aziende private”. La guerra è un ottimo affare per la borghesia ucraina e non sono ammesse interferenze da parte del personale politico!
Chi comanda, chi paga, chi muore
Data la difficile situazione economica e militare in cui versa, a consentire all’Ucraina di poter continuare a combattere contro la Russia c’è solo il sostegno da parte degli imperialismi d’Occidente. Ma per continuare la guerra, l’Ucraina ha la necessità di soddisfare costantemente la carenza di mezzi e di uomini.
Per quanto riguarda le forniture militari, non può far altro che contare sul sostegno economico degli alleati in Europa e sull’interesse degli Stati Uniti a incassare dalle commissioni belliche. Questa dipendenza dal sostegno straniero è apparsa in tutta la sua evidenza nella vicenda dei missili Patriot, in quanto gli Stati Uniti si sono tirati indietro rispetto all’ipotesi di concedere la licenza alla produzione di tali missili direttamente in Ucraina (con molta probabilità, al cambiamento di atteggiamento americano è stato determinante il recente bombardamento russo in territorio ucraino di una fabbrica di droni di proprietà americana).
Invece, la carenza di uomini è colmata nell’unico modo possibile, attraverso il reclutamento forzato o meglio la cattura vera e propria di uomini da spedire al fronte. La presunta “resistenza” dell’Ucraina esiste solo nei contorsionismi del peggiore opportunismo. La borghesia ucraina ha venduto il proprio Paese e il suo proletariato agli interessi delle borghesie occidentali, trasformandolo nel terreno di scontro contro la Russia e i suoi uomini in carne da cannone.
Ad ormai quattro anni e mezzo dall’inizio della guerra, non è solo il ruolo di vittima sacrificale svolto dall’Ucraina ad essere delineato con sempre maggiore chiarezza ma anche il rapporto tra gli imperialismi coinvolti nella contesa sul fronte dell’Europa orientale a fianco di Kiev.
L’avvio della presidenza Trump si era caratterizzato per un tentativo di riavvicinamento alla Russia, utile per incunearsi nel rapporto tra russi e cinesi, provando a compromettere il vantaggioso legame della Cina, principale nemico dell’imperialismo americano, col vicino russo. L’assenza di progressi nelle trattative ha spinto gli Stati Uniti verso l’unica strada praticabile, ossia la continuazione della guerra contro la Russia attraverso l’Ucraina, introducendo però una sostanziale differenza rispetto all’amministrazione Biden, data dal fatto che i costi della guerra sono stati scaricati completamente sui docili europei.
I Paesi europei che hanno subito l’imposizione americana di utilizzare la pedina ucraina nella guerra contro la Russia, rinunciando ai vantaggi dell’approvvigionamento energetico russo, tanto da far sprofondare la propria economia, si ritrovano in una condizione di subordinazione all’imperialismo americano, costretti a servire gli interessi americani su quel fronte con un ingente sostegno economico, a cui bisogna aggiungere gli acquisti di armi americane e la dipendenza energetica dagli USA.
Il vertice NATO di Ankara, che si è tenuto il 7 e 8 luglio 2026, non ha che confermato lo stato attuale dei rapporti nel composito fronte anti-Russia, smentendo le ricostruzioni di alcuni “esperti” sulla fine della NATO. È la natura della contesa imperialistica che pone anche gli alleati in competizione fra loro per la spartizione del bottino che non avviene solo a scapito degli imperialismi nemici ma vede anche una lotta tra briganti in combutta per accaparrarsi una parte più cospicua del bottino.
Il vertice di Ankara ha prima di tutto confermato la Russia come il nemico dell’Alleanza, nella dichiarazione finale si parla di “minaccia a lungo termine” che va contrastata.
È appunto l’abbandono di quel tentativo di riavvicinamento alla Russia da parte dell’imperialismo americano. Il prezzo da pagare da parte degli “alleati” europei è costituito da maggiori impegni finanziari e militari: “Per il 2026, gli Alleati si impegnano a fornire all’Ucraina 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento e riaffermano il loro impegno sovrano a mantenere almeno livelli equivalenti nel 2027”, come risulta dalla dichiarazione finale.
In tal modo, l’accettazione da parte degli europei di farsi carico di un incremento di esborsi in armamenti ha assopito le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico che hanno preceduto il vertice ed è rientrata anche la minaccia americana di un disimpegno dall’Europa.
Gli Stati Uniti si sono così assicurati la continuazione della guerra contro la Russia, non solo in maniera praticamente gratuita in quanto del pacchetto di 70 miliardi di euro non è previsto un contributo americano, ma facendo anche un buon affare per la sua industria bellica, dato che buona parte di questi 70 miliardi che i Paesi europei (e il Canada) finanzieranno saranno spesi per acquisti di armamenti prodotti da aziende americane. Si tratta della discontinuità introdotta dall’amministrazione Trump rispetto ai primi anni della guerra, che ha azzerato la spesa degli Stati Uniti e ha scaricato i costi bellici sulle spalle dei Paesi europei.
Resta inoltre da soddisfare un’altra richiesta da parte del padrone americano che vorrebbe gli europei farsi carico anche dell’obiettivo di aumentare le spese della difesa al 5% del PIL entro il 2035.
La NATO rimane in piedi, con tutte le divisioni al suo interno, ma con l’esplicita conferma che gli Stati Uniti sono il padrone dell’Alleanza. Le tensioni al suo interno sono l’inevitabile contraccolpo dato dalla necessità da parte dell’imperialismo americano di disimpegnarsi dall’Europa, non nel senso di abbandonare la presa sul continente che viene mantenuta per mano dell’asservimento dei deboli e divisi Paesi europei, ma in direzione di un dirottamento delle risorse finanziarie e militari verso altri fronti, oggi il Medio Oriente, domani l’Asia orientale, dove è in prospettiva il decisivo scontro contro la Cina, il principale nemico dell’imperialismo americano per il predominio mondiale. Il declino dell’imperialismo americano, incalzato dall’ascesa di nuove potenze imperialiste, Cina in primis, non permette più agli USA di svolgere quel ruolo di gendarme mondiale che ha ricoperto dalla vittoria nella seconda guerra mondiale in poi. Gli Stati Uniti hanno la necessità di ridefinire la loro supremazia mondiale attraverso lo spostamento di risorse verso quelle aree del mondo dove il loro predominio viene sfidato dall’espansionismo crescente di rampanti imperialismi, l’Asia quindi, e pertanto devono ridurre le spese verso l’Europa, imponendo ai sottomessi europei i costi del fronteggiamento della Russia, e riducendoli a buoni acquirenti di armi e energia americane.
