LA DANZA MACABRA DEL CAPITALISMO IN CRISI
L’imperialismo americano in declino diventa un cane rabbioso
Il modo di produzione capitalista, che ha permesso lo sviluppo di forze produttive impressionanti, che potrebbero costituire la base di una società comunista benefica, è da oltre un secolo un cadavere putrido che sopravvive sulle spalle dell’umanità lavoratrice e non genera più i benefici delle conquiste scientifiche e delle affascinanti creazioni umane, ma orrori di oppressione, di conflitti sempre più numerosi, sanguinosi e distruttivi, in ogni angolo del pianeta. Le nazioni non hanno più alcuna funzione di progresso, né la possibilità di essere autonome, e si schierano, in base ai rapporti di forza, dietro l’uno o l’altro dei paesi imperialisti più potenti e temuti dal punto di vista economico e militare, le cui due teste sono oggi gli Stati Uniti e la Cina. E la crisi del modo di produzione capitalista, con una sovrapproduzione schiacciante, è uno spettro spaventoso per le borghesie.
La seconda guerra mondiale ha permesso agli Stati Uniti di assumere la guida dell’egemonia economica e militare del globo terrestre, ma la Cina, con un capitalismo più giovane e vigoroso, sta avanzando le sue pedine metodicamente, subdolamente, ma in modo molto efficace, in tutto il mondo. Quel “diritto internazionale”, che di fatto rappresentava il diritto dei più forti, cioè dei paesi occidentali diretti dagli USA, è sempre meno “rispettato”, poiché la cosiddetta guerra di Putin contro l’Ucraina ha dato il via alla corsa alla predazione “illegale”. Sottolineiamo, tra l’altro, che bisognava essere ben ingenui per crederci, poiché le regolari violazioni del “diritto internazionale”, effettuate dai due imperialismi vincitori USA ed URSS già all’indomani del 1945 ed anche da parte di Israele fin dalla sua formazione nel 1948, svelavano già le menzogne alla base di questo “diritto” che si diceva protettore delle nazioni e che l’ONU avrebbe dovuto salvaguardare. Dall’Ucraina al Caucaso, dal Medio Oriente all’Estremo Oriente, dall’America all’Africa, i conflitti non cessano di svilupparsi come se quell’“ordine” imposto dal “diritto internazionale” dal 1945 si stesse sgretolando e precipitando in una spirale infernale. La “guerra fredda” e la “pace armata” hanno fatto il loro tempo, la deregolamentazione è in pieno svolgimento.
Oggi l’America di Trump non ha più “complessi” e lancia i suoi ukase a raffica, fino a intervenire in Groenlandia, nei Caraibi, in Venezuela! Ora si presenta in Medio Oriente dopo aver giurato che non ci avrebbe più messo piede, e questo con l’obiettivo di un’azione congiunta con il suo alleato israeliano. A capo di un’operazione denominata «Epic Fury», Trump si lancia brutalmente in un attacco senza mandato dell’ONU, senza consultare il Congresso e i membri della NATO, senza l’accordo dei suoi “alleati” del Golfo Persico o europei. Si è trattato infatti, per i due sinistri cowboy Trump e Netanyahu, nel bel mezzo di negoziati ingannevoli con i mullah, di schiacciare definitivamente il recalcitrante nemico iraniano e di completare l’azione di polizia e pulizia etnica che Israele conduce da anni in Medio Oriente, in qualità di testa di ponte degli Stati Uniti. Ora, di fronte all’avanzata economica della Cina in ogni angolo del mondo, l’America vuole marcare il “protettorato” americano in Medio Oriente, in Sudamerica, in Antartide e presto, soprattutto nel Pacifico, che è il terreno di caccia riservato alla Cina! L’America si agita perché è effettivamente in pericolo.
Stati Uniti e Israele detengono chiaramente una superiorità aerea sull’Iran, e il conflitto, iniziato i primi di marzo, appare sempre più asimmetrico. Ma i mullah resistono e hanno più di un asso nella manica. Contrariamente alle previsioni di alcuni esperti della regione, gli iraniani hanno contrattaccato e continuano a colpire ripetutamente, con i loro missili e soprattutto con i droni, gli Stati del Golfo a causa dei legami di questi paesi con gli Stati Uniti. I loro attacchi colpiscono anche Israele, la cui “Cupola di Ferro” presenta alcune falle; Netanyahu si sarebbe recato all’inizio di marzo in Germania alla ricerca di un accordo con il colosso automobilistico Volkswagen per la produzione di componenti di questo sistema di difesa.
Il regime iraniano, composto dai mullah e dai Guardiani della Rivoluzione, nonostante la decimazione di gran parte dei suoi capi da parte di droni assassini, ha dimostrato la sua capacità di rinascere, come la mitologica Idra di Lerna dalle nove teste che ricrescevano doppie dopo ogni taglio, e oggi sfrutta il suo dominio sullo stretto di Ormuz. Prende così in ostaggio l’economia mondiale senza che la guerra dei droni possa farci nulla, poiché la guerra senza soldati a terra non può bastare e i robot invasori non sono ancora pronti.
D’altra parte, il regime dei mullah non ha ancora fatto uso di una delle sue armi devastanti, ovvero i “martiri” — o, più esattamente, gli attacchi kamikaze. Seppero utilizzarla nella guerra scatenata da Saddam Hussein nel 1980 che causò, secondo stime prudenti, 500.000 morti; l’esercito iracheno possedeva una schiacciante superiorità materiale e tecnologica, mentre gli iraniani potevano contare su un’importante superiorità demografica e l’arma del “martirio” fu così utilizzata, con iraniani, spesso molto giovani, che facevano esplodere volontariamente mine fissate al proprio corpo o si gettavano con granate sotto i carri armati nemici. Successivamente, il culto del martirio si è rapidamente esportato in Libano negli anni ’80, quando gli iraniani hanno iniziato ad addestrare le forze di Hezbollah. L’organizzazione sciita libanese ha del resto arricchito il repertorio delle “tecniche del martirio” con attentati suicidi mediante autobombe. Osama bin Laden, il leader di Al-Qaeda, organizzazione sunnita, ne ha tratto alcune lezioni adottando gli attacchi suicidi e integrandoli nella propria narrativa del martirio. Gruppi successori e rivali, come lo Stato Islamico, porteranno all’estremo l’orrore delle operazioni di martirio a metà degli anni 2010. Per compiere attentati suicidi, il regime iraniano dispone oggi di truppe ausiliarie mobilitabili all’estero: milizie ultra-radicali in Iraq, Hezbollah in Libano o cellule di fanatici sciiti un po’ ovunque nel mondo. All’inizio del 2026, ad esempio, milizie irachene come Kataib Hezbollah hanno apertamente invitato i propri combattenti a partecipare a “operazioni di martirio”. Centinaia di loro si sarebbero offerti volontari per missioni suicide al fine di difendere Teheran. Questa strategia potrebbe essere utilizzata non solo contro gli interessi degli Stati Uniti o contro istituzioni ebraiche o israeliane nel mondo arabo-musulmano, ma anche in Europa e negli Stati Uniti!! Nel giro di una sola settimana all’inizio di marzo 2026, quattro attentati incendiari hanno preso di mira istituzioni ebraiche nel continente. Una sinagoga a Liegi in Belgio lunedì 9 marzo, un centro comunitario ebraico in Grecia (non rivendicato né confermato come atto terroristico), una bomba incendiaria depositata davanti a una sinagoga a Rotterdam, nei Paesi Bassi, il 13 marzo, una scuola ebraica ad Amsterdam sabato 14 marzo. Pochi giorni dopo, lunedì 23 marzo, un’auto è stata incendiata nel quartiere ebraico di Anversa; il giorno prima, un incendio aveva distrutto quattro ambulanze vicino a una sinagoga a Londra. Tutta questa serie è metodica, geograficamente dispersa e, soprattutto, rivendicata da un unico e medesimo gruppo — l’“Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya” (Movimento islamico dei sostenitori dei giusti) fino ad allora sconosciuto, ma che proviene sicuramente da Hezbollah e dalle Guardie della Rivoluzione iraniane. Sono stati segnalati altri attentati contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Oslo, il consolato americano a Toronto, contro un centro comunitario ebraico nel Michigan, e in altre località. La Germania, che conta centinaia di simpatizzanti di Hezbollah, sta rafforzando le misure di sicurezza.
Ma dal lato iraniano, le truppe dormienti o meno dello Stato Islamico, organizzazione sunnita, e altre fazioni sunnite ostili al regime di Teheran, per non parlare dell’opposizione delle popolazioni curde iraniane, potrebbero approfittare del momento per perpetrare attentati sanguinosi contro l’Iran, come già accaduto nel gennaio 2024, o tentare scontri con l’esercito iraniano.
Nuove tecniche di guerra guidate dall’IA
Per il momento non sembra pensabile per il governo statunitense mettere piede in queste regioni, ma solo sorvolarle bombardandole e sperimentare una guerra aerea condotta dalla “intelligenza artificiale”, inviando droni e missili sui paesi da conquistare – o piuttosto da sottomettere – e soprattutto da terrorizzare, al fine di concludere pseudo-negoziati. Non si può certo contare sulla rivolta della popolazione, come gli appelli di Trump sembravano suggerire agli iraniani, perché, la “liberazione” portata a suon di bombe dagli aggressori è peggiore del governo dei mullah.
Le rivendicazioni sociali avanzate da eventuali masse in rivolta non troverebbero di certo niente di meglio di quanto abbiano ora anche perché il vincitore preferisce sempre mettere al potere burattini docili, dediti a sottomettere le popolazioni.
In Ucraina, in Palestina o nel Golfo Persico, imperversa la guerra aerea dei droni, dei missili e dei bombardamenti. Questi attacchi aerei sono stati sperimentati durante la prima guerra mondiale e nelle colonie (bombardamento italiano in Libia nel 1911, bombardamento nell’ottobre 1925 in Siria da parte dell’aviazione francese a Damasco), durante la guerra di Spagna, per poi essere sistematizzati durante la Seconda guerra mondiale per porre fine al conflitto, utilizzandoli volontariamente come arma di distruzione contro le popolazioni civili, e quindi come arma di terrore. Oltre a preservare la vita dei soldati a scapito di quella dei civili, l’arma aerea ha un fattore psicologico, come affermava il visconte britannico Trenchard, fondatore della Royal Air Force e teorico della guerra aerea negli anni 1920-30, sperando che i bombardamenti spingessero le popolazioni a ribellarsi contro il proprio governo. Pertanto le perdite civili non sono mai “danni collaterali”, ma un’arma di distruzione materiale e di civili che mira solo in parte agli obiettivi militari, ma anche ad ospedali, scuole, mercati. La novità è rappresentata dall’intelligenza artificiale che analizza a una velocità vertiginosa una quantità altrettanto vertiginosa di informazioni catturate dai video, permettendo così di colpire gli obiettivi materiali e umani ricercati, senza per questo risparmiare le popolazioni civili. Eppure la storia dimostra che le guerre aeree non sono mai bastate per la vittoria senza l’occupazione da parte delle truppe di terra. E gli eserciti americani lo sanno bene dopo le guerre del Vietnam, quelle in Iraq e in Siria, e in tanti altri teatri bellici.
Di fronte all’attuale crisi economica mondiale, il primo leader economico e militare mondiale si mostra infatti sempre più aggressivo, non ricorrendo più alla sua forza economica ormai in declino, ma a quella militare ancora al primo posto. Il suo grande nemico, che insidia per ottenere il primo posto mondiale e imporre le proprie merci e la propria economia più fiorente di quella del King Kong americano, è il drago cinese. La lotta tra i due mostri capitalisti per la spartizione dei mercati mondiali assume ormai forme di scontro diverse e variegate, ma sempre più deleterie per l’umanità e soprattutto per i lavoratori di tutti i paesi. Il clown Trump si scaglia con volgarità che traducono soprattutto la brutalità e l’arroganza della borghesia americana che sostiene “l’artista dalla ciocca bionda”, e soprattutto uccide con i droni, ferisce i civili, affama cinicamente una parte dell’umanità, abbandonando la maschera ipocrita della morale, della democrazia compassionevole che ostentava il governo democratico di Obama e Biden. Basta con i sotterfugi, le sottigliezze, la compassione. Il Dipartimento della Difesa americano è diventato il Dipartimento della Guerra nel settembre 2025, perché non si tratta più di difendersi ma di attaccare. Trump appare come un attore che spara minacce, bugie, strategie sorprendenti e mutevoli da un momento all’altro, un burattino i cui discorsi traducono le posizioni della borghesia affarista americana, che si tratti di petrolio, armi e ora di IA, ecc.; si ricercano tutti i mezzi possibili per trarre profitto dalla situazione internazionale a vantaggio dei propri affari. E in questa danza macabra, i grandi banchieri e i capi d’azienda sono totalmente schierati con i capi militari, essi stessi legati al fiorente settore delle imprese dell’IA.
Già da un decennio, al Pentagono, quartier generale del Dipartimento della Difesa statunitense, la maggior parte delle “teste” si è concentrata sulla minaccia militare proveniente dalla Cina, evocando la possibilità di una terza guerra mondiale. Questi strateghi sono ben consapevoli che la Cina li raggiungerà anche nel campo degli armamenti e cercano nuove armi di distruzione, come lo fu la bomba atomica durante la guerra mondiale del 1939-1945. L’esercito americano condusse il Progetto Manhattan per realizzare la bomba atomica, il cui uso portò al dramma di Hiroshima e Nagasaki nel 1945.
Una tecnologia in grado di sostituire gli uomini sarebbe la benvenuta. L’IA potrebbe quindi aiutare a fare la guerra al posto degli esseri umani, permettere di utilizzare macchine e robot, una vera e propria favola di fantascienza. Due personalità svolgeranno un ruolo importante: il colonnello Robert O. Work nella visione strategica e, nell’attuazione operativa concreta, l’ufficiale dell’US Air Force specializzato in intelligence e operazioni aeree, il colonnello Drew Cukor.
Già nel 2015, il colonnello Bob Work, vice segretario alla Difesa sotto le amministrazioni Obama e Trump dal 2014 al 2015, introduceva l’uso dell’IA nel processo decisionale e nell’impiego di sistemi senza pilota, risparmiando così “l’umano”. Durante un intervento pubblico nel 2015, dichiarò: «Ve lo dico subito: se tra dieci anni la prima persona a sfondare le linee nemiche non sarà un robot, vergogna su di noi. Possiamo farcela». Anche in guerra, i militari come i capitalisti cercano di sbarazzarsi dell’aiuto umano, senza capire che proprio lì risiede la loro fine! Work poteva contare sugli esperti di Amazon, Google e IBM. Ma il budget del Pentagono, sebbene colossale nel 2016, non era sufficiente per lanciarsi nell’avventura dell’IA; e anche se Internet era una creazione del Pentagono, l’alto comando americano esitava ancora a compiere la svolta.
Nel 2016, Drew Cukor arriva all’ufficio intelligence del Pentagono ed è determinato, insieme a Bob Work, a introdurre l’uso dell’IA nel funzionamento delle forze armate. Infatti, dal 2001, con 54 sortite di droni sul campo di battaglia, l’esercito statunitense era passato a 8000 nel 2010 (Afghanistan, Iraq, Nord e Est Africa; lotta contro Al Qaeda, i talebani e l’ISIS), ma i danni “collaterali” erano numerosi. Inoltre, le registrazioni video erano inutilizzabili perché troppo voluminose e gli analisti umani erano sopraffatti dal lavoro.
Il progetto Maven (Algorithmic Warfare Cross-functional Team (progetto interfunzionale di guerra algoritmica) è stato avviato nel 2017 all’interno del Dipartimento della Difesa per utilizzare l’IA nell’analisi dei video dei droni che forniscono informazioni militari statunitensi, in particolare in materia di intelligence, sorveglianza, acquisizione di obiettivi e ricognizione, intelligence geospaziale. I dati provenienti da droni, satelliti e altri sensori (come le telecamere di sorveglianza installate nelle aree urbane) vengono così analizzati e consentono di proporre decisioni operative. Il carico di lavoro umano è stato drasticamente ridotto e l’efficienza militare migliorata.
Poiché l’uso dell’IA stava diventando inevitabile, Cukor è stato incaricato del Progetto Maven. Non solo bisognava contattare i fornitori di IA, i giganti della tecnologia, ma anche gli ambienti d’affari per trovare investimenti in denaro contante.
Cukor si rivolse alle aziende della Silicon Valley, dove si trovavano i migliori talenti dell’IA, nonché ai produttori di auto a guida autonoma come Tesla, Waymo o Uber, che equipaggiavano le loro auto con telecamere in grado di analizzare l’ambiente circostante per evitare gli ostacoli.
Il progetto Maven sarebbe diventato il più grande investimento del Dipartimento della Difesa. Si trattava di condurre operazioni di targeting su obiettivi di grande valore per accorciare la “kill chain” Per Cukor e Work, l’IA avrebbe cambiato la guerra per sempre. Bisognava far fronte allo tsunami di dati per agire in modo rapido ed efficace. All’interno del Pentagono, l’uso dell’IA avrebbe portato alla soppressione di posti di lavoro, a una drastica riduzione della burocrazia, e quindi il compito di Cukor e Work avrebbe incontrato numerosi ostacoli.
La Silicon Valley, che si proclamava libertaria, è stata progressivamente assorbita e, anche se alcuni fornitori di IA oggi temono l’utilizzo delle loro competenze per scopi bellici, sono tutti ormai con le mani nel fango, nelle future battaglie dei robot assassini di esseri umani, e corteggiano i contratti di difesa militare per profitti succulenti. Palantir Technologies (una delle aziende americane più quotate al mondo), Scale AI, detenuta al 49% da Meta, Anthropic e Open AI, si stanno lanciando nel settore della corsa al riarmo, che sta diventando uno straordinario sbocco commerciale per le loro piattaforme di IA generativa, poiché l’avidità di guadagno è più determinante dei valori libertari e della difesa della Patria. Anche Google è coinvolta nel progetto Maven, mentre Apple si rifiuta di partecipare. Il team Maven all’interno del Pentagono è stato quindi essenziale per spingere l’esercito americano a utilizzare sistemi ancora molto poco testati nei conflitti. Dieci anni dopo il lancio dell’iniziativa di Cukor, i sistemi decisionali basati sull’IA sono utilizzati sul campo di battaglia e in tutti i rami dell’esercito americano, nei sistemi sonar dei sottomarini, nelle operazioni spaziali che integrano il lavoro di oltre 50 aziende. La NATO ha iniziato a utilizzare una versione del sistema nella primavera del 2025 e dieci membri dell’Alleanza stanno cercando di ottenerla. I sistemi di puntamento basati sull’IA sono integrati in almeno due sistemi altamente segreti — uno aereo e l’altro acquatico — in grado di monitorare, selezionare ed eliminare bersagli in modo completamente autonomo, destinati alla difesa di Taiwan.
Non solo la Silicon Valley è un fedele servitore delle forze armate statunitensi, ma ovviamente anche gli ambienti d’affari. Così, già dal 2024, Drew Cukor dirige il dipartimento dedicato all’uso dell’intelligenza artificiale per il CEO della banca d’affari JP Morgan, Jamie Dimon, vicino a Trump. Infatti, gli uomini d’affari americani investono miliardi nelle industrie militari (missili, droni, munizioni) e si vantano di far convergere i loro affari nella difesa del Paese e in un esercito potente per dissuadere gli altri da “cattive azioni”. «Oggi la situazione è molto cambiata: dobbiamo fare i conti con una guerra su vasta scala in Europa, una minaccia molto più grande nella regione indo-pacifica… ed è ora che si debba agire», dichiara Jamie Dimon nel dicembre 2025 durante il Reagan National Defense Forum, al fianco dell’imprenditore Christopher T. Calio, presidente e amministratore delegato dell’azienda RTX (Raytheon Technologies Corporation). Quest’ultimo è a capo di un team globale di oltre 180.000 dipendenti che fanno progredire l’aviazione, progettano sistemi di difesa integrati e sviluppano tecnologie di nuova generazione nei settori aerospaziale e della difesa. Nel suo consiglio di amministrazione si trova, dal 2017, il colonnello Work.
