1946: alle donne italiane venne finalmente concesso il diritto di voto. In occasione dell’ottantesimo anniversario si è voluto festeggiare lo storico evento e non sono mancate rievocazioni di tutti i tipi di questa quasi rivoluzione che finalmente concedeva alla donna gli stessi diritti (più o meno …) del cittadino maschio.
Su una pubblicazione della Camera dei Deputati leggiamo queste parole:
«Il 1° febbraio 1945, a guerra ancora in corso, viene adottata la prima norma che estende il diritto di voto alle donne: si tratta di un primo passo che riconosce alle italiane il „diritto di eleggere”. […] L’ulteriore passo verso la conquista del „diritto ad essere elette” verrà riconosciuto dal decreto del gennaio del 1946 in vista delle elezioni amministrative che si tengono nella primavera e poi nell’autunno dello stesso anno. Per quanto riguarda invece le elezioni per l’Assemblea costituente, un decreto del marzo 1946 completa e integra la normativa precedente riconoscendo l’elettorato passivo a 25 anni. È un primo segnale importante, ma ciononostante, i partiti nell’imminente consultazione elettorale politica per la Costituente presentano ancora un numero abbastanza limitato di candidature femminili. Il 2 giugno 1946 gli italiani sono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica e a eleggere i loro rappresentanti all’Assemblea costituente. Le candidature femminili complessive sono 226: 68 nelle liste del Partito comunista; 29 in quelle della Democrazia cristiana; 16 in quelle del Partito socialista; 14 in quelle del Partito d’Azione; 8 in quelle dell’Unione democratica nazionale; 7 in quelle del Fronte per l’Uomo Qualunque e 84 in altre liste. Su 556 deputati eletti le donne sono 21: 9 comuniste, 9 democristiane, 2 socialiste e 1 del Fronte dell’Uomo Qualunque. Molto diverse tra loro per età, cultura ed esperienze politiche, le prime donne elette seppero dare voce comune nell’ambito dell’elaborazione della Carta costituzionale alle legittime aspirazioni di emancipazione delle donne italiane […] Le 21 deputate elette all’Assemblea costituente partecipano attivamente all’elaborazione del testo della Costituzione. Una significativa testimonianza di questo impegno si ritrova nelle proposte di emendamenti da esse sottoscritte al Progetto di Costituzione. Particolare attenzione è rivolta ai diversi profili delle pari opportunità: a questo tema sono riferiti gli emendamenti all’articolo 48 del Progetto (articolo 51 del testo definitivo) sulla parità di accesso di ambo i sessi agli uffici pubblici e alle cariche elettive che risultano sottoscritti da deputate appartenenti a diversi schieramenti politici. Pur appartenendo a forze politiche molto distanti, le costituenti seppero trovare modi e punti di incontro per fare fronte comune e garantire alle Italiane e agli Italiani eguaglianza di diritti e pari opportunità nella nuova Carta costituzionale dell’Italia democratica entrata in vigore il 1° gennaio 1948».
A parte il fatto del gruppo puramente simbolico di „madri della costituzione”: 21 su un totale di 556, ossia meno del 4%, ci vuole un bel coraggio a dire che queste seppero «garantire alle italiane e agli italiani uguaglianza di diritti e pari opportunità».
Il voto alle donne avrebbe potuto essere un atto quasi rivoluzionario se fosse passato il disegno di legge presentato dal deputato Salvatore Morelli nel lontano 1875; e che portava il seguente titolo: „Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti civili e politici”. Ma il democratico parlamento liberale non si prese mai la briga nemmeno di portare in discussione tale progetto di legge.
Nel 1945/46 il voto concesso alle donne partì da un concetto niente affatto progressista, anzi, diciamo pure conservatore. La monarchia puntava sul voto femminile per una sua vittoria al referendum istituzionale e la reazionaria borghesia italiana puntava sul voto femminile per la salvezza dal pericolo social-comunista. Infatti lo slogan «nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no!» e i cartelli affissi alle porte di tutte le chiese che minacciavano di scomunica chi avesse votato comunista, erano rivolti essenzialmente all’elettorato femminile.
Ma a parte queste considerazioni che l’elettorato attivo e passivo concesso alle donne non rappresentasse neanche lontanamente una parità di diritti tra i due generi lo si può dimostrare dal permanere ancora per decenni di leggi di vergognosa discriminazione e umiliazione nei confronti del genere femminile.
Scrivemmo nel n. 81 della nostra rivista „Comunismo”:
«La Costituzione si portava dietro le peggiori infamie del Codice Rocco: l’art. 559 riguardante la reclusione fino a due anni della „moglie adultera” (per dichiarare illegittimo questo articolo ci vollero due sentenza della Corte Costituzionale; la n. 126 del 19 dicembre 1968 e la n. 147 del 3 dicembre 1969); l’art. 587 concernente il delitto d’onore che riduceva la pena per l’uccisione della moglie, della figlia o della sorella „nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale”; l’art. 544 secondo cui il matrimonio riparatore estingueva la pena dovuta a violenza carnale, un modo semplice per acquistare una schiava a vita con il mezzo dello stupro. Questi due ultimi furono abrogati nel 1982 con legge 442 del 1981, 33 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione».
Ma, come si dice, non si può pretendere di avere tutto e subito. Il voto borghese concesso alle donne e la nomina di 21 „madri costituenti”, queste sì che erano conquiste da considerare „storiche”!
La posizione comunista sul voto alle donne, anzi specificamente sul voto in generale, la ricaviamo da un articolo tratto dal quotidiano del Partito Comunista d’Italia in cui si liquida il concetto borghese di suffragio universale, per riaffermare il concetto opposto di „voto” di classe, di cui riportiamo qui un ampio estratto.
«LE DONNE E IL DIRITTO DI VOTO»
«Quelle signore che hanno fatto affiggere sui muri di Milano una carta mondiale con la indicazione in iscuro dei paesi ove il voto delle donne è una legge di Stato, hanno avuto l’intuito assai facile di segnare entro i limiti geografici della Russia Soviettista un bel punto interrogativo. Vogliono una risposta, evidentemente, le baronesse del comitato delle suffragiste italiane. Ebbene: le loro amiche russe non hanno diritto di voto nella Repubblica comunista. La partecipazione alla vita politica non può essere concessa se non a coloro che lavorano, materialmente o intellettualmente, e che compiono un lavoro produttivo. Agli antichi parassiti, granduchi o baroni o grossi capitalisti spodestati od alle loro non sempre gentili donne, i diritti politici sono contestati. Si rammarichino e continuino la loro azione nei paesi latini per conquistare il diritto di voto, ma, vedete caso, la lotta per la conquista di tutti i diritti già goduti dagli uomini e che debbono portare la donna allo stesso grado di dignità occupato dagli uomini, fu sempre combattuta dai partiti sovversivi, ed [una riga mancante] i partiti costituzionali hanno sempre negato il voto alle donne sebbene in ogni convocazione di comizi elettorali abbiano spifferato a mezzo dei loro oratori una falsa simpatia per i problemi politici femminili. Può darsi che la nuova Camera discuta ed approvi il progetto di legge ereditato da tutte le legislature: noi non lo crediamo. Ad ogni modo noi non potremmo accettare il principio del voto esteso a tutte le donne. Per le stesse ragioni che ci fanno essere avversi alla estensione del diritto di voto agli uomini che vivono dell’altrui lavoro. Tutte le baronesse dei comitati suffragisti dovrebbero essere escluse da qualunque diritto politico. È falso che coloro che vivono entro uno stesso Stato per tale fatto abbiano gli stessi diritti. La vita e la ricchezza di un popolo sono frutto del lavoro. Se uno Stato è forte deve la sua forza alla operosità delle classi lavoratrici, senza le quali la vita non è possibile. Ove possa raggiungersi la generalizzazione del lavoro ivi il suffragio universale (veramente tale) può applicarsi.
«Nella Russia comunista si va man mano raggiungendo; ma il suffragio universale non esiste ancora, perché rimangono tutt’ora reliquati di dominio borghese, dato che la rivoluzione non si conclude in 24 ore, e coloro che rilevano con sciocca ironia che il comunismo nella Russia non fu ancora attuato non sono in grado di comprendere le leggi del gradualismo marxista e con essi è tempo perduto polemizzare. La donna che ha il diritto di partecipare alle elezioni politiche ed amministrative è la operaia, la contadina, la impiegata, la donna di casa, e quella che Turati, con una frase cruda e molto veritiera, chiamò la salariata dell’amore.
«Non si offendano le signore dei Comitati femminili pro suffragio universale. Senza l’ombra di ironia, senza il più lontano intendimento di mancare rispetto alla loro onestà bisogna che noi dimostriamo per quali ragioni esse non abbiano gli stessi diritti sociali delle lavoratrici e delle prostitute. […]» (Il Comunista, 19/05/1921)
L’accordo USA-Iran, che almeno per il momento attenua la crisi mediorientale, fa ritornare la guerra in Ucraina al centro delle questioni discusse tra i capi dei Paesi del G7 al vertice di Evian di metà giugno. Presente anche Zelensky, è stato confermato il sostegno all’Ucraina ed è stata valutata la possibilità di ritornare alle sanzioni contro il petrolio russo. L’ottimistica previsione di una tenuta degli accordi con gli iraniani, che permetterebbe al petrolio mediorientale di scorrere attraverso lo Stretto di Hormuz, renderebbe in tal modo possibile riprendere a colpire la Russia.
La guerra mantiene lo stesso copione che si è imposto con la presidenza Trump: mentre di facciata continuano a circolare intenti di trattative con Mosca per fermare la guerra, „la Russia deve fare un accordo” ha detto Trump al G7, la guerra continua, con i suoi costi scaricati sugli europei e con gli ucraini a fornire la carne da cannone, mentre gli americani incassano oggi dagli acquisti di armi per l’Ucraina e si tengono pronti per la spartizione del bottino ucraino con gli stessi russi una volta giunti alla necessità di dover fermare il conflitto.
Non ci sono patrie da liberare da aggressioni imperialiste, secondo la vulgata dei sostenitori di Kiev, né tantomeno lotte antifasciste, secondo quella dei campisti filorussi, quella ucraina è una guerra imperialista, di spartizione, per il controllo di territori e risorse, per la definizione di sfere di influenza.
D’altronde, il coinvolgimento nella guerra ucraina, in corso da ormai oltre quattro anni, ha costi elevati, e solo una spartizione del bottino di guerra può garantire un vantaggioso ritorno economico per i briganti coinvolti.
I numeri del sostegno all’Ucraina
Secondo i dati forniti dal Kiel Institute, che dal febbraio 2022 monitora e aggiorna le statistiche relative al supporto all’Ucraina, gli Stati Uniti hanno sostenuto l’Ucraina con 115 miliardi di euro. Tali aiuti sono stati principalmente di natura militare, pari quasi a 65 miliardi. Gli USA si posizionano al primo posto tra i sostenitori dell’Ucraina per l’invio di sistemi di lancio missilistico (HIMARS), obici per un valore di quasi un miliardo, veicoli da combattimento per la fanteria (Bradley), mentre è al secondo posto dopo la Germania per l’invio di sistemi di difesa aerea e al quinto posto per la fornitura di carri armati, dove prevale di gran lunga l’impegno polacco ed è superata anche da Paesi Bassi, Danimarca e Germania.
Il sostegno americano però si interrompe con l’arrivo di Trump. Tra gennaio e febbraio del 2025 si registrano meno di mezzo miliardo di aiuti, per poi azzerarsi nei mesi successivi.
I dati relativi all’anno 2025 vedono quindi un crollo del 99% degli aiuti da parte degli USA, in gran parte compensati da maggiori stanziamenti da parte dei Paesi europei che, nonostante l’assenza del sostegno americano, hanno permesso al totale degli aiuti militari di calare solo del 13% rispetto alla media annua tra il 2022 e il 2024, e solo del 5% gli aiuti finanziari e umanitari. Ma è stato necessario un significativo incremento da parte europea, ben il 67% in più relativamente alla media per gli aiuti militari del periodo tra il 2022 e il 2024 e il 59% in più per gli aiuti finanziari e umanitari.
L’Unione Europea è la principale fornitrice degli aiuti finanziari e umanitari, la cui quota è cresciuta dal 50% del 2022 a quasi il 90% del 2025, il che determina una redistribuzione tra i Paesi membri in base alla loro quota di PIL. In questo contesto, si inserisce anche il prestito di 90 miliardi concordato in ambito UE.
Invece, gli aiuti militari dipendono dall’impegno dei singoli Paesi europei, segnando un divario netto tra gli Stati dell’Europa settentrionale e occidentale, che hanno garantito ben il 95% degli aiuti militari, e quelli dall’Europa meridionale e orientale, che sono addirittura diminuiti.
Dai dati relativi al 2025 appare chiaro che il costo della guerra è stato del tutto scaricato dagli americani sulle spalle degli europei. Non solo, gli Stati Uniti incassano anche con le commesse militari che gli europei pagano per le armi da inviare in Ucraina, attraverso il cosiddetto PURL, un meccanismo adottato dalla NATO secondo il quale i sostenitori dell’Ucraina hanno acquistato armi dagli USA per un totale di 3,7 miliardi di euro nel 2025.
I dati relativi ai primi mesi del 2026 confermano il disimpegno americano e fanno registrare un elevato livello di sostegno militare all’Ucraina da parte dei Paesi europei. Mediamente, tra gennaio e aprile 2026, gli Stati europei hanno stanziato aiuti militari pari a circa 2 miliardi di euro al mese, inferiori alla media del 2025 di 2,4 miliardi, ma nettamente superiore ai livelli tra il 2022 e il 2024. Solo tra marzo e aprile 2026, la Germania ha stanziato 4,2 miliardi di euro in aiuti militari, principalmente per la difesa aerea e i droni.
I primi mesi del 2026 si caratterizzano proprio per un incremento degli aiuti militari legati ai droni, passati da 400 milioni di euro nel 2022 a 1 miliardo di euro nel 2024 e 1,2 miliardi di euro nel 2025, per arrivare a circa 1,6 miliardi di euro nei soli primi quattro mesi del 2026.
Complessivamente, finora gli europei hanno investito nella guerra in Ucraina quasi 215 miliardi!
La Germania, in particolare, è tra gli imperialismi che hanno imboccato apertamente la svolta bellicista. La guerra in Ucraina ha portato ad un mutamento dell’atteggiamento dell’imperialismo tedesco. Fin dall’inizio, abbiamo individuato una delle caratteristiche della guerra imperialista in Ucraina nell’essere una guerra contro l’Europa e in particolare contro la Germania, che ha subito la distruzione del legame energetico con la Russia, dal quale ha tratto forza la sua industria. Con il vertiginoso aumento dei prezzi energetici è andata in crisi l’industria tedesca. Da qui, la via d’uscita della borghesia tedesca è la riconversione bellica della sua industria, in sostanza carri armati al posto di automobili.
Il riarmo della Germania è accompagnato anche da una revisione della sua strategia bellica, che individua nella Russia la principale minaccia. L’obiettivo è di sviluppare il maggiore esercito europeo, puntando ad incrementare le attuali 185 mila unità a un minimo di 460 mila entro il 2035, di cui 260 mila soldati attivi e 200 mila riservisti, rendendo inevitabile una nuova svolta dell’attuale servizio militare a base volontaria, che vada nella direzione dell’introduzione dell’obbligo militare.
L’imperialismo tedesco ha però bisogno di tempo per mettere a punto la sua macchina bellica, così mantiene viva la guerra in Ucraina attraverso cospicui finanziamenti a Kiev, tanto che ormai la Germania è il primo Paese al mondo per quanto riguarda gli aiuti all’Ucraina.
Questi dati presi dalle statistiche borghesi, dal punto di vista comunista e rivoluzionario ben rappresentano il carattere imperialista della guerra, con i briganti europei e americani che a suon di centinaia di miliardi non si fanno alcuno scrupolo a combattere la Russia fino all’ultimo ucraino, con la differenza che mentre l’imperialismo americano sta già incassando dalle commesse militari e dalla dipendenza energetica dell’Europa, costretta ad acquistare il costoso gas americano, e può accettare di concludere un accordo con la Russia spartendosi quello che resta dell’Ucraina, gli europei sono costretti ad andare fino in fondo nella lotta contro la Russia per recuperare „l’investimento” del sostegno all’Ucraina.
La guerra della Russia
I miliardi delle borghesie occidentali che hanno inondato l’Ucraina per sostenerla nello sforzo bellico non sono stati l’unico strumento contro la Russia, ma accanto alla guerra sul campo si è combattuta una guerra economica, fatta di sanzioni, che avrebbero dovuto piegare l’economia russa. Sebbene indebolita, l’economia russa non è crollata, avendo trovato ad Oriente, Cina soprattutto, acquirenti delle sue risorse energetiche. In tal modo, si è rafforzato il legame tra Russia e Cina, e dato che la capacità della Russia di continuare la guerra in Ucraina è strettamente legata alle esportazioni dei suoi idrocarburi, è proprio in virtù del legame energetico con la Cina che può continuare la guerra. La Cina di fatto ha sostenuto l’impresa bellica russa.
In Occidente politici e pennivendoli nella loro crociata antirussa si prodigano in analisi volte ad enfatizzare come la guerra in Ucraina abbia reso Mosca dipendente da Pechino. Nei fatti, entrambi traggono vantaggi reciproci dal loro legame, da una parte, per la Russia ormai la Cina rappresenta il principale sbocco commerciale, pari a circa il 35% del suo commercio estero, dove può riversare quegli idrocarburi che precedentemente scorrevano verso Ovest; dall’altra, la Cina ottiene energia a prezzi scontati, diminuendo la sua dipendenza da approvvigionamenti più rischiosi, come recentemente hanno dimostrato gli eventi mediorientali.
Questi due briganti imperialisti sono spinti a marciare insieme contro le potenze imperialistiche dell’Occidente, non per le farlocche teorie dei sognatori di „mondi multipolari”, ma perché hanno bisogno l’uno dell’altro, prima di tutto dal punto di vista economico e in seguito dall’andamento della contesa imperialistica mondiale, trovandosi la Russia impegnata in una guerra sul suo fronte occidentale e la Cina circondata da potenze ostili allineate all’imperialismo americano ad Est. Ma si tratta appunto di briganti imperialisti, disposti ad accordarsi tra loro per far fronte contro i comuni nemici, ma pur sempre ognuno pensando alla propria parte di bottino. Il recente incontro di Putin e Xi in Cina ne è la dimostrazione. Sono oltre venti gli accordi economici siglati a maggio ma manca all’appello quello sul gasdotto Power of Siberia 2, con la Cina che prende tempo e tratta sui prezzi delle forniture di gas.