I miliardi europei per la guerra
Subita la guerra contro la Russia, che come abbiamo fin da subito stabilito era essa stessa una guerra contro l’Europa, i Paesi europei, indeboliti economicamente dagli alti prezzi dell’energia e dissanguati dalle spese belliche per il sostegno all’Ucraina, si sono incamminati con ostinazione verso questa campagna militare contro la Russia, la cui sconfitta è l’unica via d’uscita per le borghesie europee, che troverebbero una boccata d’ossigeno nella rapina imperialistica delle risorse russe e nella spartizione dell’Europa orientale sotto influenza russa.
Sconfiggere la Russia è pertanto l’unico modo per uscire dalla crisi economica, e dato che la Russia sta vincendo la guerra sul campo, il sostegno europeo all’Ucraina va inserito in una prospettiva di una guerra sul lungo periodo. Finora, la Russia ha resistito, l’utilizzo dell’Ucraina non è servita a piegare la Russia, così come le sanzioni, ma la strada è tracciata, dopo aver spremuto tutte le risorse ucraine toccherà direttamente agli europei lanciarsi nella guerra diretta contro la Russia. Ma, per tale prospettiva, serve tempo per il riarmo, e il tempo è comprato inondando Kiev di miliardi e armi, facendo degli ucraini carne da macello. In sostanza, armare l’Ucraina oggi serve per riarmare l’Europa per la guerra di domani.
In questo contesto, si inseriscono i 70 miliardi per il sostegno all’Ucraina stabiliti al vertice NATO di Ankara. L’Unione Europea ne fornirà circa 30, nel quadro del cosiddetto Ukraine Support Loan, il piano di aiuti finanziari all’Ucraina che l’UE ha stanziato per il biennio 2026-27 destinato a raggiungere i 90 miliari di euro, di cui appunto 30 miliardi nel 2026 destinati al riarmo ucraino, che vengono in tal modo integrati nel piano stabilito al vertice di Ankara. Gli altri 40 miliardi saranno finanziati dai singoli Stati, in particolare da quei Paesi dell’Europa centro-settentrionale che maggiormente stanno sostenendo l’Ucraina.
L’interruzione dei flussi economici verso l’Ucraina da parte americana ad inizio 2025 è stata quasi del tutto rimpiazzata da maggiori contributi da parte dell’UE e dei singoli Paesi europei. Secondo i dati del Kiel Institute, lo scorso giugno si è raggiunto uno dei picchi del finanziamento a Kiev, il terzo più alto dall’inizio del conflitto, con 7,2 miliardi di euro, che sommati agli stanziamenti di maggio raggiungono quasi 11 miliardi di euro. Dai dati forniti dall’istituto emerge anche la tendenza a mantenere il livello degli aiuti militari dell’anno precedente, mentre sono in calo gli aiuti finanziari e umanitari, e si riscontra anche la dipendenza dalle forniture di armi da parte degli Stati Uniti, con almeno 3 miliardi di euro di aiuti militari stanziati dagli europei da gennaio a giugno per armi fabbricate da aziende americane.
In sostanza, il venir meno dell’impegno finanziario degli USA non è del tutto coperto da parte di maggiori contributi da parte degli europei, e in questa minore disponibilità di risorse economiche per l’Ucraina si tendono a privilegiare gli aiuti militari, dove le armi americane costituiscono la base del supporto militare, a discapito delle altre esigenze del bilancio ucraino e delle forniture umanitarie, a conferma che il ruolo degli ucraini è quello di combattere e morire contro la Russia, per gli interessi delle borghesie d’Occidente.
Tutti questi miliardi servono all’Europa per comprarsi tempo necessario al proprio riarmo, che passa principalmente per i singoli Paesi europei. A primeggiare sarà l’imperialismo tedesco, la cui potenza economica sovrasta di gran lunga quella degli altri Paesi europei. Non si tratta di una scelta politica, ma di una direzione obbligata per fermare la deindustrializzazione del Paese, con i piani di riarmo che servono a rivitalizzare l’industria tedesca soffocata dalla perdita del legame con i bassi prezzi dell’energia proveniente dalla Russia e non più competitiva sul mercato mondiale.
I costi del riarmo europeo sono del tutto scaricati sulle spalle del proletariato, che pagherà in termini di un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.
Di fronte ai piani di riarmo e alla guerra imperialista che dall’Ucraina tende ad un suo allargamento, il proletariato sarà chiamato a versare sudore e sangue per la patria borghese. Solo se compatto in organizzazioni autenticamente classiste che rifiutino qualunque richiamo al sacrificio nazionale e sotto la guida del Partito Comunista, il proletariato potrà adempiere al suo compito storico di conquistare il potere e distruggere il dominio borghese che sta preparando un nuovo gigantesco massacro.
Una cerimonia funebre per rinnovare il patriottismo iraniano
L’assassinato Leader Supremo dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei, è stato deposto nella bara, adornata con la bandiera nazionale e circondato dagli altri membri della sua famiglia, uccisi insieme a lui nel suo complesso residenziale. A questo evento hanno partecipato gruppi e delegati di diverse fedi, provenienti da tutto il mondo, per rendere omaggio al defunto leader, che ha contribuito a trasformare l’Iran nella potenza imperialista che è oggi. Si dice che un fervore nazionalista abbia travolto l’intero Paese; mentre ieri i lavoratori lottavano contro il dominio della borghesia iraniana e venivano giustiziati, oggi questi lacchè e adulatori della borghesia vorrebbero farci credere che il proletariato si riunisca e versi lacrime di cordoglio per il proprio Rahbar! Favole a parte, non c’è dubbio che un periodo così tumultuoso, come quello che ha colpito l’Iran durante queste lunghe e disperate settimane, non abbia fatto altro che decuplicare le sofferenze dei lavoratori. Il proletariato, nel momento in cui è più vulnerabile e privo del proprio partito, spesso si schiera dalla parte della borghesia poiché non vede altra via d’uscita evidente. La borghesia accoglie volentieri chiunque possa servirle per perseguire i propri interessi e altri calcoli astuti, specialmente se ciò avviene sotto la patina del servizio volontario o, peggio ancora, di un «interesse comune» contro un «nemico comune».