Ma non sarà l’IA a salvare l’economia americana, poiché il suo concorrente e nemico mortale, la Cina, è in corsa nell’IA e la supererà anche in questo settore!
Il capitalismo mondiale nella tempesta del Medio Oriente
Perché mai Trump si è cacciato in questo pasticcio che sta portando, come era prevedibile, a una crisi di approvvigionamento di petrolio, gas, fertilizzanti, ecc. a causa del blocco dello stretto di Ormuz da parte delle forze iraniane, il che potrebbe portare a una crisi per il funzionamento delle catene del capitalismo mondiale, e quindi anche dell’anello statunitense? Per non parlare del costo colossale di questo intervento per lo Stato americano, già fortemente indebitato. Anche la Cina, che dipende dal petrolio iraniano e dai paesi del Golfo Persico (prevedendo la crisi, dispone di notevoli scorte energetiche per 4-6 mesi), potrebbe essere colpita dal calo della domanda, se l’impennata dei costi dell’energia e dei generi alimentari frenasse i consumi dei paesi verso cui esporta, come l’Europa, gli Stati Uniti e altri. In Giappone, la valuta si sta svalutando, aggravando l’inflazione già esistente, con il prezzo del barile che, a causa della svalutazione dello yen, raggiunge i 140 dollari; eppure la sua situazione è già grave, con un tasso di indebitamento record del 250% del PIL, il che potrebbe costringere il governo a vendere titoli del Tesoro americano, aggravando così la situazione del Tesoro statunitense. Gli Stati Uniti si sono imbarcati in una guerra che costa loro da 1 a 2 miliardi di dollari al giorno e hanno già preso in prestito 1000 miliardi di dollari negli ultimi cinque mesi.
Per quanto riguarda la Russia di Putin, questa guerra fa comodo perché, grazie alla sua “flotta fantasma” che nulla sembra fermare, quando i prezzi del petrolio salgono, le casse dello Stato, che ne hanno davvero bisogno, si riempiono. La Russia ha quindi tutto l’interesse che questa guerra duri il più a lungo possibile. D’altra parte, non può lasciare che crolli l’unico alleato che le rimane in Medio Oriente, a rischio di perdere ogni credibilità. L’asse strategico Mosca-Teheran è vitale per la Russia, se vuole conservare un minimo di influenza in Medio Oriente. Putin sostiene così gli iraniani fornendo loro i miglioramenti tecnologici apportati ai droni iraniani, nonché esperti per colpire con maggiore precisione le basi americane grazie alla copertura satellitare. Da parte loro, gli americani si trovano costretti a ricorrere agli ucraini per difendere le loro basi militari dai droni iraniani, poiché i militari ucraini sono gli unici ad avere una vera competenza in questo campo. Infatti intercettano il 95% dei droni russi con droni poco costosi – tra i 10.000 e i 20.000 euro –, mentre gli americani, per distruggere un drone, impiegano missili che costano milioni di euro.
L’intervento aereo americano, congiunto a quello del proxy israeliano, non ha forse aperto il vaso di Pandora? Gli alleati arabi del Golfo, contrari a questo intervento, si trovano infatti coinvolti e particolarmente colpiti dagli attacchi iraniani. L’economia mondiale potrebbe essere gravemente destabilizzata dal blocco dello stretto di Ormuz, che rifornisce i paesi richiedenti di petrolio, gas, fertilizzanti e altri prodotti chimici. Le borse salgono alle stelle, si surriscaldano, i tassi salgono e scendono nel corso della giornata a seconda delle dichiarazioni degli uni e degli altri, le banche centrali si agitano, e nessuno può dire chi sia realmente il vincitore perché sul campo, i padroni iraniani, anche se decimati, rinascono ancora e ancora e riescono a resistere inviando droni poco costosi o bloccando lo stretto di Ormuz, lasciando passare le navi “amiche”, cinesi in questo caso, o addirittura ricattando le altre a prezzi esorbitanti. Come farà la cerchia trumpiana, politica, militare e affaristica, a tirarsi fuori da questo pasticcio senza subire perdite per la propria economia nazionale, dato che questa guerra aerea con l’intelligenza artificiale le costa finanziariamente molto, molto cara?
Questa atmosfera da legge della giungla fa temere alle borghesie una discesa agli inferi verso una crisi economica mondiale che sfoci in una guerra mondiale. Le guerre con l’IA consentono di sperimentare un numero crescente di nuove armi utilizzabili in un futuro conflitto diretto contro la Cina, con la partecipazione degli “alleati” vassalli, una divisione del lavoro tra i belligeranti, con la Russia che si occupa dell’Europa per conto della Cina, e la Cina degli USA, la borghesia americana non dovendo occuparsi dell’Europa, i cui paesi si saranno armati fino ai denti… o quasi! In questo contesto di aggressione contro l’Iran, la NATO sembra rafforzarsi; le potenze medie come i paesi europei e il Canada, pur essendo minacciate e ricattate dagli Stati Uniti, si sono schierate dietro il loro padrone, scagionandolo dalla sua aggressione contro l’Iran.
Solo i proletariati di tutti i paesi, aggressori e aggrediti, saranno in grado di opporsi a queste guerre infami, che le borghesie, spinte dall’inesorabile caduta del loro tasso di profitto, saranno costrette a scatenare. Ma per poterlo fare i proletari dovranno ribellarsi, negare ogni forma di solidarietà nazionale, organizzarsi economicamente in veri sindacati di classe e aderire all’unico partito che esprime l’esperienza millenaria delle lotte sociali contro le società di classe e il capitalismo, e che potrà così guidarli in una lotta senza quartiere contro la classe borghese, trasformando la guerra fra Stati in guerra di classe: il Partito comunista internazionale, rimasto fedele alla linea da Marx, Engels, Lenin, alla Sinistra italiana.
La Polonia nel ciclone della guerra imperialista
Sono trascorsi più di quattro anni dall’invasione militare su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia. La nostra stampa ha già ampiamente trattato questo conflitto, essendoci molto da dire sui vari interessi capitalistici coinvolti in questo tragico evento: il ruolo degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e della Russia.
Veniamo qui ad analizzare la situazione in Polonia e il suo ruolo in questa guerra. Dati i suoi oltre 500 chilometri di confine con l’Ucraina e i suoi stretti legami con la borghesia occidentale, questo Stato si trova in una posizione importante nel conflitto in corso. Si potrebbe pensare che la Polonia abbia tutto l’interesse a che questa guerra finisca, ma le apparenze spesso ingannano e un esame più approfondito della situazione nella regione rivela aspetti più profondi.
Di fronte al dramma che si sta svolgendo proprio dall’altra parte del confine e che ha inflitto sofferenze inimmaginabili al proletariato ucraino, la classe dirigente polacca non ha esitato a sfruttare la situazione al meglio. Non solo la guerra ha provocato in Polonia un afflusso di donne ucraine, e di non pochi uomini, disposti ad accettare qualsiasi lavoro per sopravvivere, ma ha anche fornito alla pubblica opinione un capro espiatorio ideale: «l’immigrato fannullone», uno stereotipo particolarmente caro alla borghesia di tutto il mondo. In questo modo, si spingono i proletari polacchi a provare disprezzo e avversione nei confronti dei propri fratelli ucraini, se non paura, alimentata anche dalla minaccia russa che incombe in questa «guerra di civiltà», secondo le parole del presidente polacco Karol Nawrocki. Paura e panico, alimentati dalla stampa e dai media borghesi, che si insinuano nella vita quotidiana.
Inoltre, questo conflitto non è solo una minaccia costante per i lavoratori, ma anche un mezzo per sfruttare ulteriormente la classe operaia. Con il protrarsi della guerra, le conseguenze materiali per il proletariato sono andate deteriorandosi, venendo destinata una parte considerevole di risorse economiche agli armamenti e all’esercito. D’altra parte, l’afflusso massiccio di manodopera ucraina, avendo permesso di ovviare alla carenza in alcuni settori, ha anche esacerbato la concorrenza per i posti di lavoro, e le infrastrutture sociali del paese sono state messe a dura prova. Infine, la durata della guerra ha fatto sì che i lavoratori polacchi abbiano iniziato a prendere le distanze dal caos che regna dall’altra parte del confine. Gli ultimi sondaggi hanno registrato il peggior risultato per quanto riguarda il sostegno dei polacchi ai rifugiati ucraini, passando dal 94% nel 2022 a solo il 48% nel 2026.
La conclusione è chiara: la popolazione si sta stancando del conflitto ai propri confini che pare non aver mai termine. Alcuni cercano risposte appoggiando le ali più reazionarie della borghesia, come dimostra l’ascesa dei partiti nazionalisti e ultranazionalisti (come la Confederazione) che, nonostante un’influenza ancora limitata, mantengono la loro popolarità in questo caos. Lo stesso vale per l’ala riformista di sinistra della borghesia, come il partito “Ensemble”, che, dopo le ultime elezioni, ha rifiutato di cooperare con l’attuale blocco parlamentare, ed ha visto crescere la sua popolarità, giocando un ruolo più importante nelle grandi città, nei centri industriali e nelle università. Gli uni e gli altri partiti, strumenti al servizio della classe dominante in Polonia.
La Polonia dipende dal sostegno economico dell’UE, ma dipende anche da quello militare americano (forniture di armi, intelligence) come deterrente nei confronti della Russia. Tutto questo la pone in una situazione delicata di fronte alle recenti tensioni tra le borghesie d’Europa e d’America che, pur essendo antagoniste, non sono in definitiva che i due poli di un unico blocco imperialista. E quindi il presidente polacco recentemente eletto, Karol Nawrocki, del partito conservatore “Diritto e Giustizia”, cerca una maggiore cooperazione con la classe dirigente americana, mentre il Parlamento è orientato a sostenere l’Unione europea.
La borghesia polacca è tuttavia unita sulla sua posizione riguardo alla guerra in Ucraina. Questa unità è sostenuta anche dalle frange più a sinistra del Parlamento, come i partiti “Ensemble” e la sinistra, già menzionati, che, sebbene poco numerosi (la Polonia non è mai stata un terreno fertile per l’ascesa dell’opportunismo dei socialdemocratici), esortano il governo ad agire di fronte alla necessità di dotarsi di un esercito «forte ed efficace». Ne testimonia la dichiarazione del ministro della difesa polacco, Władysław Kosiniak-Kamysz, che richiama la necessità dello sviluppo dell’apparato militare e la produzione di armamenti, di fronte alla minaccia dell’imperialismo russo. Così in Polonia si è registrato un forte aumento del bilancio militare, i cui fondi sono passati dal 2,4% nel 2022 al 4,7% del PIL polacco nel 2025. Oggi l’esercito polacco ha visto i propri effettivi passare da 164.000 soldati nel 2022 a 213.000 nel 2025, divenendo uno dei più numerosi d’Europa.
Lo stesso avviene in Europa, dove viene recentemente varato un impegnativo piano di riarmo da parte dei vari Stati nazionali, dettato dal necessario coinvolgimento nella guerra imperialista, che si manifesta al momento in Ucraina e in varie aree del mondo; nello svolgimento della quale anche gli Stati europei vengono chiamanti a svolgere il ruolo in difesa dei rispettivi interessi nazionali.
Il proletariato dei paesi occidentali è costantemente bombardato dagli orrori della guerra in Ucraina sui social media, e questo vale anche per la Polonia, paese confinante con il conflitto. I lavoratori polacchi non sono solo sfruttati dai loro padroni capitalisti, ma sono anche terrorizzati dalla loro stampa borghese, che ripete loro incessantemente «oggi l’Ucraina, la Polonia domani», seminando angoscia nelle menti di un proletariato già esausto, che non crede che la guerra finirà domani. E così tutto continua a funzionare, perché gli ingranaggi devono girare affinché la macchina capitalista possa andare avanti, mentre i proletari sono terrorizzati da ciò che potrebbe accadere dopo, pienamente convinti che non ci sia altro da fare che sostenere la propria nazione, sostenere la propria borghesia, il proprio sfruttatore in questi tempi terribili.
Ma è davvero impossibile fare qualcosa? Il futuro è davvero così cupo, con come unico orizzonte la guerra e la morte? Sì; finché la borghesia e i rapporti capitalistici persisteranno, il protrarsi delle guerre, e la loro escalation verso la terza guerra imperialista mondiale saranno inevitabili. Solo la rivoluzione comunista che si contrappone a questa prospettiva, sotto la guida del Partito Comunista internazionale, del quale Marx e Lenin hanno da tempo sottolineato la necessità, porrà fine alla follia degli orrori creati dal capitalismo. Il proletariato deve prendere coscienza del proprio potere e rifiutarsi di prestarsi al gioco così meticolosamente elaborato dai capitalisti, un gioco dai limiti chiaramente definiti e dai molteplici aspetti, quali il democraticismo e l’elettoralismo che, alla fine, convergono tutti verso un unico obiettivo: il dominio totale dell’ordine borghese. Il proletariato deve comprendere che è l’unica classe in grado di far progredire la storia; l’unica in grado di abolire lo stato attuale delle cose; l’unica in grado di abolire anche sé stessa in quanto espressione di questa società. Ecco perché l’opera del Partito Comunista Internazionale è più importante che mai; in questi tempi di paura e incertezza, è l’unico partito in grado di dissipare le illusioni borghesi e di condurre il proletariato alla sua vittoria finale.
PRIMO MAGGIO 2026. ALLA GUERRA FRA GLI STATI SI CONTRAPPONGA LA GUERRA FRA LE CLASSI!
In una fase storica nella quale la spinta della classe operaia pare assente e la classe non è classe per sé, ma per i propri sfruttatori, nella ricorrenza della giornata di lotta e di sfida al mondo del capitale, il Partito di questa sfida ne rivendica la vitalità e la necessità.
Questo primo Maggio cade sotto l’insegna della guerra, dei bombardamenti, dei morti e delle devastazioni. La corsa verso la terza guerra mondiale è iniziata.
Il primo conflitto mondiale, che devastò principalmente l’Europa, non fu fermato sul nascere dalla rivoluzione, ma, verso la sua conclusione e subito dopo, il proletariato fu pronto a reagire e a scendere in campo, prima di tutto quello di Russia, di Germania e anche d’Italia, guidato e orientato dai Partiti proletari di sinistra e dall’Internazionale Comunista.
La successiva degenerazione dei Partiti comunisti, che accompagnò la controrivoluzione staliniana, ebbe il risultato di condurre il proletariato sui fronti del secondo macello imperialistico e poi, prostrato dalla guerra e privo della guida rivoluzionaria, alla dura ricostruzione post bellica sotto i regimi “democratici” e post fascisti che del fascismo segnavano la continuità nella espressione del dominio di classe del Capitale.
Oggi nuovamente i venti di guerra accompagnano la crisi di sovraproduzione, che chiede un nuovo ciclo di distruzione di merci e forze produttive, di città e di fabbriche, e un nuovo massacro di proletari, tutto già in atto nelle diverse aree di guerra. Tutto questo per dare vita poi ad un nuovo ciclo di accumulazione che permetta al Capitalismo di sopravvivere a se stesso.
La terza guerra imperialistica è già in atto in varie parti del mondo, espressione contingente della volontà del maggior gendarme mondiale, gli Stati Uniti d’America, attanagliati dalla crisi e pronti a scatenare la potenza di fuoco di cui dispongono per accaparrarsi materie prime e la predominanza sui mercati che altrimenti non riescono a mantenere. Ma anche gli altri attori, Cina, Russia e in coda l’Europa, si stanno rapidamente riarmando in previsione del dilagare del conflitto che si prospetta come una immane catastrofe. Presto le immagini di morte e distruzione, tuttavia già non lontane da noi, faranno parte del quotidiano dei nostri paesi, con i giovani proletari arruolati e condotti al fronte.
Compagni, lavoratori,
Questo destino non è ineluttabilmente segnato. Se la classe lavoratrice saprà reagire, rifiutando la solidarietà con i propri Stati e classi dominanti, mobilitandosi nella guerra di classe, contro i sacrifici imposti per lo sforzo bellico e in prospettiva per la propria emancipazione per via rivoluzionaria, la corsa verso la mobilitazione bellica potrà essere fermata!
Al di fuori e contro l’imbelle propaganda pacifista, solo la preparazione e l’esplicarsi del movimento rivoluzionario delle classi lavoratrici potrà fermare la terza guerra imperialista. In questa prospettiva esse si dovranno orientare e mobilitare, ricostruendo le proprie organizzazioni di difesa economica e ritrovando la guida del proprio Partito di Classe.
PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
Russia e internet, tutto va bene pur di dare falsi obiettivi alla classe
Tra le notizie che circolano ultimamente negli ambienti informativi russi, spicca l’inevitabile inserimento nella lista nera di un servizio, o dell’altro, per essersi rifiutato di collaborare con lo Stato russo. L’ultima ”vittima” di Rozkomnadzor (i servizi di sorveglianza informatica russi), il braccio burocratico dello Stato capitalista, è Telegram, un servizio utilizzato dalla maggior parte dei russi per informarsi e comunicare. Invece dell’app soffocata, lo Stato offre un’alternativa ”migliore” (forse migliore per la polizia, per facilitare la sorveglianza governativa), un servizio di chat curiosamente simile per design e funzionalità chiamato Max (forse acronimo di carcere di massima sicurezza?), che si è dimostrato in grado di spiare palesemente gli utenti, fornendo al governo accesso diretto alle loro attività. Un altro problema è sorto con il fatto che l’app, essendo connessa ai database governativi e conservando tutte le informazioni degli utenti, è particolarmente vulnerabile alle violazioni. Difendendo così il cittadino russo medio dalla ”minaccia occidentale”, lo Stato ha fatto il gioco della criminalità organizzata: geniale! Molti borghesi russi amanti della ”democrazia” e della ”libertà di parola” (alcuni dei quali si mascherano da ”marxisti”) hanno denunciato tutto ciò come un attacco alla ”dignità” del russo medio.
Ma qui, a noi marxisti rivoluzionari, sorge spontanea una domanda: cosa è cambiato per il lavoratore russo? Il prezzo del cibo è forse diminuito? Questo ”attacco alla dignità” ha forse causato più danni delle munizioni di fabbricazione europea, sparate dai proletari arruolati a forza nell’esercito ucraino? O forse la ”limitazione della libertà di parola” è più rilevante dei tanti proletari russi che combattono nelle trincee? In effetti, i difensori della ”libertà”, pur dichiarandosi marxisti, non riescono a credere che il proletariato russo non abbia inscenato rivolte o una ”rivoluzione” contro questa ”ingiustizia”. Bisogna però notare che questi stessi ”socialisti” borghesi hanno organizzato i lavoratori più attivi in manifestazioni pacifiche, invocando la ”rimozione della censura”! Che proposta! Dov’è il partito che organizza i lavoratori in azioni militanti, invece di limitarsi a deboli grida di ”libertà d’informazione”? I lavoratori hanno seguito questi traditori ”marxisti” direttamente nelle mani dell’onnipresente polizia russa, con decine di arresti, proprio come era accaduto in precedenza con le fallimentari manifestazioni pacifiste ”contro la guerra”.