La Russia, oltre alle difficoltà sul versante dell’economia, deve far fronte anche a quelle che riguardano l’andamento delle operazioni militari. La massiccia diffusione al fronte dell’utilizzo dei droni impedisce assembramenti di uomini e mezzi, rendendo estremamente lenta, difficoltosa e sanguinosa l’avanzata russa. Ma, anche se lentamente, l’esercito russo continua ad avanzare nel Donbass, dove la battaglia urbana di Kostyantynivka volge a suo favore.
A continuare è quindi quella guerra di logoramento che necessita di grandi quantità di carne da cannone da una parte e dall’altra del fronte.
I droni, però, vengono impiegati dall’Ucraina anche per attaccare in profondità il territorio russo, ormai anche oltre mille chilometri, riuscendo a colpire obiettivi economicamente rilevanti, come impianti industriali ed energetici. Gli attacchi ucraini in territorio russo causano quindi sia danni al complesso militare-industriale, colpendo lo stesso sforzo bellico della Russia, che alla sua economia, provocando danni al settore energetico. I successi di questi attacchi sono determinati dal coinvolgimento dei Paesi NATO, con gli europei che ormai partecipano direttamente alla produzione di droni, in quegli impianti industriali europei, al riparo per il momento dagli attacchi russi, dove vengono prodotti quei droni per l’Ucraina che vengono utilizzati per colpire la Russia in profondità.
Indispensabile per questi attacchi profondi è il sostegno logistico ed informatico che l’intelligence degli Stati europei fornisce ormai senza riserve all’esercito ucraino, sostegno senza il quale questi precisi e micidiali attacchi non potrebbero assolutamente aver luogo. Appare chiaro che la Russia è in guerra, prima che con l’Ucraina, con le potenze europee.
Il massiccio utilizzo di droni e missili è la soluzione delle borghesie europee per far deragliare eventuali accordi e far continuare la guerra, evitando al contempo un coinvolgimento diretto nel conflitto. Ma ormai questa situazione è sempre meno tollerata a Mosca e sta determinando il manifestarsi di disaccordi in merito all’atteggiamento considerato troppo morbido dall’attuale vertice politico russo. Si parla apertamente di „linee rosse” superate, si invocano attacchi direttamente contro i Paesi europei e addirittura dell’utilizzo dell’atomica.
Ogni mostro imperialista ha i suoi „falchi”. Al momento prevale ancora il tentativo dei principali imperialismi di prepararsi al meglio per affrontare una grande guerra, accrescendo la propria preparazione militare, impossessandosi dei nodi strategici, mettendo le mani su flussi energetici. Ma la strada è segnata, il vecchio ordine non è più corrispondente ai rapporti di forza tra gli imperialismi maturi e quelli giovani, determinando una contesa mondiale che marcia verso l’inevitabile scoppio di una guerra generale, unico modo che ha il capitalismo giunto nella sua fase imperialistica di determinare una nuova spartizione del mercato mondiale.
Il nostro internazionalismo
Dinanzi alle guerre in corso e alla prospettiva dell’allargamento fino a quella generale, il proletariato mondiale, per non finire a fare da carne da cannone nelle guerre imperialiste, deve rigettare ogni direzione e inquadramento borghesi, smascherando al contempo anche, e soprattutto, quelle „parole d’ordine” che provengono da organizzazioni falsamente proletarie e comuniste che, indipendentemente dal grado di coscienza di chi le lancia, finiscono per schierare il proletariato al fianco della propria borghesia, costituendo un formidabile strumento per sopprimere qualunque tentativo di indipendenza politica del proletariato nei confronti della classe nemica.
Tutte le „parole d’ordine” relative alla guerra in Ucraina, che non siano quelle delle fraternizzazioni al fronte e della trasformazione della guerra tra Stati in guerra tra classi, si collocano perfettamente dentro una prospettiva di difesa nazionale, il cui unico scopo è quello di assoggettare i proletari al carro della propria borghesia, trascinandoli in una guerra per la difesa di interessi prettamente capitalistici.
Parole d’ordine come la difesa dell’Ucraina dall’aggressione dell’imperialismo russo o la lotta al fascismo di Kiev, sbandierate da false organizzazioni comuniste, per quanto apparentemente antitetiche, dal punto di vista del marxismo rivoluzionario sono fatte della stessa sostanza opportunista, è politica borghese che viene introdotta nel campo proletario, nemica della rivoluzione comunista e pertanto pilastro del dominio capitalista.
I veri internazionalisti di oggi non hanno nulla da aggiungere o rivedere rispetto alle lotte di oltre un secolo fa, quando nel corso del primo macello mondiale, mentre i capi socialdemocratici avevano tradito la classe operaia schierandosi a fianco della propria borghesia, gli internazionalisti di allora gridarono „il nemico è in casa nostra!”. Un esempio chiaro di quale deve essere la posizione degli internazionalisti rispetto alla guerra e, in particolare, a parole d’ordine quali la „difesa della patria”, arnese sempre presente nella cassetta degli attrezzi dell’opportunista che si schiera a fianco della propria borghesia, lo troviamo ne „La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”, Lenin:
«La guerra non cessa di essere imperialistica quando i ciarlatani o i parolai o i filistei piccoli-borghesi lanciano una melliflua „parola d’ordine”, ma solo quando la classe, che conduce questa guerra imperialistica ed è legata ad essa da milioni di fili (se non di cavi) economici, viene di fatto rovesciata e sostituita al potere dalla classe realmente rivoluzionaria, dal proletariato. Non c’è altro modo di uscire da una guerra imperialistica o, anche, da una pace imperialistica di rapina».
I criminali e sanguinari disegni del capitalismo israeliano per cacciare dai territori di loro interesse tutti i palestinesi ancora laggiù insediati, sono stati ben pianificati e sono in progressiva fase di realizzazione da parte di quella banda governativa capitanata dal suo Primo ministro Benjamin Netanyahu, ben coadiuvato in questo infernale piano dal ministro per la Sicurezza nazionale Ben-Gvir.
La spinta più devastante a questo piano è avvenuta come reazione vendicativa al massiccio attacco a „sorpresa” organizzato lo scorso 7 ottobre 2023 da Hamas che ha provocato la morte e il rapimento come ostaggi di centinaia e centinaia di civili e militari israeliani sul quale è opportuno essere precisi e taglienti. Che l’evento dell’ottobre 2023 sia stato una sorpresa per il governo e lo Stato israeliano è cosa che è pari al volo degli asini.
Questa evidenza è stata sottaciuta con la consueta pudicizia da parte di tutto l’apparato informativo di qualsivoglia schieramento e questo è ovvio e naturale, considerato il muro assoluto di menzogne e silenzi omertosi che è stato eretto dalla stampa e da tutti gli altri sistemi di diffusione del mondo borghese all’indomani dell’atto disperato e militarmente insensato.
Certo non è credibile che un sistema informativo potente ed organizzato come quello dello Stato israeliano non sapesse nulla di un attacco armato che si preparava oltre un confine da lui stesso eretto e indubbiamente controllato in modo stretto e pervasivo da chissà quante spie reclutate tra gli stessi palestinesi.
Ed infatti qualche tempo dopo, ad operazione di rappresaglia israeliana scatenata con ferocia e determinazione, da parte di molta stampa europea ed extraeuropea c’è stata una parziale ammissione: si viene a sapere che erano ben conosciuti e descritti tutti i movimenti militari che hanno portato al disperato attacco; solo che tutta questa massa di informazioni, prive di una data „certa” – così hanno riportato anche le fonti israeliane di intelligence – non sono state prese in adeguata considerazione e, ancorché certe, trascurate in attesa di altre prove.
Insomma, una superficialità che ha permesso il massacro di tanti giovani israeliani; e questa è la serietà del meccanismo di informazione pubblica degli Stati. Un po’ di verità è venuta fuori, ma quanto basta per celare la probabile e più grave verità.
E di fronte a queste evidenze, enunciate sommessamente e a denti stretti dalla stampa internazionale, può venire il sospetto che il „casus belli” sia stato costruito a tavolino per farla finita una volta per tutte con il „bubbone” di Gaza.
Anche su Hamas la stampa mondiale non ha potuto esimersi dal metter su un adeguato schermo di mezze verità e sottaciuti fatti, a esclusivo scopo di denunciarne la (per altro vera) natura terroristica, senza però spiegare il processo storico che ha portato alla nascita, sviluppo e finanziamento di quella organizzazione.
Hamas è il movimento politico-militare che vinse le elezioni che si tennero all’interno della Striscia di Gaza, territorio con due milioni di palestinesi che ancora oggi amministra, controlla e sostiene anche economicamente. Si tratta di una delle aree più densamente popolate al mondo: più o meno quattromila persone per chilometro quadrato, ma di fatto è un campo di concentramento a cielo aperto.
Elezioni che Israele si è ben guardato dal denunciare o da sabotare. Nei fatti un’organizzazione che è stata aiutata a crescere e diventare egemone proprio da Israele, usata spregiudicatamente contro la precedente organizzazione palestinese, la OLP ed altre minoritarie frange non confessionali.
Nel suo statuto del 1988, Hamas affermava che la Palestina è una patria islamica che non avrebbe mai potuto essere ceduta a non musulmani e che condurre una „guerra santa” per sottrarre il controllo della Palestina a Israele era un dovere religiosoper i musulmani palestinesi.
Decine di Paesi, tra cui Israele, Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito, hanno designato Hamas come organizzazione terroristica, anche se alcuni per varie opportunità, si riferiscono solo alla sua ala militare.
Con il pretesto di sradicare definitivamente i terroristi di Hamas e tutte le sue organizzazioni territoriali che controllano la Striscia di Gaza, il capitalismo israeliano ha immediatamente dichiarato guerra totale al gruppo e ha iniziato pesanti bombardamenti su Gaza, ed ordinato un”assedio totale” della Striscia, interrompendo le forniture di energia elettrica, carburante, cibo ed acqua.
Questi bombardamenti avevano e ancora hanno lo scopo di distruggere la sterminata rete di tunnel sotterranei scavati sotto quel territorio che secondo alcune stime israeliane sono un migliaio e si sviluppano per un centinaio di chilometri.
Le prime rudimentali gallerie nel territorio sottostante la Striscia furono scavate alla fine degli anni Ottanta quando le forze armate israeliane occupavano militarmente la Striscia e gli scavi continuarono anche dopo il 2005, quando il Primo ministro israeliano Ariel Sharon ordinò la ritirata dell’esercito israeliano che la occupava militarmente, dando la falsa impressione di una „liberazione” del territorio, per una „libera” enclave palestinese.
L’anno successivo Hamas vinse le elezioni e nel 2006 iniziarono i lavori per l’ampliamento e l’ammodernamento di quella fitta rete chiamata anche „la metropolitana di Gaza” attraverso la quale transita in entrambe le direzioni tutto quanto è funzionale alla realizzazione dei piani di Hamas: uomini, materiali, armamenti e rifornimenti di ogni tipo.
Nel 2014 l’esercito israeliano invase ancora l’enclave col dichiarato scopo di distruggere la rete di tunnel provocando la morte di alcune migliaia di palestinesi tra militanti di Hamas, ma per la maggior parte semplici civili.
Nonostante i vari bombardamenti israeliani e i sabotaggi egiziani, che temevano e tuttora temono di dover subire ritorsioni da parte del governo di Tel Aviv, come pure un massiccio esodo di disperati palestinesi in Egitto, la rete è sempre stata ricostruita nonostante gli israeliani abbiano cercato di impedirne l’espansione costruendo a loro volta un muro sotterraneo lungo 65 chilometri e profondo decine di metri.
Mentre le cancellerie del mondo „civile” malamente nascondono il compiacimento per il „lavoro sporco” fatto da Bibi Netanyahu nel tentativo di distruggere questa imponente rete di „terroristi islamici”, le televisioni e i giornali si dilungano nel documentare le distruzioni di quanto ancora rimane in piedi dopo anni di bombardamenti e le dolorose privazioni cui sono sottoposti i gazawi. Costoro non sanno dove andare perché nessun paese „civile” li vuole accogliere e sono costretti a spostarsi continuamente tra aree già devastate dai bombardamenti mentre l’esercito israeliano procede alla „bonifica” della porzione di territorio assegnato che, secondo le autorità sanitarie locali, in quest’ultima fase ha provocato oltre 65 mila morti.
È naturale che se forte fu l’indignazione pubblica per la strage del 7 ottobre, anche se controversa per la pregressa storia della nascita ed espansione dello stato d’Israele, ben più forte e decisamente generalizzata è l’indignazione per la strage che si trascina da anni contro i disperati gazawi che dipendono totalmente ed esclusivamente dall’assistenza „umanitaria” di alcune agenzie internazionali autorizzate. Nel tempo sono state escluse istituzioni religiose e caritatevoli accusate o semplicemente sospettate di qualche connivenza con organizzazioni terroristiche. Di fatto la Striscia di Gaza è completamente isolata da ogni iniziativa esterna.
Ed è altrettanto naturale che nel grande e agitato mare dell’indignazione siano tutt’ora presenti diverse correnti e tentativi di portare un qualche rimedio a tanta sofferenza ponendosi lo scopo di fornire indispensabili aiuti umanitari ai disperati della Striscia e soprattutto per tener desta alla scala mondiale la coscienza di un massacro studiato e pianificato per risolvere una volta per tutte l’ingombrante e pericolosa „questione palestinese”.
Tra questi tentativi è stata recentemente pubblicizzata e ampiamente documentata l’avventurosa spedizione della Global Sumud Flotilla (GSF) che, leggiamo dal sito di Difesa online:
«è una coalizione internazionale non governativa di oltre 50 imbarcazioni civili, con partecipanti provenienti da 44 paesi, formatasi nell’estate 2025. Il termine sumud (in arabo, „resistenza ferma” o „perseveranza”) richiama la tenace volontà di resistere di fronte alle avversità. L’obiettivo dichiarato della flottiglia è sfidare il blocco navale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza – un assedio in vigore da 18 anni – per consegnare aiuti umanitari urgenti ai palestinesi e creare un corridoio umanitario dal basso, guidato dalla società civile. Questa iniziativa costituisce la più grande missione marittima di solidarietà verso Gaza mai organizzata, con centinaia di attivisti, medici, giuristi, parlamentari e volontari uniti dal motto: „l’assedio e il genocidio devono finire».
Poco più avanti ci spiegano che
«l’azione pacifica di questa flotta civile intende non lasciare che Gaza venga dimenticata”. La Flotilla incarna dunque una forma di diplomazia dal basso: una pressione esercitata dall’opinione pubblica globale e dalla società civile per spingere Israele e la comunità internazionale ad affrontare l’emergenza umanitaria. Secondo osservatori indipendenti e relatori delle Nazioni Unite, infatti, la nascita di questa iniziativa è conseguenza del fallimento della comunità internazionale nel porre fine all’illegale blocco di Gaza, evidenziando come la Flotilla riempia un vuoto lasciato dall’inazione diplomatica tradizionale».
Come dire: fatevi da parte voi inetti e ben stipendiati funzionari di ogni rango e livello, tanto dell’Occidente che del variegato mondo arabo, adesso arriviamo noi!
Ovviamente non viene mai posto o affrontato il perché ciò perduri da tanti anni nonostante i tanti proclami e le promesse di aiuto da tutte le parti coinvolte.
Dalla nostra rivista semestrale „Comunismo” n° 12/1983: „Lezione marxista della formazione di stati e delle lotte sociali in Medio Oriente”, leggiamo al punto 2 nell’appendice: „Punti fermi sulla questione medio-orientale”:
«La nascita dello Stato d’Israele, se da una parte rispose alla necessità dell’imperialismo di crearsi una solida testa di ponte, rappresentò dall’altra un decisivo fattore di rottura dell’equilibrio politico e della struttura economica arretrata della regione. La borghesia israeliana, ricca di capitali, conoscenze tecniche, manodopera altamente qualificata, si mosse ubbidendo non ad una pretesa „dottrina sionista” ma alle leggi ferree del capitalismo. Un capitalismo giovane che svolse il suo ciclo caratteristico ben noto alla scuola marxista: esproprio forzato dei contadini poveri, complici le classi possidenti arabe; aggressività verso gli Stati arretrati vicini e conquista di nuovi territori strategicamente ed economicamente importanti; nascita di una industria moderna e formazione di una massa di puri proletari».
La borghesia israeliana ha portato avanti questo progetto freddamente, senza alcuna esitazione, incurante di ogni obiezione esterna, confermando che non esiste e non può esistere un „capitalismo dal volto umano” con buona pace di tutte le anime buone e pie di ogni latitudine.
Dal 2008 alcune imbarcazioni della Freedom flotilla coalition (Ffc) sono riuscite a forzare il blocco navale di Gaza e due di esse del Free Gaza movement, fondato nel 2006, riuscirono a raggiungere Gaza. Negli anni successivi altre 5 imbarcazioni riuscirono in qualche modo a forzare il blocco e ad approdare alla Striscia.
Dal 2010 decine di imbarcazioni hanno provato a raggiungere Gaza ma sono state tutte intercettate dalla marina israeliana.
Il caso più drammatico è avvenuto il 31 maggio 2010 quando la Mavi Marmara, la nave passeggeri turca di 93 metri, che fungeva da „ammiraglia” della Freedom Flotilla composta da 6 imbarcazioni di varie dimensioni per un totale di 600 attivisti che cercavano di violare il blocco navale, fu abbordata dalle truppe speciali israeliane trasportate da elicotteri e imbarcazioni veloci, mentre si trovava a 200 km a nordest di Gaza e a 64 km dalla costa.
A seguito del duro scontro avvenuto con gli attivisti armati con mezzi di fortuna e le forze speciali rimasero uccisi 8 cittadini turchi e un americano di origine turca, con 60 feriti provocando 10 feriti tra gli israeliani.