Ma c’è un’altra cerimonia funebre, una che non si è ancora tenuta, ma il cui cadavere si dimena ancora, i cui spasimi e contorcimenti danno la falsa impressione che non abbia perso gran parte del proprio potere. Gli Stati Uniti, con il loro titolo di egemone finanziario mondiale, vedono la propria egemonia sfuggirgli lentamente ma inesorabilmente dalle mani ormai da tempo. Quel settore della borghesia americana, che vuole ad ogni costo riportare gli Stati Uniti sulla scena globale con mezzi da falchi da guerra, attraverso il proprio disperato sciovinismo e con l’ottimistico tifo della leadership israeliana, ha portato a questo nuovo episodio militare. Lo scopo iniziale dichiarato era presumibilmente il «cambio di regime in Iran», ma è stato successivamente rivisto in un semplice «appropriazione di petrolio e gas». La vera motivazione è ovviamente l’ulteriore spartizione del mercato mondiale a favore degli interessi comuni di Stati Uniti e Israele. Ecco perché, quando l’attacco ai vertici politici non è riuscito a fornire loro un fantoccio compiacente, il governo americano si è invece visto costretto a sequestrare navi da carico iraniane, il tutto al fine di appropriarsi di detto petrolio e gas per sé stesso.
L’intero evento non ci coglie di sorpresa. Per mettere in luce la natura immutabile dell’imperialismo, citeremo integralmente dal nostro lavoro pubblicato per la prima volta decenni fa su Comunismo n. 53, “Lo scompenso degli equilibri imperiali fra crisi economica e rumori di guerra”, uscito nel dicembre 2002:
«Chi pensa che il fatto che gli Stati borghesi si lancino armati contro, o in difesa, degli “Stati canaglia” sia prova e tripudio di potenza, si sbaglia di grosso. Il tripudio è forzato, e lo sfoggio di potenza storicamente difensivo e obbligato.
Non vi è inattesa fine della storia con l’affermarsi definitivo dell’Impero Americano, né tantomeno la scomparsa degli Stati-nazione in un unico impero senza confini e senza centro, come delira qualche nanerottolo. Anzi, si è alla vigilia di processi che il marxismo da tempo attende. La voce grossa dell’America è espressione del declino della sua egemonia sul mondo. Botoli statali capitalisticamente di minore taglia quali l’Iran, il Pakistan, l’Arabia Saudita e altri pretendono i loro ossi, puntano ad un’influenza nelle proprie regioni, e a denti stretti ringhiano attorno al mastino Yankee. Washington vorrebbe unificare il mondo borghese sotto i suoi interessi, ma quel mondo è già unificato, nel traboccare delle sue troppo stridenti e incontrollabili contraddizioni».
Oggi, non solo vediamo che questi Stati capitalisti minori continuano inevitabilmente a «rivendicare la propria fetta» come conseguenza del modo di produzione capitalistico, ma che questo «Impero americano», per quanto limitato fosse in precedenza nelle sue grida di battaglia, si è sicuramente ridotto in misura ancora maggiore! Si è arrivati al punto che le frequenti critiche e invettive dell’apparato statale americano contro i propri «alleati europei» per non essersi uniti alla guerra non vengono affatto prese sul serio. La politica estera americana, il suo apparato militare gonfiato oltremisura non è affatto prova della sua supremazia; al contrario, questi frequenti scontri, questa scommessa per cercare di tornare alla ribalta, dimostrano proprio quanto l’America sia decaduta. Ora deve lottare disperatamente per mantenere la propria posizione sulla scena mondiale.
L’Iran, a prescindere da ciò che si possa dire della sua presunta «vittoria» e dal fatto che alla fine si riveli o meno una vittoria di Pirro, ha comunque costretto molti Stati europei a chiedere incessantemente una fine immediata della guerra, per timore che le proprie economie cadessero in una recessione ancora più profonda e che le riserve di petrolio e gas si esaurissero. Questa fragilità dell’economia mondiale ha permesso all’Iran di ottenere condizioni favorevoli nell’«accordo con l’Iran». Non sorprende nessuno, tuttavia, che tali termini rimarranno per sempre una formalità borghese. Ci sono già stati continui zigzag e disaccordi riguardo all’accordo; ulteriori attacchi missilistici e minacce sono ripresi e cessati e così via. Questa instabilità non fa che favorire il declino dell’egemonia americana; lo Stato israeliano, che molti nella «sinistra» descrivono erroneamente come completamente asservito agli interessi americani, ha sistematicamente seguito le proprie strade e compiuto le proprie manovre militari, nonostante ciò che gli americani desideravano per la conclusione di questo cosiddetto accordo.
Ciò che è certo, tuttavia, è che queste condizioni del dopoguerra non devono equivalere a una fedeltà incondizionata alla propria leadership borghese. Il proletariato non può sentirsi soddisfatto per questa presunta sconfitta che è avvenuta per mano di uno Stato pienamente capitalista ai danni del più imponente imperialismo del mondo.
Non deve cadere in un ulteriore nazionalismo, né nel desiderio di vendetta contro i lavoratori di queste altre nazioni. Il proletariato deve identificare le proprie sofferenze — «il depauperamento causato da massacri, malattie, fame, ecc., e l’immensa distruzione della ricchezza, con la conseguente crisi economica e l’impossibilità di sviluppare l’industria e l’agricoltura a causa della mancanza di capitale e di manodopera» — con quelle delle borghesie non solo della propria nazione, ma di tutte le altre!