Possiamo rispondere a queste domande poste dai nostri ”amici” con relativa facilità. Nella sua opera, a suo tempo non pubblicata, ”L’ideologia tedesca”, Marx scrisse:
“Mentre la borghesia di ogni nazione conservava ancora i propri interessi nazionali, la grande industria ha creato una classe che in tutte le nazioni ha gli stessi interessi e con la quale la nazionalità è già morta…”
Lo Stato russo, per esempio, o qualsiasi altro Stato, non può fermare il flusso di informazioni o soffocare il malcontento dei lavoratori con semplici limitazioni a Internet. La Russia fa ancora parte dell’economia internazionale e non può essere isolata da internet, che, come ogni tecnologia nell’attuale sistema di produzione capitalistico, è innanzitutto uno strumento di commercio per la borghesia. Ecco perché le sfacciate pretese dei nazionalisti europei di ”esorcizzare” i ”barbari” russi da internet non si sono concretizzate in quattro anni dall’inizio della guerra imperialista in Ucraina, ed è per lo stesso motivo che lo Stato russo non ha bloccato l’accesso in massa a internet, nonostante le grida dei suoi ideologi che gridano alla ”degenerazione occidentale”. Questa o quella parte della borghesia può limitare qualche servizio, ma la rete di comunicazione deve rimanere, quindi resisteremo. Infatti, nonostante tutti gli sforzi dei capitalisti nel corso dei lunghi secoli di lotta comunista, nonostante tutti gli arresti, la sorveglianza e la censura, la nostra linea resiste ancora oggi e resisterà fino alla vittoriosa rivoluzione del proletariato.
Quanto alla questione sollevata dai nostri ”amici” socialisti borghesi sull’apatia del proletariato russo, come abbiamo già accennato, le condizioni materiali, per quanto pessime, non sono ancora precipitate al punto più basso dell’azione rivoluzionaria; il momento della presa di coscienza non è ancora arrivato; il proletariato è disorganizzato e si ritrae per paura della repressione statale, il che è un vantaggio sotto mentite spoglie, perché alla Russia manca attualmente un partito pronto a guidare l’avanguardia rivoluzionaria per liberare sia il lavoratore russo che quello internazionale.
Non abbiamo bisogno di appelli ai concetti borghesi di ”libertà”. Abbiamo bisogno di organizzazioni proletarie impegnate nell’azione economica e di un partito in grado di condurla nell’azione di classe. Abbiamo bisogno di una rinascita del vero marxismo rivoluzionario, estinto da tempo in Russia con la morte della Rivoluzione d’Ottobre, che continua a bruciare, seppur come una piccola fiamma, nella tradizione del comunismo di sinistra e del Partito Comunista Internazionale.
I fronti di guerra: paga sempre e soltanto il proletariato
Aggressione al proletariato mondiale
Il punto fermo da cui partire nell’interpretazione delle vicende relative al fronte di guerra che si è aperto in Medio Oriente è che si tratta di una ulteriore aggressione al proletariato mondiale.
Per i comunisti rivoluzionari, nella guerra imperialista l’unico aggredito è sempre e solo il proletariato.
Tale concezione non è il frutto di un’analisi basata su una certa moralità in contrapposizione alla barbarie del capitalismo, ma nasce proprio dalle dinamiche di questo modo di produzione, che può uscire dalle sue cicliche crisi di sovrapproduzione solo attraverso una immane distruzione di merci e di proletari in eccesso.
Se nelle guerre del capitale l’unica vittima è sempre il proletariato, lo è sia da una parte che dall’altra del fronte, e gli aggressori sono tutti gli Stati borghesi coinvolti nella guerra, tanto quelli che hanno attaccato per primi che quelli che pretendono di difendersi. Per cui, la posizione dei comunisti è quella di combattere qualunque tentativo di schierare il proletariato a favore di uno Stato borghese contro l’altro, a sostegno di un fronte contro quello nemico. L’unica rivendicazione possibile è quella del disfattismo rivoluzionario, che si traduce nella consegna per il proletariato di combattere la propria borghesia e il proprio Stato.
Pertanto, vanno rigettate tutte le tesi volte ad individuare, come nel conflitto ucraino, un Paese “aggredito” e uno “aggressore”. Nella guerra attuale che è esplosa in Medio Oriente, tradimento di classe è appunto dividere gli Stati borghesi in lotta secondo lo schema aggredito-aggressore, individuando nell’Iran il paese aggredito e subordinando le forze proletarie alla sua difesa. Tale è il senso dei proclami di chi, spacciandosi per comunista, ciancia di “difesa dell’Iran” dalla guerra di aggressione di Stati Uniti e Israele.
Nell’epoca dell’imperialismo, le guerre sono sempre guerre di rapina per la spartizione dei mercati mondiali, e se la cosa appare più evidente nell’impresa dell’imperialismo americano in Medio Oriente, la farlocca “difesa dell’Iran” si mostra per quello che è attraverso le richieste iraniane per addivenire ad uno stop dei combattimenti in corso, con pretese come quella di un nuovo regime per lo Stretto di Hormuz, che vorrebbe sancire il diritto iraniano a far pagare un pedaggio alle navi che attraversano lo stretto, un vero atto predatorio di un brigante che armi alla mano controlla la via di passaggio.
In questa guerra, tutti gli attori coinvolti, sia da quelli in maniera diretta, Stati Uniti, Israele e Iran, che quelli che vi partecipano attraverso il sostegno ad una delle parti in lotta, sono nemici del proletariato, che in Iran, come in Israele, in Libano, e anche negli Stati del Golfo, finisce sotto i bombardamenti e subisce tutti gli orrori della guerra. Inoltre, ad essere sotto attacco non è solo il proletariato della regione, ma quello dell’intero pianeta, sul quale saranno scaricati i costi economici della guerra, con un rialzo dei prezzi dell’energia e di conseguenza di tutti i beni, con la possibilità che si determini una grave crisi alimentare che getti nella fame decine di milioni di proletari in tutto il mondo.
Su tutti i fronti di guerra, dal Medio Oriente all’Ucraina, non sono nostre guerre quelle che vengono combattute, sono guerre imperialiste, guerre di rapina e di spartizione. La nostra guerra, è la guerra di classe, e l’unica parola d’ordine è quella del disfattismo rivoluzionario su tutti i fronti, al fine di trasformare la guerra tra Stati in guerra tra classi, per la conquista del potere e l’instaurazione della dittatura proletaria.
Un altro fronte della guerra imperialista
La fase attuale si caratterizza per un progressivo aggravamento dello scontro per la spartizione mondiale, che vede i vecchi imperialismi, con gli Stati Uniti in testa, minacciati dall’ascesa di nuove potenze imperialiste, la cui crescita economica degli ultimi decenni determina anche una loro maggiore forza politica e militare, imponendo all’ordine del giorno la necessità di ridefinire l’assetto mondiale così come scaturito dalle guerre del secolo scorso. In tal modo, si determina una situazione che vede le vecchie potenze imperialiste spinte a combattere per il mantenimento dei propri privilegi sul mercato mondiale che i rivali imperialisti pretendono di mettere in discussione in virtù del loro accresciuto peso.
La nuova guerra mediorientale si inserisce in questo processo generale, caratterizzandosi prima di tutto per essere un tentativo dell’imperialismo americano di mantenere il suo dominio mondiale attraverso il controllo delle risorse energetiche e dei suoi flussi verso i mercati, rafforzando in tal modo il ruolo del dollaro. È il cosiddetto sistema del petrodollaro, secondo il quale i Paesi produttori di petrolio accettano pagamenti in dollari e poi reinvestono nei mercati finanziari USA, uno dei pilastri del dominio degli Stati Uniti. Il Medio Oriente, detentore di circa la metà delle riserve mondiali di petrolio e circa il 40% di quelle di gas, è pertanto l’area strategica fondamentale per il controllo di queste risorse.
L’Iran rappresenta l’unico vero ostacolo ad una completa presa dell’imperialismo americano sul Medio Oriente. Il rovesciamento della monarchia dello Scià nel 1979 aveva fatto perdere agli USA un importante Paese amico nell’area mediorientale e il regime islamico che ne è succeduto ha rappresentato nel corso degli anni una minaccia agli interessi regionali americani, estendendo la sua influenza nell’area attraverso la formazione del cosiddetto “asse della resistenza”, che legava l’Iran ad Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, le milizie scite in Iraq, gli Houthi dello Yemen, e poteva contare fino a poco tempo fa sul regime di Assad in Siria.
Un Iran filoamericano sancirebbe il dominio incontrastato dell’imperialismo USA in Medio Oriente. Una potente leva in mano a Washington per contrastare l’ascesa cinese, grande consumatrice di energia, ma anche delle altre potenze imperialiste. La guerra che gli Stati Uniti hanno aperto in Medio Oriente è fondamentalmente una guerra contro la Cina.
Per l’imperialismo americano quello cinese rappresenta il principale nemico sullo scacchiere mondiale, e l’Iran è un Paese fondamentale per l’economia cinese e la sua proiezione al di fuori dei propri confini. Cina e Iran avevano raggiunto un accordo nel marzo 2021 che prevedeva investimenti cinesi in Iran fino a 400 miliardi di dollari in settori come quello energetico, infrastrutturale e tecnologico, in cambio di una fornitura stabile di petrolio. L’Iran è anche un paese cruciale nel progetto cinese delle Nuove Vie della Seta, fondamentale per connettere la Cina con il Medio Oriente, senza dover passare per lo Stretto di Malacca, riducendo la dipendenza dell’economia cinese dalle rotte marittime.
In generale, una caduta dell’Iran sotto l’influenza dell’imperialismo americano non colpirebbe solo la Cina, ma tutte le potenze che sfidano la supremazia mondiale degli Stati Uniti, e quindi anche la Russia, che perderebbe un importante Paese amico in Medio Oriente e dovrebbe abbandonare il progetto del corridoio economico che la collega all’India tramite l’Iran, riducendo i tempi i costi dei trasporti rispetto alla rotta attraverso il Canale di Suez.
Ma se la guerra all’Iran è prima di tutto una guerra contro i principali nemici imperialisti degli USA, Cina prima di tutto, la sua continuazione è contro l’Europa, che dopo aver subito la lacerazione del legame energetico con la Russia, si ritrova con lo Stretto di Hormuz bloccato e con un aumento dei costi dell’energia, i cui prezzi sono destinati a salire e questo è un duro colpo per l’economia europea a tutto vantaggio degli Stati Uniti che possono continuare a vendere i propri costosi prodotti energetici agli europei e trarre vantaggio dalla crisi dell’industria europea, sua concorrente.
In ogni caso, le iniziali intenzioni degli “strateghi” di Washington si sono scontrate contro una realtà ben diversa da quella immaginata, finendo per scatenare una tempesta che ha effetti gravissimi per l’intera economia mondiale. Sul versante della contesa mondiale, le manovre dei vari imperialismi, combinandosi tra di loro, sfuggono ad ogni pretesa di gestione delle crisi, compresi i tentativi di mediazione, da parte dei vertici degli Stati borghesi, determinando una situazione di caos che finisce per travolgere tutte le potenze mondiali. La nuova guerra mediorientale tira dentro lo scontro in corso tutte le grandi potenze, e non solo, con effetti che si estendono sul già attivo fronte dell’Europa orientale e su quello non ancora attivato dell’Asia orientale.
Dopo che al fronte ucraino si è affiancato quello mediorientale, lo scontro tra gli imperialismi si è fatto più serrato.
Passo dopo passo, si apre un fronte di guerra dopo l’altro, fino a sfociare nella terza guerra mondiale.
L’illusione di una guerra di pochi giorni
Alla base dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran vi era la convinzione di poter operare un ”cambio di regime”, magari ripetendo l’operazione venezuelana con la quale gli Stati Uniti hanno messo le mani sul Paese con le più grandi riserve petrolifere al mondo, e senza un serio sforzo militare. Secondo i piani americani, con un ben programmato intervento di soli bombardamenti aerei, l’attuale regime borghese iraniano guidato dai preti sciiti ostili ad USA e al loro fedele alleato Israele sarebbe caduto ad un costo umano (per gli USA!) inesistente.
Ma ”l’operazione militare speciale” americana e israeliana in Iran è praticamente fallita. Non solo non c’è stato nessun cambio di regime ma la risposta militare iraniana ha colpito duramente gli Stati Uniti, Israele e alleati nella regione.
L’Iran ha risposto subito all’attacco di israeliani e americani lanciando missili e droni contro Israele e le basi USA in Medio Oriente, colpendo in tal modo anche gli alleati americani dell’area, quei Paesi del Golfo che ospitano le basi militari statunitensi. Ha anche preso il controllo dello Stretto di Hormuz, minacciando e attaccando le navi dei paesi ostili che tentavano di attraversarlo.
In funzione anti-iraniana, non si sono mosse neanche le consistenti minoranze etnico-religiose presenti in Iran, tra cui curdi, azeri, beluci. A tal riguardo, risulta significativo che l’ipotesi di un coinvolgimento delle milizie curde, i cui dirigenti sono stati sempre ben disposti a vendersi per sostenere gli interessi di altre borghesie, che era stata ventilata nei primi giorni successivi all’attacco, per ora, non si è concretizzata. Più che il recente tradimento americano in Siria, che ha sacrificato i curdi per mantenere una buona relazione con i nuovi padroni di Damasco, ha pesato sull’indisponibilità curda ad agire in funzione anti-iraniana la risposta militare dell’Iran, che dimostra la sua preparazione a sostenere una lunga e sanguinosa guerra.
Dall’ipotesi di una guerra di pochi giorni si è passati ad un conflitto regionale, mentre il blocco dello Stretto di Hormuz ha messo in crisi i flussi di petrolio e gas provenienti dall’area del Golfo con gravi ripercussioni su tutta l’economia globale, con il rischio di una chiusura anche dello Stretto di Bab el-Mandeb da parte degli Houthi dello Yemen, allineati a Teheran. La guerra di pochi giorni si è presto trasformata in una guerra di logoramento, nella quale il fattore tempo mette a dura prova non solo le forniture militari degli Stati coinvolti nel conflitto ma anche e soprattutto il grado di sopportazione delle conseguenze economiche della guerra, che va ben oltre gli Stati in conflitto e coinvolge il resto del mondo.
La guerra di Israele
Fallito il piano iniziale, la guerra pone un cambiamento degli obiettivi da raggiungere. Mentre americani e israeliani erano in sintonia con l’obiettivo di un cambio di regime in Iran, in questo nuovo contesto, le loro posizioni sono destinate a divergere.
Per Israele, si tratta di eliminare l’Iran come Stato in grado di contrastare le sue mire espansionistiche in Medio Oriente, obiettivo realizzabile con l’abbattimento dell’attuale regime o addirittura con un crollo dell’intero apparato statale e la creazione di una situazione simile a quella della Siria o dell’Iraq o anche con una pesante distruzione del Paese così da renderlo ininfluente sullo scacchiere mediorientale.
Ma Israele punta anche alla risoluzione delle questioni aperte ai propri confini, per cui, in seguito all’attacco all’Iran, ha dato il via ad un’operazione militare sul suo fronte nord, entrando con l’esercito nel sud del Libano.
Da tempo, Israele è impegnata ad allargare la sua influenza in tutta l’area medio orientale e smantellare il cosiddetto “asse della resistenza”, colpendo gli alleati iraniani nella regione, impegnandosi militarmente su molti fronti, tra cui la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, la Siria, Hezbollah in Libano, contro gli Houthi dello Yemen e le milizie sciite filo-iraniane dell’Iraq. Ora, però, da quando la guerra è stata portata direttamente contro l’Iran, come già avvenuto con la “guerra dei 12 giorni” nel giugno del 2025, Israele non può fare a meno di un diretto coinvolgimento militare degli Stati Uniti.
L’interesse israeliano è tenere gli USA dentro la guerra contro l’Iran, frapponendosi a qualunque ipotesi di accordo tra americani e iraniani. E infatti, non appena americani e iraniani hanno concordato un cessate il fuoco di due settimane per poi sedersi al tavolo delle trattative, Israele si è subito frapposta ai negoziati continuando la campagna militare in Libano.
Per Israele, avere gli Stati Uniti coinvolti in una grande guerra in Medio Oriente significa la possibilità di ridefinire gli equilibri nella regione, che in caso di esito favorevole del conflitto la renderebbe la principale potenza dell’area. Esito del tutto favorevole per l’imperialismo americano che tramite il loro fedele alleato in Medio Oriente controllerebbe l’intera regione. Ma se Israele è disposto ad impegnare tutte le sue risorse in una guerra per la sua egemonia in Medio Oriente, gli Stati Uniti, invece, devono considerare le ripercussioni che il loro coinvolgimento in una grande guerra mediorientale possano avere sulla contesa imperialistica nel resto del mondo.
L’imperialismo americano nel pantano
La guerra in Medio Oriente pone almeno tre grossi problemi agli Stati Uniti.
Prima di tutto, dal punto di vista militare, l’andamento della guerra ha rivelato serie difficoltà da parte americana. La guerra non può essere vinta solo con la forza aerea, mentre la vicenda dello stretto di Hormuz e i problemi delle portaerei americane evidenziano le difficoltà operative della forza navale. È circolata anche l’ipotesi dell’invio di truppe di terra, ma è chiaro che tale opzione impantanerebbe gli americani in una guerra sanguinosa.
Dal punto di vista economico, invece, il protrarsi della guerra potrebbe compromettere tutto il settore energetico dell’area, facendo crollare l’economia mondiale.
Poi ci sono le ripercussioni sul fronte diplomatico, nei rapporti con i tradizionali alleati di Washington, che pagano alti costi economici da un prolungamento della guerra. Già risultano incrinati i rapporti con gli europei, che si sono rifiutati di aderire ad una campagna militare per liberare lo Stretto di Hormuz.
Soprattutto l’andamento militare e le gravi ripercussioni sull’economia impongono agli USA di trovare il prima possibile una via d’uscita dal pantano in cui si sono cacciati. Il problema è che tutte le opzioni che hanno dinanzi presentano grossi rischi.
Gli Stati Uniti non possono semplicemente ”dichiarare vittoria” e smettere di fare la guerra all’Iran perché abbandonare il campo di battaglia non comporta necessariamente una cessazione delle ostilità da parte iraniana, che a questo punto avrebbe più mano libera, con la possibilità di accrescere grandemente la sua influenza nella regione.
D’altro canto, gli elevati costi che dovrebbero essere sostenuti nel caso in cui gli USA fossero impegnati in una lunga guerra contro l’Iran, portano a ritenere che una via d’uscita possa essere quella di fermare la guerra e trovare un accordo. Ma qui ci si trova dinanzi allo stesso problema della guerra in Ucraina, con gli iraniani che, esattamente come i russi, sono disposti ad un accordo solo se vengano eliminate le radici profonde della guerra.
Intanto, Stati Uniti e Iran si sono accordati per un cessate il fuoco di due settimane a partire dall’8 aprile e hanno tenuto trattative in Pakistan tra l’11 e il 12 di aprile. La base di partenza delle consultazioni sono stati i 10 punti posti dall’Iran, tra cui la fine definitiva della guerra su tutti i fronti, come ad esempio in Libano, ritiro delle truppe americane dall’area, il pagamento dei danni di guerra e il riconoscimento dell’autorità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Condizioni che equivalgono al riconoscimento di una vittoria iraniana e di un ruolo egemonico dell’Iran nell’area. Ma anche nel caso di una rinuncia iraniana a qualche pretesa, un eventuale accordo non può che portare ad un peggioramento della posizione degli USA nell’area.
