Internationella Kommunistiska Partiet

Comunismo 99

ORO, DOLLARI E GUERRA

Storicamente la crescita economica degli Stati Uniti tendenzialmente è stata superiore a quella mondiale, e in specie a quella europea. In anni recenti l’andamento si è indebolito, fino a cambiare di segno, ma ancora oggi il dollaro continua ad essere la moneta di riferimento per il ruolo di valuta di riserva globale. Gli USA avevano imposto al mondo la loro divisa, espandendo senza posa la massa del dollaro, con un progressivo indebitamento e grazie al ”dollar standard”, che ha generato e continua a produrre un enorme passivo commerciale e un deficit strutturale delle partite correnti, cioè il saldo tra importazioni ed esportazioni di capitali e beni e servizi. In questo modo gli Stati Uniti hanno speso costantemente oltre i propri mezzi, senza creare inflazione perché la massa immane di dollari in ”circolazione”, cioè mantenuta all’estero in tutte le forme possibili, Buoni del Tesoro, azioni, investimenti aziendali, era sostenuta dall’incessante richiesta di dollari.  In altre condizioni l’America sarebbe andata in bancarotta

È stato detto e ridetto, ed è affermazione che abbiamo fatta nostra, che la potenza del dollaro è ciò che consente agli Stati Uniti di avere un deficit di bilancio stratosferico, e permette di dilatarlo a valori non compatibili con una ragionevole gestione delle finanze statali: per non parlare del debito privato che è però la condizione per sostenere la vitalità del commercio interno. Questo ha però reso necessario un apparato militare potente e pervasivo e l’assetto monetario e militare ha sostenuto la ”pace americana” per oltre mezzo secolo da parte di un impero a debito, come è stato definito da molti analisti. 

Se prendiamo in considerazione il dato storico, vediamo però che i flussi di investimento verso i mercati americani si stavano riducendo, fino ad arrivare nel febbraio scorso ad un livello molto basso; dal 2022 con un impiego sul mercato finanziario americano del 92%, finanziariamente per ogni 100 dollari investiti alla scala mondiale, solo 26 andavano alle azioni statunitensi, mentre il resto era investito su altri listini internazionali, in Europa, in Asia, ed anche nei cosiddetti ”Paesi Emergenti” tra i quali i celebri BRICS: Brasile, Russia, Cina, Sud Africa.

La guerra, e non intendiamo la farsa tragica del Venezuela, condotta in giusto spregio ad ogni ubbia di insulso diritto internazionale, ma questa del Golfo, guerra anche per il controllo di una materia prima essenziale per il capitalismo, ha alterato questa tendenza portando lo scontro sul terreno del petrolio, che è divenuto il primo canale di diffusione della crisi.  Le criticità di approvvigionamento hanno spinto alla richiesta di dollari; chi ha bisogno di petrolio, ha bisogno di dollari.  

La condizione di debolezza e fragilità, soprattutto europea ha rimesso in moto la richiesta di dollari, la ”moneta corrente” per l’acquisto, favorendo il primo produttore mondiale, che con la ”conquista” del Venezuela si trova ad avere ancora maggiore disponibilità.

Quella regola empirica secondo la quale nelle fasi di maggior sconvolgimento sociale o economico, i cosiddetti ”beni rifugio” che dovrebbero garantire riserva di valore aumentano il loro ”valore” (ovvero il loro prezzo), che dovrebbe mostrare un andamento sempre crescente, viene smentita dai fatti.  In controtendenza a questa opinione comune nell’attuale condizione di guerra, l’oro, il bene rifugio per eccellenza, mostra un prezzo in discesa. Ma l’oro, come pontificano gli economisti borghesi, non è soltanto un bene rifugio, ma anche un’assicurazione per le classi possidenti a difesa dei loro capitali. Questa è la concezione di borghesucci preoccupati dei loro soldi; la guerra, qualunque tipo di sconvolgimento sociale, le crisi economiche e, peggio, finanziarie, ”sulla carta” stimolano l’operazione di accumulo di un bene nominalmente incorruttibile, di valore certo, e debolmente legato alle condizioni del mercato, se non con un andamento crescente nelle fasi di particolare criticità. L’oro non è soltanto il bene rifugio nei sogni della piccola borghesia. 

Per la finanza internazionale, Banche Centrali e grandi Fondi sovrani o privati, la riserva aurea gioca un ruolo importante come riserva di valore. Ruolo che spiega la apparente contraddizione di questo periodo.

Il dollaro, la divisa di conto essenziale per il commercio internazionale, che rappresenta lo strapotere degli Stati Uniti nei confronti di tutti gli altri Stati, in questa fase si sta rafforzando malgrado le previsioni di ”dedollarizzazione”, cioè il processo che portava alla riduzione del dollaro come valuta di riserva e mezzo di scambio nelle transazioni internazionali; l’unità di conto che molti Stati hanno cercato di ridurre per diminuirne la dipendenza, ridurre i rischi valutari legati al dollaro, e soprattutto sottrarsi all’influenza politica statunitense. 

 Analogamente la brusca diminuzione del prezzo dell’oro, correlata allo stesso processo, non è un andamento che possa continuare se l’evento bellico si protrae per altro tempo. Insomma, il prezzo dell’oro cresce rapidamente e tumultuosamente alla vigilia e durante le prime fasi della crisi internazionale, per cadere dopo. Il massimo raggiunto all’inizio di marzo 2026, 5600 dollari l’oncia, a fine mese si è posizionato nell’intorno di 4200 con una caduta del 25% rispetto all’inizio delle ostilità. La sua ”capitalizzazione”, cioè il valore complessivo dell’investimento in oro è scesa sotto i 30.000 miliardi di dollari contro i 40.000 del suo massimo.  E di pari passo si rafforza la posizione del dollaro. 

L’oro non è semplicemente un bene rifugio, ma come detto, riserva di valore. Questo significa che è uno strumento che consente di proteggere la moneta generata dalla Banca Centrale dalla perdita di valore (i teorici monetaristi borghesi lo chiamano ”debasement”), evento che non è una comune fluttuazione dei cambi ma la perdita progressiva del potere d’acquisto: causata da eccesso di liquidità, politiche fiscali espansive, crescita senza freni del debito pubblico, che supera il rapporto col PIL, o deficit pubblici senza freni. In questi casi gli investitori, soprattutto quelli internazionali, hanno riversato i loro investimenti su riserve di valore non controllate dai governi come è la stampa e l’emissione di moneta: oro, materie prime e, paradossalmente, divise digitali.  

Il quadro preciso di quel che stava accadendo al dollaro nel periodo 2025 e nei mesi successivi. Caduta del dollaro e aumento dell’oro.

Poi le condizioni generali si sono profondamente modificate per lo scoppio della guerra. A favore degli Stati Uniti, almeno per quanto riguarda le condizioni finanziarie dello Stato.

Benedetta guerra, per gli Stati Uniti d’America!

Per l’oro l’andamento negativo in questa prima fase della Guerra del Golfo è legato alle esigenze di disponibilità di contante che si sono verificate nel mese di marzo. Il rafforzamento del dollaro ha agito come una spinta al processo inflattivo. Non paradossalmente le immani spese di guerra e il debito dello Stato federale ad esse connesso lo ha costretto ad aumentare la liquidità (ovvero la disponibilità immediata di strumenti di pagamento); nello stesso senso si è dovuto muovere il complesso dei grandi fondi che hanno una posizione speculativa di 1.400 miliardi di dollari; un debito enorme che ha richiesto ricoperture dei margini, vale a dire che da parte dei prestatori sono stati richiesti aumenti della quota in loro mano data inizialmente come garanzia del prestito.

Ovviamente le condizioni attuali che paiono contradditorie sono specifiche di un periodo iniziale della guerra. Se il conflitto dovesse continuare e la crisi energetica aggravarsi, la situazione finanziaria cambierebbe, e si invertirebbe l’andamento dollaro-oro. Questo ci aspettiamo, con sicurezza.

Tutto quanto fin qui descritto considera però soltanto l’aspetto finanziario dello scontro in atto, e non la globalità delle dinamiche che scuotono il mondo capitalistico, già nelle more della sua crisi generale, di cui le tante guerre, militari e commerciali, sono un sintomo palese. Un quadro globale non può da questa prescindere.  Ma la scienza borghese non è capace di superare la sua visione locale e settoriale, limitata ai singoli problemi.

Gli analisti finanziari, gli economisti borghesi e tutta la grancassa mediatica al contorno prevedono ”momenti scuri” per i prossimi tempi, e intravedono pericoli di inflazione con stagnazione, la famigerata ”inflastag”; l’incubo peggiore per il capitalismo, secondo tutte le teorie economiche correnti.

Ebbene, noi intravediamo un futuro ancora peggiore, la deflazione mondiale, contro la quale l’unico rimedio che il capitalismo riesce a mettere in atto è la guerra generale, non più limitata a zone ed aree localizzate, ma estesa a tutto il mondo.

Per arrestare la quale c’è solo la Rivoluzione mondiale, la nostra visione del futuro dell’umanità.

LA TEORIA MARXISTA DELLE CRISI

(Continua dal n. 98 – luglio 2025)

1. Le teorie del plusvalore

1.4 – Thomas Robert Malthus

1.4.1 Breve biografia

Thomas Robert Malthus nacque il 13 febbraio 1766 nella tenuta di campagna ”Rookery” nel Surrey, a sud di Londra; secondo figlio di Daniel Malthus, un illuminista sostenitore delle idee liberali che educò, con l’aiuto di due precettori, il figlio secondo gli ideali di Rousseau e Hume. Thomas venne iscritto alla Warrington Academy, una scuola dissenziente nei confronti della Chiesa d’Inghilterra gestita dall’unitarianista Gilbert Wakefield; solo successivamente si iscriverà al Jesus College di Cambridge dove otterrà il nono grado nel corso di matematica nel 1788, anno della sua nomina a ministro della Chiesa d’Inghilterra.

Attorno al 1793 divenne curato della cappella di Okewook ad Albury, a pochi chilometri dalla casa paterna; nello stesso anno venne nominato assegnista di ricerca proprio a Cambridge e dovette di conseguenza dividersi fra gli impegni ecclesiastici e quelli accademici. Gli scontri ideologici col padre lo spinsero a pubblicare lo scritto, The Crisis, di critica all’amministrazione Pitt che tuttavia non venne pubblicato. La pubblicazione dello scritto di William Godwin sulla politica convinse Malthus a replicare alle idee libertarie cosicché nel 1798 venne dato alle stampe il Essay on the Principle of Population contenente la teoria sulla progressione geometrica della popolazione in contrapposizione alla progressione aritmetica dei mezzi di sussistenza; la controreplica di Godwin costrinse Malthus alla ricerca delle prove empiriche a sostegno della propria tesi; intraprese perciò un lungo viaggio in Germania, Scandinavia e Russia e, dopo la firma del trattato di pace di Amiens del 1802 tra Francia e Inghilterra, poté anche visitare la stessa Francia e la Svizzera; così nel 1803 apparve, molto rivista e ampliata la seconda edizione del Saggio.

L’anno successivo convolò a nozze ma perse la borsa di studio a Cambridge; nel 1805 fu nominato professore di storia moderna ed economia politica all’East India College di Haileybury, diventando probabilmente il primo economista accademico d’Inghilterra. Attorno al 1800 si interessò anche di problemi monetari, tanto che pubblicò un lavoro che esponeva una teoria endogena della moneta, ma sarà nel decennio successivo che s’imbatterà negli scritti di David Ricardo sulla controversia bullionista ed intraprenderà con lo stesso una fitta corrispondenza.

Nel 1814 entrò nel dibattito sulle Corn Laws e dopo un primo scritto, Observations on the Effects of the Corn Laws, che delineava vantaggi e svantaggi delle leggi protezionistiche, sostenne provvisoriamente i liberoscambisti per poi mutare fronte l’anno successivo pubblicando il pamphlet Grounds of an Opinion in cui si incoraggiava la produzione interna di cereali per garantire l’autosufficienza alimentare. Lo stesso anno diede alle stampe lo scritto sulla teoria della rendita, Inquiry Into the Nature and Progress of Rent, in cui sosteneva che la rendita fosse semplicemente una detrazione dall’eccedenza che si genera in agricoltura; di lì a poco apparirà anche il saggio di Ricardo in parziale risposta a Malthus, circostanza che spingerà i due ad intraprendere un dibattito più generale sulla teoria del valore. La controversia sfocerà nella pubblicazione, nel 1820, del trattato di Malthus Principles of Political Economy, nel quale sono esposti fondamenti teorici che si differenziano dalla scuola classica in tema di valore, abbracciando la seconda definizione, errata, di Smith.

Nel 1819 fu eletto membro della Royal Society diventando anche membro fondatore del Political Economy Club sebbene non si trovasse a proprio agio circondato dalle tesi di James Mill e McCulloch, ma soprattutto in considerazione del fatto che le teorie di Senior in aperto contrasto con le proprie guadagnavano sempre più terreno nel club. Ancora una volta Malthus si gettò alla ricerca di prove empiriche a sostegno delle proprie idee e di conseguenza cominciò ad interessarsi al nascente campo della statistica.

Il 23 dicembre del 1834, anno della riforma delle leggi sui poveri, uno dei suoi obiettivi principali, Malthus morì a casa del suocero per un attacco di cuore, per venire poi sepolto nell’abbazia di Bath.

1.4.2 Teoria generale

Nell’ambito dell’economia classica, Malthus occupa un posto peculiare con presupposti filosofici, metodo d’indagine e problematiche affrontate identiche a quelle di Ricardo e J.S. Mill, assumendo tuttavia una posizione che si distingue dal solco ricardiano. Malthus fornì all’edificio di Ricardo essenzialmente due strumenti essenziali: la teoria della popolazione e il principio dei rendimenti decrescenti delle terre successivamente coltivate. 

Si può affermare che Malthus crede di introdurre ipotesi innovative e soluzioni alternative nel dibattito economico in base al principio di base per cui l’economia è sì una scienza ma più vicina alle scienze morali e politiche che a quelle naturali, col risultato che lo schema teorico assume connotazioni eclettiche. La sua posizione metodologica è chiarita nelle pagine dell’Introduzione ai Principles dove si afferma: «La causa principale degli errori e delle discrepanze che attualmente regnano fra gli economisti a me sembra dipendere dalla troppa fretta con cui si corre a semplificare e a generalizzare […]. In economia politica il desiderio di semplificare ha prodotto una specie di avversione a riconoscere l’influenza di più cause nella generazione di un medesimo effetto. […] La medesima tendenza a semplificare e generalizzare produce un’avversione ancora più grande contro le modificazioni ed eccezioni a cui un principio possa andare soggetto che contro il bisogno di ammettere l’influenza di molte cause in un solo fenomeno». (Malthus, Principles on Political  Economy)

Già il fisiocratico Richard Cantillon aveva tentato di enunciare in forma di principio generale il contrasto fra la tendenza biologica della specie al rapido accrescimento e la disponibilità dei mezzi di produzione; Malthus tentò però di proseguire oltre nell’analisi per formalizzare quel contrasto in base all’evidenza empirica. Osservando il comportamento demografico nelle colonie nord-americane, dove, per l’abbondanza e la gratuità di terre disponibili, si poteva supporre che l’accrescimento demografico non incontrasse ostacoli economici, Malthus formulò la nota legge della progressione geometrica dell’incremento naturale della popolazione, mentre dall’osservazione dell’andamento della produzione agricola nel lungo periodo e nei paesi dove la terra è limitata, affermò che i mezzi di sussistenza, nel caso più favorevole, potrebbero crescere solo in progressione aritmetica. È la stessa natura che tenderebbe a evitare che tale divario diventi incolmabile; da una parte con freni repressivi che aumentano la mortalità, dall’altra freni preventivi che diminuiscono la natalità. Da questa teoria della popolazione derivano implicazioni di ordine teoretico, tra cui l’enunciazione della legge del salario tendente al livello di sussistenza ed il principio dei rendimenti decrescenti dei terreni successivamente coltivati; mentre le implicazioni di ordine politico portano a sostenere l’abolizione delle ”leggi sui poveri” ed in generale le forme di assistenza pubblica.

Mentre lo scritto sulla popolazione ha uno schema teoretico rigido, l’opera principale di Malthus in materia economica, i Principles, è un tentativo di opporsi allo schema ricardiano considerato eccessivamente rigido. La teoria del valore non viene perciò rifiutata ma è considerata solamente come un caso limite, ovvero il principio ricardiano sarebbe valido solo nello scambio fra due merci prodotte con capitali di uguale composizione organica, non essendo pertanto generalizzabile; al contrario il principio generale andrebbe ricercato nella legge della domanda e offerta, la prima essendo intesa come volontà unita ai mezzi per poter acquistare una merce e la seconda come quantità di merci da vendere combinata col desiderio di venderle.

Nello stesso scritto si tratta anche di teoria della rendita insistendo sul fatto che all’origine della rendita differenziale non c’è tanto la scarsità quanto la fertilità del terreno che permette un raccolto superiore alle spese di mantenimento del coltivatore. La diversa impostazione del problema da parte di Malthus gli consente di trarre dallo stesso principio implicazioni diverse da quelle ricardiane; le alte rendite allora si identificherebbero con un’abbondanza di ”doni gratuiti” della terra; perciò, l’interesse dei proprietari terrieri coinciderebbe con quello dell’intera società. Ricardo viene accusato d’aver considerato l’incremento della rendita sotto il solo aspetto dell’aumento di prezzo delle derrate agricole dovuto ad una crescente difficoltà nella loro produzione; questo tuttavia sarebbe solo un caso limite; le rendite invece possono accrescersi anche per altre cause, tra cui un aumento di accumulazione tale che riduca l’incentivo ad investire nel settore manifatturiero e renda conveniente l’impiego dei capitali esuberanti anche nei terreni meno fertili; un aumento di popolazione che, in presenza di elevati salari, li riduca in modo da rendere conveniente la coltivazione di terre meno fertili; miglioramenti in agricoltura; incremento della domanda estera di prodotti agricoli.

La critica malthusiana del sistema ricardiano porta l’autore a contestare anche il concetto di ”salario naturale” che generalizzerebbe solo il caso limite, che si verificherebbe in un’ipotetica situazione finale di stazionarietà; i fattori che determinano il salario sarebbero in primo luogo la domanda di lavoro dipendente dalla quantità e dal valore del capitale variabile; in secondo luogo l’offerta di lavoro dipendente dalla popolazione; in terzo luogo le abitudini di consumo della classe lavoratrice; in quarto luogo la decisione dei capitalisti in merito alla ripartizione del loro reddito fra accumulazione e consumo.

Nel libro II dei Principles si affronta la teoria dello sviluppo e qui non si nega la validità del modello ricardiano, ma ciò che interessa l’autore non è tanto l’analisi del processo che porta alla stazionarietà, quanto le modificazioni ed eccezioni che il processo subisce durante il suo svolgimento. Smith e Ricardo accettarono il principio secondo il quale la produzione crea sempre la domanda sufficiente ad assorbirla, cosicché il sistema può subire una crisi da sovrapproduzione relativa se si eccede nella produzione di una merce a scapito di un’altra, ma non potrà esserci una crisi da sovrapproduzione generale. Malthus nega invece la cosiddetta ”legge degli sbocchi”: «Un terzo errore, il più grave di quelli che gli autori citati han commesso, consiste nel supporre che l’accumulazione assicuri la domanda o che il consumo degli operai impiegati dalle persone il cui scopo è di risparmiare, generi una domanda reale di derrate, sufficiente ad incoraggiare in modo continuo l’accrescimento della produzione». (Ivi) Vuole cioè dimostrare che, oltre una certa misura, l’accumulazione provoca necessariamente un aumento di produzione senza un corrispondente aumento di domanda delle merci prodotte dando quindi luogo ad una saturazione generale del mercato che diminuisce il saggio di profitto ed arresta lo sviluppo ancor prima di raggiungere lo stato stazionario. Secondo Malthus l’offerta generata dal processo di accumulazione non provoca automaticamente una domanda sufficiente per assorbirla; pertanto è necessario elaborare strumenti di politica economica atti a stimolare la domanda effettiva. In primo luogo sarebbe necessaria una riforma della struttura della proprietà fondiaria che favorisca la formazione di una numerosa classe media perché, senza diminuzione della capacità di produzione, si abbia un aumento delle abitudini di consumo. In secondo luogo occorrerebbe stimolare e facilitare gli scambi interni e internazionali. In terzo luogo lo strumento fondamentale di sostegno alla domanda effettiva rimane l’esistenza del consumo improduttivo: «È assolutamente necessario che un paese fornito di grandi mezzi di produzione possieda un corpo di consumatori i quali direttamente non si trovino impegnati nella produzione». (Ivi) Il consumo improduttivo avrebbe una funzione equilibratrice impedendo al capitalismo di ristagnare ancora prima di arrivare allo stato stazionario.

1.4.3 Confusione delle categorie merce e capitale

Nelle Teorie sul Plusvalore Marx analizza essenzialmente tre scritti di Malthus: The Measure of Value Stated and Illustrated, Definitions in Political Economy, Principles of Political Economy. Sia i Principles sia gli altri due devono in gran parte la loro origine all’invidia per il successo dello scritto ricardiano in materia e al tentativo di riconquistare quel primato che egli era riuscito ad accaparrarsi fraudolentemente. A ciò si aggiungeva il fatto che, nello scritto di Ricardo, lo svolgimento, sia pur ancora astratto, della determinazione del valore era diretto contro gli interessi dei proprietari terrieri e dei loro lacchè, che Malthus rappresentava ancor più immediatamente che gli interessi della borghesia industriale. Il merito di questi tre scritti risiede nel fatto che, mentre Ricardo non spiega il modo in cui lo scambio ineguale fra capitale e lavoro vivo scaturisce dallo scambio delle merci secondo la legge del valore (del tempo di lavoro in esse contenuto), e non chiarisce quindi l’origine del plusvalore (in quanto sostiene che il capitale si scambia direttamente con il lavoro e non con la capacità lavorativa), Malthus pone l’accento sullo scambio ineguale fra capitale e lavoro salariato. «Occorre distinguere lo scambio delle merci dalla distribuzione (salari, rendita, profitto). […] Le leggi della distribuzione non dipendono tutte da quelle relative allo scambio». (Definitions) Il che non significa altro che il rapporto fra salario e profitto, lo scambio fra capitale e lavoro salariato non coincide immediatamente con la legge dello scambio delle merci. 

Se si considera la valorizzazione del denaro o della merce in quanto capitale è chiaro che il plusvalore non è altro che il lavoro non pagato comandato dal capitale, dalla merce o dal denaro, oltre la quantità di lavoro che vi è contenuta. Tale eccedenza costituisce il plusvalore; la sua grandezza determina la proporzione della valorizzazione. E questa quantità eccedente di lavoro vivo, con cui si scambia, costituisce la sorgente del profitto. Il profitto (anzi plusvalore) non scaturisce dall’equivalente di lavoro oggettivato che è scambiato con un’uguale quantità di lavoro vivo, bensì dalla porzione di lavoro vivo di cui ci si appropria in questo scambio senza pagare per essa un equivalente. Se si prescinde dunque dalla mediazione di questo processo, se si guarda unicamente al contenuto effettivo e al risultato del processo, allora valorizzazione, profitto, trasformazione di denaro o merce in capitale non derivano dal fatto che le merci si scambiano secondo la legge del valore, vale a dire in rapporto al tempo proporzionale di lavoro che esse costano, ma piuttosto, al contrario, dal fatto che le merci o il denaro si scambiano contro più lavoro vivo di quello che è contenuto, speso in esse.

L’unico merito di Malthus è di aver evidenziato questo punto che in Ricardo emerge con tanta minor chiarezza in quanto egli presuppone sempre il prodotto finito che viene ripartito fra il capitalista e l’operaio, senza considerare lo scambio, il processo di mediazione che conduce a tale ripartizione. Questo merito è annullato dal fatto che egli confonde la valorizzazione del denaro o della merce in quanto capitale, e quindi il suo valore nella specifica funzione di capitale, con il valore della merce come tale; e perciò nella sua esposizione egli ricade nelle vacue concezioni del sistema monetario.

«Su uno stesso paese e in una stessa epoca il valore di scambio delle merci che si risolvono unicamente in lavoro e profitto è misurato esattamente dalla quantità di lavoro che risulta dal lavoro accumulato e dal lavoro immediato effettivamente impiegato, più il variabile ammontare del profitto su tutte le anticipazioni misurate in lavoro». (The Measure of Value

Malthus vuole accogliere il profitto già nella definizione del valore, affinché consegua immediatamente da tale definizione, come invece non accade in Ricardo. Da ciò si vede che egli avverte dove si trovava la difficoltà; ma è insulso che egli identifichi il valore della merce con la sua valorizzazione in quanto capitale. Se merce o denaro si scambiano come capitale contro lavoro vivo, allora si scambiano sempre contro una maggiore quantità di lavoro di quella che essi stessi contengono; e se si confronta da un lato la merce prima di questo scambio e dall’altro il prodotto che risulta dal suo scambio con il lavoro vivo, si trova che la merce si è scambiata contro il suo proprio valore più un’eccedenza sul suo valore, il plusvalore. Insulso però concludere che il valore della merce sia uguale al suo valore più un’eccedenza su questo valore. Se quindi la merce si scambia come merce contro altre merci e non come capitale contro lavoro vivo, allora essa, in quanto si scambia contro un equivalente, si scambia contro la medesima quantità di lavoro oggettivato che è contenuta in essa.

1.4.4 La concezione volgare del plusvalore

Malthus, che trasforma la valorizzazione della merce in quanto capitale nel suo valore, è così coerente da trasformare tutti i compratori in operai salariati; tutti i compratori scambiano con il capitalista lavoro immediato invece che merce, e gli restituiscono più lavoro di quello contenuto nella merce, mentre il suo profitto scaturisce dal fatto che egli vende tutto il lavoro contenuto nella merce, pur avendone pagato soltanto una parte. In Ricardo c’è la difficoltà che la legge dello scambio delle merci non spiega immediatamente lo scambio fra capitale e lavoro salariato, anzi sembra contraddirlo; Malthus risolve la difficoltà trasformando lo scambio di merci in scambio fra capitale e lavoro salariato. Ciò che Malthus non comprende è la differenza fra la somma totale di lavoro contenuta in una merce e la somma di lavoro pagato che essa contiene. È proprio questa differenza che costituisce la fonte del profitto. Malthus è poi costretto a far derivare il profitto dal fatto che il venditore non soltanto vende la merce al di sopra di ciò che gli costa, ma al di sopra di ciò che essa costa, e ritorna quindi alla concezione volgare del profitto mediante espropriazione, a far derivare il plusvalore dal fatto che il venditore vende la merce al di sopra del suo valore, cioè a un tempo di lavoro maggiore di quello in essa contenuto. Ciò che egli guadagna così come venditore di una merce, lo perde come compratore di un’altra, e non si vede quale profitto possa derivare da un tale rialzo nominale dei prezzi.

Basandosi su affermazioni di Smith, che enuncia ingenuamente tutti gli elementi contraddittori e diventa così una fonte, un punto di partenza di concezioni diametralmente opposte, Malthus fa il tentativo confuso, ma fondato su una intuizione esatta e sulla consapevolezza di una difficoltà non ancora domata, di opporre a Ricardo una nuova teoria; ma subito si compie il passaggio da questo tentativo alla concezione volgare. Se il compratore stesso è un capitalista, un venditore di merci, e il suo denaro rappresenta solo merce venduta, ne risulterebbe semplicemente che entrambi si vendono le loro merci ad un prezzo troppo alto e così si truffano reciprocamente e si truffano nella stessa misura se entrambi realizzano soltanto il saggio generale del profitto. Ma da dove vengono allora i compratori che pagano al capitalista la quantità di lavoro che è uguale al lavoro contenuto nella merce più il suo profitto? L’unica eccezione è costituita dalla classe operaia. Poiché il prezzo del prodotto viene elevato al di sopra del suo costo, gli operai possono ricomprare solo una parte del prodotto, e così l’altra parte costituisce un profitto per il capitalista. Ma, poiché il profitto deriva appunto dal fatto che gli operai possono ricomprare soltanto una parte del prodotto, la classe dei capitalisti non può mai realizzare il suo profitto per mezzo della domanda operaia, non può cioè realizzarlo scambiando l’intero prodotto contro il salario. È necessaria dunque un’altra domanda e sono necessari altri compratori oltre gli operai stessi; altrimenti non vi sarebbe profitto. Ma da dove vengono questi altri compratori? Se sono capitalisti, venditori essi stessi, si ha la truffa reciproca, poiché essi aumentano reciprocamente il prezzo nominale delle loro merci, e ciascuno guadagna come venditore ciò che perde come compratore. Affinché il capitalista possa realizzare il suo profitto, vendere al loro valore le merci, sono quindi necessari compratori che non siano venditori. Di qui la necessità di proprietari terrieri, di chi fruisce di pensione o sinecura, dei preti ecc. Malthus non spiega come questi compratori vengano in possesso dei mezzi d’acquisto, come essi debbano prima sottrarre ai capitalisti, senza equivalente, una parte del loro prodotto, per ricomprare poi, con questa parte sottratta, meno che un equivalente. Ne deriva la sua perorazione in favore del massimo accrescimento possibile delle classi improduttive, affinché i venditori trovino un mercato; e ne risulta che il pamphlettista della popolazione predichi come condizione della produzione un sovraconsumo costante e la massima appropriazione possibile del prodotto annuo da parte di oziosi. A questa perorazione se ne aggiunge un’altra secondo la quale il capitale rappresenterebbe l’inclinazione alla ricchezza astratta, l’impulso della valorizzazione, che potrebbe però realizzarsi solo mediante una classe di compratori che rappresentino la tendenza a spendere: le classi improduttive, che sono compratrici senza essere venditrici.

1.4.5 L’interpretazione unilaterale della teoria del valore di Smith

La prima preoccupazione di Malthus è quella di cancellare la distinzione ricardiana fra «valore del lavoro» e «quantità di lavoro», e di ridurre la giustapposizione di Smith al suo aspetto sbagliato. «Una data quantità di lavoro deve avere lo stesso valore del salario che essa comanda o contro cui è scambiata». (The Measure of Value) In sé e per sé la frase esprime una tautologia. Poiché i salari o ciò contro cui si scambia una quantità di lavoro costituisce il valore di questa quantità di lavoro, è una tautologia dire: il valore di una determinata quantità di lavoro è uguale al salario o alla massa di denaro o di merci contro cui questo lavoro si scambia. Ciò vuol dire semplicemente che il valore di scambio di una determinata quantità di lavoro è uguale al suo valore di scambio chiamato anche salario. Ma non consegue affatto che una determinata quantità di lavoro sia uguale alla quantità di lavoro contenuta nei salari o nel denaro o nelle merci in cui i salari si rappresentano. Non ne consegue che il valore dei salari sia uguale al valore del prodotto in cui si rappresenta il lavoro. Ne consegue unicamente che il valore del lavoro (poiché misurato mediante il valore della capacità lavorativa e non del lavoro da essa compiuto), il valore di una data quantità di lavoro contiene meno lavoro di quello che esso compra; che quindi il valore della merce, in cui si rappresenta il lavoro comprato, è molto diverso dal valore delle merci con cui questa data quantità di lavoro fu comprata o da cui fu comandata. Malthus trae la conclusione inversa. Dal fatto che il valore di una data quantità di lavoro è uguale al suo valore consegue, secondo lui, che il valore in cui questa quantità di lavoro si rappresenta sia uguale al valore dei salari. Ne consegue che il lavoro immediato (detratti cioè i mezzi di produzione) assorbito, contenuto in una merce, non crea un valore più grande di quello che l’ha pagato; che riproduce solo il valore dei salari. Ne consegue che, se il valore delle merci è determinato dal lavoro in esse contenuto, il profitto non può essere spiegato e bisogna quindi derivarlo da un’altra fonte, ammesso che il valore di una merce debba includere il profitto che essa realizza. Il lavoro in essa assorbito consta, in primo luogo, del lavoro contenuto nel macchinario, ecc., che è stato consumato e che quindi ricompare nel valore del prodotto; in secondo luogo del lavoro contenuto nella materia prima consumata. Questi due elementi non accrescono il lavoro che essi contenevano prima della produzione della nuova merce per il fatto di diventare elementi di produzione di una nuova merce. Resta, in terzo luogo, il lavoro contenuto nei salari, che è stato scambiato con lavoro vivo. Ma quest’ultimo, secondo Malthus, non è maggiore del lavoro oggettivato con cui si scambia. Quindi una merce non contiene alcuna parte di lavoro non pagato, ma solo lavoro che sostituisce un equivalente. Quindi ne consegue che, se il valore della merce fosse determinato dal lavoro in essa contenuto, essa non produrrebbe alcun profitto. Se essa crea un profitto, questo è un’eccedenza del suo prezzo sul lavoro che essa contiene. Dunque, per essere venduta al suo valore (che include il profitto), essa deve comandare una quantità di lavoro uguale alla quantità in essa impiegata più un’eccedenza di lavoro che rappresenta il profitto realizzato nella vendita della merce.

1.4.6 L’interpretazione della tesi di Smith dell’invariabilità del valore

Affinché il lavoro in quanto merce, non la quantità di lavoro richiesta per la produzione, possa servire come misura dei valori, afferma che «il valore del lavoro è costante». (Ivi) Ciò non è originale, ma la perifrasi e lo sviluppo ulteriore della proposizione di Smith: «È necessario che in ogni tempo e in ogni luogo uguali quantità di lavoro abbiano, per l’operaio, lo stesso valore. Nel suo stato normale di salute, di forza e di attività e con il grado medio di abilità, egli deve sempre sacrificare la stessa parte del suo riposo, della sua libertà e felicità. Il prezzo che egli paga è sempre lo stesso, qualunque sia la quantità di merci che egli riceve per il suo lavoro. Con questo prezzo, egli può comprare […] ora una quantità più piccola, ora una più grande di queste merci, ma è il valore delle merci che cambia e non quello del lavoro che le acquista. […] Soltanto il lavoro, il cui valore non cambia mai, è quindi l’unica misura reale e definitiva, che permette di misurare e di confrontare il valore di tutte le merci in ogni tempo e in ogni luogo». (Smith, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations)

Ovvero la scoperta di cui Malthus è così fiero, cioè che il valore è uguale alla quantità di lavoro contenuto nella merce, più una quantità di lavoro che rappresenta il profitto, appare semplicemente come una combinazione delle due frasi di Smith: «Il valore reale di tutte le varie componenti del prezzo è misurato dalla quantità di lavoro che ognuna di esse può comprare o comandare. Il lavoro misura il valore non soltanto di quella parte del prezzo che si risolve in lavoro, ma anche di quella che si risolve in rendita e di quella che si risolve in profitto». (Ivi)

Nelle Definitions in Political Economy, Malthus cerca di dimostrare l’invariabile valore del lavoro in questo modo: «Una vasta categoria di merci, come i prodotti grezzi, tendono, con il progredire della società, a crescere rispetto al lavoro, mentre gli articoli dell’industria manifatturiera hanno la tendenza a decrescere. Così non si è lontani dalla realtà dicendo che, in media, la massa di merci comandata, nel medesimo paese, da una data quantità di lavoro non varia sostanzialmente nel corso di parecchi secoli». Con la stessa maestria dimostra che un aumento dei prezzi monetari dei salari deve provocare un rialzo generale dei prezzi monetari delle merci. «Se vi è un aumento generale dei salari monetari del lavoro, vi sarà una caduta proporzionale del valore del denaro; e se il valore del denaro cade […] i prezzi delle merci salgono sempre». (Ivi) Se è caduto il valore del denaro rispetto al lavoro, si tratta appunto di dimostrare che è salito il valore di tutte le merci rispetto al denaro o che è caduto il valore del denaro, misurato non in lavoro, ma nelle altre merci. E Malthus lo dimostra in quanto lo presuppone.

1.4.7 Concezione del profitto come supplemento sul prezzo

Secondo Malthus il valore di una merce è uguale alla somma di denaro che il compratore deve pagare, e questa somma di denaro è valutata dalla massa di lavoro comune, che con essa si può comprare. Ma da che cosa sia determinata questa somma di denaro, non viene detto. È la rappresentazione volgare che se ne ha nella vita comune in cui prezzo di costo e valore sono identici; una confusione che in Smith e più ancora in Ricardo contraddice il loro reale svolgimento, ma che ora Malthus innalza a legge. È quindi l’immagine del valore propria del filisteo impigliato nella concorrenza, che ne conosce solo la parvenza. Da che cosa è determinato il prezzo di costo? Dalla grandezza delle anticipazioni più il profitto. E da che cosa è determinato il profitto? Se si tratta unicamente di un aumento nominale del prezzo monetario, niente di più facile che aumentare il prezzo delle merci. E da che cosa è determinato il valore delle anticipazioni? Dal valore del lavoro in esse contenuto, dice Malthus. E questo, da che cosa è determinato? Dal valore delle merci in cui si spende il salario. E il valore di queste merci? Dal valore del lavoro più il profitto. E così il circolo va avanti. Posto che all’operaio venga effettivamente pagato il valore del suo lavoro, cioè che le merci che costituiscono i suoi salari siano uguali al valore delle merci in cui si realizza il suo lavoro, così che il profitto può consistere unicamente in un supplemento all’effettivo valore della merce che il venditore aggiunge nella vendita. È ciò che fanno tutti i venditori. Dunque, in quanto i capitalisti scambiano fra di loro, nessuno realizza un vantaggio con questo supplemento, e tanto meno si costituisce un fondo in eccedenza, da cui essi possano attingere il loro reddito. Soltanto quei capitalisti, le cui merci entrano nel consumo della classe operaia, realizzeranno un profitto reale perché rivendono la merce agli operai ad un prezzo maggiore di quello a cui l’hanno comprata da essi. Che altro vuol dire se non che – rispetto alla classe operaia – il profitto deriva dal fatto che gli operai forniscono gratuitamente ai capitalisti una parte del loro lavoro, cioè che la «quantità di lavoro» non è la stessa cosa che il «valore del lavoro»?

1.4.8 Capitale costante e capitale variabile

«Il lavoro accumulato [ma si dovrebbe parlare di lavoro oggettivato] è il lavoro contenuto nelle materie prime e negli utensili che vengono usati nella produzione di altre merci». (Definitions

«[Se si parla] del lavoro contenuto nelle merci, il lavoro impiegato nel capitale necessario a produrle dovrebbe chiamarsi lavoro accumulato, per distinguerlo dal lavoro immediato impiegato dall’ultimo capitalista». (Ivi) È essenziale fare questa distinzione, ma in Malthus non conduce a niente, ed anche il tentativo di ridurre il plusvalore o almeno il suo saggio (che confonde sempre con il profitto e il saggio del profitto) al suo rapporto con il capitale variabile, con la parte del capitale investita in immediate labour, è infantile e non poteva non esserlo, data la sua concezione del valore.