I lavoratori iraniani, che soffrono terribilmente sotto il giogo del capitale, dovrebbero consolidare la propria forza all’interno di una forza di lotta che sia veramente loro, quella che è veramente proletaria, sotto la guida e la disciplina del Partito Comunista Internazionale. Anche i lavoratori americani devono vedere le crepe nello scafo e affermare che non affonderanno insieme alla borghesia che comanda la nave degli interessi finanziari americani; devono intraprendere il difficile percorso di tutti i lavoratori dei paesi avanzati e portare a compimento la totale distruzione dell’egemonia della loro nazione, instaurando invece la falce spietata della dittatura proletaria, che è l’unica risposta all’imperialismo e l’unica forza in grado di porre fine alla guerra.
Il "patto per la fabbrica": la concertazione per soffocare la lotta operaia
Il modello corporativo nelle relazioni sindacati-padronato-stato, cui da tempo si ispira la cosiddetta “concertazione”, già iniziato per opera della Confederazione Generale del Lavoro, all’indomani del primo dopoguerra, venne portato a compimento e a regola con l’avvento del fascismo, a seguito delle sconfitte subite dal movimento proletario, e la distruzione delle sue organizzazioni, condotte alla capitolazione dalla direzione controrivoluzionaria che aveva imperato fino ad allora.
Le corporazioni raccoglievano i rappresentanti del sindacato, degli imprenditori e dello Stato. Divenivano parte della macchina statale e rappresentavano la camera di compensazione in cui si svolgeva la concertazione (appunto!) volta a prevenire i conflitti fra salariati e capitale. Risultato che tuttavia non sempre si riusciva ad ottenere, costringendo talvolta anche il sindacato fascista, sotto la pressione del proletariato, a farsi carico di conflitti in difesa delle rivendicazioni operaie. Infatti mai potrà esistere un regime che, per decreto, possa abolire la lotta di classe.
Senza soluzione di continuità con il sindacalismo fascista furono poi ricostruite le organizzazioni nel secondo dopoguerra, sotto l’egida dei partiti della Resistenza (CNL), della Chiesa, dell’imperialismo americano e russo (Patto di Roma del 3 Giugno 1944). Si trattava di imbrigliare subito il proletariato, che, nelle tragiche condizioni in cui versava, si sarebbe potuto disporre alla sua difesa economica in modo indipendente, come si era dimostrato negli scioperi del nord Italia nel’ 43, successivamente dei braccianti in Puglia e quindi le lotte nel meridione che avevano portato alla ricostituzione della CGL rossa a Napoli. Di fatto rifiutando i terribili sacrifici per la ricostruzione post bellica a cui i falsi Partiti comunisti e socialisti intendevano piegarla.
Nel nostro organo “Battaglia Comunista”, definimmo allora la resuscitata CGIL, scaturita dal patto di Roma (che aggiungeva la I, che sta per “italiana”) organizzazione “cucita sul modello Mussolini” (“Le scissioni sindacali in Italia” – Maggio 1949).
Questa caratteristica fondante della CGIL, rinata nel dopoguerra, si è andata sempre più disvelando man mano che la fase di ripresa economica e la possibilità di consistenti azioni rivendicative si andava esaurendo. Nella misura in cui il capitalismo volgeva verso una crisi sempre più profonda, si imponeva ai sindacati collaborazionisti una politica sempre più marcata di rinunzia alla difesa delle condizioni dei lavoratori e di accettazione dei sacrifici imposti in nome della “economia nazionale”.
In chiave corporativa, già nel 1983, in vista dell’inizio della stagione contrattuale e per stabilire da subito le condizioni in cui si sarebbero stilate le piattaforme rivendicative, veniva siglato l’accordo fra Governo, Cgil-Cisl-Uil e Confindustria denominato “Protocollo globale di intesa sul costo del lavoro” dove, se da un lato il governo si impegnava al contenimento del carico fiscale sui salari, dall’altro il sindacato si impegnava a concedere flessibilità sugli orari, la mobilità interaziendale, l’occupazione a tempo parziale e determinato, controlli più stretti sull’assenteismo. Addirittura venivano fissati i limiti compatibili per gli aumenti salariali che nelle piattaforme si sarebbero dovuti rispettare.
Successivamente, di fronte alla crescita del sindacalismo di base, già manifestatasi come reazione al collaborazionismo confederale nel pubblico impiego e nei servizi (ospedalieri, ferrovieri e tramvieri, assistenti di volo, scuola, impiegati dello Stato ed enti locali, etc.), sorgeva l’esigenza di bloccare lo sviluppo di questi movimenti anche nell’industria e di blindare la rappresentanza delle Confederazioni, affermandole come unico interlocutore, destinato a rappresentare i lavoratori.
Nel Giugno 2011 e Gennaio 2014 venivano stilati accordi fra Confindustria e Sindacati Confederali dove erano stabiliti, come riferimento per la rappresentanza, la media ponderata tra il dato associativo che ogni singola azienda avrebbe fornito sulla base delle deleghe firmate da ogni singolo lavoratore ed i voti ottenuti nelle elezioni delle Rsu. Solo le organizzazioni sindacali firmatarie di tali accordi – siglati con la triplice – sarebbero state titolate a rappresentare i lavoratori. Quindi, per essere considerati “rappresentativi” (cosiddetta “rappresentanza certificata”) gli organismi di base, opposti alla linea confederale, avrebbero dovuto firmare gli accordi e accettare la delega, rendendo noti i dati dei propri iscritti ed esponendoli di fatto alla repressione padronale. Da notare come il nostro Partito, proprio per questo motivo, si schierò fermamente contro la delega, ossia l’iscrizione al sindacato tramite il padrone, fin da quando venne introdotta, rivendicando l’adesione diretta.
Così la concertazione Sindacati/Confindustria approda all’accordo del 28 Febbraio 2018 che caratterizza il cosiddetto “patto per la fabbrica”
Qui nella premessa si afferma il proposito di puntare a una “governance equilibrata della contrattazione collettiva” e “l’incremento della produttività delle imprese” al fine di “recuperare il gap competitivo e i differenziali che permangono rispetto alle maggiori altre economie concorrenti”. Si tratterebbe quindi di stabilire “un modello di relazioni sindacali autonomo, innovativo e partecipativo che sostenga la competitività dei settori e delle filiere produttive”. Da notare che, quando si parla di “produttività” si deve intendere “maggiore sfruttamento” del lavoro salariato.