L’episodio causò un duro scontro tra Turchia e Israele, seguito da un deterioramento delle relazioni diplomatiche. Nel 2016 avvenne una riconciliazione tra le parti, quando Israele pagò una compensazione di 20 milioni di dollari ai familiari delle vittime.
Non ci lasciamo certo coinvolgere dalle numerose diatribe forensi riferentesi al „Manuale di San Remo”, terminato nel 1994 da un gruppo di esperti del diritto marittimo e di legislazione umanitaria, riguardante il riallineamento delle leggi internazionali applicabili al diritto marittimo sulle aree sottoposte a conflitti armati quando sono coinvolti convogli umanitari.
Il dibattito tra l’applicazione del paragrafo 60E sull’obbligo di arrestare la navigazione per controlli e il successivo paragrafo 47C riguardante i convogli umanitari, è assolutamente ipocrita. Non solo sul mare, ma ovunque, in questi casi, quando al diritto internazionale si contrappone quello di chi ha il cannone più potente.
Nel mese di giugno e luglio 2025 ci sono stati due altri tentativi di raggiungere Gaza per consegnare aiuti via mare, ma sono stati entrambi bloccati dalla marina israeliana. Prontamente Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir ha presentato un piano per neutralizzare ogni futuro tentativo di arrivo da parte di attivisti etichettati come terroristi. Come deterrente ha stabilito che tutti i „terroristi” arrestati saranno condotti nelle tristemente note carceri di massima sicurezza israeliane di Ketziot e Damon e sottoposti ad un ferreo regime duro.
Dopo la triste esperienza della Mavi Marmara, l’organizzazione della Flotilla ha distribuito un manualetto ai partecipanti della spedizione dello scorso settembre su come comportarsi nel certo caso di abbordaggio e qualsivoglia contrasto con le forze israeliane, perché, come ha riferito una responsabile: „Abbiamo paura per la nostra incolumità, ma ci facciamo coraggio. Il popolo palestinese ce lo insegna”. Comunque è stato messo a disposizione anche un team di legali pronti ad assistere gli attivisti in caso di fermo.
Inascoltati anche i suggerimenti di varie cancellerie europee, tra cui quella italiana, agli attivisti che proponevano di consegnare il carico degli aiuti permessi alle organizzazioni israeliane e internazionali autorizzate che successivamente, via terra, li avrebbero recapitati ai vari centri di distribuzione. È da notare che nella lista delle merci proibite risulta anche il cemento che secondo Israele verrebbe sicuramente utilizzato da Hamas per la ricostruzione dei tunnel danneggiati.
Con ironia è stato sottolineato che queste spedizioni rispondono solo minimamente alla causa umanitaria, mentre si tratterebbe di una decisa provocazione politicizzata. Infatti le circa 2 tonnellate complessive di aiuti dichiarati dalla GSF nella spedizione del 2025, rappresentano una quantità decisamente inconsistente sul piano degli aiuti materiali necessari ai gazawi, pari a meno di un decimo di un carico di un singolo camion umanitario. A Gaza ogni giorno normalmente entrano dal valico egiziano 300 camion di aiuti.
Infatti, secondo l’Organizzazione americana di aiuti per Gaza, la „GHF”, dal 27 maggio scorso ha fornito una media di 2,7 milioni di pasti al giorno, pari a circa 845 tonnellate giornaliere, quantità assolutamente irraggiungibili da una flottiglia di piccole imbarcazioni dai 12 ai 16 metri con volontari mal preparati per una navigazione di quella durata e senza adeguato supporto tecnico e logistico, al punto che alcune di queste son dovute rientrare o non sono ripartite dai porti intermedi.
Chi si è addentrato nel difficile computo costi-benefici si è trovato di fronte a questo incerto risultato pubblicato online che qui sinteticamente riportiamo.
Sommando le voci della lista dell’operazione: costo delle 50 imbarcazioni comprese alcune più grandi come supporto ancora adatte a quel tipo di navigazione pari a circa 5 milioni di euro, il carburante per la lunga navigazione mediterranea stimato in circa 10 milioni di euro, le provviste di bordo, i servizi portuali e al lungo elenco di tutto quanto necessario alla spedizione, alla fine si sfiorano i 25-30 milioni di euro. Tutte le imbarcazioni non affondate sono state sequestrate, smantellate e quelle ancora in buono stato sono state riconvertite e date ai pescatori locali.
Sono state molto importanti e adeguatamente affrontate dagli organizzatori le complesse questioni legali, che qui non vogliamo trattare, relative alla proprietà, agli armatori delle imbarcazioni e la questione critica delle bandiere nazionali delle imbarcazioni più grandi, le ritorsioni diplomatiche minacciate da Israele e le assicurazioni marittime per una navigazione che le varie compagnie definiscono con „rischi ad altissimo coefficiente”.
La complessa macchina burocratica necessaria al funzionamento dell’operazione dimostra che la sfida della Flottiglia non si è sviluppata solo in mare aperto o davanti alle coste di Gaza, ma è stata un intenso e logorante lavoro legale e assicurativo che si è svolto principalmente nei porti di partenza (come Istanbul, Atene o Palermo), sviluppato mesi prima della partenza delle imbarcazioni, che si è basato anche sulla collaborazione gratuita degli attivisti.
Di fronte ad attività di questa portata e significato non ci si deve fermare per questi problemi e queste cifre, la cui copertura si ritiene provenga da una costellazione di svariate Ong di tutto il mondo, tra cui alcune del Qatar, Regno Unito e Malesia con una preminenza di quelle turche. Ricordiamo che la Mavi Marmara era di proprietà dell’Ong turca Humanitarian Relief Foundation (Ihh).
Gli ingenti fondi necessari ad organizzare tutte le attività provengono anche da donazioni di varia natura: Crowdfunding global, Grandi Donatori e Fondazioni filantropiche islamiche internazionali e comunità palestinesi all’estero che il governo israeliano accusa di legami col terrorismo di Hamas. In Italia ad esempio la Banca Etica ha lanciato un’iniziativa di crowdfunding per Gaza.
Tutto ciò fa pensare ad una grande ed estesa organizzazione che gode del supporto di un consistente numero di partecipanti e sostenitori in tutto il mondo.
La navigazione della GSF si è bruscamente interrotta il 1° ottobre 2025 davanti a Gaza in acque internazionali quando è stata oggetto di una serie di abbordaggi armati, durati fino al 3 ottobre, da parte delle forze armate israeliane che alla fine hanno catturato tutti gli attivisti che non hanno mai opposto alcuna resistenza. Sono poi stati trasportati in Israele dove sono stati sottoposti a vessazioni di ogni tipo e pestaggi violenti. In seguito, smistati in varie carceri e poi espulsi, sono rientrati a piccoli gruppi e hanno raccontato il violento trattamento subito. Alcuni che hanno subito i pestaggi più duri sono stati accolti e celebrati come eroi, esibendo come medaglie le ferite riportate.
Nella primavera di quest’anno si è attivata una nuova spedizione della GSF con un primo gruppo di barche partito da Barcellona il 15 aprile verso la Sicilia dove si sono aggregate altre imbarcazioni dirette a Gaza, per un totale di 58 imbarcazioni cariche di cibo, medicinali, forni a pannelli solari e materiale scolastico. A questo convoglio si sarebbero dovute aggiungere altre imbarcazioni dalla Grecia e dalla Turchia.
Questo convoglio ha subito un primo assalto il 29 aprile 2026 da parte delle forze speciali israeliane nelle acque internazionali al largo di Creta, dove sono state intercettate 20 barche del convoglio con l’arresto di 400 attivisti. Le imbarcazioni sono state dirottate verso il porto israeliano di Ashdod. Un secondo gruppo di 23 barche ripartite dalla Turchia è stato fermato tra il 18 e il 19 maggio in acque internazionali di fronte a Cipro, applicando il copione già collaudato nelle missioni precedenti.
L’infelice esito della spedizione via mare per Gaza non ha impedito la partenza dalla Tunisia, a maggio 2026, di una spedizione di soccorso umanitario via terra, la Global Sumud Convoy, e diretta a Gaza attraverso la Libia e l’Egitto con un convoglio di camion e autobus e 200 attivisti. Questa è stata bloccata dalle milizie del generale Haftar mentre era in attesa di un permesso di transito attraverso la Cirenaica. 11 di questi sono stati arrestati e trasferiti in carceri speciali dove hanno iniziato uno sciopero della fame e della sete per protestare contro le terribili condizioni cui sono stati sottoposti. Al momento in cui scriviamo la loro detenzione preventiva è stata prorogata per la seconda volta fino al 12 giugno. Alcuni attivisti stranieri espulsi sono poi stati malmenati al loro rientro in patria dalla 'loro’ polizia.
Gli scenari che si potranno aprire sono incerti considerando che il governo israeliano non ha alcuna intenzione di alleggerire la tensione sulla Striscia, né tantomeno venire a patti con la GSF che ha alle sue spalle una estesa rete internazionale che fornisce ogni supporto necessario e non ha alcuna intenzione di fermarsi.
Fino ad oggi non ci sono state vittime durante gli abbordaggi e secondo le testimonianze di chi è tornato, sono stati sparati proiettili di gomma contro uomini ed imbarcazioni. E questo evidenzia che Israele sta usando una linea dura ma non durissima. Al momento non sembra praticabile una linea di mediazione col permesso solo ad alcune imbarcazioni di raggiungere Gaza per portare i loro aiuti. Vista la terribile situazione dei gazawi, questa soluzione è completamente inutile e avrebbe solo un valore simbolico, ma sostanzialmente sarebbe una sconfitta per entrambi i fronti.
Rimarrebbe in piedi la soluzione più dura ed inverosimile, quella di un vero sostegno navale da parte di navi da guerra di altri Stati, con conseguenze inimmaginabili.
Ma è appunto un fatto assolutamente impraticabile, perché nessuno Stato ha il minimo interesse a dare un aiuto militare consistente ai disperati della Striscia, e men che meno difendere le „flottille” dagli assalti della Marina israeliana. Anche in acque definite „internazionali”.
Tutti gli Stati borghesi del mondo sono sostanzialmente indifferenti nei confronti dei palestinesi, tanto di Gaza, dove si sta svolgendo un vero e proprio genocidio, che di Cisgiordania, che è invasa da truppe di terra in assistenza ai „coloni” della „Grande Israele”.
La sporca menzogna dei due Stati che dovrebbero coesistere su un fazzoletto di territorio, secondo le auspicate geremiadi dell’ONU, sta sbiadendo sotto l’incalzare delle Forze Armate Israeliane che hanno invaso anche il Libano per aumentare la spazio di sicurezza di Israele, senza che il consesso internazionale muova un dito, limitandosi a generiche riprovazioni di questa invasione.
A maggior ragione è svanita anche l’assurda presunzione di una sorta di 'federazione’ tra uno Stato che sta freddamente e duramente svolgendo una attività imperialistica, sia pure „locale”, foraggiato ed aiutato in primis dagli Stati Uniti d’America e dai mille fabbricanti di armi mondiali e una disperata massa che cerca nel terrorismo una sorta di riscatto e una lontana prospettiva di vita.
Tracciare un bilancio di queste „avventure” significa evidenziare amaramente la loro inutilità. Senza sminuire il coraggio di tanti partecipanti alla inutile navigazione, giovani che idealisticamente hanno concluso che „fare qualcosa, anche qualunque cosa, è meglio di stare a guardare” e si sono messi in un gioco personalmente pericoloso, quando alcuni della „flottiglia di terra” sono ancora in galera in Libia, va detto con dura e ferma determinazione che questa ideologia piccolo borghese non porta a nulla, nel migliore dei casi; nel peggiore a tragedie personali.
I giovani proletari non si facciano incantare dal richiamo di quelle avventurose sirene perché solo con una intensa e estesa lotta di classe sotto la direzione del partito comunista rivoluzionario si potranno risolvere i problemi dello sfruttamento capitalista che qui ha assunto questo aspetto e prodotto il genocidio di Gaza. Noi dobbiamo solo ribadire con forza e passione che solo la rivoluzione potrà dare speranza al tormentato proletariato di Palestina.
Sono ancora disponibili alcuni volumi a stampa prodotti dal partito nel corso degli ultimi decenni. Si tratta di testi che, per gli argomenti trattati, sono e saranno sempre attuali.
IL PARTITO COMUNISTA NELLA TRADIZIONE DELLA SINISTRA
Il testo, oltre a documentare vicende del partito che motivarono la nuova formulazione e presentazione delle tesi del dopoguerra, costituisce, sulla scia delle lezioni potenti dei maestri del marxismo, un compendio della teoria del partito proletario, rivoluzionario nel suo essere e nel suo operare.
Il volume di 270 pagine è in vendita al prezzo di € 10, più le spese postali.
IL CORSO DEL CAPITALISMO MONDIALE NELLA ESPERIENZA STORICA E NELLA DOTTRINA DI MARX 1750-1990
L’opera riproduce i resoconti dei rapporti tenuti alle riunioni di partito, da quella di Cosenza del 1956 a quella di Firenze del gennaio 1958, come apparvero in Programma Comunista, dal numero 19 del 1956 al numero 7 del 1959, sotto il titolo del «Corso». Nella odierna ripubblicazione sono anche integrati tutti gli altri resoconti di argomento afferente alla economia mondiale pubblicati in quegli anni, in particolare: «La produzione mondiale di acciaio nel corso dell’ultimo quadriennio», in Programma Comunista numero 21 del 1956; «Struttura economica e corso storico della società capitalistica», in Programma numeri 3 e 4 del 1957; «America 1956 – Bilancio economico» nel numero 5 dello stesso anno, completato da «Ancora qualche cifretta statunitense», dal numero 6; «Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione del marxisrno», nei numeri 19 e 20 del 1957. L’ampia documentazione statistica dei rapporti originali è stata non solo controllata e riordinata in base alle successive pubblicazioni dalle fonti ufficiali, ma le serie sono state prolungate fino ai dati più recenti disponibili. Ai 23 Prospetti del testo sono aggiunte 49 nuove statistiche che, utilizzando le maggiori informazioni attualmente disponibili, vengono vieppiù a confermare l’impianto dimostrativo marxista.
Il volume, di oltre 600 pagine, è in vendita al prezzo di € 20, più le spese postali.
LA TEORIA MARXISTA DELLA CONOSCENZA
L’argomento è affrontato sotto la visuale di sei angolazioni fondamentali:
I – Il Partito Comunista e la sua Dottrina;
II – La Società comunista;
III – La Conoscenza della Specie umana, che occupano il 1° Volume, e:
IV – Critica delle Religioni;V – Critica delle Scienze e delle Tecniche;
VI – Conquista ciarlatanesca dello Spazio, che trovano posto nel 2° Volume.
Le 6 Parti comprendono 115 Testi di vita del Partito dalla sua ricostituzione nell’immediato 2° dopoguerra ad oggi (qualche testo è stato elaborato molto prima, anche se la sua presentazione definitiva risale a quell’arco di tempo). La Premessa dell’Opera è stata imperniata su una serie di citazioni che partono dalla nascita della nostra Dottrina, e dunque dalla nascita del Partito, nel 1848.
L’opera, in 2 volumi di 850 pagine, è in vendita al prezzo di € 30, più le spese postali
Sono altresì disponibili volumi di testi di partito in inglese, francese e spagnolo. Scrivere per conoscere le disponibilità nelle varie lingue.
Nei giorni di sabato 30 e domenica 31 maggio si è tenuta la nostra quadrimestrale Riunione Generale, la n. 155 dalla scissione del novembre 1973. Si è trattato di una riunione di particolare importanza, perché vi hanno partecipato per la prima volta come compagni effettivi numerosi giovani di diversi paesi e continenti, oltre a un discreto numero di simpatizzanti molto dedicati.
I lavori si sono svolti secondo l’usuale metodo di partito, con la differenza che, a causa della partecipazione online di compagni di diversi continenti, gli orari sono stati aggiustati per consentire al maggior numero di compagni di partecipare senza troppo disagio.
Nel corso della prima riunione del sabato i compagni responsabili di attività collettive hanno riferito sull’andamento di queste; quindi i compagni, dopo la relazione generale del Centro, sono stati informati sulle caratteristiche del rinnovato sito web, sull’andamento dei contatti con i social media, sull’attività del gruppo di lettura, sugli studi in corso e su studi proposti, e sulla situazione finanziaria dell’organizzazione.
Nella seconda parte della giornata sono stati presentati il lavoro sulla questione militare e parte dello studio sul Sindacato Ferrovieri Italiani (SFI) negli anni ’20 del secolo passato.
Nel corso della prima parte della riunione di domenica sono stati presentati tre interessantissimi lavori sulla storia del movimento operaio, ognuno centrato su un particolare periodo, e in un diverso paese: Stati Uniti, Francia, Russia. Nella seconda parte della giornata è stato esposto il consueto lavoro sull’andamento dell’economia del capitalismo mondiale, e infine è stato concluso il lavoro sullo SFI. Tutti questi rapporti riferiscono sull’andamento di studi che da molti anni proseguono, e che il partito continua a svolgere come suo compito primario; periodicamente vengono poi pubblicati sulla nostra stampa. Il livello dei rapporti è stato come al solito notevole.
Su questo numero de Il Partito Comunista inizia la pubblicazione dei riassunti.
Storia del movimento sindacale francese. Quarta parte
Nelle precedenti relazioni abbiamo descritto le diverse forme di organizzazione economica del movimento sindacale europeo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Abbiamo poi affrontato le caratteristiche del movimento operaio francese l’alleanza rivoluzionaria tra borghesia e proletariato fino al febbraio 1848, l’importanza della piccola borghesia come terreno dell’anarchismo, il capitalismo finanziario parassitario, l’imperialismo francese e la conquista delle colonie come fonte di corruzione per una parte del proletariato). Abbiamo illustrato la nascita dei sindacati operai prima del 1871, l’ascesa economica francese accompagnata da quella del movimento sindacale operaio e del movimento socialista dopo la Comune di Parigi.
Nel 1884, dopo il riconoscimento legale, il movimento sindacale si sviluppò rapidamente. Le diverse correnti che emersero furono innanzitutto quella di Proudhon, padre dell’anarchismo, combattuto da Marx, a cui si ispirerà il sindacalismo rivoluzionario di Pelloutier. Il sindacalismo rivoluzionario, di cui Sorel fu il principale teorico, segnerà fino al 1905 il sindacalismo francese.