Supponiamo che il capitale sia speso solo in salario, «il profitto sarà determinato dal rapporto fra il valore del prodotto complessivo [e la parte di esso] necessaria a pagare il lavoro impiegato. […] Supponiamo ora che le anticipazioni del capitalista non constino soltanto di lavoro. Il capitalista si attende lo stesso vantaggio da tutte le parti del capitale che egli anticipa». (Principles) Qui percepisce vagamente che il plusvalore, quindi il profitto, si trova in un determinato rapporto con il capitale variabile e vuole dimostrare che il «profitto è determinato dalla proporzione fra il valore del prodotto complessivo e il valore di quella sua parte che è necessaria per pagare il lavoro impiegato». (Ivi) Dapprima procede correttamente, in quanto suppone che tutto il capitale consti di capitale variabile. In questo caso, profitto e plusvalore sono effettivamente identici. Ma anche in questo caso si limita ad una riflessione molto sciocca. Se il capitale investito è 100 e il profitto è del 10%, il valore del prodotto è uguale a 110 e il profitto costituisce 1/10 del capitale investito e 1/11 del valore del prodotto complessivo. Fin qui abbiamo solo una tautologia però supponiamo un capitale composto non soltanto di capitale variabile, ma anche di capitale costante: «Il capitalista si attende lo stesso vantaggio da tutte le parti del capitale che egli anticipa». Ciò contraddice l’affermazione appena enunciata, che il profitto (si dovrebbe dire plusvalore) è determinato dal rapporto con il capitale investito in salario. Ma ecco il suo tour de force. Supponiamo un capitale di 2000, di cui i tre quarti ossia 1500 capitale costante, e un quarto ossia 500 capitale variabile. Il profitto è uguale al 20%. Allora il profitto è uguale a 400 e il valore del prodotto uguale a 2000 più 400 Ma 400 diviso 600 è uguale a 66 e 2/3%. Il valore dell’intero prodotto è uguale a 1000 e la parte di esso investita in salario uguale a 6/10. Qual è invece il conto del signor Malthus? Un quarto del prodotto complessivo cioè 600, un quarto del capitale investito cioè 500, è uguale alla parte di esso investita in salario, e 100, un quarto del profitto, è uguale alla parte del profitto corrispondente a questo salario. Ciò dimostra semplicemente che un profitto di una certa percentuale, per esempio del 20%, su un capitale dato, per esempio 4000, costituisce un profitto del 20% su ogni parte aliquota di questo capitale; il che è una tautologia. Ma non dimostra assolutamente niente in favore di un rapporto determinato, particolare, fra questo profitto e la parte del capitale investita in salario.

1.4.9 Sovrapproduzione

Dalla teoria malthusiana del valore deriva la dottrina della necessità di un consumo produttivo sempre crescente. Il valore di una merce è uguale al valore delle materie prime, del macchinario, ecc., anticipati, più la quantità del lavoro immediato in essa contenuto, il che in Malthus è uguale al valore dei salari in essa contenuti più un profitto aggiunto a queste anticipazioni secondo il suo saggio generale. Questo rincaro nominale costituisce il profitto ed è una condizione dell’offerta, cioè della riproduzione della merce. Questi elementi formano il prezzo per il compratore, a differenza del prezzo per il produttore, e questo è il valore reale della merce. Come si può realizzare questo prezzo? Chi lo deve pagare?

In Malthus dobbiamo operare una distinzione. Una parte dei capitalisti produce merci che entrano direttamente nel consumo dell’operaio; un’altra parte che entrano solo indirettamente in questo consumo, in quanto entrano cioè come materie prime e macchinario nel capitale necessario alla produzione dei mezzi di sussistenza, oppure merci che non entrano affatto nel consumo dell’operaio, perché entrano unicamente nel reddito di chi non lavora.

Vediamo anzitutto i capitalisti che producono articoli che entrano nel consumo degli operai. Sono non soltanto compratori di lavoro, ma anche venditori del proprio prodotto agli operai. Se la quantità di lavoro aggiunta dall’operaio vale 100 talleri, il capitalista gli paga 100 talleri. E questo secondo Malthus è l’unico valore che il lavoro comprato dal capitalista aggiunge alla materia prima, ecc. L’operaio quindi riceve il valore del suo lavoro e dà in cambio al capitalista solo un equivalente di questo valore. Ma sebbene il lavoro contenga nominalmente questo valore l’operaio in realtà riceve una massa di merci inferiore a quella da lui prodotta. Supponiamo, come Malthus, che il capitale consti unicamente di capitale investito in salario. Se si anticipano 100 talleri all’operaio per produrre la merce, il capitalista però vende questa merce a 110 talleri, e l’operaio, con i 100 talleri, può ricomprare solo i 10/11 del prodotto; 1/11, 10 talleri di valore in cui si rappresenta questo plusvalore, rimane al capitalista. 

Supponiamo che la classe dei capitalisti ”A” produca merci che entrano direttamente nel consumo degli operai: qui abbiamo un caso in cui, mediante un rialzo nominale, mediante l’aggiunta normale del profitto al prezzo delle anticipazioni, si costituisce un plusvalore per il capitalista. Con questo giro, restituisce all’operaio soltanto una parte del prodotto da lui creato, appropriandosi dell’altra. Questo risultato non deriva dal fatto che il capitalista vende all’operaio l’intero prodotto ad un valore più elevato, ma dal fatto che il rincaro del prodotto mette l’operaio nell’impossibilità di ricomprare con i suoi salari tutto il prodotto. La domanda dell’operaio non può mai essere sufficiente per realizzare l’eccedenza del prezzo d’acquisto sul prezzo di costo. Il capitalista ”A” possiede dunque una determinata quantità di merce di un determinato valore, di cui egli non ha bisogno per reintegrare il capitale e che quindi può in parte spendere come reddito, in parte impiegare per l’accumulazione. L’entità di questo fondo dipende dal supplemento di valore che egli ha aggiunto al prezzo di costo e che determina la proporzione secondo la quale il capitalista e l’operaio si spartiscono l’intero prodotto.

Supponiamo che la classe di capitalisti ”B” fornisca la materia prima, il macchinario, ecc., in breve il capitale costante della classe ”A”. La classe ”B” può vendere unicamente alla classe ”A” perché non può rivendere le proprie merci agli operai i quali non hanno niente a che fare con il capitale, né ai capitalisti che producono articoli di lusso, né ai capitalisti che producono il capitale costante necessario alla produzione degli articoli di lusso. Nel capitale anticipato da ”A” vi sono 100 di capitale costante. Se il saggio del profitto è uguale al 10%, il fabbricante di questo capitale costante lo ha prodotto con un prezzo di costo di 90 e 10/11 ma lo vende a 100. Egli fa dunque il suo profitto mediante un rialzo imposto alla classe ”A”, e quindi ricava dal prodotto 220 della classe ”A”, 100 invece di 90 e 10/11, con cui compra, supponiamo, lavoro. ”B” non realizza affatto il suo profitto mediante i suoi operai, ai quali egli non può rivendere a 100 quel prodotto che ha un valore di 90 e 10/11, perché essi non comprano da lui. Eppure ad essi succede esattamente lo stesso di quel che succede agli operai di ”A”; per 90 e 10/11 essi ricevono una quantità di merce che solo nominalmente ha il valore di 90 e 10/11, poiché ogni parte del prodotto di ”A” è uniformemente rincarata, ovverosia ogni parte del suo valore rappresenta, rispetto all’aggiunta del profitto, una parte minore di prodotto. 

”B” non costituisce il suo fondo di profitto direttamente mediante i suoi operai, ma con la vendita ad ”A”. È il prodotto di ”A”, che non serve soltanto alla realizzazione del suo profitto, ma costituisce il suo fondo di profitto. ”A” non può vendere a ”B” per realizzare il profitto prodotto dagli operai, e ”B”, al pari dei propri operai, non rappresenta una domanda sufficiente per il suo prodotto (per venderlo al suo valore). Già qui interviene una reazione. Quanto più alta è l’aggiunta di profitto, tanto maggiore, rispetto ai suoi operai, è la parte del prodotto complessivo di cui egli si appropria e che sottrae a ”B”. Nella stessa misura in cui rincara ”A”, rincara ”B”, ”A” e ”B” possono anche essere benissimo considerati come una sola classe. ”B” fa parte dei costi di ”A”, e quanto maggiore è la parte del prodotto complessivo che ”A” deve pagare a ”B”, tanto minore è quella che gli resta. 

Supponiamo anche che esistano le classi ”C” e ”D” – ove ”C” rappresenta quei capitalisti che producono il capitale costante necessario alla produzione degli articoli di lusso e ”D” quelli che producono direttamente gli articoli di lusso – è chiaro che la domanda immediata per ”C” è formata unicamente da ”D”.

”D” è il compratore di ”C” e ”C” può realizzare un profitto solo se vende la sua merce a ”D” ad un prezzo eccessivo, con un rincaro nominale sul suo prezzo di costo. ”D” deve pagare a ”C” più di quanto è necessario, affinché ”C” ricostituisca tutti gli ingredienti delle sue merci. ”D” aggiunge un profitto sia alle anticipazioni fatte da ”C”, sia al capitale direttamente anticipato in salario da ”D”. Con il profitto fatto a spese di ”D”, ”C” può comprare una parte delle merci di ”D”, sebbene non possa impiegare tutto il suo profitto in questo modo, poiché ha bisogno di mezzi di sussistenza non soltanto per gli operai ma anche per se stesso, ed egli scambia il capitale realizzato con ”D” per questi mezzi di sussistenza. In primo luogo, la realizzazione della merce di ”C” dipende direttamente dalla vendita di essa a ”D”; in secondo luogo, effettuata quella vendita, la domanda che scaturisce dal profitto di ”C” non può realizzare il valore della merce venduta da ”D”. Il profitto fatto da ”C” è ottenuto a spese di ”D”, e se egli lo spende di nuovo in merci di ”D” invece che in altre, la sua domanda non può mai essere maggiore del profitto realizzato a spese di ”D”. Questo profitto deve sempre essere molto più piccolo del capitale di ”C”, della sua domanda complessiva e non costituisce mai una fonte di profitto per ”D” perché il profitto fatto da ”C” esce direttamente dalle tasche di ”D”. Finché i capitalisti sia della classe ”C” sia della classe ”D” si vendono reciprocamente le loro merci in seno alla stessa classe, non possono far alcun guadagno o realizzare alcun profitto. La classe ”D” (inclusa ”C”) non può costituirsi artificialmente un fondo supplementare allo stesso modo della classe ”A”, cioè rivendendo la merce agli operai a un prezzo maggiore di quello per cui l’ha comprata da essi, e appropriandosi così, dopo il reintegro del capitale anticipato, di una parte del prodotto complessivo. Gli operai infatti non sono compratori della merce di ”D”. E il suo fondo supplementare non può neppure scaturire dallo scambio o dalla vendita reciproca delle merci. Questo è possibile soltanto se ”D” vende il suo prodotto alle classi ”A” o ”B”.

Per i capitalisti che non producono immediatamente mezzi di sussistenza, e che quindi non rivendono agli operai la parte più considerevole o una parte considerevole delle loro merci, le cose stanno così. Il loro capitale costante sia uguale a 100. Se il capitalista paga inoltre 100 in salario, egli paga agli operai il valore del loro lavoro. Gli operai aggiungono 100 al valore di 100, e così il valore complessivo (prezzo di costo) del prodotto è 200. Da dove viene il profitto? Se il saggio medio del profitto è uguale al 10%, il capitalista vende la merce, che vale 200, a 220. Se egli vende realmente la merce a 220, 200 sono sufficienti a riprodurla (100 per comprare materia prima, 100 in salario) ed egli intasca 20, che può spendere come reddito o usare per accumulare capitale. Ma a chi venderà la merce al 10% al di sopra del suo «valore di produzione» che, secondo Malthus, differisce dal «valore di vendita» o dal valore reale, così che il profitto è in realtà uguale alla differenza fra il valore di produzione e il valore di vendita, cioè uguale al valore di vendita meno il valore di produzione? Con scambi o vendite reciproche, questi capitalisti non possono realizzare alcun profitto, perché secondo l’ipotesi, questi capitalisti non possono vendere le loro merci agli operai. Quindi devono venderle ai capitalisti che producono mezzi di sussistenza. Questi dispongono, grazie al loro scambio con gli operai, di un effettivo fondo supplementare. La formazione di un plusvalore nominale ha fatto finire nelle loro mani un plusprodotto, unico fondo supplementare finora esistente. Quello degli altri capitalisti risulterebbe soltanto dalla vendita delle loro merci al di sopra del loro valore di produzione a questi possessori di un fondo supplementare.

Per i capitalisti che producono il capitale costante necessario alla produzione dei mezzi di sussistenza, il produttore di questi deve necessariamente comprare da essi. Questi acquisti entrano nei suoi costi di produzione. Quanto più alto è il suo profitto, tanto più care sono le anticipazioni alle quali si aggiunge il medesimo tasso di profitto. I capitalisti che non producono né mezzi di sussistenza né capitale che entra nella produzione di questi, possono realizzare un profitto solo se vendono alle prime due classi di capitalisti. Se quest’ultimi prendono il 20%, i primi lo prendono anch’essi.

Ma lo scambio della prima classe di capitalisti è molto differente dallo scambio fra le due classi di capitalisti. Mediante lo scambio con gli operai, la prima ha formato un effettivo fondo supplementare di mezzi di sussistenza (un plusprodotto), di cui dispone come differenza del capitale, così che può usarlo in parte per accumulare, in parte spenderlo come reddito sia nei propri mezzi di sussistenza sia in merci di lusso. Qui il plusvalore rappresenta in realtà pluslavoro e plusprodotto, sebbene ciò sia raggiunto, secondo Malthus, con il grossolano espediente di un rincaro dei prezzi.

Per quanto riguarda le altre classi di capitalisti, da parte loro non vi è alcun plusprodotto reale, non vi è nulla in cui si rappresenti un tempo di pluslavoro. Esse vendono a 110 il prodotto di un lavoro di 100, e soltanto il supplemento aggiunto al prezzo dovrebbe trasformare questo capitale in capitale più reddito. I produttori di mezzi di sussistenza vendono a 110 un sovraprodotto del valore di 100. Ma essi sono i soli a disporre di un plusprodotto. Se anche gli altri vendono loro un prodotto del valore di 100 a 110, ricostituiscono effettivamente con un profitto il loro capitale. Perché mezzi di sussistenza del valore di 100 sono per loro sufficienti a pagare gli operai, ed essi quindi trattengono per sé 10; perché essi in realtà ricevono mezzi di sussistenza del valore di 100, ma i 10/11 di questa somma sono sufficienti per pagare gli operai, infatti in questo caso si trovano nella stessa situazione dei capitalisti ”A” e ”B”. Questi invece ricevono in cambio solo una massa di prodotti in cui si rappresenta un valore di 100. Che questo prodotto nominalmente costi 110, non serve loro a niente, perché quantitativamente, come valore d’uso, non rappresenta una massa maggiore di quella fornita dal tempo di lavoro contenuto in 100 sterline, né con esso possono reintegrare, oltre ad un capitale di 100, anche un nuovo capitale di 10. Ciò sarebbe possibile soltanto nella rivendita.

Benché le due classi vendano reciprocamente a 110 ciò che vale 100, tuttavia soltanto nelle mani della seconda classe 100 ha l’effetto di 110. L’altra classe, per un valore di 110, ha ricevuto in realtà solo un valore di 100. Ed essa vende il suo plusprodotto a un prezzo più elevato solo perché paga al di sopra del loro valore gli articoli che entrano nel suo reddito. In realtà, però, anche il plusvalore realizzato dalla seconda classe si limita ad essere una partecipazione al plusprodotto realizzato dalla prima classe, poiché essa stessa non crea alcun plusprodotto. A proposito di questo rincaro delle merci di lusso, Malthus si ricorda che lo scopo immediato della produzione capitalistica è l’accumulazione e non la spesa. La classe di capitalisti ”A”, in seguito a questo commercio svantaggioso in cui perde di nuovo una parte dei frutti estorti agli operai, ridurrà quindi la sua domanda di merci di lusso. Ma se essa fa questo e aumenta la sua accumulazione, si verifica una diminuzione della domanda solvente, del mercato per i suoi mezzi di sussistenza, che è un mercato che non può raggiungere tutta la sua ampiezza con la sola domanda degli operai e dei produttori di capitale costante. Il prezzo dei mezzi di sussistenza scenderebbe, ma è soltanto con l’aumento di questo prezzo – con il rialzo nominale del medesimo – e in proporzione ad esso che i capitalisti della classe ”A” possono carpire agli operai il loro plusprodotto.

Nello scambio con la seconda classe, la prima vende un plusprodotto reale, dopo aver ricostituito il suo capitale. La seconda invece vende solo il suo capitale per convertirlo, mediante questo commercio, da capitale in capitale più reddito. Così tutta la produzione (e specialmente il suo accrescimento) sarebbe tenuta in piedi unicamente dal rincaro dei mezzi di sussistenza, a cui corrisponderebbe però un prezzo delle merci di lusso inversamente proporzionale alla massa reale dei prodotti.

È difficile capire come possa risultare un profitto dal fatto che coloro che scambiano si vendono reciprocamente le loro merci ad un prezzo uniformemente troppo altro, si ingannano a vicenda nella medesima proporzione. A questo inconveniente si rimedierebbe se, oltre allo scambio fra una classe di capitalisti e i suoi operai e allo scambio tra le differenti classi di capitalisti, si aggiungesse una terza classe di compratori, che pagasse le merci al loro valore nominale, senza rivendere merci; una classe cioè che percorresse il ciclo D-M, non quello D-M-D, che compri non per ricostituire il suo capitale con un profitto, ma per consumare le merci. In questo caso, i capitalisti non realizzerebbero un profitto scambiandosi le merci fra di loro, ma: 1) scambiando con gli operai, cioè rivendendo a questi una parte del prodotto complessivo per la medesima somma di denaro con la quale hanno comprato dagli operai il prodotto complessivo (detratto il capitale costante); 2) con la parte, sia dei mezzi di sussistenza sia delle merci di lusso, che è venduta alla terza specie di compratori. Il profitto sarebbe realizzato in duplice maniera: rivendendo agli operai il meno possibile del prodotto complessivo e rivendendo il più possibile alla terza classe che paga con denaro contante senza rivendere.

Ma compratori che non siano nello stesso tempo venditori devono essere consumatori che non siano nello stesso tempo produttori, consumatori improduttivi, ed è questa classe che in Malthus scioglie la collisione. Ma questi consumatori improduttivi devono essere consumatori solventi, cioè le somme di valore che essi posseggono e spendono annualmente devono essere sufficienti non solo a pagare il valore di produzione delle merci che essi comprano e consumano, ma anche il supplemento nominale di profitto, il plusvalore, la differenza fra il valore di vendita e il valore di produzione. Questa classe rappresenterà nella società il consumo per il consumo, come la classe dei capitalisti rappresenta la produzione per la produzione. Nella classe dei capitalisti, l’impulso all’accumulazione è mantenuto desto dal fatto che le loro entrate sono costantemente maggiori delle loro uscite, il profitto è il pungolo dell’accumulazione. Malgrado questo loro zelo di accumulare, essi non sono indotti alla sovrapproduzione o almeno lo sono molto difficilmente, perché i consumatori improduttivi non solo costituiscono un enorme canale di scarico per i prodotti gettati sul mercato, ma da parte loro non gettano alcun prodotto sul mercato; quindi, per quanto numerosi siano, non fanno concorrenza ai capitalisti, ma rappresentano tutti una domanda senza offerta, e quindi compensano la preponderanza dell’offerta rispetto alla domanda da parte dei capitalisti.

Ma da dove vengono i mezzi annui di pagamento di questa classe? Vi sono i proprietari fondiari che attirano a sé, sotto il titolo di rendita, una gran parte del valore del prodotto annuo, e spendono quindi questo denaro così sottratto ai capitalisti nel consumo delle merci prodotte dai capitalisti, nell’acquisto delle quali vengono truffati. Questi proprietari fondiari non devono produrre. In quanto spendono denaro nell’acquisto di lavoro, è essenziale che non tengano operai produttivi ma semplici commensali i quali tengono alto il prezzo dei mezzi di sussistenza, in quanto li comprano senza contribuire ad accrescere l’offerta di quelle o di altre merci. Ma queste persone che vivono di rendita fondiaria non bastano a creare domanda adeguata. Bisogna ricorrere a mezzi artificiali. Questi consistono in forti imposte, in una massa di sinecuristi ecclesiastici e statali, in grandi eserciti, pensionati, decime per i preti, in un considerevole debito pubblico e in guerre dispendiose.

La terza classe citata da Malthus come «rimedio» riceve dunque, senza pagarla, una parte considerevole del valore del prodotto annuo e arricchisce i produttori: i produttori devono prima cedere gratuitamente a questa classe il denaro per comprare le loro merci, per riprendere poi questo denaro vendendo ad essa le merci al di sopra del loro valore o recuperando da essa più valore in denaro di quello che le hanno fornito in merci.

1.4.10 L’essenza sociale della polemica contro Ricardo

Le conclusioni di Malthus sono tratte correttamente dalla sua teoria del valore; ma questa teoria si adattava al suo scopo, cioè l’apologetica della situazione inglese caratterizzata da proprietari fondiari, esattori d’imposte, speculatori di borsa, sbirri, preti e servitori domestici, che furono combattuti dai ricardiani come altrettanti inconvenienti inutili della produzione borghese. Ricardo rappresentava la produzione borghese in quanto tale, in quanto essa significava il più sfrenato dispiegamento delle forze produttive sociali, sana preoccupazione per la sorte di chi si fa carico della produzione, siano essi capitalisti o operai. Anche Malthus vuole lo sviluppo più libero possibile della produzione capitalistica, in quanto sia prodotto unicamente dalla miseria di coloro che ne sono i principali artefici, le classi lavoratrici, ma esso deve in pari tempo adattarsi ai «bisogni di consumo» dell’aristocrazia e delle sue succursali nello Stato e nella Chiesa. Malthus vuole la produzione borghese nella misura in cui non è rivoluzionaria, in cui non è un momento dello sviluppo storico, ma crea unicamente una più ampia e comoda base materiale per la «vecchia» società.

Da un lato la classe operaia, sempre sovrabbondante per il principio della popolazione, rispetto ai mezzi di sussistenza, ovvero sovrapopolazione da sottoproduzione; poi la classe dei capitalisti che, in seguito a questo principio della popolazione, è sempre capace di rivendere agli operai il loro prodotto a prezzi tali che essi ne possano riottenere soltanto quanto basta a tener l’anima unita al corpo; poi un’enorme parte della società, formata da parassiti che si appropriano gratuitamente, sia sotto titolo di rendita sia sotto titoli politici, di una considerevole massa della ricchezza della classe dei capitalisti, ma che pagano le merci al di sopra del loro valore con il denaro sottratto ai medesimi capitalisti; la classe dei capitalisti sferzata a produrre dall’impulso di accumulazione, mentre gli improduttivi rappresentano, economicamente, il mero impulso a consumare. E questo è l’unico mezzo per sfuggire alla sovrapproduzione che coesiste con una popolazione eccessiva in rapporto alla produzione. La sproporzione fra la popolazione operaia e la produzione viene superata perché una parte della produzione è divorata da non-produttori.

Malthus non ha interesse a celare le contraddizioni della produzione borghese; al contrario, ha tutto l’interesse a metterle in evidenza, da un lato per dimostrare che la miseria delle classi lavoratrici è necessaria per questo modo di produzione, dall’altro per dimostrare ai capitalisti che, affinché essi abbiano una domanda adeguata è indispensabile un ceto ecclesiastico e statale ben ingrassato.

IL PCd'I E LA GUERRA CIVILE IN ITALIA

(Continua dal n. 98 – luglio 2025)

LA BATTAGLIA DI NOVARA

Il 19 luglio 1922 i tre quotidiani del Partito comunista pubblicavano il seguente ”Appello ai Lavoratori d’Italia”:

«Compagni, Lavoratori!

«Rapidamente, superando ogni remora di artifici e di timori e precorrendo anche l’attesa e le previsioni, la situazione si avvia al suo sbocco decisivo. Le rinunzie, le accettazioni di ogni condizione, l’offerta del disarmo e il disarmo effettuato, il ripiegamento sulle più arretrate posizioni di resistenza, non sono valsi a soddisfare i nemici che anelano alla vostra completa soggezione poiché essi comprendono che fino a quando resta in voi una possibilità sola di rivincita e di ripresa, la loro potenza non sarà sicura di persistere e di mantenersi. E il piano della conquista si sviluppa metodicamente. Poste le loro basi nelle regioni di minor resistenza, costituito nelle terre della Valle Padana il centro della loro azione, disperse le organizzazioni dei lavoratori della terra meno compatte e combattive, le armate fasciste urgono ormai ai confini delle regioni industriali fino ad oggi salve dal terrore trasferendovi i loro sistemi e i loro metodi di guerra aperta e guerreggiata. Novara, Sestri Ponente, Ancona, segnano oggi col loro nome, col loro sangue e con la loro lotta i fasti sanguinosi della storia del proletariato italiano che non vuol soggiacere alla consolidantesi tirannia ma che cerca con fiera passione la via della sua liberazione.

«Lavoratori!

«Il grido della vostra battaglia risuoni imperioso e incitatore; seguito dapprima da una minoranza combattiva e audace, oggi fatto patrimonio comune di tutte le vostre schiere: ”Fronte unico e sciopero nazionale contro l’assalto fascista e contro la complicità del Governo!”

«L’azione avversaria, anche indipendentemente da ogni tesi e convinzione tattica, impone questo schieramento generale del proletariato a difesa della sua vittoria e della sua libertà. La tenaglia rovente sta chiudendosi con moto accelerato, tese le sue branche da Ferrara a Grosseto, da Casale ad Ancona, spezzando le resistenze locali e gli impeti disperati delle città e dei paesi colpiti. Ogni esitazione a prendere una decisione, costituisce in questo momento una colpevole e traditrice solidarietà con gli assalitori; è giunto il momento in cui rompere gli indugi non può più essere infantile impazienza o gesto di irresponsabili.

«La dichiarazione dello sciopero generale è la condizione indispensabile per salvare i lavoratori delle provincie investite, per fermare l’avanzata fascista, per garantire la ripresa e la rivincita.

«Operai e contadini!

«Mentre nelle aule del Parlamento, in vani tornei di parole e in indefinibili alleanze di gruppi, uomini estranei alla vita e alle necessità dei lavoratori vi illudono e promettono di risolvere nell’ambito delle istituzioni la vostra situazione, noi vi incitiamo ancora una volta a chiedere e imporre l’azione a chi si assunse il compito di prepararla e di condurla.

«L’Alleanza del Lavoro non può attendere da una caduta di Ministero il compimento del suo impegno, essa che è stata costituita appunto per superare, inquadrando tutte le masse dei lavoratori, la ingannevole impotenza di tutti gli strumenti locali e statali di tutela e di soccorso.

«Se ancora una volta l’inerzia tradizionale sacra alle sconfitte abbandonerà divise alla violenza e alla rovina le provincie in questi giorni invase, ciascuno avrà il diritto di dubitare della volontà di lotta dei capi e dei dirigenti.

«Ma sotto la pressione della vostra volontà, l’Alleanza del Lavoro non potrà più esitare; e il proletariato di tutta Italia, in tutte le sue categorie, di tutte le località, saprà costituire l’esercito vittorioso del primo, grandioso urto con l’avversario.

«Lavoratori!

«Il Partito Comunista risolleva il grido e la domanda interpretando le necessità del momento e il vostro desiderio: rispondendo alla invocazione dei vostri fratelli, di coloro che soffrono da venti mesi ogni tortura e ogni ignominia, di coloro che sentono in questa ora, per la prima volta, le grida di minaccia e di morte salire per le vie alle loro case indifese, di coloro che vedono avvicinarsi indeprecabilmente l’ora del loro martirio e della loro disfatta. I comunisti saranno al loro posto, disciplinati agli ordini dell’Alleanza del Lavoro, primi nell’urto e nell’attacco, contro ogni inganno e ogni deviazione, contro la reazione legale ed illegale, per la salvezza del proletariato.» (Il Comitato Esecutivo del Partito Comunista d’Italia)

L’attacco reazionario della borghesia contro i lavoratori italiani, industriali ed agricoli, si svolgeva secondo due distinti piani di azione. Da un lato l’offensiva economica tendente a comprimere il tenore di vita della classe operaia ed a scompaginare le sue organizzazioni; dall’altro il terrorismo fascista si poneva lo scopo di stroncare ogni velleità di riscossa proletaria attraverso l’uso più brutale della violenza.

Mentre nessuna efficace resistenza a questo duplice attacco era stata programmata ed attuata dalle sue tradizionali organizzazioni di classe, il fascismo riusciva a conquistare tante di quelle consolidate posizioni proletarie che addirittura erano state considerate come inespugnabili. Questa sua irresistibile avanzata certamente derivava dalla schiacciante superiorità dei mezzi che la classe borghese poteva mettere in campo e dal totale appoggio di ogni organismo statale (esercito, polizia, magistratura, partiti democratici, etc.), ma soprattutto perché l’offensiva padronale si svolgeva secondo un piano strategico di conquista territoriale diretto da una organizzazione rigidamente centralizzata a tipo militare.

Basta guardare una carta geografica per rendersi conto che il disegno fascista di conquista del territorio si muoveva seguendo un piano militare scientificamente studiato e preordinato.

La scelta di Bologna come punto di partenza, fu per i fascisti nel 1920 buona dal punto di vista politico, ma ottima secondo un criterio militare. Politicamente Bologna costituiva allora il più notevole punto di contatto e di congiunzione tra il movimento degli operai e quello dei contadini. Strategicamente la città di Bologna venne certamente scelta perché rappresentava la chiave di volta non solo dell’Emilia, ma di tutta la pianura del Po. E da Bologna il fascismo si irradiò conquistando direttamente, quasi per attacco frontale, Ferrara e Modena, penetrò il Polesine, aggirò il reggiano facendolo capitolare. E così via.

Analoghe considerazioni possono essere fatte sul modo di come la conquistata pianura del Po sia servita da base di operazione per la costituzione di vere e proprie ”teste di ponte”, cioè di posizioni conquistate e tenute al solo scopo di avere un collegamento tra i diversi settori regionali e di far incombere in pari tempo sopra intere regioni la minaccia di una regolare distruttiva invasione.

Naturalmente il piano del fascismo era quello di raggiungere il centro politico dell’Italia, ossia Roma, ma nessun dirigente fascista era tanto ingenuo da potersi sognare di prendere il potere manu militari, la conquista doveva essere politica.

E questa conquista politica si sarebbe potuta verificare non prima di avere pienamente assoggettato tutti quei punti in cui il proletariato non era ancora stato completamente schiavizzato e la resistenza non era stata fiaccata. In mezzo alle zone invase rimanevano ancora delle isole ”libere”. La Romagna era uno di questi punti e l’attacco a Rimini si spiega come un tentativo di aggiramento delle più forti posizioni romagnole. L’annunzio di una concentrazione a Rimini del genere delle ultime che avevano avuto luogo a Bologna e nel cremonese presagiva nuove ondate di terrore sia verso i centri del ravennate e del forlivese, sia verso le Marche, altra regione fino ad allora rimasta quasi immune.

Teniamo presente che ci troviamo nel luglio 1922, tra poco meno di quattro mesi lo Stato liberal-democratico avrebbe consegnato il potere al fascismo.

Il fascismo stava oramai concentrando il suo sforzo in due direzioni principali: da un lato verso la Toscana e il Centro Italia, ciò che gli permetterà l’accerchiamento della Capitale, dall’altro nella direzione del triangolo industriale del Nord Ovest: Milano-Torino-Genova.

Lo squadrismo, piegata la resistenza di altre regioni, concentra le proprie forze per prendere possesso della rossa Novara, con l’intenzione di aprirsi un varco in direzione del ”triangolo”.

Benché Ramella, deputato socialista e segretario della Camera del lavoro di Novara avesse parlato di «relativa invidiata tranquillità» della sua provincia, già dall’inizio del 1921 colpi di mano ed azioni terroristiche fasciste si susseguivano con un ritmo crescente per tutto il suo territorio: distruzioni ed incendi di circoli proletari e sedi di partito, attentati ed uccisioni di esponenti politici, con una particolare preferenza verso i comunisti. Naturalmente nel corso di questi isolati episodi il proletariato seppe difendersi e più di una volta i fascisti dovettero darsi alla fuga lasciando anche sul terreno colleghi abbattuti dalla ”furia omicida dei rossi”.

L’onorevole Ramella perduto il suo caratteristico aplomb si sentì in dovere di scrivere una lettera al Capo del governo, Luigi Facta, in cui denunciava: «Si costituiscono bande armate regolarmente equipaggiate ed inquadrate sotto il comando di un colonnello. […] Con una serie di provvedimenti energici sarebbe possibile salvare almeno questa provincia dal triste ciclone della violenza. […] Si deve impedire l’inquadramento di squadre armate. […] Diversamente avranno ragione gli operai di reagire in quella forma che crederanno quando vedranno che le autorità rimangono assenti come passiva tolleranza allo svolgersi della violenza.» (30/01/1922)

Ramella invoca il governo perché si risparmi dalla violenza la ”sua” provincia. Le altre siano pure sommerse dal ferro e dal fuoco! Ma soprattutto la vera preoccupazione del deputato socialista e bonzo sindacale la confessa lui stesso: che i proletari rispondessero alla violenza con altrettanta violenza e, soprattutto, si rendessero conto del ruolo classista delle autorità statali.

Noi, nel rievocare la eroica resistenza del proletariato di Novara oltre a ricordare gli episodi di lotta dobbiamo mettere chiaramente in evidenza l’infame tradimento perpetrato dalla Confederazione sindacale e dal partito socialista ai danni del proletariato.

Non è certo piacevole, ma dovremo pure spendere alcune parole su certe iniziative autonomamente prese da alcuni compagni torinesi all’insaputa della direzione del partito. Segno evidente questo di come l’Ordinovismo non sia mai riuscito ad integrarsi in maniera completa nel partito a cui aveva liberamente aderito.

Nel corso di questi rapporti abbiamo già accennato ad una valutazione degli Arditi del popolo divergente da quella ufficiale; del viaggio ”clandestino” di Gramsci verso Gardone per incontrare D’Annunzio; ma questa volta si spinsero un po’ troppo innanzi.

Per evitare di raccontare cose non vere, o riportarle in maniera esagerata, faremo parlare i diretti interessati.

Alfonso Leonetti, a 50 anni da quegli avvenimenti, raccontava: «Persuasi che Gramsci, se si fosse trovato ancora con noi [Gramsci era a Mosca come rappresentante del PCd’I – n.d.r.], ci avrebbe approvati ed incoraggiati, […] lasciando da parte tutte le disquisizioni e sottigliezze su fronte unico sindacale e non fronte unico politico, come veniva sostenuto dalla direzione bordighiana del nostro partito, […] noi prendemmo a Torino l’iniziativa e la responsabilità di entrare in contatto con Serrati, direttore dell’ ”Avanti!” a Milano, e con il capitano Giulietti per le organizzazioni operaie di Genova, al fine di concordare un’azione unitaria per le tre città e quindi per le tre regioni: Piemonte, Liguria e Lombardia e infine nazionalmente. Gli approcci diedero, all’inizio, un risultato positivo. Un accordo venne raggiunto tra i diversi rappresentanti, ma alla prova dei fatti, i lavoratori di Torino e del Piemonte ebbero, una volta di più, a trovarsi soli. Primi a ritirarsi furono gli ”autonomi” liguri; i socialisti lombardi, dopo aspre discussioni, finirono per ritenersi sciolti da ogni impegno dopo questa defezione. I lavoratori novaresi e piemontesi rimasero -come ho detto- una volta di più soli a sostenere la difficile ”battaglia di Novara”» (Alfonso Leonetti – Roma, settembre 1972)

Vediamo ora quanto ricorda al proposito Angelo Tasca, altro campione dell’ordinovismo. Riferendosi alla direzione del partito, e non certo ai compagni iscritti, afferma: «I comunisti sono beati, perché, dicono, ”la rovina del partito socialista va ponendo il partito comunista alla testa della classe operaia italiana e della sua lotta rivoluzionaria”».

Quel farabutto di Tasca riporta esattamente la citazione, non altera né una parola, né una virgola, ma, estratta dal suo contesto ne falsifica, volutamente, il significato. La frase, letta come Tasca vuole che venga letta, può significare che la direzione di Sinistra del partito, cinicamente, si augurasse lo sfasciamento del movimento proletario italiano e ne sabotasse l’unità al solo scopo di primeggiare sul partito socialista. Quindi è necessario soffermarsi un poco per fare chiarezza.

La citazione in questione altro non è che la frase conclusiva dell’articolo ”Le due vie del proletariato italiano” apparso su ”Rassegna Comunista” del 15 luglio 1922, e si riferiva alla riunione del Consiglio nazionale della CGL tenutosi a Genova i primi giorni del mese.

Per rimettere le cose al loro giusto posto non ci resta che riportare ampie citazioni dell’articolo:

«Un immenso vantaggio che risulta dalla opera del partito comunista è il fatto che attraverso le crisi di partiti e le lotte di frazioni politiche nei sindacati non si rinnova il pericolo della scissione sindacale, grazie alla intensa propaganda dei comunisti per la unità delle organizzazioni, che è largamente penetrata nello spirito del proletariato.»

Infatti il Partito comunista d’Italia, in pieno accordo con le direttive dell’Internazionale comunista, si batteva contro la formazione di nuovi sindacati che avrebbero prodotto la scissione del movimento proletario e lasciato campo libero alle dirigenze della socialdemocrazia controrivoluzionaria. Questo benché l’azione traditrice dei bonzi di allora, dati i tempi, fosse molto peggiore e deleteria di quella degli attuali. Ma torniamo al nostro articolo: «E’ ormai un anno che i comunisti invocano la concentrazione di una grande lotta comune di tutte le forze dell’organizzazione proletaria italiana. Quest’idea ha fatto grande strada fra le masse, attraverso l’esperienza delle azioni parziali, che hanno dimostrato come, anche quando le masse rispondono in modo mirabile, non è possibile aver ragione della controffensiva borghese senza ricorrere alla lotta generale. […] E le masse esprimono sempre più decisamente la loro adesione alla proposta comunista, poiché i capi di destra e del centro pervengono a sabotare e rinviare l’azione, si delinea come conseguenza del rifiuto un altro grave pericolo: la demoralizzazione delle masse, che perdono ogni fiducia nella loro organizzazione e ne disertano le file. […]

«Bisogna dunque agire urgentemente […] lottare per la valorizzazione dell’Alleanza del lavoro, che desta l’entusiasmo delle masse mentre i riformisti la sabotano apertamente. Bisogna fare tra le masse una intensa propaganda perché restino unite nella lotta sui due fronti: contro l’offensiva borghese e contro il disfattismo degli opportunisti. […]

«Di questa situazione la responsabilità maggiore risale all’influenza del centro massimalista. Servendosi delle sue forze, per quanto demoralizzate, a sbarrare tutte le vie che s’aprono al proletariato italiano, e non dando ad esso nessuna parola positiva, il massimalismo della maggioranza del PSI è il principale artefice di un’inerzia, a cui non può seguire che l’atrofia, la paralisi generale. […]

«Ecco perché in un certo senso l’opera dei massimalisti è più controrivoluzionaria ancora di quella dei riformisti. […]

«La salvezza del proletariato è nel programma tratteggiato dal partito comunista con sempre maggiore chiarezza e integrale visione dei problemi della vita dei lavoratori e delle caratteristiche della situazione: la rovina del partito socialista va ponendo il partito comunista alla testa della classe operaia italiana e della sua lotta rivoluzionaria.»