E si arriva quindi al tema della rappresentanza, ribadita nei termini già definiti negli accordi precedenti per evitare il cosiddetto “dumping contrattuale” cioè accordi stipulati con soggetti “senza rappresentanza certificata”.
Il Contratto collettivo nazionale “conserverà la sua funzione di regolatore delle relazioni sindacali […] orientando le intese aziendali […] verso il riconoscimento di trattamenti economici legati a reali e concordati obbiettivi di crescita della produttività aziendale”.
L’accordo affrontava poi altri punti comunque ispirati alla collaborazione volta all’incremento della produttività e della competitività aziendale che qui non stiamo a commentare.
Ciò che vogliamo mettere in evidenza è il tentativo di salvaguardare e affermare l’esclusività dell’azione sindacale gestita dalle Confederazioni contro qualsiasi ipotesi di formazione e crescita dal basso di organizzazioni sindacali che si pongano in contrasto con la linea confederale, e appellandosi alla base operaia, ne raccolgano il consenso e la chiamino a mobilitarsi, infrangendo il patto di collaborazione stabilito dai confederali con la controparte padronale e con lo Stato che ne salvaguarda gli interessi.
Ecco che, memori delle lotte rivendicative negli anni della ripresa economica, ci accorgiamo che le stagioni dei contratti, anche per le categorie tradizionalmente più forti e combattive, come i metalmeccanici, si svolgono in sordina. Le piattaforme stilate in nome della “compatibilità” vengono presentate nei posti di lavoro in forma defilata e i pochi scioperi sono un rituale di maniera che non coinvolge più di tanto i lavoratori del settore, men che meno in solidarietà con le altre categorie che pure attendono la ratifica dei contratti. Pure la chiusura delle trattative, nei termini che la concertazione prevede, avviene senza clamore. Né la ratifica avviene più a seguito di una reale “consultazione della base”, che già sapevamo come venisse pilotata per conseguire l’approvazione, pur tuttavia rendendo possibile, nelle assemblee di fabbrica, la manifestazione di dissensi che in taluni casi avevano portato a una secca bocciatura.
Non è comunque con i patti e decine di accordi che i confederali vanno a stabilire per assicurare al Capitale la pace sociale, che si potrà fermare la lotta di classe. Il capitalismo che volge verso una crisi strutturale riporterà la classe lavoratrice a rinnegare tutti i patti stabiliti sulla sua pelle e i tavoli della concertazione.
Ricostruendo le sue organizzazioni di difesa economica, e, ritrovando la sua guida politica nel Partito Comunista, la classe lavoratrice tornerà ad esprimere tutta la sua potenzialità di azione. In questo caso la “rappresentatività” non avrà bisogno di essere “certificata” ma verrà imposta dalla forza espressa dall’organizzazione autenticamente classista.
Scioperi industriali a Noida, in India
Noida, città industriale dell’India, è stata teatro lo scorso aprile di massicce rivolte e di una serie di scioperi che hanno paralizzato la vita quotidiana e portato all’erezione di barricate.
La rabbia repressa per la nuova legge sul lavoro – entrata in vigore nel novembre 2025 e che consente di estendere l’orario di lavoro a 10–12 ore – unita alla scintilla della disparità salariale, ha portato a una massiccia esplosione.
Questa rivolta della classe operaia è iniziata con uno sciopero improvviso dei lavoratori a contratto dello stabilimento della Honda Motorcycle and Scooter India nello stato dell’Haryana, – uno stato confinante con Noida – i quali chiedevano un aumento salariale. L’8 aprile, circa 3.000 lavoratori provenienti da una dozzina di aziende dell’Haryana si erano radunati all’IMT Manesar per sostenere la lotta dei loro colleghi.
Il 9 aprile, quando il governo dello stato dell’Haryana ha ceduto alle lotte con un aumento del salario minimo del 35%, i lavoratori di Noida – principalmente nei settori dell’abbigliamento, della calzetteria e dell’industria leggera – che svolgevano lo stesso lavoro dei lavoratori dello stato dell’Haryana ma guadagnavano quasi 6.000 rupie in meno al mese, si sono subito resi conto della situazione e sono scesi in piazza per chiedere salari più alti.
Le rivendicazioni dei lavoratori di Noida, che lottano letteralmente per la sopravvivenza, possono essere elencate come segue:
● Un salario minimo di 20.000–26.000 rupie, contro gli attuali salari di 10.000–15.000 rupie dell’Uttar Pradesh, che non sono stati rivisti dal 2014,
● Una giornata lavorativa massima di 8 ore, in contrasto con l’attuale norma dei turni da 12–16 ore per tutti i sette giorni della settimana,
● Doppia retribuzione per gli straordinari per le ore lavorate oltre lo standard, come previsto dalla legge ma sistematicamente violato nella pratica,
● Il pagamento degli stipendi non versati dovuti da diversi datori di lavoro,
● Parità di condizioni per il personale temporaneo e quello a tempo indeterminato, inclusi contratti scritti, ferie retribuite e diritti previdenziali; l’attuazione di diritti di cui il 58–67% della forza lavoro nell’Uttar Pradesh è completamente privata,
● L’abrogazione o il ritiro di quattro nuove leggi sul lavoro che, secondo i sindacati, hanno legalizzato giornate lavorative di 13 ore e hanno privato i lavoratori dei loro diritti di contrattazione collettiva.
Le proteste a Noida sono iniziate inizialmente con interruzioni del lavoro e sit-in pacifici di massa in oltre 82 fabbriche. Il 9 e 10 aprile i lavoratori si sono radunati vicino alla stazione della metropolitana NSEZ nella Fase 2 (un importante polo industriale e zona industriale ufficiale a Noida) e sono scesi in strada chiedendo un salario minimo di almeno 20.000 rupie per sopravvivere. Le tensioni tra lavoratori e dirigenza si sono intensificate il secondo e il terzo giorno.