Nel 1886 venne fondata una Federazione nazionale delle camere sindacali (FNS) che riuniva i sindacati di mestiere; essa fu dapprima dominata dai riformisti, poi dal Partito Operaio Francese (POF), nato su basi marxiste nel 1880.
Già a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento, il movimento sindacale francese divenne terreno fertile per l’anarchismo sotto forma di sindacalismo rivoluzionario. Il Paese conobbe uno sviluppo capitalista più lento rispetto alla Gran Bretagna e alla Germania; così, nel 1900, i nove decimi delle imprese francesi contavano meno di dieci operai, con una massa di artigiani, creando quindi un terreno fertile per la piccola borghesia e l’anarchismo. Il sindacalismo rivoluzionario esaltava l’azione diretta e lo sciopero generale, lo scontro con la borghesia, ma rifiutava l’azione parlamentare e politica. Il padre del sindacalismo rivoluzionario fu Pelloutier, che ispirò la formazione delle Borse del Lavoro (Bourse du travail) già nel 1887, al tempo stesso un’ufficio per trovare lavoro, ma soprattutto un posto per tutte le associazioni sindacali e di mutuo soccorso per i lavoratori, raggruppanti i lavoratori su base territoriale e non più per mestiere. Le borse si unirono nel 1892 in una Federazione delle borse del lavoro (FNB) dominata dai sindacalisti rivoluzionari.
Il movimento socialista si sviluppò secondo diverse correnti. Quella marxista con Jules Guesde e Paul Lafargue, genero di Marx, che nel 1880 fondarono il Partito Operaio Francese (POF), influente nelle grandi industrie, come quella tessile del nord e quella siderurgica del centro. Le altre correnti erano quella riformista detta dei «possibilisti», a cui in seguito apparterrà Jaurès, e quella dei cosiddetti «rivoluzionari» che propugnavano l’insurrezione con il partito blanquista di Edouard Vaillant e il partito di Allemane. Il Partito Operaio, rivendicando l’autorità del partito sul sindacato, doveva rompere con il movimento sindacale dominato dal sindacalismo rivoluzionario. La crisi dell’affare Dreyfus (1894-1906), che divise la Francia, fece virare il partito operaio verso l’opportunismo e il parlamentarismo già dal 1898, unendosi ai riformisti per «salvare la patria» da un improbabile colpo di Stato monarchico!
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La nascita della CGT sindacalista rivoluzionaria nel 1895 e la debolezza del Partito Operaio
La supremazia del sindacalismo rivoluzionario sul POF (1888-1895)
Sotto l’influenza degli anarco-sindacalisti, il terzo congresso della FNS, Federazione nazionale dei sindacati e dei gruppi corporativi operai di Francia, tenutosi a Bordeaux nell’ottobre 1888, riprese la questione dello sciopero generale e concluse: «Solo lo sciopero generale, cioè la cessazione completa di ogni lavoro, o la Rivoluzione possono condurre i lavoratori verso la loro emancipazione». Questo congresso concluse inoltre, contro il parere dei guesdisti, sulla necessità di separarsi nettamente dal movimento politico e di organizzare solidamente le camere sindacali, l’«unica grande armata delle rivendicazioni sociali»! L’emancipazione dei lavoratori doveva essere opera dei lavoratori stessi! I guesdisti segnavano un passo indietro.
Guesde rappresentò il POF il 14 luglio 1889 al congresso internazionale di Parigi, da cui nacque la II Internazionale o Internazionale Operaia, di cui fu una delle figure di spicco; nel 1890 fu membro del comitato organizzativo del 1° maggio 1890 e membro della delegazione incaricata di presentare le rivendicazioni dei lavoratori alla presidenza della Camera. Il 14 novembre 1890 partecipò al congresso della socialdemocrazia tedesca a Halle e si attirò aspri attacchi da parte della stampa nazionalista francese per aver gridato: «Viva la Germania operaia»!
Nel febbraio 1892,al congresso di Saint-Étienne delle Borse del Lavoro (allora 14 in Francia), su iniziativa della Borse di Parigi e di Pelloutier, si costituì una Federazione nazionale delle borse del lavoro di Francia e delle colonie (FNB) con l’obiettivo di distinguersi dalla tendenza del partito operaio guesdista che, proprio come le sezioni tedesca e belga dell’Internazionale socialista, intendeva controllare i sindacati ed era favorevole all’azione in parlamento. Pelloutier dovette rinunciare a parte delle sue teorie anarchiche per favorire la centralizzazione delle forze operaie, sognando una rivoluzione senza dittatura, senza Stato e senza centralizzazione! Accanto agli anarchici c’erano socialisti e riformisti, ma gli anarchici guidati da Pelloutier avrebbero assunto un ruolo sempre più importante e si sarebbero opposti alla loro concorrente, la FNS controllata dal POF, la cui influenza era ormai molto debole. Questo movimento delle Borse del Lavoro avrebbe prevalso su quello delle camere sindacali della FNS. Una delle risoluzioni a favore dello sciopero generale proposta da Pelloutier fu adottata come «mezzo pacifico e legale … (per) accelerare la trasformazione economica e assicurare, senza possibilità di reazione, il successo del quarto stato [le associazioni operaie]» (citato da Programme Communiste n. 25 del 1963) basandosi, come aveva fatto la Seconda Internazionale, sull’evidente insuccesso di un movimento insurrezionale.
Da parte sua, nel settembre 1892 la Federazione delle Camere sindacali FNS (sindacati di categoria) tenne il suo quinto congresso a Marsiglia, alla presenza di delegati delle Borse del Lavoro, tra cui quella di Parigi. Anche Guesde e Lafargue vi parteciparono in qualità di delegati. In tale occasione fu adottata, come al congresso delle Borse del Lavoro, una risoluzione promossa dal socialista indipendente Aristide Briand a favore del principio dello sciopero generale («sospensione simultanea universale»), lasciando però al terzo congresso internazionale dei lavoratori socialisti (II Internazionale) di Zurigo il compito di stabilirne le modalità d’azione; l’argomento addotto era che i sindacati, dopo aver utilizzato senza successo lo sciopero parziale, lo avevano adottato con successo e quindi accettavano di «fare politica». Durante il congresso del POF nel settembre 1892 a Marsiglia, la proposta a favore dello sciopero generale fu nuovamente respinta. Mentre nel 1879 e nel 1886 i guesdisti potevano pensare di aver messo le mani sul movimento operaio, dovettero fare un passo indietro durante l’ultimo decennio del secolo e oltre.
In occasione del terzo congresso della Seconda Internazionale, tenutosi a Zurigo nell’agosto del 1893, al quale era presente Engels, gli anarchici guidati da Gustav Landauer furono espulsi (la scissione fu sancita nel 1906). I sindacati furono ufficialmente ammessi (i guesdisti e Vaillant vi erano ostili, sostenitori di un’organizzazione sindacale internazionale separata da quella dei partiti socialisti) e il tema dello sciopero generale fu accennato rapidamente e senza giungere a una conclusione!
L’anarchismo in Francia, al termine di un periodo di attentati spettacolari (1892-94), il più famoso e l’ultimo dei quali fu l’assassinio del presidente della Repubblica, Sadi Carnot, nel 1894 a Lione, «espressione sublimata dell’esasperazione e dell’impotenza delle classi sfruttate» (Programme n. 25), si allontana dal terrorismo e si dedica all’azione sindacale, ma al di fuori di qualsiasi partito, azione sindacale a partire dalla quale ritiene di poter operare alla riorganizzazione della società. E furono in particolare le borse del lavoro, che raggruppavano i sindacati, a vedere il decollo del sindacalismo rivoluzionario derivato dall’anarchismo, conferendo i tratti dominanti al periodo che va dal 1892 al 1906, periodo in cui dominò la rivalità ideologica tra socialismo e sindacalismo, mentre il periodo dal 1906 al 1914 vedrà il declino dei sindacalisti rivoluzionari e il rafforzamento di questa rivalità tra sindacato e partito, giustificata allora dall’atteggiamento riformista e opportunista del partito con la partecipazione dei socialisti al governo.
Infatti, la separazione tra sindacato e partito non fece che accentuarsi. Numerose battaglie politiche distolsero i partiti socialisti dal loro compito di lotta all’interno delle organizzazioni economiche, con lo scontro tra monarchici e repubblicani, l’ascesa del radicalismo borghese, gli scandali politici e finanziari (lo scandalo di Panama, l’affare Dreyfus).
Nel 1893 la FNB dichiarò l’assoluta indipendenza del sindacato rispetto allo Stato e ai partiti politici! Il suo federalismo si opponeva anche alla centralizzazione del POF. Affermava che l’emancipazione dei lavoratori attraverso lo sciopero generale espropriativo, la presa di possesso degli strumenti di produzione, doveva avvenire per quartiere, per impresa, e senza centralizzazione.
In occasione del congresso di Nantes (settembre 1894) della FNS, fino ad allora patrocinato dal Partito Operaio, la maggioranza approvò una mozione a favore dello sciopero generale. Ciò che era in gioco nella polemica tra socialisti e sindacalisti (Programme n. 24) «era proprio una questione di programma, la sostituzione della parola d’ordine socialista della presa del potere da parte del proletariato e della dittatura della classe rivoluzionaria vittoriosa sulle classi espropriate, con la parola anarchico-sindacalista dello „sciopero generale espropriatore”». In altre parole, si trattava della continuazione della vecchia polemica tra marxismo e anarchismo. (…) In una prima fase il partito di Guesde, senza commettere gravi infrazioni nei confronti dei principi del movimento proletario rivoluzionario, non seppe tuttavia comprendere quali fossero le esigenze imperative del movimento sindacale e, in gran parte per questo motivo, ne perse il controllo. (…) L’organizzazione sindacale aveva in quel momento raggiunto un notevole grado di coesione ed efficacia e assumeva risolutamente la guida delle lotte operaie». I guesdisti subirono così una sconfitta all’interno della Federazione delle Camere sindacali: non erano riusciti a ottenere che questa respingesse ancora una volta una mozione a favore dello sciopero generale, e si dimisero perché ritenevano che essa non fosse che una caricatura della concezione marxista della rivoluzione proletaria.
L’anno 1895 segnò quindi una cesura tra due periodi: il primo, in cui il partito incarnava ancora i principi rivoluzionari del marxismo e i sindacati non avevano alcun peso, e il secondo, in cui i sindacati si espandevano mentre il partito era già sulla china dell’opportunismo.
La fondazione della CGT a Limoges nel settembre 1895
La questione dell’unità sindacale tra le due federazioni, FNS e FNB, si pose rapidamente, dopo la sconfitta dei guesdisti al congresso della FNS a Nantes del settembre 1894. La FNS decise di invitare al suo futuro congresso a Limoges nel settembre 1895 tutte le organizzazioni sindacali, i rappresentanti delle camere sindacali, dei gruppi corporativi, delle federazioni di mestiere, delle unioni e delle borse del lavoro, e la FNB, che accettò l’offerta.
Un comitato nazionale, in cui sedevano rappresentanti delle due federazioni insieme ad altri militanti, era incaricato della preparazione del congresso, che si tenne a Limoges dal 23 al 28 settembre 1895 e che diede vita alla Conferazione generale del lavoro -Confédération Générale du Travail (CGT)-, con 75 delegati provenienti da 26 federazioni industriali o di categoria, da 18 borse del lavoro, 126 camere sindacali isolate. Inviati dai più diversi gruppi sindacali, i delegati – tra cui si contarono tre donne – discussero un ordine del giorno molto fitto. Tuttavia, fu la creazione di un’organizzazione nazionale a occupare la maggior parte dei dibattiti e a portare alla fondazione della CGT. Alcuni avrebbero voluto chiamare la nuova centrale «Confederazione nazionale» o «francese» del lavoro, ma questa proposta fu infine respinta sulla base della seguente argomentazione: l’organizzazione del lavoro non deve essere solo nazionale, ma anche internazionale! Si organizzava per federazioni di mestieri e Borse del lavoro.
Ma soprattutto: un emendamento precisava che «i membri della CGT dovranno tenersi al di fuori di ogni corrente politica». Fin dalla sua nascita, undici anni prima del congresso in cui sarebbe stata adottata la «Carta di Amiens» nel 1906, la CGT manifestava estrema diffidenza nei confronti di qualsiasi organizzazione politica. Manterrà questo atteggiamento fino alla prima guerra mondiale e, anche se in seguito lo rivendicherà, il suo rapporto con il partito cambierà!
Partito operaio francese e questione sindacale: dal marxismo all’opportunismo
In Programme Communiste n. 24, 1963, p. 62 scrivevamo:
«Se al termine della lunga depressione determinata dallo schiacciamento della Comune di Parigi, la costituzione del Partito operaio, cioè la prima organizzazione proletaria marxista in Francia, è stata un risultato politico di prim’ordine, se ne cercherebbe invano l’equivalente in campo sindacale. Se infatti nel 1880 i principi del socialismo scientifico vengono affermati per la prima volta in Francia in modo netto e chiaro, quindici anni dopo, nel 1895, la maggior parte delle organizzazioni sindacali sfugge ancora all’influenza di questo socialismo, e la rottura tra il partito di Guesde e i sindacalisti è già consumata.» E più avanti a pag. 65:
«Che la divergenza tra socialisti e sindacalisti si basasse, almeno all’inizio del conflitto, solo su una lotta per la guida del movimento sindacale – e non sulla superiorità e l’utilità di una determinata forma d’azione – basta constatare che il famoso «sciopero generale» propugnato dal sindacalismo francese non vide mai la luce in Francia.
Quando, all’inizio del secolo successivo, scoppiarono scioperi generali in Russia, essi non confermavano affatto gli schemi degli anarchici-sindacalisti francesi (e stranieri) da un lato, ma dall’altro, i socialisti, corrotti da una lunga pratica parlamentare, erano diventati incapaci di coglierne la portata e, a maggior ragione, di assumerne la guida, se per caso questa forma di lotta si fosse generalizzata dalla Russia zarista alla Francia ultra-borghese.
Ciò non cambia nulla al senso della divergenza iniziale. Fino a quella svolta dell’inizio del XX (ventesimo) secolo, la sostituzione della parola d’ordine «sciopero generale espropriatore» a quella di «presa del potere politico» non era e non poteva essere che un ripudio del partito e dell’azione politica, anche se nel pensiero dei suoi sostenitori era un mezzo per scongiurare la deviazione parlamentarista. Al conflitto scoppiato intorno al 1890 tra i guesdisti e i sindacalisti, l’evoluzione dei rapporti di forza di classe in Francia non poteva fornire una soluzione rapida; ma tale conflitto rifletteva comunque l’irriducibile opposizione tra due concezioni della rivoluzione operaia: il marxismo, per il quale non c’è socialismo senza la distruzione dello Stato borghese e l’uso di uno strumento di repressione quale lo Stato proletario; il sindacalismo che, pur avendo rotto formalmente con l’anarchismo, rimaneva nemico di «ogni» Stato, opposto a «ogni» costrizione. L’importanza di principio del problema sollevato giustifica ampiamente l’intransigenza di Guesde.» E più avanti a p. 66:
«Guesde voleva, a ragione, la rottura con coloro che facevano dello sciopero generale un fine a sé stesso e facevano credere che fosse possibile porre fine al Capitale senza affrontare lo Stato capitalista, rovesciare il potere borghese, instaurare la dittatura rivoluzionaria, ed è anche giustamente che cercò di impedire che il nascente movimento sindacale cadesse nelle mani di una frazione intrisa di utopismo anarchico nel momento in cui l’unica centrale esistente [FNS] era nelle mani del Partito socialista [POF].L’indignazione dei democratici operai di fronte ai tentativi «autoritari» di Guesde di mantenere l’influenza del Partito nel sindacato era tanto più meschina, e tanto più vane le loro invocazioni della presunta volontà generale che sarebbe stata così «calpestata», quanto più la lotta si sviluppava in circoli molto ristretti e quanto più la maggior parte del proletariato ne era allora totalmente estranea. Il sindacato stesso era ancora solo un embrione, e l’unica questione che si poneva era se sarebbe caduto sotto l’influenza dei socialisti marxisti o sotto quella degli anarchici.
Il grande errore di Guesde fu quello di trasferire meccanicamente, nelle condizioni di immaturità del movimento operaio francese, una formula di stretto controllo del sindacato da parte del partito che era possibile solo in paesi con uno sviluppo e una concentrazione industriale ben più avanzati, come la Germania e il Belgio, due terre d’elezione della socialdemocrazia. In questi paesi, e fino alla degenerazione opportunistica della Seconda Internazionale, la centralizzazione dei due organismi aveva permesso di coniugare le rivendicazioni sindacali con la lotta socialista in Parlamento. In Francia, invece, il tentativo fallito di imitare goffamente la socialdemocrazia tedesca in materia sindacale ebbe l’effetto di polarizzare ancora di più l’attività del partito verso la propaganda elettorale, di mettere contro di esso i militanti già ostili per formazione, di esasperare la volontà di autonomia dei dirigenti sindacali e di conferire un carattere di principio eterno e sacro di salvaguardia dell’organizzazione sindacale a una formula nebulosa che all’inizio esprimeva solo l’ideologia propria di una minoranza.»
Infatti Guesde, che si impegnò senza riserve a favore degli operai in sciopero, si mostrò intransigente nei confronti dell’azione diretta raccomandata dai sindacalisti rivoluzionari, sostenendo l’efficacia della lotta parlamentare.
Continuiamo con Programme Communiste n. 24, pag. 67:
«Un’altra conseguenza, ancora più grave, dell’atteggiamento intransigente di Guesde fu quella di rendere, a lungo andare, il partito ostile per principio allo sciopero generale, anche se considerato come semplice mezzo d’azione nella lotta operaia. Ciò che in Guesde era solo una deformazione scolastica doveva diventare, con l’aiuto delle circostanze, un argomento veramente opportunista. Una lodevole preoccupazione di allontanarsi da concezioni avventuristiche doveva trasformarsi in un rifiuto della lotta e in una complicità oggettiva con la borghesia. Così, poiché gli anarchici volevano conferire all’attività sindacale una prospettiva rivoluzionaria romantica, Guesde finì ben presto per adottare quell’atteggiamento che, vent’anni dopo, in Germania, tradì la totale sclerosi della socialdemocrazia e che consisteva nel lasciare ai sindacati le rivendicazioni economiche e affidare al partito le riforme da realizzare in Parlamento.