Forse gli ordinovisti torinesi erano all’oscuro della incessante opera svolta dal loro partito per l’unità e l’azione della classe operaia? Non avevano abbastanza chiara l’opera controrivoluzionaria e traditrice, di vero supporto alla reazione fascista, dei socialdemocratici bonzi sindacali e dei socialisti massimalisti? Cosa avrebbero potuto sperare dai loro contatti clandestini con simili traditori?

Ma gli ordinovisti, una volta toccato con mano che i loro approcci con simili dirigenti operai non portavano che alla sconfitta, non si diedero per vinti ed andarono a cercare alleanze in aperto campo borghese.

Ridiamo ora la parola ad Angelo Tasca: «Dopo l’occupazione fascista di Novara, che minaccia direttamente il ”triangolo” Milano-Genova-Torino, i comunisti di quest’ultima città si sentono accerchiati, presi alla gola. Per disserrare la morsa, per salvare ciò che ancora si può salvare, essi entrano in rapporto con la sinistra del partito popolare ed anche coi liberali che si raggruppano intorno alla ”Stampa” diretta dal senatore Frassati, grande amico di Giolitti. Stabiliti i primi contatti, una delegazione, composta da un rappresentante della sezione comunista e da un rappresentante della Camera del lavoro, si reca a Roma per esporre la situazione, quale la si vede a Torino, e per chiedere che il partito comunista prenda l’iniziativa o almeno autorizzi l’organizzazione di un fronte unico con i socialisti e con i gruppi politici disposti a sbarrare la strada al fascismo. A Roma i delegati sono freddamente accolti dal segretario del partito, dal quale ricevono un sacco di ingiurie: è il viatico con il quale riprendono -senza avere ottenuto niente- la via del ritorno.» (A. Tasca – Nascita e avvento del fascismo)

Pure un accordo con ”il ministro della malavita”, il ”Giovanni Battista del fascismo” erano andati a cercare, quello stesso Giolitti che aveva armato i fascisti aprendo loro i depositi delle caserme e concesso autocarri perché si potessero rapidamente concentrare e colpire.

Questi sono gli stessi che un paio di anni dopo, presa la guida del partito, lo porteranno alla rovina.

Torniamo ora ad occuparci di Novara e della sua importanza per la penetrazione fascista all’interno della parte maggiormente industrializzata d’Italia e quindi con una formidabile concentrazione operaia.

Come abbiamo visto da ormai più di un anno continuava lo stillicidio di continue proditorie aggressioni, assalti e distruzione delle sedi di circoli ed organizzazioni proletarie.

L’organo locale del PCd’I, già ai primi di maggio 1922 aveva lanciato un appello ai proletari novaresi perché si tenessero pronti, sia ad affrontare le azioni del nemico, sia ad effettuare rappresaglie contro fascisti e borghesi «incendiando i loro averi e colpendo le loro persone. Nei sobborghi della città o nei paesi i lavoratori organizzino di notte la difesa, ponendo squadre di armati a turno per ogni rione. Oltre al fuoco delle armi sono ottime le forche, le falci, i bastoni.» (”Il Bolscevico” – 04/05/1922).

Per l’invasione di Novara i fascisti presero pretesto da quanto avvenuto la domenica del 9 luglio a Casalino dove il fascista Angelo Ridoni veniva ucciso, da un non meglio identificato gruppo di sovversivi. Immediatamente, venuti a conoscenza della notizia, squadre fasciste presero d’assalto il Circolo della Lega contadini-operai. Prontamente intervenne la polizia che, dopo avere perquisito la sede ne ordinò la chiusura facendo uscire i soci alla spicciolata dove i fascisti provvedevano alla loro bastonatura.

Nei giorni immediatamente successivi saranno devastati e dati alle fiamme i circoli proletari di Cameriano, Granozzo, Cavagliano, Caltignaga, San Pietro, Casalbeltrame, Tornaco, ….

Il ”Corriere Biellese” periodico socialista, il 21 luglio riportava: «Le masse operaie e contadine di questi paesi vedendosi distrutte da un’orda di barbari le sedi delle loro istituzioni […] proclamarono lo sciopero generale di protesta. […] Lo sciopero dei contadini di questi quattro o cinque paesi vicini a Novara, avrebbe dovuto restare isolato. [Naturalmente scopo di socialisti e bonzi sindacali è quello di ”isolare” le lotte di classe – n.d.r.] Ma contro ogni volontà di dirigenti, […] lo sciopero si estende automaticamente a tutti i contadini del Circondario di Novara, il che trascina poi anche tutti i lavoratori delle industrie e delle varie altre categorie […] comprendente tutte le operaie e gli operai del Circondario.»

L’Alleanza del Lavoro, a malincuore, non può far altro che proclamare uno sciopero già in atto. Ma i bonzi sindacali prendono subito le distanze dai violenti ed inizia il suo proclama al proletariato piangendo sulla vittima fascista: «Domenica notte, vittima di un inqualificabile delitto moriva […] l’agricoltore Ridoni Angelo di Casalino. […] Non potevamo pensare che la tomba tragicamente scavata ad una ancora giovane esistenza, ed il lutto di una giovane sposa e di un bimbo […] servisse a dare esca a nuovi odii […] che noi mai compiemmo dopo la uccisione di tanti nostri compagni. […] Noi intendiamo dire basta ad ogni sorta di violenze, da qualunque parte provengano.»

Bastano queste poche parole per dimostrare tutta l’ipocrisia e la viltà del bonzume sindacale che, piangendo sulla morte del fascista e sulla sorte della moglie e del figlioletto, si gloriava del fatto di non avere mai vendicato le centinaia di proletari assassinati e per le mogli e figlioletti dei quali non c’erano lacrime, ma solo incitamento a sopportare in silenzio la violenza, la distruzione e la morte.

12 luglio – si tenne a Novara un grande comizio durante il quale parlarono «l’on. Ramella e l’anarchico Peroni per l’Alleanza del lavoro. Il compagno Bellone, richiesto insistentemente dagli operai, ha portato la parola dei comunisti.» (”L’Ordine Nuovo, 13/07/1922) Intanto camion di carabinieri e guardie regie, con le mitragliatrici piazzate, pattugliavano la città. Gli industriali, in risposta allo sciopero, proclamano la serrata a tempo indeterminato, mentre gli agrari disdettano il concordato agricolo. Intanto dalla Lomellina arrivano forti contingenti fascisti che occupano le campagne in sciopero ed inizia un susseguirsi di sempre più gravi incidenti

Ramella, segretario della Camera del lavoro, scrive all’Associazione dei proprietari terrieri una lettera di scuse per lo sciopero che è costretto ad avallare: «La presente per comunicarvi che […] abbiamo ordinato lo sciopero generale dei lavoratori della terra contro le violenze e per la difesa della libertà. Vogliamo sperare che […] troveremo consenziente questa spett. Associazione. Tanto abbiamo creduto bene di comunicare perché sia bene stabilito che il nostro movimento è diretto puramente contro i violenti e gli incendiari.» (Ripreso da: C. Bergami, La battaglia di Novara)

Non staremo a riportare la giusta risposta di classe degli agrari. Intanto da Novara si chiede l’intervento delle squadre fasciste pavesi e casalesi. Ma Novara viene occupata anche da squadristi provenienti da Torino, Biella, Quarona, Vigevano, Andorno, Domodossola, Milano, etc.

14 luglio – Gli industriali che per la scoperta degli uccisori del Ridoni avevano messo una taglia di 15.000 lire, vista la compattezza dello sciopero, cercano di blandire gli operai lanciando il seguente manifesto:

«Cittadini! Operai! Fedeli al nostro programma di ricostruzione economica della Nazione e di pacificazione all’infuori e al di sopra di ogni competizione di parte. Accogliamo di buon grado l’invito alla pace e al disarmo degli animi […] Accogliamo le richieste pervenuteci da molti nostri operai [??]. Riapriremo quindi regolarmente tutti i nostri stabilimenti lunedì mattina 17 corrente. La Federazione Industriale Novarese – 14 luglio 1922.» (Riportato in: Bermani – La Battaglia di Novara)

15 luglio – ”L’Ordine Nuovo” scrive: «Lo sciopero generale nella città e nei paesi del circondario prosegue compatto. […] La cronaca non segnala che qualche scontro tra gruppi avversi con scambio di pugni e di bastonate. Gli operai reagiscono sempre ed energicamente. […] Nelle vie del centro pattuglie di guardie regie e di soldati si incrociano, […] camions della polizia circolano continuamente; plotoni di guardie regie e reparti di truppa sono dislocati in vari luoghi della città. […] Mercoledì mattina ebbero luogo a Casalino i funerali del fascista Ridoni. Di ritorno dalla cerimonia, i fascisti ritentarono di invadere il circolo di Granozo ma vennero respinti dai contadini insorti come un sol uomo. Nella notte di mercoledì venne tentata l’invasione del circolo di Nibbia, ma anche qui furono respinti dalla popolazione che ha reagito energicamente. […] I fascisti novaresi asseriscono di attendere per questa notte e domattina altre squadre da Bologna e dalla Lomellina: qualcuno afferma che sono attese squadre dalla Toscana. […] Ad ogni modo gli operai sono ben decisi a difendersi.»

16 luglio – Scrive ”L’Ordine Nuovo”: «La situazione va aggravandosi di ora in ora. […] Ogni treno porta nuovi rinforzi ai nemici del proletariato. […] Fino a questo momento le forze fasciste giunte dal di fuori ammontano a diverse centinaia di persone. Alcune squadre hanno sfilato inquadrate per le vie della città indisturbate dalla polizia. […] Tutti gli schiavisti arrivano armati provocando, inneggiando alla violenza, minacciando l’ira di dio. Sui loro libelli e sui loro manifesti affermano chiaramente che la distruzione di nove circoli proletari non basta, che altre distruzioni devono essere compiute, che anche Novara deve essere colonizzata, l’autorità non vede e non sente. […] Si può dire con sicurezza che finora i fascisti hanno potuto vivere a Novara grazie soltanto alla protezione dell’autorità. […] Ma la massa è ben decisa ad impedire che il piano dei fascisti venga portato a compimento, che le organizzazioni operaie vengano distrutte. […] Sarebbe deplorevole se la combattività della massa dovesse esaurirsi per il mancato intervento dei dirigenti del proletariato italiano. È evidente che proseguendo il concentramento fascista si giungerà ad una situazione insostenibile per il proletariato. Occorre che i forti e coraggiosi lavoratori del novarese siano sostenuti energicamente. È necessario che il proletariato non perda questa altra battaglia.»

L’articolo continua poi con questa nota penosa e umana: «Contro le squadre di mondarisi che si prestano, per miseria e per incoscienza, a compiere il tentativo di spezzare la magnifica compattezza del proletariato, […] e che hanno stazionato tutto il giorno […] a pochi passi dalla Camera del Lavoro […] non è partita la minima provocazione. Gli operai comprendono che anche questa gente è vittima della reazione fascista»

17 luglio – ”L’Ordine Nuovo” informa che lo sciopero generale è esteso a tutta la provincia di Novara, poi facendo la cronaca degli scontri scrive: «Sabato notte parecchi fascisti si sono avvicinati con intenzioni minacciose ad un Circolo della periferia. Gli operai sono usciti costringendoli a fuggire attraverso i campi e bastonandone qualcuno. Una vera battaglia è invece avvenuta quest’oggi a Lumellogno, a circa quattro chilometri e mezzo dalla città. […] I fascisti di Novara in numero di circa cento si sono portati a Lumellogno, assalendo il borgo a colpi di rivoltella. Gli operai e i contadini che difettavano di armi si sono difesi coi tridenti e con i loro arnesi da lavoro, la battaglia è durata a lungo facendo diverse vittime. Si segnalano fin’ora tre morti di cui due lavoratori, colpiti da arma da fuoco, e un fascista ucciso con un colpo di tridente. Vi sono inoltre undici feriti da ambo le parti.» Sempre sul quotidiano comunista, il giorno successivo si legge: «I fascisti i quali anche se sono riusciti con le loro pistole ad atterrare un maggior numero di uomini, hanno però dovuto retrocedere di fronte alla disperata resistenza dei lavoratori. È stato un impeto meraviglioso ed eroico della forza e dell’ira proletaria. I fascisti hanno lasciato sul terreno anche il camion.» (18/07/1922)

18 luglio – ”L’Ordine Nuovo” riporta la notizia di incidenti avvenuti sia a Novara che nei paesi della zona, ma di minore intensità: «Si tratta del solito scambio di ingiurie, di pugni o, al massimo, di bastonate». Ma la notizia del giorno è un’altra: «Oggi il prefetto ha chiamato a colloquio l’on. Ramella, segretario della Camera del Lavoro e i rappresentanti della parte agraria e industriale, nonché i rappresentanti dei fascisti e di altri partiti costituzionali. I colloqui sono durati a lungo. […] Dopo questa riunione Ramella si è recato a riferire alla Camera del Lavoro il cui Comitato ha deliberato la ripresa del lavoro per domani. […]

«La notizia della ripresa del lavoro […] è stata accolta dovunque con molta irritazione. Gli operai, i quali erano animati da un magnifico spirito di combattività, sono oltremodo delusi dalla tattica dei loro dirigenti ed è probabile che domattina moltissimi di essi continueranno l’astensione dal lavoro. «[…] L’indignazione con la quale gli operai hanno accolto questa notizia è indescrivibile, […] tutti i rappresentanti dei circoli si sono recati alla Camera del Lavoro [… e] hanno inveito contro l’on. Ramella. […] I fascisti continuano a scorrazzare indisturbati per la città.»

«[…] Gli accordi intervenuti tra il deputato socialista Ramella, per le organizzazioni operaie, il prefetto e i capi fascisti stabiliscono dunque che il lavoro nel Novarese dovrebbe essere ripreso da stamane. […] Ciò che è evidente è che mentre lo sciopero deve cessare, i fascisti che hanno invaso la città e minacciano il loro regime di terrore in tutta quella vasta zona contadina non danno alcuna garanzia di abbandonare il campo delle loro gesta militari antiproletarie. […] La sola difesa loro era ieri lo sciopero, cioè la mobilitazione in atto delle forze proletarie. […] I lavoratori rinuncerebbero alla preparazione difensiva, mentre i fascisti proseguirebbero nello svolgimento del loro piano reazionario. […] La linea difensiva Milano-Genova-Torino continua ad essere l’obiettivo dell’azione proletaria fino a quando il fascismo minacci di incunearsi nella zona settentrionale che finora ha vittoriosamente resistito a tutti gli attacchi.»

Continua ininterrotto l’arrivo di nuove squadre fasciste. Questo è quanto si legge in un loro volantino: «Da tutta la provincia e dalle provincie finitime le salde schiere fasciste accorrono per impegnare la battaglia decisiva che dovrà redimere Novara dal giogo dei rossi.]»

19 luglio – ”Il Comunista” titola a tutta pagina: «Bisogna opporre all’assalto fascista il fronte unico proletario e lo sciopero nazionale. Nelle Marche lo sciopero è già dichiarato: il resto d’Italia attende». I tre quotidiani del PCd’I riportano l'”Appello ai Lavoratori d’Italia” da noi riprodotto all’inizio di questo rapporto.

Traiamo dall’ ”Ordine Nuovo”: «Lo sciopero generale continua per la volontà della massa. In città l’astensione dal lavoro è stata completa, quantunque il Comitato di agitazione avesse ieri notte diramato l’ordine di ripresa del lavoro. […]

«Sentiamo il dovere di rendere ai lavoratori industriali ed agricoli del Novarese l’omaggio più alto, la espressione dell’ammirazione più viva […] per la loro coscienza di classe, per la loro combattività che ha saputo in sei giorni di lotta estenuante superare ostacoli e difficoltà di ogni genere. [… Decisi] ad impedire che un’altra fortezza proletaria cada nelle mani degli invasori, che un’altra zona eminentemente proletaria sia ridotta in schiavitù. […]

«Una vigliacca aggressione è avvenuta a sera inoltrata […] un gruppo di fascisti si è avvicinato ad un operaio […] e gli ha sparato contro alcuni colpi di rivoltella ferendolo gravemente. […] I fascisti per buona parte della notte hanno continuato a scorrazzare ebbri per la città cantando canzonacce e minacciando tutti. […] Verso le 4 di stamane circa 300 fascisti, preceduti da una squadra d’assalto si sono diretti contro il circolo più importante di Novara chiamato il Circolone.» Anche in questo caso pronto fu l’intervento degli operai «costringendoli a ritirarsi»

Dallo stesso numero di giornale si ha notizia che circa centocinquanta fascisti, improvvisamente giunti a Vespolate avevano incendiato la casa del popolo, la cooperativa ed occupato il municipio. Intanto in città, a Novara, a seguito di uno scontro a fuoco sette fascisti assaggiavano il piombo proletario: uno rimaneva morto e gli altri gravemente feriti. Però la vendetta fascista non si fece attendere, la Camera del lavoro, con la complicità delle guardie regie messe a sua protezione, venne immediatamente devastata ed incendiata. Per tre volte i fascisti avevano tentato l’assalto alla Camera del Lavoro, ma erano sempre stati respinti; questo fino a quando, a ”presidiarla”, erano stati messi «duecento uomini tra guardie regie e soldati. […] L’opera dei pompieri non ha potuto esplicarsi perché i fascisti lo hanno impedito con le armi. […] Intanto gli schiavisti hanno proceduto indisturbati alla occupazione del Municipio di Novara, completando così una parte del loro piano.» (19/07/1922)

Anche il venduto Ramella è costretto ad ammettere la complicità dello Stato con i fascisti: «Gli operai dei sobborghi, appena ebbero sentore di quello che stava accadendo, accorsero in massa col proposito di opporsi e procedere al salvataggio del salvabile. Il loro intervento è stato però reso impossibile, perché un provvidenziale cordone di truppe era stato scaglionato tutt’attorno alla Camera del Lavoro per impedire a tutti l’entrata e lasciare che i fascisti portassero a compimento la loro nefanda gesta. Persino l’intervento dei vigili del fuoco è stato reso nullo col taglio dei tubi dell’acqua operato sotto gli occhi dei compiacenti ufficiali del regio esercito.» (S. Ramella – Vecchio e nuovo sindacalismo)

Scrive l'”Avanti!”: «Uno spettacolo impressionante. Tutto fu distrutto selvaggiamente. Della nostra istituzione non restano che muri anneriti.» (19/07/1922)

Secondo una testimonianza riportata nella ”Battaglia di Novara” (Op. cit.), Giacinto Menotti Serrati era andato a fotografare le rovine. A questo si limitava l’antifascismo del massimalismo socialista italiano, a documentare le rovine!

Subito dopo l’incendio della Camera del Lavoro i fascisti si diressero alla volta del Municipio protetto da cordoni di fanteria che, come di consueto, lasciarono libero accesso agli squadristi neri che, occupati i locali, dichiararono decaduta l’amministrazione rossa.

«Intanto gli schiavisti hanno proceduto indisturbati alla occupazione del Municipio di Novara, completando così una parte del loro piano.» (19/07/1922) Con queste parole terminava l’ultima cronaca giornaliera trasmessa telefonicamente da Felice Platone, inviato dell'”Ordine Nuovo”. I fascisti ormai si erano resi padroni della città, avevano occupato il municipio, la stazione, il palazzo del mercato, il palazzo delle poste, etc.

Felice Platone, con una buona dose di incoscienza, dal palazzo delle poste ormai in mano ai fascisti, come era solito fare, dettò telefonicamente al giornale questa ultima sua cronaca. Appena uscito dalla cabina venne aggredito da oltre una decina di camicie nere che lo bastonarono fino a quando, ritenuto ormai morto, dopo averlo derubato, lo abbandonarono a terra.

Felice Platone, ormai inservibile, viene sostituito da Umberto Calosso. Il nuovo inviato non trasmette per telefono le sue corrispondenze, le mette per scritto e le consegna poi ad un fidato ferroviere che fa da tramite tra lui e la redazione del giornale. I fascisti sanno che è arrivato un nuovo corrispondente del quotidiano comunista e fanno di tutto per individuarlo e dargli la ”meritata lezione”, ma inutilmente non riusciranno mai a scovare questo ”miserabile comunista”. E dire che Calosso non solo non si nascondeva, anzi si era unito a loro nella caccia del giornalista torinese. Il fatto di essersi mischiato ai fascisti gli permetterà di conoscere e comunicare molto più dettagliatamente le azioni e le intenzioni delle camice nere.

20 luglio – ”IL Comunista” titola: «Azione antifascista: Immediata – Generarle – Violenta. Questa sia la parola d’ordine degli operai e dei contadini rivoluzionari, al di sopra delle losche manovre socialdemocratiche.» Poi finalmente la notizia che «lo sciopero generale è stato proclamato in tutto il Piemonte.» E la Lombardia? Leggiamo: «Un gruppo di consiglieri generali hanno invitato la Camera del lavoro a convocare immediatamente il Consiglio generale. […] Dato il vivo fermento che si agita nella massa operaia, specialmente in seguito ai tragici fatti di Novara, si prevede che lo sciopero, già proclamato in tutto il Piemonte, sarà proclamato anche a Milano. Lo sciopero, una volta proclamato a Milano, si estenderebbe poi inevitabilmente a tutta la Lombardia. La massa è decisa a tutti i costi ad attuare lo sciopero, con o senza i capi». Poi, in altra parte del giornale leggiamo: «Sentiamo il dovere di rendere ai lavoratori industriali ed agricoli del novarese l’omaggio più alto e la espressione della ammirazione più viva per il loro attaccamento alla organizzazione, per la loro coscienza di classe, per la loro combattività, che ha saputo, in sei giorni di lotta estenuante, superare difficoltà ed ostacoli di ogni genere. Né il continuo affluire di forze fasciste, né l’atteggiamento aggressivo dei padroni, né la incessante minaccia che incombe sulla vita e sulle famiglie dei lavoratori e sopra i nostri borghi e paesi, sono finora riusciti a piegare la volontà delle masse, consce della gravità del momento, decise ad impedire che un’altra fortezza proletaria cada nelle mani degli invasori e che altre zone eminentemente proletarie siano ridotte in schiavitù.»

Un’altra cosa da tenere in considerazione è il continuo affluire di squadristi neri che soltanto uno sciopero generale avrebbe potuto impedire. Disperse sul territorio nazionale, sarebbe stato molto più semplice per il proletariato avere ragione delle orde fasciste.

Dall’ ”Ordine Nuovo” del 20 luglio traiamo: «La sede municipale è tutt’ora occupata dai fascisti, i quali attendono il compimento della loro opera con la nomina di un regio Commissario. […] Verso le due e mezzo della notte scorsa i fascisti hanno posto una bomba alla porta del Circolo Ferrer, a Borgo San Martino. […] Anche il municipio di Vespolate è stato occupato dai fascisti. […] Alle 17 ha avuto luogo un comizio adunata delle forze fasciste di occupazione in piazza della Prefettura. Hanno parlato i deputati fascisti De Vecchi di Torino, Lanfranconi di Pavia e il nazionalista Ezio M. Gray di Novara, riaffermando colla solita virulenza la padronanza assoluta dei fascisti nella città. […] Terminati i discorsi e gli alalà, le squadre fasciste, seguendo evidentemente un piano di azione prestabilito si sono dirette alle sedi dei varii circoli rionali proletari, assaltandole. Corre voce che nella notte debbano giungere molte squadre dal ferrarese si dice in numero di 2.000.»

21 luglio – Il nuovo corrispondente dell'”Ordine Nuovo” tenta di fare una stima del numero dei fascisti invasori: «Dagli accantonamenti non è facile ricavare un indizio sicuro. I ranci servono meglio. Il rancio si consuma in tre luoghi diversi, dove parecchie puttanelle borghesi danno aiuto ai cuochi fascisti. Sulla pastasciutta i fasci di combattimento accedono per centurie. La distribuzione, che ha inizio alle 11 antimeridiane, dura ancora alle 3. calcolando un massimo di un quarto d’ora per centuria risulta la cifra di 3.000. aggiungete un migliaio di fascisti che vivono a proprie spese, o sono alloggiati nelle case borghesi o campano sul libero ladruncocinio campestre, e si ha il numero complessivo di 4.000 fascisti, che pena piuttosto per difetto che per eccesso.»

Di fronte ad un tale schieramento di forze, sostenute dall’esercito e da tutte le forze dello Stato, per quanto eroica potesse essere la tenacia, il proletariato novarese, lasciato solo a combattere, sarebbe stato destinato alla sconfitta. L’unico partito che incitava i proletari alla risposta violenta, alla estensione della lotta dal circondario di Novara, almeno a Piemonte, Lombardia e Liguria, per poi passare a tutto il territorio nazionale, era il Partito comunista. Ma dobbiamo ricordare anche che nella battaglia di Novara il partito comunista fu l’unico a dare anche il proprio contributo di sangue.

Le squadre comuniste non avrebbero certamente potuto affrontare i fascisti in uno scontro aperto, ma le loro azioni di guerriglia ebbero come effetto, se non altro, di colpire nei beni i sostenitori e fiancheggiatori del fascismo.

Nel rapporto al Segretariato del Komintern del 23 luglio si legge: «Nelle lotte di questi giorni abbiamo potuto rilevare con piacere che il meccanismo organizzativo del nostro partito diventa sempre più capace di affrontare le situazioni difficili. Abbiamo potuto diramare delle istruzioni e degli ordini, sia di natura politica che militare, con sufficiente sicurezza. Abbiamo avuto cura di non impegnarci in lotte senza sbocco e senza vie d’uscita, facendo attento uso delle nostre forze, abbiamo tuttavia effettuato delle azioni, soprattutto a Novara contro i fascisti, inviando delle forze da Milano e da Torino che hanno effettuato in maniera soddisfacente il loro compito. […] La nostra parola d’ordine è di sospendere ogni attacco aperto dei nostri quadri quando non vi è azione né movimento di grandi masse, continuando tuttavia le azioni di rappresaglia e i colpi a sorpresa.»

Ed ancora: «Mentre si parla di fronte unico da parte dei massimalisti, questo lo hanno tagliato alle spalle dei lavoratori comunisti del Novarese, dove il fronte unico era stato effettivo, poiché i nostri squadristi sono caduti per difendere i 150 comuni socialisti.» (Il Comunista – 25/07/1922)

Vincenzo Moscatelli, allora ragazzetto e futuro stalinista, ricorda: «Il partito aveva fatto affluire a Novara dei gruppi da Torino, da Biella e da Vercelli; quelli di Biella capeggiati da Secchia, quelli di Vercelli capeggiati da Leone, quelli di Torino capeggiati da Comollo.» (La Battaglia di Novara)

Le azioni di rappresaglia dei comunisti prediligevano l’incendio delle cascine dei fascisti o fiancheggiatori. Nell’ ”Ordine Nuovo” di quei giorni si leggono frasi di questo tipo: «Diversi incendi si svolgono via via nei dintorni per via del caldo che fa a Novara, aiutati forse anche da qualche fiammifero di ignota provenienza». «Si ha da Borgo Vercelli che un cascinale è in fiamme. Si mormora sia stato incendiato. Speriamo sia vero». «Contadini difendetevi. E non c’è mezzo migliore che colpire i vostri padroni nella borsa, così metteranno giudizio». «Non vi sono a Barengo padroni cui farla scontare? Sono uomini di carne ed ossa anch’essi ed hanno delle cascine». «Contadini di Novara! I vostri padroni non hanno scrupoli nella scelta delle armi […] Qualche volta a voi può bastare un fiammifero!». «Un incendio è scoppiato nella cascina Torre, posta nei dintorni della città. A Novara fa caldo e i fienili fermentano qua e là».

”Il Comunista” del 21 luglio annuncia la proclamazione dello sciopero generale nella provincia di Milano e la compatta riuscita di quello di Torino. Ma soprattutto pubblica la lettera aperta indirizzata dal Comitato Esecutivo del PCd’I al Comitato Nazionale dell’Alleanza del lavoro dove si afferma: «Cari compagni, ci indirizziamo direttamente e pubblicamente a voi per una proposta esplicita. La situazione è tale che non abbiamo di prospettarne le motivazioni: ci limitiamo a chiedere che procediate ad esaminarla colla massima urgenza e prendiate una decisione immediata.

«Vi domandiamo di convocare insieme al Comitato Nazionale dell’Alleanza del Lavoro un convegno di delegati dei Comitati locali dell’Alleanza del Lavoro di tutte le zone d’Italia in cui ferve in questo momento la lotta del proletariato contro la reazione, per deliberare la scesa in campo di tutte le forze della classe lavoratrice.

«Siamo sicuri che l’appello che vi rivolgiamo e nel quale sono certamente solidali tutte le organizzazioni proletarie e le masse delle zone in lotta sarà efficacemente raccolto, e vi salutiamo al grido: Viva il fronte unico proletario e l’azione generale delle masse contro la reazione!»

Poi, rivoltosi ai propri iscritti, il Partito ordinava: «Tutti i compagni centuplichino le loro energie per farle trionfare: per il fronte unico dei lavoratori di ogni categoria e partito! Per lo sciopero generale nazionale contro l’offensiva borghese! Per la guerra rivoluzionaria di classe contro le gesta bestiali del fascismo! Contro le insidie del collaborazionismo parlamentare! Per un governo della classe operaia e contadina! […] I componenti comunisti dei Comitati provinciali dell’Alleanza del Lavoro provochino da parte di questi una proposta analoga a quella della nostra lettera aperta al Comitato Nazionale dell’Alleanza del Lavoro. Entro pochissime ore questa iniziativa deve essere dovunque realizzata. […] Se l’organo supremo esita o devia, venga dalla base la spinta irresistibile ad agire e a procedere sulle vie della lotta di classe rivoluzionaria evitando degenerazioni ed equivoci. I rappresentanti delle masse già impegnate in battaglia compiano in questo senso tutto il loro dovere, se non vogliono divenire i responsabili dello smorzamento del magnifico sforzo di tanta parte del proletariato italiano. Le forze del proletariato non devono essere battute separatamente! Tutte le riserve debbono essere lanciate nella lotta. A chi le tiene in disparte non può spettare che il marchio del traditore. Viva lo sciopero generale nazionale!»

L’azione generale del proletariato contro la reazione, così come veniva prospettata dal nostro partito era quello su cui facevano affidamento i proletari in lotta. Scriveva ”L’Ordine Nuovo”: «Gli operai e contadini non vedono altra speranza che nello sciopero esteso entro oggi alla Liguria, che determinerebbe automaticamente la partenza dei fascisti. Data la situazione, tutti gli sguardi sono rivolti verso il Partito Comunista, il quale ha innalzato il vessillo dello sciopero generale. […] La tesi dello sciopero nazionale è sentita e commentata da tutti gli operai come una questione di vita o di morte.» (21/07/1922)

22 luglio – Scrive ”L’Ordine Nuovo”: «Il proletariato di Novara vive in istato d’assedio, e invoca e impetra, come sola salvezza, lo sciopero generale. Il pensiero del Partito Comunista, che giunge agli operai, […] si incontra precisamente col sentimento elementare di difesa che è nel cuore anche dei più umili lavoratori». Più oltre l’articolo informa che per il ”caldo” che non cessa, «nel Vercellese sette cascinali sono bruciati».

E nel ”Comunista” leggiamo: «Lo sciopero che si è esteso in questi giorni alle principali regioni industriali del Nord deve essere allargato, e deve avere il significato di una azione diretta delle masse armate contro la reazione fascista armata. […] Il proletariato è sulla piazza in armi, contro il suo nemico in armi». (22/07/1922)

Però il tradimento è alle porte ed ”Il Comunista” titola in prima pagina: «Si delinea la manovra socialdemocratica per stroncare la riscossa del proletariato.» Ed infatti nella pagina seguente troviamo l’altro: ”Gli stroncatori dello sciopero generale” dove si legge:

«La stampa socialdemocratica […] di quegli uomini politici che in Parlamento nella seduta in cui crollò il ministero Facta, non trovarono una parola per accennare alla battaglia di estrema e disperata difesa in cui sono impegnati lavoratori di intiere regioni, […] incomincia ad occuparsi oggi […] degli scioperi dell’Italia settentrionale.

«La tesi che questi giornali sostengono è la seguente: lo sciopero generale proclamato nelle zone di invasione fascista era uno sciopero di protesta contro il procedere del Governo; ora che il gabinetto Facta è caduto e quindi non esiste più governo responsabile, lo sciopero deve cessare.

«Ma i giornali della socialdemocrazia […] vanno più in là, e spudoratamente svelano […] il turpe fondo dei loro pensieri che è questo: – Lo sciopero era necessario per provocare la crisi. Oggi che lo scopo è raggiunto perché continuare?

«D’Aragona a chi lo interrogava sulle intenzioni dell’Alleanza del lavoro [rispondeva]: ”Siamo troppo occupati dalla crisi per occuparci del movimento di Novara, di Torino o di Milano”.

«E ieri stesso, un altro dei cosidetti capi del movimento operaio, […] l’on. Canepa, deputato degli operai genovesi, interrogato sulla opportunità che Genova proletaria faccia scendere in campo le sue forze accanto a quelle di Milano e di Torino, con ributtante cinismo rispondeva: ”Noi non abbiamo mai pensato allo sciopero se non come ad un’arma per provocare la crisi. Ora la crisi c’è; quindi i ’nostri’ non si muoveranno”. […]

«Si sa che il Gruppo [parlamentare – n.d.r.] socialista ha scaraventato nei luoghi dello sciopero alcuni suoi rappresentanti col mandato preciso di far presto tornare la calma, rendendo ai fascisti l’onore delle armi e impedendo che i proletari del Piemonte e della Lombardia continuino in quella disperata difesa che se non riesce a fermare l’invasione è almeno riuscita a imporre all’attenzione di tutto il proletariato il problema della azione antifascista.»

Ma ”La Giustizia”, giornale stampato con i soldi rubati agli operai attraverso le casse delle organizzazioni e delle cooperative, non era la sola a dichiarare la necessità della fine dello sciopero, essendo caduto il governo, gli faceva buona compagnia l'”Avanti!”: «Noi abbiamo coscienza della gravità dell’ora suprema e gli orrori di una guerriglia infame potranno essere evitati, ma abbiamo bisogno di garanzie e di atti che siano la dimostrazione evidente dell’intenzione del governo di ripristinare le libertà costituzionali. […] Occorre che ciascuno assuma la propria responsabilità per determinare, senza equivoci, una nuova situazione dalla quale sorga un Governo capace di un’azione organica e coerente, [e che venga] riconosciuto il diritto d’organizzazione, di sciopero, di propaganda, di conquista spirituale [notare: le conquiste del proletariato devono essere ”spirituali”!] della classe e del paese.»

Come si vede tutti quanti, socialdemocratici e massimalisti, nella accanita lotta che le masse proletarie combattevano, vedevano solo il mezzo per influire nella crisi parlamentare ed un ”ammonimento” verso il governo che si stava formando.

”Il Sindacato Rosso” lanciava la seguente «Dichiarazione di guerra … Non alle trentamila camicie nere mobilitate bluffisticamente dal duce fascista per stroncare lo sciopero generale magnificamente riuscito. Con essi siamo già in guerra guerreggiata – essi sono i nostri nemici dichiarati – e come tali li trattiamo. La nostra dichiarazione di guerra, feroce, spietata, con tutti i mezzi, con tutte le armi, è per tutti i traditori del proletariato, pei lupi travestiti da agnello, pei mandarini socialdemocratici, pei dirigenti che vergognosamente hanno tradito! – Da oggi in avanti la nostra guerra si rincrudisce nei due fronti di battaglia, contro la reazione legale ed extra-legale dello Stato e del fascismo e contro i traditori del proletariato, più infami, più pericolosi perché si camuffano da dirigenti dell’azione e della lotta proletaria per tradirla!» (22/07/1922)

23 luglio – ”Il Comunista” titola: «Non il terrore fascista ma la viltà dei capi ha stroncato l’azione del proletariato. Onore ai comunisti di Novara che si battono, soli, con le armi in pugno!»

Nel nostro giornale possiamo leggere l’infame ordine di ripresa del lavoro:

«Roma, 21 luglio 1922 – Il Comitato Centrale dell’Alleanza del Lavoro ordina la ripresa immediata del lavoro al proletariato in sciopero delle due regioni Lombardia e Piemonte e lascia ai comitati locali di stabilire le modalità della ripresa del lavoro.»

Il tradimento è compiuto. I fascisti possono sferrare gli ultimi definitivi attacchi contro un proletariato ormai da tutti quanti abbandonato: repubblicani, socialdemocratici, massimalisti, anarchici, nessuno di loro si schiera nella ultima difesa disperata del proletariato novarese che continua a combattere e a morire.

Solo il Partito comunista gli resta accanto e lo incita a continuare la lotta. «La Federazione provinciale comunista ha lanciato un ordine a tutti i compagni operai incitandoli alla resistenza attiva nella grave lotta ingaggiata contro l’invasione fascista e la reazione sbirra.» (Il Comunista, 23/07/1922).