Le proteste sono iniziate inizialmente in modo spontaneo, senza la guida dei sindacati consolidati, poiché i lavoratori sono stati spinti all’azione dall’impatto dell’aumento salariale nell’Haryana. A livello di base, le organizzazioni sindacali presenti fin dall’inizio includevano il Mazdoor Adhikar Sangharsh Abhiyan (MASA) – un’organizzazione ombrello che riunisce 16 piccoli sindacati – insieme a Bigul Mazdoor Dasta, IFTU Sarvahara, Mazdoor Ekta Committee, All India Labor Reform Sangharsh Abhiyan (AILRSA) e Naujawan Bharat Sabha.
Si tratta di sindacati che operano al di fuori delle principali federazioni sindacali, concentrandosi in particolare sui lavoratori non strutturati e a contratto.
Lo sciopero e le proteste a Noida hanno fatto da punto di riferimento per le lotte dei lavoratori in vari stati dell’India. Lo sciopero a Noida ha innescato scioperi di solidarietà negli stabilimenti del Motherson Group a Faridabad e Bhiwadi. Il primo ministro dell’Uttar Pradesh, Yogi Adityanath, ha definito l’incidente una “cospirazione” volta a far deragliare le azioni dei lavoratori.
Il quinto giorno, il 13 aprile, la lotta è degenerata in violenza; tutte le strade principali, tra cui la NH-9, il Settore 62 e i punti di accesso ad Akshardham, sono state bloccate da circa 45.000 lavoratori. Nel Settore 84, alcuni veicoli sono stati incendiati e sono emerse segnalazioni di lanci di pietre e altri episodi di violenza; la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni contro i lavoratori. Forze di sicurezza massicce, tra cui il PAC e la RAF (la forza di polizia dello Stato), sono state dispiegate nell’area e tutti i permessi di assenza della polizia sono stati revocati.
I lavoratori che si riversavano nelle strade denunciavano le dure condizioni della lotta di classe contro il capitale; si ribellavano contro turni da 12 a 16 ore, salari non pagati e la sistematica negazione dei loro bisogni da parte della borghesia, che li lasciava senza alcuna sicurezza. Un lavoratore ha sintetizzato la difficile situazione della sua classe durante le proteste: “L’affitto è di 5.000 rupie. Se si aggiungono cibo, trasporti e l’istruzione dei figli, è impossibile sopravvivere con questo stipendio.”
La violenza della polizia ha raggiunto il picco il 13-14 aprile; sono stati arrestati oltre 350 lavoratori. I lavoratori detenuti sono stati sottoposti a maltrattamenti. Questa violenza rimarrà impressa nella memoria del proletariato e, come ogni forza controrivoluzionaria, prima o poi ne pagherà le conseguenze.
Al 16 aprile, la maggior parte delle fabbriche aveva ripreso l’attività e le proteste si erano trasformate in raduni sparsi e circoscritti. Pertanto, la fase intensa della rivolta è durata circa una settimana (dal 9 al 16 aprile). Al di fuori delle zone industriali, i lavoratori domestici di Noida si sono ufficialmente uniti alle proteste, chiedendo aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. Ciò dimostra come, con un nucleo più organizzato e militante in prima linea, l’intera classe operaia – anche quei lavoratori che sono più dispersi e disorganizzati a causa delle loro condizioni di lavoro – possa unirsi nella lotta.
Sabato 17 aprile, il governo dell’Uttar Pradesh ha annunciato ufficialmente i salari minimi rivisti per specifici lavori in tutto lo stato. Questi salari sono stati pubblicati in conformità con la Sezione 3(b) dell’India States and Union Territories Industrial Disputes Act del 1947 e hanno sostituito la precedente decisione salariale datata 25 marzo 2026. Sebbene le proteste siano state represse, le richieste relative ai salari sono state prese in considerazione per placare le proteste e sono stati applicati aumenti significativi ai salari. Gli aumenti sono stati differenziati in base ai livelli di qualifica dei lavoratori e sono ben al di sotto delle 20.000–26.000 rupie richieste dai lavoratori e dai sindacati.
Problemi strutturali più profondi – come l’assenza di contratti scritti, la mancanza di previdenza sociale, le quattro leggi sul lavoro e la criminalizzazione delle proteste – rimangono del tutto irrisolti. Alla fine di aprile, più di 350 lavoratori erano ancora in custodia. Sono state presentate sette relazioni di indagine preliminare e gli avvocati hanno riferito che sono state aggiunte diverse accuse per impedire il loro rilascio su cauzione.
Dal 30 aprile all’8 maggio, in tutto il distretto di Gautam Buddh Nagar è stata applicata la Sezione 163 del Codice Penale Indiano (restrizioni alle assemblee pubbliche), coprendo il periodo della Festa dei Lavoratori. Le restrizioni hanno interessato la Festa Internazionale dei Lavoratori, per evitare manifestazioni dei lavoratori in questa giornata.
Sebbene le organizzazioni di sinistra borghesi non siano state molto efficaci negli scioperi, hanno cercato di influenzare i lavoratori con le loro linee opportunistiche.
L’aumento dei prezzi del petrolio e del gas porterà a un’inflazione più elevata nei prossimi mesi, rendendo gli aumenti salariali conquistati attraverso queste lotte – che erano già inferiori a quanto richiesto – insufficienti a soddisfare i bisogni della classe operaia indiana, la quale, insieme ai lavoratori di tutto il mondo, riprenderà ancora una volta la lotta per i propri interessi immediati.
L’unico modo per i lavoratori di rompere questi divieti di sciopero e la violenza della polizia e affrontare la crisi economica capitalista è organizzarsi in sindacati di classe combattivi sotto la guida del Partito Comunista e rovesciare il dominio borghese in India e in tutto il mondo.
Russia e Ucraina. Guerra ed Elezioni
Se mai ce ne fosse bisogno, è opportuno ribadire i nostri tradizionali “chiodi” sulla nostra concezione della guerra tra Stati imperialisti, e, senza aver la presunzione di spiegare tutto, ritornare alle semplici parole dei nostri maestri. Questo è il principio basilare. Poi considerare i fatti storici, ma senza perdere di vista l’obbiettivo finale, la preparazione rivoluzionaria.