In seguito al fallimento dei negoziati, la mossa americana è stata quella di porre un blocco navale al passaggio delle navi da e verso i porti iraniani, tentando in tal modo di strangolarne l’economia. Ma è chiaro che ad essere bloccate sarebbero prima di tutto le navi cinesi, tagliando in tal modo la fornitura di petrolio alla Cina, rendendo inevitabile una sua reazione. Al momento in cui stiamo scrivendo, una prima nave cinese ha rotto il blocco americano e attraversato lo Stretto di Hormuz.
Al di là di come si snoderà la contesa sul campo, se le ostilità riprenderanno dopo la fine del cessate il fuoco o se si ritornerà al tavolo delle trattative, ciò che è in gioco è la presenza americana dal Medio Oriente, rischiando di perdere la presa su una regione chiave dove si concentra gran parte delle risorse energetiche mondiali. Il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz apre degli scenari catastrofici per l’imperialismo americano, costringerebbe gli Stati del Golfo a sottomettersi alle richieste dell’Iran, fino all’ipotesi di far transitare petrolio pagato in yuan e non in dollari. La fine del sistema del petrodollaro è una seria minaccia per gli USA in grado danneggiare gravemente la loro economia.
Gli Stati Uniti si sono cacciati in un bel guaio. Se terminano così il loro intervento, compromettono il loro dominio mondiale, fino a rischiare un crollo di proporzioni gigantesche. Se rilanciano pagheranno dei costi altissimi per degli esiti incerti.
In ogni caso, lo scontro inter-imperialistico ha subito un’accelerazione, data dal fatto che tutte le potenze mondiali sono in qualche modo coinvolte nella guerra in corso, riducendo notevolmente i probabili tempi di una guerra generale.
Le manovre degli altri imperialismi
Cina e Russia non possono abbandonare l’Iran a causa delle implicazioni economiche e politiche di un dominio incontrastato dell’imperialismo americano in Medio Oriente. Hanno pertanto tutto l’interesse a sostenere l’Iran, sicuramente attraverso la fornitura di preziose informazioni tramite i propri satelliti, probabilmente anche con l’invio di armi.
Ma, se da una parte c’è una convergenza di interessi del fronte Cina-Russia-Iran ad indebolire l’imperialismo americano, ogni brigante imperialista manovra in base ai propri interessi nazionali.
È indubbio che la Cina beneficerebbe enormemente di un prolungato impegno americano in Medio Oriente.
In primo luogo, la guerra contro l’Iran sta già dirottando risorse dall’Asia orientale verso quella occidentale, con il trasferimento di intercettori del sistema di difesa antimissile THAAD dalla Corea del Sud, depotenziando la presenza militare americana nell’area, a tutto vantaggio dell’espansionismo cinese.
Poi, la crisi nella quale sono stati gettati i Paesi del Golfo dall’intervento americano contro l’Iran e la mancanza di protezione assicurata dall’ombrello militare USA potrebbero spingere questi Paesi a prendere le distanze dagli Stati Uniti in favore della Cina.
D’altro canto, però, una interruzione delle forniture energetiche mediorientali rappresenta un grosso pericolo per l’economia cinese. Inoltre, la minaccia di una grave crisi economica fa tremare la sua classe dominante, dal momento che la Cina è un Paese pienamente capitalistico e ha bisogno di inondare il mercato mondiale delle merci prodotte dalle proprie industrie e di trovare sempre nuovi sbocchi per i suoi capitali. Da qui, l’interesse a favorire una mediazione.
La Russia, invece, sta già ottenendo benefici dalla guerra mediorientale e dalla conseguente crisi energetica dovuta al blocco di Hormuz, potendo vendere il suo petrolio a prezzi più alti. Gli Stati Uniti sono stati costretti a concedere una deroga di 30 giorni a tutti i Paesi per acquistare il petrolio russo soggetto a sanzioni. In tal modo, viene a cadere un’arma utilizzata nella guerra contro la Russia in Ucraina, cioè quelle sanzioni economiche che nelle troppo ottimistiche previsioni dei sostenitori di Kiev avrebbero dovuto piegare l’economia russa e portarla ad una sconfitta nella guerra ucraina. Inoltre, il prolungarsi della crisi energetica avrebbe ripercussioni economiche soprattutto sugli Stati europei, sui quali pesa il sostegno all’Ucraina, che verrebbe meno nel caso di una grave crisi economica, con la conseguente impossibilità per l’Ucraina di reggere il conflitto con la Russia.
Al momento, tra i principali sconfitti della guerra in Medio Oriente ci sono proprio i Paesi europei.
Se nei primi giorni di guerra, i Paesi europei si erano prontamente allineati al padrone americano, l’andamento della guerra ha messo in piena luce la difficoltà a piegare militarmente l’Iran, spingendo gli europei a più miti consigli, tanto che ormai cercano il più possibile di non farsi coinvolgere nella guerra. Per ora, hanno rifiutato di seguire gli Stati Uniti in un’operazione militare volta ad aprire lo Stretto di Hormuz. Che proprio tra i più fedeli esecutori dei dettami di Washington, quali sono gli Stati europei, già sull’attenti nel seguire gli USA nella guerra alla Russia, si siano tirati indietro in una spedizione contro l’Iran, è segno del pantano in cui si sono infilati gli americani. Si è però aperta in tal modo una frattura con l’alleato americano che potrebbe avere ripercussioni sulla tenuta della NATO.
Ciò che emergerà con l’aggravamento della crisi energetica e dell’economia sarà la tendenza da parte degli Stati europei a fare ognuno per conto proprio.
L’aumento del costo dell’energia condurrà gli Stati europei al disastro economico, aggravando la crisi dell’industria e spingendoli imboccare con ancora più decisione la strada dei tagli sociali e del riarmo.
Come per i Paesi europei, le ripercussioni negative della guerra mediorientale colpiscono anche molti Paesi asiatici. Ad uscirne indebolita è l’India, che è tra i Paesi maggiormente dipendenti dal flusso di petrolio e gas dal Medio Oriente, da dove viene importato circa metà del petrolio e il 90% del GPL. Anche i Paesi dell’Asia orientale e del sud-est asiatico sono duramente colpiti dall’aumento dei costi energetici e dalla diminuzione dei flussi. Si registrano già i primi razionamenti e interruzioni nell’industria. Addirittura le Filippine hanno dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale e hanno imposto la settimana lavorativa di quattro giorni per ridurre i consumi di carburante.
Inoltre, la vicenda dei Paesi del Golfo ha messo in evidenza le difficoltà degli Stati Uniti a difendere non solo i paesi europei, ma anche Stati come il Giappone o la Corea del Sud, fedeli alleati di Washington, si trovano in tal modo dinanzi alla necessità di dover rivedere la propria posizione in materia di difesa e nel rapporto con gli USA.
L’anello debole della catena imperialista
Più disastrosa è la condizione dei Paesi del Golfo, i cui regimi rischiano addirittura di soccombere.
Se la guerra si protrae a lungo, il blocco dello Stretto di Hormuz metterà in ginocchio questi Paesi che sono dipendenti dalle esportazioni del settore energetico, ma la situazione di pericolo farà crollare anche tutto il resto, l’edilizia, il turismo, dal momento che si fermerà l’afflusso di gente verso questi paradisi del lusso.
Poi c’è da considerare anche la possibilità di una crisi alimentare e idrica, dovute alla mancanza di approvvigionamenti e alla distruzione degli impianti di desalinizzazione.
In questo contesto di guerra e di crisi, ”l’anello debole” sono proprio Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Bahrain e Kuwait.
La guerra e la crisi economica, nel caso dei Paesi del Golfo, si riverberano su degli Stati fragilissimi, che hanno una popolazione autoctona molto bassa rapportata al resto della popolazione. La composizione demografica di questi Paesi è un problema molto serio per le fameliche borghesie che governano con pugno di ferro i propri Paesi, per una presenza di stranieri altissima: 90% negli Emirati, 80% in Qatar, 60% in Kuwait, 40% Arabia Saudita. Stranieri ma anche molto giovani.
Sono proletari che vivono quasi in una condizione di schiavitù, dato il sistema della cosiddetta ”kafala”, che prevede che i lavoratori consegnino il passaporto ai loro datori di lavoro, consegnando di fatto l’autonomia esclusiva del loro sostentamento. I proletari di questi Paesi sono completamente nelle mani dei loro padroni, dai quali dipende non solo il loro stipendio, ma la stessa possibilità di lavorare altrove e di tornare nel proprio Paese d’origine.
La crisi mediorientale toccherà profondamente le masse proletarie della regione. La carenza di cibo non è una possibilità così lontana nel tempo. Inoltre, il rischio è che l’aggravamento del conflitto porti anche alla distruzione degli impianti di desalinizzazione. Ovviamente, è chiaro che qui non ci sono organizzazioni classiste di difesa operaia, ma l’esplosione sociale potrebbe essere dirompente.
La necessità della ripresa della lotta di classe
L’auspicio è che il proletariato, che fino ad ora è fermo, inizi a muoversi sul terreno delle rivendicazioni economiche.
La possibilità di una vasta ondata di lotta di classe in tutte le metropoli mondiali, da quelle dei Paesi capitalisticamente mature a quelle dei capitalismi emergenti, è data dalla gravità della crisi economica che si sta abbattendo sull’economia mondiale e che sarà pagata dai proletari di tutto il mondo.
Già dopo le prime settimane di guerra, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha messo in luce la fragilità del capitalismo mondiale. È bastato il blocco di un nodo strategico del commercio mondiale per scatenare il panico in tutte le capitali del mondo capitalistico. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz viene a mancare fino al 20% del consumo mondiale di petrolio e GNL. Ma l’impatto delle crisi nel Golfo Persico va oltre i prodotti energetici e colpisce anche una quota rilevante della produzione mondiale di fertilizzanti. Il perdurare del blocco quindi non avrà solo effetti legati alla drastica diminuzione di petrolio e gas, con ripercussioni su tutte le attività economiche e un vertiginoso aumento dei prezzi di tutti i prodotti, ma colpirà la stessa produzione alimentare mondiale. Si può prevedere una carenza di cibo e un aumento dei costi che milioni di proletari non saranno in grado di sostenere.
Così, mentre i proletari dell’Ucraina e della Russia prima e del Medio Oriente ora sono gettati nell’inferno della guerra, anche nel resto del mondo i proletari sono sotto attacco, dovendo affrontare un drastico peggioramento delle proprie condizioni di vita, pagando il prezzo delle crisi e delle guerre dell’imperialismo.
E come per i proletari in guerra l’unica via d’uscita di classe è il disfattismo rivoluzionario e la trasformazione della guerra tra Stati in guerra rivoluzionaria del proletariato. Anche nelle metropoli, dove si abbatterà la crisi del capitalismo, la classe proletaria dovrà rigettare qualunque appello all’unità nazionale e a sacrificarsi per l’economia del Paese, dovrà rompere la pace del Capitale e dotarsi di proprie organizzazioni classiste guidate dal Partito Comunista per combattere la propria guerra di classe, fino alla dittatura del proletariato.
La Libia, il petrolio, l’Eni e i migranti
Gli sviluppi della guerra in Ucraina e recentemente quella contro l’Iran hanno allontanato l’attenzione verso tutti gli altri conflitti attivi di varia natura e intensità che nel mondo sono stimati in 56 secondo alcuni centri studi del settore. Ciò nonostante il vampiresco sistema di produzione capitalista non smette di organizzarsi adeguatamente per continuare a depredare risorse naturali e materie prime in quei desolati paesi. Meglio se nel silenzio che ne favorisce gli infami traffici.
Una di queste situazioni si sviluppa sulla cosiddetta “quarta sponda” italiana: La Libia, con il suo petrolio, casualmente scoperto nel 1939, e le manovre dell’Eni, Ente nazionale Idrocarburi. La multinazionale italiana attiva nel settore del petrolio, del gas e delle varie fonti energetiche, in quel paese dal 1959, svolge ancora a tutt’oggi un ruolo primario tra le diverse compagnie petrolifere assegnatarie di licenze di esplorazione e di estrazione.
Rimandiamo ad un nostro articolo pubblicato sul n° 415/ 2022 di questa testata titolato: ”Il precario stallo della Libia” dove abbiamo ampiamente descritto quanto successo dalla caduta del regime di Gheddafi nel 2011 alla sua morte violenta e fino alla cessazione delle ostilità nel 2020 tra le varie formazioni armate che si contendono ancora il controllo del paese. Tregua necessaria per poter svolgere nuove elezioni presidenziali e formare un nuovo governo centrale di tutta la Libia; queste elezioni non sono ancora state indette per le numerose obiezioni presentate dalle diverse fazioni.
Di fatto tutti i concorrenti al petrolio libico hanno dovuto accettare la situazione esistente apparentemente stabilizzata per cui sono costretti a patteggiare con l’autorità di Tripoli del Governo di unità nazionale (Gnu) presieduto da Mohammed Dbeibah e con quella di Bengasi con a capo il generale Khalifa Haftar come interlocutori primari, oltre a diversi piccoli gruppi armati nel Fezzan.
Nonostante le frequenti e ricorrenti tensioni politiche, rimane attivo l’accordo di lungo periodo che assicura all’Eni le attività estrattive fino al 2042 per il petrolio e fino al 2047 per il gas. Questo è garantito dalle autorità libiche e dal NOC (National Oil Corporation), la compagnia petrolifera nazionale libica che gestisce tutte le attività relative allo sfruttamento delle risorse degli idrocarburi.
Il rispetto di questo accordo è per l’energivoro capitalismo italiano molto importante perché sullo scenario libico due grandi potenze Russia e Turchia ultimamente rivendicano l’esercizio degli impianti, un ruolo di primaria importanza nel settore estrattivo e in quello politico a scapito degli altri paesi coinvolti, tra cui ovviamente l’Italia.
In questo scenario sono ben comprensibili i 4 viaggi istituzionali che la Presidente del consiglio italiano, Meloni ha effettuato dal 2023 incentrati su cooperazione, migranti, gas e petrolio. Bisogna anche ricordare i sei viaggi del ministro dell’Interno Piantedosi tra Tripoli e Bengasi principalmente su sicurezza e flussi migratori e il controverso e mai chiaramente spiegato caso del rimpatrio con volo di Stato del generale libico Almasri arrestato a Torino nel 2025.
Per l’esistenza del capitalismo è vitale la circolazione delle merci e dei capitali; un loro blocco o un semplice rallentamento può innescare o peggiorare una crisi economica già in atto. Questo precario status quo libico al momento garantisce il regolare flusso degli idrocarburi e al contempo quello del denaro proveniente da quel flusso, ora non c’è più l’incertezza finanziaria dovuta all’esistenza di due banche centrali distinte causate dalla separazione nei centri di potere di Tripoli e Bengasi. Infatti nell’agosto 2023 la Banca Centrale della Libia (CBL) ha ufficialmente annunciato la riunificazione delle due parti avente lo scopo principale di stabilizzare l’economia e gestire in modo unitario le entrate petrolifere. Questa è stata sostenuta e garantita dall’Onu ma permangono forti tensioni tra le due precedenti parti per cui la completa integrazione tecnica e amministrativa è ancora molto complessa, dovuta alla perdurante frammentazione politica.
In questo scenario è accettato che la Cirenaica del generale Haftar stia aumentando la sua forza e presenza politico militare in Libia a scapito di quella Governo di unità nazionale di Dbeibah della Tripolitania. Per le precarie condizioni di salute di entrambi i leader, questi spesso sono sostituiti negli incontri politici rilevanti dai probabili loro successori, individuati nelle rispettive cerchie familiari, occasione per rimandare ulteriormente ogni progetto per le nuove elezioni presidenziali.
L’assassinio lo scorso 3 febbraio nella sua residenza di ZIntan in Tripolitania di Saif al-Islam Gheddafi, figlio di Muammar Gheddafi che già a suo tempo lo aveva indicato come suo successore, ha tolto di mezzo una figura influente in grado di superare le due fazioni principali. nella contesa per il controllo del potere in Libia. Al momento non sembra ci sia l’intenzione di modificare lo status quo basato sulla difficile gestione delle divisioni locali e tribali a suo tempo ben orchestrate dal regime di Gheddafi.
Loro malgrado tutti i partner politici ed economici hanno dovuto gestire questa situazione per tentare di ottenere i loro obiettivi preposti.
La Turchia dopo il memorandum sul riconoscimento delle frontiere marittime del Mediterraneo meridionale siglato con il governo di Tripoli nel 2019, in aperta contrapposizione con analoghi piani di Grecia ed Egitto, ora tratta con Bengasi che non riconosce quell’accordo. Questo riguarda l’incremento di ben il 30% della piattaforma continentale turca a scapito di quella rivendicata da Cipro e Grecia .in cui erano già iniziati i lavori per sviluppare un gasdotto per un più efficiente collegamento tra i giacimenti del Mediterraneo orientale e i mercati europei. Non sono nemmeno trascurabili gli interessi per le aree destinate alla pesca d’altura.
Per sostenere le rivendicazioni turche, il governo di Ankara finanzia e sostiene il governo di Tripoli. Inoltre consolida la sua presenza militare in Tripolitania con una sua prossima base militare a Misurata e una possibile base aerea a Al-Watiyya nell’interno a sud di Sabrata.
La Russia in Libia persegue due obiettivi strategici: il primo riguarda il continuo sostegno al governo di Haftar necessario per controllare la Cirenaica e per il rafforzamento delle due importanti basi aeree di al-Khadim a 200 Km ad est di Bengasi e quella di Matan As-Sarra nel deserto quasi al confine col Ciad come principale supporto logistico per le operazioni militari russe in Africa. Alcune rilevazioni mostrano interventi su piste, depositi e varie strutture che testimoniano l’interesse strategico russo. L’integrazione della Cirenaica nel sistema di alleanze russe riguarda anche l’addestramento militare, assistenza tecnica e fornitura di armi e tutto questo conferma il grande interesse di Mosca per la Libia.
Gli Emirati Arabi Uniti, dal canto loro, stanno utilizzando il remoto aeroporto di Kufrah, 1200 Km a sud est di Bengasi, come base per il rifornimento di armi, materiali di vario genere come supporto alle milizie paramilitari sudanesi (Rsf: Forze di supporto rapido) che sono in aperto conflitto armato con le forze armate sudanesi a loro volta sostenute dall’Egitto che recentemente ha effettuato un raid aereo contro un convoglio di armi e carburante destinato alle Rsf.
Le criticità politiche e militari sono poi aumentate da quando gli Usa sono impegnati in un estenuante tentativo di mediazione tra Tripoli e Bengasi pur non prevedendo al momento un loro coinvolgimento militare diretto.
Alla base di tutte queste prezzolate attenzioni oltre ai piani geostrategici conta fondamentalmente la ricerca, estrazione e trasporto degli idrocarburi di ottima qualità nel sottosuolo nel deserto e sotto la superficie del mare libico.
Anche l’Eni ha dovuto districarsi in quell’intreccio di accordi per cercare di aggiudicarsi il rinnovo di nuove licenze di estrazione.