Un atteggiamento veramente ispirato al marxismo sarebbe stato diverso. L’importanza, l’ampiezza e la forma delle lotte da condurre non sono una questione di principi, ma solo di valutazione del rapporto di forze e, nella prospettiva rivoluzionaria della presa del potere, già il concetto di sciopero generale è perfettamente ortodosso. È sugli obiettivi politici, sulla natura e sulla forma del potere e sull’accettazione della dittatura proletaria che si pongono le questioni di principio. Nonostante la loro fraseologia battagliera, gli anarchici, e i sindacalisti che si ispirano ai loro principi, hanno una concezione democratica della rivoluzione; incapaci di concepire la dittatura di ferro necessaria per la distruzione dei rapporti di produzione capitalisti, il loro liberalismo si accontenta di una coalizione tra le classi e i partiti più disparati. È proprio attraverso questi ultimi che vengono sconfitti dalla controrivoluzione, come hanno avuto modo di dimostrare, mezzo secolo dopo gli eventi che qui ci interessano: nel corso dei loro «scioperi generali» in Spagna i repubblicani e gli antifascisti tradirono e consegnarono a Franco le insurrezioni proletarie del 1936. È quindi necessario che il marxismo combatta l’accezione anarchica dello sciopero generale e Guesde, da questo punto di vista, era perfettamente autorizzato a farlo agli albori del movimento sindacale francese. Ma questa delimitazione e questa salvaguardia dei principi acquisiti nel movimento proletario non richiedevano affatto che il partito rifiutasse, anche in un periodo di espansione del capitalismo, un potente mezzo d’azione valido per le rivendicazioni proprie di tutta la classe. È su questo terreno, e non nelle malsane anticamere dell’attività parlamentare, che il partito degli operai può agire a favore delle rivendicazioni immediate del proletariato nei periodi in cui gli è preclusa la prospettiva di un assalto rivoluzionario al potere. In altre parole, sarebbe stato opportuno che il partito di Guesde, di fronte allo slogan che gli anarchici hanno elevato a 'nec plus ultra’ (al massimo) della rivoluzione sociale, si fosse impegnato a separarne l’aspetto ideologico, che andava combattuto in quanto viziato da utopismo e apoliticismo, dal suo contenuto di combattività sociale, che andava invece incoraggiato e sviluppato.
Adottando una posizione contraria, la frazione sindacale di Guesde dimostrava che il partito conteneva già i germi dell’evoluzione opportunista che, concentrandosi sulle elezioni e sulla conquista dei comuni, suscitò nel movimento sindacale una feroce tradizione «anti-partito» e lasciò ai sindacalisti il monopolio delle agitazioni per obiettivi che erano tuttavia strettamente conformi ai compiti del partito, in particolare la denuncia della guerra imperialista in vista, l’antimilitarismo e l’anticolonialismo che, nei decenni successivi, avrebbero costituito i titoli di gloria del sindacalismo rivoluzionario.
Se ora ricollochiamo la formazione della tendenza anarchico-sindacalista nelle condizioni dell’epoca, comprendiamo perché l’ideologia dello sciopero generale abbia permesso ai suoi sostenitori di rispondere meglio, rispetto al partito socialista, alle aspirazioni degli operai. E questo ci dà il diritto di separare l’innegabile efficacia pratica dei sindacalisti, per un determinato periodo, da una visione sociale che è tanto conformista e deviazionista rispetto al programma iniziale del proletariato quanto quella dei riformisti dichiarati. (…) Pertanto, senza nulla togliere ai meriti individuali dei sindacalisti — militanti spesso integri, devoti e pieni di abnegazione —, non si può condividere l’apologia che ne fanno i loro storici quando questi ultimi affermano con tono dottrinario che quel sindacalismo rappresentasse la forma definitiva e futura del movimento rivoluzionario del proletariato. Se i promotori dell’indipendenza sindacale e dello sciopero generale si sono trovati alla guida del primo raggruppamento di massa dei lavoratori, non è affatto in quanto rappresentanti del proletariato industriale del futuro, ma al contrario, in quanto residuo storico, perché il basso livello di sviluppo e di concentrazione delle forze produttive aveva lasciato la direzione del movimento sindacale ai vincitori di una sorta di competizione a porte chiuse in cui, tra le due minoranze organizzate presenti, la maggioranza era dalla parte della perpetuazione anacronistica del passato.
Che la lotta per la direzione dei sindacati si sia svolta all’interno di una minoranza della classe operaia, ce lo conferma un dato relativo agli iscritti alla C.G.T. nel 1902: «A quella data», scrive lo storico del movimento operaio francese, Edouard Dolléans, «sul totale della forza lavoro dell’industria appena il 17% era sindacalizzato: si tratta sia di una minoranza operaia che di una minoranza sindacale che si sono confederate». Perché allora la maggior parte dei militanti di questa avanguardia operaia optò per il sindacalismo, lo sciopero generale e l’azione diretta? Perché il partito, già impantanato nel parlamentarismo, non sapeva proporre loro altro che le elezioni, perché erano stanchi di un’attività parlamentare deludente da parte dei delegati operai, perché la loro tradizione di classe trasmetteva loro la profonda e giustificata diffidenza di una plebe che era sempre stata ingannata dai rappresentanti della piccola borghesia, perché, per le due o tre generazioni precedenti, la politica aveva sempre significato chiacchiere impotenti in parlamento, tradimento nelle strade. Perché numerosi erano accaniti sostenitori dell’indipendenza sindacale? Perché prima ancora che i «socialisti di governo» di Millerand cercassero di annettere il movimento sindacale, «i militanti operai avevano sofferto talmente tanto per le divisioni politiche tra le loro organizzazioni che ai loro occhi l’autonomia sindacale era la condizione dell’unità operaia» (Dolléans). Perché gli anarco-sindacalisti, che diedero militanti di grande rilievo, erano gli unici, in tutto il movimento, a sfuggire alla soffocante attività essenzialmente elettorale del partito, a potersi dedicare ai problemi immediati delle rivendicazioni operaie e, di conseguenza, gli unici a sapere come risolverli e ad affrontarli con tenacia negli organismi più adatti.» (Programme Communiste n. 24).
IL SINDACATO FERROVIERI, LA MISERA FINE DI UN GLORIOSO SINDACATO ROSSO
Il rapporto, data la sua lunghezza, soprattutto per effetto dell’abbondante uso di citazioni dagli organi di stampa del PCd’I, è stato presentato in due parti distinte: al sabato ed alla domenica.
Quando avremo nel nostro partito un consistente numero di compagni ferrovieri e questi daranno tutta la loro attività al rinato sindacato di classe, allora ci sarà bisogno di riscrivere, dall’inizio, la storia del Sindacato Ferrovieri Italiani, il glorioso sindacato rosso, nato nel 1907 e miseramente morto nel 1925.
Nella serie di rapporti già presentati abbiamo preso in esame solo la ingloriosa fine di quelle che, in passato, erano state delle formidabili organizzazioni di classe ed abbiamo cercato di mettere in evidenza le cause della loro degenerazione che, da marxisti, non accolliamo unicamente alla responsabilità dei capi traditori, ma a condizioni materiali, sociali e storiche ben superiori alla volontà degli individui. Anche se questi hanno pur sempre le loro responsabilità.
A noi non scandalizza prendere atto che la volontà della borghesia è di imprigionare i proletari in sindacati trasformati in organi statali, altrettanto bene sappiamo che il piano di svuotamento del movimento operaio, proprio del revisionismo riformista coincide sostanzialmente con il sindacalismo fascista, il corporativismo alla Mussolini. Quello che, attraverso questi rapporti, ci preme ribadire e sottolineare è che la nostra corrente comunista di sinistra non ha mai parlato di traumatiche rotture, per noi le degenerazioni degli organi sindacali non subiscono soluzioni di continuità: già con l’adesione alla prima guerra mondiale le centrali sindacali si erano messe al totale servizio dello Stato sottomettendo gli interessi immediati della classe operaia a quelli immanenti di conservazione sociale della classe borghese e del suo regime. Quindi, se non interverrà una forte ripresa della lotta di classe, diretta da un partito comunista, radicato all’interno del proletariato e dei suoi organismi di classe, i sindacati saranno condotti, a livello internazionale, a divenire delle semplici appendici della macchina statale borghese.
Dopo aver favorito l’avvento del fascismo al potere, la CGdL non fu certo l’unico sindacato a cercare di saltare sul carro del vincitore. Anche il Sindacato Ferrovieri Italiani (SFI) fece lo stesso ignobile percorso, benché nella sua storia e azione di classe si fosse, a ragione, guadagnato il titolo di sindacato rosso.
Ma procediamo con ordine.
Nei cinque mesi successivi alla sua fondazione il Partito comunista d’Italia si era dato una ben solida e diffusa struttura all’interno dei sindacati cosiddetti „di classe” e, attraverso propri gruppi di azione e proselitismo, il Partito conquistava sempre maggiori consensi tra la massa proletaria.
Al X Congresso del Sindacato Ferrovieri, che si tenne a Bologna nel luglio 1921, la rappresentanza comunista ribadì la tattica del partito di condanna verso ogni tipo di scissione sindacale, auspicando invece la riunione di tutti i sindacati di classe in una unica organizzazione; ossia far convergere tutte le sigle esistenti, all’interno della Confederazione Generale del Lavoro, in modo da strapparne la dirigenza ai bonzi opportunisti. E, a tale scopo, presentò apposita mozione.
La risposta di tutte le altre componenti politiche rappresentate nel SFI non mancò e fu unanime. Immediatamente, da parte di anarchici, sindacalisti, socialisti, repubblicani e „senza partito”, si formò un „fronte unico” anticomiunista: solo 22 delegati votarono la mozione, mentre l’ordine del giorno dei sindacalisti-anarchici otteneva 58 voti.
È da notare che nei congressi precedenti i delegati socialisti avevano sempre avanzato la proposta di adesione del SFI alla CGdL anche in continuità con il „Patto d’Azione” di Firenze del 1907. Così che anche al X Congresso SFI ai delegati socialisti era stato dato mandato, dalla loro base, di sostenere l’adesione alla CGdL, ma, per ordine di partito, dovettero votare contro la mozione comunista.
Da parte loro anarchici e sindacalisti avevano dichiarato che, nel caso fosse passato l’ordine del giorno comunista, loro sarebbero usciti dall’organizzazione. Ecco che i dirigenti „rivoluzionari” del glorioso sindacato di classe dei ferrovieri sarebbero stati disposti a spezzarne l’unità pur di mantenere i loro privilegi ed i posti di comando. Proprio come i socialdemocratici, con i quali, infatti, formarono uno strettissimo fronte unico contro i comunisti.
L’attacco anticomunista proseguì poi al momento della nomina dei cinque Consiglieri Generali; mentre ad ogni corrente politica, perfino ai repubblicani, fu data la possibilità di scegliersi un rappresentante, questo si volle impedire ai comunisti.
Proprio come i bonzi socialdemocratici della CGdL, i „rivoluzionari” si riproponevano di mettere i comunisti nella condizione di abbandonare il sindacato. Questa però era solo una pia illusione perché il Partito mai avrebbe ritirato i propri iscritti da un sindacato. In fondo queste erano le direttive dell’Internazionale Comunista che, nel dicembre 1922, aveva sancito: «È assurdo che singoli comunisti ed operai rivoluzionari vengano tolti dai sindacati riformisti per essere inseriti nei sindacati rivoluzionari. Nessun sindacato riformista deve essere privato dei fermenti rappresentati dai comunisti. Una attività efficiente e vigorosa dei comunisti in entrambe le organizzazioni è la premessa per la ricostituzione della distrutta unità.»
Cosa rimaneva quindi da fare ai bonzi di entrambi gli schieramenti? Procedere alla espulsione dei comunisti!
Quindi i compagni nostri Azzario e Berruti, strenui organizzatori, rispettivamente, dei compartimenti ferroviari di Milano e Torino, vennero espulsi per „indisciplina”. È questa una accusa che i veri comunisti si sono sempre (anche recentemente) sentiti addebitare.
Nel frattempo la reazione fascista andava intensificando ed estendendo in tutta Italia la sua più brutale violenza, a cui i lavoratori piemontesi e lombardi, il 19 luglio 1922, rispondevano con un compatto sciopero generale.
Per tassativi ordini dei dirigenti centrali del SFI, che, tra l’altro, costituivano la Segreteria dell’Alleanza del Lavoro, ai ferrovieri di Lombardia e Piemonte, fu proibito di aderire all’azione, dando così libertà di movimento e di rapida concentrazione alle armate fasciste.
Allo stesso tempo, però, una tendenza che aveva i suoi esponenti diretti e più rappresentativi all’interno degli organi dirigenti cercava palesemente di condurre il sindacato sul terreno della collaborazione e del sindacalismo nazionale, sotto gli auspici di D’Annunzio.
Quando il 1° agosto 1922 l’Alleanza del Lavoro proclamò lo sciopero generale per protestare contro il fascismo, che nella sua ultima impresa aveva messo a sacco Ravenna, i gruppi ferrovieri comunisti furono ovunque ai primi posti, e in molti centri ferroviari la buona riuscita dello sciopero fu dovuta esclusivamente alla attività ed allo spirito di sacrificio e di iniziativa da essi dimostrato.
Come abbiamo più volte denunciato, malgrado le eroiche difese opposte dal proletariato in tante località, lo sciopero ebbe una fine disorganica, politicamente e sindacalmente fallimentare. Ancora una volta i proletari erano stati condotti allo sbaraglio sia dalla tattica rinunciataria dei riformisti, sia dalla inettitudine di sindacalisti ed anarchici.
Terminato lo sciopero i fascisti ebbero nuovamente la possibilità di concentrarsi in luoghi precedentemente stabiliti e lì sferrare i loro attacchi terroristici nei confronti della classe operaia.
Particolarmente colpiti dallo scatenarsi della reazione illegale e legale furono i ferrovieri, a cominciare da quei militanti che sempre si erano distinti in tutti gli episodi della lotta di classe. Ma la cosa più grave fu che a questa reazione si unì una violenta crisi all’interno del sindacato determinata dagli elementi nazionalisti e dannunziani, ai quali risaliva la responsabilità prima della espulsione dei compagni Azzario e Berruti perché comunisti.
Il 18 agosto 1922 il Comitato Esecutivo del SFI, con atto arbitrario deliberava l’immediato ritiro del Sindacato Ferrovieri Italiani dall’Alleanza del Lavoro. Gravissimo atto che spezzava l’unità proletaria proprio nel momento in cui maggiore si scatenava la violenza avversaria.
Nel corso del rapporto ci siamo soffermati sulle misure di vero terrorismo di classe adottate dallo Stato nei confronti dei ferrovieri che avevano preso parte attiva allo sciopero, cosa che qui, ora, non possiamo ripercorrere.
A migliaia furono i ferrovieri licenziati; i puniti oltre 75mila, compresi molti avventizi a cui venne rifiutato ogni diritto di sistemazione e licenziati immediatamente.
E dire che il Presidente del Consiglio, il democratico Facta, agli onorevoli Turati e Modigliani, mediatori di pace tra l’Alleanza del Lavoro e il governo, aveva assicurato che da parte dello Stato non ci sarebbe stata nessuna rappresaglia.
Mentre i comunisti premevano per l’attuazione di un vero fronte unico proletario con la rinascita dal basso dell’Alleanza del Lavoro, all’interno delle dirigenze SFI sempre più insistente si diffondeva la proposta dello scioglimento del sindacato e dare vita a vari, „indipendenti”, sindacatini di categoria.
Mentre i comunisti incitavano la massa a fronteggiare con azioni di classe i colpi della reazione legale ed illegale, i bonzi si appellavano al Mninistro dei Lavori Pubblici chiedendo che cessassero le minacce e le violenze di cui venivano fatti segno i ferrovieri organizzati nel SFI.
Ma, visto che le assicurazioni di un ministro non portavano a nessun risultato, i bonzi traditori pensarono di spingersi più in alto a chiedere pietà. Sì, anche loro, proprio come i bonzi della CGdL si inginocchiavano di fronte a Mussolini.
Ebbene, il 17 gennaio 1923 Mussolini concedeva udienza ai vili rappresentanti del Comitato Centrale del SFI, i quali presentavano al duce del fascismo un loro supplichevole memoriale. Dopo nemmeno tre mesi dalla cosiddetta „Marcia su Roma”, il SFI in un documento ufficiale dichiarava a Mussolini la propria sottomissione al nuovo regime.
Malgrado il servilismo dimostrato verso il potere, la risposta di Mussolini fu quella del padrone che non ammette se non la esplicita resa incondizionata:
Ma i dirigenti del sindacato ferrovieri non si diedero per vinti ed esattamente due mesi dopo (il 17 marzo) rivolgevano a Mussolini un secondo memoriale, ancora più vile del primo, nel quale possiamo leggere espressioni di questo tenore: «Il Sindacato ferrovieri italiani, si lusinga che V. E., quale espressione di sana giustizia, …» Come si vede il Sindacato ferrovieri dichiarava il suo completo assoggettamento al regime fascista, ma anche questa volta la risposta di Mussolini è quella del vincitore che sfodera tutta la sua sete di vendetta nei confronti del vinto, anche se pronto a mettersi al suo servizio. La risposta di Mussolini non può essere più chiara: «faccia il Sindacato ferrovieri atto formale e solenne di sottomissione allo Stato, sciogliendosi ed entrando a far parte delle corporazioni fasciste.»
Su „Il Sindacato Rosso” commentavamo: «L’uomo di Predappio, che conosce a fondo l’anima dei ferrovieri, non a torto, pretende di più che non il servile inchino e le semplici dichiarazioni verbali che possono fare quelli che oggi credono di rappresentare e dirigere il sindacato Ferrovieri Italiani. Lui il dittatore di … paglia, vuole fatti; le parole non contano, e naturalmente, non può prendere sul serio quei tre meschini che a lui si prostrano. Dietro a quei tre non vede certo il grosso dell’esercito del rosso proletariato ferroviario.»
Nei giorni 21 e 22 ottobre 1923 si tenne a Roma un Convegno del SFI, pomposamente definito Congresso La particolarità di questo Convegno fu dovuta ad una „storica decisione”: l’adesione del SFI alla CGdL.