Nella stessa pagina si legge questo ”Comunicato della Federazione Comunista”: «Le Sezioni sospendono ogni corrispondenza con la Federazione. Tutti i compagni sono mobilitati. I fiduciari sappiano essere all’altezza del loro compito. È stata inviata una circolare ad ogni sezione. I compagni non attendono altri ordini dalla Confederazione per agire. Tutto deve essere tentato per la nostra difesa. Agli inetti il nostro biasimo, ai forti il plauso nostro e del proletario comunista della provincia rossa. In piedi per la nostra salvezza. – Il Comitato Esecutivo»

Riferendosi ai fatti di sabato 22, ”Il Comunista” scriveva: «Quella di sabato è stata per gli schiavisti una nuova giornata di spedizioni e di aggressioni sanguinose contro il proletariato del Novarese. Mentre gli on. Rondani e Rossini balbettavano in prefettura di pacificazione, i fascisti sotto la sfacciata protezione delle autorità si abbandonavano alla loro cieca opera di distruzione e di morte. I lanzi, assoldati dagli agrari vogliono distruggere fino alle fondamenta tutto ciò che rappresenta lo sforzo di anni ed anni di sacrifici proletari. L’ordine è di bruciare, uccidere.» (25/07/1922)

Quel giorno i fascisti avevano accompagnato al Camposanto un loro camerata, dopo il funerale piombarono sul paese di Borgo Vercelli dove portarono il terrore sparando all’impazzata e bastonando chiunque incontrassero, comprese donne e bambini, invasero il municipio e saccheggiarono la locale cooperativa. Completata questa eroica impresa in alcune centinaia si recarono a Trecate dove, sempre protetti dalle forze dell’ordine si diedero al saccheggio ed al terrore, devastando e dando alle fiamme i circoli proletari. Tornando verso Novara la colonna di camion fascisti attraversò Sant’Agabio, anche qui sparando ed uccidendo. Ma qui la popolazione interveniva in armi ed ai fascisti si sarebbe messa molto male se non fossero accorse in loro aiuto le forze dell’ordine. Sentiamo la relazione del corrispondente dell'”Ordine Nuovo”:

«Ieri notte, nell’ ”Osteria Nuova”, presso la stazione ebbi occasione di fare … un’intervista con l’agente De Bernardis. […] Ma il suo naso di cane non riesce a fiutare il contrabbando, anzi fa amicizia con me e senz’altro si sbottona confidenzialmente. […] I camions dei nostri fascisti tornavano pacificamente dall’incendio di Trecate, e passando per Sant’Agabio facevano qualche piccolo sparo nel buio, più per divertimento che per altro. Avrebbero dovuto sparare dritto, i comunisti non son gente! A un certo tratto vennero gettate delle bombe sul primo camion e i fascisti si trovarono in pieno agguato. […] Se non c’eravamo noi succedeva una frittata, noi abbiamo salvato quei poveri fascisti che erano cascati nell’imboscata comunista. Immediatamente siamo piombati giù coi camions e ci siamo messi a dar man forte alle camicie nere aggredite. I comunisti avevano fatto delle trincee, tutto era preparato con rivoltelle e bombe a mano. […] Erano armatissimi, con bombe a mano, bombe incendiarie, moschetti, rivoltelle. […] Per fortuna a Sant’Agabio siamo arrivati subito noi e ci siam messi a sparare e a dar l’assalto alle case […]». (23/07/1922) Il corrispondente del quotidiano comunista commentava: «Il proletariato novarese, nonostante il terrore bianco, rimane in piedi, pronto alla riscossa. Egli si difende da solo, e avrebbe anche potuto vincere, se non fosse venuto il tradimento dei capi. […] Il proletariato di Novara si è difeso, e non è espugnato, benché le sue case siano in fiamme. La riscossa non potrà mancare.»

24 luglio – Sull'”Ordine Nuovo” del giorno leggiamo: «La massa è per l’unità d’azione e di fronte: unità che coordini gli sforzi di tutti i lavoratori, di ogni città e regione, di ogni mestiere, di ogni organizzazione, di ogni fede politica. […] Purtroppo l’Alleanza del Lavoro non risponde all’attesa giustissima delle masse […] Gruppi di lavoratori in lotta contro le imposizioni padronali si sono rivolti ad essa, e l’Alleanza ha risposto con la curiosa formola che le vertenze sindacali particolari non possono riguardarla. Il problema della situazione generale del proletariato in tutta Italia è stato posto, e l’Alleanza ha trovato, e lo ha lasciato chiaramente intendere, che questo vasto problema, evidentemente politico, trascende le sue capacità. […]

«La mentalità riformista si è presentata alle masse con una predicazione pacifista, che non è anti-violenta in principio, bensì solo quando si tratti di una lotta indipendente del proletariato. Siccome è in fondo una mentalità borghese, essa concepisce la lotta violenta delle masse per la difesa delle istituzioni borghesi che vuol penetrare. […] Ne emerge tutta la impotenza del riformismo e dei suoi gruppi dirigenti, chiusi dinanzi alla forza reazionaria nella insanabile contraddizione insista nel loro metodo: non potranno condurre le masse né contro lo Stato, né con lo Stato e dentro lo Stato.

«Ma è forse ancor più pericolosa quella mentalità che si può definire ”massimalista”. […] Ha negato il concetto borghese della penetrazione nelle istituzioni governative attuali, ma si è pasciuta dei concetti non meno borghesi che il socialismo trionferà per la forza degli ideali, malgrado che l’avversario stia smantellando le sue forze e le sue posizioni. […] questa mentalità tremendamente disfattista del ”tutto o niente” minaccia il proletariato italiano non meno della mentalità riformista. «[…] Qualche analogia coi danni della mentalità massimalista la presenta […] la mentalità anarchica. Vi è la differenza che in questo campo si vuole effettivamente e sinceramente la lotta, ma con un grado non molto superiore di proporzione tra i mezzi che si sanno approntare e gli obiettivi da raggiungere. La combinazione di queste tendenze nell’Alleanza del Lavoro crea un curioso stato di incertezza: le stesse formole si incrociano coi più opposti significati.

«Compito del Partito Comunista è di tracciare, nel caos delle tendenze, ma per i proletari di tutte le tendenze, una via di azione costituita da una serie di obiettivi e di mezzi adeguati a raggiungersi in una decisa avanzata, al di fuori di ogni viltà come di ogni demagogia.

«Secondo il Partito Comunista oggi si impone a tutta la massa proletaria italiana la necessità di una azione unitaria, che si deve realizzare con la proclamazione da parte della Alleanza del Lavoro dello sciopero generale nazionale, per cui esistono le possibilità di esecuzione. […] Solo procedendo su tale via la classe lavoratrice può accrescere la sua forza politica per lottare per la realizzazione del suo obiettivo politico in regime di Governo fondato sulle sue proprie forze.»

25 luglio – ”L’Ordine Nuovo” scrive: «Le bande fasciste continuano le spedizioni contro i paesi del Novarese. Ieri hanno invaso Barengo, Cerano, Pernate, Olengo, ecc. Vanno tranquillamente in camions, scortati dalla forza pubblica, bene armati e … così fanno gli eroi. Hanno occupato i Municipii, esposte le bandiere tricolori, urlati infiniti alalà, fra lo sdegno e la rabbia delle popolazioni inermi e impotenti. […] Un’altra delle imprese consuetudinarie dei fascisti è il saccheggio dei negozi i cui proprietari sono indiziati di sovversivismo e delle cooperative di consumo. Gli schiavisti sfondano le porte, distruggono i mobili e si impadroniscono delle merci. I carabinieri e i funzionari di P.S. li stanno a guardare godendosi lo spettacolo e partecipando alla divisione del bottino. […]».

26 luglio – Sotto il Titolo: ”Dalla città martire e tradita”, leggiamo sull’ ”Ordine Nuovo”:

«Ieri, dopo il comizio tenuto dall’on. De Vecchi […] sono cominciate a partire alcune squadre le quali non hanno mancato di saccheggiare e assassinare abbondantemente le vie del ritorno. […]

«D’altra parte specialmente dopo la rivolta di Sant’Agabio, i plotoni della guardia regia sostituiscono automaticamente le squadre che partono. Il proletariato non ha modo di rallegrarsi troppo del cambio. Egli è ormai abituato all’identità dei due Corpi. […]

«I lavoratori hanno ripreso il lavoro con spirito umiliato dall’abbandono cui vennero lasciati dai loro capi socialisti e dal mancato sciopero generale. […] In mezzo allo sbandamento più ignominioso degli uomini ai quali la città socialista aveva preso l’abitudine di tener fisso lo sguardo, un forte e animoso manipolo di operai comunisti, […] continuarono a tener desta la difesa della città conquistata, […] dimostrando a tutta la massa la fedeltà locale di quel solo Partito che aveva in tutta Italia alzata la bandiera dello sciopero generale.

«[…] Bisogna ripeterlo ancora una volta a voce alta: a Novara soltanto un gruppo di operai comunisti dimostrarono di possedere le qualità di capi. Sangue freddo e audacia, cuore in fiamme e testa a posto; ecco ciò di cui fu provvisto fino all’ultimo soltanto il disciplinato manipolo comunista. […]

«I fatti di Sant’Agabio avvennero nella notte tra il venerdì e il sabato, quando cioè l’Alleanza del Lavoro aveva deciso la cessazione dello sciopero, e il suo tradimento gettava Novara allo sbaraglio. 

Il bilancio delle giornate di Novara è certamente gravissimo per il proletariato novarese, ma nemmeno i fascisti hanno ragione di ridere. […]

«Dalla parte proletaria, la maggioranza dei morti e feriti sono vecchi, donne e bambine. […] Ignominia e viltà per qualunque esercito, sia pure straniero, com’è l’esercito delle teste di morto! Non stiamo a contare i nostri molti morti: la classe nostra non si chiama proletaria invano, […] ma anche i fascisti non hanno da cantare. Il tridente proletario ha saputo penetrare attraverso il loro piombo e il loro ferro. […]

«L’invasione di Novara, faceva, fin dal principio, della città piemontese-lombarda il centro di una situazione non locale, ma nazionale. […] La lezione non è perduta. Servirà domani.»

Sullo stesso numero di giornale si legge della incursione fascista a Barengo dove venne assaltato il circolo operaio, devastato, svaligiato, dato alle fiamme ed ucciso un proletario. Commentava il giornale comunista: «Non vi sono a Barengo padroni, cui farla scontare? Sono uomini di carne ed ossa anch’essi ed hanno delle cascine». E dalle cascine, in quei giorni, alte si levavano le fiamme! 

”Il Comunista” dello stesso giorno riportava questa breve corrispondenza da Vercelli: «Sono scoppiati nelle nostre campagne, prodotti dall’eccessivo caldo, tre altri incendi che hanno colpito fienili e cascinali.»

Chiuderemo questo rapporto sulla battaglia di Novara riportando ampie citazioni tratte da ”Il Comunista” del 23 luglio:

«Il Tradimento»

«La parola è vecchia, e indubbiamente se ne è anche abusato, ma il fatto si ripete di continuo e con circostanza tanto aggravanti, da non poterne dare altra definizione.

«Il fascismo minacciava da presso la zona più proletaria d’Italia: il triangolo Milano, Genova, Torino. Dopo aver stabilito dei posti avanzati in Lombardia, Liguria e Piemonte, aveva sferrata una azione in grande stile per prendere Novara. Il fascismo attacca i centri piccoli, e tra quelli grandi le capitali di una zona agraria, come Ferrara, Bologna, Firenze. Ma lasciargli Novara voleva dire oltre che lo schiavismo per i contadini della zona compresa tra Lombardia e Piemonte, un cuneo incastrato nei paesi industriali e un punto d’appoggio per attaccare i centri grandissimi, finora restii al fascismo, come attestano appunto Milano, Torino, Genova, e confermano Trieste, Venezia, Roma, Napoli dove il movimento proletario non ha potuto essere disperso e terrorizzato.

«Contadini ed operai del Novarese hanno iniziato una coraggiosa, eroica, disperata difesa. È per questo che Torino e Milano proletarie sono scese in lotta, è per questo che doveva il resto del proletariato italiano sostenerli con una azione generale, poggiandosi anche sulla non meno nobile difesa del proletariato marchegiano contro altre invasioni schiaviste.

«Si è scesi in lotta perché a Novara correva sangue proletario e nella città e nella provincia si levavano gli incendii della guerra civile.

«Il sangue scorre ancora. Le fiamme divampano, e non sono metafore, ma verità materiale. Di più, i lavoratori, soprattutto ad opera dei comunisti, hanno cominciato in quella zona ad impegnarsi su di una via da cui è pericoloso tornare indietro, opponendo inquadramento ad inquadramento, armamento ad armamento, dieci rivoltelle a mille rivoltelle, il generoso spirito di sacrificio dei figli del lavoro alla bestiale prepotenza delle orde fasciste appoggiate sulla sbirraglia del governo.

«Per questo lottavano Torino e Milano, per questo avrebbe dovuto lottare tutto il proletariato d’Italia.

«Ma lo sciopero cessa, oggi, in Piemonte e in Lombardia. Ma allo sciopero si rinuncia, oggi, nel resto d’Italia, mentre Novara ancora brucia e sanguina e combatte – perché il Ministero Facta è caduto, come dicono sfacciatamente i socialisti – perché si prepara l’azione generale, come fa sapere l’Alleanza del Lavoro. Operai e contadini oltraggiati e massacrati del Novarese, e di tante altre zone che purtroppo hanno ceduto, aspettate dunque che la crisi ministeriale sia finita o che l’azione generale sia stata ”preparata” e soffrite fino allora il ghigno e lo staffile dello schiavista: i vostri capi hanno parlato: hanno ordinato, gli spregevoli generali del tradimento! […]

«Il collaborazionismo per costoro non è che mezzo: il fine è chiaro: disarmare il proletariato.

«Ma occorre subito associare in questa responsabilità di disfattismo ai collaborazionisti dichiarati i più spregevoli commedianti della intransigenza serratiana. Costoro […] lavorano allo stessissimo scopo: stroncare la riscossa del proletariato e sabotare la sua azione. Basta leggere i commenti dell'”Avanti!”. Questo è stato a favore dello strozzamento dello sciopero, ed ha avvalorato l’argomento della caduta del Ministero. […]

«Il giornale massimalista […] parla di ”protesta civile e pacifica della massa” […] e di protesta fatta ”per rovesciare un Governo imbelle”. E aggiunge: ”In attesa che un nuovo Ministero si costituisca e ci sia un potere responsabile il quale imponga un ritorno alle libertà costituzionali, il proletariato torna al lavoro”. E conclude: ”Non si governa contro la classe operaia” […]

«Se ne sono già andati a farsi fottere […] i capisaldi del marxismo rivoluzionario per cui un Governo borghese non può che governare ”contro” la classe operaia. […]

«Vi è l’altro argomento, pel quale si è strozzato lo sciopero: niente parziale dispersione di forze: l’Alleanza del Lavoro prepara la lotta generale. […] Quale preparazione si deve fare? La lotta si prepara nella lotta. La vittoria si prepara con le operazioni militari, e non con gli armistizi. Lasciata cadere ignobilmente la lotta dei metallurgici, fermata in una tappa così grandiosa come lo sciopero simultaneo di Torino e Milano la via verso la riscossa generale proletaria, che cosa si aspetta per raggiungerla? […]

«Ma cosa è questa famosa preparazione? È preparazione delle coscienze, ossia propaganda tra le masse a pro della lotta generale: sono soli comunisti e libertari a farla. […] Fermare il proletariato in isciopero per poterlo chiamare di nuovo domani, tra due o venti giorni, è tattica disfattista o idiota. La preparazione è, in secondo luogo, preparazione di strumenti tecnici. Se non la si è fatta, non la si fa né in una, né in dieci settimane. Se si aspetta è puro tempo perduto, poiché oltre i comunisti nessuno lavora a preparare nulla.

«[…] La proposta di azione del Partito Comunista, che mira a scopi sicuramente utili e a tangibili successi, tattici e strategici, della lotta proletaria, e non pretende ancora di capovolgere l’asse terrestre, si riferisce ad oggi, ai rapporti di forze oggi concretamente esistenti, alla preparazione che c’è. In queste condizioni si può e si deve fare lo sciopero generale nazionale contro l’offensiva borghese.

«Chi ha aspettato lasciando battere i metallurgici e lasciando terrorizzare i lavoratori di Novara, riceve oggi da noi sul suo volto protervo la vecchia, ma atroce apostrofe: traditore!».

RICAPITOLANDO SULLA QUESTIONE CINESE

(Continua dal n. 98 – luglio 2025)

8. Verso l’alleanza con il Kuomintang

8.1 La questione cinese al Quarto Congresso dell’Internazionale

Subito dopo il Plenum dell’agosto del 1922, che aveva visto imporsi la linea di Maring di far aderire i comunisti al Kuomintang, iniziarono le trattative con Sun Yat-sen. Tra i primi ad incontrare il capo del Kuomintang ci fu Li Dazhao, che discusse con Sun Yat-sen in particolare della questione dell’ammissione dei comunisti, ma anche della rivitalizzazione del Kuomintang, sia dal punto di vista politico che organizzativo. Anche Maring ebbe un nuovo incontro, probabilmente verso la fine di agosto, con Sun Yat-sen, e in questa occasione Maring informò il capo del Kuomintang che i vertici del Komintern avevano consigliato ai comunisti cinesi di unirsi al suo partito. Inoltre, riferì a Sun dell’offerta di assistenza sovietica e gli raccomandò di far fare al Kuomintang un passo avanti nello sviluppo del movimento antimperialista della classe operaia e dei contadini. Da parte sua, Sun Yat-sen accolse con favore l’offerta della Russia sovietica a prestare aiuto e si espresse a favore dell’ingresso dei comunisti nel Kuomintang, che quindi sarebbe stato riorganizzato.

Nello stesso tempo Sun Yat-sen entrò in corrispondenza con Adolf Joffe, che a partire dall’agosto del 1922 guidava la missione diplomatica sovietica in Cina. Quest’ultimo si adoperò per aiutare Sun Yat-sen a comprendere le basi della differenza tra la politica estera della Russia sovietica e quella degli Stati capitalisti, promuovendo la cooperazione tra il PCdC e il KMT.

All’inizio di settembre 1922, i primi comunisti, tra i quali Chen Duxiu e Li Dazhao, venivano ammessi nel Kuomintang e da quel momento iniziarono a partecipare attivamente alla riorganizzazione del partito nazionalista. Intanto, tra settembre e dicembre, inviati di Sun Yat-sen conducevano con Joffe una serie di discussioni sulla possibile assistenza militare sovietica.

In questo contesto che vedeva l’inizio della messa in pratica della tattica caldeggiata da Maring di ingresso dei comunisti nel Kuomintang, nel novembre del ’22, si svolse il Quarto Congresso dell’Internazionale, con la delegazione cinese che prese parte attivamente ai lavori congressuali, in particolare quelli della commissione sulla questione orientale. Naturalmente le decisioni del Quarto Congresso del Komintern ebbero un forte impatto sul PCdC che, subito dopo il congresso, abbandonò lo slogan di un ”fronte democratico”, e in tutti i documenti del Partito si iniziò a parlare di ”fronte antimperialista”, così come aveva stabilito l’Internazionale nelle sue Tesi sulla questione orientale.

Per diversi aspetti risulta particolarmente interessante il rapporto presentato dal delegato cinese Lin-Yen- Chin nella commissione che si occupava della questione orientale.

Nel presentare la situazione in Cina, il delegato affrontava due questioni. Prima di tutto parlava della situazione politica del paese che, nel corso del 1922, aveva visto la caduta di due governi: quello di Sun Yat-Sen nel sud per mano di un generale del Kuomintang e quello filogiapponese nel nord in seguito alla vittoria, nella guerra civile, del generale Wu Peifu di orientamento filoamericano. La caduta di Sun Yat-Sen, avvenuta in seguito al dissidio circa la spedizione militare contro il nord, secondo il delegato cinese, aveva il significato del «completo fallimento del piano militare della rivoluzione». Il limite del Kuomintang veniva individuato nel voler utilizzare il solo strumento militare per la rivoluzione in Cina, in quanto si riteneva che «con la conquista militare delle province avrebbero realizzato la democrazia in Cina». Mancava del tutto la propaganda nel paese e l’organizzazione delle masse. La strategia del Kuomintang poteva avere un senso nella fase iniziale quando, dopo la conquista del Guangdong e la formazione di un governo rivoluzionario, permaneva nel partito l’idea di utilizzare le risorse della provincia meridionale per organizzare la spedizione contro il nord. Ma ben presto emerse all’interno del partito una tendenza conservatrice volta a tener la provincia sotto il proprio controllo, disinteressandosi della situazione al di fuori di questa. La fazione che aveva deposto Sun Yat-Sen rappresentava questa tendenza conservatrice. Il giudizio che se ne ricavava era che «la maggioranza del partito era potenzialmente reazionaria», e quindi che «la rivoluzione, se vuole avere successo, deve organizzare le masse e portare avanti la propaganda tra le masse e non solo con la conquista militare, poiché questo metodo è obsoleto in Cina». Dall’altro lato la vittoria di Wu Peifu non avrebbe potuto risolvere i problemi politici della Cina, come l’abolizione del sistema dei signori della guerra. Le masse sarebbero rimaste deluse da questa cricca militare e avrebbero compreso maggiormente che la conquista della democrazia sarebbe potuta avvenire solo dalle loro stesse mani. 

L’altra questione trattata nel rapporto del delegato cinese fu la situazione della lotta di classe in Cina, considerata particolarmente positiva in quanto, nel corso del 1922, si era dispiegato un vasto movimento di scioperi e si prevedeva che avrebbe favorito lo sviluppo del partito:

«Tutti questi scioperi si sono succeduti molto rapidamente. La diffusione della rivolta contro la classe capitalista si è quasi risvegliata nelle masse lavoratrici. Questo dimostra che il movimento di massa in Cina non è un sogno dei socialisti, ma che è già entrato in vigore, e mostra anche che il partito comunista può avere successo nell’agitare tra le masse. Dimostra che il Partito Comunista in Cina progredirà favorevolmente, a differenza degli anni precedenti quando era solo un circolo di studio, una setta. Quest’anno possiamo assistere allo sviluppo del nostro Partito Comunista all’interno delle masse».

Dopo di ciò il delegato cinese si soffermò sui compiti del Partito Comunista di Cina. Quanto fu affermato dal delegato cinese risulta di particolare importanza perché veniva precisato che il fronte unito con il Kuomintang veniva realizzato con l’ingresso individuale dei comunisti nel partito nazionalista: 

«[…] il nostro partito, tenendo presente che il fronte unito antimperialista deve essere istituito per espellere l’imperialismo dalla Cina, ha adottato questo atteggiamento, cioè che dobbiamo stabilire un fronte unito tra di noi e il partito rivoluzionario nazionalista – il partito Kuomintang. La forma di questo fronte unito è che entriamo in questo partito con i nostri nomi e capacità individuali. Nel fare questo abbiamo due cose in vista. In primo luogo, il partito rivoluzionario nazionale ha molti lavoratori organizzati. Entriamo per agitare gli operai e portarli dalla nostra parte». 

«[…] Dobbiamo lottare contro l’imperialismo solo unendo le nostre forze: la piccola borghesia e il proletariato. Intendiamo competere con questo partito nell’organizzazione e nella propaganda tra le masse. Se non entriamo saremo semplicemente distaccati, sostenendo un comunismo che sembrerebbe un principio alto e potente che le masse non seguirebbero. D’altra parte, essi seguirebbero questo partito della piccola borghesia e verrebbero utilizzati da questo partito per i bisogni di quest’ultimo. Quando ci uniremo a essa, saremo in grado di mostrare alle masse che anche noi sosteniamo la democrazia rivoluzionaria, ma che la democrazia rivoluzionaria è semplicemente un mezzo per raggiungere i nostri fini più vasti. Siamo anche stati in grado di sottolineare che, sostenendo l’obiettivo lontano, non trascuriamo le esigenze immediate e intermedie delle masse. Possiamo conquistare le masse dietro di noi e dividere il partito del Kuomintang».

Veniva, quindi, annunciato l’inizio della sciagurata tattica di infiltrarsi nel Kuomintang, giustificata con l’illusione di poter strappare ai nazionalisti l’influenza sulle masse. Erano i primi passi che avrebbero portato il PCdC e il proletariato cinese a sottomettersi alla direzione e alla disciplina del partito della borghesia cinese, il tutto sotto la guida dell’Internazionale che iniziava a mostrare i primi pericolosi sbandamenti dalla corretta via rivoluzionaria.

Radek, nel suo intervento sulla questione orientale, non condivise i toni trionfalistici adoperati dal delegato cinese sulle prospettive di sviluppo del partito in Cina e mise in evidenza l’arretratezza del movimento rivoluzionario nei paesi orientali, per cui, proprio come in Occidente, si lanciava la parola d’ordine di andare alle masse. Dall’intervento di Radek emergeva come la situazione del movimento rivoluzionario fosse molto meno favorevole di quella al tempo del Secondo Congresso nel 1920. Data l’arretratezza del movimento rivoluzionario, veniva prospettata la necessità di collegarsi a qualunque forza in grado di svolgere un ruolo antimperialista, il che comportava il sicuro rischio di marciare insieme a fazioni, anche reazionarie, che inevitabilmente sarebbero passate all’attacco contro il movimento rivoluzionario. 

«La nostra tesi era che l’Est sfruttato deve e vuole difendersi dal capitale internazionale. Ecco perché sosteniamo l’est sfruttato. Tuttavia, i popoli orientali sono ora guidati da coloro che non solo non sono comunisti, ma per la maggior parte nemmeno rivoluzionari borghesi. Sono ancora guidati da rappresentanti di cricche feudali moribonde, da cui è stato costituito il corpo degli ufficiali e la burocrazia in questi paesi.

«Il nostro sostegno ai popoli orientali solleva quindi la questione del nostro rapporto con queste forze di governo. La questione è posta in pratica dalla persecuzione dei comunisti in Turchia e dalle lotte condotte nelle ultime settimane da Wu Peifu in Cina contro gli scioperanti. Come comunisti, siamo in grado di esprimere la nostra posizione su questi argomenti in modo completo e con assoluta franchezza. Quando abbiamo promesso il nostro sostegno all’Oriente che si sta risvegliando, non abbiamo dimenticato per un momento le lotte di classe che si svolgeranno lì.»

Dopo essersi soffermato sulla situazione in Turchia Radek passa alla Cina:

«Quando Wu Peifu entrò in battaglia con Zhang Zuolin, aveva alle spalle la linea del fiume Yangtze e i suoi arsenali, ma non controllava le ferrovie settentrionali, che erano detenute da persone al soldo del Giappone. Cosa ha fatto? Si è rivolto al giovane Partito Comunista di Cina per chiedere sostegno. Gli diedero dei commissari, che tenevano saldamente sotto controllo le ferrovie per le sue truppe, che vi stavano conducendo una lotta rivoluzionaria.

«Chiunque combatta in Cina contro l’imperialismo giapponese, sta combattendo per lo sviluppo rivoluzionario della Cina. Poiché i comunisti lo capirono, crearono nella classe operaia un senso della loro indipendenza e importanza. Successivamente, i lavoratori fecero le loro richieste a Wu Peifu e in parte le realizzarono. Grazie a questo sostegno e all’adempimento dei loro obblighi storici verso le forze rivoluzionarie borghesi, i nostri compagni sono riusciti a stabilirsi tra le masse lavoratrici della Cina settentrionale».

La questione era molto delicata ed era concreto il pericolo di compromettere i giovani partiti con forze reazionarie ma che in quel momento avrebbero potuto svolgere una funzione antimperialista. Non passerà qualche mese che l’illusione di poter utilizzare personaggi alla Wu Peifu, in funzione antimperialistica, si scontrerà con la realtà della violenta repressione del movimento e dell’organizzazione dei ferrovieri per mano della soldataglia di Wu Peifu nel febbraio del 1923.

In ogni caso, le indicazioni che i vertici dell’Internazionale indirizzavano al PCdC erano il frutto di una considerazione negativa sulla forza del partito, ritenuto lontano dall’aver stabilito legami con le masse. Ciò emergeva dalla confutazione che fece Radek su quanto affermato dal delegato cinese nel suo rapporto che aveva parlato di una situazione favorevole alla lotta di classe e allo sviluppo del partito.

«Come sempre, compagni, vorrei iniziare dicendo che non dovreste avere una visione troppo rosea della situazione. Non esagerare con la tua forza. Il compagno cinese dice qui: Abbiamo affondato radici in tutta la Cina. Devo rispondere: Cari compagni, è bello sentire all’inizio abbastanza forza per iniziare il lavoro. Ma devi guardare i fatti in faccia. Il nostro partito cinese si è sviluppato in maniera del tutto separata in ciascuna delle due parti del paese.

«I compagni che lavorano a Canton e a Shanghai hanno fatto pochissimi progressi nel legarsi alle masse lavoratrici. Abbiamo lottato con loro per un anno intero perché molti credevano: come può un buon comunista essere coinvolto in faccende quotidiane come gli scioperi? Molti dei nostri compagni si sono chiusi nella loro stanza per studiare Marx e Lenin, come una volta avevano studiato Confucio.

«Questa era la situazione un paio di mesi fa. Com’è possibile che la causa della rivoluzione, che ha già subito un duro colpo con la caduta di Sun Yat-Sen, sia diventata improvvisamente una forza così potente? Al Nord, dove il partito è piuttosto debole e gode di consensi solo tra i ferrovieri, come può rappresentare una grande forza? […]

«Il primo compito dei compagni cinesi è concentrarsi su ciò di cui è capace il movimento cinese. Compagni, dovete capire che in Cina non sono all’ordine del giorno né la vittoria del socialismo né l’instaurazione di una repubblica sovietica. Purtroppo, anche la questione dell’unità nazionale non è stata ancora storicamente posta all’ordine del giorno in Cina. Quello che stiamo vivendo in Cina ricorda il Settecento in Europa, in Germania, dove lo sviluppo del capitalismo era ancora così debole da non aver ancora dato vita a un unico centro nazionale unificatore.

«Quando parli dei tuchun, i governatori militari; quando proclami: Qui abbiamo Sun Yat-Sen e lì Wu Peifu – cosa ci dice? Significa che il capitalismo sta cominciando a svilupparsi in tutta una serie di centri diversi. Con una popolazione di oltre 300 milioni di persone, senza ferrovie, come potrebbe essere diverso? Abbiamo ampie prospettive, che dovreste sostenere con tutto il fuoco delle vostre giovani convinzioni comuniste. Nonostante ciò, il nostro compito consiste nell’unificare le forze reali che si stanno formando nella classe operaia con due obiettivi: primo, organizzare la giovane classe operaia, e secondo, stabilire un giusto rapporto tra queste e le forze borghesi oggettivamente rivoluzionarie, al fine di organizzare la lotta contro l’imperialismo europeo e asiatico.

«Stiamo solo cominciando a capire questi compiti, ed è per questo, compagni, che dobbiamo essere consapevoli che per diventare più forti dobbiamo stabilire un programma d’azione concreto. L’Internazionale Comunista dice ai partiti comunisti dell’Occidente: andate alle masse! Così anche quello che vi diciamo è: uscite dalle sale di lettura degli studiosi confuciani e andate alle masse! Non solo le masse operaie, non solo i coolies, ma anche la massiccia popolazione contadina che è stata sobillata da questi avvenimenti»

Radek non commentò quanto affermato dal delegato cinese sulla tattica di far entrare individualmente i comunisti nel Kuomintang, ma era proprio questo l’aspetto centrale della questione dei rapporti tra le forze rivoluzionarie in Cina. Tale tattica non poteva essere certamente considerata in direzione di quel ”giusto rapporto” tra il proletariato e la borghesia rivoluzionaria di cui aveva parlato Radek, perché, dal momento in cui i comunisti fossero andati a lavorare per il partito nazionalista borghese, ciò avrebbe condotto inevitabilmente a sbandamenti di carattere teorico e organizzativo.

Alla fine dell’intervento di Radek si comprende come la parola d’ordine di andare verso le masse derivava dalle mutate prospettive rivoluzionarie in Oriente rispetto al Congresso dell’I.C. di due anni e mezzo prima.

«Compagni, la situazione mondiale è cambiata dai tempi del Secondo Congresso. In quel congresso la nostra linea politica in Oriente era orientata verso immediati e ampi moti rivoluzionari. Questo non è stato esplicitato, ma tutti i delegati dell’Est lo hanno sentito. Per quanto riguarda l’attuale situazione mondiale, ci troviamo in giro per il mondo in un periodo in cui la rivoluzione sta raccogliendo le sue forze. Questo ha un impatto anche sulla situazione nei paesi dell’Est. Se vogliamo svolgere un ruolo rivoluzionario in questi paesi nel prossimo periodo, dobbiamo fissare l’obiettivo di compiere un vasto lavoro organizzativo, politico e intellettuale.

«Naturalmente le rivoluzioni dell’Est non aspetteranno che i nostri compagni in ogni paese abbiano imparato che rivoluzione non significa leggere e digerire le tesi dell’Internazionale Comunista, ma svolgere un lavoro rivoluzionario pratico tra le masse. Ma quando in Oriente si svilupperanno grandi eventi simili a quelli che si verificano oggi in Turchia, dove siamo deboli e disorganizzati, allora avverranno senza di noi e non saremo in grado di influenzarli in una direzione rivoluzionaria. Perciò la parola d’ordine di questo congresso sulla questione orientale deve essere quella di andare presso le masse martoriate dell’Est, lavorare per la loro educazione e creare solidi bastioni dell’Internazionale Comunista in Oriente che siano capaci di svolgere un lavoro pratico per la lotta davanti a noi e di influenzare le grandi masse. E poi, dopo aver raccolto attorno a noi gli operai, dobbiamo andare dai contadini e dagli artigiani e diventare i dirigenti di un futuro partito popolare».

Cosa intendesse Radek per un ”futuro partito popolare” non veniva chiarito, ma ciò che emergeva era una valutazione negativa della forza dei giovani partiti comunisti nelle colonie e, quindi, la necessità di andare verso le masse, tattica che si prestava a interpretazioni che andavano contro quanto, con convinzione, era stato stabilito al Secondo Congresso dell’I.C.

Infatti, il Congresso del 1920 aveva stabilito che i rapporti dell’I.C. con il movimento rivoluzionario delle colonie dovevano passare per i partiti comunisti, ritenuti l’avanguardia della classe operaia, mentre per la Cina, già dalla relazione del suo delegato, era chiaro come si era iniziato a battere la strada dell’ingresso dei comunisti nel Kuomintang, cosa che, nei fatti, non avrebbe potuto far altro che compromettere la chiarezza ideologica del partito e la sua stabilità organizzativa.

L’Internazionale approvò delle Tesi sulla questione orientale. In queste Tesi venivano precisati i termini della questione agraria nei paesi arretrati, evidenziando la pavidità dei dirigenti borghesi dei movimenti nazionalisti a causa dello «stretto legame esistente fra la borghesia indigena e i proprietari terrieri feudali e feudal-borghesi», e veniva chiarito come la rivoluzione nei paesi arretrati non poteva prescindere dallo sviluppo del movimento rivoluzionario nelle campagne: «Soltanto la rivoluzione nelle campagne, il cui obiettivo è quello di espropriare le grandi tenute, può mettere in movimento le immense masse dei contadini; essa è destinata ad esercitare un influsso decisivo sulla lotta contro l’imperialismo

Si affermava: «Il movimento rivoluzionario nei paesi arretrati dell’Oriente non può avere successo se non fa affidamento sull’azione delle larghe masse contadine. Pertanto, i partiti rivoluzionari di tutti i paesi orientali devono formulare un chiaro programma agrario, rivendicando la completa abolizione del sistema feudale e dei suoi residui».

Venivano riconosciuti i progressi compiuti dal movimento sindacale e comunista nei paesi arretrati e, nonostante tutti i limiti, la formazione di partiti proletari indipendenti, praticamente in tutti i paesi d’Oriente, era considerato un avvenimento significativo. Ai giovani partiti comunisti delle colonie e delle semi-colonie veniva affidato un duplice compito: «si battono per la soluzione più radicale possibile dei compiti della rivoluzione democratico-borghese, che mira alla conquista dell’indipendenza politica; ed organizzano le masse operaie e contadine ai fini della lotta per i propri particolari interessi di classe»

Non mancava, però, una certa ambiguità nel chiarire i compiti dei partiti comunisti nei paesi arretrati:

«I compiti oggettivi della rivoluzione coloniale oltrepassano i limiti della democrazia borghese, non fosse perché una vittoria decisiva di questa rivoluzione è incompatibile con il dominio dell’imperialismo mondiale. In un primo momento, la borghesia e l’intelligentsia indigene sono i campioni del movimento rivoluzionario nelle colonie, ma man mano che le masse contadine proletarie e semiproletarie giungono a prendervi parte, gli elementi borghesi ed agrario-borghesi incominciano a voltare le spalle al movimento, nella misura in cui gli interessi sociali delle classi popolari occupano il proscenio.

«[…] Questa lotta per l’influsso sulle masse contadine deve servire al proletariato indigeno come addestramento al ruolo di direzione politica. Soltanto dopo aver padroneggiato questo compito, e conquistato influsso sugli strati sociali a sé più prossimi, questo proletariato potrà prendere posizione contro la democrazia borghese.»

Una formulazione molto infelice che si avvicinava alla tattica menscevica della rivoluzione per tappe contraddicendo quando era stato stabilito al Secondo Congresso sull’atteggiamento verso la democrazia borghese, che prevedeva come fin dall’inizio occorresse combattere l’influenza e il controllo del movimento borghese-democratico nazionalista sul movimento rivoluzionario dei contadini poveri e degli operai.

Infine, nelle Tesi la parola d’ordine per i paesi orientali del ”fronte unico antimperialista” veniva lanciata facendo un forzato paragone con la situazione nei paesi a capitalismo maturo: 

«Nelle condizioni prevalenti in Occidente, dove il periodo di transizione è caratterizzato da un confluire organizzato di forze, la parola d’ordine proposta è quella del fronte unico proletario, ma nell’Oriente coloniale la parola d’ordine che deve essere messa in rilievo nel momento attuale è quella del fronte unico antimperialista. L’opportunità di questa parola d’ordine discende dalla prospettiva di uno scontro di lunga durata con l’imperialismo mondiale, che impone la mobilitazione di tutti gli elementi rivoluzionari. Questa mobilitazione è tanto più necessaria in quanto le classi dominanti indigene sono propense a concludere con il capitale straniero compromessi contrari agli interessi vitali delle masse popolari. E proprio come in Occidente la parola d’ordine del fronte unico proletario è servita e serve ancora a smascherare il tradimento socialdemocratico nei confronti degli interessi proletari, così la parola d’ordine del fronte unico antimperialista contribuirà a smascherare i tentennamenti dei vari gruppi nazionalistico-borghesi.» 

Al Quarto Congresso dell’Internazionale la nostra Corrente espresse in maniera netta la propria posizione sul fronte unico. Nell’intervento del rappresentante della Sinistra sulla relazione di Zinoviev si affermava di accettare interamente lo spirito di quella tattica ma nello stesso tempo si facevano delle riserve. Si disse: «la conquista delle masse non deve essere ridotta alle oscillazioni di un indice statistico. Essa è un processo dialettico, determinato anzitutto dalle condizioni oggettive sociali, e la nostra iniziativa tattica non può accelerarlo che in certi limiti, o, per meglio dire, a certe condizioni che noi consideriamo pregiudiziali. La nostra iniziativa tattica, vale a dire l’abilità di manovra, si basa sugli effetti che essa produce nella psicologia del proletariato, adoperando la parola psicologia nel senso più largo per riferirsi alla coscienza, allo stato d’animo, alla volontà di lotta della massa operaia. In questo campo bisogna ricordare che vi sono due fattori di primo ordine, secondo la nostra esperienza rivoluzionaria: una chiarezza ideologica completa del partito, ed una continuità severa ed intelligente nella sua struttura organizzativa».

La chiarezza della ideologia e la solidità della organizzazione erano i due fattori fondamentali da non compromettere per realizzare un miglioramento negli effettivi del partito o dei suoi simpatizzanti.

Nel Progetto di Tesi presentato dal P.C. d’Italia veniva definito in maniera chiara l’aspetto relativo alla questione dell’organizzazione.Fu affermato che «gli statuti organizzativi, non meno della ideologia e delle norme tattiche, devono dare un’impressione di unità e di continuità», e che era «necessaria l’eliminazione di norme di organizzazione affatto anormali».

«Tali sono le fusioni di sezioni isolate dell’Internazionale con altri organismi politici, il fatto che taluna di queste possa essere costituita non sul criterio delle adesioni personali, ma su quello della adesione di organizzazioni operaie, la esistenza di frazioni o gruppi di organizzati su basi tendenziali nel seno della organizzazione, la penetrazione sistematica e il noyautage in altri organismi che abbiano natura e disciplina politica (il che si applica ancor più a quelli di tipo militare)».