A fine gennaio 2026 l’Eni ha ottenuto la modifica dell’accordo con la Noc, la compagnia petrolifera nazionale libica, volta ad ottenere l’aumento del 9% della quota spettante alla multinazionale italiana a fronte di un investimento congiunto di 3,7 miliardi di dollari con contratti a lungo termine. Ovviamente anche le altre compagnie petrolifere hanno richiesto adeguamenti alle loro quote e durata delle concessioni visto i cospicui investimenti necessari soprattutto per gli impianti offshore. A febbraio l’Eni comunica di aver ottenuto la licenza per l’esplorazione offshore del blocco O1, nella provincia petrolifera della Sirte, pari a 29mila chilometri quadrati in collaborazione della QatarEnergy. Ben soddisfatti i vertici Eni sottolineano come l’ottima sinergia tra la tecnologia italiana, che ha permesso di essere il principale operatore nel settore con una produzione di idrocarburi pari a circa 162mila barili di petrolio equivalente al giorno nel 2025 e la grande forza economica qatarina necessaria per questi investimenti, abbiano pesato nelle decisioni della Noc. A metà marzo l’Eni comunica che le prime rilevazioni sismiche necessarie per individuare i giacimenti marini hanno dato risultati molto incoraggianti.
Tutti contenti i faccendieri e i petrolieri italiani; ma le dolorose schiere dei migranti dalle coste libiche, una immane tragedia umana dalla quale trae vantaggio il capitalismo degli stati europei alla ricerca di manodopera a basso costo.
Riprendendo la questione sindacale
Due storici testi sul rapporto partito-lotta di classe
La dottrina marxista ci insegna che «La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classi», ininterrotta, anche se a volte non palesata.
La lotta che il proletariato conduce contro la borghesia è incominciata con la sua esistenza e scomparirà solo con la scomparsa delle classi sociali. A nulla varranno tutti i tentativi che la classe dominante può escogitare per esorcizzare questo inconciliabile antagonismo: né i sistemi mistificatori della democrazia, né quelli dittatoriali del fascismo potranno averne ragione perché è lo stesso modo di produzione capitalistico a generarla, svilupparla, acuirla.
I proletari in questa società non hanno nulla di proprio da salvaguardare; essi hanno soltanto il compito storico di distruggerla, dopo avere preso per via rivoluzionaria il potere.
Per condurre la sua battaglia il proletariato ha, naturalmente, necessità di una propria indipendente organizzazione e questa organizzazione che la classe lavoratrice, in modo autonomo, si dà attraversa diversi gradi di evoluzione.
«Dapprima lottano i singoli operai ad uno ad uno, poi gli operai di una fabbrica, quindi quelli di una data categoria in un dato luogo contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente. Essi non rivolgono i loro attacchi soltanto contro i rapporti di produzione, ma li rivolgono contro gli stessi strumenti della produzione; essi distruggono le merci straniere che fanno loro concorrenza, fanno a pezzi le macchine. […] In questo stadio gli operai formano una massa dispersa per tutto il paese e sparpagliata dalla concorrenza. Il loro raggrupparsi in masse non è ancora la conseguenza della loro propria unione, ma è dovuta all’unione della borghesia, che per raggiungere i suoi propri fini politici deve mettere in moto tutto il proletariato ed è ancora in grado di farlo. In tale stadio i proletari non combattono dunque i loro nemici, ma i nemici dei loro nemici. […] Ma con lo sviluppo dell’industria il proletariato non cresce soltanto di numero; esso si addensa in grandi masse, la sua forza va crescendo, e con la forza la coscienza di essa. Gli interessi, le condizioni di esistenza all’interno del proletariato si livellano sempre più. […] La crescente concorrenza dei borghesi fra di loro e le crisi commerciali che ne derivano rendono sempre più oscillante il salario degli operai; l’incessante e sempre più rapido perfezionamento delle macchine rende sempre più precarie le loro condizioni di esistenza; i conflitti fra singoli operai e borghesi singoli vanno sempre più assumendo il carattere di conflitti fra due classi. È così che gli operai incominciano a formare coalizioni contro i borghesi, riunendosi per difendere il loro salario. […] Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero. Il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma la unione sempre più estesa degli operai. Essa è agevolata dai crescenti mezzi di comunicazione che sono creati dalla grande industria e che collegano tra di loro operai di località diverse. Basta questo semplice collegamento per concentrare le molte lotte locali, aventi dappertutto uguale carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica.» (K. Marx – Il Manifesto del Partito Comunista)
Come sono esaltanti queste ultime affermazioni che danno l’immagine di una classe operaia in piena azione a volontà di lottare, altrettanto deprimente è il constatare come, salvo rarissime di circoscritte fiammate, il proletariato a livello internazionale sia, per ora, succube passivo della incontrastata dominazione capitalista.
Ogni lotta di classe è, dunque, lotta politica; ma finché non si ha coscienza degli interessi rispettivi, si hanno solo classi in potenza, o classi in sé. Solo quando si giunge alla coscienza degli interessi comuni e delle proprie finalità, ossia si arrivi alla formazione del Partito di classe, solo allora il proletariato da “classe in sé” raggiunge il livello di “classe per sé”.
È ancora Marx che parla: «La grande industria raccoglie in un solo luogo una folla di persone sconosciute le une alle altre. La concorrenza le divide, nei loro interessi. Ma il mantenimento del salario, questo interesse comune che essi hanno contro il loro padrone, li unisce in uno stesso proposito di resistenza: coalizione. Così la coalizione ha sempre un duplice scopo, di far cessare la concorrenza degli operai tra loro, per poter fare una concorrenza generale al capitalista. Se il primo scopo della resistenza era solo il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito di repressione, le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre unito, il mantenimento dell’associazione diviene per gli operai più necessario ancora di quello del salario. Ciò è talmente vero, che gli economisti inglesi rimangono stupiti a vedere come gli operai sacrifichino una buona parte del salario a favore di associazioni che, agli occhi di questi economisti, erano state istituite solo a favore dei salari. In questa lotta – vera guerra civile – si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia imminente. Una volta giunta a questo punto, l’associazione acquista un carattere politico. Le condizioni economiche avevano dapprima trasformato la massa della popolazione del paese in lavoratori. Poi la dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, interessi comuni. Così questa massa è già una classe nei confronti del capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta, della quale abbiamo segnalato solo alcune fasi, questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe. Ma la lotta di classe contro classe è una lotta politica» (K. Marx – La Miseria della Filosofia)
Ne consegue quindi che l’organizzazione del proletariato in classe necessita della presenza del Partito politico. Ma se l’organizzazione economica, il sindacato, è il prodotto spontaneo della classe sfruttata non altrettanto è il partito che, dall’esterno, viene messo a disposizione della classe.
«Una piccola parte della classe dominante si stacca da essa per unirsi alla classe rivoluzionaria, a quella classe che ha l’avvenire nelle sue mani. Perciò, come già un tempo una parte della nobiltà passò alla borghesia, così ora una parte della borghesia passa al proletariato, e segnatamente una parte degli ideologi borghesi che sono giunti a comprendere teoricamente il movimento storico nel suo insieme.» Ciò che noi definiamo “Capovolgimento della prassi”.
Passiamo ora a Lenin: «Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza socialdemocratica [Oggi diremmo: “comunista” – n.d.r.]. essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia con le sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradeunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, ecc. La dottrina del socialismo è sorta da quelle teorie filosofiche, storiche, economiche che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali. Marx ed Engels erano degli intellettuali borghesi. Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso stesso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c’è via di mezzo. […] Ecco perché ogni menomazione dell’ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell’ideologia borghese. […] Il movimento operaio spontaneo è il tradeunionismo, e il tradeunionismo è l’asservimento ideologico degli operai alla borghesia. Perciò il nostro compito, il compito della socialdemocrazia, consiste nell’attirare il movimento operaio sotto l’ala della socialdemocrazia rivoluzionaria.
«La socialdemocrazia dirige la lotta della classe operaia non soltanto per ottenere condizioni vantaggiose nella vendita della forza-lavoro. Ma anche ad abbattere il regime sociale che costringe i nullatenenti a vendersi ai ricchi. La socialdemocrazia rappresenta la classe operaia non per i suoi rapporti con un determinato gruppo d’imprenditori, ma nei suoi rapporti con tutte le classi della società contemporanea, con lo Stato, con la forza politica organizzata. È dunque evidente che i socialdemocratici non soltanto non possono limitarsi alla lotta economica, ma non possono nemmeno ammettere che l’organizzazione di denunce economiche sia la parte prevalente della loro attività» (Che fare?)
Ma se il proletariato ha necessità di collaborazione e guida da parte di transfughi della borghesia, è altrettanto vero che anche la borghesia per mantenere il suo dominio sul proletariato si serve di traditori della propria classe. È sempre Marx che parla: «Quanto più una classe dominante è capace gli assimilare gli uomini più eminenti delle classi dominate, tanto più solida e pericolosa è la sua dominazione.» Quanto sia vero questo concetto lo si vede chiaramente dal comportamento di tutti quegli ex lavoratori, passati nel tempo alla guida dei sindacati e dei partiti opportunisti e controrivoluzionari.
In conclusione, solo l’intervento del Partito politico di classe può dare al proletariato, prendendo la guida dei sindacati, un indirizzo veramente di classe ed una finalità storica: l’abbattimento del regime capitalista. D’altra parte anche il partito ha la necessità di basare la sua forza su un movimento operaio all’attacco inquadrato in forti sindacati di classe, in mancanza di queste condizioni la rivoluzione rimarrà solo un mito irraggiungibile.
Venendo ora ai due nostri vecchi lavori sindacali che ripubblichiamo qui di seguito, possiamo dire che (salvo piccolissime insignificanti variazioni dovute all’attuale completo sbracamento dei sindacati ufficiali e degli scomparsi partiti opportunisti, adesso tutti quanti si dichiarano liberali e democratici) noi rivendichiamo totalmente il loro contenuto, e consideriamo validissime ed attuali tutte le indicazioni pratiche che, nella ripresa della lotta di classe, il proletariato dovrà fare proprie ed applicare, sia come metodo di lotta, sia come rivendicazioni.
Però due sarebbero le condizioni necessarie e a tutt’oggi mancanti.
– Un movimento operaio agguerrito e pronto a scendere in lotta a difesa dei propri interessi contingenti e di quelli generali della classe
– Un Partito munito di una vasta organizzazione ed una forte presa sulla classe operaia, che attraverso i propri gruppi comunisti, all’interno delle fabbriche e dei sindacati, tenda a conquistare la direzione dei sindacati o sulla spinta delle masse lavoratrici, a far risorgere una sostanziale azione di classe.
In assenza di questi due fattori essenziali, pretendere di dare indicazioni alla classe, sia come rivendicazioni che come metodi di lotta, che non siano quelle generali espresse nelle tesi 23 e 25 delle “Basi per la rinascita del sindacato operaio” sarebbe solo velleitario e inconcludente attivismo.
Basi per la rinascita del sindacato operaio
da ”Il Sindacato Rosso, 11/1969”
Nel marasma imperante, prodotto dalle lotte tra le frazioni della borghesia e delle grandi concentrazioni internazionali del capitale finanziario affonda anche il movimento operaio, ad opera di partiti che hanno tradito e abbandonato per sempre la strada maestra della rivoluzione comunista, e di sindacati che anelano soltanto a porsi sotto la protezione dello Stato capitalista. La confusione regna sovrana ovunque. Domina la pratica, che caratterizza i periodi storici della decadenza generale, dell’assenza assoluta di programmi, di indirizzi precisi, univoci. Domina l’anarchia più assoluta, l’esistenzialismo più sbracato.
A maggior ragione, in questo stato pietoso, il partito politico di classe, il vero partito marxista rivoluzionario, non ha nulla da mutare del tradizionale programma di lotta, per cui, anche in questa circostanza del VII Congresso nazionale della CGIL, il nostro partito non ha che da riproporre le sue vecchie posizioni anche nei confronti del movimento rivendicativo della classe operaia, tratte dai principi classici ed immutabili, confermate dalle lotte proletarie di oltre un secolo, contenute nel programma di sempre del partito comunista. In occasione del VI Congresso della CGIL della fine marzo 1965 furono stese delle tesine che riassumevano queste classiche posizioni, per dare ai proletari rivoluzionari uno schema dei problemi sociali e un indirizzo di battaglia rivoluzionaria. Non abbiamo nulla da cambiare e le ripubblichiamo nel loro testo originale, salvo qualche correzione formale e precisazione di alcuni aspetti che nel frattempo si sono meglio delineati.
Partiti e gruppi politici continuano da decenni a adattarsi alla realtà, smontano e rimontano ogni giorno le posizioni del giorno prima, ma le cose restano al punto di partenza: il capitalismo domina la società. Sono risorti contestatori e cantastorie vari, con pretese di nuove e più concrete posizioni: sono spariti nello spazio di un giorno. Le cose non sono cambiate. La girandola dei voltagabbana tende alla follia nell’avvicinarsi impetuoso e tragico del crollo sociale, nel cui vortice il morente capitalismo vorrebbe trascinare la classe dei nullatenenti.
Il programma comunista resta incrollabile come il faro nella tempesta, ad indicare alle masse proletarie la via della salvezza. Il capitalismo crollerà quando la classe dei salariati imboccherà questa strada luminosa. Ecco perché tutte le energie dei comunisti rivoluzionari sono tese per far risplendere questa luce, sempre, con ogni mezzo, ad ogni costo.
1. Nella società presente, dominata da rapporti di produzione capitalistici, in cui il lavoro ha assunto la forma salariale e i prodotti del lavoro quella di capitale – lavoro e capitale come potenze sociali tra loro nemiche e inconciliabili – in questa società la lotta tra le classi fondamentali in cui è divisa: proletariato, borghesia, proprietari fondiari, è permanente e violenta sino alla completa vittoria del socialismo nel mondo.
Lo sviluppo monopolistico del capitalismo esaspera in maniera crescente, invece di attenuarli, i conflitti di classe, in quanto la fase imperialista caratterizza lo stato agonico e putrescente delle strutture economiche e sociali.
Il capitalismo è incapace di sviluppare le forze produttive a favore di tutta la società, ed è storicamente maturo per cedere il posto ad una nuova e giovane formazione sociale. Il capitalismo è in grado soltanto di esprimere la sua interna natura parassitaria; esso subordina alla sua esistenza, fondata sull’estorsione di lavoro non pagato, di profitto, ogni risorsa tecnica e scientifica e tutte le forze produttive, mettendone parte dei frutti a disposizione di uno strato di ceti intermedi, di piccola e media borghesia e di aristocrazia operaia, i quali, perciò, sono interessati a difendere il presente regime.
2. Sospinta dalle sue contraddizioni interne, l’economia capitalista tende a concentrarsi nello Stato, entro il quale il regime del profitto trova l’unica trincea per arginare lo storico assalto proletario. Il capitalismo di Stato, previsto dai classici del marxismo e genialmente descritto nel suo sviluppo recente da Lenin, costituisce quindi la forma più idonea al perpetuarsi delle condizioni di sfruttamento del proletariato.
3. Oggi ancor meglio e più apertamente di ieri, appare in vivida luce che lo Stato centrale costituisce il rappresentante degli interessi storici permanenti del capitalismo, quale che ne sia il governo, quale che sia il partito o la coalizione di partiti al potere. Per questo ogni lotta del proletariato contro il capitale, anche solo in difesa delle contingenti condizioni economiche e salariali, cozza ineluttabilmente contro lo Stato del capitale, e costituisce, sebbene ancora in forma inconscia, un’azione sovvertitrice dell’ordine costituito.
4. In questo contesto storico, sociale e politico, come non sono possibili programmi politici che stiano a cavallo degli interessi delle varie classi contrastanti, così è assolutamente inconcepibile un programma sindacale che voglia difendere gli interessi contingenti del proletariato e contemporaneamente rifiuti di battersi a fondo contro il potere dello Stato rappresentante le classi privilegiate.
5. Le lotte economiche del proletariato non sono il prodotto della volontà di nessuno, esse sono imposte dal regime sociale esistente, nel quale da una parte la borghesia capitalista, con il suo Stato, tende a comprimere in limiti sempre più angusti le condizioni delle classi lavoratrici a difesa del suo privilegio, dall’altra le masse proletarie sono spinte a contrastare questo permanente assalto capitalista per non essere ridotte nella condizione di schiave.
6. Il sindacato rappresenta così lo strumento di difesa economica del proletariato. Ma l’efficacia di questo strumento dipende dalle forze politiche che lo manovrano, dagli obiettivi che si propongono e dai mezzi che impiegano.
7. Da oltre un quarantennio non appaiono sulla scena storica lotte rivoluzionarie autonome del proletariato, il quale è completamente prigioniero dei partiti opportunisti che dominano incontrastati tutte le organizzazioni di massa, tra cui e in primo luogo i sindacati professionali. Il sindacato, così diretto da forze politiche non rivoluzionarie, non costituisce una minaccia per il regime capitalista nemmeno sul terreno proprio della lotta economica, sebbene la centrale più forte fra tutte, la CGIL, osi ancora appellarsi «sindacato di classe».
8. La proclamazione esplicita di fedeltà alla democrazia, alla costituzione repubblicana e allo Stato, costituisce una prova di aperto tradimento degli interessi storici del proletariato e di abbandono di ogni seria lotta a favore dei salariati. La democrazia è la forma tipica dello Stato capitalista, attraverso la quale esso riesce molto più facilmente ad ingannare le masse degli sfruttati dando loro l’illusione che il sistema sociale attuale, fondato sullo sfruttamento della forza lavoro, sia eterno, e tutt’al più possa essere «corretto». La Costituzione democratica repubblicana è la carta ufficiale di questo inganno e di questa illusione, intesa a distrarre il proletariato dal conseguimento dei suoi scopi storici, che sono l’abbattimento dell’attuale inumano regime di produzione e di vita e l’instaurazione della società comunista.
9. Mentre i capi dell’apparato sindacale tacciano di passatisti i comunisti rivoluzionari per la loro ferma volontà di riproporre a tutto il proletariato la soluzione rivoluzionaria dei contrasti sociali, essi riportano il movimento operaio indietro di oltre mezzo secolo, guidando le masse diseredate in una demagogica e sciagurata prospettiva di correzione delle strutture economiche e sociali, cancellando con un colpo di spugna il significato tragico di cinquant’anni di lotte tremende, dalle quali sono scaturite due sanguinose guerre mondiali e la conferma della dittatura del capitale.
L’alternativa che sta dinanzi al movimento operaio, non è «riformismo democratico o fascismo», ma: «dittatura nascosta (democrazia) o aperta (fascismo) ovvero rivoluzione proletaria comunista vittoriosa».
10. Infatti la prospettiva agitata dalle Centrali sindacali delle riforme di struttura e della «programmazione democratica» riconduce verso un passato riformista, che la storia di questi ultimi decenni si è incaricata, spesso con la massima violenza possibile, di distruggere per sempre, mostrando che il capitalismo non è da riformare, ma da annientare.
11. Chiudere quindi le lotte rivendicative immediate dei proletari nei limiti delle «riforme di struttura», significa proclamare in anticipo la rinunzia delle Centrali sindacali a difendere seriamente il salario e il posto di lavoro; significa ribadire l’illusione che il regime fondato sul salario sia eterno; significa di conseguenza distruggere la volontà rivoluzionaria delle masse lavoratrici.
12. Nella squallida visione riformista si è inserita sempre e per intero la politica sindacale non solo delle organizzazioni di origine borghese come la CISL e la UIL, ma sciaguratamente anche della CGIL. Nell’immediato dopoguerra, in concordanza con i partiti opportunisti che costituiscono le due correnti alla direzione della CGIL, fu data la consegna controrivoluzionaria della ricostruzione della economia «nazionale», e successivamente, quando il potere capitalista era ormai ricostituito e potentemente rafforzato, quella della «lotta ai monopoli». In questo lasso di tempo le Centrali hanno subordinato la loro politica rivendicativa alla conservazione dell’apparato produttivo e dell’economia nazionale, cioè dei sostanziali privilegi delle classi capitaliste.