Abbiamo già visto quale e quanto accanita si fosse dimostrata l’opposizione da parte di tutte le componenti politiche interne al sindacato nei confronti della proposta comunista di adesione alla CGdL. Naturalmente questo repentino cambio di atteggiamento non poteva che confermare certezze, più che sospetti, sulle vere, autentiche motivazioni. Quando della gente senza coscienza politica muta improvvisamente di opinione vi è normalmente sotto qualcosa di poco confessabile.
«Chi non rammenta – scriveva „Il Sindacato Rosso” – gli indecorosi ed abbietti approcci collaborazionisti da costoro tentati quando ancora il fragore della Marcia su Roma riempiva di alalà le piazze d’Italia ed erano tuttora insepolti i caduti torinesi, tra cui dei ferrovieri, nelle brillanti ed eroiche giornate fasciste del dicembre? Compagni attenti! Ancora una volta si tenta condurre, mani e piedi legati, sotto il tallone del dittatore fascista, il vostro rosso battagliero sindacato. La deliberata adesione alla CGdL temiamo seriamente non abbia altro scopo, altro significato. Preparatevi quindi alla difesa contro i traditori della lotta di classe, contro gli indegni che con equivoci e astuzie tentano ai danni vostri e di tutti i lavoratori, il supremo inganno, la inqualificabile vergogna, il passaggio al nemico.»
E, in altra occasione: «Il Sindacato ferrovieri deve più che mai riconfermare nettamente le sue direttive rivoluzionarie; soltanto salvando oggi il proprio onore di organizzazione classista, sarà possibile domani riabbracciare le grandi masse colpite dalla reazione e condurle alla battaglia e alla vittoria. Viva il Sindacato rosso dei ferrovieri! Viva l’unità proletaria.»
Superata la „crisi Matteotti” il fascismo consolidò il suo potere. Alla riapertura della Camera il 3 gennaio 1925, Mussolini, con un discorso in cui si assumeva la piena responsabilità politica dei delitti consumati, diede inizio alla fase decisamente dittatoriale del suo governo. Furono impartite disposizioni ai Prefetti per la chiusura di tutti i circoli e partiti politici che potessero mettere a repentaglio l’ordine pubblico.
In base a ciò, il 9 aprile 1925, il prefetto di Bologna, emanò il decreto di scioglimento del SFI in quanto la sua attività si era «tramutata dal campo sindacale sul terreno politico con propaganda ed indirizzo contrari alle istituzioni e al governo con conseguente pericolo per l’ordine pubblico».
Questo è il modo con cui, sempre, il potere statale ringrazia i suoi servi sciocchi, i traditori della propria classe.
Da parte sua il Partito comunista non rinunciò a riorganizzare nella clandestinità le sparse forze dei ferrovieri comunisti e simpatizzanti. Un esempio ci viene da una circolare del PCdI del 14 luglio, diretta ai segretari interregionali, alle federazioni provinciali, e al Comitato nazionale sindacale comunista, con la quale si davano direttive per la costituzione del Comitato nazionale sindacale comunista ferroviario che quanto prima avrebbe dovuto provvedere «alla convocazione di un convegno nazionale di ferrovieri per il necessario coordinamento delle forze sindacali ferroviarie comuniste».
Quali siano stati i risultati di questa riorganizzazione, che doveva compiersi nella più assoluta clandestinità, non ci è dato, per ora, sapere. Comunque rapporti di polizia segnalavano che parte del personale ferroviario ancora in servizio continuava «a tener desta la propaganda sovversiva in forma subdola ma efficace».
Le prime tappe del movimento operaio in Russia
Il tema dello sviluppo storico del movimento operaio russo nel suo cammino verso la vittoria dell’ottobre 1917 è stato trattato da molti. Allora perché tornarci sopra? Non è per un desiderio accademico, ma per prepararci a una situazione storica che trasmette un senso di déjà vu: uno Stato autoritario isolato, privo di concrete organizzazioni dei lavoratori, opportuniste o meno.
Sebbene la questione contadina sia stata da tempo dimenticata, non limitando più la produzione capitalistica, la sua natura nel contesto russo continua a far sentire i suoi echi ancora oggi. Infatti, mostreremo come la repressione sia una tradizione consolidata della borghesia russa: nell’evoluzione dai contadini agli operai industriali, prima non liberi e simili a servi della gleba, poi veri e propri proletari, lo Stato, in quanto cane da guardia dei capitalisti, era lì per reprimere sanguinariamente i lavoratori. E con queste battaglie si sviluppò dialetticamente anche l’evoluzione del pensiero socialista, ideologia della classe operaia: prima il movimento narodnik, poi i disparati gruppi socialisti e infine i marxisti, con la successiva fondazione del POSDR.
La prima parte: „Il movimento operaio pre-marxista”, tratta proprio di queste fondamenta, della base materiale e politica della Russia all’inizio del XIX secolo, il secolo dello sviluppo capitalistico mondiale e di come esso entrò nell’impero zarista. Il principale effetto collaterale della peculiarità sottosviluppata del sistema russo fu l’introduzione del capitalismo in un modo di produzione profondamente feudale, che portò alla figura del servo industriale: un lavoratore impiegato in un’impresa capitalista, ma al servizio di un signore feudale, senza che in certi casi venisse corrisposto alcun salario. Ma la marea del capitale è forte, e così il feudalesimo russo iniziò a decomporsi, cosa che intendiamo dimostrare, sia con statistiche economiche, sia con resoconti delle reazioni della classe operaia e delle terribili condizioni generali di un paese in fase di industrializzazione. Poi passeremo al successivo sviluppo della dottrina rivoluzionaria storica, dapprima negli scritti di Herzen e Chernyshevsky, i socialisti utopisti russi, i primi socialdemocratici, e infine richiamandoci agli scritti di Lenin e di Plekhanov, uno dei primi veri marxisti russi.
Il movimento operaio negli Stati Uniti d’America. Capitolo 20
Introduzione
Dopo una lunga pausa, riprendiamo questo lavoro di partito per la necessità di portare avanti lo studio del movimento operaio americano fino ai giorni nostri. Non si tratta di un’esigenza accademica. Non siamo storici. Il partito non scrive per il gusto della conoscenza astratta. La nostra conoscenza è un’arma nella lotta di classe, che dobbiamo affinare attraverso lo studio per colpire meglio nella pratica.
Il capitolo 20 si concentra principalmente sulla situazione economica, il 21 sarà su quella politica, sebbene queste siano dialetticamente connesse e non debbano essere viste come storie indipendenti. Questo formato è finalizzato a facilitare la comprensione ed è in parte cronologico, poiché la maggior parte degli eventi politici si è sviluppata pienamente solo nel 1920, anche se si era formata nel 1919. Pertanto, la Paura Rossa e i suoi eventi saranno trattati solo parzialmente nel capitolo 20.
Il movimento operaio del dopoguerra
Il proletariato uscì dalla guerra aspettandosi che le promesse fatte dalla borghesia durante il conflitto fossero mantenute. Non fu così. Non appena non ci fu più bisogno di placare i lavoratori con delle elargizioni, tutti i benefici furono ritirati e tornarono i violenti scontri contro i sindacati.
Ai lavoratori furono negate le loro aspettative del dopoguerra e i datori di lavoro cercarono di smantellare ciò che i lavoratori avevano ottenuto durante la guerra. Il governo abbandonò immediatamente i lavoratori non appena non ci fu più un bisogno urgente di tenerli docili. Questo senso di tradimento rimase impresso nei lavoratori. I forti appelli dei lavoratori affinché fosse mantenuto il War Labor Board non ebbero alcun esito. I lavoratori si resero conto che, se volevano mantenere gli standard di guerra, dovevano fare affidamento sulla loro forza.
I lavoratori neri furono particolarmente colpiti da questo tradimento. Mentre i lavoratori neri soffrivano maggiormente della disoccupazione del dopoguerra, tutte le agenzie coinvolte nel fornire loro lavoro furono abolite per impedirne la sindacalizzazione nel Sud. Anche i sindacati bianchi spesso ostacolavano i lavoratori neri e imponevano la segregazione.
Le donne si distinsero come le più militanti e scioperarono al fianco degli uomini. Molte svolsero ruoli importanti nell’ondata di scioperi del 1919.
Lo sciopero generale di Seattle
Seattle fu il punto focale dei disordini del 1919, che culminarono in uno sciopero generale in cui i lavoratori presero in mano la produzione.
La città aveva una lunga storia di movimento operaio radicale e militante. Molti lavoratori possedevano sia la tessera dell’IWW che quella dell’AFL. La prima era una questione di principio, la seconda di praticità, poiché Seattle era una città a „closed shop”, quindi un lavoratore senza tessera AFL non poteva trovare lavoro.
La combattività dei lavoratori di Seattle era ispirata dalla Rivoluzione bolscevica. Nessun organismo sindacale americano fu più coerente nel difendere la Rivoluzione bolscevica del Seattle Central Labor Council (Consiglio Centrale del Lavoro di Seattle).
Lo sciopero iniziò nei cantieri navali, che durante la guerra erano diventati il principale datore di lavoro. Dopo un misero aumento salariale, ben al di sotto delle aspettative e in alcuni casi addirittura una riduzione, i lavoratori dei cantieri entrarono in sciopero. Il Seattle Central Labor Council dichiarò presto uno sciopero generale in segno di solidarietà.
Lo sciopero non si limitò a negare la forza lavoro. I lavoratori presero in mano la produzione per garantire il mantenimento dei servizi essenziali. Tuttavia, nonostante le simpatie rivoluzionarie della sua leadership, lo sciopero non andò mai oltre la lotta economica, il che ne segnò il fallimento.
Il comitato di sciopero pianificò meticolosamente lo sciopero in modo che la sanità, la sicurezza e altri servizi necessari potessero funzionare con la loro autorizzazione. Formarono anche una guardia operaia disarmata composta da veterani per mantenere l’ordine.
Anche in uno sciopero „perfetto” come questo, che fece ogni sforzo per mantenersi nei limiti della legalità, lo Stato usò tutta la violenza a sua disposizione per riportare i lavoratori alle condizioni di partenza. Lo Stato intervenne militarmente e lo sciopero terminò dopo soli 5 giorni.
Lo sciopero generale di Seattle fallì rapidamente e ignominiosamente nonostante la forte militanza e esperienza sindacali che lo sostenevano. Secondo le ideologie sindacaliste ed economiche, queste erano le condizioni perfette per una rivoluzione. L’impulso c’era, il momento era quello giusto, le organizzazioni economiche erano pronte a lottare, ma senza la coscienza del partito di classe per trasformare questo impulso in azione, era destinato al fallimento. Lo sciopero generale di Seattle è una chiara conferma della nostra dottrina secondo cui l’azione di classe è impossibile senza il partito di classe.
L’Estate Rossa
Il rapporto ha anche trattato delle rivolte razziali e dei linciaggi del 1919, noti come Estate Rossa. Si è concentrato in particolare sul massacro di Elaine, dove i mezzadri neri tentarono di sindacalizzarsi sequestrando il cotone fino a quando le loro richieste non fossero state soddisfatte. Vivevano ancora in condizioni di schiavitù nonostante questa fosse stata abolita, solo che ora venivano pagati per lo sfruttamento cui erano sottoposti. Una folla di bianchi aprì il fuoco su una riunione sindacale in una chiesa a Hoopspur. I lavoratori, che si erano preparati a questa violenta rappresaglia, risposero al fuoco, uccidendo un uomo bianco e ferendone un altro. Il sindacato riferì immediatamente che i bianchi avevano sparato per primi e che loro avevano solo risposto al fuoco, ma si formò rapidamente una folla di bianchi. La folla proveniente da Helena arrivò a Elaine e iniziò a perquisire e saccheggiare le case dei neri, arrestando uomini e donne indiscriminatamente. I neri armati risposero al fuoco e ci furono morti da entrambe le parti. I combattimenti si diffusero da Elaine alla parte meridionale della contea quando uomini bianchi provenienti dall’Arkansas, dal Tennessee e dal Mississippi arrivarono per partecipare al massacro.
Ancora una volta furono inviate truppe contro i lavoratori. Un comitato segreto di leader locali bianchi nominati dal governatore, tra cui due proprietari di piantagioni, „indagò” sulla rivolta e pubblicò un rapporto falso in cui si affermava che il sindacato avesse pianificato un’insurrezione con l’obiettivo di uccidere un certo numero di uomini bianchi.
Ogni persona di colore nei pressi di Elaine fu arrestata e rilasciata solo su richiesta di un cittadino bianco. Durante questo periodo, gli uomini furono torturati dai loro carcerieri mentre una folla esterna tentava di linciarli. Il tribunale locale si schierò con la folla bianca, condannando a morte 12 dei lavoratori neri e decine di altri al carcere. Grazie alla NAACP, il verdetto fu infine impugnato davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che archiviò il procedimento, ma il danno era ormai fatto. Il numero esatto è indeterminato, ma almeno 100 contadini neri furono uccisi e molti furono costretti a trascorrere anni in prigione a causa di questo massacro.
Il massacro di Elaine fu una campagna di violenza e terrore contro i lavoratori neri che avevano osato opporsi ai loro miseri accordi. La loro ammirevole autodifesa contro questa campagna suscitò una reazione ipocrita da parte dello Stato borghese, che fornì tutti i mezzi militari e legali per aiutare gli assassini razzisti.
L’ondata di scioperi del 1919
Il rapporto trattava anche una serie di altri scioperi di rilievo avvenuti nel 1919, tra cui lo sciopero delle telefoniste (15-21 aprile 1919), lo sciopero della polizia di Boston (9 settembre 1919), lo sciopero dei lavoratori siderurgici (22 settembre 1919-8 gennaio 1920) e lo sciopero dei minatori (1 novembre-10 dicembre 1919). Ogni sciopero seguiva uno schema simile: combattiività originata da condizioni precarie e ispirata dall’esempio dei bolscevichi, sostegno popolare e solidarietà tra i lavoratori, seguiti dal tradimento da parte dell’AFL e dall’interferenza dello Stato, spesso militare. Di questi scioperi solo gli operatori telefonici ebbero successo. Non tutte queste sconfitte possono essere attribuite alla sconfitta militare. La leadership dell’AFL colse ogni occasione per tradire le centinaia di migliaia di lavoratori in sciopero, soprattutto nei settori chiave del carbone e dell’acciaio.
Conferenza industriale
Il rapporto si concludeva con un resoconto della Conferenza Industriale del presidente Wilson, che tentò di porre fine ai disordini sindacali attraverso una collaborazione di classe indistinguibile dal futuro fascismo. La conferenza era composta dai membri più collaborazionisti dell’AFL e delle organizzazioni sindacali delle ferrovie che „rappresentavano” i lavoratori, da una serie di imprenditori che rappresentavano il mondo degli affari e da un nebuloso gruppo „pubblico” composto da figure „neutre” come Rockefeller. Lo Stato non cercò nemmeno di nascondere che l’interesse „pubblico” significava interesse borghese.
Nonostante gli sforzi dello Stato e dell’aristocrazia operaia, la Conferenza Industriale fallì. Il gruppo dei datori di lavoro rifiutò qualsiasi accordo con i sindacati e annunciò la propria intenzione di istituire gli «open shop» in tutti i settori industriali nel loro «Piano Americano». Mentre l’AFL cercava disperatamente di sostenere che senza di loro si sarebbero trovati di fronte ai «bolscevichi», i padroni risposero che i sindacati erano un pericolo maggiore di una manciata di rossi.
Un testo del 1980 su due diverse deviazioni riguardo alle lotte economiche del proletariato
Scopo storico dell’opportunismo, cioè della tendenza a scegliere strade facili, appunto ritenute più „opportune” per ottenere risultati, è sempre stato quello di frapporre tra la classe operaia e il suo partito politico ipotesi, proposte, ideologie le più varie pur di distrarla dal suo compito finale, quello della rivoluzione sociale; ma da questa missione non è escluso nemmeno il movimento sindacale, che sarebbe per il partito lo strumento, la „cinghia di trasmissione”, di elezione per trasmettere alla classe non solo indicazioni sovversive dell’ordine borghese, ma anche indicazioni adeguate per la migliore tattica nelle lotte economiche. Che poi gli opportunisti siano in buona fede o aperti traditori poco importa, come si dice, «la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni». In ogni modo trovare buona fede nei politici di oggi, quale che sia l’area di appartenenza, è semplicemente impossibile.
L’articolo che riproponiamo, del 1980, analizza efficacemente le due principali deviazioni nei confronti della lotta economica di classe: „l’anarco-sindacalismo” e quello che potremmo chiamare „agnosticismo economico”.
Il primo deriva da correnti già presenti a cavallo tra i secoli XIX e XX, che ponevano nel sindacato e non nel partito il centro dell’azione rivoluzionaria, e lo volevano puro da influenze borghesi (Tribunisti olandesi, KAPD tedesco, Sindacalisti americani e francesi, ecc.). La Sinistra da allora combatté con decisione quei movimenti, analoghi a quello torinese de „L’Ordine Nuovo”, che riteneva che il movimento rivoluzionario consistesse nello svuotare i sindacati a favore dei consigli di fabbrica, che avrebbero dovuto rappresentare la struttura degli organi, sia economici che statali, della rivoluzione, intesa come iniziata in pieno capitalismo, con una visione del tutto idealistica del processo rivoluzionario.
L’altra deviazione, quella che ritiene inutile la lotta in quanto semplice fatica di Sisifo, puntando tutto sull’azione politica del Partito, è ancora più vecchia, e sconfessata da Marx già nel 1864, in un dibattito che si svolse nella Prima Internazionale, a Londra: le osservazioni di Marx, riportate nell’opuscolo „Salario, prezzo e profitto”, sono senza appello:
«Se tale è in questo sistema la tendenza delle cose, significa forse ciò che la classe operaia deve rinunciare alla sua resistenza contro gli attacchi del capitale e deve abbandonare i suoi sforzi per strappare dalle occasioni che le si presentano tutto ciò che può servire a migliorare temporaneamente la sua situazione? Se essa lo facesse, essa si ridurrebbe al livello di una massa amorfa di affamati e di disperati, a cui non si potrebbe più dare nessun aiuto.