Nelle guerre in atto, il Partito non può esimersi dallo studiare come evolvono le operazioni, certo riferendosi ai professionisti militari borghesi senza la presunzione di saperne di più sul piano strettamente militare, come si sviluppano strategie e movimenti, quali le novità che la tecnologia militare consente e le possibilità di prevalere di una parte rispetto all’altra. Parimenti deve analizzare alla luce della sua dottrina materialistica cause remote ed attuali della guerra.
Naturalmente quello che non può permettersi di fare è propendere nelle sue analisi rigorose per una delle parti, ché ciò significherebbe tradimento aperto verso il proletariato classe storicamente internazionale anche se legata al carro dello Stato borghese.
I nostri principi fondanti
Nel suo scritto «Risoluzioni sulla guerra imperialista» Lenin, pur riferendosi alla Prima Guerra Mondiale, definisce con tagliente chiarezza le condizioni e le caratteristiche delle guerre moderne che gli imperialismi nelle fasi più critiche del loro arco storico conducono direttamente o tramite stati terzi:
“La guerra moderna ha carattere imperialista. Questa guerra è stata generata dalle condizioni di un’epoca in cui il capitalismo ha raggiunto il suo stadio più elevato di sviluppo; in cui l’esportazione di capitale è diventata non meno significativa dell’esportazione di merci; in cui la produzione è disciplinata dai cartelli dei produttori e l’internazionalizzazione della vita economica ha raggiunto proporzioni enormi; in cui la politica coloniale ha portato alla spartizione di quasi l’intero globo; — in cui le forze produttive del capitalismo mondiale hanno superato gli stretti confini delle divisioni tra Stati nazionali; — in cui le condizioni oggettive per la realizzazione del socialismo sono pienamente maturate”.
Queste parole sono il caposaldo della nostra concezione degli scontri armati tra Stati e coalizioni di Stati, ed escludono totalmente il concetto di colpa degli uni o degli altri, concetto tanto caro ai piccolo borghesi col quale spiegano in modo semplice e soddisfacente i conflitti, distinguendo secondo gli orientamenti i buoni dai cattivi, i meno buoni dai più cattivi. In questo istradati, aiutati e sostenuti dalla stampa di regime che fa il tifo per una parte o per l’altra. Il Partito sgombra il campo a valutazioni morali su presunte aggressioni da cui l’altra parte si deve difendere.
Per ogni conflitto imperialistico questa è la chiave di lettura dei Comunisti. Il testo esprime però anche un altro concetto a corollario, che è altrettanto vincolante per l’azione del Partito e la sua agitazione:
“… L’ideologia nazionale generata da quell’epoca ha lasciato un segno profondo nella piccola borghesia e in una parte del proletariato. Oggi, in un’era imperialista profondamente diversa, i sofisti borghesi e i traditori del socialismo che seguono la loro scia sfruttano questo fatto per dividere i lavoratori e distoglierli dai loro obiettivi di classe e dalla lotta rivoluzionaria contro la borghesia.
Ora più che mai, le parole del Manifesto del Partito Comunista sono vere: “i lavoratori non hanno patria”. Solo una lotta internazionale del proletariato contro la borghesia può salvaguardare le sue conquiste e aprire la strada a un futuro migliore per le masse oppresse».
Nelle guerre prodotte dagli imperialismi nelle aree a capitalismo totalmente sviluppato, è reazionario portare l’argomento della difesa della patria. Anzi, i comunisti si batteranno sempre per la solidarietà militante che dovrà intercorrere tra i soldati dei fronti opposti. La netta posizione del Partito è quella che respinge la guerra non per la pace, ma per rivolgere le armi contro gli avversari borghesi: tanto del proprio Stato, che di quello avversario.
Questa è la lezione del ’17 rivoluzionario. I nostri criteri riguardo alle guerre tra Stati, come detto, sono semplici e di immediata comprensione, ed altrettanto semplici le nostre parole d’ordine. La pace borghese è sempre una sconfitta per il proletariato internazionale, quale che sia il vincitore. È sempre stato così, e sempre le borghesie degli Stati sconfitti si sono riprese sulla pelle dei proletari in divisa che hanno mandato a crepare sui campi di battaglia.
Nella esausta e sfinita Europa che invano cerca una dimensione internazionale ed una unità militare e politica, l’Operazione Militare Speciale, come fu definita dallo Stato russo, continua da quasi cinque anni con disperata acribia portando lutti infiniti, miseria e morte, aizzata e sostenuta tanto dagli Stati occidentali che orientali, in una condizione di frizione sui confini delle aree controllate dagli imperialismi in competizione. Guerra che ha avuto come motivazione una pretesa lotta contro il fascismo, il dichiarato sostegno alle popolazioni filorusse dell’Ucraina impelagate da anni in una sfibrante guerriglia contro la Stato centrale. Il quadro è chiaro, anche se i partigiani piccolo borghesi delle colpe e di torti rifiutano l’oggettiva valutazione dei fatti.
Come l’Ucraina, anche la Russia è in fiamme. E gli Stati europei schierati più o meno direttamente nel conflitto sono in preda ad un progressivo peggioramento. La situazione economica generale è in deciso aggravamento, e la disperata campagna di bombardamento ucraina per cercare di allentare la pressione militare sul campo che sta indubbiamente raccogliendo lenti ma costanti successi, anche se non si sa a qual prezzo, ha già prodotto effetti sulla produzione e distribuzione di carburanti e forse anche di cibo, soprattutto per la derelitta Crimea, “liberata” dal giogo ucraino nel 2014 e sottoposta ora ad un blocco feroce in quanto zona direttamente interessata alle operazioni militari
Comunque i dati diffusi dalle due parti in guerra differiscono in modo eclatante, e non consentono, per quel che valgono precisione e attendibilità, di trarre un bilancio attendibile delle rovine belliche, cosa che del resto è ovvio aspettarsi durante una guerra e non deve stupire. Bilancio che comunque appare pesante anche per la Russia, e grava principalmente su piccola borghesia e proletariato, i primi a sostenerne il peso. E lo stesso Presidente russo ha pubblicamente annunciato le difficoltà economiche dovute ai bombardamenti, ed ha promesso risposte dure ed adeguate. È probabile, anche se ufficialmente nulla trapela, che una parte dell’apparato governativo russo spinga per una pace o almeno per una sosta dei combattimenti. Ma la pace non conviene, per ora, a nessuno, fatti salvi i soldati che, da parti contrapposte al fronte, sopportano pene indicibili. Ma loro contano poco per Russia ed Ucraina.