13. Le lotte per rivendicare salari differenziati hanno favorito il formarsi di uno strato di operai privilegiati, meglio retribuiti, a scapito delle grandi masse salariate. Le lotte articolate hanno ulteriormente diviso il fronte della classe operaia, dando modo al padronato capitalista, alle direzioni aziendali, e agli stessi monopoli, di assorbire gradualmente l’urto e le richieste operaie, senza subire danni.
Le rivendicazioni di premi di produzione, cottimi e prestazioni straordinarie, hanno favorito l’acutizzarsi dello sfruttamento degli operai, l’estendersi della disoccupazione, e in generale lo smembramento dell’unità di classe.
14. Scioperi che avevano tutti i presupposti per riuscire delle imponenti manifestazioni di forza operaia sono stati anticipatamente svirilizzati, o deviati nel corso della lotta, nell’intento supremo di impedire collegamenti fra categoria e categoria e nel timore che le lotte, sotto la spinta delle tragiche condizioni della classe operaia, si generalizzassero e proponessero automaticamente una nuova e diversa direzione politica del sindacato.
Il dissesto economico prima (crisi del 1963) e la ripresa produttiva dopo (1967-68), risolti sulle spalle dei lavoratori, hanno indotto le centrali sindacali a sabotare ogni difesa generale degli operai, lasciando che licenziamenti, blocco reale dei salari, aumento dell’intensità e dello sfruttamento della forza lavoro, si effettuassero impunemente azienda per azienda, lasciando disperdere la collera operaia in mille episodi locali ed aziendali, per impedire che, confluendo in un unico slancio collettivo, il proletariato saggiasse la validità della lotta diretta e generalizzata contro il capitalismo, e nel contempo smascherasse nel vivo della lotta il tradimento dei capi sindacali.
15. La decantata unità sindacale perseguita dai capi CGIL con le Centrali bianche e gialle,CISL e UIL, espressione di aperti interessi padronali, non effettuandosi né potendosi effettuare sulla base di un programma di interessi generali comuni a tutti i proletari, mira piuttosto all’obiettivo della creazione di un’unica organizzazione sindacale controrivoluzionaria che imprigioni tutti i salariati; allo stesso modo che ieri l’unica organizzazione sindacale, la CGIL, fu spezzata dalla costituzione della CISL e dell’UIL nell’intento di fiaccare il più rapidamente possibile le resistenze naturali degli operai, dividendo il fronte proletario.
Il ritorno all’unità proletaria o significa – come ora – l’abbandono completo da parte della CGIL di ogni parvenza di classe, ovvero – come noi auspichiamo – sarà il prodotto della crescente mobilitazione di classe dei salariati decisi a ritrovare un’unica organizzazione compatta ed invincibile, il cui presupposto è la sostituzione dei capi traditori con dirigenti fedeli agli interessi operai.
Per la direzione comunista del Sindacato
16. Il dissesto economico ha messo in luce l’incapacità dei capi sindacali a proporre al proletariato soluzioni efficienti in difesa del salario e del posto di lavoro; come ha dimostrato chiaramente l’assoluta impossibilità in regime capitalista di evitare disastri economici, di ottenere un’armonica evoluzione dell’economia. Nuove e più profonde crisi porranno sul tappeto l’ineluttabile scontro diretto fra proletariato e Stato capitalista per metter fine a questa corsa folle verso la distruzione di uomini, mezzi ed energie.
17. I comunisti rivoluzionari, sulla scorta della secolare esperienza delle lotte proletarie, constatano che gli attuali capi infedeli dei sindacati non se ne andranno dai loro posti di dirigenza se non dopo essere stati scacciati dagli operai con una non breve lotta tendente a eliminare dalle proprie file i traditori e i venduti alla borghesia. Questa lotta, forma evoluta della lotta di classe, si effettuerà nella misura in cui i proletari decideranno di passare da una supina acquiescenza alle influenze opportuniste, alla ferma determinazione di difendere con ogni mezzo la loro esistenza, i loro salari, il loro posto di lavoro, rifiutandosi di difendere interessi nazionali, patriottici, repubblicani, costituzionali, dietro cui si nascondono solo i privilegi capitalistici; rifiutandosi di subordinare le loro lotte economiche alla demagogica lotta per le riforme di struttura.
18. Questa lotta sarà possibile nella misura in cui il proletariato farà suo il programma rivoluzionario comunista; sarà vittoriosa a condizione che si faccia dirigere dal suo partito di classe, il Partito Comunista Internazionale. Per questo i comunisti rivoluzionari non si propongono la creazione di nuovi sindacati, finché sarà possibile svolgere opera rivoluzionaria in quelli attualmente esistenti, finché la CGIL non rinuncerà anche formalmente agli attributi di classe ai quali si richiama, e non vieterà la costituzione di correnti nel suo seno.
Essi si organizzano in gruppi comunisti nelle fabbriche e nei sindacati, per diffondervi il programma rivoluzionario del partito di classe e per procedere alla conquista dei posti direttivi nei Sindacati.
19. L’affermarsi in seno ai Sindacati del programma comunista rivoluzionario garantirà lo svolgimento rivoluzionario della lotta delle masse, premessa essenziale perché i Sindacati non siano catturati dallo Stato capitalista e possano costituire l’organizzazione unitaria del proletariato in difesa dei suoi interessi economici e in vista della preparazione dell’assalto al potere.
20. Man mano che si acutizzano gli urti fra le masse diseredate da una parte e le classi privilegiate e il loro Stato dall’altra, si rende sempre più impossibile la continuazione di una politica cosiddetta neutrale, equidistante dai partiti e dallo Stato, quale vantano di perseguire i bonzi della CGIL.
In realtà nel dichiararsi fedeli custodi del metodo democratico, essi si pongono obiettivamente al servizio del regime capitalista e legano le condizioni e le sorti del proletariato a quelle dello Stato capitalista. Giusta l’insegnamento di Lenin e della Sinistra i sindacati non possono perseguire una politica indipendente dai partiti; o sono sotto la influenza dei partiti opportunisti, cioè di agenti del capitalismo, o sono guidati dal Partito comunista rivoluzionario.
21. L’opera dei comunisti rivoluzionari in seno alle organizzazioni di massa del proletariato è quindi essenziale, perché serve a smascherare la politica controrivoluzionaria dei dirigenti, sollecita i proletari ad esigere maggiore risolutezza nel condurre le lotte e nel fissarne gli obiettivi contingenti, e a vigilare perché non si verifichino collusioni fra capi sindacali e direzioni aziendali.
Il primo compito dei comunisti è proprio quello di lottare contro il corporativismo generato dall’aziendalismo, e di dare a tutto il proletariato una visione generale dei problemi economici e politici, di imprimere alle lotte una visione di classe che scavalchi non solo i limiti ristretti dell’azienda, ma anche quelli della categoria e del settore, della regione e della nazione riaffermando essere la lotta del proletariato lotta internazionale contro un regime, quello capitalista, che estende il suo dominio sul mondo intero.
Per questo le Sezioni Sindacali d’azienda concepite come «agenti contrattuali», «autonome e indipendenti» dal Sindacato, imprigionano le masse nelle singole aziende, ne impediscono l’azione generale ed unitaria.
22. Al fine di amalgamare le forze proletarie, di unificarne gli sforzi e le lotte, i comunisti rivoluzionari propugnano il ritorno alla tradizionale funzione delle Camere del Lavoro nelle quali confluiscono tutti i proletari al di sopra delle categorie e dei settori, degli uffici e delle aziende, per quel reciproco contatto fisico e naturale che infonde fiducia nelle proprie forze, rompe l’isolamento a cui i proletari sono costretti sui posti di lavoro, risveglia nei lavoratori la coscienza di essere una classe e non degli aggregati o delle appendici produttive della società capitalista.
A questo scopo si perviene non con formule organizzative e astratte (democrazia dal basso, comitati operai, ecc.) ma per mezzo di un intreccio di lotte che mettano in movimento tutti i reparti della classe operaia, che nel vivo della battaglia esprimerà organi opportuni, capi fedeli alla causa, legami più stretti ed organici con la direzione centrale del Partito Comunista Rivoluzionario.
23. I Comunisti rivoluzionari non pretendono di possedere una formula magica per cui garantiscano, una volta alla direzione dei Sindacati, il pieno e continuo successo delle lotte rivendicative.
Essi, per la coscienza che loro deriva dall’essere militanti del partito di classe, sanno bene che qualunque conquista in regime capitalista è caduca ed effimera; e che la presa di coscienza da parte delle masse dell’ineluttabilità della vittoria del comunismo sul capitalismo costituisce la premessa indispensabile e necessaria anche delle lotte rivendicative immediate.
Perciò essi proporranno sempre obiettivi immediati che contengano in sé elementi che uniscano e non dividano le molteplici categorie in cui il capitalismo ha separato i lavoratori per meglio dominarne le forze e gli interessi; elementi che generalizzino le lotte operaie per elevarle alla superiore forma politica di combattimenti di classe; obiettivi il cui raggiungimento, od anche la sola lotta conseguente per raggiungerli, menomino gli interessi capitalistici ed obblighi lo Stato capitalista a gettare l’infame maschera di Stato della Nazione o del popolo, ovverossia democratico, e a presentarsi nella sua vera effige di strumento della dittatura del capitale. Obiettivi caratteristici sono: la riduzione della settimana lavorativa almeno a 36 ore a parità di salario, l’aumento dei salari in ragione dei reali bisogni dei proletari, il salario pieno ai disoccupati, agli scioperanti, ai pensionati, la abolizione del cottimo e del lavoro straordinario, premi di produzione e di ogni forma di incentivo, di cui le aziende si servono per spremere fino all’ultima stilla l’energia dei lavoratori.
24. Il mito del contratto di lavoro, trasferisce l’importanza della lotta dal suo terreno sociale e di classe a quello giuridico e formale. Sulla base di questa pratica legalitaria, le Centrali sindacali insinuano nelle classi salariate la convinzione che tutto si risolva col raggiungimento del contratto; quando le direzioni aziendali si irrigidiscono, incanalano le controversie nei meandri dei ministeri per farle oggetto di aggiustamenti formali o di compromessi equivoci, al solo fine di distogliere l’attenzione dei lavoratori dall’importanza politica e di classe delle lotte rivendicative, e così scaricare la collera operaia nell’attesa della soluzione giuridica della controversia. I contratti di lavoro si firmano con la lotta e sulle piazze e non rappresentano alcuna garanzia per i proletari se non sono difesi da battaglie e lotte quotidiane che impegnino duramente le classi borghesi.
25. I Comunisti rivoluzionari chiamano i proletari a far cessare la pratica ignobile di scioperi cronometrati, preavvertiti alle direzioni aziendali, alle prefetture e alle questure di polizia, scioperi che non incutono alcun timore alla borghesia e quando, per spontanea iniziativa degli operai, assumono una imprevista consistenza di classe, servono di richiamo e di sfogo all’odio delle classi padronali, concretizzantesi in vessazioni, arresti e condanne di proletari. Lo sciopero come è usato oggi dalle Centrali controrivoluzionarie, è un’arma spuntata e controproducente. Solo lo sciopero improvviso e il più esteso possibile colpisce veramente gli interessi economici del capitalismo, impedendogli altresì di approntare efficacemente mezzi di difesa e di contrattacco immediato.
26. Né il singolo operaio, né il reparto, nemmeno la classe statisticamente concepita, e di conseguenza neppure gli stessi organi immediati della classe operaia, i Sindacati, possono avere una visione generale delle lotte sociali, conoscerne cause ed effetti, valutare la scelta dei mezzi d’azione, indicare gli obbiettivi ed assumere direzione centralizzata e disciplinante delle lotte. Solo il Partito politico di classe possiede queste attitudini indispensabili per la conduzione vittoriosa della battaglia storica contro il capitalismo. Perciò la pretesa che il Partito rinunci volontariamente a questa direzione significherebbe rinuncia alla vittoria del comunismo sul capitalismo. Il proletariato rivoluzionario, quindi, è impegnato in un duplice fronte: contro le classi privilegiate e il loro Stato centrale e contro i partiti e i capi sindacali opportunisti. In questa lotta sono chiamati tutti i lavoratori, e il Partito Comunista Internazionale fa affidamento sulla parte del proletariato peggio retribuita e più sfruttata, per suscitare i necessari fermenti alla lotta rivoluzionaria di classe.
I tentativi di imporre al proletariato degli «alleati», arruolati nelle file della piccola borghesia bottegaia, popolare, studentesca, mirano soltanto a mantenere tra le masse l’infezione democratica, con cui sono state tenute lontane dalla ripresa rivoluzionaria di classe.
Allo stesso scopo pervengono le rancide suggestioni di gruppi di falsa sinistra, tendenti a screditare tra i proletari l’organizzazione sindacale operaia, col pretesto che i Sindacati sono diretti da agenti larvati della borghesia.
In tal modo appare chiaro che sia gli uni che gli altri operano come effettivi alleati dei nemici della classe operaia e della rivoluzione comunista, agiscono come elementi di disgregazione in seno al proletariato, tendono a privarlo finanche degli organi di difesa economica, dopo aver lavorato per demolire il partito politico di classe.
27. La conquista del Sindacato alla lotta rivoluzionaria, e la trasformazione cioè della CGIL in Sindacato Rosso, dipende essenzialmente dalla formazione in seno alla Confederazione di gruppi comunisti rivoluzionari, attorno ai quali poter mobilitare la parte più radicale e decisa della classe operaia col preciso ed esplicito scopo di strappare la direzione delle organizzazioni proletarie dalle mani dei bonzi, per fare dei Sindacati degli organi combattenti contro il capitalismo e il suo Stato, sotto la direzione del vero Partito Comunista.
I proletari comunisti non rinunciano a questo intento, nemmeno se scacciati dai sindacati ad opera dei capi traditori. Essi restano al loro posto di lotta tra le file degli operai per organizzare la difesa del Sindacato dall’azione disgregatrice dei capi traditori.
28. Il proletariato non ha nulla da difendere, rivendicare e contestare nel regime capitalista; ma da distruggerlo completamente con la sua violenza di classe, coscientemente organizzata dal Partito di classe. Ne consegue che contrariamente alle affermazioni sempre più chiare e solenni dei capi sindacali e di quelli politici ufficiali, il proletariato deve organizzarsi anche nei sindacati per farne delle «leve potenti» col preciso scopo di abbattere l’attuale sistema sociale, se non vuole perpetuare le sue condizioni di schiavo moderno, periodicamente obbligato a versare il proprio sangue sull’altare della difesa della patria, dopo di aver versato per tutta la vita il proprio sudore su quello dell’economia nazionale.
Evoluzione e dinamica della forma sindacale
Seconda parte del rapporto alla riunione generale del partito del 6-7 maggio 1978, pubblicata sul numero 1 di Comunismo, gennaio-aprile 1979.
Fase del totalitarismo statale: sindacati di Stato
a) 1926-1945 periodo fascista
La crisi del 1929 passò senza che si verificasse nessuna ondata rivoluzionaria e la borghesia poté poi risolvere le sue contraddizioni con la seconda guerra mondiale, macello per milioni di proletari, che vide quella che era stata la gloriosa repubblica dei Soviet prima alleata dell’imperialismo tedesco, poi al fianco dell’imperialismo americano nel nome della democrazia. Ben diverso era stato l’atteggiamento dei veri comunisti nel primo conflitto mondiale: guerra alla guerra, no alla solidarietà nazionale, trasformazione della guerra imperialista in guerra rivoluzionaria di classe.
Finita l’ondata rivoluzionaria, distrutto il Partito Comunista Mondiale, la borghesia può tranquillamente, senza ostacoli attuare il suo piano di inquadramento sindacale degli operai: essi non hanno più il loro partito, non si considerano più una classe legata internazionalmente e contrapposta alle altre classi, ma un “fattore della produzione”, una componente del popolo, della Nazione, che assieme al Capitale contribuisce al bene e alla prosperità della Patria. Nella concezione fascista il salario deve essere sì difeso, ma solo se ciò non arreca danno alla economia nazionale; conflitti vi possono essere ma al di sopra di questi vale per tutti l’imperativo della solidarietà nazionale. È il programma riformista che la borghesia, unificata nel suo partito fascista, tenta di realizzare praticamente.
Tutto il proletariato viene obbligatoriamente inquadrato in sindacati che sono a tutti gli effetti organi dello Stato; la borghesia non può più sopportare l’esistenza di sindacati liberi anche se a direzione non rivoluzionaria. La Camera delle Corporazioni riunisce i rappresentanti dei vari “fattori produttivi” (oggi si direbbe “parti sociali”): industriali e pretesi rappresentanti operai che, sotto la supervisione dello Stato, dirimono le eventuali controversie.
Parallelamente lo Stato vara dall’alto una serie di misure previdenziali e assistenziali volte a disciplinare lo sfruttamento della mano d’opera, a garantire la produzione, a prevenire azioni di classe: queste misure non sono altro che le riforme, bandiera di sempre dei socialdemocratici.
Contemporaneamente lo Stato si evolve in senso totalitario. La borghesia non ha più bisogno del parlamento ed elimina le forme della democrazia elettiva perfezionando la sua macchina statale che si delinea sempre più come un gigantesco apparato amministrativo-burocratico-militare che ditta su tutti i settori della società. Massima centralizzazione, partito unico, predominio assoluto dell’esecutivo, tentativo di pianificare e regolamentare ogni settore della vita economica e sociale.
Questo processo corrisponde all’evolversi dell’economia in senso monopolistico. Il contrasto tra le varie fazioni della borghesia si è da tempo definitivamente risolto a favore del capitale finanziario che ora domina incontrastato. Tutta l’economia è in mano alle grandi holdings finanziarie che, in ogni settore produttivo, operano in regime di monopolio. Lo Stato stesso interviene massicciamente nell’economia e in Italia in particolare è il capitalista più forte.
L’ottocentesco padrone delle ferriere cede progressivamente il posto al manager statale stipendiato di lusso, al finanziere, all’anonima società per azioni.
Il capitale monopolistico ha bisogno di un rigido controllo del mercato della mano d’opera, di condizioni uniformi su tutto il territorio nazionale, di contratti nazionali di lavoro validi ovunque e rispettati: ecco perché deve assolutamente affossare il sindacalismo classista e inquadrare tutti i lavoratori salariati nei sindacati di Stato.
Questo processo, nei paesi a capitalismo più forte quali Francia, Inghilterra, Stati Uniti d’America, dove non vi fu un forte partito rivoluzionario, si svolge pacificamente e la borghesia può mantenere le forme della democrazia elettiva e sindacati ad adesione formalmente libera e volontaria. Si realizza cioè lo stesso processo: accentramento della macchina statale, sottomissione del proletariato alla solidarietà nazionale, senza bisogno di ricorrere alla dittatura aperta. Tutte le forze politiche si sottomettono spontaneamente allo Stato, la classe operaia, corrotta dalle misure assistenziali tipo New Deal americano (ripreso dal fascismo italiano), si lascia condurre tranquillamente alla guerra e in essa si afferma la tradizione di un sindacalismo disposto a sacrificare ogni cosa alla difesa delle istituzioni e del regime, disposto a sabotare qualsiasi sciopero se questo indebolisce l’economia nazionale, disposto a firmare, come in Svizzera, pace eterna fra lavoro e capitale. È il sindacalismo fascista mascherato, che si affermerà anche in Italia e in Germania nel secondo dopoguerra e che il nostro partito definirà: “sindacalismo tricolore”.
b) 1945 periodo post-fascista: Il sindacalismo tricolore
Vinta la guerra gli alleati, che hanno trascinato la classe operaia a farsi scannare nel nome della democrazia, per la “libertà” contro la dittatura fascista, impongono alle vinte Italia e Germania il ripristino delle forme democratiche: libere elezioni, parlamento. In campo sindacale i partiti già precedentemente uniti nel CLN costituiscono dall’alto una centrale sindacale che si chiamerà Confederazione Generale Italiana del Lavoro. Ma le tendenze che hanno portato all’affermarsi del fascismo come metodo di governo della macchina statale borghese non solo permangono, ma si accentuano sempre più. Grandi imperi finanziari, massiccio intervento statale e tentativi di pianificare l’economia, rafforzamento dell’apparato repressivo statale, predominio assoluto dell’esecutivo sul legislativo. Il parlamento è ormai ridotto ad uno “specchietto per le allodole”: serve solo a far credere agli operai che lo Stato è anche il loro Stato poiché essi sono liberi di eleggere i propri rappresentanti. Sono gli stessi opportunisti di oggi a confermare implicitamente questi fatti quando lamentano il ricorso quasi esclusivo ai decreti legge, il permanere delle leggi fasciste, ecc.