«[…] Nello stesso tempo la classe operaia […] non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. […] Invece della parola d’ordine conservatrice: „Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: „Soppressione del sistema del lavoro salariato”.
«[…] Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale; in parte si dimostrano inefficaci in seguito a un impiego irrazionale della loro forza. Esse mancano, in generale, al loro scopo, perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato».
Oggi il nostro grande Carlo non sarebbe così delicato nei confronti delle centrali sindacali. Comunque a noi serve sempre citare i nostri maestri, Marx-Engels, Lenin, la Sinistra, per dimostrare che l’opportunismo, che apparentemente sempre si rinnova nella sua funzione antiproletaria, in realtà è sempre lo stesso: le argomentazioni restano le stesse pur se paludate da geniali innovazioni, e rimarranno tali finché dovranno assolvere il compito di trattenere la classe dalle vere ed efficaci lotte rivendicative, e dal congiungersi con gli indirizzi che solo il partito rivoluzionario può dare.
Per noi non importa se i sindacati sono guidati da reazionari, cosa che è scontata in periodi di assenza di combattività operaia diffusa, come adesso; né ci preoccupiamo di fondarne di puramente comunisti, rivoluzionari. Ma nemmeno pensiamo che la lotta rivendicativa sia inutile, in accordo con gli insegnamenti di Marx. Per noi i sindacati, nella misura in cui sono aperti a tutti i lavoratori, sono e saranno sempre oggetto della nostra attenzione e, se possibile, partecipazione; già nel 1951 scrivevamo:
«I sindacati, da chiunque diretti, essendo associazioni economiche di professione, raccolgono sempre elementi di una medesima classe. È ben possibile che gli organizzati proletari eleggano rappresentanti di tendenze non solo moderate ma addirittura borghesi, e che la direzione del sindacato cada sotto l’influenza capitalista. Resta tuttavia il fatto che i sindacati sono composti esclusivamente di lavoratori e quindi non sarà mai possibile dire di essi quello che si dice del parlamento, ossia che sono suscettibili solo di una direzione borghese».
Molta acqua è passata sotto i ponti da allora, ma niente è cambiato nella natura del capitalismo, e nulla deve cambiare nell’atteggiamento del partito verso le organizzazioni economiche della classe.
I comunisti e le lotte rivendicative
da „Il Partito Comunista”, n. 66 del 1980
I comunisti rivoluzionari hanno sempre dato grande importanza alle lotte che gli operai sono costretti dalle condizioni economiche e sociali ad ingaggiare per difendere la loro posizione di salariati dalla pressione padronale e capitalistica. Essi vogliono essere l’avanguardia dei lavoratori in queste lotte, per conquistare la loro fiducia, per dimostrare loro che i metodi comunisti sono più efficaci nella difesa operaia di quelli proposti da altri partiti o gruppi politici.
Ma, data la naturale instabilità del terreno economico e sociale su cui si ingaggiano queste lotte e la precarietà delle „conquiste” entro il perimetro di una società che vive sullo sfruttamento del lavoro salariato, le lotte rivendicative non scalfiscono nemmeno i rapporti sociali, non mettono in discussione il potere politico delle classi proprietarie, del regime capitalistico.
I proletari, tuttavia, anche se lo volessero, non potrebbero disertare dalle lotte in difesa dei loro interessi immediati, perché la semplice rinuncia a difendersi dall’ingordigia del capitalismo li ridurrebbe in uno stato di bestialità peggiore di quello in cui si tenta di ricacciarli. Non servirebbe nemmeno al capitalismo una classe operaia „povera”, cioè non in grado di partecipare al consumo delle merci che vengono sfornate a un ritmo crescente dalla macchina produttiva. Il capitalismo ha interesse che i lavoratori abbiano un „reddito” il più possibile capace di essere „consumato” sul mercato capitalistico, onde tenerlo vivo ed operante per perpetuare l’infernale meccanismo dello sfruttamento dei salariati.
Da qui sorge la ragione di sindacati „capitalisti”, cioè di sindacati che il regime ha interesse a costruire, o in opposizione a quelli di classe, o totalitari in assenza di una organizzazione di classe, al suo servizio, ossequiente alle necessità dell’economia mercantile e alla stabilità sociale e politica del regime capitalistico.
Poste queste premesse, nel campo dell'”opposizione” al capitalismo sorgono due tendenze che deviano dal marxismo rivoluzionario e rappresentano un ostacolo serio che ritarda il duro e penoso processo di ricostruzione della organizzazione proletaria. La prima, che potremmo definire di „sindacalismo puro”, sostiene che gli attuali sindacati non difendono la condizione operaia, perché inquinati dalla „politica”, e che, di conseguenza, i veri sindacati di classe non potranno risorgere sinché non verrà bandita al loro interno l’esistenza di gruppi organizzati di partito. Questa posizione si rifà all’anarchismo, il quale vede nella lotta politica all’interno della classe operaia un „male” generatore di divisioni che lacerano l’unità d’azione del proletariato. È una visione che prescinde dal reale stato di aggregazione sociale e politica delle classi, per cui molto semplicisticamente gli uomini si dividerebbero in due porzioni nette e distinte, gli sfruttati e gli sfruttatori, omettendo che i termini di sfruttato e di sfruttatore sono „relativi” e non assoluti. L’unica classe sociale che abbia questa caratteristica è il proletariato, per definizione senza riserve e risorse, se non la capacità di creare altri proletari. Cosicché, in queste due categorie specie si possono includere, tra gli sfruttati, assieme al proletariato anche il sottoproletariato che vede nel proletario al lavoro un „privilegiato”, il piccolo-borghese che intravede nel medio borghese il suo sfruttatore, questi, a sua volta, riconosce come padrone il grande borghese. Non a caso, questa concezione si esprime in termini di „Popolo” in contrapposizione al capitalismo, concezione che è comune anche all’opportunismo. Nella realtà i confini tra le classi sociali non sono fissi e soprattutto non individuabili in ciascuna persona, per modo che, a differenza che nelle società precapitalistiche in cui le classi erano rigide, a compartimenti stagni, nella società capitalistica le classi sono „aperte”, cosicché gli individui nel corso della loro vita possono varcare i confini di classe e trasmigrare dall’una all’altra indifferentemente. Ne consegue che un operaio di fabbrica, proprietario di casa non è un proletario; al contrario un intellettuale, che scrive libri per il padrone editore, nulla possiede, scampa appena la vita, è un proletario. Nel sindacato operaio vengono organizzati sia gli operai non proletari, sia i proletari lavoratori, i disoccupati, per lo più proletari puri, vengono inquadrati i „colletti bianchi”, in gran parte non proletari, gli strati superiori dei lavoratori, le cosiddette „aristocrazie del lavoro”, e così via.
La classe operaia, come si vede, non è omogenea. Divisa in strati, ciascuno con interessi propri, si manifesta con indirizzi politici, si organizza in partiti. Se la base di aggregazione sindacale è comune a tutti i salariati, per il fatto di essere salariati, appunto, diversi sono gli interessi che spingono i vari strati di lavoratori ad organizzarsi, e quindi ciascun gruppo politico in cui i diversi interessi si esprimono s’impegna a conquistare la direzione della organizzazione per farne una leva in difesa dei suoi interessi. Nella storia del sindacato operaio si trova chiaramente espressa questa inevitabile dialettica, che va dalle prime associazioni operaie di puri salariati al sindacato unionista anglosassone, che accetta l’adesione di soli operai qualificati, dal sindacato „libero” sino alla vittoria del fascismo, che inquadra tutti i lavoratori affiliati o meno a partiti, al sindacato fascista, coatto, totalitario. La divisione delle classi sociali in partiti politici, quindi, è insopprimibile, come è inevitabile la divisione politica della classe operaia. Al contrario di quanto postula l’indirizzo „sindacalista puro”, la „politica” è l’unico mezzo con cui il puro proletariato può far prevalere nell’organizzazione di classe gli interessi immediati e generali dell’intera classe salariata. Non qualunque „politica”, ma una ed unica „politica”, che scaturisce dal programma marxista rivoluzionario, rappresentata dal partito politico di classe, unico strumento per il quale i proletari si presentano come classe storica, con principi definiti, tattica preordinata, organizzazione solida e coerente. D’altro canto, sfidiamo chicchessia a portare un solo esempio che testimoni della neutralità del sindacato di fronte ai partiti politici e allo Stato. E anche la neutralità politica del sindacato costituirebbe, in mezzo allo scontro tra partiti, una „politica” particolare, distinta. Gli attuali sindacati di regime non sono il prodotto della „politica”, ma di una politica precisa, quella espressa comunemente da tutti i partiti, basata sulla difesa del regime capitalistico.
La seconda tendenza, apparentemente opposta a quella sopra esposta, sostiene che il sindacato sia forma superata, che il proletariato deve abbandonare, che le rivendicazioni economiche sono effimere e che tutto debba risolversi in „politica”. I fautori di questa tendenza non negano la „realtà” dei bisogni economici del proletariato, ma sostengono che questi bisogni „volgari” devono essere considerati un „pretesto”, uno spiacevole e antiestetico „accidente” da sfruttarsi machiavellicamente per „innalzare” i miseri operai alla „altezza” della superiore visione politica. Una sorta di aggiornata „politique d’abord” con tinte „rivoluzionarie”, che dovrebbe far tremare la borghesia dinanzi ad un proletariato tanto eroico e generoso da lottare per un astratto ideale, al quale si ridurrebbe il socialismo. Il socialismo è un bisogno sociale materiale col quale soddisfare tutti gli altri bisogni, in sintesi i bisogni spirituali, culturali, conoscitivi, non un’astruseria settaria.
L’educazione politica o è educazione rivoluzionaria o, altrimenti, pedestre assuefazione del proletariato alle menzogne che le classi superiori usano per tenere aggiogata la classe dei salariati. Educazione rivoluzionaria è quella che mette in luce il ricatto economico e sociale del capitalismo per indurre i salariati ai „sacrifici”, cioè a rinunciare alle lotte economiche e sociali, alla difesa del salario che si svaluta, del posto di lavoro che diventa sempre più precario, della vita sempre più in bilico tra essere consumata in fabbrica od essere violentemente recisa sui campi di una guerra imperialista già troneggiante. È educazione nihilista, cioè piccolo borghese, non emanante dalla nostra classe proletaria, quella che invita gli operai ad abbandonare le „volgari” lotte per il pane, il salario, il lavoro, la casa. È questa, invece la strada per l’assuefazione del proletariato al regime, che non chiede di meglio agli operai che di „lasciare” in mano ai sindacati e ai partiti di regime l’interessamento per i loro bisogni.
L’assenza, totale sinora, del proletariato nello scontro di classe, non autorizza nessuno a postulare la sostituzione della „economia” con la „politica”, l’abbandono della organizzazione di classe preferendo altri „organi politici” magari „tipo Soviet”. Al contrario, l’attuale stato di soggezione del proletariato al regime, indica che si deve lottare per strappare di mano al regime l’iniziativa economica dei suoi sindacati, iniziativa che si va sempre più affievolendo quanto più la crisi capitalistica travolge le „riserve” con cui è stata tenuta sinora legata la classe operaia al regime presente.
Ma per indirizzarsi in questa prospettiva, le due deviazioni sono fuorvianti. La prima, perché nega il significato politico delle lotte economiche, la seconda perché nega gli interessi economici immediati degli operai.
I comunisti non negano né ritengono pretestuose le lotte economiche proletarie ma, nella giusta considerazione che queste sono necessarie, utili e ineliminabili, lavorano nel proletariato per convincerlo che non vi sono „conquiste” senza lotta di classe, senza organizzazione di classe, che queste „conquiste” vengono annullate dal regime capitalistico se il proletariato non lo abbatte violentemente e su questa vittoria non fonda la sua dittatura di classe.
È questo il programma politico che i comunisti portano nella classe e nelle sue lotte rivendicative e sociali.
Con queste note continuiamo a fare il punto sulla situazione economica attuale. Quanto agli indici della produzione industriale, per l’Europa possiamo fare affidamento su Eurostat, che pubblica gli indici della produzione industriale della maggior parte degli Stati europei, tranne quelli del Regno Unito. Abbiamo confrontato questi indici con quelli dell’OCSE e ne emerge una buona compatibilità, tranne che per il Portogallo. e quindi si possono ragionevolmente utilizzare. Per gli Stati Uniti, sono stati impiegati gli indici forniti dalla Federal Reserve di Saint Louis.
Da questi dati emergono elementi interessanti. Cominciamo dall’inflazione. Il primo grafico riporta le curve dell’inflazione degli Stati Uniti, dell’Europa e della Cina. Mentre in Cina l’indice dei prezzi sfiorava la deflazione e a seguito della saturazione del mercato interno, l’inflazione rimaneva superiore al 2% in Europa e si avvicinava al 3% negli Stati Uniti. Ma a partire dalla guerra contro l’Iran, condotta dall’imperialismo americano, si osserva un netto aumento dell’inflazione a causa dell’aumento del prezzo degli idrocarburi. Così negli Stati Uniti si passa dal 2,4% di febbraio al 3,8% di aprile. In Cina, l’inflazione è salita improvvisamente dallo 0,2% di gennaio all’1,3% di febbraio, per poi mantenersi all’1% a marzo e all’1,2% ad aprile. A causa della crisi di sovrapproduzione che colpisce la Cina, l’inflazione rimane bassa.
Vediamo più in dettaglio l’Europa con i grafici sottostanti. Ciò che spicca è la forte inflazione del Regno Unito, che da ottobre 2024 rimane nettamente superiore al 3%; questo è un punto che dovrà essere analizzato più a fondo.
Altro fatto degno di nota, la Germania si distingue per un’inflazione superiore a quella dell’Italia e soprattutto della Francia. Il motivo è da attribuire al fatto che la borghesia tedesca aveva puntato tutto sull’energia a basso costo della Russia, mettendosi così nelle mani dell’imperialismo russo. Tutte le borghesie europee, almeno quelle dell’Europa occidentale, hanno davvero creduto in una pace continua per l’Europa dopo il crollo dell’URSS.
Un altro dato significativo è la bassa inflazione in Francia nell’anno precedente, riconducibile anche all’impiego di elettricità prodotta dal nucleare, ma a partire da febbraio l’inflazione risale nettamente a causa dell’impennata dei prezzi degli idrocarburi. Così l’inflazione passa dallo 0,3% di gennaio al 2,2% di aprile, sebbene normalmente tra l’estrazione del petrolio dal pozzo e l’arrivo dello stesso alla pompa siano necessari almeno 42 giorni. Da questo i superprofitti astronomici di Total che ha lucrato sul differenziale dei tempi. Ma è un sistema di anticipo dei rincari che è comune a tutti produttori di qualunque merce. E più è lungo il periodo di ingresso dei prodotti sul mercato, maggiore è naturalmente il profitto differenziale.
Negli Stati Uniti il prezzo della benzina è aumentato del 65% da gennaio. In un paese dove non ci sono trasporti pubblici al di fuori delle grandi città e dove i lavoratori sono costretti a prendere l’auto per andare al lavoro, la situazione è drammatica. Abbiamo a che fare con un sistema di truffatori che si è amplificato con il passaggio al neoliberismo e l’abbandono di ogni controllo da parte dello Stato. La truffa ha sempre fatto parte della società borghese, così come essa si basa sullo sfruttamento del proletariato e sull’oppressione in generale, ma in questa fase storica il suo uso spregiudicato si è allargato oltre misura.
Passiamo all’analisi degli indici della produzione industriale e, in primo luogo, a quelli degli Stati Uniti, il primo imperialismo mondiale, seguito però molto da vicino dall’imperialismo cinese.
Dopo una crescita industriale asfittica nel 2023 e nel 2024, rispettivamente dello 0,2% e dello 0,3%, in modo improvviso si passa a una crescita dell’1,1% nel 2025. Ovviamente durante i «trenta gloriosi» un simile «balzo» sarebbe sembrato misero! Se si osservano gli indici mensili, questi ultimi da gennaio 2025 oscillano intorno all’1% con picchi all’1,9% e cali all’0,7%. Come è noto, la produzione industriale è trainata dalla produzione di idrocarburi, di cui gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore, e anche dai massicci investimenti nell’IA.
Ma se si considera la crescita totale della produzione industriale nel 2025 rispetto al massimo raggiunto nel 2007, si ottiene un misero 2,2%, che corrisponde a una crescita media annua su 18 anni dello 0,12%. L’estrazione di idrocarburi e l’esplosione dell’IA non hanno quindi prodotto alcun miracolo. E se si guarda alla produzione manifatturiera, si ha per il 2023 rispetto al 2007 un -7,6%. In altre parole, la produzione manifatturiera nel 2023 è inferiore del 7,6% rispetto a quella del 2007. La situazione degli Stati Uniti è paragonabile a quella di altri vecchi Stati imperialisti, come il Giappone, il Regno Unito, la Germania, la Francia, l’Italia, ecc., senza dimenticare la Russia, che si traduce in un relativo calo del peso industriale mondiale, da cui il ricorso alla forza militare per ristabilire la propria egemonia. Durante i „trenta gloriosi”, l’egemonia americana si basava soprattutto sulla sua potenza economica e quindi industriale, ma oggi, a seguito del suo declino, è costretta a ricorrere alla forza militare per ristabilire la propria egemonia sul continente americano e in Medio Oriente, rendendo così apertamente evidente la propria debolezza. Ciò non sfugge al suo complice e concorrente, che attende tranquillamente il momento opportuno per affermarsi come il nuovo padrone; stiamo parlando dell’imperialismo cinese, nuovo vampiro che si appresta a sostituire il vecchio.
Consideriamo poi la produzione industriale dei paesi europei. Nella tabella riportata, si può vedere che tutti, tranne il Belgio, grazie al dinamico sviluppo delle Fiandre, sono in rosso rispetto al massimo raggiunto nel 2007. Così la produzione industriale in Portogallo è crollata del 22% nel 2025 rispetto a quella del 2007, del 21,8% in Spagna e in Italia si registra un incredibile -24,1%. Il Regno Unito è sulla stessa linea con un -22,2% – si tratta dei dati del 2024, nel prosieguo del lavoro verranno forniti quelli relativi al 2025. Il Giappone non fa eccezione con un -17,8%. Germania e Francia vanno meglio con rispettivamente un -10,5% e un -11,6%. Ma per la Francia nutriamo forti dubbi, vista la sua deindustrializzazione e le massicce delocalizzazioni praticate dalla borghesia francese dall’inizio degli anni 2000. Dovremmo assistere a un calo molto più vicino a quello dell’Italia. A tal fine ci baseremo sulla produzione fisica dei settori chiave.