Sicuramente la popolazione ucraina è sottoposta ad una pressione economica e sociale molto superiore, e l’immane debito contratto con i generosi Shylock occidentali costituirà, a guerra chissà quando terminata, un laccio strangolatore per il martoriato paese.
Il tributo di sangue proletario che la guerra pretende per essere alimentata sarà uno strascico pesantissimo per la popolazione della Federazione russa nei tempi a venire e come accadrà in Ucraina, forse a scala maggiore, il dopoguerra sarà caratterizzato, ammesso e non concesso che questa rimanga delimitata nell’ambito attuale, a forti e drammatici sommovimenti popolari che imporranno ai rispettivi governi feroci repressioni per mantenere “l’ordine pubblico”.
Ma senza un forte e radicato Partito Comunista, ripetiamo tanto nella Federazione che in Ucraina, è demenziale presumere che questi possano in alcun modo costituire un detonatore per risvegliare la coscienza di classe del proletariato e “superare i confini nazionali”, come da alcune parti si va immaginando con una imbelle speranza antistorica ed antimarxista. Povera dialettica stiracchiata per i sogni utopici di chi si aspetta una sorta di nuovo 1905. O rinasce il Partito di Classe, o quella del Comunismo rimane un’utopia senza domani. Parimenti riteniamo essenziale per il proletariato di Russia ed Ucraina che rinasca in qualche modo un forte sindacato su basi genuinamente classiste, che è l’altra condizione, anche se meno stringente, ma ugualmente necessaria, della ricostituzione del Partito Politico Comunista di Russia e Ucraina.
Ma questo travalica ampiamente le forze sparute dei compagni russi ed ucraini e soprattutto la rinascita del Sindacato di Classe poggia essenzialmente sulle spalle dei due proletariati. I compagni però dovranno lavorare perché questa prospettiva si sostanzi.
I soldati che torneranno dopo la poco probabile pace non avranno la forza e la decisione per riprendere le armi contro le proprie borghesie. La lezione del 1919 in Germania per questi sognatori della ripresa al termine della guerra è trascorsa invano. Ma è un evento probabile, anche assolutamente contrario per le sorti della Rivoluzione, che il conflitto possa allargarsi e saldarsi ai cento focolai di guerra ed in questo sventurato caso le fiamme di una guerra mondiale potrebbero bruciare la ripresa rivoluzionaria. Si deve aver chiaro che senza il forte, esteso, pervasivo nel corpo sociale, Partito Comunista, non esiste futuro per il proletariato; e forse nemmeno per l’umanità. Ma il nostro indomabile ottimismo rivoluzionario sarà sempre avverso a questa distopia.
Per ora la Federazione russa rivive, nei suoi apparati governativi il sogno della Grande Guerra Patriottica impersonato da Stalin, i partiti ammessi al parlamento russo fanno a gara a chi sostiene con maggior entusiasmo la guerra, anche se innalzano la bandiera rossa della rivoluzione. Intanto oligarchi, borghesi grandi e piccoli lucrano ferocemente sulle spalle dei combattenti e della piccola borghesia i profitti di guerra. Cosa che è sempre avvenuta nel passato, continua nel presente. Parimenti i governanti ucraini e i borghesi che un tempo venivano chiamati dai proletari e dai membri delle classi inferiori, “pescecani di guerra” accumulano ricchezze, che provvedono prudentemente a spostare fuori dai confini nazionali. Mentre i loro omologhi russi hanno difficoltà a fare simile operazione, scottati dal blocco dei loro depositi esteri sulle finanziarie europee. Questo in condizioni di “pace” tra gli Stati sarebbe inconcepibile per l’etica capitalista, ma appunto la guerra è un fatto oggettivo, e le forme ideologiche della proprietà privata sono bellamente disattese. Nulla di nuovo sotto il sole.
Nel frattempo gli Stati europei hanno non ufficialmente chiesto una comica lotta alla corruzione che dilaga in Ucraina, e produce un vorticoso giro di dimissioni nel personale governativo. Senza probabilmente che furti, raggiri e ruberie cesseranno a breve. Anzi sicuramente non cesseranno affatto, ma “conta il principio”. Non c’è dubbio che si svolga una feroce lotta intestina tra le diverse fazioni che occupano la struttura politica e militare ucraina, lotta resa ancora più aspra del rifiuto di indire elezioni, il che consente la permanenza di un personale politico squalificato e compromesso ai vertici governativi.
In Russia invece si pregiano di indire le elezioni previste dalla legge, che consentiranno a chi già esercita il potere politico di continuare a mantenerlo; ma in modo democratico. Quella della democrazia è la truffa più colossale che il mondo borghese, nel suo complesso, abbia orchestrato ai danni del proletariato internazionale. Noi comunisti non ci danniamo certo l’anima per la fine sordida ed ingloriosa di un meccanismo politico che ormai da ben oltre un secolo ha esaurito la sua funzione di rinnovamento delle compagini governative per diventare un infame specchietto delle allodole che garantisce, in tempi socialmente non critici la pace sociale, ed in tempi di tensioni viene rapidamente sostituito dalla aperta dittatura borghese.
Falsa e inesistente l’alternativa elettorale di Russia, ”annerita dalla fuliggine di guerra”, insulsa e assolutamente vuota di contenuti quella di Ucraina, bega tutta interna ai vertici dello Stato.
È possibile che queste manovre ingannatrici preludano ad una sorta di fermata delle armi, prima che il tutto degeneri in un conflitto ben più allargato.
Ma in questo momento non si intravede alcuna possibile soluzione nel nostro senso rivoluzionario.