I partiti cosiddetti antifascisti non sono in realtà che un unico partito, essendosi tutti quanti sottomessi allo Stato che oggi giustamente li finanzia. I sindacati formalmente liberi formati nel secondo dopoguerra sono i continuatori del sindacato statale fascista, sono “cuciti sul modello Mussolini”. La loro funzione è infatti quella di tenere la classe operaia inchiodata alla solidarietà nazionale, di impedire che essa si muova sul terreno di classe, di far sì che gli operai non si sentano una classe separata ma una “componente della nazione”. Questo è il sindacalismo che il Partito ha chiamato “tricolore”.
Esso tende ineluttabilmente verso l’inquadramento aperto nell’apparato statale. La legge dello Stato prevede infatti per i sindacati il riconoscimento giuridico, cioè la loro istituzionalizzazione e in questo essi hanno compiuto numerosi passi come l’istituzione della delega, cioè del metodo di riscossione delle quote attraverso gli uffici statali e padronali (metodo di un’organizzazione che ha di fatto firmato la pace sociale e ha rinunciato per sempre alla lotta di classe), e la prassi progressivamente affermatasi di risolvere le controversie attorno al tavolo delle trattative, sotto l’alto patrocinio dello Stato, partendo non dalle esigenze dei lavoratori ma da quelle dell’economia nazionale.
Per mezzo dei sindacati tricolore la borghesia italiana ha potuto ricostruire sulla pelle del proletariato il proprio apparato produttivo distrutto dalla guerra, riaffacciarsi sul mercato mondiale, realizzare profitti immensi, arricchirsi smisuratamente con il bestiale sfruttamento della mano d’opera. Che cosa ci ha guadagnato la classe operaia? Dieci anni di briciole, di effimero benessere e poi di nuovo – con la crisi – disoccupazione, sacrifici, fame.
Spinti dalla pressione operaia i sindacati tricolore sono costretti anche ad indire scioperi: essi lo fanno però in modo tale che queste azioni risultino delle semplici dimostrazioni, proteste formali, non mai delle vere battaglie di classe. Essi sabotano qualsiasi rivendicazione, qualsiasi lotta che metta in pericolo l’ordine capitalistico. Come i sindacati fascisti essi si muovono: “suonando sull’accordo nazionale il motivo della lotta al padronato” e la loro specifica funzione è quella di “togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo”.
La Confederazione Generale del Lavoro del 1921, anche se diretta dai riformisti, era un sindacato di classe anticapitalista, un’organizzazione squisitamente operaia sorta dalla lotta, che il proletariato poteva utilizzare per la propria difesa contro il padronato e contro gli stessi dirigenti traditori. Sul suo statuto si leggeva:
«Articolo 1) È costituita in Italia la Confederazione Generale del Lavoro per organizzare e disciplinare la lotta della classe lavoratrice contro il regime capitalistico della produzione e del lavoro (…)
«Art. 2) La Confederazione è costituita: a) da tutte le federazioni nazionali di industria e di professione, che hanno funzioni di resistenza e che sono sulla direttiva della lotta di classe (…) b) da tutte le Camere del Lavoro che si attengono ai compiti generali ed integratori della resistenza loro propri, che sono sulla direttiva della lotta di classe».
L’Articolo 3) così stabiliva le funzioni della Confederazione «(…) la direzione generale del movimento proletario, industriale e contadino, al disopra di qualsiasi distinzione politica (…) perché ogni attrito parziale fra capitale e lavoro venga risolto nel senso più favorevole alla classe lavoratrice, ed ogni movimento generale, determinato dalla acutizzazione della lotta di classe, venga indirizzato a scopi pratici».
Nella “Carta del Lavoro” Fascista si leggeva:
«Il bene dello Stato è dunque da anteporsi a quello degli individui isolati o dei gruppi di individui che compongono la Nazione italiana. A questo concetto è informata non solo la Carta del lavoro, ma tutta la politica fascista (…) L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori per cui è costituito; di tutelarne di fronte allo Stato e alle altre associazioni professionali gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria, d’imporre loro contributi e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate d’interesse pubblico (…)
«Nel contratto collettivo di lavoro, trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione. Questa disposizione elimina qualsiasi cagione di odio tra lavoratori e principali, i quali, nei loro rapporti, non si considerano più come nemici, ma come cordiali collaboratori nel comune intento di migliorare la produzione».
L’Articolo 1) dello Statuto della Confederazione Generale Italiana del lavoro afferma:
«La Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) è una organizzazione nazionale di lavoratori. Essa organizza i lavoratori che – indipendentemente da ogni opinione politica, convinzione ideologica o fede religiosa e di appartenenza a qualsiasi gruppo etnico – accettando e praticando i principi del proprio Statuto, considerano la fedeltà alla libertà e alla democrazia fondamento permanente della attività sindacale (…)
«La CGIL pone a base del suo programma e della sua azione la Costituzione della Repubblica Italiana e ne persegue l’integrale applicazione particolarmente in ordine ai diritti che vi sono proclamati e alle riforme economiche e sociali che vi sono dettate».
E nella Costituzione si dice appunto che:
«Articolo 39) L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
«È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.
«Articolo 40) Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano».
Il sindacalismo tricolore quindi non differisce nella sua politica da quello fascista.
I sindacati del secondo dopoguerra non sono tuttavia ancora organi dello Stato, ma tendono inevitabilmente a diventarlo e in questo senso hanno compiuto notevoli passi, quali l’introduzione della delega.
Il ristabilimento nel 1945 della adesione formalmente libera e volontaria al sindacato significa che la borghesia, grazie al PCI e al PSI, ha potuto legare a sé le masse sfruttate senza bisogno di ricorrere al sindacato di Stato coatto.
Facendo leva su una tradizione usurpata e sulla corruzione di consistenti aristocrazie operaie, i partiti opportunisti sono riusciti a legare le masse sfruttate al carro dell’economia borghese che ora, dopo dieci anni di “boom” le sta di nuovo spingendo nella stessa miseria del primo dopoguerra.
Ma come è irreversibile la tendenza della borghesia a imprigionare gli operai in sindacati di regime, così è irreversibile la crisi che porterà al crollo dell’economia capitalistica e con essa di tutte le conquiste che si credevano eterne, di tutti gli inganni democratici, di tutte le illusioni pacifiste.
Non resterà alle masse sfruttate altra alternativa che la lotta per la difesa delle proprie condizioni di esistenza. Da questa lotta, che si troverà contro tutte le centrali tricolore, tutti i partiti, tutto l’apparato statale, dovrà risorgere il Sindacato di classe.
Sindacato tricolore e sindacato di classe sono due termini antitetici; l’uno esclude l’altro. Gli operai dovranno rompere l’apparato che ora lega le proprie condizioni di esistenza alle vicende dell’economia del profitto per affermare con la forza il proprio diritto di vivere e di lavorare anche quando i profitti delle imprese diminuiscono.
La rinascita del sindacato di classe perciò dovrà avvenire contro l’attuale politica e struttura sindacale, contro la solidarietà nazionale, per la solidarietà tra tutti gli sfruttati contro le classi dominanti.
Il Partito e i pericoli dell'intellettualismo online
L’arduo compito della ripresa del movimento rivoluzionario e della ricostruzione del partito che lo guida è ostacolato da molti problemi, problemi che le precedenti generazioni di comunisti avevano già riscontrato in forme diverse. Uno di questi problemi, che si presenta sotto una veste leggermente diversa, ma pur sempre familiare, è quello dell’intellettualismo. Internet, pur rappresentando un grande vantaggio come mezzo di comunicazione per l’organizzazione del partito, è tuttavia, come ogni tecnologia, uno strumento della borghesia. E come tutti i media precedenti, i media online sono al servizio, prima di tutto, dell’ideologia borghese. Lo stato presente delle cose incombe sui pensieri di ogni individuo, persino di coloro che si dichiarano comunisti, o anche di quanti seguono la nostra tradizione del comunismo di sinistra. Abbiamo già scritto del rapporto (o della sua assenza) tra il Partito e internet in ”Il Partito e i social media”:
”Il Partito ha i suoi organi specifici di informazione e propaganda, e i compagni devono dedicarsi esclusivamente a questi. Collaborare con la stampa o i media esterni al Partito, così come fare propaganda attraverso canali personali come profili social o blog, è estraneo al metodo del Partito e deve essere evitato. In realtà, la propaganda comunista non si basa su mezzi effimeri o individualistici, ma su un’azione collettiva e centralizzata, volta a costruire un’intelligenza collettiva solida e duratura”.
Ciononostante, lo spettro dell’intellettualismo individualista continua ad affliggere quanti si trovano a gravitare intorno, e quindi dobbiamo ribadire la posizione del Partito sul modo in cui la nostra tradizione considera i ”pochi illuminati” che affermano di seguire le nostre posizioni, forse solo a parole. Il famigerato pensatore, che si vanta della ”verità” delle sue convinzioni su qualche servizio borghese online, che si impegna in polemiche contro altri altrettanto deboli, impantanati nelle profondità del dibattito intellettuale, invece di occuparsi di questioni di organizzazione di partito e agitazione operaia, campi troppo insignificanti per le sue grandi menti, preferisce passare le giornate a scrivere risposte alle risposte, che inevitabilmente andranno perdute per sempre nella storia. A questo proposito, dobbiamo richiamare la voce di Lenin, che nella sua opera “Organizzazione del Partito e Letteratura di Partito” scrive sulla questione della struttura del lavoro teorico all’interno del partito:
«…In contrapposizione alle consuetudini borghesi, alla stampa borghese orientata al profitto e commercializzata, al carrierismo e all’individualismo letterario borghese, all’“anarchismo aristocratico” e alla smania di profitto, il proletariato socialista deve proporre il principio della letteratura di partito, deve sviluppare questo principio e metterlo in pratica nel modo più completo e integrale possibile.
«Che cos’è questo principio della letteratura di partito? Non è semplicemente che, per il proletariato socialista, la letteratura non possa essere un mezzo per arricchire individui o gruppi: non può, di fatto, essere un’impresa individuale, indipendente dalla causa comune del proletariato. Abbasso gli scrittori non partigiani! Abbasso i superuomini della letteratura! La letteratura deve diventare parte della causa comune del proletariato, “ingranaggio e vite” di un unico grande meccanismo socialdemocratico messo in moto da tutta l’avanguardia politicamente consapevole dell’intera classe operaia. La letteratura deve diventare una componente del lavoro organizzato, pianificato e integrato del Partito Socialdemocratico».
Considerazioni taglienti e precise! E in effetti, poco è cambiato dai suoi tempi, con una sola eccezione, ovviamente. Internet ha offerto a tutti un assaggio di esistenza borghese: ora, invece di aver bisogno di una propria casa editrice o di un proprio giornale, basta fornire le proprie informazioni alla macchina capitalista e ricevere in dono la propria ”rubrica letteraria”, inseguendo il capitale sociale invece dell’arricchimento teorico e storico, alla ricerca della fama e della gratificazione egoistica. Chiunque può essere un ”superuomo letterario”. Così di questi tempi possiamo vedere gli eclettici crociati che indossano la bandiera del ”comunismo di sinistra”, pur agendo come singoli individui, incarnando il moderno Don Chisciotte, cavalcando le proprie colonne del blog verso la vittoria, colpendo sicuramente l’opportunista che vedono sempre presente con la loro lancia di pensiero e ragione, il loro mulino a vento da distruggere.
Noi comunisti dobbiamo però rimanere fedeli a Lenin e ai nostri maestri: la nostra letteratura di partito, pur essendo una parte importante del nostro lavoro complessivo, non è la nostra unica impresa, perché non siamo cavalieri intellettuali, ma combattenti per la rivoluzione, e comprendiamo l’importanza del lavoro di classe. Come abbiamo altre volte affermato:
«In ogni tempo, in ogni luogo e senza eccezioni, il partito deve impegnarsi incessantemente a inserirsi nella vita delle masse e a partecipare anche alle loro proteste, anche quando queste sono influenzate da direttive in contrasto con le nostre».
Il partito non nasce da circoli intellettuali, ma dalla lotta storica dell’avanguardia del proletariato. Con il nostro rifiuto del principio democratico, rifiutiamo anche la nozione di polemica, di dibattito aperto e di ”mercato delle idee” (in effetti, difficilmente si può trovare un concetto più borghese). In effetti, il nostro partito, seguendo le orme di Lenin, sostiene che non può esistere una coscienza individuale; nel nostro testo “Il Partito Comunista nella tradizione della Sinistra” si afferma:
«La nostra tesi è che non solo la comprensione razionale e l’azione sono inseparabili, ma, per quanto riguarda l’individuo, l’azione precede sempre la comprensione e la coscienza. E così è anche per gli individui che aderiscono al partito… La coscienza non risiede nella persona individuale né prima né dopo l’adesione al partito, né dopo un lungo periodo come militante, ma nell’organo collettivo, composto da vecchi e giovani, istruiti e non istruiti, che compie un’azione complessa e continua in linea con una dottrina e una tradizione immutabili. È l’organo ‘partito’ che possiede la coscienza di classe, perché questo possesso è negato all’individuo, e questa coscienza può esistere solo in un’organizzazione capace di allineare ogni suo atto, comportamento, dinamica interna ed esterna alle linee preesistenti di dottrina, programma e tattica, e che è capace di crescere e svilupparsi su quel fondamento; che viene accettato in blocco anche senza essere stato preventivamente compreso. Avere un lato ”mistico” nell’adesione al partito è un’idea che spaventa solo il piccolo borghese influenzato dall’Illuminismo, convinto com’è che tutto si possa imparare dai libri».
Come ben afferma l’ultima citazione, i ”giganti intellettuali”, anche se fingono di essere comunisti di sinistra, temono mortalmente di perdere la propria immagine individuale, e perciò si aggrappano ai circoli intellettuali online, vivendo per sempre nel mondo delle idee e dei meschini insulti. Chi decide di avvicinarsi al Partito ed entrare a farne parte non dovrebbe illudersi con i circoli online, non dovrebbe rimanere intrappolato nell’intellettualismo borghese, anteponendo la propria ”persona importante” al collettivo del partito, e non dovrebbe interiorizzare le tattiche e il modus operandi piccolo-borghesi di sinistra, basati sull’idolatria e sul populismo.
Ma se l’intellettualismo piccolo-borghese si infiltra nell’Organizzazione comunista, si rischia di interrompere il flusso delle operazioni di partito, generando la percezione di ”proprietà” del proprio ”lavoro intellettuale” e, in un riflesso del carrierismo stalinista, aspettative di ”ricompense” e ”gratitudine”, anziché il ”presupposto della società comunista” che il partito incarna, dove il lavoro svolto è gratificante di per sé, dove non si rivendica la proprietà del proprio contributo al partito, poiché esso fa parte dello sforzo collettivo di ricostruzione della dottrina rivoluzionaria. Quindi, ancora una volta, ripetiamo con Lenin: ”Abbasso i superuomini della letteratura!”. Dobbiamo resistere alla tendenza di certi ambienti intellettuali, di quegli stessi filosofi che vivevano nel mondo delle idee e della polemica, contro cui Marx scrisse all’inizio del suo percorso.
In conclusione, ribadiamo la citazione fondamentale di Marx tratta dalle ”Tesi su Feuerbach”: ”I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi; il punto è cambiarlo”.
Sciopero dei minatori in Romania
Più di 100 minatori delle miniere di Vulcan, Lupeni e Livezeni nella valle del Jiu hanno scioperato mercoledì mattina, rifiutandosi di lavorare sottoterra e chiedendo garanzie sul pagamento delle gratificazioni pasquali a cui hanno diritto. Tuttavia, i rappresentanti della direzione del Complesso Energetico Valea Jiului (CEVJ) adducono presunti limiti finanziari e normativi. Il presidente del consiglio di amministrazione ha dichiarato che la situazione finanziaria dell’azienda, unitamente alle rigide normative sugli aiuti di Stato, rende impossibile la concessione di tali benefici: «Non possiamo concedere benefici che in seguito dovranno essere stornati o recuperati. Esistono regole precise per le aziende in questa situazione». La borghesia e la sua avidità non hanno fine e per questo il proletariato deve soffrire.
Il CEVJ impiega 2.000 dipendenti nelle miniere di Lonea, Lupeni, Livezeni e Vulcan, nonché nella centrale termoelettrica di Paroșeni, che utilizza il carbone estratto da queste miniere. Le miniere di Lonea e Lupeni dovrebbero chiudere entro la fine dell’anno.
Molti lavoratori rischiano di perdere il lavoro, il che significa che non saranno in grado di sfamare sé stessi o le proprie famiglie, pagare le bollette, ecc. L’inflazione in Romania è al 9,6%, i prezzi continuano a salire e molte persone sono disperate. Si prevede che il tasso di inflazione annuale supererà le stime precedenti a causa dell’aumento dei prezzi dei carburanti, causato da un significativo incremento dei prezzi del petrolio e del gas naturale nel contesto della guerra in Iran.
Tempi duri per il proletariato rumeno, ma non solo per quello, bensì per il proletariato internazionale. La militarizzazione dell'”Europa pacifica”, la guerra inter-imperialista in Ucraina e in Medio Oriente, l’aumento dei prezzi dei servizi essenziali stanno spingendo il proletariato internazionale al limite, mentre la borghesia se ne infischia e continua a vivere nel suo stile di vita sfarzoso, costruito con il sudore e il sangue della classe lavoratrice.
Dopo alcune ore, la protesta si è conclusa. Le tensioni si sono attenuate quando la direzione e il sindacato hanno raggiunto un accordo per prorogare di altri quattro mesi i contratti a tempo determinato dei dipendenti. Questo è il limite della sola spontaneità. Senza la guida del partito d’avanguardia, formato dai lavoratori più consapevoli e disciplinati, forgiati ed educati dalla teoria e dalla pratica rivoluzionaria, la classe operaia non può emanciparsi. Il compito dei comunisti ora è quello di costruire legami con i sindacati e di incitare i lavoratori verso il comunismo per ricostruire il movimento. Questa è l’unica via in cui il proletariato può ottenere una vittoria duratura. L’unico partito che può raggiungere questo obiettivo è il Partito Comunista Internazionale, attraverso il lavoro di ripristino della dottrina rivoluzionaria e dell’organo di partito, in contatto con la classe operaia, al di fuori della sfera della politica personale e delle manovre elettorali.