Qui non sono stati riportati i dati relativi all’indebitamento, sia pubblico che privato, che è colossale.
Per concludere.
Da mezzo secolo il capitalismo mondiale è riuscito a mantenersi grazie allo sviluppo del capitalismo nel Sud-Est asiatico e in particolare in Cina e alle massicce delocalizzazioni verso i paesi a basso costo della mano d’opera, in particolare in Cina, Vietnam, India, ma anche in Messico, e per l’Europa verso i paesi dell’Europa dell’Est e anche in Turchia e, in misura minore, verso il Marocco e la Tunisia. La contropartita è stata una corsa sfrenata verso un indebitamento considerevole e una crescente precarietà e impoverimento del proletariato.
Ma il capitalismo sta arrivando alla fine di questo ciclo e si avvicina al momento in cui tutto questo castello di carte crollerà. Il crescente indebitamento si traduce per gli Stati in un servizio del debito sempre più gravoso nel bilancio e nella necessità di un rinnovo sempre più massiccio del debito sul mercato internazionale. Ad esempio, gli Stati Uniti dovranno prendere in prestito sul mercato 900 miliardi di dollari nei prossimi 5 mesi. Arriverà un momento in cui questi prestiti diventeranno sempre più impossibili da ottenere, a costi esorbitanti, costringendo alcuni Stati al default. A quel punto, sarà „salvarsi chi può”.
Allo stesso tempo, il declino relativo dei vecchi Stati imperialisti e l’ascesa di nuovi imperialisti, in primo luogo la Cina, porta a una crescente instabilità che viene aggravata dalla crisi del capitale. La crisi mondiale del capitalismo porta a un moltiplicarsi dei conflitti e spinge gli Stati imperialisti, lentamente ma inesorabilmente, verso una conflagrazione mondiale.
La prospettiva sarà prima una crisi mondiale con deflazione e crollo degli asset finanziari, come negli anni Trenta, con un’esplosione della disoccupazione e un ritorno della lotta di classe con una rinascita del movimento comunista, o una terza guerra mondiale? Per il momento, la possibilità di una crisi mondiale simile a quella del 1848 o del 1929, prima che scoppi un terzo conflitto, ha ancora tutte le sue possibilità. E questa è la prospettiva migliore per noi, perché guai a noi se la terza guerra mondiale dovesse scoppiare prima di qualsiasi rinascita di un movimento comunista su scala internazionale.
È trascorso più di un secolo da quando, nel 1917, in Russia risuonarono gli squilli della vittoriosa rivoluzione che segnò l’inizio di una grande lotta del proletariato per la propria emancipazione, condotta tra le rovine dell’Impero russo dal Partito bolscevico alla guida dei soviet. Ma le trombe della vittoria si sono da tempo trasformate prima in inquietanti preludi della controrivoluzione stalinista, poi nella melodia della squallida „coesistenza pacifica” con il capitale occidentale, e ora giacciono silenziose accanto al cadavere del compagno Lenin. Oggi, nella guerra imperialista ancora in corso in Ucraina lo Stato russo ha riutilizzato la bandiera rossa ed il richiamo all'”antifascismo” come mezzo per spingere il proletariato in un sanguinoso massacro, tuttavia, tale riesumazione non ha funzionato bene come nel XX secolo. Allora, cosa abbiamo noi marxisti tra le mani in Russia? Quali sono oggi gli echi della vittoria del Partito? Se ce ne sono, ovviamente. Facciamo il punto.
Un elogio dei sindacati sovietici
Partiamo dalle fondamenta. Un paese con una storia di lotta di classe così importante deve sicuramente avere solidi organi proletari di difesa economica, anche se statizzati, o a tinta nazionalista?
Ora, pertanto, esamineremo proprio i Sindacati professionali (Профсоюзы). Queste sono le organizzazioni che la Russia avrebbe ereditato dalla „cara defunta” URSS. Il nostro partito ha ribadito molte volte l’importanza dei sindacati sotto il dominio borghese, ma il caso della Russia merita un’attenzione particolare. Il proletariato in Russia ha vinto, ha preso il potere! Nella Federazione Russa, in quanto „erede” dell’URSS, come amano gridare molti dei membri della Duma, i lavoratori russi hanno ereditato una struttura sindacale „proletaria” o „borghese”? Lo scopo originario di questi organi fu descritto da Lenin in un discorso del 1920:
«[…] nell’esercizio della dittatura del proletariato la funzione dei sindacati è estremamente importante. Ma qual è questa funzione? Passando all’esame di questo problema, uno dei problemi teorici fondamentali, giungo alla conclusione che questa funzione è assai originale. Da una parte, i sindacati comprendono, includono nelle loro file la totalità degli operai dell’industria e sono quindi un’organizzazione della classe dirigente, dominante, della classe al potere che esercita la dittatura, che applica la costrizione esercitata dallo Stato. Ma non si tratta di un’organizzazione statale [N.d.R. Grassetto nostro], di un’organizzazione coercitiva, ma di un’organizzazione che si propone di educare, di far partecipare, di istruire, di una scuola, di una scuola che insegna a dirigere, ad amministrare, di una scuola del comunismo». (da „I sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotzky„)
Qui vediamo chiaramente la concezione marxista di come dovrebbero operare i sindacati sotto la dittatura del proletariato: «non è un’organizzazione statale; né è concepita per la coercizione, ma per l’educazione». Più tardi, in un discorso del 1921, Lenin citò il programma del Partito bolscevico, relativo alla questione sindacale:
«Leggo più avanti:
„Divenuti, conformemente alle leggi della repubblica sovietica e alla pratica in vigore, membri di tutti gli organismi di amministrazione industriale locali e centrali, i sindacati debbono giungere a concentrare effettivamente nelle loro mani la gestione di tutta l’economia nazionale considerata come un unico complesso economico”.
Tutti si richiamano a questo passo. Che cosa vi si dice? Una cosa assolutamente incontestabile: „debbono giungere”. Non si dice che vi stanno giungendo ora. Non c’è quell’esagerazione sufficiente per arrivare a un’assurdità. Vi si dice: „giungere”. A che cosa? All’amministrazione e alla concentrazione effettiva. Quando vi dovrete giungere? Per questo occorre l’educazione. Bisogna educare in modo che tutti senza eccezione sappiano amministrare, sappiano come fare. Adesso, in coscienza, potete dire che i sindacati sono sempre in grado di promuovere dei dirigenti competenti in numero illimitato? Per i posti di direzione non occorrono mica sei milioni di uomini, ma forse sessantamila, centomila, diciamo. I sindacati li possono fornire? Chiunque non voglia correr dietro a formule e tesi e seguire coloro che gridano più forte di tutti, dirà che non possono, non possono ancora. Per anni il partito dovrà fare un lavoro educativo, incominciando dalla liquidazione dell’analfabetismo per finire con tutto il complesso di attività del partito nei sindacati. Nei sindacati c’è una quantità di lavoro da fare per raggiungere quest’obiettivo seguendo la giusta via. Così si dice: „Debbono giungere a concentrare effettivamente nelle loro mani la gestione di tutta l’economia nazionale”». (da „II Congresso dei minatori di tutta la Russia. Discorso di chiusura del dibattito sulla funzione e i compiti dei sindacati all’assemblea della frazione comunista al congresso„)
Riassumendo: i sindacati, base della dittatura proletaria, sotto la guida del Partito, fungeranno da „scuole” amministrative non statali, mentre si muoveranno dialetticamente verso il coordinamento dell’intera economia con l’obiettivo di sradicare lo scambio di merci con la pianificazione totale, evitando la trappola della burocratizzazione. Cosa è successo storicamente allora? Per abbreviare una storia molto lunga di organizzazione proletaria (una storia su cui, senza dubbio, torneremo): i sindacati russi si organizzarono sotto la guida del Partito bolscevico prima come confederazione, denominata „Consiglio centrale panrusso dei sindacati” (ВЦСПС/VTSPS), e successivamente, dal 1923 in poi, come „Consiglio centrale dei sindacati di tutta l’Unione”. Ma quale funzione hanno realmente svolto i sindacati durante i 69 anni di esistenza dell’URSS? I sindacati sono passati dall’essere organi di controllo operaio, una „scuola di comunismo„, a strumenti burocratici dello Stato. Come è potuto accadere? Ciò è avvenuto parallelamente alla degenerazione del partito bolscevico, e con esso del Comintern e dell’intero movimento comunista. (Per un’analisi più ampia, si legga „Perché la Russia non è socialista?”, del 1970). Durante il periodo della NEP, i sindacati operarono all’insegna dello „aumento della produttività” per ricostruire un paese devastato dalla guerra, incrementando i rendimenti industriali e riducendo l’assenteismo sul posto di lavoro. Tutte misure dure, necessarie e temporanee, che, come in molti altri casi, si trasfigurarono nell’epoca del „socialismo in un solo paese” di Stalin. Cosa significò questo per i sindacati? Improvvisamente, le misure temporanee divennero „socialiste”; per fare un esempio, citiamo un libro di storia sovietica:
«Il Partito Comunista considerava l’attuazione di un rigoroso regime di austerità come una delle fonti dell’accumulazione socialista. Nell’aprile del 1926, il Comitato Centrale e la Commissione Centrale di Controllo del Partito Comunista (Bolscevico) dell’Unione pubblicarono un appello, „Sulla lotta per un regime di austerità”, rivolto alle organizzazioni di partito, alle amministrazioni pubbliche e a tutti i lavoratori, in cui si chiedeva l’istituzione di un rigoroso regime di austerità nelle istituzioni, nelle imprese e in tutte le organizzazioni. Questo appello fu immediatamente raccolto dalla classe operaia e dai sindacati. Essi spiegarono ampiamente a operai e impiegati le decisioni del XIV Congresso del Partito, la natura e il significato dell’industrializzazione socialista e la necessità di lottare per un rigoroso regime di austerità al fine di aumentare i risparmi destinati all’industrializzazione. I sindacati sostennero tutte le misure adottate dagli organi economici volte ad attuare l’austerità (riduzione dei costi dell’apparato statale ed economico, riduzione del personale, fusione di piccole imprese, ecc.).
I sindacati coinvolsero la classe operaia e tutti i lavoratori nella lotta per l’austerità, utilizzando varie forme di lavoro di massa. Le conferenze di produzione svolsero un ruolo particolarmente importante in questo senso. Esse si orientarono sempre più verso la risoluzione dei problemi fondamentali della produzione (la sua razionalizzazione, la riduzione dei costi della produzione industriale, il risparmio di materie prime e forniture, la riduzione dei difetti e il rafforzamento globale della disciplina del lavoro) e cominciarono ad approfondire il corso della ricostruzione tecnica delle imprese». (da „Storia dei sindacati nell’URSS 1905-1937„)
Accumulazione socialista! Che termine! Possiamo lodare questo resoconto almeno per la sua onestà, qui vediamo chiaramente la verità: il proletariato russo è stato indotto a rinunciare alle armi, in una tragica dimostrazione di lealtà verso i bolscevichi, ignaro della natura controrivoluzionaria di queste decisioni, aiutando così lo Stato nell’accumulazione! (Leggi: Migliore estrazione del plusvalore) Nel 1923, con la fondazione „ufficiale” dell’URSS, fu istituito il „Commissariato del Popolo per il Lavoro” (Narkomtrud). Perché questo è importante? La risposta è semplice: nel 1933, fu sciolto e incorporato nel Consiglio centrale panrusso dei sindacati, completando la trasformazione della federazione sindacale in un apparato di Stato.
In primo luogo, parallelamente alle epurazioni all’interno del partito, anche il Consiglio centrale panrusso dei sindacati fu oggetto di epurazioni: 14 dei suoi 21 membri del 1929 furono giustiziati. Una volta assicurato il controllo totale, i leader sindacali non furono nominati direttamente dal partito, ma furono „approvati” in modo che il leader sindacale scelto collaborasse con lo Stato, e passarono dal migliorare le condizioni di lavoro a promuovere la „Stakhanovchina” (l’idea che i lavoratori si spingessero oltre i propri limiti per aumentare la produttività) durante il periodo del piano quinquennale. I sindacati divennero uno strumento per sorvegliare e pacificare i lavoratori. Non si verificarono scioperi proclamati da queste organizzazioni, né alcuna opposizione allo Stato. I funzionari sindacali distribuivano „benefici” e „consultavano” i lavoratori sulla questione del „miglioramento delle condizioni di lavoro”. In realtà i sindacati distribuivano viaggi di piacere e benefici minori ai lavoratori, come „ricompensa per la produttività”. I funzionari statali sovietici si vantavano del fatto che il 98% dei lavoratori dell’URSS facesse parte di queste organizzazioni e, sebbene l’adesione non fosse mai stata imposta per legge, era incoraggiata e ci si aspettava che avvenisse. Nient’altro che uno strumento di asservimento, alla faccia del socialismo.
E questa è la struttura sindacale che la Federazione Russa avrebbe ereditato. Ma i sindacati sovietici erano uno strumento di crescente accumulazione in un’epoca di industrializzazione e ripresa economica, crescita demografica e boom demografico, associata alla sanguinosa accumulazione primitiva provocata dallo Stato sovietico; queste tangenti infinite non potevano durare per sempre, e infatti non durarono. Proprio come un cane senza padrone, lo strumento burocratico dei sindacati è stato lasciato nella polvere dopo il crollo dell’URSS. Nel 1991, il Consiglio centrale panrusso dei sindacati è stato sciolto, sostituito dalla Federazione dei Sindacati Indipendenti della Russia (FNPR), nome ironico, considerando il rapido riassunto della storia che stiamo per intraprendere. L’unica dimostrazione di „indipendenza” che la FNPR abbia mai dato è stata durante il „colpo di Stato di ottobre” del 1993, quando i sindacati appoggiarono il parlamento nel tentativo di mettere sotto accusa Eltsin, cosa che, per dirla senza mezzi termini, si rivelò controproducente. Diamo un’occhiata a un resoconto dell’epoca:
«Su insistenza del governo, il leader sindacale è stato sostituito. Ieri, il Presidium della Federazione dei Sindacati Indipendenti della Russia ha accettato le dimissioni di Igor Klochkov dalla carica di presidente. Durante la crisi di settembre-ottobre, la leadership della federazione ha invitato i lavoratori a difendere la Costituzione e il parlamento, utilizzando tutti i mezzi possibili, „compresi gli scioperi”. Vasily Romanov è stato nominato presidente ad interim della Federazione dei Sindacati.
Subito dopo che Boris Eltsin ha emanato il decreto n. 1400 il 21 settembre, la leadership della Federazione dei Sindacati Indipendenti della Russia (che riunisce oltre 18 milioni di iscritti) ha rilasciato una dichiarazione in cui condannava la mossa del presidente e invitava i lavoratori a difendere l’ordine costituzionale. Questa posizione dura dei leader sindacali ha immediatamente provocato una ritorsione da parte dell’esecutivo: i telefoni nell’edificio della FNPR sono stati disattivati. I sindacati si sono dimostrati sufficientemente „comprensivi” e il 28 settembre, durante la sessione plenaria della Federazione dei Sindacati, è stata adottata una dichiarazione più „morbida”, che sostanzialmente revocava l’iniziale appello allo sciopero. Ciononostante, anche dopo questa decisione, il presidente della Federazione, Igor Klochkov, ha continuato a chiedere l’adozione della „opzione zero” proposta dall’ex presidente della Corte costituzionale Valery Zorkin, che prevedeva l’abrogazione simultanea del decreto di Boris Eltsin e di tutte le successive risoluzioni del Congresso. Klochkov annunciò il suo sostegno alle azioni del presidente solo la mattina del 4 ottobre, quando i carri armati stavano già sparando contro l’edificio del Parlamento.
Secondo fonti governative, il vice primo ministro Vladimir Shumeiko avrebbe chiesto le dimissioni immediate di Klochkov. Il Presidium della Federazione, dopo aver accettato le dimissioni di Klochkov, ha nominato Vasily Romanov, ex vice di Klochkov, presidente ad interim fino al Congresso». (dal quotidiano „Коммерсантъ” del 09.10.1993)
Dopo il „18 brumaio” di Eltsin, i lavoratori chiamati a „difendere l’ordine costituzionale” sono stati traditi dai loro capi sindacali. Con la nuova leadership, la FNPR ha presto adottato la posizione del „partenariato sociale tra proprietari, lavoratori e Stato” (leggi: collaborazione di classe), ma a differenza dei sindacati nazionalisti occidentali, la FNPR non fa nemmeno finta di proteggere in alcun modo i lavoratori; persino i suddetti viaggi vacanza, che scimmiottavano il socialismo nell’URSS, sono stati privatizzati! Da allora, la FNPR è diventata un tumore burocratico attaccato allo Stato russo, senza ottenere nulla per i lavoratori, se non sottrarre una percentuale del loro salario, con i vertici sindacali scelti in elezioni farsa, simili al „democratismo” russo in generale (che non è poi così diverso dalla democrazia „occidentale”). Nessuno sciopero, ma „manifestazioni” orchestrate dallo Stato, nessuna tutela del lavoro, ma raccolte di fondi per lo sforzo bellico imperialista in Ucraina, ecc. L’iscrizione è generalmente considerata obbligatoria, ma raramente viene nemmeno riconosciuta durante il rapporto di lavoro, con molti lavoratori che, a quanto si dice, non sanno nemmeno di far parte del sindacato! E i leader sindacali sono solo parte dello Stato, con l’intero apparato della FNPR intrinsecamente legato al partito „Russia Unita”. Che i resti dei sindacati costruiti ai tempi dei bolscevichi riposino in pace. Ma c’è ancora speranza. Le realtà materiali del Capitale sono sempre presenti, e nessuna quantità di burocrati statali può cancellare la spinta spontanea dei lavoratori a proteggere i propri interessi materiali. Dopo i continui fallimenti dei sindacati controllati dallo Stato, nell’era del „capitale liberale” degli anni 2000 in Russia, si sono formati veri e propri sindacati indipendenti per difendere le posizioni concrete dei lavoratori, di cui parleremo in un prossimo articolo.