Quest’ultimo aspetto era proprio quanto si realizzerà in Cina con l’ingresso dei comunisti nel Kuominatng. La nostra Corrente aveva ben chiaro che l’elevazione a sistema di tali anormalità avrebbero condotto ad una ricaduta nell’opportunismo. Il tragico epilogo della lotta rivoluzionaria in Cina con la sanguinosa sconfitta proletaria del 1927 affonda le radici nelle tattiche pericolose e negli errori organizzativi che iniziarono a delinearsi dal IV Congresso e costituisce una ulteriore conferma della correttezza di tutte le tesi difese dalla Sinistra sugli errori teorici e tattici dell’Internazionale in degenerazione.

8.2 La risoluzione dell’ECCI del 12 gennaio 1923 e l’accordo Yoffe-Sun Yat-Sen

L’orientamento del Quarto Congresso dell’Internazionale Comunista sulla questione cinese, favorevole alla cooperazione del Partito Comunista con il Kuomintang, che iniziava ad assumere la forma della presenza dei comunisti nel partito nazionalista, venne formalizzato con una risoluzione dell’Esecutivo dell’Internazionale del 12 gennaio 1923, in cui era scritto:

«1 – La sola seria organizzazione nazional-rivoluzionaria in Cina è il Kuomintang, che ha la sua base in parte nella borghesia e nella piccola-borghesia democratico-liberale, in parte nell’intelligentsia e nei lavoratori.

«2 – poiché nel paese il movimento operaio indipendente è ancora debole, poiché il compito centrale per la Cina è la rivoluzione nazionale contro gli imperialisti e i loro agenti feudali all’interno del paese, poiché inoltre la classe operaia è direttamente interessata alla soluzione di questo problema rivoluzionario-nazionale, pur restando ancora differenziata in misura insufficiente in quanto forza sociale pienamente autonoma, il CEIC ritiene che il KMT e il giovane PCC debbano coordinare la loro azione.

«3 – di conseguenza, nelle condizioni presenti è opportuno che i membri del PCC rimangano nel Kuomintang.»

In tal modo, l’Internazionale recepiva la proposta caldeggiata da Maring che già nella prima metà del 1922 aveva provato a spingere i comunisti cinesi a lavorare all’interno del Kuomintang. L’indicazione che la risoluzione dava al PCdC, quindi, andava oltre la necessità di coordinare l’azione del partito con quella che era considerata l’unica vera organizzazione nazional-rivoluzionaria, e formalizzava quanto, nei fatti, era iniziato ad essere messo in pratica in Cina, con i primi comunisti che dalla seconda metà del 1922 avevano iniziato ad entrare individualmente nel Kuomintang. Tale tattica, come era suggerito anche al primo punto della risoluzione, partiva da un fraintendimento circa la natura del Kuomintang, che era considerato formato in parte dalla borghesia e dalla piccola-borghesia democratico-liberale, e in parte dagli intellettuali e dai lavoratori, ma, soffermandosi solo sulla provenienza sociale dei membri del partito nazionalista, veniva accantonata la sua politica borghese, tendente al compromesso sia con le classi possidenti cinesi che con gli imperialisti stranieri. Svanivano, quindi, quelle critiche che solo un anno prima, al Congresso dei Toilers di inizio 1922, lo stesso Zinoviev e anche Safarov avevano mosso nei confronti del Kuomintang. Questo orientamento dell’Internazionale poteva anche essere dovuto ad una poco chiara conoscenza del Kuomintang o forse all’illusione sulla sua forza rivoluzionaria e sulla sua presa sul proletariato, basata probabilmente sulla valutazione che Maring aveva dato del vittorioso sciopero dei marittimi di Hong Kong, ma, in tal modo, iniziava ad essere colpita l’indipendenza politica ed organizzativa del Partito, in quanto, penetrando in una organizzazione politica dalla natura e disciplina borghese, quale era il Kuomintang, si introduceva nell’organizzazione di Partito una pratica del tutto anormale che andava ad indebolire la sua struttura mettendone in discussione unità e continuità. La risoluzione dell’Internazionale commetteva il grave errore di mettere da parte quanto le Tesi del Secondo Congresso avevano indicato sulla necessità di conservare «sempre il carattere indipendente del movimento proletario anche nella sua forma embrionale», muovendo i primi passi verso l’abbandono della difesa il partito e della sua autonomia programmatica ed organizzativa, come chiaramente stabilivano le tesi del 1920.

È vero che nella risoluzione veniva affermato che la tattica stabilita non doveva portare al cancellamento delle specifiche caratteristiche politiche del PCdC, che il partito doveva conservare la sua organizzazione indipendente, con un apparato strettamente centralizzato, portando avanti il compito di organizzazione dei lavoratori e formazione dei sindacati, al fine di creare un potente partito comunista di massa, ma, andando a confondere la propria organizzazione di partito con quella del Kuomintang, veniva a cadere proprio quanto si diceva di voler realizzare, cioè che il PCdC doveva presentarsi «sotto i suoi propri colori, distinto da ogni altro gruppo politico». Si diceva, è vero che «pur dando appoggio al Kuomintang in tutte le campagne sul fronte rivoluzionario-nazionale, nella misura in cui esso condurrà una politica oggettivamente corretta, il PCC non dovrà fondersi con esso e, in queste campagne, non dovrà ammainare la propria bandiera», ma nella pratica avverrà proprio questo e il Partito Comunista cederà al Kuomintang la bandiera della rivoluzione in Cina, con i comunisti ridotti a fare ”il lavoro dei coolies” (secondo una successiva pittoresca affermazione di Borodin) per il Kuomintang. 

Ma i legami con il Kuomintang andavano oltre l’aspetto politico della cooperazione con il PCdC, interessando anche il piano diplomatico dei rapporti con lo Stato sovietico, dal momento che il Kuomintang era nelle condizioni di poter ambire ad esercitare un potere effettivo su una parte del territorio cinese. A tal fine, la diplomazia sovietica era stata fin dal principio interessata a intraprendere un dialogo con Sun Yat-sen, il capo e teorico della borghesia cinese, che aveva la sua base di potere nel Guangdong. Dal settembre 1917 Sun Yat-sen fu capo del governo militare di Canton, sostenuto dai signori della guerra del sud. Il governo di Sun andò in pezzi quando i signori della guerra ritirarono il loro sostegno e Sun lasciò Canton nel maggio del 1918, fino a quando il signore della guerra del Guangdong, Chen Jiongming non lo restaurò nell’ottobre 1920. La Spedizione del Nord di Sun Yat-sen alla fine portò al conflitto con Chen Jiongming, che pretendeva la sospensione del conflitto militare e la costituzione del Guangdong come provincia autonoma. Lo scontro tra Sun Yant-sen e Chen Jiongming si risolse con il colpo di stato del 16 giugno 1922 di Chen Jiongming che costrinse Sun a fuggire a Shanghai. Qui, verso la fine del gennaio 1923, mentre significativi mutamenti erano in corso a Canton che avrebbero portato il mese successivo Sun Yat-sen a formare un nuovo governo nella città per la terza volta, Sun Yat-sen incontrò Yoffe, capo della diplomazia sovietica in Cina a partire dall’agosto del ’22. Sun Yat-sen, che attribuiva la sua cacciata da Canton sia agli elementi reazionari dello stesso Kuomintang che agli intrighi dell’imperialismo britannico, ostili per la posizione assunta durante lo sciopero di Hong Kong, si dimostrava così ben disposto a spostare il suo partito ”a sinistra” e a ricevere l’aiuto sovietico contro i suoi rivali interni e stranieri. Da parte sovietica, dopo che negli anni passati erano state tentate, senza successo, trattative con il governo di Pechino, e si era mostrata anche una certa apertura verso il signore della guerra Wu Peifu, che si era imposto nella Cina centrale (il cui iniziale atteggiamento antigiapponese si era risolto in un avvicinamento agli imperialisti anglosassoni), si iniziò a puntare con sempre maggiore convinzione su Sun Yat-sen quale potenziale aspirante del potere in Cina. Per arrivare ad un accordo con Sun Yat-sen la diplomazia sovietica fece intravedere al capo del nazionalismo cinese il vantaggio di un’alleanza non col debole PCdC ma con la forza dello Stato sovietico. Anche al prezzo di una momentanea rinuncia degli obiettivi comunisti e rivoluzionari in Cina. Così, il 23 gennaio 1923 Yoffe e Sun Yat-sen stilarono la seguente dichiarazione:

«Il dottor Sun Yat-sen sostiene che né l’ordine comunistico, né il sistema sovietico possono attualmente essere introdotti in Cina, perché non esistono quivi le condizioni necessarie per una riuscita istituzione del comunismo o del sovietismo. Questa opinione è interamente condivisa dal signor Yoffe, il quale pensa inoltre che il supremo e più urgente problema della Cina sia di realizzare l’unificazione nazionale e di raggiungere la piena indipendenza nazionale; e, in relazione con questo grande compito, egli ha assicurato il signor Sun Yat-sen che la Cina ha la più calda simpatia del popolo russo e può contare sull’appoggio della Russia»

Gli iniziali rapporti tra lo Stato proletario russo e quelli che erano i governi cinesi in un contesto politico caratterizzato dalla divisione dello Stato cinese divennero a partire dal 1923 una e vera e propria alleanza con la borghesia cinese. Partendo dal pretesto che la Cina non era matura per il comunismo e il sistema dei soviet, cioè per la dittatura del proletariato, si arrivava a circoscrivere i compiti della rivoluzione all’interno di un quadro compatibile con un ordine borghese, di cui Sun Yat-sen era il principale protagonista in Cina, sancendo nei fatti una politica menscevica perché dal punto di vista economico la Cina di allora non era certo tanto diversa dalla Russia del 1917, dove i bolscevichi si erano battuti per una rivoluzione proletaria. Capovolgendo gli insegnamenti di Lenin sulla tattica nelle cosiddette rivoluzioni doppie e le indicazioni dell’Internazionale per il proletariato delle colonie e semicolonie, la nuova rotta che veniva tracciata riconosceva alla borghesia un ruolo rivoluzionario nella rivoluzione nazionale e si portava il proletariato a sottomettersi alla sua direzione. I rapporti tra la Russia sovietica e Sun Yat-sen si svilupparono ulteriormente non appena nel febbraio 1923 Sun riprese le redini del governo di Canton. 

8.3 La repressione dello sciopero dei ferrovieri

In quel febbraio del ’23 ci fu un altro evento destinato ad influire sulla valutazione della situazione politica cinese in direzione del rafforzamento della convinzione della debolezza del Partito Comunista e della necessità di approfondire maggiormente i legami con il Kuomintang. Fu lo sciopero dei ferrovieri della linea Pechino-Hankow, che rappresentò l’ultima importante lotta dell’ondata di scioperi iniziata nel 1919 e che aveva avuto l’apice nel 1922. 

La causa dello sciopero fu la fondazione del Sindacato generale della ferrovia Pechino-Hankow. Già a partire dal 1921 i lavoratori della ferrovia avevano cominciato ad associarsi ed organizzarsi, con la costituzione di prime sezioni sindacali, allora chiamate club operai, in tutte le stazioni della linea. Senza alcuna distinzione, le sezioni sindacali riunivano le differenti categorie di lavoratori (meccanici, macchinisti, addetti ai binari ecc.), e parte della quota di iscrizione, il 45%, era destinato alla cassa di resistenza. Ad aprile del 1922, i delegati della linea iniziarono ad incontrarsi per unificare le varie sezioni sindacali, e, ad inizio gennaio del 1923, il processo di unificazione si era concluso. Fu abbozzato lo statuto del sindacato e si decise di convocare il congresso di fondazione il primo febbraio a Zhengzhou, al centro della linea ferroviaria. 

La fondazione del sindacato dei ferrovieri mise in allerta Wu Peifu, il signore della guerra che controllava la provincia. Appena arrivato al potere, Wu Peifu aveva cercato di attirare la simpatia degli operai con un programma politico che tra l’altro parlava di ”protezione del lavoro”, promettendo una apposita legislazione. Verso Wu Peifu c’era stato anche un atteggiamento di neutralità reciproca, se non cooperazione, in certi comunisti cinesi, tra cui Li Dazhao, i quali si illudevano di poter utilizzare le aperture di questo signore della guerra e le rivalità tra fazioni conservatrici per poter estendere le organizzazioni dei lavoratori, in particolare tra i ferrovieri. Lo storico Chesneaux, ”maoista francese”, quando scrive sul movimento operaio cinese agli inizi degli anni Venti, riporta la realizzazione di un accordo con Wu Peifu, che cercava l’appoggio degli elementi comunisti per eliminare completamente l’influenza dei suoi avversari sulla rete ferroviaria del nord. In base a tale accordo vennero nominati dalle autorità di Pechino sei membri del Partito Comunista come ”Ispettori segreti” delle ferrovie e autorizzati a circolare liberamente su tutte le reti, con tutte le spese pagate. Lo stesso Radek, al Quarto Congresso dell’Internazionale, faceva intendere dal suo intervento la possibilità di utilizzare in una situazione come quella cinese delle forze reazionarie come quella rappresentata da Wu Peifu. 

Se inizialmente i comunisti cinesi avevano potuto estendere l’organizzazione dei ferrovieri utilizzando la possibilità di lavorare come commissari sulla rete ferroviaria, ben presto i vantaggi ottenuti vennero messi in discussione. Wu Peifu basava la sua forza anche sulle entrate finanziarie che venivano principalmente dai proventi della ferrovia Pechino-Hankow, per cui non poteva tollerare la presenza del sindacato ferrovieri. E così, Wu Peifu, che aspirava alla rottura con le organizzazioni sindacali e ne pianificava la repressione nel sangue, diede ordine di vietare il congresso di fondazione del sindacato convocato per il primo di febbraio.

Nonostante il divieto, i delegati sindacali decisero di tenere il congresso così come stabilito. La mattina del primo febbraio, giorno di apertura del congresso, i ferrovieri e i loro delegati si ritrovarono in una città con soldati armati, in cui era stata promulgata la legge marziale. All’apertura del congresso, con le truppe che circondavano il teatro in cui esso si svolgeva, fu dichiarato costituito il Sindacato generale della ferrovia Pechino-Hankow. Appena dopo il congresso, consistenti reparti militari misero sotto sorveglianza le abitazioni in cui erano alloggiati i delegati sindacali e occuparono la sede del sindacato generale. In seguito a questi eventi, la stessa notte una riunione segreta del sindacato approvò una risoluzione che proclamava lo sciopero generale della linea Pechino-Hankow per il 4 febbraio. Così la mattina del 4 febbraio i ferrovieri entrarono in sciopero. 

Lo sciopero generale su tutta la rete Pechino-Hankow preoccupava non solo la cricca di Wu Peifu, ma mise in allerta le stesse potenze straniere che sentivano minacciati i propri interessi. Su iniziativa del console britannico di Hankow, il 6 febbraio, si riunirono segretamente i consoli stranieri, i rappresentanti della polizia e dell’esercito cinesi, gli industriali occidentali e la direzione della rete ferroviaria, con l’obiettivo di mettere fine allo sciopero.

Il 7 febbraio, a Jiangan, uno dei principali centri dello sciopero, le truppe circondarono la sede del sindacato e aprirono il fuoco, facendo oltre 30 morti. La repressione continuò con perquisizioni, arresti di operai ed esecuzioni sommarie, come quella di Lin Xiangqian, uno dei capi operai, che arrestato si rifiutò di ordinare la ripresa del lavoro e fu decapitato davanti ai suoi compagni. La carneficina fu ripetuta in tutte le altre stazioni in sciopero.

Di fronte alla brutale repressione, la Federazione provinciale dei gruppi operai dell’Hubei chiamò allo sciopero generale. A Wuhan, principale centro della regione, scesero in sciopero lavoratori di diverse categorie ma contemporaneamente furono fatte sbarcare anche le truppe degli imperialisti occidentali che diedero sostegno ai soldati cinesi. Il terrore piombò sulla città e lo sciopero fu spezzato col sangue. Il 9 febbraio il Sindacato generale della ferrovia Pechino-Hankow e la Federazione provinciale dei gruppi operai dell’Hubei ordinarono la ripresa del lavoro. I morti furono decine e centinaia i feriti, diverse decine gli arresti, oltre mille operai furono licenziati per rappresaglia sindacale ed espulsi dalla regione. Il movimento operaio cinese aveva subito la sua prima pesante sconfitta.

Analizzando le ragioni della sconfitta dei ferrovieri Deng Zhongxia, militante comunista ed organizzatore sindacale, scrisse: «Allora, il Partito Comunista era giovane e non aveva ancora salde radici nella classe operaia. Il Partito Comunista è lo stato maggiore del proletariato che, senza una forte organizzazione rivoluzionaria, non può emanciparsi dallo sfruttamento del capitalismo. Il PCC non aveva organizzato le cellule di partito all’interno dei sindacati e questo fu un grave errore. Certo, lo sciopero dei lavoratori della ferrovia Pechino-Hankow era stato diretto dal PCC, ma mancavano i ”sergenti” e i ”caporali”; avendo guadagnato un ruolo di direzione solo al vertice dell’organizzazione, l’influenza del partito alla base risultò molto limitata. Il PCC aveva tra i ferrovieri solo cinquanta aderenti. Come poteva guidare una così grande massa di scioperanti con un numero così esiguo di militanti? Inoltre le organizzazioni sindacali erano state fondate da poco tempo ed è difficile valutarne la consistenza, ma una cosa possiamo dire con certezza: anche un forte partito comunista, con ben strutturate organizzazioni sindacali, non avrebbe avuto la forza sufficiente per contrastare le truppe con le armi spianate, ma avrebbe saputo evitare una sconfitta di tali proporzioni.» Deng Zhongxia individuava tre principali ragioni alla base della sconfitta dello sciopero: prima di tutto lo sciopero di solidarietà non fu sufficientemente preparato ed iniziò in ritardo, in quanto il nemico aveva già concentrato le truppe e lo scoraggiamento iniziava a colpire gruppi di lavoratori; secondo, non fu svolta una propaganda rivoluzionaria tra i soldati, da una parte i militanti comunisti non avevano ancora esperienza di come avviare un lavoro rivoluzionario tra i soldati ed inoltre la maggior parte degli operai aveva un atteggiamento ostile verso i soldati, per cui per i comandi militari fu abbastanza agevole impiegare le truppe per sparare contro gli scioperanti; infine, non furono occupate le stazioni telegrafiche e telefoniche, per cui mentre da una parte le comunicazioni tra i lavoratori delle diverse località furono interrotte all’inizio dello sciopero, dall’altra parte il comando militare poteva servirsi delle linee telegrafiche e telefoniche per muovere le truppe e preparare al meglio il massacro degli operai. 

Queste considerazioni danno una precisa idea di cosa significava uno sciopero in Cina negli anni Venti, cioè una vera guerra di classe, la cui vittoria può essere assicurata solo se la classe operaia ha una direzione salda e decisa, capace di guidare il proprio esercito in tutte le fasi della lotta, anche quando si rende necessaria una ritirata per prepararsi al prossimo assalto.

La pesante sconfitta aveva provocato un arretramento delle lotte della classe operaia, ma aveva messo in chiaro di cosa aveva bisogno il proletariato cinese per vincere la sua guerra di classe. In seguito alla repressione del 7 febbraio 1923, il Segretariato nazionale dei sindacati, l’organismo creato dal PCdC per propagandare la necessità della coalizione operaia e per lavorare all’organizzazione dei lavoratori in sindacati, elaborò un manifesto in cui si affermava: 

«La nostra è una guerra di lunga durata, e questa sconfitta è soltanto un iniziale fallimento; continuando la nostra guerra senza esitazioni, la vittoria finale sarà nostra! Il compito all’ordine del giorno è di organizzare i nuovi sindacati, di restaurare quelli sciolti, creando gruppi potenti e solidi; ma tutto ciò non è sufficiente. Accanto ai sindacati, gli operai hanno bisogno di un’altra organizzazione: il partito politico. La classe operaia combatte la guerra di classe per la propria emancipazione; per vincere, deve organizzare solidamente il suo esercito, cioè il sindacato. L’organizzazione della massa dei fanti è necessaria, ma insufficiente per rispondere alle necessità della guerra. Gli operai d’avanguardia devono organizzare lo stato maggiore per preparare e dirigere la lotta nell’interesse di tutta la classe operaia. Questo stato maggiore è il partito politico.

«Il partito di cui abbiamo bisogno è il Partito Comunista, che ci ha diretti fin dall’inizio per organizzare i sindacati, ci ha aiutati ad ottenere con la lotta gli aumenti di salario, ci ha fatto comprendere che ”l’unità è la forza degli operai”. Senza temere le difficoltà e risparmiare gli sforzi, il partito ci dirige sulla via dell’emancipazione, nella lotta per le libertà…Il nostro compito attuale è molto chiaro. Dobbiamo restaurare le nostre fortezze (i sindacati) e allo stesso tempo organizzare il nostro stato maggiore. Tutti i rivoluzionari d’avanguardia della classe operaia devono entrare nel Partito Comunista della Cina. Accanto ai sindacati occorre l’organizzazione del partito. È questo l’insegnamento da trarre dalla recente sconfitta. Se i compagni faranno del loro meglio per assolvere a questo compito; se si prodigheranno per sviluppare le forze del Partito Comunista, le nostre perdite saranno allora vendicate. Viva il Partito Comunista della Cina!» 

Come si può ben vedere, all’interno del Partito Comunista di Cina erano presenti delle sane forze rivoluzionarie che ben dirette, attraverso un chiaro programma rivoluzionario e una solida organizzazione, sarebbero state in grado di trarre i corretti insegnamenti dalle sconfitte, per prepararsi per nuovi assalti che sarebbero arrivati con una rinnovata e ingigantita vampata della lotta operaia a partire dal 1925. 

Ma gli eventi cinesi del febbraio del 1923 furono letti, invece, come una conferma della debolezza del PCdC e della necessità di legarsi al Kuomintang. La conclusione politica che se ne trasse può essere formulata in questo modo: si partiva dai risultati drammaticamente diversi dello sciopero dei lavoratori del gennaio 1922 a Hong Kong, che si riteneva fosse stato guidato dal Kuomintang, e lo sciopero del febbraio 1923 sulla ferrovia Pechino-Hankou, guidato dal PCdC; il primo, antimperialista e sostenuto dalla popolazione del Guangdong compresa la borghesia nazionale, ebbe successo; il secondo fallì; i lavoratori guidati dai comunisti, avendo sollevato rivendicazioni sociali, non ne ricevettero nessun sostegno; ciò indicava l’importanza del fronte unito antimperialista.

In realtà, la pretesa debolezza del Partito Comunista di Cina non era del tutto corrispondente alla situazione reale, in quanto, se era vero che dal punto di vista puramente numerico all’inizio del ’23 i membri del Partito erano effettivamente molto esigui, era anche vero che il Partito dirigeva tanti sindacati che proprio nel corso del ’22 ebbero un grande sviluppo in Cina, stabilendo, quindi, già una notevole influenza sulla classe operaia cinese, incontaminata dal contagio del riformismo e dell’opportunismo come in Europa. Inoltre, nel corso del 1922, il movimento proletario aveva dimostrato una grande capacità di lotta, e la repressione del febbraio 1923 sarebbe stata solo una momentanea interruzione del movimento degli scioperi, che sarebbe ben presto ripreso con una forza superiore, culminando nel grande movimento degli scioperi del 1925-1927.

Ma il Partito Comunista arriverà a questa importante fase dello scontro di classe in Cina legato mani e piedi dall’alleanza con il Kuomintang, di cui una tappa in questa direzione fu segnata proprio in quell’inizio del ’23 con la risoluzione dell’Esecutivo dell’Internazionale, la dichiarazione congiunta Yoffe-Sun Yat-sen e la sconfitta dello sciopero dei ferrovieri. Con la tesi che il Partito Comunista fosse poco sviluppato in Cina, tesi speculare a quella che fu adoperata in Europa per spingere verso la tattica del ”fronte unico”, gli si negava la possibilità di qualunque azione autonoma all’interno della rivoluzione cinese, che invece solo il coordinamento con il Kuomintang avrebbe potuto portare al successo, e per di più nella forma della presenza dei comunisti nel partito nazionalista. 

Il Terzo congresso del Partito Comunista di Cina, tenutosi nel giugno del 1923 a Canton, lanciò quindi la parola d’ordine: «Tutti al lavoro per il Kuomintang. Il Kuomintang deve essere la forza centrale della rivoluzione nazionale ed assumerne la direzione». Approvò, inoltre, basandosi proprio sulla risoluzione di gennaio dell’Esecutivo del Komintern, anche la tattica dell’ingresso individuale nel Kuomintang.

Tale impostazione significava l’abbandono della corretta prospettiva rivoluzionaria e la capitolazione dinanzi alla borghesia cinese che avrebbe portato inevitabilmente alla sanguinosa sconfitta del 1927.

IL MARXISMO E LA QUESTIONE MILITARE 

(Continua dal n. 98 – luglio 2025) 

LE TRE BATTAGLIE PER CARICYN

Riepiloghiamo brevemente la situazione del fronte meridionale della guerra civile per comprendere meglio le grandi battaglie attorno a Caricyn per la sua rilevante importanza strategica. Questa città sul Volga è indicata anche come Tsaritsyn, Stalingrado, ora Volgograd, secondo le varie traslitterazioni e successivi cambi di nome.

Prima battaglia per Caricyn: luglio-settembre 1918

Il generale Krasnov, un convinto antibolscevico, col sostegno del Krug, l’assemblea cosacca, che gli garantiva l’appoggio dei cosacchi, e specialmente con il solido aiuto economico e militare tedesco, riuscì a conquistare la Repubblica sovietica del Don, nell’attuale sud-est dell’Ucraina.

Krasnov dichiarò di aver stipulato coi rappresentanti militari tedeschi, dopo aver fissato il tasso di cambio tra il marco tedesco e il rublo del Don e una tariffa di equivalenza tra un fucile russo con 30 cartucce e un pud (16,5 Kg = 40 libbre) di grano o segale, un contratto per la consegna di armamento vario comprendente aeroplani, cannoni, fucili, granate ecc. In più in caso di azioni congiunte con le armate tedesche e quelle del Don, i tedeschi avrebbero consegnato gratuitamente la metà del bottino di guerra all’armata del Don. Krasnov enumerò le consegne tedesche alla sua armata in: 11.651 fucili, 46 cannoni, 99 mitragliatrici, 109.104 granate e 11.594.721 cartucce. Krasnov cedette un terzo delle granate e un quarto delle cartucce all’Armata dei Volontari, i cui capi, foraggiati dagli Alleati anglo-francesi, gli rimproverarono i suoi stretti legami coi comandi tedeschi ma non rifiutarono le munizioni loro rivendute. 

Krasnov pagherà in un secondo momento l’aiuto di Berlino. Durante la seconda guerra mondiale organizzò una formazione cosacca all’interno dell’esercito tedesco. Fu quindi catturato dagli inglesi e consegnato ai russi che lo reclamavano. Dopo un breve processo per crimini di guerra contro civili in Jugoslavia fu condannato a morte per impiccagione, appeso a un gancio da macellaio alla gola nei sotterranei della Lubjanka a Mosca nel 1947.

Krasnov aggiunse altri territori cosacchi alla ex repubblica sovietica per cui il 17 aprile 1918 fondò la Repubblica del Don, che si estendeva su una vasta superficie pari a poco più della metà dell’Italia, con meno di 4 milioni di abitanti, per la metà cosacchi, che mal sopportavano contadini ed operai immigrati.

Sfruttando al meglio il nazionalismo indipendentista cosacco, Krasnov intendeva guidare una repubblica cosacca indipendente e antibolscevica che si estendeva tra il Don e il Volga. Disponeva di una discreta forza composta da circa 40mila soldati, 610 mitragliatrici, 150 pezzi di artiglieria.

Krasnov espose al suo gruppo di comando la campagna per la conquista di Caricyn, fuori dai loro territori, come una necessità di maggior sicurezza dei confini della neonata repubblica del Don, cercando di superare la nota ritrosia dei cosacchi ad allontanarsi dai rispettivi ”territori nativi”, lasciandoli così sguarniti e senza difese in caso di incursioni nemiche.

Fig.1 Prima battaglia di Caricyn

Caricyn si trova sulle rive del Volga a un centinaio di chilometri dal corso del Don, che per un breve tratto lì scorre quasi parallelamente. Fu poi realizzato un canale navigabile di collegamento tra i due fiumi per migliorare i trasporti fluviali tra il mar Nero e il mar Caspio con Mosca.

Krasnov considerava necessaria la presa di Caricyn per le sorti della guerra per due principali motivi: era un importante nodo ferroviario che collegava il centro della Russia con le regioni del basso Volga e del Caucaso. Da lì transitava la maggior parte del grano, delle derrate alimentari e di combustibile dal sud verso le grandi città del nord controllate dai bolscevichi, che necessitavano di quei rifornimenti per alimentare la popolazione e specialmente per fornire tutte le materie prime occorrenti all’industria bellica sovietica e all’Armata rossa. Questa era impegnata a sostenere la difesa della ”fortezza accerchiata” della rivoluzione su un fronte di 8mila chilometri lungo i quattro punti cardinali: interrompere quel flusso significava portare un colpo mortale alla rivoluzione. 

Per questo la difesa di Caricyn era questione di vita o di morte.

Il secondo motivo era strategico poiché i cosacchi di Krasnov dopo la conquista della città avrebbero potuto facilmente unire le loro forze con quelle dell’atamano Dutov, che erano all’offensiva sul Volga a 450 Km più a nord. Questo congiungimento avrebbe facilitato una possibile avanzata su Mosca.

I piani del comandante cosacco bianco Denisov per la prima battaglia per Caricyn prevedevano una manovra con due direttrici offensive: la principale direttamente su Caricyn ed una secondaria di contenimento di eventuali soccorsi rossi provenienti da molto più a nord. A sua volta il ben congegnato piano d’attacco principale alla città sul Volga sviluppava una manovra avvolgente su tre direttrici: l’assalto principale a nord con 23mila effettivi aveva lo scopo di tagliare le linee di collegamento ferroviario del sud col cuore della Russia sovietica. Dopo di che in una seconda fase dovevano scendere a sud su Caricyn. L’attacco del settore centrale era sostenuto da 12mila uomini direttamente sulla città, mentre la terza direttrice da sud con 10mila combattenti avrebbe dovuto occupare i punti di collegamento col nord del Caucaso per poi risalire verso Caricyn e chiudere il cerchio sulla città. Per il completo controllo della città era necessario occupare stabilmente tutti i villaggi che la circondavano lungo il corso del Volga.

Le difese sovietiche, principalmente distribuite sui territori di confine lungo il corso del Don, complessivamente erano numericamente pari a quelle nemiche ma non avevano le stesse qualità combattive. Erano mal coordinate tra loro e dislocate principalmente a difesa di Caricyn dove erano assegnati 23mila uomini e 250 tra mitragliatrici e cannoni, indebolendo i settori a nord che disponevano di soli 7mila uomini con 70 tra mitragliatrici e cannoni e il sud della città difesa da 10mila uomini con 100 tra mitragliatrici e cannoni. La riserva era di soli 1500 uomini con 50 pezzi di artiglieria. 

Di più il comando militare bolscevico doveva sottostare all’approvazione di Stalin, colà inviato dopo la sua nomina del 31 maggio come «dirigente generale degli approvvigionamenti nel sud della Russia, investito di poteri straordinari […] per cui gli stati maggiori e i comandanti di reparto […] sono tenuti ad eseguire le disposizioni del compagno Stalin». In base a questa autorità durante la seconda campagna del Kuban aveva deviato 6 reggimenti diretti a Bakù per la difesa di Caricyn.

Le direttive dello stato maggiore bolscevico erano incentrate sulla necessità di proteggere i collegamenti nord-sud verso il Caucaso, incitando i comandanti locali all’arruolamento di nuovi combattenti nell’Armata rossa. 

La difesa della città coi suoi 23mila effettivi si basava come punto di forza sull’ausilio dei treni blindati piazzati sull’anello ferroviario che correva attorno la città, i quali spostandosi rapidamente avevano il compito con i loro cannoni di soccorrere i difensori rossi dalla pressione nemica, come pure potevano fare le cannoniere fluviali lungo il Volga.

L’attacco bianco a nord, contraddistinto dalla forte superiorità numerica (23mila contro 7mila) e dal mancato coordinamento rosso, permise di interrompere le comunicazioni ferroviarie con Mosca e rese vani i parziali successi rossi nel settore centrale e meridionale della città che il 30 luglio si trovava isolata. Le truppe bolsceviche dovettero retrocedere dalle loro posizioni accorciando la linea del fronte e ridistribuire le unità. Furono emanati severi decreti contro i disertori, spie e sabotatori ed emessa una mobilitazione delle classi più giovani sottoposte ad un frettoloso addestramento. 

Riorganizzate le forze, il 22 agosto l’Armata rossa balzò fuori dalle sue trincee con tutti gli uomini disponibili in una ben congegnata controffensiva su due direzioni rompendo le linee nemiche con ripetuti assalti alla baionetta e facendo così retrocedere le linee bianche sull’intero arco del fronte. Altre vittorie rosse nelle seguenti settimane respinsero i cosacchi bianchi al di là del Don sulle posizioni iniziali, decretando il fallimento della prima offensiva di Krasnov.

Un trionfale telegramma di Stalin a Lenin del 6 settembre termina con: «Il nemico è stato completamente messo in rotta e si ritira dietro il Don. Caricyn è sicura! L’offensiva continua.»

Molto pesanti furono le perdite dei cosacchi bianchi: 12mila tra morti, feriti e prigionieri ma ben più pesanti furono le perdite rosse: 50mila tra morti, feriti e prigionieri nonostante un discreto bottino di guerra consistente in decine di mitragliatrici, 27mila fucili, 3mila cavalli e una impressionante quantità di munizioni.

In realtà il tanto strombazzato sfondamento non era avvenuto perché Denisov aveva ordinato di allentare la pressione e ritirarsi lentamente pur sostenendo limitati combattimenti durante tutto il mese di settembre; questi riuscirono a fermare i contrattacchi bolscevichi che risentivano delle pesanti perdite subite.

Trotsky, come Presidente del Consiglio militare rivoluzionario e capo dell’Armata rossa, telegrafò a Lenin la richiesta di richiamare immediatamente Stalin a Mosca perché «la battaglia per Caricyn, nonostante le forze superiori, è comunque andata male.»

Il grande lavoro di riorganizzazione dell’Armata rossa diretto da Trotsky portò alla realizzazione di una efficiente struttura militare e gerarchica organizzata per fronti e armate con un audace, necessario ma anche controverso, piano di reintroduzione dei militari di professione nell’esercito bolscevico, la selezione dei quali era affidata ad una commissione speciale diretta da Lev Glezarov. 

All’inizio della guerra civile il corpo ufficiali dell’Armata rossa era composto per il 75% da ex zaristi, spesso utilizzati come specialisti militari, componente che, alla fine della guerra civile nel 1922, era salita all’83% quando si registrò che su 82 generali zaristi che avevano comandato nell’Armata rossa, solo 5 avevano tradito. Fedeltà che all’occorrenza veniva ottenuta tenendo in ostaggio le loro famiglie.  

Tra gli ex ufficiali zaristi che servirono la rivoluzione e si distinsero per le loro notevoli capacità dobbiamo citare M. Tuchačevskij, entrato nell’Armata rossa nel 1918. Per le sue notevoli doti strategiche e di comando, già nel 1918 gli fu affidato, a soli 25 anni, il comando della Prima Armata.

 Secondo questo piano veniva istituito in questo settore il nuovo Fronte Sud, considerato di estrema importanza, con 4 armate (VIII, IX, X, e XI) con a capo dell’intero fronte l’ex ufficiale zarista Sytin. Le forze del distretto di Caricyn vennero raggruppate nella X Armata comandata da Vorošilov.

Seconda battaglia per Caricyn: settembre-ottobre 1918

Nella seconda metà di settembre Denisov presenta una nuova offensiva per la conquista di Caricyn basata su due direttrici d’attacco: la prima da nord-ovest affidata al generale Ficchelaurov, con 20mila uomini, 122 mitragliatrici, 47 pezzi di artiglieria e due treni blindati, avrebbe dovuto tagliare le comunicazioni col nord avendo il completo controllo del tratto ferroviario Caricyn-Archeda-Povorino. 

La seconda, affidata al generale Mamontov, per l’attacco principale da ovest verso est disponeva di 25mila soldati, 156 mitragliatrici, 93 pezzi di artiglieria e ben 6 treni blindati, mezzi ritenuti ormai indispensabili per velocizzare le operazioni in quel vasto teatro di battaglia. Le riserve bianche dietro i due gruppi d’attacco erano composte da una armata di 20mila ventenni.

Fig.2 Seconda battaglia di Caricyn

Le difese bolsceviche disponevano di circa 40mila uomini, 200 mitragliatrici, 152 pezzi di artiglieria e ben 13 treni blindati. Migliorata l’organizzazione era stata realizzata una rete di fortificazioni attorno alla città con trincee e altre opere difensive. 

In questo delicato frangente si accentua il contrasto tra Stalin, che si era recato a Mosca per reclamare rinforzi e armamenti, e Trotsky, che sentito il parere di Sytin, decise di ritardare i rifornimenti e di dare la priorità al settore orientale in quel momento in difficoltà. Vorošilov ottenne che fosse inviata dal Caucaso la Divisione di Ferro di Žoloba per rafforzare le difese a sud della città. 

Stalin, fortemente contrario al piano di Trotsky sulla reintroduzione degli ex ufficiali zaristi su cui nutriva assoluta sfiducia, si lamentò di Sytin, il nuovo comandante, presso il Consiglio militare rivoluzionario della Repubblica (RVSR) accusandolo di disinteressarsi della pericolosa situazione.

Di fatto sul fronte sud vi erano due consigli militari: quello ufficiale con Sytin e il suo Stato maggiore a Kozlov a 500 chilometri di distanza da Caricyn, dove invece operava quello di Stalin con Vorošilov. Ciò produsse una serie di ordini e contrordini che si annullavano a vicenda creando un pericoloso scompiglio nelle truppe soprattutto in quei delicati momenti. Più volte il Comando del fronte intimò al gruppo di Caricyn di non effettuare spostamenti di truppe senza autorizzazione. 

Negli ultimi giorni di settembre l’offensiva bianca si sviluppa nel settore centrale e meridionale con l’obiettivo di tagliare i collegamenti con Astrachan e il Caucaso, mediante pesanti attacchi che riuscirono a incunearsi nelle linee difensive rosse arrivando a Sarepta, circa 40 km da Caricyn, ma soprattutto tagliando fuori dalla battaglia l’ala estrema meridionale bolscevica che fu costretta ad assumere una difesa passiva.

Dall’8 all’11 ottobre l’offensiva si inasprì intorno a Sarepta da cui passava il tratto sud dell’anello ferroviario che circondava la città su cui viaggiavano i ”diavoli rossi”, i treni corazzati utilizzati anche per il rapido spostamento delle truppe. Per i controrivoluzionari prendere quella parte dell’anello ferroviario significava scardinare il sistema difensivo di Caricyn ed aprirsi un ampio varco d’accesso nel settore meridionale della città.