Petrolio, gas, derivati e guerra
Da svariati anni il petrolio e le altre commodities come vengono dette, materie prime, metalli, gas, hanno un meccanismo di definizione prezzi legato, più che alla disponibilità sui mercati, a complesse operazioni finanziarie, che descrivemmo in un articolo del settembre 2022 in occasione di una grave crisi dovuta, almeno si diceva, alla indisponibilità di gas naturale (metano) in seguito alle sanzioni esercitate sulla Russia, la più importante fornitrice per gli Stati europei.
Per dare un’idea delle cifre che muovono quei movimenti di pura speculazione, in questi mesi nei quali altri formidabili eventi bellici hanno sconvolto la produzione, il trasporto e quindi il mercato delle commodities energetiche, il valore dei “derivati”, ovvero dei contratti “futures” sulle quotazioni del petrolio sulle borse specializzate per la sua compravendita, è passato da 2.600 miliardi di dollari al giugno 2025, ai 3.900 miliardi ad inizio aprile del 2026. Gli sconvolgimenti finanziari legati alle grandi perdite borsistiche subite dai trader indebitati sono una anticipazione di quelli sui flussi della liquidità, con effetti dirompenti ma a più lunga scadenza.
Come non bastasse la guerra a scatenare le tempeste sui prezzi!
Le crisi petrolifere sono una costante del sistema capitalistico e finanziario del dopoguerra, a cominciare dalla gravissima scoppiata nel 1973 e tutte sono legate a situazioni belliche nelle aree a produzione petrolifera. Il che, se la conoscenza storica e la lungimiranza politica avessero un minimo spazio nella capacità di previsione degli eventi da parte della borghesia, avrebbe almeno indicato altri comportamenti in luogo delle sciagurate decisioni di guerra.
Ma la situazione presente non è un fatto di mancanza di razionalità da parte dei Governi di uno Stato o di un altro; i comunisti non hanno mai fatto questioni di saggezza o follia di Leaders e dei loro consiglieri. Anche i governi e la conduzione degli Stati, ben lo sappiamo, sono piegati e condizionati dalle necessità del capitalismo e quindi dalla dinamica dei fatti materiali e non dalla volontà dei governanti, più o meno “illuminati”.
Nel lontano 1973, quando la peste finanziaria dei “derivati” era ben lontana dall’apparire sui mercati finanziari, le cause scatenanti furono, ancora una volta, le guerre locali nell’area mediorientale, con la guerra arabo-israeliana, guerra del Kippur, la chiusura del Canale di Suez e l’aumento delle royalties deiPaesi produttori di greggio. Nei due anni di guerra il prezzo del petrolio fu inizialmente raddoppiato da parte di Egitto e Siria, mentre gli altri Paesi aderenti alla OPEC bloccarono le esportazioni agli Stati Uniti fino al gennaio 1975.
Nell’Italietta del tempo la scarsità soprattutto di gasolio da riscaldamento e da autotrazione impose una curiosa forma di austerity con il blocco ope legis della circolazione festiva e domenicale insieme ad altre disposizioni per il “risparmio” dei derivati del petrolio. Ma questo fu solo italico folclore, una parodia di risparmio energetico accolta quasi senza troppi patemi; un po’ peggio comunque se simile disposizione dovesse essere rimessa in auge in tutta Europa a fronte di una crisi ben peggiore, in una situazione generalizzata che indica una prossima recessione.
Nell’arco di poco meno di un decennio, dal 1973 al 1981, con un picco nel corso del 1979-1980 in seguito alla rivoluzione khomeinista, all’interruzione delle forniture iraniane di petrolio e allo scoppio della guerra tra Iran e Iraq, il prezzo raggiunge i 34 dollari al barile, 19 volte il prezzo di 11 anni prima.
L’inflazione segnò un aumento dei prezzi del 9 per cento, tra il 1972 e il 1983 e con la contrazione dei consumi indotta dalle politiche di austerità, la produzione in Europa diminuì del 10 per cento. La grande massa dei dollari detenuti dagli Stati fornitori furono riversati sui mercati finanziari europei e mondiali, dando origine alla crisi finanziaria dei petroldollari, che alimentarono la speculazione e indussero una grave situazione debitoria, soprattutto da parte dei cosiddetti “paesi in via di sviluppo” che fu tamponata dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale. Gli shock petroliferi furono riassorbiti e tra il 1979 e il 1985 i Paesi dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che raccoglie 38 Paesi sviluppati con economia di mercato) ridussero del 20 per cento la domanda di greggio proveniente dai fornitori OPEC, il cui prezzo si ridusse di conseguenza del 70 per cento. La crisi di allora mostrò chiaramente la sua difficile governabilità per tutti i problemi che sarebbero potuti sorgere nel futuro per interventi violenti sui mercati del petrolio.
Un’altra crisi energetica si sviluppò nel 2022, dopo la forte riduzione dell’attività produttiva e del consumo dovuto alla pandemia Covid (dichiarata terminata nel 2023), in occasione del conflitto Russia Ucraina, con l’invasione da parte dell’esercito russo nel febbraio 2022 e le ritorsioni europee. Ritorsioni che portarono alla riduzione dell’approvvigionamento di petrolio e gas naturale, via via più stringente fino al blocco quasi completo. Fornitura energetica che aveva consentito agli Stati europei, in particolare alla Germania, un surplus produttivo che aveva messo in crisi la capacità statunitense e che rese necessario, per gli USA, interromperla quasi manu militari.
In quella situazione lo shock energetico indusse, almeno secondo la vulgata corrente, un forte aumento dei prezzi di gas e petrolio; evento che in realtà datava già da prima della guerra, come dimostrammo nel citato articolo pubblicato su questo giornale nel settembre ’22.
Questo andamento era legato sia al fisiologico processo inflazionistico pre-crisi, ma soprattutto al meccanismo di formazione dei prezzi sulle borse specializzate sulla compravendita dei prodotti energetici, che opera non sui volumi prodotti ma sui cosiddetti contratti derivati che trattano grandezze non fisiche, ma “di carta”, scommesse formalizzate da contratti sull’andamento dei prezzi futuri, al rialzo o al ribasso, in un modo assolutamente speculativo.
I governi europei tamponarono la crisi agendo sul lato “prezzi”, con tagli delle tasse su carburanti ed elettricità, e introducendo “tetti legali” ai prezzi, spostando però capitali verso i Paesi produttori di energia. È l’unica ricetta che gli Stati sanno, e possono mettere in atto. Furono così ricostituite le riserve strategiche, a prezzi molto più alti che in passato.
Le soluzioni delle cosiddette energie rinnovabili sono un’utopia nel mondo capitalistico, che deve aumentare sempre di più la produzione di merci e quindi consumare sempre più energia. Anche il ricorso al pericoloso nucleare è costoso e molto lungo da mettere in funzione, con tempi non compatibili con le necessità capitalistiche.
Alla fine queste possibilità, più o meno praticabili per costi ma soprattutto tempi, sono rimaste lettera morta nella maggior parte dei casi. Fatto salvo il ricorso al carbone per la produzione di energia elettrica, la soluzione più inquinante.
Nota ISPI, un istituto di politica ed economia internazionale, che ad oggi l’economia mondiale deve fare a meno, relativamente al petrolio, di una quota tra il 10 e il 17 per cento rispetto a quella disponibile prima della guerra in Ucraina. Nel 1973, comunque in tutt’altra situazione geo politica internazionale e con un altro livello di produttività generale del capitalismo, una riduzione del 5 per cento dell’offerta che si protrasse per 5 mesi da parte dei paesi arabi dell’OPEC fece quadruplicare i prezzi del petrolio.
Gli Stati Uniti, il maggior produttore di petrolio e gas al mondo, dovevano tenere alti i prezzi dei prodotti energetici per mantenere in attivo la produzione con la costosa ed inquinante tecnica di fracking, e questa situazione è stata assolutamente conveniente.
Dopo soli quattro anni dalla guerra del 2022, una nuova guerra ha riproposto la crisi delle risorse energetiche, ma in un modo diverso rispetto al passato. Ora non c’è soltanto crisi dei prezzi, ma crisi da mancanza. La chiusura dello stretto di Hormutz ha ridotto del 20% l’offerta di gas naturale liquefatto, e reso nuovamente vantaggioso l’uso del carbone nelle centrali elettriche.
In particolare una riduzione molto grave è stata quella del GPL, Gas di Petrolio Liquefatto, miscela di idrocarburi che è cosa diversa dal metano, trasportato come liquido (GNL) via nave o distribuito gassoso tramite condutture, i famigerati metanodotti che costituivano, per gli Stati europei un tramite energetico a buon mercato distribuito dalla Russia. Poi le “sanzioni” per l’invasione dell’Ucraina, hanno risistemato le “cose” per il GNL statunitense che ha trovato un nuovo sbocco.
Il GPL, trasportato mediante petroliere è il prodotto più colpito dal blocco di Hormutz: Cina e India sono forti importatori di GPL: per l’India si tratta di un’importazione dal Medio Oriente del 90 per cento, mentre la Cina importa essenzialmente dall’Iran. Almeno questa volta è stata rispettata la logica borghese di mercato, il prezzo in Cina di questo prodotto ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 12 anni; la Cina pare lo Stato che accusa maggior criticità perché il GPL è importante non solo per le necessità domestiche e l’autotrazione, ma è essenziale per l’industria petrolchimica.
Come ulteriore aggravante del blocco e della disperata reazione iraniana a mo’ di risposta agli spietati bombardamenti israelo-americani effettuati tramite droni e missili contro le aree delle basi statunitensi nei paesi del Golfo, ci sono i seri danni alle infrastrutture energetiche ed estrattive nel Golfo.
I tempi di ripristino, che logicamente potrà essere fatto a guerra finita, non sono ad ora quantificabili; e anche questo è ragionevole. I pianificatori, analisti ed economisti borghesi sono riusciti a dire che «se lo shock petrolifero fosse più severo e durasse oltre lo scenario di base (??, chissà cosa sia questo “scenario di base”, e soprattutto, quanto durerà) l’inflazione potrebbe superare il 5 per cento a maggio-giugno mandando l’economia in recessione tecnica a metà anno». In altre analisi e proiezioni si ventila la possibilità di una fase di inflazione-stagnazione, la prospettiva che per i borghesi è la peggiore di tutte (noi comunisti sappiamo invece che è la deflazione l’esito mortale per il capitalismo).
Ci sono altre gravi conseguenze del blocco, la sosta forzosa dei mercantili che trasportano i fertilizzanti, la cui produzione dipendente dalla filiera del petrolio, è comunque messa in crisi dalla non disponibilità di quello, e il trasporto di alluminio, materiale essenziale in moltissimi campi. Gli attacchi iraniani negli Emirati hanno colpito le grandi fonderie di alluminio, aggravando inoltre le difficoltà di approvvigionamento causate dal blocco dello Stretto.
Questo quadro sta evolvendo in senso sfavorevole per i Paesi a maggior tasso di sviluppo. Se le prospettive di una riapertura dello stretto e quindi, anche se con l’incognita dei pedaggi imposti dall’Iran, di un sostanzioso aumento della quota di petrolio disponibile aveva indotto un sensibile ribasso del petrolio e del GNL, le successive evoluzioni politico militari hanno riportato in alto le tariffe. Gli Stati Uniti d’America, dopo un annuncio inverosimile di azzerare militarmente la vita civile in Iran, e dopo il fallimento dei colloqui per mediare un accordo politico-militare, sono ritornati alla carica imponendo, loro, il blocco dello Stretto.
Il risultato, un ennesimo rialzo forte del prezzo del petrolio.
Già in Europa, i cui Stati sono i più esposti al caro petrolio, si inizia a parlare sottovoce di una moratoria del blocco energetico verso la Russia, si viene a conoscenza che le importazioni dalla Russia di gas sono aumentate, in questi tempi di blocco, del 17 per cento, raggiungendo i 5 milioni di tonnellate già nel primo trimestre del 2026. Sempre le cifre fornite dal Financial Time indicano che le importazioni di gas dalla Russia hanno raggiunto circa 6,8 miliardi di metri cubi. Le Autorità europee avevano imposto a scadenza 2027 il blocco totale delle importazioni di gas dalla Russia, ma già si mostra una tendenza a ridiscutere questo divieto, segno evidente che gli Stati europei, a differenza dall’imbelle Comunità Europea dei burocrati di Bruxelles, cominciano ad avvertire la criticità della situazione energetica.
Addirittura gli stessi Stati Uniti hanno permesso, per contenere i forsennati aumenti del petrolio, il transito e la vendita di petrolio russo. Una condizione probabilmente transitoria, ma che rende evidente come, malgrado gli utili che l’industria estrattiva americana sta facendo con la condizione commerciale di “caro petrolio” e gli introiti che gli USA realizzano con la vendita dei loro costosi prodotti energetici, la situazione finanziaria sia veramente preoccupante.
Noi, da questi eventi traumatici per il capitalismo, non ci aspettiamo nulla a favore della nostra classe e per la rivoluzione sociale. La crisi capitalistica deflattiva continuerà il suo percorso storico, e la guerra tra gli Stati continuerà ad incombere, non accelerata dalle crisi energetiche. Però la sua ampiezza e profondità è indice dell’intrinseca debolezza del mondo capitalistico, e ne manifesta la debolezza. Da questo punto di vista le crisi vanno studiate ed analizzate, certo usando di tutte gli studi, le analisi e i dati che i teorici borghesi mettono a disposizione per cercare, loro, cause e soprattutto rimedi.
A noi comunisti, per ora, il solo compito di essere freddi notai dei “loro” disastri, che come sempre, alla fine scaricano sulle spalle di proletari e mezze classi.
Norme orientative generali sulle basi di organizzazione del partito di classe
da ”Battaglia Comunista, 13/1949”
Nel ripubblicare nel 1949 lo Statuto del Partito Comunista d’Italia, del 1921, fu fatto seguire ad esso questa breve sintesi intesa sia a ribadire il suo carattere strumentale sia ad inquadrarlo in quell’esatta visione dei rapporti interni, di natura squisitamente dialettica, caratterizzanti il partito rivoluzionario di classe, che va sotto il nome di «centralismo organico».
Esista o no un regolamento codificato (e per noi esso non avrà mai carattere definitivo ed assoluto), importa che ne siano ben presenti a tutti i militanti i principi ispiratori, questi sì invarianti in quanto presupposti di un buon funzionamento dell’organizzazione e della sua unitarietà nello spazio e nel tempo, e impegnativi per tutti gli organi e le reti e le funzioni differenziati in cui si articola il partito e dalla cui completa integrazione (non bruta equiparazione) dipende la sua stessa esistenza.
L’intento del testo è di precisare un punto fondamentale di distinzione per noi in materia di organizzazione del Partito.
Quanto scritto nel testo risente di una situazione di non definitiva sistemazione dei principi relativi alla struttura interna del partito, che avverrà con le tesi del 1951, e con i tre corpi di tesi del 1965-66. È però potente, e anche profetico, nella sua sintesi, nel richiamare con forza alcuni cardini centrali della dottrina di partito. Ripresentiamo quindi questo testo poco conosciuto ai più giovani, in un momento in cui l’attacco interno all’invarianza dottrinale e la conseguente difesa convinta e pertinace della stessa, hanno causato al partito gravi perdite e la necessità di un percorso di ricostituzione dell’organizzazione, peraltro in attivo svolgimento.
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Lo Statuto e i Regolamenti del Partito e delle sue Federazioni e Sezioni costituiscono l’insieme praticamente indispensabile delle norme costanti di funzionamento, di collegamento e di corrispondenza che reggono la vita della organizzazione. Rispetto alle finalità storiche e sociali del partito esse hanno un semplice carattere strumentale e di mezzo. Nel fissarle ed eventualmente modificarle non ha nessun senso far ricorso alle normative analoghe di altri organismi come quello dello Stato e dei parlamenti democratici, non esistendo, per la concezione propria del partito comunista, principi e criteri costituzionali fondamentali comuni e sovrastanti alle diverse classi sociali e ai loro compiti di lotta nelle successive fasi storiche.
Il partito non è un cumulo bruto di granelli equivalenti tra loro, ma un organismo reale suscitato dalle determinanti e dalle esigenze sociali e storiche con reti organi e centri differenziati per l’adempimento dei diversi compiti. Il buon rapporto fra tali esigenze reali e la migliore funzione conduce alla buona organizzazione e non viceversa.
Per conseguenza, l’adozione e l’impiego generale o parziale del criterio di consultazione e deliberazione a base numerica e maggioritaria, quando sancito negli statuti o nella prassi tecnica, ha un carattere di mezzo od espediente, non un carattere di principio.
Le basi della organizzazione del Partito non possono dunque risalire a canoni propri di altre classi e di altre dominazioni storiche, come la obbedienza gerarchica dei gregari ai capi di vario grado tratta dagli organismi militari o teocratici preborghesi, o la sovranità astratta degli elettori di base delegata ad assemblee rappresentative ed a comitati esecutivi, propri della finzione giuridica caratteristica del mondo capitalistico; essendo la critica e l’abbattimento di tali organizzazioni compito essenziale della rivoluzione proletaria e comunista.
Il giusto rapporto nella loro funzione tra gli organi centrali e quelli periferici del movimento non si basa su schemi costituzionali ma su tutto lo svolgersi dialettico della lotta storica della classe operaia contro il capitalismo.
Base fondamentale di tali rapporti è da una parte il continuo ininterrotto e coerente svolgimento della teoria del partito come valutazione dello svolgersi della società presente e come definizione dei compiti della classe che lotta per abbatterla, dall’altra il legame internazionale tra i proletari rivoluzionari di tutti i paesi con unità di scopo e di combattimento.
Le forze di periferia del partito e tutti i suoi aderenti sono tenuti nella pratica del movimento a non prendere di loro iniziativa locale e contingente decisioni di azione che non provengano dagli organi centrali e a non dare ai problemi tattici soluzioni diverse da quelle sostenute da tutto il partito. Corrispondentemente gli organi direttivi e centrali non possono né debbono nelle loro decisioni e comunicazioni valide per tutto il partito abbandonare i principi teorici né modificare i mezzi di azione tattica nemmeno col motivo che le situazioni abbiano presentato fatti inattesi o non preveduti nelle prospettive del partito. Nel difetto di questi due processi reciproci e complementari non valgono risorse statutarie, ma si determinano le crisi di cui la storia del movimento proletario offre non pochi esempi.
Per conseguenza il partito, mentre chiede la partecipazione di tutti i suoi aderenti al continuo processo di elaborazione che consiste nell’analisi degli avvenimenti e dei fatti sociali e nella precisazione dei compiti e metodi di azione più appropriati, e realizza tale partecipazione nei modi più adatti sia con organi specifici sia con le generali periodiche consultazioni congressuali, non consente assolutamente che nel suo seno gruppi di aderenti possano riunirsi in organizzazioni e frazioni distinte e svolgano la loro opera di studio e di contributo secondo reti di collegamento e di corrispondenza e di divulgazione interna ed esterna comunque diverse da quella unitaria del partito.
Il partito considera il formarsi di frazioni e la lotta tra le stesse nel seno di una organizzazione politica come un processo storico che i comunisti hanno trovato utile ed applicato quando si era verificata una irrimediabile degenerazione dei vecchi partiti e delle loro dirigenze ed era venuto a mancare il partito avente i caratteri e le funzioni rivoluzionarie.
Quando tale partito si è formato ed agisce, esso non contiene nel suo seno frazioni ideologicamente divise e tanto meno organizzate, non ammette che adesioni individuali attraverso le formazioni di base, e non applica il metodo di formare proprie organizzazioni palesi ed occulte nel seno di altri partiti politici, considerando tutte queste situazioni come patologiche e contraddicenti al carattere di stretta unità della lotta comunista.