L’irruento attacco dei cosacchi bianchi di Mamontov fu bloccato dal fuoco dei treni corazzati e dai ripetuti contrattacchi alla baionetta della fanteria sovietica, cosicché il generale bianco fermò l’operazione per una pausa in attesa di portare le riserve in prima linea per l’assalto finale.

Stalin tempestò di telegrammi tutto lo Stato maggiore sovietico per ottenere rinforzi e cibo senza ottenere immediata adeguata risposta. Vorošilov, scavalcando la gerarchia militare si rivolse direttamente a Lenin. Il 15 ottobre, Vacietis, il comandante in capo del RVSR, gli rispose addossando la totale responsabilità della catastrofica situazione proprio a Stalin, ma in virtù dello stato di pericolo dispose di inviargli dei rinforzi.

Nel campo cosacco erano tutti certi dell’imminente vittoria per cui, per sollevare il morale della truppa, gli ufficiali dettero fondo a tutte le scorte di cibo, di vodka e delle altre riserve disponibili prima dell’attacco finale nel settore sud-ovest del fronte contro le linee difensive dell'”anello d’acciaio” ferroviario intorno a Caricyn tra le stazioni di Voroponovo e Čapurniki. Qui, Vorošilov aveva diretto personalmente la realizzazione di una doppia linea di trincee a difesa della stazione di Sadovaja punto di confluenza degli assi ferroviari.

15 ottobre: Mamontov lanciò 25 reggimenti, riserve comprese, contro quel settore in cui le ben organizzate difese rosse ressero bene il primo attacco cosacco. 

Pochi chilometri più a sud, a Beretovka, due reggimenti sovietici composti di giovani contadini appena arruolati si ammutinarono, uccisero i loro comandanti ed andarono incontro ai cosacchi bianchi. Questi, ignari dell’accaduto, li scambiarono per un assalto di fanteria e li tempestarono di piombo controrivoluzionario mentre venivano colpiti anche dal fuoco sovietico sparato dalle trincee.

Quello stesso giorno da sud arrivò la valorosa Divisione di Ferro di Žoloba con 15mila uomini, purtroppo con insufficienti munizioni, i quali, con marce forzate anche notturne, utilizzando un percorso defilato, riuscirono a portarsi alle spalle dei cosacchi colpendoli presso Čapurniki. I cosacchi di quel settore, sotto il fuoco di fronte e alle spalle, resistettero nemmeno per un’ora subendo la perdita di 1.400 uomini, 6 cannoni e 49 mitragliatrici; fu fatto prigioniero il comandante del settore con l’intero suo stato maggiore.

In seguito a ciò le unità bianche dovettero ripiegare verso ovest. Krasnov attribuì questo insuccesso all’Armata dei Volontari di Denikin che non aveva controllato e intercettato i movimenti della Divisione di Ferro.

16 ottobre: Mamontov lanciò un secondo attacco che permise la conquista di Voroponovo, pur con pesanti perdite. I sovietici a corto di munizioni furono costretti ad arginare le avanzate bianche con ripetuti contrattacchi alla baionetta per permettere al grosso dei difensori di riassestarsi per la difesa della stazione di Sadovaja. 

Quella sera le avanguardie controrivoluzionarie si trovavano a soli 7 chilometri da Caricyn, separate dall’ultima linea di trincea e da filo spinato presso la stazione di Sadovaja dove Vorošilov così organizzò l’ultima difesa. Ordinò al comandante dell’artiglieria di raggruppare tutte le bocche da fuoco disponibili, compresi i treni blindati e, all’ordine convenuto, di concentrarne il tiro su prestabiliti settori del nemico in avanzata. Si ebbe uno sbarramento di artiglieria composto da 27 batterie e 10 treni corazzati ordinatamente dislocati pari a 200 cannoni di varie dimensioni su 40 chilometri di fronte. 

17 ottobre: all’alba inizia il bombardamento bianco a cui le batterie rosse non rispondono per carenza di munizioni e restano in vigile, anche se nervosa, attesa dell’ordine convenuto. Cessato il bombardamento preventivo la fanteria cosacca inizia ad avanzare, certa che i difensori fossero stati falcidiati dalle loro granate e sicura che le residuali forze sovietiche non avrebbero potuto resistere al loro compatto e continuo procedere, secondo il loro classico schema di combattimento, in ordinate e compatte file con le bandiere al vento. Giunti a 400 metri dalle trincee rosse il comandante l’artiglieria col telefono da campo dette l’ordine ai vari comandi di batteria di aprire il fuoco simultaneamente sugli obiettivi prefissati creando un tremendo muro di fuoco di sbarramento.

 Il fuoco di cannoni, obici e mitragliatrici crearono enormi buchi nei ranghi serrati cosacchi dopo di che fu dato l’ordine alla fanteria di uscire dalle trincee ed inseguire il nemico in ritirata che, nel panico, ripiegò verso ovest. L’anello ferroviario intorno a Caricyn rimaneva sotto il controllo bolscevico!

Questa pesante sconfitta, anche se parziale, indebolì numericamente e nel morale i cosacchi perché in questo settore Mamontov aveva concentrato le sue migliori truppe, che furono decimate. La sua ultima speranza di risolvere in modo favorevole la conquista di Caricyn risiedeva nella direttrice d’attacco a nord dove il comandante Ficchelaurov godeva ancora di una consistente capacità offensiva ed una discreta superiorità numerica nel suo settore. Questa fu favorita dal fatto che la IX e X Armata rossa avevano perso i contatti tra loro a causa di uno sfilacciamento del fronte dovuto al ritiro dalle posizioni assegnate ai suoi reparti del comandante rosso Mironov per le pesanti perdite subite nel corso dei combattimenti in quella zona. Mironov fu poi accusato di indisciplina e anarchia.

Questo permise ai bianchi di organizzare l’aggiramento di Caricyn da nord su due direttrici: una su Kotluban e una seconda molto più a nord con l’intento di bloccare anche il traffico fluviale sul Volga. Vorosilov tramite rapidi spostamenti per linee interne riuscì a ripristinare le difese che furono rafforzate anche dall’arrivo di esperti reggimenti lettoni giunti dal fronte orientale che ripristinarono la supremazia numerica a favore dei rossi.

22 ottobre: l’avanzata verso Caricyn da nord si è arrestata e i bianchi respinti a circa 30 chilometri dalla città. Ciò permise alle due Armate rosse di riconnettersi per operare insieme contro l’ala sinistra cosacca permettendo a novembre di ripristinare i collegamenti ferroviari con la Russia sovietica.

Alla fine di ottobre fu chiaro che la seconda offensiva controrivoluzionaria per Caricyn era fallita e i bianchi stavano arretrando da tutte le loro posizioni precedentemente conquistate lamentando 20mila uomini persi tra morti e feriti contro i 30mila sovietici. Questa notevole sconfitta toglieva a Krasnov ogni speranza di collegarsi con i cosacchi di Dutov che agivano ad est del Volga. Di più le ingenti perdite subite abbatterono il morale dei cosacchi sempre meno disposti a combattere lontano dai loro territori d’origine. L’arrivo della stagione fredda determinò un progressivo rallentamento delle operazioni e un continuo ripiegamento dei cosacchi specialmente verso i villaggi delle retrovie da occupare per ripararsi dalla pioggia e dalla neve. Anche le manovre dei sovietici rallentarono per l’impraticabilità delle strade. 

11 novembre: entrò in vigore l’armistizio stipulato dalla Germania che ne sanciva la sconfitta e l’uscita dalla guerra, privando con ciò ogni sostegno alle formazioni cosacche da questa sostenute, costringendo Krasnov ad una politica di apertura verso l’Armata dei Volontari di Denikin sostenuta principalmente dagli inglesi e dai francesi. 

Dal punto di vista strategico il ritiro delle truppe tedesche dall’Ucraina avrebbe dato l’opportunità ai bolscevichi di aprire un fronte ad ovest della regione obbligando Krasnov a spostare due sue divisioni dal settore di Caricyn verso Lugansk. In questo senso va inteso l’ordine di Vacietis, il Comandante in capo del Consiglio Militare Rivoluzionario (RVSR), di passare all’offensiva generale entro il 23 novembre su tutto l’arco del fronte per assicurarsi collegamenti sicuri e stabili nord-sud. Nello stesso giorno però cadeva in mano cosacca il nodo ferroviario di Liski dove la situazione non era favorevole ai bolscevichi, ma i cosacchi in quel settore non avevano più le forze necessarie per effettuare uno sfondamento generale e la loro limitata offensiva si bloccò. 

L’esito della battaglia non determinò una vittoria definitiva sui cosacchi di Krasnov, che presero a riorganizzarsi per un successivo controllo delle regioni del Don. Di fatto si era in una situazione di stallo con limitate azioni di alleggerimento della X Armata rossa a difesa di Caricyn.

Il fallimento dell’Esercito del Don a Caricyn va ricercato in una serie di concause tra cui non va sottovalutato il forte attaccamento dei cosacchi, pur superiori nei combattimenti rispetto gli avversari, coi territori d’origine che sovente li portava a disertare quando giungevano notizie di pericolo dai loro villaggi. Inoltre usarono la loro efficiente cavalleria in modo inadeguato rispetto alle nuove modalità della guerra moderna: non rapidi spostamenti di truppa ma ormai superate cariche al galoppo fermate dalle mitragliatrici piazzate nelle posizioni fortificate che falcidiarono anche le avanzate a ranghi serrati e all’arma bianca della fanteria. Denisov inoltre commise l’errore di disperdere le sue forze su più direttrici, mentre i bolscevichi saggiamente si concentrarono su una limitata porzione di terreno, per di più aiutati dalle ferrovie e dai treni blindati per spostare rapidamente truppe e bocche di fuoco. Le scelte difensive attuate da Vorosilov e da Stalin per una difesa mobile e attiva, che lasciava sfogare l’impeto cosacco in assalti sanguinosi per poi passare a contrattacchi alla baionetta, fu possibile perché lo standard qualitativo delle truppe rosse migliorava sensibilmente, battaglia dopo battaglia. In questo modo la dinamica della battaglia passava dagli attaccanti ai difensori.

In questo contesto si evidenziò la netta frattura di Stalin con Trotsky in merito all’utilizzo degli ex ufficiali zaristi, definiti dal georgiano ”elementi borghesi” arrivando a costituire una sorta di ”opposizione militare” assolutamente inconcepibile nel mezzo della guerra civile per la difesa della rivoluzione proletaria. Lenin, pressato da entrambi le parti, infine richiamò Stalin a Mosca.

Terza battaglia per Caricyn: gennaio-febbraio 1919

Il ritiro dei tedeschi obbligò Krasnov a trovare nuove alleanze e finanziatori in particolare nei confronti delle potenze dell’Intesa che già sostenevano Denikin. Queste per colmare il vuoto lasciato dal ritiro dei tedeschi che già nel dicembre del 1918 avevano sbarcato propri contingenti nel sud dell’Ucraina. Queste imposero a Krasnov le loro irrinunciabili condizioni per il loro sostegno militare ed economico: la formazione di un comando unificato delle operazioni sul fronte sud affidato a Denikin come comandante supremo del fronte comprendente tutte le varie unità dei cosacchi del Don, del Terek ed ovviamente dell’Armata dei Volontari. Nel mentre le truppe rosse di Antonov-Ovseenko si insinuarono in parte dei territori sgomberati dai tedeschi dovendo contrastare sia le nuove forze alleate che quelle del nazionalista ucraino Petljura e dei ”kuren”, i suoi sanguinari cosacchi.

Fig.3 Terza battaglia per Caricyn

Dopo la riorganizzazione delle forze di Denikin e il loro riposizionamento, a fine dicembre 1918 in quel settore del fronte controrivoluzionario si era formato un esteso saliente con il vertice avanzato presso l’asse ferroviario a Liski, il fianco orientale tenuto dalle forze di Mamontov col centro di comando presso Caricyn ed il precario fianco occidentale a ridosso della riva sinistra del fiume Donec difeso dalle forze di soli 2500 uomini del generale zarista Mai-Maevskii. 

Questi, abile organizzatore, stazionò le sue insufficienti truppe presso i molti nodi ferroviari intorno a Bachmut per poterle rapidamente spostare all’occorrenza. In linea d’aria i due centri di comando distavano 350 chilometri.

Krasnov e Denisov, nonostante l’evidente debolezza del fianco sinistro, insistettero per continuare l’offensiva su Caricyn per la quale avevano mobilitato quante forze possibili, anche giovanissimi, arrivando con i veterani a una forza di 50mila uomini con 63 cannoni che si aggiungevano a quelli del saliente presso Liski di circa 20mila uomini con 16 cannoni. In difficoltà per gli approvvigionamenti emisero ordinanze per la requisizione delle riserve alimentari in favore dell’Armata del Don che minarono la fiducia e disponibilità dei contadini nei loro confronti.

Vista la nuova situazione, Lenin aveva sostenuto il piano del Consiglio Militare Rivoluzionario (RVSR) presieduto da Vacietis di dare priorità allo scontro coi cosacchi sfruttando al massimo le debolezze del posizionamento del nemico.

Il piano elaborato prevedeva un attacco frontale portato dalla VIII e IX Armata rossa da Voronez-Liski verso sud. Il fianco occidentale del saliente doveva essere attaccato dalle estremità delle ali della VIII Amata unite a quelle del gruppo di Koženicov, per un totale di 20mila uomini, allo scopo di tagliare anche le vie di fuga dei cosacchi. La X Armata sul Volga doveva tenere impegnati i cosacchi dell’Armata del Don nel settore di Caricyn assumendo una difesa elastica. Tutta l’offensiva avrebbe impegnato 50mila uomini su un totale di 124.500 effettivi di tutto il fronte sud.

Accuratamente preparata la complessa offensiva inizia ai primi di gennaio con l’avanzata del nucleo centrale della VIII Armata che conquista senza difficoltà i nodi ferroviari di Liski e Pavlosk attestandosi poco più a sud. Il gruppo di Koženicov penetra facilmente da ovest nelle deboli difese bianche fino a Starobelsk. 

Nel frattempo i cosacchi con i nuovi rinforzi riattivarono l’offensiva verso nord attaccando duramente il settore di congiungimento tra la VIII e IX Armata in direzione di Poverino. Per evitare di rimanere intrappolati tra due armate avversarie con alle spalle le truppe di Koženicov, il Comando centrale dell’Armata del Don ordinò un rapido ripiegamento di circa 200 chilometri verso sud per allacciarsi al fianco destro dell’Armata dei Volontari di Mai-Maevskii, peraltro impegnato in quel periodo contro le formazioni anarchiche di Machno che proprio in quella zona operavano per l’indipendenza dell’Ucraina. 

La ritirata dei cosacchi fu contrastata ai loro fianchi dalle due armate rosse del settore, contribuendo ad abbattere il loro morale già segnato dalle fatiche della guerra, dalle privazioni, dal clima invernale e dalla disillusione circa i tanto attesi aiuti degli Alleati. 

A fine gennaio il vertice del saliente aveva ceduto e la VIII Armata scese fino a Kazanskaja quando il gruppo di Koženicov conquistava Bachmut per poi occupare Lugansk ed entrare in contatto con la VIII Armata appena a nord dell’importante snodo ferroviario di Millerovo.

Nel settore orientale Krasnov, nonostante gli insuccessi del 1918, riprendeva con ostinazione l’offensiva su Caricyn quando sulla carta la situazione non gli era favorevole perché le difese rosse erano nettamente superiori come difensori e potenza di fuoco. Ciò nonostante i cosacchi riuscirono a recuperare una parte di territorio presso l’asse ferroviario presso Karpovka. 

A fine dicembre le condizioni atmosferiche precipitarono con forti tempeste di neve e basse temperature con casi di congelamento tra le truppe che non avevano adeguato vestiario invernale; la diffusione di tifo e colera per le scarse condizioni igieniche indussero molti reparti a rifiutarsi di andare a combattere. Parevano tutte condizioni per un fallimento del piano di Krasnov che mirava a sfondare le difese rosse da nord. In seguito ad un ulteriore cambio di comando e strategia del settore bolscevico e diversa disposizione delle truppe con combattimenti con esiti alterni, alla fine di dicembre 1918 i bianchi avanzarono leggermente verso nord-est occupando un tratto della ferrovia da Caricyn verso nord, isolando così la città sul Volga dal centro del comando sovietico. 

1° gennaio 1919: inizia la terza battaglia per Caricyn. Sfruttando questa situazione favorevole i bianchi riescono ad occupare la città di Dubovka sul Volga da cui le loro artiglierie riescono a colpire la periferia nord di Caricyn. Alcuni distaccamenti utilizzando il Volga ghiacciato scendono verso Caricyn per completare l’accerchiamento perché da sud i cosacchi avevano occupato la cittadina di Čapurniki. 

L’euforia di questa situazione positiva, nonostante la stanchezza, concentrò le loro energie per l’assalto a Caricyn senza prendere in seria considerazione che le loro unità di cavalleria erano troppo sfilacciate tra loro senza un fronte continuo, cosa che avrebbe permesso agevoli controffensive nemiche. Trascurarono anche le difese notturne nei villaggi dove si erano acquartierati. Considerando l’importanza della cavalleria per i rapidi spostamenti e attacchi, di cui l’Armata rossa era sprovvista, a Budenny, primo collaboratore di Trotsky nell’organizzazione dell’Armata rossa, fu affidato il compito di organizzare un corpo di cavalleria, non sullo stampo di quella zarista composta e diretta da nobili e di coscritti provenienti da ogni dove della Russia, inservibili ”contadini a cavallo”, bensì come quella cosacca composta da un nucleo di volontari specializzati nelle manovre equestri provenienti dalla zona dei territori cosacchi della Russia meridionale. Nell’arco di un mese fu possibile creare la 1a Divisione di Cavalleria 

21 gennaio: in un contrattacco a sorpresa fu accerchiato un avamposto cosacco il cui comandante per non essere fatto prigioniero dai bolscevichi, preferì suicidarsi. 

Dopo questo successo il primo nucleo della cavalleria sovietica, col sostegno di due autoblindo e varie mitragliatrici, organizzò una controffensiva con l’intento di rompere le linee a nord-est di Caricyn. Fu scelta una notte di bufera contando sull’effetto sorpresa e la mancanza di difese notturne dei villaggi occupati dai cosacchi. Con minime perdite Budenny fece 2mila prigionieri, 30 cannoni, centinaia di cavalli nonché in una vicina stazione un treno blindato e 6 treni a vapore. 

Nonostante il successo sovietico a nord e le rigide temperature, i cosacchi riuscirono ad avanzare verso Caricyn nel settore centrale e meridionale del fronte d’attacco. Nella settimana successiva si ebbe solo un timido tentativo dei bianchi di rompere le difese rosse usando come supporto un treno blindato ma subirono forti perdite e furono costretti a ritornare nelle postazioni di partenza.

25 gennaio: col nuovo dislocamento delle unità nel bacino del Donec si ha anche il necessario rafforzamento del fianco sinistro del fronte sud con celebri unità d’assalto dell’Armata dei Volontari, tanto da poter costituire il IICorpo d’armata sempre affidato a Mai-Maevskii che perfezionò la tattica di usare gli assi ferroviari per il trasporto e combattimenti coi treni blindati.

Ciò permise alle nuove formazioni di arrestare l’avanzata di Koženicov verso l’asse ferroviario Millerovo-Kamenskaja impedendo così la sicura ritirata dei cosacchi.

Nei primi giorni di febbraio vi furono combattimenti per il controllo di Bachmut passata dai rossi ai bianchi e poi nuovamente ai rossi in pochi giorni. Intanto le formazioni armate degli anarchici di Machno premevano sul fianco sinistro delle formazioni di Mai-Maevskii raffreddando la sua controffensiva per non compromettere la tenuta del bacino del Donec.

Dall’altra parte del fronte le truppe di Krasnov continuavano a perdere posizioni sul Don sia militari che politiche perché i contatti con gli Alleati per la fornitura di armamenti e truppe si incagliarono sui precedenti stretti legami dell’Atamano coi tedeschi nonostante la sua recente sottomissione a Denikin. Decisivo fu l’ovvio rifiuto di una clausola dell’emissario francese che richiedeva da Krasnov l’accettazione scritta di ripagare tutti i danni economici subiti dai francesi nella regione a seguito della rivoluzione sovietica, nonché di sottomettersi completamente agli ordini del comando unificato francese. Fu un colpo durissimo che fece svanire la speranza dei tanto attesi aiuti Alleati e compromise il sostegno e la fiducia dell’esercito e della popolazione mentre ormai l’Armata del Don teneva le linee in condizioni impossibili perché mancava di tutto: riserve fresche, vestiti invernali, cibo, armamenti, materiale sanitario e personale medico.

La propaganda bolscevica ebbe facile presa sulla popolazione che iniziava a ribellarsi richiedendo l’arrivo dell’Armata rossa, quando negli esasperati cosacchi si moltiplicavano gli ammutinamenti e le insubordinazioni. Diverse furono le unità che si arresero in massa. Secondo rapporti sovietici, 7mila cosacchi si arresero e ben 20 reggimenti abbandonarono le loro postazioni per ritornare nei loro villaggi d’origine. 

L’Armata del Don dalle 70mila unità della fine di dicembre, tra morti, feriti e ammutinati, scese a 38mila della fine di gennaio 1919 per ridursi a 15mila a febbraio. A niente valse richiamare al fronte i cosacchi in grado di usare un’arma di età compresa tra i 19 e 52 anni! 

Dopo otto mesi di duri combattimenti, delle ultime sconfitte subite e la disillusione circa gli aiuti Alleati che avevano eliminato ogni speranza di vittoria, cedette anche il generale Denisov, il comandante dell’esercito del Don. In un rapporto al Krug, sempre più insofferente nei confronti di Krasnov, oltre le cause tecnico militari che portarono al fallimento dell’operazione, Denisov elencava anche la valida e efficace propaganda sovietica tra la popolazione dei villaggi del nord con il riconoscimento della validità del potere sovietico che portarono anche al tradimento delle truppe del nord. Di conseguenza Denisov e Poljakov, suo capo di stato maggiore, si dimisero dalle rispettive cariche. Di seguito, il 14 febbraio 1919, si dimise anche Krasnov addossandosi ogni responsabilità esprimendo la consapevolezza che il mancato sostegno Alleato era conseguenza della sua persona e della sua precedente alleanza con i tedeschi.

26 gennaio: Lo stato maggiore cosacco di Denisov considerò ormai che anche la terza offensiva su Caricyn era destinata a un pesante fallimento dato lo sfaldamento delle sue formazioni nel settore nord-orientale quasi senza combattere, talvolta anche senza contatto col nemico, sparpagliandosi in gruppi che si preparavano alla guerriglia in difesa dei villaggi e delle città dove si erano insediati. 

In più nelle retrovie cosacche si scatenava la cavalleria rossa, sostenuta anche dagli esperti reparti della Divisione di ferro di Žoloba, al punto tale che la sua organizzazione divenne il modello per tutte le altre.

La sfiducia nel settore cosacco per il proseguimento di tutta l’offensiva era rafforzata anche dallo sfavorevole rapporto di forze che vedeva le 3 armate rosse disporre complessivamente di 130mila uomini contro i 38mila cosacchi bianchi.

Alla fine di gennaio i bolscevichi ottennero una serie di successi tali che pensarono di poter chiudere presto e bene la partita con Krasnov e la grande Armata del Don i cui cosacchi ora erano costretti a difendere i loro villaggi di origine, circostanza che complicava ulteriormente la loro situazione.

Krasnov richiese urgentemente a Denikin forti rinforzi di uomini, armamenti vari e vettovaglie per sostenere le sue truppe di fronte a Caricyn che furono comunque inviate con notevole ritardo. Questo non per risentimento personale di Denikin verso Krasnov, da lui ritenuto un tentativo di oscurarlo riducendone l’importanza, bensì perché gli si era posto il dilemma strategico militare e all’insieme politico di quale fronte privilegiare rispetto gli interessi generali della campagna.

Due le possibilità: mandare le sue truppe migliori sul fianco destro per riprendere l’attacco su Caricyn e poi prendere contatto con le truppe dell’Esercito russo di Kolčak che sapeva avrebbe diretto verso il Volga, oppure rinforzare il suo fianco sinistro per ben difendere il ricco e strategico bacino del Donec. I contatti tra Denikin e Kolčak avvenivano attraverso i loro emissari a Parigi.

Inizialmente Denikin autorizzò l’organizzazione del trasferimento ma infine, considerando che il consistente trasferimento di truppe verso Caricyn avrebbe indebolito il suo fianco sinistro rendendo più facile e possibile una conquista sovietica del ricco bacino minerario del Donec, procurato la sicura sconfitta in altri settori ed esposto il fianco e il retro delle sue unità che operavano nel basso Volga, decise invece di rafforzare le sue unità sul Donbass. 

Questa decisione fu più volte fortemente criticata dal generale Vrangel, il comandante dell’Armata dei volontari del Caucaso, secondo cui, vista la ormai netta superiorità numerica rossa, non si doveva più attaccare separatamente su obbiettivi diversi ma occorreva concentrare gli attacchi dei cosacchi sulle posizioni bolsceviche ritenute più deboli fra cui al momento Caricyn era la più evidente. Solo dopo si sarebbe potuto agevolmente congiungersi con le armate di Kolčak. 

16 febbraio 1919: il Krug nominò come Atamano il veterano ed eroe della campagna sul ghiaccio, Bogaevskij, in ottimi rapporti con Denikin, fatto che avrebbe portato ad una proficua collaborazione con l’Armata dei volontari e notevolmente migliorato le relazioni con gli Alleati. Al comando dell’esercito fu posto Sidorin, veterano della guerra col Giappone.

La nuova disposizione delle truppe voluta da Denikin portava il baricentro del fronte sud sul Donbass.


[La figura riporta l’intera situazione del Fronte Sud alla fine del gennaio 1919 di cui la terza battaglia per Caricyn è solo una parte]

LA INTERNAZIONALE DEI SINDACATI ROSSI

(Continua dal n. 98 – luglio 2025)

2° Congresso del Profintern, Mosca 1922

Nel corso del precedente capitolo, pubblicato su ”Comunismo” n. 98 (luglio 2025), riportavamo la seguente deliberazione del Congresso dell’Internazionale gialla di Amsterdam riunita a Roma nell’aprile 1922: «Il Congresso decide che ciascun centro nazionale tenga regolarmente al corrente della sua situazione il Bureau della Federazione Sindacale Internazionale, la quale, eventualmente, [si faccia attenzione sull'”eventualmente”- N.d.r.] prenderà quelle misure energiche e necessarie per sostenere moralmente e materialmente i paesi più minacciati e più colpiti». 

E commentavamo: «Tradotto in parole povere questo significa che l’Internazionale sindacale gialla, tutt’al più, ”eventualmente”, avrebbe lanciato qualche campagna di protesta morale. In fondo era stato il suo congresso che aveva autorizzato i governi degli Stati borghesi ad armarsi in base ai loro ”bisogni civili”».

Ne ”Il Comunista” del 5 maggio 1922 è possibile leggere la sintesi di quello che era stato il Congresso della Internazionale di Amsterdam, appena concluso. Non c’era di certo voluto tanto spazio, era bastata una mezza colonna di una pagina di giornale. Innanzi tutto il titolo: ”Nella tana dei traditori”. Su queste quattro parole dobbiamo soffermarci un attimo perché i comunisti non erano (e non sono) abituati a lanciare accuse in modo irresponsabile, ogni parola è ben valutata, pesata. Tradire significa mettersi al servizio del nemico, e l’Internazionale di Amsterdam era di fatto al servizio del nemico di classe. E altrettanto traditori erano i bonzi che dirigevano i sindacati aderenti ad Amsterdam. Quei sindacati non erano ”rossi”, erano ”gialli”; ed infatti sta scritto: ”Dopo il congresso dei gialli”.

Detto questo passiamo al resoconto del nostro giornale di oltre un secolo fa: «Al congresso della internazionale sindacale di Amsterdam si sono fatti molti discorsi, ma non si è discusso seriamente di nulla». Anche problemi seri ed importantissimi, come le otto ore, la guerra, il fronte unico non avrebbero avuto nessun valore, visto che tutto quanto si risolveva nel «votare delle risoluzioni senza impegnare sul terreno pratico il proletariato. […] Vuol dire non avere nessuna voglia di provocare i governi della borghesia e la borghesia stessa.

«Ma poi bisognava assistere alla discussione di queste risoluzioni. Quando parlavano i rappresentanti tedeschi, i francesi di Versaglia masticavano amaro: quando parlavano i francesi […] i commenti che sottovoce facevano i tedeschi. Gli inglesi facevano la politica di Lloyd George. […] Quando ha parlato Albert Thomas per portare il saluto del suo Bureau, mezza delegazione francese se ne è andata. Poi nei corridoi i tedeschi protestavano […] e non gli lesinavano epiteti poco graziosi. […] I quindici ex ministri presenti davano la garanzia … della serietà dell’adunata proletaria! […]

«Questione delle 8 ore. Cosa consiglia di fare Amsterdam? Premere presso i governi con l’azione parlamentare, ed ”agitare” la questione fra le masse. […]

«Questione delle materie prime. Proposta di dividere le materie prime tra le diverse nazioni a mezzo di un ufficio internazionale alle dipendenze della Società delle Nazioni. […] Per questa chiarissima strada la distribuzione delle materie prime sarà sicura, anche se non immediata.

«Fronte unico. Cos’è il fronte unico? Tutti i sindacati devono aderire alla internazionale di Amsterdam e allora non c’è più bisogno del fronte unico. […]

«Questione antimilitarista e lotta contro la guerra. I versagliesi, i consulenti di re Giorgio, i maggioritari tedeschi sono contro la guerra. […] Sì, perché fra due guerre si è sempre contrari alla guerra. Perché fra due guerre nasce un qualunque Teodoro Moneta che si pappa un premio per la pace datogli da un trust di industriali che fabbricano cannoni!». A Teodoro Moneta era stato assegnato, nel 1907, il Nobel per la Pace. Nobel che non impedì a questo signore di inneggiare alla guerra di Libia nel 1911 e qualche anno dopo all’altra, contro gli imperi centrali. Ma riprendiamo la lettura del nostro giornale: «E in che modo prepareranno questa lotta contro la guerra? Primo punto: energica azione parlamentare […]; secondo punto: educazione a sensi migliori di umanità […]; terzo punto: lotta contro lo sciovinismo.

«A questo il congresso ha rumoreggiato. Gli inglesi hanno detto che se scoppierà un’altra guerra Noske e Scheidemann intoneranno ancora gli inni di guerra. I tedeschi hanno risposto: ”Ma se li abbiamo cantati tutti noi gli inni di guerra!”. […]

«La Conferenza sindacale di Roma ha dimostrato che se domani una guerra scoppierà i capi sindacali gialli tradiranno ancora una volta. […]»

E l’autore dell’articolo giustamente si domandava: «Ma questo è stato il congresso di una internazionale di sindacati, o una sottospecie di ”congresso delle nazioni”? […] Il solo argomento che teneva solidamente uniti i congressisti era la polemica contro Mosca.»

Così, mentre il bonzume internazionale si trastullava con innocui ordini del giorno, questa era la condizione del proletariato internazionale, descritta, nel Manifesto lanciato dal Profintern in occasione del Primo Maggio 1922: 

«L’anno scorso è stato caratterizzato da una vigorosa e continua offensiva padronale.

«Nel 1° Maggio 1921 la lotta dei minatori inglesi contro i loro sfruttatori era nel suo pieno sviluppo. Alla vigilia del 1° Maggio 1922 noi assistiamo a formidabili serrate. A centinaia di migliaia, metallurgici, operai dei cantieri di costruzioni marittime, operai edili, sono in Inghilterra gettati sul lastrico dal padronato. I minatori inglesi sono ridotti a dover difendere i loro diritti più elementari.

«In Germania, in Italia, in Francia, nella Danimarca, milioni di operai difendono la loro esistenza.

«In tutti i paesi senza eccezioni il padronato attacca le rivendicazioni più urgenti della classe operaia. La giornata delle otto ore è minacciata. I salari sono ridotti della metà ed anche dei due terzi. […]

«Ovunque il padronato unito e organizzato prende la offensiva contro il proletariato diviso e disorganizzato […] Il capitalismo che è al suo declino difende aspramente i suoi privilegi. Dopo anni di disordine esso può riaversi con il concorso dei capi del sindacalismo riformista e riprendere oggi il terreno che ha dovuto cedere or non è molto sotto la pressione delle masse. […]

«Ormai da lungo tempo l’offensiva padronale è divenuta internazionale. […] La borghesia non disarma di propria iniziativa. Solo i riformisti possono credere a questa volontà di pace. […]

«Di fronte a questa offensiva padronale che fanno i vecchi capi del movimento sindacale?

«Essi non tentano di organizzare la minima resistenza. Essi non fanno il minimo sforzo per realizzare l’unità operaia. Essi al contrario la temono ingegnandosi di ostacolare i grandi conflitti sociali e non cessano di ricorrere ai loro antichi metodi conducendo così la classe operaia di sconfitta in sconfitta.

«Il 1° Maggio 1922 deve essere il segnale del risveglio del proletariato mondiale. […] All’offensiva padronale deve rispondere vigorosamente il nostro contrattacco. […]

«È tempo che la classe operaia abbia coscienza dei propri interessi generali, dei vincoli che uniscono fra di essi i suoi membri e che essa affronti unita il nemico comune. […]

«Contro l’offensiva del capitale! Per l’unità del fronte proletario in tutte le lotte di classe!

«Per lo sciopero generale internazionale! Contro l’oppressione e lo sfruttamento! Per il potere proletario!» (Il Sindacato Rosso – 29/04/1922)

*  *  *

Il ”Sindacato Rosso” del 1° luglio 1922 riportava il comunicato dell’Ufficio Esecutivo del Profintern che annunciava l’apertura del 2° Congresso per il 25 ottobre a Mosca (la data verrà poi posticipata di circa un mese) e fissava le regole di rappresentanza delle Centrali nazionali e delle frazioni sindacali aderenti all’ISR. Comunque il totale dei voti deliberativi sarebbe stato assegnato in rapporto al numero degli operai organizzati. «Naturalmente – chiariva il comunicato – il numero dei delegati può essere superiore o inferiore alle cifre indicate nello Statuto, ma il numero dei voti deliberativi resta sempre lo stesso.»

L’esecutivo proponeva pure un ordine del giorno di massima, invitando però le organizzazioni a «proporre modificazioni o aggiunte e di iniziare al più presto l’invio delle loro proposte concrete. L’ordine del giorno definitivo sarà stabilito dallo stesso Congresso.»

Ancora il Sindacato Rosso, in data 18 novembre 1922, scriveva: 

«Al Congresso dell’Internazionale dei Sindacati Rossi che sta per iniziare i suoi lavori il nostro saluto augurale. Mentre la più feroce reazione si scatena sul proletariato internazionale, mentre i gialli di Amsterdam lavorano a piene mani per la divisione del movimento operaio a maggior gloria del capitalismo internazionale, i rappresentanti dei lavoratori rivoluzionari di tutto il mondo si riuniscono a congresso per indicare ancora una volta al proletariato la via da battere nella lotta contro i suoi nemici, per la sua liberazione e per la sua redenzione da ogni sfruttamento. […] La parte più cosciente del proletariato di tutti i paesi si è schierata con Mosca contro Amsterdam.»

Il 2° Congresso del Profintern si tenne poi quasi in contemporanea con il IV dell’I.C. che, nelle ”Direttive per l’azione comunista nei sindacati” (dicembre), affrontò la questione in maniera esauriente ed in tutti i suoi vari aspetti.

Il documento dell’Internazionale Comunista iniziava ponendo in risalto come «nel corso degli ultimi due anni, caratterizzati dalla offensiva generale del capitale, il movimento sindacale in tutti i paesi ha subito un rilevante indebolimento. Salvo poche eccezioni (Germania, Austria) i sindacati hanno perduto un gran numero di aderenti. […] Di fronte sia all’offensiva capitalista, sia al perdurare della collaborazione di classe, parte delle masse lavoratrici cercano di creare nuove organizzazioni, mentre numerosi lavoratori meno coscienti abbandonano le loro organizzazioni. [..]». Facendo il paragone tra la concezione anarco-sindacalista e quella comunista, le ”Direttive” affermavano: «Gli anarco-sindacalisti confondono sindacati e sindacalismo in quanto spacciano il loro partito anarco-sindacalista per l’unica organizzazione realmente rivoluzionaria e capace di condurre a termine l’azione del proletariato. […] L’anarco-sindacalismo incarna molti errori ed aspetti negativi contro i quali dobbiamo combattere con estrema decisione.

«I comunisti non possono e non debbono, in nome di astratti principi anarco-sindacalisti, rinunciare al proprio diritto di organizzare ”cellule” all’interno dei sindacati di qualsiasi tendenza. […]

«I comunisti debbono prendere l’iniziativa di creare all’interno dei sindacati un blocco insieme con gli operai rivoluzionari di altre tendenze. […] Ma una azione unitaria presuppone la organizzazione da parte dei comunisti: comunisti disorganizzati ed operanti in modo isolato non sarebbero in grado di collaborare con nessuno perché non rappresenterebbero una forza effettiva»

Quindi azione per l’unità nei sindacati e lotta contro i riformisti che tendono a provocare le scissioni. Se volessimo sintetizzare con uno slogan l’attitudine comunista nei riguardi della tattica sindacale potremmo usare: ”Dentro e contro i sindacati opportunisti!”

«La tattica di Amsterdam è la scissione. La tattica di Mosca è l’unità proletaria.» (Il Sindacato Rosso – 18/11/1922)

«Espellendo sistematicamente dai sindacati gli elementi migliori, sperano che i comunisti perdano il loro sangue freddo, escano dai sindacati e abbandonino così il progetto tanto a lungo meditato di una conquista dei sindacati dall’interno, dichiarandosi favorevoli alla scissione. Ma i riformisti non dovranno raggiungere questo risultato.

«La scissione del movimento sindacale, particolarmente nella situazione attuale, rappresenta il pericolo più grave per l’intero movimento operaio. […] I Comunisti debbono dunque opporsi con tutti i mezzi e con tutta la forza delle loro organizzazioni alla scissione dei sindacati, debbono vanificare la criminale leggerezza con cui i riformisti sgretolano l’unità sindacale. […] 

«Nei paesi nei quali sussistono contemporaneamente due centrali sindacali, i comunisti devono lottare per l’unificazione delle due organizzazioni. Poiché l’obiettivo è quello della riunificazione dei sindacati che sono già scissi, è assurdo che singoli comunisti ed operai rivoluzionari vengano tolti dai sindacati riformisti per essere inseriti nei sindacati rivoluzionari. Nessun sindacato riformista deve essere privato dei fermenti rappresentati dai comunisti. Una attività efficiente e vigorosa dei comunisti in entrambe le organizzazioni è la premessa per la ricostituzione della distrutta unità. […]

«Gli espulsi non debbono disperdersi. Il compito più importante del partito comunista consiste nel non permettere che gli elementi espulsi si disperdano. Essi debbono organizzarsi in sindacati degli espulsi e assumere come nucleo centrale del loro lavoro politico la parola d’ordine della loro riammissione nei sindacati. […]»

Le ”Direttive per l’azione comunista nei sindacati” chiudevano, poi, nel modo seguente: «Seguendo il cammino volto alla conquista dei sindacati ed alla lotta contro la politica scissionista dei riformisti, il IV Congresso dell’Internazionale comunista dichiara solennemente che ogni qual volta l’organizzazione di Amsterdam non ricorrerà alle espulsioni, ogni qual volta darà ai comunisti la possibilità di combattere con armi ideologiche per i loro principi all’interno dei sindacati, i comunisti combatteranno come membri disciplinati nelle file della loro organizzazione, restando in prima fila nonostante tutti gli attacchi e tutti i conflitti con la borghesia.

«Il IV Congresso dell’Internazionale comunista considera dovere di tutti i partiti comunisti fare tutto ciò che è in loro potere per impedire la scissione sindacale, per ricostituire l’unità del movimento sindacale là dove è stata distrutta e per ottenere che il movimento sindacale dei rispettivi paesi aderisca alla Internazionale sindacale rossa».

Ad evitare pericoli di espulsioni, scissioni e quindi indebolimento del movimento sindacale di classe, nel marzo precedente il Plenum dell’IC aveva addirittura valutato la possibilità, di una adesione ”soltanto morale” al Profintern da parte di quelle minoranze sindacali a rischio di espulsione. Mantenendo comunque una attività pratica aderente alle direttive dell’Internazionale sindacale rossa.

«Per quanto insignificante sia la minoranza all’interno dei sindacati o delle leghe, i comunisti devono lavorare in queste organizzazioni, perché la minoranza stessa non le abbandoni, e condurvi una lotta in favore del programma e della tattica della minoranza. L’adesione all’Internazionale Sindacale Rossa delle minoranze sindacali che sono obbligate a restare nelle vecchie organizzazioni può essere soltanto morale: ma esse dovranno provarla con l’applicazione pratica delle risoluzioni […] e con l’attuazione della tattica dell’ISR stessa». (Risoluzione del I° Plenum sui compiti dei comunisti nei sindacati)

Naturalmente questo non era riuscito a salvare l’unità sindacale perché in molti paesi le organizzazioni aderenti ad Amsterdam procedevano ad una espulsione massiccia ed indiscriminata delle minoranze rivoluzionarie, non solo comuniste. 

Il richiamo che abbiamo appena fatto alle disposizioni del Komintern era necessario perché i comunisti all’interno dei sindacati (come in qualsiasi altra organizzazione abbiano a partecipare) hanno il dovere di seguire una attitudine aderente alle linee guida tracciate dal proprio organo politico. Sarebbe inammissibile che i gruppi sindacali comunisti adottassero condotta autonoma o addirittura si arrogassero il diritto di essere loro ad indicare al partito la linea sindacale da seguire. Questo rappresenterebbe la morte del partito, come ad esempio avveniva nel vecchio PSI dove convivevano una Direzione espressione dei Congressi, un gruppo parlamentare ed una Direzione sindacale di fatto autonomi. Così il partito si trovava minoritario rispetto ai suoi due organi che da esecutivi avevano assunto la dignità di indipendenti; in tal modo la Direzione non era più in grado di dirigere niente.

 Il tentativo di sgretolamento dell’unità sindacale da parte di Amsterdam ebbe i suoi maggiori effetti in Francia, Cecoslovacchia, Bulgaria, solo per citare gli esempi più eclatanti; Lozovsky descriveva in questo modo la situazione: «La tattica scissionista dei gialli di Amsterdam sembra che cominci a ripercuotersi anche in Italia. Le recenti espulsioni dei ferrovieri e dei marinai comunisti potrebbero segnarne l’inizio. […] Negli ultimi mesi non abbiamo cessato di ricevere informazioni mostranteci gli uomini di Amsterdam disposti a rompere non importa quale organizzazione, non importa quale sindacato, tosto che essi si accorgono di essere in minoranza. Più di una volta noi abbiamo avuto l’occasione di sottolineare i meriti dei signori Jouhaux, Merheim, e altri conosciuti, d’altronde, abbastanza dalla classe operaia. Per collaborare con la borghesia [in Francia – N.d.r.] dovevano sbarazzarsi dei sindacalisti rivoluzionari, e l’hanno fatto in modo da meritarsi l’elogio della stampa borghese. L’esempio francese è stato imitato in Svizzera e trova ora degli imitatori in altri paesi. Ilg [Konrtad Ilg – N.d.r.], che dirige il sindacato dei metallurgici ha fatto escludere le sezioni più forti dell’organizzazione svizzera dei metalli. I riformisti cecoslovacchi hanno escluso dai loro sindacati 20.000 operai tessili. I riformisti polacchi hanno sciolto 13 sezioni del sindacato dei Metalli il cui torto era di manifestare una certa freddezza riguardo al Partito socialista polacco. La scissione è diventata per gli uomini di Amsterdam il mezzo principale per mantenere il potere.» (Il Sindacato Rosso – 29/07/1922)

Certamente il provvedimento delle espulsioni era ben sviluppato anche in Italia; ecco quanto affermato dal comunista Gnudi al congresso della Camera del Lavoro di Bologna: «Dimostra come nel campo sindacale i secessionisti siano proprio i bonzi confederali i quali, laddove sono in minoranza incitano alla scissione, mentre dove hanno la maggioranza fanno opera coercitiva contro i comunisti, arrivando infine a negare ad essi la rappresentanza proporzionale, anche quando lo statuto contempli questo diritto.» (Il Sindacato Rosso – 22/04/1922)

In ”Tesi e risoluzioni del secondo Congresso del Profintern” si legge: «Il sempre maggiore spostamento delle masse verso sinistra spinge le burocrazie sindacali a schiacciare meccanicamente l’opposizione. In base ai paesi ed alle forze presenti la burocrazia sindacale ricorre a diverse forme e metodi di lotta: dalla espulsione di individui e gruppi, fino a quella di diverse centinaia di migliaia di operai. […] Per ridurre l’opposizione al silenzio ricorrono all’espulsione dei suoi leaders e quando questo non è sufficiente i riformisti non esitano a scindere i sindacati e a spezzare il movimento operaio. Questo, per i burocrati di Amsterdam è il male minore. […] La tattica dei sostenitori dell’ISR è evidente, si tratta di lottare accanitamente contro l’espulsione delle opposizioni. E questa lotta dovrà essere condotta con tutti i mezzi. […] Bisogna che ad ogni riunione operaia, in ogni officina, in ogni fabbrica venga posta la questione della riammissione degli espulsi e bisogna che la questione venga posta al giudizio delle larghe masse». (Lotta contro l’espulsione dai sindacati)

Un’altra organizzazione, apparentemente rivoluzionaria ma che si prefiggeva lo scopo di sabotare l’unità sindacale, era quella degli anarco-sindacalisti che, in nome di una pretesa autonomia dai partiti, di fatto affiancavano i riformisti nell’opera scissionista.

All’apertura del Congresso fu Angelo Tasca a portare i saluti dei sindacati rossi italiani. Tasca relazionò, inoltre, sulle esperienze del proletariato italiano sotto i colpi della reazione, svolse un ampio rapporto sugli errori del movimento sindacale italiano, sulla situazione generale e concluse affermando che in tutti i paesi capitalisti il proletariato era minacciato dal fenomeno fascista perché esso rappresentava una determinata forma di organizzazione del capitale.

Seguendo quanto affermato da Lozovsky possiamo dire che il 2° Congresso dell’Internazionale sindacale rossa si pose principalmente il problema di concentrarsi su ciò che accomunava l’insieme del movimento internazionale, quindi volle attirare l’attenzione soprattutto su questioni pratiche: Fronte unico, Unità sindacale, Organizzazione, Rapporto con gli anarco-sindacalisti.

*  *  *

I lavori del 2° Congresso iniziarono il 21 novembre con la partecipazione di 213 delegati (100 dei quali con voto deliberativo), sensibilmente meno rispetto ai 380 del primo congresso, ma ciò non significa che l’influenza del Profintern fosse diminuita, anzi, come aveva affermato Lozovsky al V Congresso dei sindacati russi (settembre), nonostante le scissioni e le espulsioni l’influenza dei rivoluzionari era aumentata. Importanti furono i dati forniti sulla suddivisione dei delegati tra le diverse attività: il 25% erano metalmeccanici, quasi il 19% lavoratori dei trasporti, il 14% operai edili, circa il 10% minatori, seguivano poi tipografi, pellettieri, etc.

Riguardo alle masse proletarie aderenti all’Internazionale rossa, Lozovsky valutò una cifra tra i 12 ed i 15 milioni, praticamente non inferiore ad Amsterdam per il fatto che un terzo dei loro membri simpatizzava per Mosca, mentre il Profintern non aveva nessuno che simpatizzasse per Amsterdam.

Comunque l’argomento più spinoso che il congresso dovette affrontare e risolvere fu quello del rapporto organico tra l’Internazionale Comunista e l’Internazionale sindacale rossa, rapporto che la componente anarco-sindacalista rifiutava di accettare. 

Stabilita questa non accettazione di principio, all’interno del movimento anarco-sindacalista si erano verificate due opposte correnti: da una parte gli anarchici ”puri” che vollero fondare una loro Internazionale completamente indipendente ed autonoma con uno spiccato indirizzo anticomunista ed antisovietico; dalla parte opposta i sindacalisti rivoluzionari tra i quali si ebbe una forte tendenza che, ponendosi interamente sulla stessa piattaforma dei comunisti ed ammettendo la dittatura del proletariato, si dichiararono disposti a restare all’interno della ISR qualora venisse sciolto il legame organico con l’Internazionale Comunista.

Questa aspirazione aveva preso corpo soprattutto nelle risoluzioni del Congresso sindacale di Saint-Etienne (tenutosi a fine giugno) nel corso del quale era stato deciso di inviare dei delegati al II Congresso dell’ISR, facendo però dipendere la sua eventuale adesione ad una modifica degli Statuti, ossia il riferimento al legame organico tra le due Internazionali di Mosca. 

Le dichiarazioni di Lozovsky al congresso della CGTU e successivamente nel corso delle discussioni al vertice dell’ISR avevano ben lasciato intendere che si era disposti a fare questa concessione ai sindacalisti rivoluzionari, soprattutto francesi.

Già a fine settembre il Comitato esecutivo della CGTU, nell’organo sindacale ”La Vie Ouvrière” aveva redatto un lungo memorandum che illustrava l’andamento del dibattito sulla questione per giustificare la propria posizione. 

Il memorandum poneva al Congresso una serie di proposte di modifica degli Statuti e, in particolare, quella dei rapporti tra il Komintern e l’Internazionale Sindacale Rossa, che mirava a sostituire le relazioni permanenti e fisse (”organiche”) prescritte dagli statuti con un impegno alla attuazione di azioni congiunte, quando ne fosse stata riconosciuta la necessità, da parte dei due organismi.

L’obiettivo della CGTU era quello di enfatizzare l’indipendenza e l’uguaglianza dei diritti dei sindacati rivoluzionari nei confronti dei partiti e creare una situazione in cui il rapporto di reciprocità non operasse più automaticamente, ma dovesse essere di volta in volta ristabilito. La CGTU aveva chiesto anche un’altra concessione ideologica: il riconoscimento del concetto di dittatura del proletariato come condizione di ammissione alla ISR avrebbe dovuto subire un ”ammorbidimento” sottolineando il suo carattere provvisorio.

La leadership bolscevica raggiunse un accordo di compromesso con la CGTU poco prima dell’inizio del congresso della ISR, cosicché al Congresso non rimase che prendere atto di quanto già deciso. 

Fu così che il 2° Congresso del Profintern, per evitare ulteriori scissioni al suo interno, abolì l’articolo dello Statuto che, di fatto, legava ad un rapporto organico le due Internazionali di Mosca e, ovviamente, subordinava l’Internazionale sindacale a quella politica; inoltre riformulò gli statuti in base alle richieste dei sindacalisti rivoluzionari.

Questo per i delegati francesi rappresentava un punto irrinunciabile, soprattutto mal posto se si pensa al tono ultimativo: ”od otteniamo questo, oppure non aderiremo”.

Ad Andrés Nin, anche riguardo ai suoi trascorsi di sindacalista rivoluzionario, venne affidato il compito di presentare l’intervento sui rapporti tra ISR e IC. Egli iniziò parlando delle condizioni generali in cui si svolge la lotta operaia. Questo gli permise di dare una giustificazione storica del sindacalismo rivoluzionario in quanto movimento che, prima del 1914, si era opposto al riformismo della socialdemocrazia. Aggiunse però che dopo la situazione era cambiata radicalmente, a partire dalla Prima Guerra Mondiale nel corso della quale da un lato si erano verificati i tradimenti dei leader sindacalisti che finirono nella collaborazione social-patriota, e dall’altro la vittoria della Rivoluzione russa. La guerra non aveva portato soltanto alla distruzione del socialismo pacifista, aveva pure sconfitto l’anarcosindacalismo. La dittatura del proletariato instaurata in Russia non tardò a smascherare la natura democratica sia del socialismo che dell’anarcosindacalismo

Illustrò poi in modo approfondito le varie tendenze sviluppatesi in campo anarchico e sindacalista rivoluzionario dopo la fine del conflitto. Gli anarcosindacalisti si erano rivelati dei veri e propri avversari del Profintern in quanto si opponevano alla Rivoluzione russa. Affermò che l’atteggiamento nei confronti della Rivoluzione russa doveva essere di chiara adesione e sostegno. «Non possiamo tollerare qualsiasi attacco alla rivoluzione russa, perché è anche la nostra rivoluzione». 

La offensiva del capitale ha dimostrato chiaramente come la borghesia si sia fortemente organizzata in partito di classe ed abbia deposto la maschera. «La classe operaia deve operare egualmente. La rivoluzione insegna a tutti la necessità di esercitare la dittatura proletaria. Ogni sforzo contro tale azione è per lasciare la mano libera ai capitalisti.» (Il Sindacato Rosso – 30/12/1922)

Criticò aspramente i tentativi che erano stati fatti per organizzare un’internazionale anarco-sindacalista, riferendosi in particolare al discorso di Shapiro alla conferenza di Berlino del giugno 1922, dove si era presentato come rappresentante di un’opposizione sindacalista nei sindacati russi, che in realtà non esisteva.

Nin parlò a nome di quei pochi sindacalisti che erano disposti a lavorare nell’ISR senza alcuna riserva, ma i veri destinatari del suo discorso erano i membri della maggioranza sindacalista che erano disposti ad aderire, ma solo a determinate condizioni. Questo valeva innanzitutto per la CGTU ma anche per la ”frazione Vecchi” della italiana USI e senza dubbio anche per i Comités Sindicalistas Revolucionarios della CNT, che non erano rappresentati a questo congresso. Nin affermò che il Profintern avrebbe dovuto trovare un accordo con queste organizzazioni. Egli stesso, nel congresso di fondazione dell’ISR aveva sostenuto le risoluzioni sulla necessità di cooperazione tra le due organizzazioni internazionali. Dichiarò che era necessario continuare a coordinare le loro attività, altrimenti si sarebbe caduti nel particolarismo nazionale. Concluse le sue osservazioni facendo un appello ai francesi di adottare lo stesso punto di vista. Tuttavia, non espresse nessun commento sul contenuto concreto delle loro proposte.

Dopo Nin fu la volta di Monmousseau delegato della CGTU che avanzò le richieste di revisione dello Statuto: «Monmousseau (relatore) illustra la difficile situazione in cui la CGTU si è affermata: la borghesia vittoriosa, il social-patriottismo alleato ad essa, una classe operaia con alla testa un partito comunista debole per le lotte intestine.

«Il lavoro difficile ha dato però finora buoni risultati: la CGTU è a Mosca con i lavoratori rivoluzionari. Noi siamo contro gli scissionisti di destra e contro quelli di sinistra. Però, noi abbiamo una vecchia tradizione che ha le sue esigenze: la tradizione sindacalista rivoluzionaria. Essa si è sostituita spesso al partito del proletariato impastoiato nel parlamentarismo, e questa tradizione non si può ignorare. La rivoluzione russa ha dato oltre il colpo di ”cravache” ai riformisti anche un colpo alla tradizione sindacalista. La dittatura del proletariato si presenta ai lavoratori sindacalisti come una necessità, ma non ha ancora vinto tutti i sospetti. I rapporti tra l’I.C. e la I.S.R. come la CGTU ha proposto servono a vincere le ultime resistenze.» (Il Sindacato Rosso – 30/12/1922)

A queste dichiarazioni del delegato francese, l’italiano Pietro Tresso replicava affermando «la assoluta necessità di romperla con tutte le tradizioni. Egli dimostrò la necessità di alleanza col partito politico di classe e la necessità che i sindacati siano guidati nella lotta dal Partito Comunista. La borghesia dà l’esempio. La tradizione invocata dai sindacalisti francesi è il pericoloso avanzo di una mentalità piccolo borghese. La lotta più che mai feroce fra la borghesia e il proletariato impone una linea di condotta chiara e precisa. Le diverse battaglie non sono episodi staccati, ma la contrazione logica degli avvenimenti a cui bisogna opporre una linea logica di resistenza, non le tradizioni di un passato che può essere glorioso, ma che non risponde indubbiamente alle esigenze della guerra di classe.

«L’I.S.R. ha il dovere di stabilire questo pensiero e più ancora i comunisti che in essa lottano. È l’unica condizione per lottare vittoriosamente contro il capitalismo.» (Il Sindacato Rosso – 30/12/1922)

E ancora: «Se ora si rimuove il ”legame organico”, il lavoro cooperativo di entrambe le organizzazioni verrà sostituito da una rivalità competitiva. Nonostante tutte le critiche necessarie ai singoli partiti comunisti, ciò che è importante è rafforzare il loro carattere rivoluzionario e, in questo modo, rafforzare la loro influenza sui sindacati. Quindi invitò il congresso a non modificare gli statuti.» (Reiner Tosstorff, Profintern. Die Rote Gewerkschaftsinternationale 1920-1937)

L’ultimo intervento su questo punto dell’ordine del giorno fu quello di Zinoviev, presidente del Komintern. «Egli tornò subito ai principi fondamentali, a partire dalla Prima Internazionale, che aveva unito il partito e i sindacati, e dalla Seconda Internazionale, nella quale erano divisi, e dalla quale furono espulsi sia gli anarchici che i sindacalisti. Si riferì poi alla Terza Internazionale, che cercava di instaurare un nuovo rapporto con tutte le forze rivoluzionarie. Infine, passò a considerare le idee dei francesi.

«Ringraziò Monmousseau per aver condannato gli anarchici. In considerazione della necessità di lottare a fianco dei sindacalisti dei paesi latini, disse che si era pronti ”a fare concessioni a quei pregiudizi che purtroppo si trovano ancora presenti tra alcuni validi elementi rivoluzionari del movimento operaio. […] Dichiariamo apertamente che il movimento operaio francese vale per noi più di una dozzina di costruzioni teoriche”. Se avessero tenuto fede al principio della cooperazione rivoluzionaria tra il Komintern e l’I.S.R., i dettagli organizzativi precisi non erano così significativi. Dichiarò quindi che l’Internazionale comunista era pronta ad accettare i cambiamenti richiesti dalla CGTU.» (Reiner Tosstorff, Profintern. Die Rote Gewerkschaftsinternationale 1920-1937)

Vi furono, di conseguenza, una serie di piccole modifiche, ad esempio sul significato della dittatura del proletariato, ma il punto principale fu che lo scambio di rappresentanti tra le rispettive leadership delle due Internazionali sarebbe stato sostituito da un comitato d’azione per coordinare qualsiasi attività comune fosse stata necessaria.

Al primo Congresso del 1921 il punto 4 dello Statuto prevedeva: «[…] Unità d’azione con tutte le organizzazioni rivoluzionarie e col partito comunista del proprio paese, in tutte le azioni difensive ed offensive contro la borghesia». Nel secondo Congresso, 1922, lo stesso punto venne così modificato: «Accordo facoltativo e secondo le circostanze, con tutte le organizzazioni rivoluzionarie e il partito comunista del paese»

Infine Dogadov, rappresentante del Consiglio generale dei sindacati russi, lesse una risoluzione in cui veniva affermato che, in considerazione della necessità di avere un blocco rivoluzionario unito, le proposte francesi venivano accettate. Questa risoluzione fu adottata all’unanimità, anche perché, come abbiamo già accennato, tale era la decisione già presa dai dirigenti del Komintern, tramite l’intervento di Zinoviev, decisione che obbligava i delegati comunisti.

Comunque sia, da parte del Partito Comunista d’Italia tale decisione venne ritenuta un errore che avrebbe aperto le porte ad altri successivi errori. Ed infatti al successivo V Congresso dell’IC, il rappresentante della Sinistra italiana affermava: «Al IV Congresso, sul terreno dei rapporti fra organizzazioni politiche ed economiche del proletariato, ci siamo opposti per ragioni di principio ad una concessione fatta ai sindacalisti rivoluzionari, e consistente nella proposta di modificare gli statuti del Profintern e rinunciare al collegamento organico fra Komintern e Profintern. Allora io dissi: questa concessione se ne tirerà dietro altre; come oggi si fa una grave concessione alla tendenza anarco-sindacalista di sinistra, così domani saremo costretti a farne ai sindacalisti di destra, a quella corrente sindacale che, nella forma di destra come in quella di sinistra, non è che lo stesso e sempre ricorrente ostacolo antimarxista sulla nostra strada.»

Che la ”vittoria” ottenuta dai sindacalisti rivoluzionari, apportando modifiche agli Statuti dell’ISR potesse rappresentare un pericolo di futura degenerazione, che questo pericolo esistesse era ben chiaro anche ai rappresentanti del Sindacalismo francese che quelle modifiche avevano richieste ed ottenute.

Lo stesso Monmousseau non nascondeva questo fatto: «La risoluzione di Saint Etienne ha avuto piena soddisfazione […] è stata approvata all’unanimità da parte dei delegati dell’Internazionale Sindacale Rossa e Zinoviev è venuto a portare a questa risoluzione l’adesione dell’Internazionale Comunista. 

«[…] La breccia che, per la fiducia che essi hanno riposto in noi, i rivoluzionari hanno fatto nei loro principi, accettando le nostre proposizioni, le concessioni che essi hanno fatte alle diverse tendenze del movimento operaio, sono una porta aperta a tutte le debolezze ed a tutti i germi di decomposizione nel seno della Rivoluzione russa.

«[…] Ricorderò sempre la risposta di Trotsky durante la nostra prima riunione: ”Andiamo, voi avete vinto, noi capitoliamo!”» (Il Sindacato Rosso – 13/01/1923)

Quindi era chiaro a tutti a quali conseguenze avrebbero potuto portare le modifiche degli Statuti.

«Il secondo congresso – dichiarò Lozovsky – ha risolto la questione dei rapporti tra l’Internazionale Comunista e l’Internazionale Sindacale Rossa, o piuttosto tra i comunisti e i sindacalisti.

«I sindacalisti-libertari hanno sottoposto ad una critica acerba e violenta le deliberazioni del primo Congresso, soprattutto quelle riguardanti il legame organico con l’Internazionale Comunista. I sindacalisti francesi, fra i quali avevamo visto al primo congresso manifestarsi su questo argomento diverse tendenze, si sono messi alla testa del movimento. La tendenza dei ”sindacalisti puri” ha visto nell’unione organizzata dell’Internazionale comunista con l’Internazionale Sindacale Rossa una ragione per creare una nuova Internazionale sindacalista, completamente indipendente dall’Internazionale Comunista, completamente autonoma. Qualche gruppo si è orientato in questo senso: ”localisti” tedeschi, sindacalisti italiani, svedesi e olandesi. Autonomia e indipendenza, queste sono state continuamente le parole d’ordine dei sindacalisti-libertari contro l’Internazionale Sindacale Rossa. Ma vi era anche fra i sindacalisti una fortissima tendenza che, ponendosi completamente sulla piattaforma dei comunisti accettando la dittatura del proletariato, avrebbero voluto collaborare con essi, pur pensando che il lavoro tra l’Internazionale Comunista e l’Internazionale sindacale Rossa non dovessero avere un carattere organico. Tra quei sindacalisti – il cui punto di vista è che essi e non i comunisti sono all’avanguardia del movimento operaio – il bisogno del fronte unico coi comunisti si faceva sentire. Questa aspirazione si concentrò nelle risoluzioni del Congresso di Saint-Etienne e nelle proposte della delegazione francese al secondo Congresso. Per i comunisti la questione era chiara. I nostri compagni sindacalisti, non esprimevano che vecchi pregiudizi. Ma siccome erano di operai rivoluzionari animati da un reale desiderio di azione, di un grande numero di organizzazioni e non di qualche personalità, i comunisti hanno coscientemente ceduto allo scopo di realizzare il fronte unico contro il riformismo ed il capitalismo, nella speranza che l’azione e l’esperienza prossima dimostri la giustezza del punto di vista dei comunisti. Approvando questa risoluzione il Congresso ha risolto il conflitto fra l’Internazionale Sindacale Rossa e le organizzazioni sindacaliste-libertarie.

«Per maggiore chiarezza il Congresso ha indirizzato un manifesto alle organizzazioni sindacaliste-libertarie di tutti i paesi e alla Conferenza di Berlino invitandole ad aderire all’ISR e non accanirsi a dividere il movimento sindacale internazionale e a lavorarvi con gli operai rivoluzionari di tutti i paesi, alla liberazione della classe operaia». (Il Lavoratore – 29/12/1922)

Da parte loro i sindacalisti rivoluzionari di Francia ed Italia espressero il loro ringraziamento con la seguente dichiarazione: «Le delegazioni sindacaliste francese ed italiana registrano con la più grande soddisfazione il voto unanime del 2° congresso sulle reciproche relazioni tra le due Internazionali. […] Questa intesa permette un maggiore sviluppo del movimento proletario mondiale e di abbreviare l’ora della liberazione dei lavoratori. […] Viva la dittatura del proletariato! Viva l’Internazionale sindacale rossa!»

Sentito il ”Rapporto Morale” dell’Ufficio Esecutivo il Congresso approvava: 1) l’attività svolta per la realizzazione del fronte unico proletario allo scopo di resistere all’offensiva del capitale; 2) Le reiterate offerte di azione comune rivolte all’Ufficio Esecutivo dell’Internazionale di Amsterdam. Offerte cadute ovviamente nel vuoto a causa dell’attitudine collaborazionista di quest’ultima; 3) Gli sforzi tentati per raggruppare all’interno dell’ISR tutte le organizzazioni anarco-sindacaliste in vista della comune lotta contro la borghesia ed il riformismo; 4) L’opposizione al tentativo di costituzione di una nuova internazionale sedicente ”indipendente”, ma di fatto anarchica; 5) Il riconoscimento della costituzione di un fronte unico riformista e anarchico in lotta sia contro l’ISR che l’IC e la rivoluzione di Russia; 6) La necessità di rafforzare l’influenza ed il ruolo dei comitati internazionali di industria per la concentrazione di tutte le forze rivoluzionarie del movimento sindacale nelle organizzazioni di industria che agiscono sul piano internazionale; 7) Si ammetteva un insufficiente legame tra le organizzazioni aderenti all’ISR ed il loro Centro, prospettando però la realizzazione di un legame permanente e sistematico tra tutte le organizzazioni in vista delle future battaglie.

Sulla parola del Fronte unico non ci furono obiezioni di sorta. Così affermava Lozovsky: «Il fronte unico non ha avuto oppositori. Esso ne aveva qualche mese fa: ma la vita e le esperienze sono maestre severe, ed esse hanno dimostrato che la tattica del fronte unico non era una invenzione dei bolscevichi moscoviti, ma la sola che si imponga ai proletariati d’America e d’Europa. Se l’Internazionale Comunista e l’Internazionale Sindacale Rossa l’hanno preconizzata non è che un merito di più per esse. Il secondo Congresso non ha discusso che l’applicazione pratica del fronte unico.» (Il Lavoratore – 29/12/1922)

Per la realizzazione pratica del Fronte unico veniva disposto che i sostenitori dell’ISR dovessero innanzi tutto: 1) Organizzare e condurre una energica resistenza all’offensiva del capitale; 2) Mai perdere di vista che il compito principale sta nell’organizzazione di movimenti comuni a tutti i gruppi operai; 3) Unità, disciplina, solidarietà nella azione di tutte le forze rivoluzionarie costituiscono condizione principale per la formazione del fronte unico; 4) Perché poggi su solide basi il Fronte unico deve essere il risultato di un intenso lavoro tra le masse proletarie e nei luoghi di lavoro «e non da accordi tra i vertici sindacali.»

La difesa dagli attacchi del capitale doveva basarsi su obiettivi elementari e condivisibili da ogni operaio:

a) Lotta contro la diminuzione dei salari, quale che ne sia la causa. A uguale lavoro uguale salario tra uomini e donne; b) Lotta per il mantenimento delle otto ore e contro l’allungamento dell’orario per quelle speciali categorie che hanno una giornata lavorativa più corta; c) Lotta a favore delle rivendicazioni economiche della gioventù e resistenza al suo utilizzo come concorrente al proletariato adulto; d) Mantenimento delle protezioni di lavoro conquistate e loro estensione alle lavoratrici e alla maternità; e) Resistenza a qualsiasi attacco del capitale ai diritti ed alle conquiste della classe operaia; f) Lotta per l’indennità ai disoccupati per tutto il periodo della disoccupazione: pari indennità ad uomini e donne. g) Lotta sistematica ed organizzata contro i gruppi paramilitari della borghesia e dello Stato; h) Lotta contro ogni tipo di aggressione ed armamento del proletariato; i) Lotta per l’abrogazione dei trattati di pace imperialisti e contro gli attacchi alla Russia sovietica; l) lotta contro lo sfruttamento e l’asservimento delle masse proletarie delle colonie, senza distinzione di razza» (Gli scopi del Fronte unico).

Un aspetto degno di nota fu l’attenzione particolare che il congresso riservò ai movimenti sindacali dei paesi coloniali e semi-coloniali. Affermava Lozovsky: «A Giava, in Cina, nelle Indie, il movimento operaio si sviluppa impetuosamente. […] In questi paesi il movimento operaio è ancora attratto dal nazionalismo, soprattutto laddove si impone la lotta contro l’occupante straniero. Tuttavia lo spirito classista si fa sempre più nettamente sentire in questo formidabile torrente rivoluzionario. E il dovere dell’ISR, come quello dell’IC, è di dare a questo movimento di classe una forma sempre più precisa e profondamente rivoluzionaria, di penetrarlo di uno spirito comunista perché possa ottenere il massimo dei risultati nella lotta contro il capitale straniero e nazionale.

«I lavoratori di Europa, di Asia, di Africa e di Australia si avvicinano alla bandiera rossa del Profintern perché essi vi leggono: ”Guerra a morte al capitalismo, in nome del potere della classe operaia!”»

Il 2° Congresso fu soprattutto un congresso pratico occupandosi principalmente di questioni di organizzazione e di attività pratica. I principi generali erano già stati stabiliti e quindi si limitò ad approvare il programma di azione elaborato al primo congresso che riassumeva l’esperienza del movimento sindacale rivoluzionario di tutti i paesi.

Il congresso non evitò di prendere in seria considerazione le difficoltà che il movimento sindacale rivoluzionario si sarebbe imposto di superare: decine di milioni di proletari seguivano ancora i riformisti; a milioni erano inquadrati in sindacati cattolici, democratici, protestanti, mentre altre decine e decine di milioni erano del tutto fuori da qualsiasi organizzazione.

In presenza di una classe operaia di cui una parte molto consistente era inserita in organizzazioni complici del capitalismo l’ISR avrebbe avuto la necessità di adottare un programma ed una tattica adeguati. Ma l’altro aspetto, ancora più grave, era costituito da quelle enormi masse proletarie non organizzate. «Così il compito più importante del prossimo periodo – stabilì il Congresso – consiste nella lotta per il raggruppamento degli operai dispersi, per l’aumento della forza dei sindacati, per l’attrazione delle larghe masse nelle organizzazioni sindacali. La nostra parola d’ordine è: ”Nessun operaio deve restare fuori dai sindacati”. È della massima importanza combattere la teoria che tende a giustificare l’abbandono dei sindacati in nome di considerazioni rivoluzionarie. […] La loro propaganda deve essere energicamente combattuta […] perché la rivoluzione sociale è impossibile senza gli operai organizzati sindacalmente. […] Ma le larghe masse possono essere attratte nei sindacati solo attraverso un lavoro instancabile e sistematico per le rivendicazioni ed i bisogni quotidiani e pratici degli operai» (Questioni di organizzazione – Lotta per il consolidamento dei sindacati)

Altro problema importante preso in esame fu quello finanziario.

Un’altra questione affrontata dal congresso fu la proposta della formazione di un comitato d’azione che coordinasse l’attività delle tre organizzazioni sindacali americane aderenti all’Internazionale sindacale di Mosca: l’United Labor Council of the Independent Trade Unions, la minoranza IWW e l’opposizione dell’AFL raggruppata nel TUEL. Però, anche se il Comitato venne, sulla carta, realizzato, di fatto non funzionò mai a causa dei continui disaccordi e contrasti tra le tre organizzazioni.

Senza dubbio il Congresso portò ad un consolidamento dell’Internazionale sindacale rossa che, a differenza di Amsterdam che era radicata soltanto in Europa e limitatamente nell’America del Nord, il Profintern fin dalla sua nascita aveva stabilito un gran numero di contatti con i paesi coloniali e semicoloniali ed a questo secondo congresso fu in grado di dimostrare la sua presenza ed attività in ogni parte del mondo.

«Il secondo congresso del Profintern – dichiarava Lozovsky – ha dimostrato come sia già grande l’influenza delle idee rivoluzionarie nel movimento sindacale internazionale. I lavoratori d’Europa, d’Asia, d’Africa e d’Australia marciano verso la bandiera rossa dell’internazionale sindacale rossa perché essi vi leggono: ”guerra a morte al capitalismo, in nome del potere della classe operaia!”.

«Quando vinceranno? Il secondo congresso non poteva dirlo. È che il proletariato mondiale subirà ancora delle sconfitte parziali, ma, attraverso le sue lotte e le sue disfatte, esso forgia le grandi associazioni mondiali – l’Internazionale Comunista e l’Internazionale dei Sindacati Rossi – che guideranno alla vittoria definitiva.» (”Il Lavoratore” – 29/12/1922)

Il Sindacato Rosso del 5 maggio 1923 annunciava l’adesione al Profintern da parte del Segretariato Operaio Nazionale di Olanda: «Questa adesione è l’epilogo di una lunga lotta, nella quale gli avversari dell’ISR, dopo essersi serviti di tutti i mezzi, sono stati finalmente battuti […] I sindacalisti olandesi avevano da scegliere fra l’Internazionale Sindacale Rossa e quella in via di formazione di Berlino. Essi si sono decisi per l’ISR, la quale davanti allo sfacelo dell’Internazionale di Amsterdam appare sempre più come l’unica organizzazione capace di raggruppare e unire i lavoratori di tutti i paesi per condurli alla battaglia.»

Passando poi a trattare degli operai italiani emigrati in Francia affermava: «I lavoratori italiani, già maturi alla rivoluzione comunista e sconfitti per il tradimento e gli errori dei capi socialdemocratici, sanno che il loro dovere in Francia è quello di lottare al fianco dei lavoratori francesi: ospiti graditi dei loro compagni di classe, essi dichiarano di perseverare nella tattica del comunismo e sono disposti ancora e sempre ad ogni sacrificio per il trionfo della rivoluzione. […] Nel campo sindacale i dirigenti del movimento proletario italiano in Francia si propongono di ottenere la iscrizione dei lavoratori Italiani alla CGT Unificata che aderisce all’Internazionale dei Sindacati Rossi; di lottare contro la Confederazione riformista di Amsterdam che sabota il fronte unico al pari dei D’Aragona, Colombino, Baldesi, Buozzi, e di appoggiare entusiasticamente la CGT Unificata sulla sua azione per il fronte unico rivoluzionario e contro tutti i nemici, aperti o celati della Russia dei Soviet. […] Ed al capitalismo francese che, con occhio avido, guarda agli emigranti italiani come all’esercito di riserva per la lotta contro la locale classe lavoratrice, essi dicono ancora alto e forte che sono i fratelli degli operai rivoluzionari francesi, pronti ad aiutarli, a seguirli, a precederli nelle contese quotidiane contro i comuni sfruttatori». (Il Sindacato Rosso – 05/05/1923)

DALL'ARCHIVIO DELLA SINISTRA

– Lettera di Vorovskij a Lenin sulla ”situazione italiana” (25/09/1921)

– 4 documenti dalle riunioni della Commissione illegale del Komintern (26/02/1923, 05/05/1923, 16/05/1923, 22/05/1923)

I documenti di archivio che riproponiamo su questo numero della nostra rivista, senza approfondire lo specifico dei vari problemi e sui quali torneremo, riguardano l’atteggiamento tenuto dall’Internazionale Comunista nei confronti del Partito Comunista d’Italia nei momenti in cui la maggior parte delle sue energie doveva essere riservata a fronteggiare la più feroce repressione.

Accusare, in una situazione simile, di inefficienza un partito che lottava con tutte le sue forze per non scomparire rappresentava un atteggiamento, come minimo, poco ”generoso”.

Praticamente il problema principale, da cui si generò ogni tipo di dissenso fu la negazione da parte nostra del ”fronte unico politico”. Da qui sia il rifiuto di ogni tipo di noyautage all’interno di altri partiti e organizzazioni politiche in generale, adoperandosi alla conquista di partiti o pezzi di partito. Nostra tesi è sempre stata che i partiti non si conquistano.

Quindi, di fronte al fallimento di tutti i tentativi di addivenire ad unioni impossibili da parte dell’Internazionale, la cosa più semplice fu quella di darne, sempre e comunque, colpa al ”sabotaggio” del PCd’I.

Ma andiamo per ordine. Il primo dei documenti di seguito ripubblicati è una lettera (fine settembre 1921) di Vorovskij a Lenin sulla situazione politica in Italia.

In questa lettera viene affrontato quello che, fin dal gennaio 1921, sembra essere stato il problema principale dell’Internazionale in Italia: la riconquista del PSI o almeno di una sua cospicua parte.

La cosa interessante è come Vorovskij da un lato descriva il partito socialista e soprattutto Serrati, praticamente come inconquistabili ed opportunisti fino alle midolla, ma, allo stesso tempo accusi il giovane partito comunista di essere povero di dirigenti competenti ed incapaci di organizzare il partito.

A dimostrazione della disorganizzazione del PC d’Italia doveva però limitarsi a criticare il fatto che a Roma non era ancora stato trasferito il quotidiano ”Il Comunista” che già veniva regolarmente pubblicato a Milano e che sarebbe stato trasportato a Roma dopo solo 5 giorni dalla lettera a Lenin. Naturalmente tutte le difficoltà che il partito era costretto ad affrontare, non ultima quella economica, e la totale mancanza di collaborazione da parte della ”Missione commerciale” sovietica, non venivano prese in considerazione.

A tempo debito sarà opportuno riprendere lo studio approfondito dell’argomento sui tentativi di ”riconquista” del partito socialista mentre, come abbiamo accennato precedentemente, ad ogni fallimento ne veniva data la colpa al PCd’I: «Siamo abituati ad essere trattati come i figli della serva», scrisse Terracini a Gramsci l’8 marzo 1923. Per ora sarà più che sufficiente riportare la parte che si riferisce alla questione della lettera inviata nel maggio 1923 dalla Commissione Illegale dell’IC all’Ufficio I del PC d’Italia:

«ADERIRE AL PSI. Ora vi si presenta un compito particolare, se accetterete le proposte fatte dal CEIC [Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista – N.d.r.] riguardo all’inserimento dei comunisti nelle fila del PSI per rafforzare la frazione dei fusionisti e per consentire loro di ottenere rapidamente la maggioranza nel partito. Questa misura richiede da parte vostra estrema cautela e abilità. L’ingresso nel PSI deve essere organizzato in modo discreto rispetto ai socialisti, e bisogna agire seguendo un piano preciso. Allo stesso tempo, questo ingresso non deve compromettere l’organizzazione del PCd’I. Anche dopo l’ingresso dei comunisti nel PSI è necessario mantenere il collegamento organizzativo con il PCd’I. Nelle fila del partito socialista i nostri compagni devono fungere da collante per i fusionisti e da fermento per gli instabili, devono mobilitare le masse amorfe di socialisti e utilizzare la copertura più legale del PSI per il lavoro a livello di partito nel suo insieme. Se questa operazione viene condotta abilmente, i risultati possono essere molto buoni, e potrete conquistare sia le masse socialiste sia organizzazioni proletarie estremamente importanti. In caso contrario, la grande conquista passerà nelle mani dei riformisti e la costruzione di un grande partito comunista di massa in Italia sarà ancora più difficile e ritardata.»

Ci verrebbe da chiedersi che razza di comunisti fossero i compagni che dirigevano la Commissione illegale dell’Internazionale Comunista. Ma c’era ancora qualcosa d’altro. Rakosi, l’inviato del Komintern in Italia, aveva imbastito con esponenti del PSI una trattativa tutta sua personale e perfino indipendente dalle stesse istruzioni di Mosca. A questo proposito, in una lettera di Scoccimarro a Gramsci leggiamo: «Insomma la passività, di cui si vuole accusare il nostro Part. e nella quale si vuol vedere un atto di sabotaggio della fusione, è derivata da ben altre ragioni e non può essere giudicata come l’ha fatto il ”pinguino” [Rakosi – N.d.r.] in Italia ed altri compagni a Mosca.» (Scoccimarro a Gramsci – 24/02/1923). Una decina di giorni dopo sarà ancora Scoccimarro a tornare sulla questione: «Rakosi ha sempre pensato che […] è conveniente rinviare la quistione della fusione. […] Nel frattempo i due partiti dovrebbero formare una specie di blocco, di Federazione. E così il P.S. avrebbe potuto ancora […] continuare a sfruttare il nome e l’autorità dell’I.C. di fronte al proletariato italiano. […] Nel frattempo il P.C. ridotto alla più assoluta illegalità non potrebbe far sentire la sua voce come gli altri, ciò che consentirebbe ai nostri nemici di proclamare ai quattro venti la nostra scomparsa come partito, l’impossibilità di fondersi con ciò che non esiste, e quindi la necessità che la I.C. riconosca infine che il P.S.I. è la sola sua Sezione in Italia. […] Queste sono le direttive della tattica seguita da Rakosi.» (Tratto da: ”Antonio Gramsci – Epistolario”)

Questo è quanto si era arrivati a prospettare: la scomparsa del partito comunista a tutto vantaggio del PSI.

Naturalmente è facile ribattere che si era trattato di una iniziativa personale di Rakosi. Questo è vero, ma Rakosi era l’inviato dell’Internazionale Comunista.

Invece i quattro documenti che seguono la lettera a Lenin sono ripresi da riunioni segrete della Commissione illegale dell’I.C. 

Il primo di questi quattro documenti, riferito alla riunione del 26 febbraio 1923 è veramente sconcertante per le dichiarazioni di Gramsci, che si trovava a Mosca per rappresentare il PCd’I, esserne il portavoce e sostenere le sue posizioni. Ecco, nel corso di questa riunione, Gramsci non si comporta come rappresentante, ma addirittura come pubblico ministero e le accuse rivolte al partito, oltre che gratuite e infondate, sono di una enorme gravità.

Dai nostri denigratori si potrà anche affermare che le dichiarazioni fatte da Fortichiari nelle successive sedute siano in parte dovute alla necessità di difendere l’Ufficio I da lui diretto. Però altri comunisti italiani, e non della Sinistra, esprimevano valutazioni tutt’altro che negative sulla salute del partito italiano: «Per quanto riguarda il nostro Partito, pur prevedendo per l’avvenire periodi di reazione ancora più intensa, in generale io non sono pessimista. Con un lavoro sistematico e continuo, fatto con molta prudenza, si potrà mantenere in vita l’organizzazione, che dovrà naturalmente avere un carattere interamente illegale, pur non rinunciando a quella vernice di legalità che la situazione consente ed impone. Per svolgere però tale lavoro è assolutamente indispensabile rimanere in Italia. […] Occorre combattere energicamente fin d’ora la tendenza ”emigratoria” dalla quale sembrano solleticati alcuni compagni, sempre che l’emigrazione non si presenti per alcuni come una necessità di fatto, dovuta a ragioni che non siano i pericoli che l’attività di partito porta con sé oggi in Italia. Son certo che anche tu sei di quest’avviso» (Scoccimarro a Gramsci – 24/02/1923 – Tratto da: ”Antonio Gramsci – Epistolario”) 

No, come vedremo nel documento in cui prende la parola, Gramsci non era di quell’avviso. Ma, a sua parziale discolpa, in una lettera inviata al C.E. del PCd’I, scriveva: «Qui si viveva d’impressioni e si giudicava la posizione del Partito dalle notizie catastrofiche dei giornali. Noi mancavamo assolutamente di notizie concrete; unico giornale italiano che desse informazioni ampie: l'”Avanti!”». (Gramsci al C.E. del PCd’I – 29/03/01923)

*  *  *

Lettera del rappresentante permanente della RSFSR in Italia V.V. Vorovskij a V. I. Lenin sulla situazione politica in Italia e nel movimento socialista italiano

Roma, 25 settembre 1921

Caro Vladimir Il’ič,

Non vi avevo scritto nulla riguardo agli affari locali, innanzitutto perché descrivevo tutto ciò che catturava la mia attenzione nei rapporti a Čičerïn e Litvinov, pensando che anche a voi sarebbero stati comunicati gli aspetti maggiormente interessanti, e in secondo luogo perché qui c’erano sempre persone speciali che informavano Mosca, alcune delle quali nel frattempo erano state a Mosca insieme agli italiani, e mi sembrava che non valesse la pena sottrarvi tempo raccontando di nuovo, dal mio punto di vista, cosa e come si stava facendo qui. Ma dato che lo desiderate, sarò felice di scrivervi come vedo le relazioni locali. 

I principali aspetti che determinano sia le posizioni di entrambi i partiti [PCd’I e PSI – N.d.r.] sia le loro relazioni dipendono da tre fattori: 1. Il calo dell’ondata rivoluzionaria, che accompagna la crisi industriale generale, che ha colpito tutte le industrie italiane, crescendo ogni giorno e minacciando gravi difficoltà alla classe operaia; 2. una reazione politica, naturalmente accompagnata da questa crisi e che si manifesta nella concentrazione delle forze borghesi contro il movimento proletario; e 3. l’impressione ancora troppo fresca della recente scissione, a causa della quale non si può ancora parlare di un possibile riavvicinamento tra i partiti divisi.

La crisi generale che ha colpito l’industria italiana ha avuto riflessi sulle relazioni tra le due parti, perché nel licenziamento degli operai in prima fila si contavano i comunisti, mentre il Partito Socialista utilizzava come mezzo di propaganda l’indicazione che le sue istituzioni offrivano ai lavoratori la possibilità di superare la crisi, mentre il Partito Comunista era incapace di proteggere i propri membri. Si arrivava al punto che i socialisti diffondevano voci secondo cui riuscivano a ricevere da noi ordini per quelle fabbriche dove i comitati di fabbrica erano nelle loro mani, mentre i comunisti non erano in grado di farlo. La crisi ha colpito molto duramente il Partito Comunista. Il partito era ancora giovane, non consolidato, non aveva avuto il tempo di creare una buona organizzazione ed era estremamente povero di dirigenti competenti. La composizione dei cosiddetti leader nel partito comunista era estremamente variegata, eterogenea; gli operatori energici erano molto pochi e l’incapacità si percepiva ad ogni passo. Così, fino ad oggi non riescono ancora ad organizzare un organo centrale quotidiano a Roma, nonostante dispongano di mezzi per farlo. L’assenza di tale organo nel centro politico trasforma il partito in un qualche tipo di apparato provinciale, privo di voce. ”Ordine Nuovo” è un grande giornale ben organizzato, pubblicato a Torino e già per Milano, per non parlare di Roma, è considerato un organo provinciale. Da circa tre mesi il Comitato Centrale del partito promette di iniziare a pubblicare un giornale a Roma, ma non c’è certezza che il primo numero uscirà perfino il 1° ottobre. Questi difetti organizzativi, insieme alla difficile situazione finanziaria e politica del partito, servono certamente a vantaggio del partito socialista, che ha inoltre nelle proprie mani la maggioranza delle Camere del Lavoro e può, nel momento della crisi acuta, attrarre i lavoratori con le proprie possibilità materiali.

Nella stessa direzione ha agito un altro momento che ha accompagnato la crisi, l’aggravarsi della reazione politica. La forma caratteristica di questa reazione furono, come sapete, le organizzazioni militari della borghesia, le cosiddette alleanze o ”fascio di combattimento”, composte dai figli dei proprietari industriali e terrieri, dagli studenti nazionalisti e da ogni genere di avventurieri del dopoguerra fino ai criminali. Il governo permise solo tacitamente a queste organizzazioni di armarsi e diede alle autorità di polizia locali la libertà di fare ciò che volevano, sotto forma di pieno sostegno ai pogrom fascisti. Lo scopo di questa politica, di Giolitti e Bonomi, era quello di terrorizzare comunisti e socialisti disarmando i primi e costringendo i secondi a raggiungere un accordo con il governo. Giolitti, grande conoscitore degli italiani, sapeva il fatto suo: il suo obiettivo, poiché dipendeva dai suoi sforzi, era stato raggiunto. Sebbene vi sia stata una certa convergenza locale sul posto di lavoro di elementi socialisti e comunisti in organizzazioni comuni di difesa – i cosiddetti ”Arditi del Popolo” – a livelli più alti si era raggiunto un acutizzarsi ancora maggiore dell’ostilità. Mentre i comunisti accettavano la lotta, i socialisti, senza smettere di gridare nei loro organi sulla violenza brutale contro la loro innocenza, finirono gradualmente per concludere una vergognosa pace con i fascisti, e l’ala destra di essi – Turati, Treves e Co. – sollevò apertamente la questione della collaborazione nel Governo. Così, tutto lo sviluppo in questi nove mesi tendeva a una divisione spontanea tra i due partiti, divisi a Livorno. È possibile un avvicinamento tra loro dopo il Congresso del Comintern? È possibile una scissione nel partito socialista e, in seguito, un’unione della sinistra con i comunisti? Queste sono le domande che, a quanto pare, vi ponevate al Congresso e che ora vengono poste al congresso del partito socialista a Milano.

Quando partii per l’Italia, ero portato a pensare che nel conflitto tra il Comintern e i serratiani, il Comintern avesse assunto una posizione sbagliata, che stesse forzando troppo la divisione e volesse a tutti i costi imporre un certo punto di vista pregiudiziale sugli affari italiani. Mi preparavo intenzionalmente a una possibile obiettività e persino a un atteggiamento conciliatorio. Tuttavia, nonostante tutta questa preparazione, passo dopo passo dovevo ricredermi e convincermi che la situazione fosse molto più vicina al ”pregiudizio” del Comintern che alla mia ”obiettività”. È significativo che un’evoluzione del tutto simile l’abbia compiuta il compagno V-kyj [Non sappiamo a chi si riferisce – N.d.r.], recentemente giunto qui, con cui ho parlato ieri. Non conoscendo affatto le mie impressioni e opinioni, ha esposto il risultato dei suoi dieci giorni di negoziati con i socialisti e ne è venuto fuori esattamente lo stesso risultato.

La scissione di Livorno ha sottratto al partito socialista l’elemento più rivoluzionario e deciso, e a causa di ciò il livello generale di rivoluzionarismo del partito si è notevolmente abbassato. Tra i membri influenti del partito — i leader – c’è un piccolo gruppo di persone ostili al riformismo, al collaborazionismo e ad altre simili nefandezze, ma, prima di tutto, sono troppo pochi per staccarsi come gruppo a sé, e in secondo luogo, non si uniranno ai comunisti: la tradizione della scissione è ancora troppo recente e l’astio reciproco troppo forte. Attualmente, nella propaganda pre-congressuale, ci sono in realtà due gruppi: i riformisti — i cosiddetti concentrazionisti — e i serratiani, che per qualche motivo si definiscono massimalisti. Il gruppo di Alessandri non rappresenta nulla, e l’opposizione di Maffi, Riboldi e pochi altri, di cui si sa in anticipo che non lascerà il partito, ha un significato puramente astratto. Per quanto riguarda i due gruppi principali, essi si incarnano in due leader: Turati e Serrati. Questi leader rappresentano i rispettivi gruppi, perché nella situazione politica in cui entrambi si trovano, i leader sono autorità indiscusse e si può dire da ora che tutti i riformisti seguiranno Turati, come tutti gli unitari seguono Serrati.

La politica di entrambi i gruppi può essere descritta con sufficiente precisione non solo in termini di ideologia, ma persino in relazione alla personalità dei due leader. Turati è un opportunista, un uomo di adattamento. Immerso fino al collo nell’atmosfera piccolo-borghese, sostenuto nel partito e nel paese dall’intellighenzia, agisce in funzione delle circostanze. Sentendo che il collaborazionismo è molto impopolare tra le masse, da una parte cerca, nella propaganda pre-congressuale, di rendere popolare la sua idea, dall’altra, al congresso, sembra che eviterà di presentare la relativa risoluzione e aspetterà il momento opportuno, quando qualche congresso straordinario convocato in fretta gli conferirà il potere di entrare nel Ministero. Il suo ”avversario” Serrati, che voi conoscete abbastanza bene, è un ipocrita tipico. È ipocrita anche quando non c’è alcun tornaconto, solo per amore dell’arte. Il suo punto di vista ideologico è la negazione del comunismo e del sovietismo, la politica di un forte partito socialista che influenza attraverso il Parlamento il Governo, entrando in un determinato momento nel Governo, insomma, tipica politica socialdemocratica. Naturalmente, in Italia ora non si possono esprimere apertamente simili idee: il ricordo della ondata rivoluzionaria, della occupazione delle fabbriche, è ancora troppo fresco, e la fedeltà dei lavoratori italiani alla Russia Sovietica è ancora troppo viva. Perciò Serrati conduce un gioco sottile e ambivalente: soddisfacendo l’espansività rumorosa degli italiani, conduce lui stesso una politica sovietica molto chiassosa nei retroscena dell'”Avanti” e allo stesso tempo conduce una sottile diplomazia antisovietica in tutte le sue dichiarazioni concrete. Se esaminate attentamente i numeri dell’ ”Avanti” degli ultimi sei mesi, noterete una caratteristica particolare: si parla vividamente e a gran voce della Russia Sovietica: intere pagine sono dedicate alla fame, vengono diligentemente riportati i comunicati di Rosta sull’uscita dalla riparazione di una locomotiva o sull’avvio di qualche fabbrica, in una parola, si pubblicizzano tutte le cose che possono caratterizzare l’attività spontanea della classe operaia russa o il lavoro culturale ed economico del Potere Sovietico. Ma cercare sull'”Avanti” un resoconto del lavoro politico svolto dal Partito Comunista attraverso la Sovpra [In russo ”Совпра” – N.d.r], e tanto meno quello compiuto dall’Internazionale Comunista, sarà inutile. In particolare, abbiamo sperimentato molto presto questa politica duplice di Serrati in modo puramente sperimentale. Durante la dura campagna dei membri dei ”Cento Neri” contro la nostra Delegazione, ci colpiva il silenzio quasi totale dell'”Avanti” su questo tema. Di tanto in tanto compariva un breve articolo e nient’altro.

Un giorno Serrati venne a trovarmi – fu la sua unica visita – e quando gli espressi il mio stupore che la loro edizione romana dell'”Avanti” ci trattasse del tutto come estranei e che il redattore di quella edizione, Guarino, non si prendesse nemmeno la briga di venirci a trovare e informarsi sui nostri affari, Serrati manifestò profonda incredulità e dichiarò che il giorno dopo Guarino sarebbe venuto da me. Alla prova dei fatti, risultò che Serrati se ne era andato da Roma senza dire una parola a Guarino. Così stanno le cose.

Questa è la sua politica. È, naturalmente, una persona che non romperà mai con i riformisti, perché egli stesso è abbastanza riformista e la sua evoluzione va in quella direzione. L’unica cosa che potrebbe farlo deviare da questa strada sarebbe qualche nuova esplosione delle masse operaie. Uomo estremamente ambizioso, aggrappandosi con mani e piedi alla posizione di leader del partito, certamente adatterà sempre le sue convinzioni alle necessità politiche e, se necessario, diventerà un terribile rivoluzionario pur di non perdere la sua influenza e la sua posizione nel partito. Ma nel prossimo futuro non ci si può aspettare un tale slancio, e quindi non c’è bisogno di tener conto di simili svolte di Serrati. La prospettiva più immediata – al congresso – è un accordo dietro le quinte tra lui e i turatiani, secondo il quale sarà adottata una serie di risoluzioni dichiarative pompose dall’apparenza arcirivoluzionaria per calmare la parte sinistra del partito e gli operai, che naturalmente sono molto più rivoluzionari dei loro leader. Le questioni che potrebbero provocare una scissione o almeno avvicinarsi a essa saranno probabilmente rimosse o affrontate in maniera superficiale, e per il momento trionferà di nuovo l’unità, finché la situazione politica concreta non richiederà l’adozione di determinati principi chiaramente riformisti. Indubbiamente, nel partito socialista ci sono molti elementi rivoluzionari e più vicini a noi che ai turatiani, e sarebbe un errore pensare che siano irrimediabilmente impantanati nel pantano del partito e perduti. Ma per spingere questo pubblico a partecipare attivamente, a impegnarsi in una lotta interna aperta, e, se necessario, a uscire dal partito, è necessaria una formulazione più netta delle questioni per loro inaccettabili. Quando si porrà concretamente all’ordine del congresso la questione della partecipazione al governo, probabilmente si formerà un gruppo d’opposizione più significativo. In questo congresso, difficilmente questa questione sarà posta in modo concreto, e quindi la tensione dell’opposizione non sarà sufficientemente alta. Non va dimenticato, d’altra parte, che, anche se un gruppo più a sinistra si fosse staccato dal partito socialista, non solo, come ho scritto sopra, non sarebbe entrato nel Partito Comunista, ma lo stesso Partito Comunista si sarebbe opposto in ogni modo alla sua adesione. In questo senso, i nostri cari compagni possiedono una notevole dose di puritanesimo critico da neoconvertiti. Sintesi: contare su una scissione è inutile; contare, nel caso di una scissione, su una prossima unione dei dissidenti con i comunisti è altrettanto improbabile. Bisogna condurre una politica volta alla scissione tra i socialisti e contenere lo chovinismo di partito tra i comunisti. Lo facciamo qui automaticamente; sarebbe auspicabile che l’Internazionale Comunista lo attuasse come politica ferma. Vi stringo forte la mano.

Firma: Vorovsky Roma, 25 settembre 1921. 

(Originale dattiloscritto in lingua russa.)

*  *  *

[La Commissione Illegale del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista venne creata con decisione del Bureau organizzativo del CEIC il 19 dicembre 1922. Il 7 gennaio 1923, il Presidium del Comitato Esecutivo del Komintern ne approvò la composizione e da quel momento divenne Commissione Illegale Permanente del Comitato Esecutivo del Komintern. Il suo compito principale era quello di assistere l’organizzazione del lavoro illegale dei partiti comunisti.]

Protocollo № 6: riunione della Commissione illegale del CEIC del 26/02/1923

Segretissimo (stampato in 2 copie)

Presenti i membri della commissione: compagni Yaroslavsky, Pyatnitsky, Mitskevich.

Invitati: compagni Gramsci e Chiarini [Geller Anton Michajlovič. Negli anni 1921-1924 rappresentante del Komintern nel PCd’I – N.d.r.] 

 Ordine del giorno: 1. Istruzioni sul lavoro nell’esercito.

2. Affari italiani.

[…]

2. Affari italiani

ASCOLTATO: Il compagno Chiarini riferisce sugli ultimi eventi in Italia (arresti ecc.) e legge estratti della lettera del compagno T. [Terracini]. 

Sulla situazione generale parla il compagno Gramsci. Egli ritiene che la situazione all’interno del PCd’I peggiorerà. L’organizzazione italiana si è rivelata pessima. Mancanza di controllo sul territorio e inadeguatezza dell’apparato clandestino. Recentemente è stato scoperto un deposito di armi nella casa in cui viveva l’organizzatore più responsabile di questa vicenda. L’arsenale è stato scoperto, evidentemente, grazie a una soffiata. Il compagno Gramsci ritiene che, nelle condizioni attuali, sarà difficile cambiare qualcosa. Il CC del PCd’I non sarà in grado di portare a termine il suo compito. Fino a poco tempo fa aveva dato una valutazione completamente sbagliata del momento: negava decisamente la possibilità che i fascisti prendessero il potere e che il partito venisse sconfitto. Il compagno Gramsci propone di privare il CC, che si trova in Italia, dei suoi poteri, di ridurre i poteri all’interno del paese e di creare un organismo direttivo al di fuori dell’Italia. La questione della sede di questo centro non ha grande importanza. Tutti i membri della commissione si oppongono alla proposta del compagno Gramsci. 

DECISO: 2. La proposta del compagno Gramsci viene respinta; il dibattito continuerà alla prossima riunione. I membri delle Commissioni sono incaricati di presentarsi con proposte pronte. Segretario della Commissione Illegale dell’ECCI: Mickiewicz-Kapsukas 

(Originale dattiloscritto in lingua russa.)

Lettera di Fortichiari all’Ufficio Organizzazione del CEIC per la Commissione Illegale

Mosca, 5 maggio 1923

Caro compagno,

vi invio i seguenti documenti per la commissione illegale:

1) Rapporto sulla situazione attuale delle forze dello Stato in Italia (esercito, polizia, fascismo). È un estratto del rapporto generale sulla situazione in Italia, che la nostra delegazione ha presentato di recente al Komintern (scritto in francese)

2) Descrizione della nostra organizzazione dei ”gruppi” (anch’esso un estratto del suddetto rapporto generale). Su questo argomento ho già parlato con voi e alla riunione della commissione illegale. Ritengo opportuno inviarvi comunque il rapporto scritto, che è più dettagliato e preciso, poiché è possibile che nella traduzione orale le mie informazioni non vi siano state comunicate con esattezza (questo rapporto è in lingua italiana).

3) Rapporto sull’organizzazione del lavoro nelle truppe e nella marina. Argomento sul quale non ho potuto discutere con voi a voce (in lingua italiana).

Mi sono permesso di non consegnare questi documenti al compagno Chiarini e vi chiedo di farli tradurre al vostro fiduciario. Troppi compagni frequentano l’ufficio di Chiarini, e io considererei imprudente permettere l’accesso ai documenti dell’Agenzia illegale a persone che non sono coinvolte in questo lavoro illegale. D’altra parte, so che il compagno Chiarini non sempre traduce i materiali italiani con la rapidità necessaria. Per me, invece, è molto importante che l’agenzia illegale abbia informazioni esatte e complete sul mio lavoro, anche se questo lavoro è inferiore a quanto necessario all’Italia. Tra due o tre giorni spero di ricevere dal Komintern l’autorizzazione, al mio ritorno in Italia. Sarebbe utile che, prima della partenza, io venissi a conoscenza delle decisioni (critiche, osservazioni, proposte, ordini) della commissione illegale sul lavoro già svolto e su quello futuro del mio ufficio.

Con cordiali saluti, B. Fortichiari 

Registrazione delle informazioni di R. Martini [B. Fortichiari – N.d.r.] sulla situazione del Partito Comunista d’Italia dopo l’ascesa dei fascisti al potere

Mosca, 16 maggio 1923

Tutte le attività del partito, eccetto il giornale e la frazione parlamentare, sono passate alla clandestinità. Nonostante la scoperta dell’Ufficio a Roma, tutte le comunicazioni sono rimaste intatte; solo alcune organizzazioni locali hanno subito gravi perdite. La polizia ha sequestrato molto materiale cifrato, ma non ha ottenuto la chiave e non è riuscita a decifrarlo. Nelle mani dei fascisti è finita la corrispondenza cifrata locale del PCd’I, che per qualche motivo si conservava. Ora la corrispondenza è ridotta al minimo e conservata solo in casi eccezionali. La parte principale dell’archivio del partito non è caduta nelle mani dei fascisti. Attualmente non vi sono nuovi sviluppi nell’organizzazione clandestina del partito. Un grande processo è in preparazione solo per il compagno Bordiga. Le autorità periferiche non trattano i comunisti così duramente e spesso rilasciano anche gli arrestati.

L’ Ufficio di Roma, scoperto dalla polizia, non faceva parte della rete del compagno Martini. Questo Ufficio era direttamente sotto la supervisione del Politburo. Nessun Ufficio sotto la gestione del compagno I. [No sappiamo chi sia stato – N.d.r.] è stato scoperto. Il compagno M. [Martini] aveva nelle sue mani le comunicazioni, il lavoro militare, il controspionaggio, ecc. Il compagno M. [Martini] aveva organizzato un ”ufficio commerciale” per l’assicurazione e l’assistenza agli impiegati, ecc., per coprire l’Ufficio illegale. Questo ufficio commerciale è stato costretto a chiudere a causa della mancanza di fondi. La Missione commerciale [di Russia – N.d.r.] non collaborava con l’Ufficio I., anche se quest’ultimo offriva vari servizi. Per verificare i membri del partito furono inviati segretari e, in generale, persone di fiducia. Dalla verifica effettuata risulta che fino ad ora sono stati distribuiti fino al 60% delle tessere del partito, contando non meno di 6-7 mila membri. Dove prima c’erano organizzazioni forti, ora esse sono rimaste. In alcune province, dove prima le organizzazioni comuniste erano molto deboli, ora si nota un loro rafforzamento; vengono create cellule comuniste, circoli di lavoro di simpatizzanti, ecc. Le organizzazioni vengono create in base al luogo di residenza. Nelle piccole città e nei distretti si formano gruppi di 5 persone e sono guidati da un capo. Nei centri più grandi si formano gruppi di 10 persone diretti da un ”caposquadra”; dove i gruppi sono pochi, tutti i capisquadra formano il ”gruppo dei caposquadra”. Nelle grandi città questi capisquadra si uniscono per settori (quartieri), ad esempio, a Milano ci sono 4 settori. In ogni settore i decani costituiscono il ”gruppo dei caposquadra”, che dirige il lavoro nel settore. Questo gruppo nomina un compagno per coordinare tutti i settori. Questi rappresentanti dei diversi settori costituiscono il comitato dell’organizzazione della città o del distretto. Il comitato dirige il lavoro locale e interagisce con il comitato della provincia (governatorato). In precedenza i comitati provinciali interagivano direttamente con il Centro illegale; ora si creano segreterie interprovinciali (regionali). Ce ne sono in totale 14. Il Centro nomina i segretari interprovinciali. Questi segretari nominano i segretari provinciali e così via. Per lo più vengono confermati i membri eletti da singole organizzazioni, ecc. Durante la riorganizzazione sono stati ammessi al partito solo i compagni più affidabili. Degli incerti sono stati creati gruppi speciali, dai quali i migliori compagni, dopo una certa prova, vengono trasferiti nel gruppo del partito. I meno affidabili vengono lasciati fuori dal partito senza farsi notare. Il controllo dei membri del partito durante la riorganizzazione è stato effettuato dai compagni designati per questo compito. Tra i comunisti ci sono molti disoccupati – 50-60%. Tutti quelli sospettati di comunismo vengono buttati fuori, in strada dai fabbricanti. Così i lavoratori più attivi sono stati licenziati, la loro situazione è terribile. Finché è possibile, riescono a cavarsela a malapena. La tendenza all’emigrazione è enorme, ma non c’è possibilità di emigrare, poiché l’ingresso in America è chiuso agli emigranti, in Germania è praticamente anche chiuso. Resta qualche possibilità di emigrare in Francia. La maggioranza parte illegalmente. In alcuni settori dell’industria italiana si nota una certa ripresa, ad esempio nell’industria leggera dei metalli, ma nell’industria bellica pesante c’è una grave crisi. Attualmente i francesi offrono i loro capitali per rilanciarla; in parte lo fanno anche gli americani. Tuttavia il governo italiano non si decide ancora a compiere questo passo, per non trovarsi completamente dipendente dal capitale straniero. In generale, durante il periodo di dominio dei fascisti, la disoccupazione è aumentata. Hanno sofferto particolarmente i lavoratori impiegati nei cantieri statali – lavori pubblici, cantieri navali ecc. Secondo la vecchia consuetudine consolidata, i membri del partito in Italia pagano solo per la tessera di partito – 5 lire al Comitato Centrale e 50 centesimi a favore del Comintern. Le quote associative vanno a disposizione dei comitati locali e provinciali. Il Comitato centrale non riceve nulla da lì. I disoccupati sono esentati dal pagamento delle quote associative. Le tessere associative sono consegnate personalmente a ogni membro – numerate, senza nome. È il destinatario a scrivere il proprio nome. L’elenco dei membri dell’organizzazione (cognomi, nomi e numeri delle tessere di partito) sono conservati solo dall’organizzatore responsabile dell’organizzazione locale e dall’organizzatore provinciale. Nelle fabbriche si cerca di creare gruppi di simpatizzanti, rimanendo nelle organizzazioni per criterio territoriale, considerato il più adatto al momento attuale. Nei sindacati ci sono frazioni, ma molto deboli. Nella confederazione del lavoro, ultimamente, i membri non superano le 150 mila unità, mentre nei sindacati fascisti vi sono fino a 700-800 mila membri. I fascisti affermano che i loro sindacati contano un milione di membri. Ai sindacati fascisti appartengono principalmente: contadini – piccoli proprietari terrieri e braccianti, segue poi l’organizzazione dei marinai, una parte dei tessili. In generale, gli operai industriali nei sindacati fascisti sono relativamente pochi. Tra loro ci sono quelli che sono stati costretti con la forza ad unirsi. Intorno a questi ultimi si formano gruppi di simpatizzanti dei comunisti. Il Partito ha inviato singoli compagni per lavorare nei sindacati fascisti. È molto difficile infiltrarsi tra loro. Ora i fascisti stanno facendo una pulizia dei loro sindacati. Tutto il lavoro sindacale è guidato da un comitato speciale presso il Comitato Centrale del partito, esistente già prima della presa del potere da parte dei fascisti. Una certa componente simpatizzante con i comunisti è presente anche nella polizia. Ci sono anche alcuni ufficiali. 

Pubblicato illegalmente: dopo la presa del potere da parte dei fascisti, il manifesto in 160 mila copie (stampato in una tipografia legale, ma illegalmente); Manifesto per il 1° maggio – 100 mila copie (stampate in una tipografia legale), opuscolo per i soldati – 20 mila copie, tessere del partito – 12 mila (tutto stampato illegalmente in una tipografia legale). A Milano il partito ha acquistato una tipografia illegale, pure a Torino. A Roma c’è un funzionario che aiuta il partito a stampare con la tipografia. L’acquisto in Germania di 10 macchine tipografiche è stato annullato a causa della mancanza di fondi. Si prevedeva di acquistarle tramite una società italiana. Ora è risultato possibile allestire una propria tipografia sul posto. Il partito paga mensilmente 4.000 lire per due linotype, ma non può riceverle finché non è stato effettuato l’intero pagamento. Finora è stata pagata solo metà della somma. 

Le organizzazioni combattenti sono state sciolte. Le armi sono in possesso di alcuni compagni e in piccoli depositi. Prima il compito dell’Ufficio del compagno M. [Martini] era la consegna delle armi, ora questo è cessato. In generale in Italia le armi sono abbastanza diffuse tra operai e contadini. Le carte di identità possono essere facilmente ottenute e stampate dai compagni italiani. La situazione è peggiore con i passaporti. Non possono essere stampati. Si comprano libretti non compilati e poi vengono riempiti. Ci sono timbri ufficiali e simili. La falsificazione riesce abbastanza bene. La situazione degli appartamenti illegali è problematica. Le difficoltà maggiori sono finanziarie. Ogni lavoratore illegale si arrangia da sé. Si sposta da un luogo all’altro. 

Attualmente l’Ufficio clandestino si trova in una città, il presidio del Comitato Centrale in un’altra. Questo è stato fatto per evitare il concentrarsi di troppi lavoratori in uno stesso posto. La direzione politica del Comitato Centrale viene esercitata tramite segreterie interprovinciali (regionali). L’Ufficio illegale opera attraverso i propri fiduciari nelle federazioni. L’Ufficio illegale può verificare l’attuazione delle direttive del Comitato Centrale tramite il proprio rappresentante nella federazione. Il compagno M. [Martini] è membro del presidium del Comitato Centrale ed è stato delegato da esso per dirigere il lavoro illegale. L’Ufficio illegale rende conto del proprio operato al presidium del Comitato Centrale. Secondo il compagno M. [Martini], sarebbe stato meglio se il responsabile del lavoro illegale non fosse stato membro del presidium. Il compagno M. [Martini] ritiene che sarebbe più opportuno per la Commissione illegale del CEIC rapportarsi direttamente con l’Ufficio Illegale del Comitato Centrale del PCd’I, utilizzando un codice particolare. Il compagno M. [Martini] esprime il desiderio di approfondire a Mosca i vari metodi di cifratura, con riguardo alla questione dell’armamento dei lavoratori, alla consegna delle armi, ecc., all’organizzazione di tipografie clandestine, ecc. Propone di discutere l’uso dei compagni italiani in Russia. 

(Originale dattiloscritto in lingua russa.)

Protocollo № 12 della riunione della Commissione Illegale del CEIC del 22/05/1923

Segretissimo (stampato in 2 copie)

Presenti i membri della commissione: compagni Mickiewicz, Pjatnickij, Trilisser e Jaroslavskij.

Invitati: compagni Martini [Fortichiari], Urbani [Terracini], Chiarini e Vompe

Ordine del giorno: 1. Questioni italiane, 2. Organizzazione di una tipografia clandestina sperimentale e tecnica illegale, 3. Affari correnti: a) richiesta del Partito Comunista Estone; b) lettera del Partito Comunista Tedesco; c) questione dell’invio di un compagno in Ungheria.

UDITO: 1. Questioni italiane. Il compagno Martini riferisce sul lavoro del Bureau illegale del CC del PCd’I. In precedenza il suo lavoro consisteva nella fornitura di armi alle organizzazioni dei gruppi combattenti, nell’armamento dei battaglioni combattenti ecc. Attualmente il lavoro del Bureau consiste principalmente nel mantenere i collegamenti con le organizzazioni locali. Attraverso il collegamento del Bureau illegale viene diffusa tutta la stampa clandestina, viene svolto lavoro nell’esercito, vengono inviati compagni all’estero, vengono stampate pubblicazioni illegali ecc. A capo dell’ufficio c’è il compagno Martini. Ha degli assistenti, uno dei quali si occupa del lavoro nell’esercito, un altro della tecnica, ecc. Anche nelle province viene effettuata una certa divisione del lavoro. L’ufficio illegale esercita il controllo sui membri dell’organizzazione. Il controllo avviene tramite persone fidate, una sorta di intelligence interna. Sulla base dei dati ottenuti viene compilata una sorta di scheda. L’ufficio illegale conduce attività di intelligence anche in altre organizzazioni e partiti. Le informazioni vengono ottenute tramite simpatizzanti o compagni inviati appositamente. A questo scopo vengono inviati compagni nelle organizzazioni fasciste, massoniche e altre. L’ufficio illegale ha una sua persona anche nel ministero. Il compagno Martini indica che sono stati fatti tentativi di inviare i propri uomini nella polizia segreta. Due compagni sono stati inviati lì, ma sono stati rimossi a causa della riduzione del personale. D’altra parte è abbastanza facile ottenere vari materiali segreti a pagamento. Il compagno M. [Martini] pone la questione se sia opportuno inviare i propri uomini nella polizia segreta.

DELIBERATO: Non inviare le proprie persone alla polizia segreta, ma cercare di ottenere i materiali e le informazioni necessarie tramite corruzione. 

UDITO: Il compagno M. [Martini] indica che, parallelamente al collegamento dell’ufficio illegale con le organizzazioni locali, mantiene un proprio collegamento con il Comitato Centrale del partito. I compagni Pyatnitsky e altri membri della Commissione ritengono non opportuno mantenere un collegamento con le organizzazioni locali tramite organi doppi. Ciò crea spese eccessive ed espone a un rischio doppio e superfluo, infine favorisce attriti tra questi organi. È necessario mirare a mantenere un solo collegamento con i luoghi tramite l’ufficio illegale, che deve fungere da dipartimento. I compagni Martini e Urbani dimostrano che il collegamento doppio è necessario per la rapidità delle comunicazioni con i luoghi e per una maggiore sicurezza. In caso di fallimento di un collegamento, l’altro può sempre restare. 

DELIBERATO: Le argomentazioni dei compagni Martini e Urbani a favore del mantenimento del collegamento doppio sono considerate non convincenti. Per chiarire la questione, si incarica il compagno Trilisser che deve parlare nuovamente con i compagni M. [Martini] e U. [Urbani], cercare di trovare un accordo con loro e presentare una proposta corrispondente, in caso che i compagni italiani non siano d’accordo con questa proposta, trasferire la questione al Presidium del CEIC per la decisione finale. 

2. Organizzazione di una tipografia clandestina e attrezzature illegali. Istruire compagni stranieri sul lavoro clandestino in generale e sui vari tipi di armi e il loro utilizzo. 

DELIBERATO: Organizzare una tipografia sperimentale clandestina e un ufficio strumentazione illegale. Per la formazione rivolgersi ai lavoratori clandestini più esperti del Partito Comunista Russo. Selezionare i compagni più adatti a questo lavoro. Sarà compito dei compagni Vompe e Mickevic dare seguito a questa disposizione. Un istruttore sui vari tipi di armi e sul loro utilizzo sarà individuato dal compagno Muralov. 

[…]

(Originale dattiloscritto in lingua russa.)